Lista stupri al Giulio Cesare, Crepet: «Scuola e famiglie devono educare al rispetto»

FONTE: Il Messaggero

AUTORE: Laura Pace

DATA: 30 novembre 2025

Lista stupri al Giulio Cesare, Crepet: «Scuola e famiglie devono educare al rispetto. I social? Non creano il male ma lo amplificano»

Lo psichiatra: «I genitori spesso minimizzano o difendono certi gesti. Così si cresce senza freni e senza coscienza»

«Nei bagni del mio liceo, sessant’anni fa, accadeva esattamente la stessa cosa. Con una differenza enorme: allora non ci illudevamo di essere evoluti. Oggi sì». Paolo Crepet non si mostra sorpreso davanti alla “lista degli stupri” comparsa al liceo Giulio Cesare di Roma, con i nomi di nove studentesse scritti su un muro del bagno dei ragazzi. Anzi, il gesto gli appare come una tragica conferma. «La violenza non è una novità. È l’ipocrisia a esserlo». E oggi, aggiunge, quella violenza «è amplificata all’ennesima potenza dai social, che fanno da cassa di risonanza».

Psichiatra, sociologo e saggista, autore di decine di libri sulla crisi educativa e sul disagio emotivo delle nuove generazioni, Crepet collega l’episodio del Giulio Cesare a un fallimento più profondo: quello del mondo adulto.

Come si spiega che una generazione come quella Z ritenuta sensibile ai diritti e all’inclusione produca gesti così violenti?
«La generazione Z non esiste. È un’etichetta comoda che si appiccica a persone nate in un certo periodo. Si danno per scontati valori che in realtà non sono affatto assimilati. Si dice: questi ragazzi sono aperti, inclusivi, rispettosi. Ma sulla base di cosa? Di slogan? Di date di nascita? Conta ciò che fai, non l’anno in cui sei nato».
È un segnale dei tempi o una deriva che la scuola si porta dietro da decenni?
«Quelle scritte nei bagni c’erano anche ai miei tempi: numeri di telefono, frasi oscene. Una cosa antica, direi archeologica. Non è progresso questo. È ripetizione».
Il punto quindi non è generazionale ma educativo?
«Certo, mi chiedo sempre: quando questi ragazzi vengono chiamati a rispondere delle loro azioni, che cosa dicono i genitori? “È una ragazzata”? È questo il vero scandalo. Padri e madri pavidi, incapaci di assumersi la responsabilità educativa. Difendono, giustificano, minimizzano. Così si cresce senza freni e senza coscienza».
Quanto incide la violenza di genere in episodi come quello del Giulio Cesare?
«La violenza non è maschile o femminile. È umana. Nei bagni si sono espressi dei maschi, certo, ma raccontare tutto solo come questione di genere è riduttivo. Qui il problema è la mancanza di rispetto. Quel gesto è la firma dell’impotenza. L’uomo violento è un uomo debole, banale, ripetitivo. Chi minaccia, sbeffeggia, umilia è qualcuno che non ha strumenti interiori. E quegli strumenti o li insegni a casa o non arrivano più».
I social hanno una responsabilità diretta?
«I social non creano il male, lo amplificano. Sono come le piazze di una volta, ma cento volte più rumorose. Se vivessimo in un mondo che legge Leopardi o Pasolini, sarebbe diverso. Invece viviamo in un mondo violento e superficiale. E i social fanno da megafono a tutto questo. Se crediamo davvero che facciano così male, perché non li spegniamo? I genitori dicono che sono pericolosi e poi regalano alla prima occasione un telefono ai figli. È incoerenza pura».
Il fatto che tutto diventi contenuto condivisibile rende i ragazzi meno empatici?
«Probabilmente sì. Se tutto è pubblico, spettacolare, esposto, allora tutto diventa meno umano».
Serve ripensare l’intero modello educativo?
«Non è un’opzione: è il minimo. Abbiamo un enorme vuoto emotivo. E al posto di riempirlo con cultura, poesia, coscienza, lo stiamo consegnando alle macchine. L’intelligenza artificiale non educa, disabitua al pensiero. Nelle scuole servirebbero poeti, scrittori, figure morali. Servirebbero dei Don Milani».

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Galimberti: “Riempiamo la scuola di Letteratura e non di computer”, e sui docenti inadeguati: “Il ruolo va abolito”

FONTE: Orizzonte Scuola

DATA: 24 settembre 2025

Il sostegno si deve dare solo davanti a cose serie e invece alla scuola primaria sembrano tutti dei malati”. Così esordisce Umberto Galimberti al Festival della Filosofia di Modena davanti a una Piazza Grande gremita. Poi il filosofo e psicanalista rincara la dose. “Bisogna – chiarisce – che l’insegnante di sostegno non sia uno che non avendo avuto assegnata una cattedra di una materia abbia avuto una una di sostegno”. Deve insomma “sapere come si tratta un Asperger”. Poiché, “se non lo sa non sta sostenendo un bel niente”.

Secondo il filosofo “non bisogna dare il sostegno a bambini che non sono casi patologici: assegnarlo a bambini che non sono patologici non è una cosa buona poiché in questo caso si darebbe al bambino un segnale negativo e cioè che da solo non ce la farà mai”.

È un Galimberti che va a ruota libera nel suo ormai ripetitivo attacco agli insegnanti, almeno a quelli inadeguati. Specie a quelli della scuola secondaria di primo grado, poiché la primaria, assicura lui, è una delle migliori del mondo. “Magari mi daranno insulti sui social – avverte – ma io non ho social e dunque non me ne frega niente”. E insiste: “Non ho capito perché la scuola media sia un disastro e perché sia il peggior settore della scuola”. Ma poi la risposta gli viene. E la spiega in tempo reale: “Io penso – ecco la risposta al dilemma – che è perché gli insegnanti delle medie non hanno trovato un posto alle superiori”. Eppure, prosegue, “la scuola media è importante perché oggi abbiamo una sessualità anticipata e la sessualità ti cambia radicalmente la visione del mondo. Quando fa la comparsa la sessualità cambia tutto. Prima capitava a 14 anni e Freud diceva che la scuola deve fare qualcosa di più che evitare di spingere i giovani al suicidio”. Galimberti – aggiungiamo noi – allude a un brano del trattato intitolato “Contributi a una discussione sul suicidio” in “Opere”, Boringhieri Torino, 1963-1993, volume VI, pp. 301-302, laddove lo psicanalista austriaco scrive che la scuola deve creare in loro il piacere di vivere e offrire appoggio e sostegno in un periodo della loro esistenza in cui sono necessitati dalle condizioni del proprio sviluppo ad allentare i legami con la casa paterna e con la famiglia. Non è questa l’occasione di fare una critica della Scuola nella sua attuale struttura. Mi è tuttavia consentito di mettere l’accento su un singolo punto. La scuola non deve mai dimenticare di avere a che fare con individui ancora immaturi, ai quali non è lecito negare il diritto di indugiare in determinate fasi, seppur sgradevoli dello sviluppo. Essa non si deve assumere la prerogativa di inesorabilità propria della vita; non deve essere più che un gioco di vita»

