«Ho lasciato la chat dei genitori E sono tornato un uomo felice»

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Lorenzo Salvia

DATA: 28 gennaio 2017

Essere connessi in tempo reale con gli altri papà e le altre mamme trasforma ogni piccolo episodio in un caso. E scatena un’ansia da prestazione che ci fa sentire tutti inadeguati. Uscite dal gruppo: la vostra vita migliorerà. Per le cose serie basta la mail

Non è per le faccine di risposta a ogni messaggio. Non è per quelli che la usano per chiacchierare con una persona sola: «Per la mamma di Valeria, allora ti aspetto all’uscita :-)», «Ok, grz :-):-)». Non è nemmeno per quelli che chiedono i compiti, poi l’aiutino per i compiti, poi ancora il confronto dei compiti, alla fine la soluzione dei compiti. Ho lasciato la chat su WhatsApp dei genitori della scuola di mio figlio. E sono tornato un uomo felice. Ma non l’ho fatto per gli effetti collaterali, che pure sono fastidiosi. L’ho fatto perché la chat, in sé, è gravemente dannosa per la salute. Peggio delle sigarette.

 

Nuoce alla salute (anche con i genitori migliori)

Tutto dipende da come viene usata, dicono. Falso, la chat fa male a prescindere. Essere connessi H 24 e in tempo reale con gli altri genitori genera un incubatore di ansia da prestazione che rovinerebbe la mamma o il papà più zen del mondo. Anche se tutti i genitori sono, come nel caso della scuola elementare di mio figlio, persone per bene, intelligenti e pure simpatiche. La chat nuoce gravemente alla salute per due motivi.

 

Amplifica le piccole cose

Il primo è che trasforma ogni refolo di vento in una tempesta. Un esempio? A scuola fa freddo dopo le festa di Natale. Uno solleva il caso, un altro minimizza. Un altro ancora attacca la maestra, poi c’è quello che la difende, quello che se la prende con la preside. Dopo un po’ arriva quello che ricorda i tempi della nonna, quello che tira in ballo il sindaco, quella che difende il sindaco. Alla fine non si risolve nulla. Anche senza la chat non si risolve nulla. Ma almeno non c’è quella sfilza di squilli e vibrazioni che ti fa dimenticare l’unica cosa davvero importante da fare: chiedere a tuo figlio (non alla chat) se a scuola fa freddo. E in caso mettergli una maglia più pesante.

 

L’ansia da prestazione del genitore perfetto

Il secondo motivo per cui la chat fa male è quella che gli esperti chiamano vetrinizzazione della identità. Cosa vuol dire? Spesso chi interviene non lo fa per dare il suo contributo alla soluzione di un problema, ma per essere sicuro di dare l’immagine giusta di sé. Una gara senza vincitori dove tutti siamo perdenti: ognuno vuole sembrare presente e premuroso, quando parla della merenda bio, della festa della domenica o del pomeriggio con gli amichetti. Alla fine, davanti a tanta premura, tutti finiamo per sentirci inadeguati. A parte la super mamma perfetta che c’è in ogni classe ma che, tranquilli, di solito fa solo finta.

 

Meglio la mail, che usiamo con più attenzione

Il risultato finale è che sulla chat passa quello che non serve. E non passa quello che serve. L’altro giorno, quando c’è stato il terremoto e la scuola è stata evacuata, noi genitori siamo stati avvertiti via mail. Nessuna risposta tanto per rispondere, solo la comunicazione di quella santa donna della nostra efficientissima rappresentante di classe. Alla fine, sulla mail, l’ansia da prestazione scatta più difficilmente. E le piccole cose tendono a rimanere quello che sono, piccole cose. Io sono fuori dal tunnel, di nuovo felice. Urge un intervento che salvi gli altri genitori: un divieto generale per decreto con tanti saluti a quel che resta dello Stato liberale.

P.s. Cari colleghi genitori. Ci si vede domani al bar per il caffè post campanella. Ci facciamo una bella chiacchierata. Ripeto: chiacchierata, non chat.

Sempre più connessi, sempre più soli

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE:  Luigi Ripamonti

DATA: 27 settembre 2018

Viviamo perennemente connessi eppure ci sentiamo sempre più soli. E la solitudine è una malattia vera e propria, epidemica, con un portato complessivo che travalica il non-vissuto individuale per insediarsi a un livello di decostruzione sociale, culturale ed economica.

La tesi di Manfred Spitzer in Connessi e isolati (Corbaccio) può apparire estremista ma è supportata da un robusto corpo di dati scientifici. A partire da quelli che demoliscono l’illusione che i social-network possano essere una panacea contro la percezione di isolamento: casomai è il contrario. L’autore argomenta con numerosi, solidi, studi quanto l’uso di Facebook conduca a un livello più basso di soddisfazione nella vita

. «I social media stanno ai rapporti interpersonali reali come i popcorn stanno alla sana alimentazione: ci si aspetta di provare gioia tra amici, e ciò che si ottiene in verità è solo aria fritta», argomenta Spitzer.

Perché allora così tante persone accedono al loro account e occupano il tempo con un’attività che loro stesse (se glielo si chiede) descrivono come inutile? Perché spesso non sanno cosa fa loro bene e cosa li rende felici, spiega l’autore. «Credono che staranno meglio quando si saranno loggate in un social network, in verità stanno peggio. In particolare, e contro ogni aspettativa, i social network ci rendono più soli». Insomma ci fanno «stare male», proprio perché ci fanno sentire soli. La ragione e il problema albergano entrambi nell’evoluzione.

