Smartphone e famiglia: tutti insieme (silenziosamente)

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Cristina Marrone

DATA: 14 maggio 2019

Cellulari e tablet hanno rivoluzionato il modo di comunicare anche fra genitori e figli, ma se non usati con attenzione si corre il pericolo di essere iperconnessi (ma soli)

Ma quanto tempo passano oggi i ragazzi incollati a tablet e telefonini? E quali conseguenze può avere per la loro crescita? Il tema, da tempo, tormenta i genitori. Che devono accettare un dato di fatto: la tecnologia ormai fa parte della famiglia e ha cambiato il modo di comunicare. Non necessariamente in meglio. Tra gli esperti che considerano negativo l’impatto del digitale sulle relazioni c’è Sherry Turkle, sociologa e psicologa americana che anni fa ha dato a un suo libro un titolo che non ha bisogno di spiegazioni: Alone together, «Soli insieme». Un recente studio inglese pubblicato sul Journal of Marriage and Family ha fatto il punto sulle difficili interazioni tra membri della stessa famiglia. Killian Mullan, docente di Sociologia e politica alla Aston University e Stella Chatztheochari, che insegna sociologia all’Università di Warwick, hanno analizzato i «diari del tempo» raccolti da genitori e bambini fra i gli 8 e i 16 anni nel 2000 e poi nel 2015, periodo in cui è esploso il cambiamento tecnologico. Con sorpresa è emerso che i ragazzini trascorrevano più tempo a casa nel 2015 rispetto al 2000: una mezz’ora in più, un’ora tra i 14 e i 16 anni. Peccato che abbiano anche ammesso di essere «soli» in questo tempo. E i dati hanno mostrato che figli e genitori hanno trascorso la stessa quantità di tempo (circa 90 minuti) utilizzando i dispositivi mobili quando erano insieme.

 

Incuriosisce che gli adolescenti siano diventati più casalinghi.«C’è molta più preoccupazione per la sicurezza dei figli, quindi si cerca di iper proteggerli , anche se alla fine si rischia di renderli più fragili» ipotizza Laura Turuani, psicologa e psicoterapeuta del centro milanese Il Minotauro, che si occupa di disagio adolescenziale e dipendenze. «Il “codice materno” richiede vicinanza e controllo e i mezzi di oggi consentono forme di sorveglianza che nessuna generazione precedente poteva immaginare. In ogni momento, grazie alle app di geolocalizzazione, sappiamo dove sono i ragazzi o che social stanno usando. Il registro elettronico comunica in tempo reale i voti: un ragazzo che prende un 5 non può neppure provare a tenerlo nascosto, nella speranza di recuperare con un 7. Più facile che quando torna a casa trovi già a disposizione il professore per le ripetizioni, sempre nell’ottica di anticipare i bisogni. Il mondo diventa sempre più iper protetto, a partire dall’infanzia. Gli scivoli dei bambini sono fuori norma senza i tappetini anticadute; è solo di pochi mesi fa la polemica sul fatto che le scuole medie non volevano lasciare uscire da soli neppure i ragazzi di terza. Se uno studente sarà bocciato, oggi arriva a casa una lettera degli insegnanti che invita i genitori a prepararlo alla brutta notizia».

 

Frammenti di dialogo

La casa, dunque, è vista come un ambiente sicuro. Ma almeno tra le camerette bunker e la cucina passano le informazioni? «Si comunica in modo diverso» aggiunge Turuani, che è anche co-autrice de Il ritiro sociale negli adolescenti. La solitudine di una generazione iperconnessa (Cortina editore). «Il dialogo è spezzettato, spesso scritto o con messaggi vocali nel corso della giornata. Si resta costantemente in contatto. Difficile arrivare a casa la sera e scoprire che è successo qualcosa di importante in giornata, ci si è mandati di sicuro un messaggio prima». Questa forma di comunicazione non dovrebbe sostituirsi del tutto al tradizionale “faccia a faccia”, anche se la comodità degli smartphone condiziona. Niente di troppo diverso dalla vecchia e diffusa abitudine di cenare con la tv accesa o di parcheggiare i bambini davanti ai cartoni per consentire. Tuttavia nello stare “soli insieme” di oggi c’è una differenza rispetto alla visione della tv di un tempo: prima davanti allo schermo si stava in un luogo e per un periodo circoscritto, oggi siamo sempre connessi, raggiungibili ovunque e quindi è facilissimo «distrarci».

 

Non è colpa dei ragazzi

Un errore frequente è colpevolizzare i ragazzi, che non parlerebbero perché troppo presi dai loro cellulari. Sicuri che sia così? Allora come si spiega che sono spesso proprio loro a chiedere ai grandi di spegnere il telefono o il pc quando sono insieme? «I genitori sono modelli di identificazione e devono essere coerenti» ricorda Turuani. «La mail di lavoro sottrae lo stesso tempo di un messaggio della fidanzata, il risultato emotivo è lo stesso per il figlio: vi state occupando di altro, non di lui. In molti Paesi i componenti di una famiglia cenano separati, chi davanti alla televisione, chi al computer, chi a studiare, ma sarebbe importante mantenere la tradizione di riunirsi a tavola e passare una mezz’ora insieme, per condividere le esperienze della giornata e rafforzare il legame affettivo. Preservare alcuni momenti familiari senza tecnologie è il primo passo per concedersi un tempo “sconnesso” che va riempito con scambi di opinioni e confidenze». Senza illudersi però, che basti spegnare i dispositivi digitali per avere una buona comunicazione in casa.