La scuola come gioco, dunque. Ma con delle precisazioni, chiarisce Galimberti: “La scuola – conferma – non dev’essere l’ultima istanza della vita ma un gioco”. Ma il gioco, poi chiarisce, “ha delle regole che vanno rispettate. Tu a scuola impari le regole della vita e se le impari a scuola lo fai nell’ambito di una comunità che ti protegge, poi ti ritrovi nella società”.

Scuola media come tempo di scoperta della sessualità. La scoperta delle pulsioni sessuali arriva oggi a 13 anni “perché la sessualità è stata anticipata. Le ragazze dopo pochi mesi che navigano in rete scoprono il porno. Ma il porno fa vedere solo la sessualità e allora i bambini vedono i gesti ma la loro psiche non è all’altezza per comprendere. E quando si propone di introdurre l’educazione sessuale a scuola loro sanno già tutto. Il problema è che non collegano le pulsioni e la gestualità alle emozioni, poi crescono e vivono la solitudine della sessualità: le statistiche svelano che oggi i giovani non fanno molto sesso, c’è un declino del desiderio”.

L’educazione è scandita da alcune tappe, dice Galimberti: “La prima è a livello pulsionale ed è a tempo indeterminato. Serve dunque l’educazione, ma non basta: servono istituzioni capaci di ridurre la conflittualità. C’è rispetto per le leggi? No”. C’è anche bullismo, nelle scuole. “Il bullo – spiega Galimberti – è un ragazzo molto debole costretto a gesti violenti tutti i giorni perché se lui fosse forte il bullismo non servirebbe. E cosa fa la scuola in questi casi? Li sospende. E invece occorre tenerli a scuola il doppio del tempo in modo che abbiano la risonanza emotiva e una consapevolezza immediata dei loro comportamenti. Non è vero che i ragazzi conoscono la differenza tra corteggiare e stuprare e questo lo vediamo nei processi: non hanno la risonanza emotiva che va insegnata altrimenti diventano persone pericolose”. E la scuola fa qualcosa? si chiede. “No – risponde – I ragazzi dovrebbero arrivare ai sentimenti, che sono la tappa successiva dell’educazione. Sono prodotti culturali, i sentimenti, noi non nasciamo con i sentimenti”. E allora? “E allora abbiamo uno strumento straordinario che è la letteratura. La letteratura ti fa conoscere il dolore, l’amore, la speranza, il coraggio, la disperazione, la noia, e quando la persona è presa dalla crisi ha un articolato a cui aggrapparsi, altrimenti è dura”. E dunque? “E dunque occorre riempire la scuola di letteratura e non di computer. Lo scopo della scuola è quello della formazione di un uomo perché se non lo diventi entro quell’età non lo diventerai mai più”. E a scuola si fa? “Nulla di questo succede a scuola”. Ti pareva. Tecnologie al posto della letteratura? È davvero questo ciò che sta succedendo nelle nostre aule? “Chi ha inventato le tecnologie – spiega Galimberti – dice che un quarto d’ora di lezione frontale non equivale a due ore di tecnologie”.

Scuola e cattivi maestri. Insegnanti non all’altezza? Talvolta succede e “se uno ha un cattivo insegnante si dovrebbe potere ovviare”. Come? “Si cacciano”. E invece “se sei un insegnante scadente hai il diritto di rovinare una classe per 40 anni”. E ancora: “Non mi disturba che il docente plagi i ragazzi. Pericolosa sarebbe semmai la sua demotivazione”. Galimberti ammette di essere “per la scuola pubblica al cento per cento. È una scuola che ammette in classe alunni di ogni colore, di ogni religione e ceto sociale, con gli occhi a mandorla o di ogni altro tipo. La scuola pubblica abitua a quello che sarà il futuro”. Però? “Però – segnala il filosofo – le scuole private funzionano meglio”. E sapete perché? “Perché il preside svolge vari colloqui con i professori prima di assumerli a tempo indeterminato ma può anche licenziarli. Nella scuola pubblica gli insegnanti che entrano in ruolo hanno un contratto a tempo indeterminato come succede in tutti gli altri settori produttivi. Perché lo Stato non li licenzia se sono inadeguati? Perché li paga poco. Li paga poco ma per tutta la vita”. Che fare? “Il ruolo va abolito”, è la soluzione del filosofo. Quanto ai genitori, “dovrebbero essere espulsi dalla scuola superiore perché si sostituiscono ai figli. Se i figli diciottenni hanno i genitori come difensori quando si emancipano? Con le madri che puliscono la stanza? Ma scherziamo? A scuola i ragazzi non possono tenere pulite le proprie aule? I bidelli sono inutili alle scuole superiori. Possibile che i ragazzi non siano in grado di mantenere un ordine in aula, che poi diventerebbe un ordine mentale?” Per altri versi, prosegue Galimberti, “affinché la scuola funzioni le classi siano di 12 alunni. Quando invece abbiamo uno Stato che costruisce classi di 28, 30 alunni significa che non vuole educare”.

Ma quale educazione? “La scuola italiana educa all’intelligenza logico-matematica ma ci sono tante altre intelligenze, quelle psicologiche, quelle somatiche, quelle musicali, quelle relazionali e tante altre. Non esistono solo quelle logico-matematiche”. Quelle usate anche per i test d’ingresso universitari, tanto per intenderci. E invece? “E invece, se i vostri studenti non ci arrivano, non dovete pensare che siano dei ritardati, significa semplicemente che servirebbe loro più tempo. Abbiamo un Paese che accoglie milioni di turisti per l’arte ma i nostri studenti non sanno nulla di storia dell’arte.”

