Stop a voti e bocciature? Appello a Renzi: «Danno a ragazzi e docenti»

FONTE: Corriere della Sera

AUTORI: Valerio Vagnoli, Dirigente scolastico Alberghiero Saffi Sergio Casprini, Insegnante di Storia dell’Arte Andrea Ragazzii

DATA: 20 ottobre 2016

Pubblichiamo l’appello di alcuni docenti fiorentini al presidente del Consiglio sulle misure previste, secondo le anticipazioni, nel decreto legislativo sulla valutazione scolastica.

 

Gentile presidente Renzi,
come insegnanti e come cittadini sentiamo la responsabilità e l’urgenza di scriverle su un’importante questione riguardante la scuola, il cui buon funzionamento, come lei ha spesso sottolineato, è decisivo per il futuro del Paese. Di recente sono stati anticipati i punti più importanti del decreto legislativo sulla valutazione.
Dobbiamo purtroppo constatare che anche questo provvedimento è ispirato al principio base della pedagogia ministeriale degli ultimi decenni: facilitare sempre di più il percorso scolastico, minimizzare o ridurre a un pro forma i momenti di verifica. 

In sintesi si prevede: 
-l’abolizione delle bocciature nella scuola primaria, oggi rarissime (forse il 2 per mille) e sicuramente ben ponderate nell’interesse del bambino, anche perché consentite solo con l’unanimità del Consiglio di classe. Nella scuola media saranno possibili solo in casi eccezionali. Ma eccezionali già lo sono; e certo non decise a cuor leggero.
-la riduzione del numero di prove scritte nei due esami di Stato: da cinque a due in terza media, da tre a due nell’esame di «Maturità», per il quale si ipotizza anche il ritorno alle commissioni tutte interne;
-l’abolizione del voto numerico in tutto il primo ciclo e il ritorno alle mai rimpiante lettere, per «evitare di limitare l’azione valutativa alla mera registrazione del successo o dell’insuccesso di ogni giovane allievo». Dove si fa passare l’idea che gli insegnanti si siano comportati finora come notai, non interessati a incoraggiare e a valorizzare gli allievi.

Nell’ultima puntata di Politics, su Raitre, Lei ha giustamente affermato che si è perso il rispetto sociale per la figura degli insegnanti. Di conseguenza si è indebolita agli occhi degli studenti la loro autorevolezza, essenziale per la relazione didattica e educativa. Questa svalutazione è testimoniata dalla sempre più aggressiva interferenza di molti genitori nelle questioni di competenza dei docenti, così come da molte sentenze della magistratura, che spesso appare pregiudizialmente dalla parte degli studenti e delle loro famiglie, a sostegno di rivendicazioni di ogni tipo, anche prive di fondamento. È una deriva che si deve anche a documenti ministeriali e dichiarazioni di pedagogisti che in modo ideologico e semplicistico addebitano agli insegnanti la responsabilità di qualunque insuccesso scolastico. Manca sempre, e il testo di questo decreto non fa eccezione, un qualsiasi richiamo al contributo di responsabilità e di impegno degli allievi, senza di cui non c’è possibilità di vero «successo formativo». In altre parole manca la consapevolezza che se la scuola vuole essere un «ascensore sociale» per i ragazzi economicamente e culturalmente svantaggiati, è indispensabile che sia seria e rigorosa sia sul piano didattico che su quello educativo.
Negli ultimi anni abbiamo spesso letto e commentato con i nostri allievi lo splendido discorso che il presidente degli Stati Uniti Barack Obama rivolse agli studenti americani nel settembre del 2009, in occasione del primo giorno di scuola, e il cui senso può essere riassunto dalla frase riportata qui accanto. Ci piacerebbe molto che gli studenti italiani potessero finalmente ascoltare parole come queste.

Grazie, presidente, per la sua attenzione.

 

 

 

 

Docenti e didattica vanno ripensati. Non scarichiamo le colpe sui presidi

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Claudia Voltattorni

DATA: 3 settembre 2016

Gli istituti scolastici non devono essere per due terzi della giornata dei mausolei vuoti ma delle fabbriche della cultura

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Presidi con funzioni manageriali. Più insegnanti assunti. Prof scelti direttamente dalle scuole a seconda del bisogno. Premi a chi fa meglio il proprio lavoro. Studenti nel mondo del lavoro già durante l’anno. Professor De Mauro, il 2017 sarà l’anno in cui finalmente la scuola italiana farà un passo in avanti? 
Linguista, ministro dell’Istruzione con il governo Amato, professore e presidente della Fondazione Bellonci, Tullio De Mauro sorride: «Oggi (ieri per chi legge, ndr ) è Sant’Elpidio, che, come dice il nome, è il santo della speranza. Dunque, si può sperare che il nuovo anno non sia peggiore dei precedenti. Ciò che chiamiamo scuola è dappertutto un organismo complicato e diversificato, tanto più in un Paese con realtà per conto loro altrettanto diverse ed eterogenee. Le norme della “buona scuola” erano e sono assai lontane dall’aver tenuto conto di questo. Vedremo i singoli interventi previsti e in parte ora in via di attuazione che rimbalzi avranno in concreto nelle diverse realtà». 