Steve Jobs non voleva che i figli usassero i suoi iPhone e iPad: ecco perché

FONTE: Il Messaggero

AUTORE: 

DATA: 26 febbraio 2016

Steve Jobs ha cambiato il mondo con la sua tecnologia e costruito un impero, ma non voleva che i suoi figli usassero iPod, iPad e iPhone.

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Nella sua casa non amava circondare la sua famiglia di strumenti tecnologici e sottolineava come i figli fossero lontani dal comprendere il funzionamento e le caratteristiche dei dispositivi lanciati di volta in volta sul mercato. "Non li conoscono. Dobbiamo limitare l'uso della tecnologia dentro casa da parte dei nostri bambini", diceva in un intervista al New York Times del 2010 l'amministratore delegato e fondatore di Apple dopo il lancio del primo iPad. 

Un approccio protettivo che lo accomunava ad altri guru della tecnologia. Chris Anderson, ex direttore del magazine Wired e coofondatore di Robotica 3D, ha dichiarato: "Conosco i pericoli della tecnologia, li ho vissuti sulla mia pelle e non voglio che accada lo stesso ai miei figli".
Lo stesso per Evan Williams, fondatore di Twitter, e sua moglie Sara Williams che hanno circondato i figli di libri e non di tecnologia. Tutto dipende dall'età: è necessario che non siano dipendenti e che un po' più grandi conoscano dei limiti nel loro utilizzo. 

Warren Buffett: parlare ai figli dei soldi

FONTE: Wall Street Italia

DATA: 31 luglio 2019

Warren Buffett: questo l’errore più grande dei genitori quando parlano di soldi ai propri figli

Un investitore nato Warren Buffett, il CEO di Berkshire Hathaway già a sei anni mostrò di avere la stoffa da imprenditore acquistando una confezione da sei bottiglie di Coke per 25 centesimi e rivendendo ogni lattina per un nichelino. “Mio padre è stata la mia più grande ispirazione”, ha detto Buffett in un’intervista alla CNBC nel 2013.

Da lui ho imparato fin da piccolo quanto sia importante tenere buone abitudini. Il risparmio è stata una lezione importante che mi ha insegnato”.

Ma quale secondo Buffett è il più grande errore che i genitori fanno quando insegnano ai loro figli a gestire i soldi? Aspettare troppo assicura l’oracolo di Ohama.

A volte i genitori aspettano che i loro figli siano adolescenti prima di iniziare a parlare loro di gestione del denaro, quando potrebbero iniziare a farlo quando i loro figli sono in età prescolare”.

Il tempo è un fattore chiave secondo Buffett e si dovrebbe iniziare a parlare ai propri figli di soldi fin già dalla scuola materna. A sostenere la tesi di Buffett uno studio dell’Università di Cambridge secondo cui i bambini sono già in grado di comprendere i concetti monetari di base tra i 3 e i 4 anni. E dall’età di 7 anni, i concetti di base relativi ai comportamenti finanziari futuri in genere si sono sviluppati. Un altro studio del 2018 di T. Rowe Price ha fatto emergere che solo il 4% dei genitori ha detto di aver iniziato a discutere di argomenti finanziari con i propri figli prima dei 5 anni. Il 30% ha iniziato a istruire i propri figli sui soldi all’età di 15 anni o più, mentre il 14% ha detto di non averlo mai fatto.

I consigli di Buffett per educare i propri figli al risparmio

Nel 2011, Buffett ha contribuito al lancio di una serie animata per bambini chiamata “Secret Millionaire’s Club”. Ventisei episodi ognuno dei quali affronta una lezione finanziaria, da come funziona una carta di credito al perché è importante tenere traccia di dove si mettono i soldi. Ecco alcune lezioni della serie e alcuni consigli di Buffett sull’educazione finanziaria da insegnare e ai vostri figli:

  1. Essere un pensatore flessibile: incoraggiate i vostri figli a non arrendersi solo perché qualcosa non funziona la prima volta. La capacità di pensare in modo creativo e fuori dagli schemi sarà utile quando si imbatteranno in future sfide finanziarie. Un’idea può essere sfidare i vostri figli a trovare nuovi usi per i vecchi oggetti della casa (ad esempio, i tappi delle bottiglie possono fungere da pezzi a scacchiera, una scatola di cereali vuota può essere trasformata in porta riviste). Questo aiuterà a insegnare loro a pensare in modo critico, a risparmiare denaro e ad aiutare l’ambiente allo stesso tempo.