Quale futuro per i nostri ragazzi? “Dai 15 ai 30 anni – spiega Galimberti – i giovani hanno il massimo di potenza sessuale ma non quella generativa. Per generare devi uscire di casa, devi aver un mutuo e una casa e per cui per aumentare la natalità non devi dare mille euro per fare il terzo figlio, li devi dare per il primo figlio e se non c’è natalità il Paese va in mano ha chi ha più forza”, Si allude agli stranieri, ai musulmani, contro i quali il paese pensa di chiudersi a riccio a differenza di altri Stati come l’Inghilterra dove tanti stranieri sono diventati sindaci e ministri: “Noi siamo capaci forse di promuovere a sindaco o a ministro un pakistano? No, perché siamo vittime di un ritardo antropologico. Gli stranieri sono più forti di noi e quindi ci domineranno. Abbiamo la forza biologica e psicologica per impedirlo? No. È la biologia a decidere chi deve governare la storia”.

E tornando ai giovani, per concludere: “Durante l’età del massimo della loro potenza ideativa gli facciamo fare le fotocopie. In questo modo non si può avere un futuro”. Quale futuro? “Una volta la società era di due generazioni, padre e figlio. Ora quando muore il nonno la casa va al padre del figlio”. Non è un Paese per figli.

Pietro Bordo ha parlato di scuola su Rai 1, a Unomattina Estate, insieme a Carlo Conti e Daniele Novara

FONTE:

AUTORE: Pietro Bordo

DATA: 13 agosto 2025

Pietro Bordo ha parlato di scuola su Rai 1, a Unomattina Estate, insieme a Carlo Conti e Daniele Novara.

Il link per vedere il video è appena sopra.

La scaletta è cambiata durante la diretta. Il tempo era finito e per riuscire ad accennare all'energia atomica dell'amore, rivoluzione copernicana che può cambiare la scuola (relazioni umane, personali fra docenti, alunni e genitori), ha dovuto insistere, non si vede nel video, con Alessandro Greco.

Il capoautore gli ha prospettato la possibilità di approfondire a Unomattina Inverno…

Pietro Bordo al convegno “Le radici del futuro”, Camera dei Deputati. Presente il ministro della pubblica istruzione e del merito, Giuseppe Valditara

FONTE:

AUTORE: Pietro Bordo

DATA: 9 aprile 2025

LINK: 

 

L’8 aprile 2025 alla Camera dei Deputati, Sala Tatarella, si è tenuto il convegno “Le radici del futuro”, con la presenza del ministro della pubblica istruzione e del merito, Giuseppe Valditara, con il quale ho avuto l’onore di parlare in privato.

Ho avuto la possibilità di tenere un intervento, al cui video porta il seguente link

Erano presenti anche l’on.le Paola Frassinetti, sottosegretario di stato del Ministero della Pubblica Istruzione e del Merito; alcuni senatori e deputati di FdI; docenti, dirigenti ed esponenti di alto livello del mondo della scuola e della cultura.

Hanno partecipato anche i coordinatori della commissione tecnica ministeriale che ha scritto le “Nuove Indicazioni Nazionali per la Scuola”.

La Presidente della commissione tecnica ministeriale mi ha chiesto il testo del mio intervento; ed il Ministro il biglietto da visita...

Il poco tempo che ho avuto a disposizione mi ha costretto a parlare velocemente. Per questo motivo, consiglio di visualizzare i sottotitoli.

 

Testo dell’intervento

Grazie al sottosegretario Paola Frassinetti per aver organizzato questo incontro. Grazie al Governo per le nuove indicazioni nazionali, grazie a chi le ha scritte.

Ho insegnato per quarantasette anni in ogni tipo di scuola primaria esistente in Italia: parificata, privata, paritaria, pubblica.

Ho studiato tutto il testo, un gran bel lavoro.

Velocemente… benissimo per le materie orali, ho trovato le tabelline, i riassunti… che bello.

Arte ed immagine: bellissime parole, ma fra gli obiettivi io avrei evidenziato con parole inequivocabili il più importante: portare il bambino a sapersi difendere dalla pubblicità, intesa in senso lato. Anche da chi subdolamente ti vuol imporre le proprie opinioni.

Di getto mi è venuto da dire che voi ingegneri coordinatori avete migliorato moltissimo l’automobile: la carrozzeria, i sedili, il confort, il colore. Ma, da meccanico, da autista, vedo che non avete pensato molto al motore: l’auto da voi indicata invece che a passo d’uomo, come va oggi, dopo il vostro intervento potrebbe andare come una bicicletta. L’energia ottimale che serve per farla correre come una Ferrari pochissimi la usano. Questa energia, la più potente dell’universo è l’amore; con i suoi derivati.

Il carburante che serve per far andare veloce una macchina così importante sono le relazioni umane, personali, in tutte le direzioni, fra il bambino, i docenti ed i genitori. Che oggi sono affidate all’iniziativa individuale e improvvisatrice di pochissimi docenti.

Ciò che ho letto fino a pag. 13 della bozza è tutto un sogno: non accade quasi mai. Non ipotizzo, non immagino: ho un universo di riferimento di centinaia di colleghe della pubblica che venivano da tante scuole nelle mie e di centinaia di genitori, sia della privata che della pubblica. Universo esplorato per quarantasette anni, scusate, con successo documentabile. Mi chiedono periodicamente incontri i miei alunni di tutte le età, gli ultimi vicini ai cinquant’anni.

Di seguito i sogni (non ci sono nel video):

1-…la scuola accompagna bambini e adolescenti, sin dalla scuola dell’infanzia, a capire chi sono, da dove vengono…

2-… esso può esplicarsi con efficacia solo grazie all’indispensabile alleanza con le

famiglie che svolgono un ruolo complementare a quello della scuola…

3-…scuola e famiglia costituiscono, in ragione delle grandi valenze educative e affettive l’una e per l’azione sistematica e intenzionale di istruzione l’altra…, le due colonne portanti del percorso di apprendimento di bambini e adolescenti…

Tutto un sogno, non accade quasi mai ed infatti oggi il palazzo crolla (tanta violenza, tutti i giorni) perché le due colonne, famiglia e scuola, quando va bene si ignorano, quando va male, frequentemente, sono in conflitto.

Le relazioni umane per svilupparsi necessitano di contatti personali. Fra gli obiettivi dei docenti deve esserci l’impegno a realizzare una relazione almeno buona con i genitori e significativa con tutti gli alunni, fatta non solo di insegnamenti ed informazioni.