Gli studenti italiani trarranno dei benefici reali da tutte queste novità? Cioè: avranno davvero prof più preparati, lezioni più interessanti, saranno più motivati? 

«Gli studenti delle scuole dell’infanzia e delle elementari hanno avuto finora, e dagli Anni 80, una delle migliori scuole del mondo, come, per le elementari, dicono i risultati delle indagini comparative internazionali (e come troppi dimenticano). Per le scuole dei gradi ulteriori, in particolare per le superiori, avere insegnanti più preparati e lezioni più interessanti richiede un ripensamento radicale dei modi di formazione e di aggiornamento in servizio degli insegnanti in funzione di un altrettanto radicale ripensamento dei contenuti didattici e dei modi di farne oggetto di reale e durevole apprendimento. In Francia con modi più bruschi, in Finlandia con saggia cautela, si sta andando su questa via. Questo sforzo di chiamata a raccolta di esperienze pratiche e di studio è mancato ai provvedimenti governativi. Prima o poi dovremo deciderci a farlo». 

In Italia l’immagine degli insegnanti continua a essere non all’altezza della sua importanza per la vita degli individui. Stipendi tra i più bassi d’Europa e scarsa considerazione dall’opinione pubblica. C’è un modo per cambiare tutto ciò in profondità? 

«Cambierà se e quando il Parlamento e un governo decideranno di fare dell’istruzione scolastica e dello stato della cultura di adulte e adulti un oggetto specifico e periodico della loro attività e, come c’è ogni anno la discussione e definizione di una finanziaria, ci sarà annualmente una “culturale”».

I presidi sono uno dei nodi della riforma: hanno un ruolo sempre più centrale e manageriale. Farà bene alla scuola tutto ciò? 

«In omaggio a Sant’Elpidio, si può sperare che non faccia troppo male. E che non si scarichi sui presidi la responsabilità di quanto non funzionerà nelle scuole». 

Contro la dispersione scolastica la ministra Giannini pensa di aprire sempre più la scuola anche oltre l’orario di lezione. È d’accordo? 

«Sarebbe, anzi è assolutamente necessario che l’Italia attivi, come fanno altri Paesi e come da anni ci chiede con insistenza l’Ocse, un sistema organico di educazione degli adulti che svolga le sue attività negli istituti scolastici, nei due terzi della giornata in cui sono un mausoleo vuoto e devono invece diventare, come è stato detto, “fabbriche della cultura”. Le condizioni della popolazione adulta italiana, in cui assai più di due terzi hanno difficoltà a leggere un qualunque testo scritto, non possono non riflettersi su ragazze e ragazzi e ostacolare gravemente il lavoro della scuola, oltre che pesare negativamente sull’intera vita sociale». 

Cosa pensa dell’alternanza scuola-lavoro con studenti che trascorrono dei giorni di scuola nelle aziende o negli uffici? 

«L’idea è buona, ad avviso di molti. Ma le modalità di attuazione richiedono di essere collegate a quel ripensamento cui ho accennato. Altrimenti rischia di far solo confusione. Anche qui, però, sarebbe stato e sarebbe necessario considerare quel che avviene altrove nel mondo e quel che di positivo si è realizzato in Italia in anni passati negli istituti tecnici». 

I bambini a scuola? Ferrari guidate come Cinquecento

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Pietro Bordo

DATA: 8 aprile 2015

ferrari

Pubblichiamo la lettera che l’insegnante Pietro Bordo ha inviato al presidente del Consiglio, Matteo Renzi e che propone una riflessione sui mali della scuola primaria pubblica. Tra questi, il cosiddetto “sei politico” per i ragazzi – ovvero la “tradizione  culturale di matrice socialista e comunista che tende a ritenere i processi di selezione come meccanismi di esclusione sociale” – e l’assenza del criterio meritocratico tra gli insegnanti che “li spinge ad appiattirsi su ciò che fanno gli altri”.

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Egregio presidente Renzi,
ho insegnato per trentacinque anni nella scuola parificata e nella paritaria d’elite; quello in corso è il mio settimo anno nella scuola primaria pubblica.

Ho letto la sintesi dei suoi propositi di riforma della scuola primaria. Ho notato con vivo piacere che lei vuole dare importanza al merito.