L’uomo è un animale sociale, la nostra specie ha potuto fare quello che ha fatto grazie soprattutto alla capacità di cooperare. Il gruppo, nelle sue varie declinazioni, è il cardine per lo sviluppo e il progresso, ma lo è anche per la sopravvivenza del singolo. Ciascuno di noi lo sa bene, seppure inconsciamente, tant’è vero che la sensazione di solitudine attiva nel nostro cervello precise aree nervose (la corteccia cingolata anteriore e la corteccia prefrontale ventrale destra) che ci fanno «provare dolore» proprio per indurci a provi rimedio, e quindi a sopravvivere. A questo punto potrà non sorprendere troppo constatare che le stesse aree cerebrali vengono attivate anche dal dolore fisico, e il motivo è lo stesso. Il dolore è un meccanismo protettivo, selezionato dall’evoluzione per proteggerci: se non avvertissimo dolore non leveremmo la mano dal fuoco e quindi la perderemmo, analogamente se non provassimo «dolore» nel sentirci soli, isolati, esclusi, non tenteremmo di stabilire relazioni e quindi metteremmo a rischio la nostra sopravvivenza e, estendendo il comportamento, anche quella della specie.

Da qui alle conseguenze collettive di una solitudine diffusa e in crescita il passo concettuale è breve. Le società si sviluppano grazie a una patto fondamentale di fiducia, che si nutre di rapporti. Quando la maggior parte delle nostre attività, dal comprare qualcosa, a informarci, a orientarsi in una città, si svolgono senza bisogno di interagire con qualcuno di persona, si verifica una progressiva depauperazione del patrimonio di fiducia reciproca che è il mattone su cui è edificato il sociale e anche l’economico. Le premesse e le conseguenze si alimentano in un circolo vizioso, in cui a essere inizio e fine è l’individualismo che sfocia nel narcisismo. L’analisi di Spitzer in questo senso si concentra soprattutto sulla generazione dei millenials, che incarnano, inevitabilmente, questa tendenza e per i quali è stata coniata la definizione «Generation look at me». Ma il problema non è l’abbondanza di selfie, quanto il ripiegamento su di sé che questa simboleggia, sia in termini di salute individuale sia del tessuto sociale.

A ciò dà il proprio contributo anche la televisione, fornendo modelli che incoraggiano all’egocentrismo, con una programmazione che va in una precisa direzione. Talk show e reality show mettono sempre a fuoco lo stesso punto: distinguersi, essere il migliore, il più bello, il più pazzo o il più repellente, e diventare famoso per questo. E talora anche l’educazione dei genitori contribuisce alla tendenza con uno stile educativo indulgente: qualsiasi cosa facciano i loro figli, sono sempre «i migliori». Il risultato di tutto ciò è stato scientificamente studiato: «Giovani adulti narcisisti, poco interessati al benessere degli altri, che senza alcun impegno particolare credono di essere destinati a un lavoro di prima classe e a diventare ricchi per poter vivere nelle migliori condizioni possibili».

Una società sempre più individualista ed egoista è non soltanto indirizzata a una maggiore infelicità ma anche a una crescente fragilità strutturale. In qualche modo estrema espressione e conseguenze dell’Homo homini lupus di Hobbes.

Che fare allora? La proposta di Spitzer sarebbe rivoluzionaria se fosse inedita: rivalutare il «dare» a scapito del prendere. L’autore, però, anche qui, non è ideologico e chiama a raccolta un numero consistente di studi che corroborano l’ipotesi che l’uomo sia meno oeconomicus di quanto non ci si dica comunemente. Diversi esperimenti dimostrano che, se non provocate, le persone non tendono a prevaricare gli altri ma piuttosto ad avere comportamenti corretti e che la felicità sia maggiore, e misurabile, quando si compiono gesti, anche molto piccoli, di generosità.

Cioè il contrario della direzione indicata da social network, e non solo, che promuovono la massima espressione dell’homo oeconomicus nella sua versione più individualista, autoreferenziale, selfie: valorizzazione massima del sé, con narcisismo e inevitabile isolamento sociale (la storia di Narciso insegna).

Diventare consapevoli del problema e provare a reagire ha come premio immediato un maggior benessere anche individuale, perché le prove scientifiche che lo stress cronico sia latore di malattie sono tantissime e le ricerche dimostrano che la solitudine è un potente motivo di stress cronico, da cui l’aumento di patologie che porta con sé, dal raffreddore, all’infarto, all’ictus, fino al cancro, diventando, di fatto, la prima causa di morte nel mondo occidentale secondo dati che l’autore non lesina. E quanto la solitudine, o, per essere più precisi, la sua percezione sia fondante per la salute lo provano diverse indagini che hanno dimostrato come la mancanza di affetto e accudimento nelle prime fasi della vita abbia conseguenze oggettive sulla capacità della gestione dello stress nel corso di tutta la vita. Bambini poco accarezzati, abbracciati, amati nella prima infanzia mostrano alterazioni recettoriali per gli ormoni legati allo stress a livello cerebrale. Motivo per cui la solitudine può essere letta come una condizione con ricadute epigenetiche, perché possiede la capacità di condizionare l’espressione dei nostri geni.