Il bambino deve capire che è accolto, accettato, amato a prescindere da qualsiasi altra considerazione

Allora il ragazzo darà il meglio di sé. Con me è sempre successo. Tutto ciò in stretta collaborazione con i genitori, con effetto sinergico sempre constatato. Ed accade ad altri docenti, pochissimi.

Il tutto si potrebbe realizzare, più o meno bene, prevedendo, nelle linee guida, un tempo scolastico da dedicare ai colloqui individuali dei docenti con gli alunni e con i genitori. Gli ultimi anni ai colloqui con i genitori io e le mie colleghe, eravamo almeno in sei, avevamo sette minuti per ogni famiglia. Ridicolo. Ma i miei colloqui individuali con ogni bambino non sono mai mancati: uscivo dall’aula approfittando della presenza dell’insegnante di sostegno.

Pag. 38: …scopo primario della scuola è insegnare a leggere, a comprendere, e a scrivere in modo corretto.

Le prove Invalsi testimoniano le carenze degli alunni, soprattutto in lingua italiana, che ha una funzione propedeutica per tutti gli apprendimenti e per lo sviluppo ottimale delle funzioni intellettive, del pensiero.

Le docenti di italiano delle superiori dicono che il 75% degli studenti che escono dalle medie hanno competenze linguistiche insufficienti o scarse.

Non c’è da stupirsi: oltre alle carenze di relazioni umane di cui ho detto prima, alla primaria nelle quaranta ore settimanali del tempo pieno le ore dedicate a lingua italiana sono sei. Sì, sei. Fa ridere; anzi, piangere. Ho provato per anni a cambiare, impossibile, dicevano le varie presidi.  Devono dirlo le indicazioni nazionali: almeno dieci-dodici ore settimanali.

Immagino numeri simili alle medie.

Riassumo. Il vostro obiettivo è migliorare la scuola italiana. E migliorerà con le ottime nuove indicazioni nazionali. Ma l’efficacia del vostro lavoro potrebbe essere infinitamente maggiore se sfruttaste l’energia più potente dell’universo: l’amore.

In concreto, se dedicaste attenzione alla metodologia relazionale fra le persone della scuola e deste indicazioni in tal senso, come ho già detto prima; se indicaste un numero minimo adeguato di ore settimanali per italiano, matematica ed inglese.

Aggiungo che buoni rapporti personali tra prof, alunni e famiglie danno un grande aiuto per disinnescare bullismo e violenza a scuola e fuori.

Non è il giorno per parlare della valutazione dei docenti, la madre delle riforme.

Grazie dell’attenzione.

Psicologa Nastri: “L’uso precoce e massiccio di smartphone modifica la massa bianca del cervello…

FONTE: Orizzonte Scuola

AUTORE:  Andrea Carlino

DATA: 2 maggio 2024

Psicologa Nastri: “L’uso precoce e massiccio di smartphone modifica la massa bianca del cervello. Scuola e famiglia per costruire un rapporto sano con la tecnologia”.

A Orizzonte Scuola interviene Federica Nastri, psicologa, criminologa, pedagogista e mediatrice familiare, per un’approfondita analisi del rapporto tra bambini e tecnologia.

Nell’era digitale, l’esposizione precoce e spesso incontrollata agli schermi pone serie questioni sullo sviluppo psicofisico dei più piccoli. La psicologa Nastri ci guida alla scoperta dei segnali di un uso problematico della tecnologia, delle conseguenze a lungo termine e di strategie efficaci per genitori ed educatori.

La maggior parte dei bambini oggi entra in contatto con i dispositivi digitali già nei primi anni di vita, creando una sorta di “prolungamento” degli arti. Questo rende difficile distinguere tra un uso normale e uno problematico, poiché il problema spesso nasce dall’adulto che fornisce il dispositivo al bambino.

Come si accompagna un bambino per strada, così bisogna accompagnarlo nel mondo digitale, educandolo alla prevenzione dei rischi. Condividere esperienze personali e aprire un dialogo basato sulla fiducia può aiutare i bambini a comprendere i pericoli senza spaventarli eccessivamente. Educare i bambini alla gestione del tempo fin dalla tenera età è fondamentale per un uso sano e responsabile della tecnologia. Far sperimentare la noia e l’attesa aiuta a sviluppare la creatività, l’intelligenza emotiva e la capacità di vivere nel mondo reale.

La dipendenza digitale può influenzare negativamente il rendimento scolastico, distogliendo l’attenzione dagli obiettivi e creando difficoltà cognitive e comportamentali. La scuola, in collaborazione con professionisti della salute mentale, può promuovere un uso sano della tecnologia attraverso programmi specifici e attività che stimolino la sfera emozionale, il contatto con la natura e le persone, lo sport e l’affettività.

Dottoressa Nastri, quali sono i segnali di un’esposizione eccessiva agli schermi in bambini così piccoli? Come possono i genitori distinguere tra un uso normale e uno problematico?

Secondo gli studi più recenti, sulle abitudini in ambito tecnologico dei bambini dai 6 mesi ai 4 anni, risulta che il 96,6% utilizza media device e molti di loro iniziano a usarli già nel primo anno di vita.  Comprendiamo quindi che, a oggi, per la maggioranza dei bambini, i dispositivi elettronici rappresentano un vero e proprio “prolungamento” dei loro arti: nascono con loro, crescono con loro, si evolvono con loro inducendoli a una involuzione sotto ogni punto di vista. Fino a un decennio fa potevamo parlare dei “segnali” fondamentali affinché i genitori potessero monitorare l’uso o abuso della tecnologia; ora che l’età di utilizzo è scesa vertiginosamente ai pochi mesi, ahimè, capiamo quanto il problema non dipenda più dal bambino fin troppo piccolo per scegliere individualmente di impiegare il suo tempo muovendo le dita su uno smartphone ma dell’adulto che glielo consegna. Perciò, il tempo trascorso dai bambini molto piccoli davanti agli schermi risulta associato al modo in cui i loro stessi caregiver utilizzano la tecnologia. Pertanto, diviene complicato stabilire già per gli adulti un proprio autocontrollo all’uso, e che ne stabilisca un “uso normale o problematico”. Sicuramente, i primissimi campanelli d’allarme a cui prestare attenzione sono: reazioni spropositate di rabbia e frustrazione, costanti sbalzi d’umore, impulsi incontrollabili nel “controllare” il dispositivo, sintomi d’astinenza nel distacco dall’oggetto vissuto come indispensabile.