  2. Iniziare a risparmiare denaro: per aiutare i vostri figli ad imparare a gestire i loro soldi, è importante per loro capire la differenza tra desideri e bisogni. Un’idea di attività può essere quella di dare a ciascuno dei vostri figli due barattoli di denaro: uno per risparmiare e uno per spendere. Ogni volta che ricevono dei soldi (ad esempio, come regalo o come ricompensa per aver portato a spasso il cane del vicino di casa), parlategli di come vogliono dividere il denaro tra risparmio e spesa.
    Chiedete ai vostri figli di fare una lista o creare un collage da foto di riviste di cinque o dieci cose che vorrebbero acquistare. Poi, guardate ogni elemento con loro e segnate con lui se si tratta di un desiderio o un bisogno (ad esempio, un nuovo giocattolo è un bisogno, mentre un nuovo zaino è un bisogno).

  3. Come distinguere tra prezzo e valore: l’idea alla base di questa lezione è di aiutare i bambini a capire i diversi modi in cui gli inserzionisti ci portano ad acquistare i loro servizi o prodotti. Un’idea di attività in questo caso è fare una lista degli articoli di cui hai bisogno al supermercato, e poi controllare volantini, giornali e siti web.

  4. Come prendere le giuste decisioni: la chiave per prendere decisioni intelligenti è pensare a come le diverse scelte possono influire sui risultati futuri. L’idea di attività in tal senso è parlare con i vostri figli delle vostre decisioni man mano che le prendete, così come di qualsiasi effetto domino che potrebbero avere.
    Per esempio: “Vogliamo comprare un nuovo televisore, ma il nostro condizionatore è rotto e dobbiamo risparmiare per poterlo riparare. Se non lo facciamo, farà troppo caldo in casa quando arriva l’estate. Quando ripareremo il condizionatore, allora possiamo pensare di comprare la TV”.

Violenze e social, ecco la società senza veri genitori

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE:  Antonio Polito

DATA:  2 giugno 2019

Massimo Ammaniti: «Violenze e social, ecco la società senza (veri) genitori

Lo psicoanalista: «È in crisi l’asse centrale della famiglia: fare figli e allevarli. Noi umani siamo dotati di un sistema che serve a prendersi cura dei piccoli, è un fatto biologico»

Professore Massimo Ammaniti, ci aiuti. Qui c’è bisogno di uno psicanalista. Che sta succedendo nelle famiglie italiane? Un tempo, neanche troppo tempo fa, eravamo campioni mondiali di familismo, la famiglia era al centro di tutto, nel bene dell’accudimento amorevole che dura una vita, dei legami di solidarietà e di affetto; e anche nel male del familismo amorale, del nepotismo, del paternalismo. Oggi invece della famiglia si parla solo in campagna elettorale e nella cronaca nera, perché dalle famiglie provengono alcune tra le storie più dolorose e ripugnanti. «È andato in sofferenza l’asse centrale e cruciale della istituzione-famiglia, la sua legge fondamentale: la scelta della procreazione, l’impegno che comporta l’allevamento, le rinunce e i sacrifici, sembrano sempre più ostacoli alla ricerca della felicità individuale, alla cultura del narcisismo, che mette al centro della vita la soddisfazione dei propri desideri. Abbiamo visto, nel giro di poche settimane, nella periferia di Milano, nella provincia piemontese, in un paese del Frusinate, tre vicende di maltrattamenti e abusi nei confronti dei figli piccoli da parte di genitori in condizioni di grave marginalità sociale, con storie di droga e alcol, padri e madri irascibili e violenti o acquiescenti e complici, che hanno preso a botte i figli fino a farli morire. E perché? Perché piangevano, si lamentavano, davano fastidio, impedivano il sonno o l’intimità dei genitori. Avrà notato che si tratta sempre di bambini intorno ai due anni. È il momento in cui un neonato, che va solo nutrito e pulito, diventa un essere umano che si muove, cammina, ha caldo e freddo, fa richieste continue. Alla prima prova con il duro mestiere di genitore, queste persone non hanno retto. Sono solo la punta dell’iceberg. I dati sugli abusi nei confronti dei minori ci dicono che otto casi su dieci si verificano in famiglia. È lì che vive l’orco delle favole».

Questa è la patologia dell’abbandono, della deprivazione. Ma la normalità? A me pare che il problema più grande delle famiglie italiane è che di figli ne fanno ormai davvero pochi. E chi se ne lamenta, segnalandolo come il problema principe della nostra comunità, viene subito trattato come un reazionario, un tradizionalista, un cripto-fondamentalista.
«La laicissima Francia ha preso di petto il problema della natalità, e ha messo in campo negli anni delle politiche di aiuto alle famiglie che hanno avuto ottimi risultati, tanto che oggi la natalità è più o meno sul tasso di rimpiazzo demografico, due figli per ogni donna in età fertile; mentre noi siamo a 1,32, praticamente il Paese dell’Occidente dove si fanno meno bambini. E — sono d’accordo — non è solo un problema sociale o economico. Anche se occupazione femminile, sgravi fiscali, asili nido, tempo parziale, contributi per il baby sitting, sono fattori decisivi per consentire a chi vuole generare di provarci. Ma poi ci sono anche quelli che non vogliono figli perché trovano più bella una vita senza, o li vogliono il più tardi possibile, e spesso è troppo tardi. E questo è un fatto culturale. I figli sono considerati problemi, impegni, condizionamenti, in conflitto con la realizzazione dei propri desideri. L’ha scritto anche il Papa nell’esortazione Amoris laetitia, e secondo me ha ragione, che c’è in giro troppo individualismo. Nel rapporto 2016 l’Istat calcola che il 34% delle famiglie italiane non ha figli. E del rimanente 66% con prole, il 46 per cento ha un solo figlio. È scomparso un mondo, quello dei fratelli e delle sorelle. Un mondo che consentiva ai ragazzi di non essere adultizzati fin dalla nascita, di avere un’infanzia. Se non partiamo da questo epocale cambiamento non comprendiamo niente. Una società che non fa figli si spegne».