Relativamente a questo argomento, mi sono accorto però che nessuno, neanche lei, mai parla esplicitamente e con riferimenti precisi di un macigno che zavorra la nostra scuola primaria ed impedisce i cambiamenti: la tradizione, la consuetudine, ormai diventata legge intoccabile.

Per quanto riguarda il merito degli alunni, la tradizione culturale di matrice socialista e comunista, fortemente egualitarista, che permea da sempre la nostra scuola, tende a ritenere i processi di selezione come meccanismi di esclusione sociale, sottolineando come chi gode di una situazione economica di privilegio sia fatalmente favorito a scuola rispetto a chi proviene da situazioni di svantaggio.

Come conseguenza di questo assunto gli insegnanti perseguono obiettivi minimi, facilmente raggiungibili da tutti. E pure a chi non vi arriva il “sei politico” è garantito, anche se la carenza dipende solo da scarso impegno. Così i bambini imparano con i fatti, nella loro prima importante esperienza in società, che anche se non si impegnano i risultati arrivano lo stesso, con le devastanti conseguenze facilmente immaginabili sulla loro mentalità, e quindi sul loro futuro di uomini e di cittadini.

Per quanto riguarda il merito degli insegnanti, chiunque entri nel gruppo docente di una scuola, sempre per la consuetudine, e poiché “tutti gli altri fanno così e non puoi farteli nemici”, si adegua ad avere una “programmazione di istituto”, con gli obiettivi minimi di cui sopra. Questo fatto non stimola gli insegnanti a dare il meglio di sé, ma li spinge ad appiattirsi su ciò che fanno gli altri.

Cinque anni fa una collega della scuola pubblica verso la fine dell’anno scolastico mi disse che in classe prima non potevo spiegare le moltiplicazioni, anche se avevo già svolto bene tutto il programma della scuola. Così quando uscivo dalla classe cancellavo con cura dalla lavagna ogni traccia della mia colpa!

Tenga inoltre presente che l’obiettivo principale di tanti dirigenti scolastici (lo so da tante colleghe precarie che hanno insegnato in tante scuole) è di non aver problemi con le famiglie e pertanto non vogliono differenze di preparazione fra le classi parallele della scuola (ad esempio fra tutte le prime), per non avere lamentele di genitori che vedessero che il figlio dei loro amici è molto più preparato del loro.

Ecco perché, a mio avviso, il merito vero degli alunni e dei docenti non emerge.

Molti bambini sono delle Ferrari, e vengono “guidate” come delle Cinquecento! Ed è un miracolo che alla fine del ciclo scolastico qualche Ferrari sia rimasta tale.

Basterebbe lasciar libero ogni gruppo docente di preparare una sua programmazione per ogni singola classe, in funzione delle capacità di quel gruppo, e di quelle dei docenti. Magari attingendo da indicazioni nazionali, proposte per vari livelli di approfondimento.

Poi ovviamente servirebbe una verifica nazionale per tutte le classi, o magari solo per le seconde e le quinte, per verificare il livello di preparazione raggiunto mediamente dagli alunni di ogni singola classe e quindi il merito degli insegnanti.

Sogno inoltre una scuola nella quale gli alunni possano spostarsi con continuità da una classe parallela all’altra, a metà o alla fine dell’anno scolastico, in funzione dei risultati conseguiti, al fine di stimolare sempre al massimo i migliori e di aiutare al massimo quelli più deboli, o non ancora abbastanza bravi.

Sogno una scuola dove gli alunni “con problemi” abbiano vere pari opportunità, non uguali, in funzione del loro livello di partenza.

Questo consentirebbe il miglioramento dei livelli di competenza di tutti gli alunni e realizzerebbe una reale integrazione di tutti i soggetti della comunità scolastica, non il livellamento verso il basso.

Ed i benefici per il nostro Paese sarebbero enormi.

Avendo già avuto modo di apprezzare la mia nuova dirigente, sono sicuro che questo mio piccolo contributo per migliorare la scuola non mi creerà dei problemi personali. La ringrazio per l’attenzione e le auguro un buon, proficuo lavoro.

Pietro Bordo

Contro il registro elettronico e i gruppi Whatsapp dei genitori

FONTE: Il Sole 24 Ore

AUTORE: Monica D'Ascenzo

DATA: 6 gennaio 2016

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Ma l’esercizio di matematica era a pagina 33 o 35?”. “Mi mandate per favore la foto della pagina da studiare di storia che non abbiamo il libro a casa”. “I soldi per la gita vanno portati entro domani?”. Purtroppo non è il gruppo whatsapp fra compagni di classe, ma quello fra genitori. Una moda che sta diventando contagiosa, dal nido al liceo. Per carità, per i genitori che lavorano è una manna dal cielo: sai in tempo reale tutto quello che sapresti andando a prendere tuo figlio all’uscita da scuola. E riesci anche a parare qualche colpo: almeno la maestra non ti scriverà sul diario che ha dovuto anticipare i soldi del pullman o che al bambino manca il materiale didattico. Eppure c’è qualcosa che non mi convince.