Quali sono le conseguenze a lungo termine di un’esposizione precoce e incontrollata agli schermi sullo sviluppo psicofisico del bambino?

Il mondo digitale, rimanda al modello stimolo-risposta, nonché qualcosa di astratto rispetto a un pensiero concreto di qualsiasi cosa. L’utilizzo precoce e massiccio di queste tecnologie, cambia il modo di organizzare la conoscenza del bambino così radicalmente da modificare la struttura della massa bianca del cervello e alterare le aree fondamentali per lo sviluppo del linguaggio, delle capacità di alfabetizzazione e delle funzioni esecutive (memoria, attenzione, inibizione, flessibilità cognitiva, pianificazione). Se il bambino impara a usare questi strumenti prima ancora di iniziare a parlare, il rischio è di focalizzare la conoscenza sullo stimolo specifico, piuttosto che sulle relazioni e interazioni tra oggetti, ciò potrà implicare anche ritardo nello sviluppo motorio, aumento di disturbi alimentari, disturbi del sonno, disturbi dell’apprendimento e disturbi comportamentali, depressione infantile, ansia, psicosi, disturbi della personalità, autismo e infine aumento dell’aggressività e violenza.

Come possono i genitori riconoscere i segnali di dipendenza digitale nei loro figli?

L’uomo è un essere sociale, geneticamente programmato per sopravvivere aggregandosi con la comunità e la tecnologia più si presta per soddisfare il bisogno di connessione degli esseri umani. Come? Estraniandoli e isolandoli. Sembrerebbe un controsenso, eppure l’isolamento, il disinteresse e la dissociazione rappresentano i segnali più profondi di una dipendenza digitale, susseguiti, come dicevamo dalla necessità di trascorrere un numero sempre più cospicuo di ore in connessione, sono sintomi depressivi o ansiosi, agitazione psicomotoria in caso di riduzione o interruzione, riduzione della vita reale e degli interessi lontani dal digitale.

Come possono i genitori parlare ai loro figli dei pericoli online in modo che li comprendano senza spaventarli eccessivamente?

Lascereste mai un bambino da solo per strada? Come gli direste che non può starci da solo? Le infinite vie di internet si snodano tra curve a gomito, discese vertiginose e salite ripidissime, e devono essere ormai considerate come un mondo “reale” e pericoloso in cui un bambino si accompagna e si sostiene. Perciò avviare alla tecnologia (preferibilmente dopo almeno i 4/5 anni) abituando al controllo costante di qualcuno e magari attraverso le app dedicate alle attività di sviluppo sarebbe già un buon modo per indirizzare ed educare alla prevenzione di rischi. Non esiste il discorso perfetto per spiegare la sicurezza informatica ai bambini ma è fondamentale che siano a conoscenza di quanto il mondo virtuale possa nascondere pericoli reali. “Sai, hanno provato a rubarmi l’identità, ed io ho…”, oppure: “Una volta mi hanno preso in giro sul web, così ne ho parlato con la mia famiglia e…”, ecc.. ecc.. questi esempi di dialogo possono rappresentare una modalità di apertura all’argomento attraverso l’immedesimazione e la fiducia reciproca, dando così non solo spiegazione delle problematiche ma anche informazioni su come difendersi.

Come si può aiutare un adolescente a gestire autonomamente il tempo trascorso online e a trovare un equilibrio sano tra vita digitale e vita reale?

È importante partire dall’infanzia ancor prima che dall’adolescenza, in modo tale da fornire già al bambino piccolo, futuro uomo, quegli strumenti adatti a fronteggiare i passaggi di crescita tanto delicati quanto fondamentali della sua vita. L’educazione al “tempo”, alla dimensione del tempo, alla gestione del tempo e all’impiego di questo sono il principio di ogni sfera umana: individuale, familiare, sentimentale, relazionale e professionale. Far sperimentare la “noia”, senza riempire il “buco”. Far godere dell’attesa, senza azzerarla uccidendo il desiderio. Spronare così alla creatività e indipendenza, sviluppare l’intelligenza emotiva, la possibilità di trasformazione, l’opportunità di evoluzione. II bambino abituato al modello stimolo-risposta avrà difficoltà a gestire il suo tempo di noia e di attesa, avvertito come “vuoto”. D’altra parte perderà il suo tempo in quanto estraniato in un mondo virtuale. Educare alla realtà, e quindi a questo “tempo reale”, è il primo passo per l’educazione alla vita digitale e a quell’equilibrio tra l’essere e il non-essere, esistere e scomparire.

Coma cambia il rendimento scolastico in giovani con dipendenza digitale? Può la scuola contribuire a promuovere un uso sano e responsabile della tecnologia tra gli studenti?

Qualsiasi tipo di dipendenza, e in questo caso nello specifico quella digitale, distrae dall’obiettivo inibendo il raggiungimento dei traguardi. Perciò un dipendente dalla tecnologia avrà come priorità estrema un mondo virtuale lontano dalla realtà e quindi lontano anche dall’interesse per le cose, le persone, le relazioni, lo studio e l’apprendimento. Sarà privato della curiosità proprio perché abituato ad un modello stimolo-risposta che è opposto alla conoscenza profonda e autentica. A ciò si aggiungono le difficoltà cognitive, comportamentali e delle funzioni esecutive alimentate dall’abuso dei dispositivi digitali che implicano disturbi dell’apprendimento e di conseguenza un abbassamento del rendimento scolastico. In particolar modo, le evidenze scientifiche dimostrano come il disturbo di attenzione e iperattività (ADHD) sia correlato a tale dipendenza. Affinchè venga fronteggiata una situazione di emergenza simile, è necessario che la scuola collabori innanzitutto con professionisti della salute mentale creando percorsi specifici per genitori/figli, genitori/figli/istituzione scolastica. Solo un costante e collaborativo monitoraggio e potenziamento della sfera emozionale, delle attività a contatto con la natura e le persone, dello sport, e della stimolazione affettiva possono promuovere non solo un uso sano e responsabile della tecnologia, ma di tutta l’intera vita dell’individuo.