Con la denatalità muoiono anche idee e valori del passato. Come si fa a spiegare la «fraternità» a una generazione di figli unici?
«Inoltre un bambino che cresce solo con gli adulti è spesso vittima di una iperstimolazione, che è l’altra faccia dell’abbandono, ma ha effetti negativi sullo sviluppo infantile. Li ha visti tutti questi bambini tenuti al ristorante fino a ora tarda? E tutte quelle che io chiamo le protesi educative? Il tablet già nel passeggino, il video per i viaggi in treno, YouTube a colazione, come se avessimo assunto una balia elettronica per essere un po’ lasciati in pace. Ci sono ricerche che dicono che già a otto mesi un bimbo cui vengano offerti un pupazzo e uno schermo rivolge la sua attenzione allo schermo. Così si mettono le basi per forme patologiche di dipendenza dal video. Un bambino che va a letto con la storia letta dai genitori invece ne trae un vantaggio non solo in termini di sviluppo del linguaggio, ma anche di abilità sociale, perché impara il gioco dei significati del comportamento umano, il codice della crescita».

 

Prima parlavamo dei dati Istat. Ma secondo lei è «famiglia» anche un nucleo senza figli? Gli inglesi dicono «household» che è un termine più neutro e generale, indica i gruppi umani che vivono insieme, non necessariamente legati da rapporti di sangue.
«Dal punto di vista statistico, in Italia vengono definite famiglie anche i nuclei composti da una sola persona, cioè i single. E non voglio certo discutere qui dello stile di vita che ciascuno si sceglie. Ma è un fatto indiscutibile che noi umani siamo dotati di un apposito sistema di care-giving predisposto dall’evoluzione nella corteccia orbito-frontale, e che serve a prendersi cura dei piccoli della specie. È una esigenza, diciamo così, biologica. Dal punto di vista sociale, poi, dobbiamo sapere che in una famiglia con figli è più agevole l’acquisizione di quella caratteristica cruciale dell’essere umano, il suo vero successo evolutivo, che chiamiamo “mentalizzazione”, e cioè la capacità di vedere il punto di vista degli altri, di capire che il comportamento dei simili nasce da stati d’animo simili ai nostri. Vale per i ragazzi, che se non fanno questa esperienza in famiglia poi arriveranno senza maturità all’incontro con il gruppo dei coetanei; ma vale anche per gli adulti, che diventando genitori imparano a vedere il mondo attraverso gli occhi dei figli, una singolare e travolgente esperienza di trasformazione. E la “mentalizzazione” è contagiosa, è una scuola di educazione al vivere in società».

Adesso che me lo dice capisco che cosa è che non va nei «social»: mancano persone disposte a mettersi nei panni dell’altro, per vedere le ragioni altrui, che è poi la condizione sine qua non della società aperta e della discussione pubblica. Ma che succede a un adolescente se in famiglia non riesce ad apprendere questa skill della «mentalizzazione»?
«Succede quello che è successo a Manduria, o a quel gruppo di giovani della periferia romana che hanno preso a sassate un rider di colore che si pagava l’università consegnando la pizza. Succede che alla logica della società, che è inclusiva, si sostituisce quella del gruppo, o peggio del branco, che è esclusiva. Sempre più spesso anche il social network è un branco. In quella logica si è inclusi se si esclude il fragile, il goffo, il timido, il malato, il disabile, il nero, chiunque sia in una condizione di vulnerabilità. L’Unicef calcola al 37% la percentuale dei ragazzi che sono stati in un modo o nell’altro vittima di episodi di bullismo. Perché i deboli, a quella età, sono tanti. E la socializzazione malata, priva della educazione che avviene in famiglia, è spietata nel rifiutare la debolezza».

 

Se ho capito bene lei sta dicendo che gli adolescenti narcisisti di oggi sono la prima generazione di bambini cresciuti in famiglie narcisiste?
«Esattamente. Escludere l’altro per sentirsi incluso. Questo è il contrario della socializzazione, è la tribù. L’esperienza del rifiuto è poi drammatica per chi la subisce. Ha conseguenze serie sullo sviluppo del carattere e genera stati d’ansia e di depressione. Io osservo nella mia esperienza che questo meccanismo è ormai prassi nelle scuole superiori; anche, e forse perfino di più, nei migliori licei delle grandi città, dove i professori sembrano disarmati, e i genitori distratti. E guardi che ciò che succede nelle discoteche dei quartieri borghesi di Roma, dove di recente è stata violentata una ragazza etiope da tre giovanissimi, alcol, sostanze, pasticche, viene sempre più spesso iscritto alla categoria dello “sballo”, come se fosse una forma naturale, e solo un po’ più esuberante, di divertimento. Arancia meccanica di Kubrick era la storia di un gruppo di psicopatici. Ma quanto profetico è stato quel film nello svelare il sottile piacere della sopraffazione, della intimidazione e della violenza che dorme in ciascuno di noi, e che solo quella raffinatissima forma di educazione che è la cultura può dominare. Ciò che è successo a Manduria a quel povero sessantenne, morto al culmine di un calvario di cattiveria gratuita e di sevizie, è l’arancia meccanica dei giorni nostri».