Io non ho ricordo dei miei che chiamassero i genitori dei compagni per avere conferma della pagina da studiare o per chiedere se il giorno dopo ci sarebbe stato un compito. Se avevo scritto sul diario i compiti esatti allora andavo a scuola preparata, altrimenti rischiavo la figuraccia, il brutto voto o la nota sul diario. Certo la sensazione non era piacevole, ma di sicuro serviva a farmi stare più attenta la volta successiva. Oggi mandiamo i bambini a scuola con la rete di protezione. Se cadono, rimbalzano e non si fanno male. A volte anche più della rete: li bardiamo con salvagente, giubbotto gonfiabile, scarpe antiscivolo, parastinchi e casco. Ci assicuriamo che non si facciano male, ma non rischiamo che poi se ne facciano di più crescendo, quando non potremo fare più il gruppo whatsapp con i genitori dei compagni di università o poi con quelli dei colleghi d’ufficio?

E l’aberrazione non finisce qui. Da quest’anno anche la scuola elementare di mio figlio ha adottato il registro elettronico. Alla comunicazione di nome utente e password ho sentito un leggero fastidio, poi dopo qualche settimana, al primo ingresso nel sistema, il fastidio si è trasformato velocemente in disagio. Nel registro scolastico oltre alle assenze, i genitori possono consultare quanto fatto in classe in ogni singola materia, i compiti assegnati e (orrore!) i voti del proprio figlio. Ho chiuso in fretta il tutto come se mi fosse capitato in mano il suo diario dei pensieri.
Ma che roba è? Posso in qualunque momento sapere cosa fa mio figlio prima ancora che lui pensi anche solo se raccontarmelo o meno. Che fine fanno le chiacchiere da cena: cosa avete fatto oggi? Com’è andata la giornata? Ti ha interrogato?

Dove è finita la possibilità di scelta del bambino di raccontare o meno se è stato interrogato o se la maestra ha fatto una verifica a sorpresa? Dove è finita la libertà di confessare a un genitore un’insufficienza o invece decidere di gestirla da solo magari studiando, recuperando la volta successiva e spuntando una sufficienza in pagella?

Li abbiamo deresponsabilizzati con i gruppi di whatsapp e ora togliamo loro anche la scuola della scuola dove si impara a gestire il fallimento, il successo, la comunicazione con i genitori e i rapporti con gli insegnanti. Poi però pretendiamo che siano responsabili, consapevoli, autonomi e pienamente indipendenti quando vanno alle superiori o quando si iscrivono all’università e si devono autogestire.

A scuola in prima elementare si studia l’alfabeto e in quinta si fa l’analisi logica. Allo stesso modo esiste una crescita progressiva delle capacità personali non didattiche. Perché stiamo facendo questo ai nostri figli? Perché stiamo togliendo loro la possibilità di gestire le informazioni che riguardano la loro vita?

La soluzione? Non ne ho. Nel mio piccolo cerco di non chiedere mai conferma dei compiti o di quanto fatto a scuola agli altri genitori e ho spiegato a mio figlio che guarderemo il registro elettronico sempre e solo insieme e quando me lo chiederà lui. Correremo il rischio di non avere una media scolastica da lode, di beccare qualche nota e qualche rimprovero dalle maestre (uso il noi, perché le maestre oggi se la prendono anche con i genitori) e di non essere impeccabili. Ma accidenti se sarà meno noioso. E magari ci guadagnerà anche il nostro rapporto in termini di fiducia reciproca.

AVVERTENZE: causa numerosi commenti, scrivo qui un’aggiunta al post in modo da fugare ogni dubbio: NON E’ UN POST CONTRO LA TECNOLOGIA E L’INNOVAZIONE, CHE SONO ASSOLUTAMENTE DA ASSECONDARE E INCENTIVARE. E’ UN POST SULL’EDUCAZIONE DEI FIGLI E SU COME LI PREPARIAMO ALLA VITA FUTURA, CHE NON AVRA’ LE RETI DI SALVATAGGIO che ci sono oggi a scuola. Se un’astronauta (donna!) deve andare nello spazio fa un percorso fisico e psicologico per affrontare la missione. Se un calciatore deve affrontare la finale di Champions, si sottopone a una preparazione fisica e psicologica per la partita. La domanda che MI faccio e che VI faccio è: stiamo preparando i nostri figli alla partita che dovranno giocare o alla missione che dovranno affrontare?