Il caso Don Milani. La visione della scuola distorta dall’ideologia

FONTE: Il Messaggero

AUTORE: Luca Ricolfi

DATA: 26 maggio 2023

Il caso Don Milani. La visione della scuola distorta dall’ideologia

Don Milani detestava il gioco, il pallone, il biliardo, il divertimento, la televisione, persino la ricreazione scolastica. Considerava egoistico persino avere una ragazza, farsi una famiglia, studiare all’università, aspirare a una professione come chirurgo o ingegnere. Le uniche professioni che considerava degne di stima erano, nell’ordine: prete, maestro, sindacalista, politico. La sua scuola era durissima, senza pause, e non disdegnava il ricorso alle maniere forti.

Inevitabilmente, in questi giorni in cui ricorre il centenario della nascita di don Milani, si moltiplicheranno le celebrazioni del suo pensiero, della sua opera, della sua perdurante attualità. Non so se sia il modo giusto di ricordarlo, se sia questo il modo migliore per onorare i grandi del passato. Provo sempre un po’ di disagio, quando un autore classico viene usato per fargli dire quel che piace a noi, che viviamo in un’epoca completamente diversa. Dante era di destra? Manzoni ci invita a non parlare di etnie? Don Milani ci dice come dovrebbe essere la scuola oggi? Proprio per questo, ho accolto con sollievo l’uscita, giusto in questi giorni, di un libriccino di Adolfo Scotto di Luzio, che parla del Priore e della sua opera in un modo diverso, non agiografico né strumentale, e che definirei semplicemente rispettoso (L’equivoco don Milani, Einaudi). Rispettoso perché filologico, perché si sforza – attraverso gli scritti – di farci entrare nella testa del Priore, con le sue ansie, i suoi sogni, il suo modo di vedere le cose.

Il risultato dell’operazione è spiazzante, perché non ci fornisce affatto – come spesso si presume – una soluzione ai problemi della scuola di oggi. Ma semmai ci rivela la radicale inattualità del pensiero di don Milani, una inattualità che, fin da subito, fu pienamente intuita da Pasolini, e da pochissimi altri. Lettera a una professoressa, spiega Scotto di Luzio, “è un pressante invito ad abbandonare ambizioni e illusioni del moderno”. Don Milani detestava il gioco, il pallone, il biliardo, il divertimento, la televisione, persino la ricreazione scolastica. Considerava egoistico persino avere una ragazza, farsi una famiglia, studiare all’università, aspirare a una professione come chirurgo o ingegnere. Le uniche professioni che considerava degne di stima erano, nell’ordine: prete, maestro, sindacalista, politico. La sua scuola era durissima, senza pause, e non disdegnava il ricorso alle maniere forti. Se avesse potuto vedere la scuola (e la gioventù) di oggi, don Milani ne avrebbe avuto orrore. Consumismo e volontà di autorealizzazione, cardini del nostro tempo, erano per lui debolezze piccolo-borghesi: solo la dedizione totale agli altri rendeva una vita degna di essere vissuta.
Ma qual era l’idea di scuola pubblica del Priore? Fondamentalmente, poggiava su tre cardini. Primo, la cultura popolare, e contadina in particolare, fatta di esperienza e saperi pratici, ha pari dignità rispetto alla cultura alta, formale, borghese, insegnata nelle scuole. Secondo, la scuola dell’obbligo dovrebbe riconoscere il pieno valore della cultura popolare, e rinunciare a trasmettere conoscenze prive di utilità pratica (matematica, letteratura, filosofia, ecc.), puntando tutte le carte sull’attualità (leggere i giornali) e sul controllo della lingua (non solo italiana). Terzo, l’orario scolastico dovrebbe essere molto più lungo, perché è nelle ore di non-scuola che i figli dei ricchi acquisiscono un vantaggio rispetto a quelli dei poveri, costretti a lavorare quando non sono a scuola.
Da questo complesso di idee derivava una conseguenza fondamentale. Diversamente da Gramsci, da Concetto Marchesi, e dallo stesso Togliatti, don Milani non vedeva l’accesso alla cultura alta come strumento di elevazione ed emancipazione degli strati popolari. Per lui, come per Pierre Bourdieu pochi anni dopo, la cultura alta era uno strumento di dominio, che imponeva saperi arbitrari, fatti apposta per consentire ai ricchi di umiliare ed escludere i poveri. Come tale, andava lasciata ai ceti alti e a quanti, fra i poveri, preferivano tradire la loro classe di origine, sottomettendosi alla scuola borghese e frequentando quelle che don Milani spregiativamente considerava “Scuole di Servizio dell’Io”, università e licei in particolare.

In questa sua visione dei compiti dell’istruzione, don Milani si situa agli antipodi del pensiero dei Padri Costituenti, in particolare di Piero Calamandrei. Per loro la scuola doveva rompere il monopolio borghese della cultura, facendo sì che la nuova classe dirigente dell’Italia repubblicana potesse attingere alle forze migliori di ogni ceto sociale. Era a questo alto compito che guardava l’articolo 34 della Costituzione, che al comma 2 recita: “I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di accedere ai gradi più alti degli studi”.
Piero Calamandrei considerava quell’articolo il più importante della Costituzione. Don Milani, invece, detestava l’articolo 34. Per lui, diventando chirurgo o ingegnere, il povero perdeva la sua purezza, il suo legame con i compagni, l’appartenenza al magico universo della cultura popolare. Premiare i “capaci e meritevoli ma privi di mezzi” non era la strada giusta. E infatti non fu seguita. Le borse di studio che l’articolo 34 prometteva sono rimaste in gran parte sulla carta: don Milani ha vinto, Piero Calamandrei ha perso. Fu un bene? Fu un male? Su questo, fra una celebrazione e l’altra, forse varrebbe la pena riflettere.

 

Il ruolo motivazionale del docente

FONTE: Il Messaggero

AUTORE: Pietro Bordo

DATA: 16 febbraio 2023

LINK: ... era sul giornale cartaceo

Sotto l'immagine c'è il testo, per una lettura più agevole

Caro Direttore,

ho riscontrato, parlando con le mie colleghe, che la maggior parte di loro non ha mai fatto una riflessione sulle motivazioni che dovrebbero portare uno studente ad impegnarsi nello studio. E le motivazioni sono un elemento fondamentale per il successo di una qualsiasi persona, sia a scuola che nella vita.