Cosa ci può salvare? Cosa è rimasto di buono nella famiglia italiana? Cosa dovremmo fare, oltre che fare più figli, stare di più con loro, saper correre il rischio educativo?

«Ci può salvare l’impegno. L’etica della responsabilità. Un bene comune da perseguire. Ci sono milioni di volontari in Italia. Quella è la cura. Ci sono 150.000 scout, quella è la palestra. Ma l’impegno civile potrebbe vivere in mille altri modi. Le racconto un episodio che ho vissuto di persona, e non dimentico. Dopo il terremoto dell’Aquila, un gruppo di università italiane pensò di replicare ciò che l’ateneo di Harvard aveva fatto in Giappone, a Kobe, dopo il terribile sisma che l’aveva colpita. Proponemmo al ministero dell’Istruzione un progetto per coinvolgere i ragazzi delle scuole nella ricostruzione, dedicandovi due pomeriggi alla settimana in cambio di un piccolo salario. L’esperienza di Kobe aveva dimostrato che un impegno collettivo poteva aiutare a combattere quei fenomeni di spaesamento, depressione, isolamento sociale, che spesso si accompagnano alle catastrofi nel comportamento dei giovani. Ci risposero che erano troppo giovani per quel tipo di cose, che i ragazzi andavano piuttosto tirati su di morale, che nelle scuole avrebbero invece mandato i clown. Ecco che cosa intendo: non li prendiamo mai sul serio, non crediamo che possano diventare adulti, forse perché noi genitori rifiutiamo di esserlo, e ormai siamo già cinquantenni quando loro diventano adolescenti, e così si somma la nostra crisi di invecchiamento alla loro di crescita. Ci capita addirittura di entrare in competizione, quasi invidiandone la gioventù. Si formano così famiglie liquide, un magma dove le generazioni non si distinguono più, e nelle quali inevitabilmente l’autorità deperisce e svanisce, perché nessuno se la sente più di incarnarla».

Ma esercitare la propria autorità con i figli è diventato pericoloso. Chi prova a mettere regole in casa si trova di fronte alla contestazione classica: ma gli altri lo fanno. Se resisti sull’acquisto del telefonino ti mostrano i compagni che ce l’hanno. Abbiamo paura di essere odiati dai figli, di non essere buoni genitori...
«E invece i genitori questo devono fare, se sono adulti e non adultescenti. Un genitore buono è un genitore finito, che ha rinunciato al suo compito di educatore. Le regole non possono più essere certamente imposte come accadeva quando eravamo ragazzi noi. Non è più il tempo per padri padroni, ma questo non vuol dire che non ci sia bisogno di regole. Discusse, frutto di mediazioni, costruite per quanto possibile con il consenso, ma servono. Sono gli stessi ragazzi, inconsciamente, a chiederci una guida. Altrimenti, senza una leadership, neanche la ribellione è possibile, e invece è la cosa più sana che possa succedere a quella età».

 

Un tempo i ragazzi avevano fretta di crescere e di andarsene, proprio per emanciparsi dall’autorità paterna, fare di testa propria, costruirsi la libertà e l’intimità di cui un adulto ha bisogno. Oggi questa fretta non c’è anche perché i genitori non esercitano più tanta autorità, li trattano come fratelli e li proteggono come se ne fossero i sindacalisti?
«I genitori devono fare il possibile perché i figli conquistino la loro autonomia e vadano via di casa, a cominciare la loro vita. Attenzione ai falsi sentimentalismi. Troppo spesso li tratteniamo dicendo a noi stessi che sono loro a voler restare. Convivenze eccessivamente lunghe tra generazioni diverse sono innaturali. Io scolpirei sullo stipite di ogni porta, in ogni casa, una frase di Erik Erikson, lo psichiatra che negli anni 60 studiò il tema della identità: “Se i genitori non accettano la propria morte, i figli non potranno entrare nella vita”. Il più delle volte sbagliamo proprio per questa paura inconscia. Oscuramente avvertiamo che la loro crescita si accompagna alla nostra fine. E proviamo a impedire entrambe. Perché l’uomo del Duemila, nel suo delirio di onnipotenza, pretende di vivere come se fosse immortale».

Perché i genitori non vogliono più leggere ad alta voce con i loro figli

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Caterina Belloni

DATA: 27 febbraio 2018 

Si sta perdendo un’abitudine utilissima per lo sviluppo cognitivo dei più piccoli. La colpa? In parte del digitale, che fagocita l’attenzione dei bambini, in parte del disagio crescente degli stessi genitori nel maneggiare i libri.