Pur avendo io conoscenze relative alla scuola elementare, penso che le motivazioni che dovrebbero spingere un ragazzo allo studio, opportunamente adattate, siano le stesse anche per un ragazzo delle medie e del liceo. Esse dovrebbero essere condivise con i genitori nel primo incontro di inizio anno scolastico.

Un bambino di cinque anni che passa dalla scuola materna alla primaria deve accettare un cambiamento notevole della sua vita, che gli richiederà sicuramente un impegno che non gli era stato mai chiesto. Pur se, si spera, con gradualità ed in allegria; ed anche con la cura degli insegnanti a non trascurare mai la possibilità che l'apprendimento avvenga soprattutto con attività ludiche.

Perché il bambino dovrebbe accettare questo cambiamento?

Sono rari, secondo la mia esperienza, ormai decennale, i bambini di età compresa fra i sei e i dieci anni che studiano per il piacere di studiare.

Il piacere di apprendere, di migliorare, è invece determinato da alcuni fattori che ora vado ad analizzare.

 

La famiglia.

Il bambino, se sereno, felice, ha il piacere di corrispondere alle conosciute attese dei genitori relativamente al suo impegno scolastico. Naturalmente queste conosciute attese non devono essere eccessive, altrimenti potrebbero creargli ansia. Ed è importante che il bambino sappia, grazie alle parole dei genitori, di poter sbagliare, che l'impegno è l'aspetto più importante del suo lavoro, e che i risultati positivi verranno sicuramente (atteggiamento ottimistico). Inoltre accresce l'impegno del bambino anche la volontà di "diventare grande".

Qualcuno potrebbe obiettare: dipende dalla famiglia del bambino. Certo, il contributo non sarà sempre ottimale, ma sempre determinante. E queste non sono parole.

Ho insegnato anche a Tor Bella Monaca, un quartiere della periferia romana che non gode di buona nomea; anzi. Ebbene, quasi tutti i genitori dei miei alunni hanno collaborato attivamente. È bastato rivolgersi a tutti, in assemblea all’inizio dell’anno scolastico, evidenziando quanto fosse importante la nostra collaborazione per il bene del figlio; e poi trattarli con il dovuto rispetto durante i colloqui individuali.

Oltretutto così facendo si aiuta la famiglia a migliorare la propria capacità di interazione con il figlio, compito al quale nessuno l’ha preparata.

 

Rapporto con i docenti.

Se il bambino instaura un buon rapporto con i docenti, un po' studia anche per non deludere le loro aspettative.

 

Il gruppo.

Se il bambino si trova bene a scuola, con i compagni, ha il piacere di stare con loro, di identificarsi nel gruppo; e se il gruppo studia, anche lui non vuol essere da meno. È quindi importante che i docenti favoriscano buoni rapporti interpersonali fra gli studenti. Questo aiuta molto a prevenire fenomeni di violenza, bullismo e discriminazione.

 

Analogia con il lavoro dei grandi.

Al bambino piace l'idea che lui con la sua attività scolastica "lavori come la mamma o il papà". Anche questo fattore è opportuno che gli sia evidenziato con continuità.

 

Vantaggi pratici.

Il bambino si rende facilmente conto dei vantaggi concreti che gli offre lo studio: capacità di esprimersi meglio in lingua; abilità di calcolo utilissime; regali vari in occasione di voti o giudizi particolarmente positivi (lo so, quest'ultimi possono essere considerati "mezzucci"; ma sono fra quelli più efficaci, anche quando si può iniziare a proporre il fattore del quale ora parlerò).

 

Visione etica dello studio.

Questo fattore, che si comincia a proporre ai ragazzi in terza, quarta elementare, è sicuramente il più importante. Altrimenti è inutile fare lezioni di educazione civica.

Purtroppo è anche il più difficile da far germogliare nella mente e nel cuore dei ragazzi; alcuni vanno in prima media senza ancora possederlo.

Ecco allora che l'azione fondamentale del docente non può essere solo quella di insegnare all'alunno cosa e come studiare, ma soprattutto quella di persuaderlo, in stretto accordo con la famiglia, a voler studiare, avendo come fine ultimo l'acquisizione da parte dell'alunno della motivazione principale, quella etica, che lo deve spingere a studiare per poter rispondere un domani alla sua vocazione, quale essa sia, per dare il suo contributo alla società; forse all’umanità.

E per portare avanti un'azione del genere, durante la quale l'insegnante opera come un catalizzatore, che favorisce le varie "reazioni chimiche" nella mente del bambino, possibilmente senza intervenire direttamente in esse, intervenendo sui fattori positivi per lo studio, affinché l'alunno ne acquisisca consapevolezza, e rimuovendo  progressivamente quelli negativi, è a mio avviso indispensabile che  il docente e il discente non siano solo tali, ma che tra essi si stabilisca una relazione significativa tale che l'alunno sappia che è accettato, amato e rispettato prima di tutto come persona, a prescindere da ogni risultato scolastico.

Se si realizza questa relazione (se si lavora nel "cuore dell'uomo") si ha un ragazzo fortemente motivato; e se l'insegnante ha competenze professionali adeguate i risultati sono sicuri e stabili nel tempo.

E non c'è paragone con quanto si può pensare di ottenere solo instillando nell'alunno nozioni dall'esterno, come si fa nell'ammaestrare gli animali, perseguendo tante piccole mete; oppure imponendo una disciplina ferrea con atteggiamenti duri; oppure concedendo tutte le libertà, per acquisire la loro benevolenza.

Come ho già detto, la motivazione etica si comincia a proporre generalmente dalla terza elementare.

Naturalmente affinché si stabilisca questa relazione significativa è molto importante che il ragazzo stimi gli insegnanti e sappia che essi godono della totale fiducia della famiglia. Senza che quest’ultima si precluda la possibilità di valutare, anche negativamente, il lavoro degli insegnanti.

È opportuno però che la famiglia parli di eventuali problemi con l'insegnante, mai con il bambino o davanti a lui.

È questa una "conditio sine qua non" per realizzare la relazione significativa fra gli insegnanti e l'alunno, indispensabile per ottenere risultati positivi. Un altro elemento molto importante per buone relazioni in classe è l’allegria. L’angolo della barzelletta, previsto tutti i giorni verso la fine della giornata scolastica, vi ha sempre contribuito molto.