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Il numero dei genitori che leggono storie ai loro bambini è in continua diminuzione. A lanciare l’allarme è un sondaggio intitolato promosso in Gran Bretagna dalla Nielsen. Secondo questa indagine, dal 2013 ad oggi si è registrata una diminuzione del venti per cento nel numero di mamme e papà che si siedono con i pargoli a leggere. Eppure l’abitudine di sfogliare insieme un libro aiuta a sviluppare legami forti tra genitore e figlio e favorisce lo sviluppo cognitivo del piccolo. I pedagogisti lo ripetono, gli educatori lo sostengono, nelle biblioteche dei ragazzi si sono creati programmi e spazi speciali per invogliare a questa pratica. In Gran Bretagna, ad esempio, ai bambini delle elementari viene assegnato come compito di leggere insieme a un genitore per un quarto d’ora al giorno fino alla terza elementare e per mezz’ora dal quarto anno in poi. Linee guida ed indicazioni che mirano a far crescere bambini sani e felici, ma che sembrano disattese nella realtà.

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Colpa dei figli...

La conclusione del sondaggio lo dimostra, puntando il dito soprattutto sulla mancanza di momenti di lettura per i più piccoli. Durante lo scorso anno sono stati intervistati 1596 genitori di bambini da zero a tredici anni a proposito delle loro abitudini di lettura e anche 417 teenager tra i 14 e i 17 anni. E’ emerso che il 69 per cento dei bimbi in età prescolare nel 2013 aveva momenti di lettura quotidiani con un genitore, mentre adesso la percentuale è scesa al 51 per cento. Il 19 per cento dei genitori ha anche dato una spiegazione per questa riduzione: i bambini appaiono troppo stanchi e fissare la loro attenzione sul libro risulta impossibile, ma forse quelli esausti e poco motivati sono soprattutto gli adulti. Anche perché nel questionario un genitore su cinque ha confessato di provare disagio quando entra in una libreria, mentre ancora di più sostengono di sentirsi sopraffatti dall’ampia offerta di libri per bambini, con la conseguenza che non riescono a sceglierne uno e finiscono poi per non leggere ai figli (46 per cento).

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... o dei genitori?

La ricerca, poi, fa emergere un’altra causa di disinteresse per la parola scritta. Qualcuno sostiene che i piccoli non vogliano leggere i libri perché preferiscono fare altre cose, come ad esempio guardare cartoni animati alla tv o video sul computer (16 per cento). I genitori cedono alle loro richieste, «archiviano» i libri stampati e illustrati, ma poi confessano di essere spaventati dall’attenzione che i bambini dimostrano nei confronti dei nuovi strumenti tecnologici. Il 61 per cento degli intervistati ha segnalato questa preoccupazione, ma forse per evitarla bisognerebbe affidarsi di più alla vecchia abitudine della lettura sul divano. Mano nella mano. 

Tigre, elicottero o spazzaneve. E tu che genitore sei?

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: 

DATA: 26 dicembre 2017

Le nuove definizioni delle tipologie di genitori, a seconda della loro relazione con i figli: quelli che sono troppo amici, quelli super-severi. Ecco il catalogo

 

Genitori spazzaneve

Gli anglosassoni li chiamano «genitori spazzaneve», perché - letteralmente - «ripuliscono ogni cosa davanti ai loro figli in modo che nulla possa andare loro storto e possa minacciare la loro autostima». Ma ormai i genitori spazzaneve fanno parte della letteratura scientifica che indaga sui rapporti intrafamiliari. Sono iperprotettivi e eccessivamente desiderosi di evitare qualsiasi fatica e/o imprevisto ai figli sul cammino della vita. Di solito vogliono evitare gli insuccessi dei figli perché sono incapaci di affrontarli e gestirli.

 

Genitori elicottero

I genitori elicottero rappresentano l’iperpadre e l’ipermadre: sono quei genitori che trasformano il desiderio legittimo di successo dei figli in un’ossessione per se stessi e per questi ultimi. La loro sindrome è molto evidente nell’ambito della carriera scolastica dei figli, che ritengono debba funzionare al meglio senza ostacoli ma soprattutto senza considerare desideri e inclinazioni dei ragazzi. Così facendo di solito creano le condizioni per frustrazione e infelicità alla prole.

 

Mamme tigre

Prima e fortunata formula creata ormai sei anni fa dalla cinese Amy Chua nel suo best seller autobiografico «Battle Hymn of the Tiger Mother», la mamma Tigre definisce le mamme che vogliono figli super-performanti seguendo la regola dello studio matto e disperatissimo, che non concede spazio ad attività che non siano educative già dall’infanzia. Dopo una dibattito acceso la mamma Tigre è stata liquidata come genitore infelice e depresso e il metodo della professoressa di legge a Yale Amy Chua è stato bocciato da esperti e ricercatori: sono infelici le mamme tigri e anche i loro tigrotti.

 

Mamme chioccia

Parenti strette dei genitori elicottero le mamme chioccia, con la loro iper-presenza sia fisica che psicologica e con le migliori intenzioni, tendono a rovinare la vita dei figli, perdendo di vista ciò che è veramente importante per l’educazione e lo sviluppo della personalità. Oltreoceano è un atteggiamento attribuito principalmente alla famosa generazione dei baby-boomers, quelli nati nel dopoguerra (tra il 1946 e il 1964), che, una volta diventati genitori, svegliano tutte le mattine i loro «bambini» perché non arrivino in ritardo a lezione, magari al college, probabilmente via telefonino (che il professore americano Richard Mullendore ha definito «il cordone ombelicale più lungo del mondo»). Ecco alcuni consigli per evitare un eccesso di «chioccismo»

 

Mamma coccodrillo

Secondo la teoria di Lacan sono le madri che si sacrificano per la vita del figlio e così, insoddisfatte di sé, tendono poi anche a inglobarne l’esistenza, come in una eterna gravidanza. Si tratta di una figura tipica delle società patriarcali, in cui i padri incarnano la Legge e le mamme la cura. Oggi è un tipo di psicopatologia meno diffuso che ha lasciato il posto al suo contrario: alla mamma narciso che non vuole occuparsi dei figli per occuparsi di sé.

 

Genitori pavone

Oltre agli elicotteri, agli spazzaneve e ai coccodrilli ci sono i genitori «Pavone». Sono coloro che si compiacciono specchiandosi nei propri figli. Genitori prestazionali sognano di avere dei piccoli campioni invece che dei figli da educare e da mostrare.

 

Papà peluche

Secondo la definizione di Daniele Novara si tratta di «una figura di genitore morbida, compiacente, gratificante. Che non ama stare nel suo ruolo, si trova a disagio». Paralizzati dalla paura di opporsi ai figli con dei no, di contenerli e guidarli con decisione, producono creando disordine dei ruoli dentro la famiglia dei figli tirannici. Ma anche dei figli soli ai quali sono inconsapevolmente demandate le scelte anche da piccoli come se fossero adulti.

 

 

Dieci consigli per coltivare l’amore per la lettura nei nostri figli

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Cristina Marrone

DATA: 26 giugno 2016

I bambini diventano lettori per tutta la vita per svariate ragioni. A volte c’è un libro fondamentale che cattura la loro immaginazione. Altre volte sono gli insegnanti a proporre libri molto amati e in alcuni casi sono gli stessi genitori a influenzare l’amore per i libri andando spesso in libreria o in biblioteca, leggendo prima di andare a letto o valutando insieme i libri da leggere per le vacanze. Ecco qualche consiglio per coltivare l’amore per la lettura nei nostri figli, un piacere che può durare un’intera vita, suggeriti per la Cnn da Regan McMahon, giornalista di Common Sense Media

Leggere ad alta voce

Leggere ad alta voce può risultare naturale per molti neo genitori, ma è importante tenere il passo e proseguire nel tempo con questa buona abitudine. I bambini potranno goderne più a lungo di quanto si pensi. È molto piacevole ed emozionante leggere a un neonato o a un bambino che ci stanno rannicchiati addosso e condividere con loro immagini e parole. Vostro figlio potrebbe chiedervi di leggere lo stesso libro anche un centinaio di volte, ci vuole pazienza! Da grande si ricorderà sia la vicinanza fisica , sia la storia. È ideale cercare di assecondare le preferenze, quindi scegliere libri su pirati, vichinghi, animali, spazio, qualunque cosa interessi il bambino.

GLI ALTRI 9 CONSIGLI CLICCANDO SUL LINK DEL CORRIERE

 

Come far mangiare le verdure ai bambini

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Laura Cuppini

DATA: 1 febbraio 2017

Strategie (più o meno assurde)
per far mangiare le verdure ai bambini

Molti genitori devono affrontare il rifiuto dei figli di fronte ai vegetali: c’è chi li nasconde dentro alimenti più graditi e chi minaccia terribili punizioni. Ma sono tutte strade destinate a fallire. Le uniche “armi” davvero efficaci sono in realtà le più semplici: coinvolgere i bambini nella preparazione del pasto, dare il buon esempio mangiando verdure in prima persona, ricordarsi che ognuno ha i suoi gusti ma anche che le abitudini alimentari si formano nei primi mesi di vita e dunque le scelte di mamma e papà sono decisive.

Bambini «corrotti» col denaro

C’è chi nasconde le verdure dentro bocconi di altro cibo, chi costringe i figli a restare seduti finché il piatto non è perfettamente pulito, chi minaccia punizioni o promette regali. Probabilmente ognuno di noi conosce genitori “disperati” per il rifiuto del pargolo a mangiare qualunque alimento di colore verde (o comunque di origine vegetale). Una teoria recente ha lanciato l’idea di aprire un conto corrente bancario in cui vengono versati dei soldi ogni volta che il piccolo mangia un piatto di spinaci o il minestrone. I benefici di questa “corruzione” si vedrebbero, secondo uno studio americano, per alcuni mesi anche dopo il termine dei versamenti sul conto. E l’obiettivo finale sarebbe quello di accompagnare il figlio, a suon di omaggi monetari, fino all’età in cui può rendersi conto da solo che mangiare sano è importante per stare bene (e dunque, in teoria, a quel punto lo farebbe anche senza incentivi). Un articolo sulla Cnn fa notare che qualunque corrispettivo, in denaro e non, è assolutamente lontano dal raggiungere lo scopo finale, che è - o dovrebbe essere - far sì che i bambini abbiano un buon rapporto con il cibo, soprattutto quello salutare. Con frasi come «se non mangi la verdura non avrai il dolce», si sottintende che mangiare i vegetali è una specie di “tortura” per arrivare al cibo davvero desiderabile, ovvero il dessert. E allora, che fare?

 

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Il violino di Einstein, ovvero come crescere figli creativi (e geniali)

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Orsola Riva

DATA: 20 ottobre 2016

I consigli ai genitori del professor Adam Grant, autore del best-seller «Originals»: più valori che regole, puntate sul carattere e fate leggere i vostri figli. Con una postilla della psicologa Carol Dweck: non ditegli che sono intelligenti, così rischiate di bloccarli per la paura di sbagliare.

 

Sogni il Nobel per la fisica? Studia il violino

Sognate che vostro figlio/figlia un giorno vinca il Nobel per le fisica? Allora fategli suonare il violino, come faceva mamma Einstein con il piccolo Albert. All’inizio detestava andare a lezione, poi si appassionò veramente. Tanto che una volta disse che se non fosse stato capace di pensare in musica non avrebbe mai potuto elaborare la teoria della relatività.

einstain-col-violino

I bambini creativi sono i grandi visionari di domani. Non i primi della classe, i piccoli geni della matematica o del computer di cui noi genitori andiamo così fieri, ma quelli che studiano per passione più che per zelo, che non cercano di compiacerci con i bei voti e il dieci in condotta ma che sanno pensare con la propria testa. Solo belle parole? Niente affatto, sostiene il professor Adam Grant, docente alla Wharton School dell’Università della Pennsylvania, autore del bestseller Originals: How Non-Conformists Move the World. Che genio e creatività vadano a braccetto, dice Grant in un video pubblicato da The Atlantic, lo dimostra il fatto che se si fa un censimento degli scienziati che hanno vinto il Nobel, molti di loro sapevano anche suonare uno strumento musicale, scrivevano poesie, erano discreti pittori dilettanti, ottimi ballerini, amavano recitare o fare giochi di prestigio... Ecco allora alcuni consigli ai genitori per incoraggiare la creatività dei propri figli.

 

Valori più che regole

In primo luogo il professor Grant consiglia di non puntare tutto sulle regole. I bambini che le seguono pedissequamente finiscono per diventare compiacenti, mentre quelli che vi si ribellano rischiano di non imparare ad affrontare i problemi ma solo a schivarli.

Anche se - va detto - in letteratura le pagine più belle sulla creatività dei bambini le hanno scritte proprio i disobbedienti. Vale su tutte la lezione, immortale, di Tom Sawyer che, dopo l’ennesima marachella, viene messo per punizione dalla zia a dipingere la staccionata di casa. Cosa si inventa Tom per spuntarla ancora una volta? Non solo riesce a convincere un gruppo di amichetti a imbiancare la staccionata al suo posto ma si fa pure pagare per il lavoro.

staccionata

 

Conta il carattere, più del comportamento

Se troppe regole fanno male, anche l’eccesso opposto rischia di essere dannoso, sostiene il professor Grant. Inutile continuare a dire: «Non seguire il gregge, non fare il pecorone».

 

pecore 

 

Vietato dire ai figli che sono intelligenti (IO, PIETRO B., NON SONO D’ACCORDO, IN BASE ALL’ESPERIENZA. BiSOGNA AGGIUNGERE CHE SENZA LA VOLONTà NON SI VA DA NESSUNA PARTE)

A proposito dell’importanza del carattere, vale la lezione della psicologa americana Carol Dweck, che da anni sostiene come non ci sia niente di più sbagliato che continuare a lodare i propri figli dicendo loro in continuazione che sono tanto intelligenti e dotati. Così si rischia soltanto di bloccarli per la paura di sbagliare. Mentre il solo modo per aiutarli è puntare non sulle loro presunte capacità innate ma sul carattere inteso come impegno continuo e resilienza: se cadi, rialzati; se sbagli, riprovaci.

genietto

E’ il processo che conta (con buona pace del totem americano dell’IQ, il quoziente d’intelligenza). Ecco la ricetta migliore per crescere dei figli davvero intelligenti (e creativi): non dirgli che lo sono!

 

La lezione che viene dai libri

Una delle cose che plasma maggiormente l’immaginazione di un’intera generazione sono i libri per ragazzi. I nostri nonni, i nostri padri e pure noi ci dividevamo in due squadre: Verne contro Sandokan. Da un lato l’avventura con la A maiuscola, quella dei viaggi al centro della terra, sulla luna o in fondo agli abissi, dei capitani Nemo e delle isole misteriose; dall’altro, l’esotismo della giungla, fra pericolosi sikh armati di kriss (i pugnali malesi con la lama a biscia) e perle di Labuan...

ragazza-con-bacchetta

I nostri figli sono cresciuti invece alla scuola di Hogwarts, ma in fondo fa lo stesso. Secondo il professor Grant uno dei modi migliori per stimolare la creatività dei bambini è chiedergli di mettersi nei panni dei loro eroi di carta: cosa farebbero Harry Potter o Ermione in una determinata situazione? Aiuta a guardare le cose con gli occhi degli altri, a pensare in modo creativo. Anche se, certo, con la bacchetta magica è tutto molto più facile...