Cara scuola progressista, quanti danni hai fatto

FONTE: Repubblica.it

AUTORE: Paolo Di Paolo

DATA: 13 ottobre 2021

La macchina dell'istruzione come amplificatore delle disuguaglianze: il saggio di Paola Mastrocola e Luca Ricolfi

Una risposta inattesa che arriva mezzo secolo dopo: a quella lettera sovversiva spedita dalla Scuola di Barbiana un anno prima del 1968, per diventare simbolo di un'intera stagione di cambiamenti. La "professoressa" replica a don Milani, però nel 2021. Con una fermezza che farà discutere, in una delle pagine di Il danno scolastico. La scuola progressista come macchina della disuguaglianza (La nave di Teseo), la battaglia del priore di Barbiana viene definita "anacronistica"; e non solo a giudicarla ora, ma già due decenni fa, quando entrava in vigore la riforma Berlinguer, l'altro grande bersaglio polemico del libro.

Alle soglie del 2000 - osserva la scrittrice Paola Mastrocola, autrice del saggio a quattro mani con il sociologo Luca Ricolfi - "il mondo era ulteriormente cambiato: nelle classi dove insegnavo io, c'erano ragazzi che non sapevano più né parlare né scrivere, ed erano i figli svogliati e viziati di una media borghesia, non più i figli di contadini e operai: a loro più che mai avremmo dovuto dare l'Iliade del Monti. Che senso aveva protrarre l'ideologia di don Milani? Eppure era ancora quello il modello proposto e celebrato nella scuola, un modello che poteva valere negli anni Cinquanta, e in un piccolo borgo sperduto tra le colline toscane".

Mastrocola e Ricolfi, mettendo in gioco ciascuno la propria esperienza di insegnamento (la prima nella scuola superiore, il secondo nell'università), e correndo consapevolmente il rischio di apparire "passatisti e nostalgici", accusano la scuola "facilitata, progressista e democratica" di essere la responsabile di un enorme buco di conoscenza e cultura nel nostro Paese.

La tesi dei due autori è che la macchina dell'istruzione italiana sia diventata "un formidabile amplificatore delle disuguaglianze", dietro un apparente egualitarismo didattico; e quel "non ho le basi", che anche nel corso di un esame universitario uno studente può offrire come attenuante della propria impreparazione, andrebbe - sostengono - preso alla lettera. Perché si tratta, nei fatti, di scarsa padronanza del linguaggio, di insufficiente capacità di comprensione delle domande e conseguente difficoltà nel produrre risposte in autonomia.

La liberalizzazione degli accessi nel post-'68, il diritto al successo formativo, il 3+2 voluto da Berlinguer sono secondo Mastrocola e Ricolfi le cause del disastro nella formazione accademica (sono molto severi anche con una classe docente universitaria impegnata in una demenziale corsa alle pubblicazioni su rivista, schiavi spesso compiaciuti di un sistema di reclutamento e di valutazione infernale; e qui è difficile contraddirli).

Ma all'università si arriva, quando si arriva, dopo un esame di maturità "farsa" e una scuola che negli ultimi cinquant'anni ha, ai loro occhi, abbassato progressivamente gli standard formativi insieme all'asticella della promozione. Fattore che avrebbe danneggiato i ceti popolari più di quanto abbia danneggiato i ceti alti: incrociando i dati Istat con i risultati delle prove Invalsi, Ricolfi intende dimostrare come sul destino sociale di un giovane abbia un'incidenza cruciale la qualità dell'istruzione ricevuta, in positivo, e il grado di indulgenza nella valutazione, in negativo. Più di quanto si possa pensare, e più dell'origine sociale e del contesto economico: "La scuola senza qualità amplia il vantaggio dei ceti alti, quella di qualità attenua lo svantaggio dei ceti popolari. Nella gara della vita, sono i ceti deboli le vere vittime di un abbassamento della qualità della scuola". Per modificare alla radice il "parametro di iniquità" occorre un'istruzione di qualità elevata, che possa letteralmente catapultare uno studente da un mondo sociale a un altro.

Mastrocola richiama il proprio stesso percorso, a riprova, per "incrinare un altro pilastro della tesi progressista": studiano solo i ragazzi le cui case sono piene di libri. "Non è vero. Non è detto. Qui azzarderei addirittura il contrario. La mia casa era vuota di libri. Neanche l'ombra. I miei non leggevano". È dipeso tutto dalla scuola, lei dice: una scuola lontana dalle odierne tendenze burocratico-aziendaliste, che non misurava "competenze", non temeva il sapere astratto e faceva vivere gli studenti in un clima di allerta permanente. Troppo? Forse sì. Ma Mastrocola, in altri libri piuttosto discussi, aveva già elogiato severità, lingue classiche, necessità dell'esercizio della parafrasi, sapendo di apparire "attaccata a una visione elitaria e nostalgica".

Nell'avvertenza a questo volume, d'altra parte, gli autori chiariscono di non voler tornare a una scuola del passato. Sullo strumento della bocciatura, sulla riforma della scuola media del '62, sul presunto specifico del liceo classico c'è da discutere parecchio, e magari da dissentire. Non sull'epigrafe, che è l'articolo 34 della Costituzione. E su un punto inconfutabile: chi parte avvantaggiato a livello socio-economico se la cava lo stesso. Gli altri hanno bisogno della scuola.

La qualità negata a scuola

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Ernesto Galli della Loggia

DATA:  24 settembre 2020

L’istruzione in definitiva è la capacità e dedizione, la qualità degli insegnanti, non i programmi, i laboratori, le attrezzature, l’«inclusione»

Che significa «investire nell’istruzione»? Che significa in concreto questa formula che sentiamo ripetere come un mantra da settimane, specie da quando è all’ordine del giorno la famosa «ripartenza del Paese» sollecitata dal luccicante miraggio dei forzieri di Bruxelles? Investire nell’istruzione va bene, ma in che cosa in particolare? Nel diritto allo studio? Nell’edilizia? Nel Mezzogiorno? Nella riduzione dell’abbandono scolastico? Nelle retribuzioni degli insegnanti? Nel favorire corsi e sedi d’eccellenza? Nella digitalizzazione, nel promuovere all’università un settore disciplinare piuttosto che un altro? Nessuno si cura di specificarlo: il che come si capisce è la migliore premessa per la solita distribuzione di soldi a pioggia di cui noi italiani siamo specialisti. Riempirsi la bocca di chiacchiere e concepire progetti grandiosi per poi alla fine distribuire un mare di mance che lasciano le cose come prima. Invece dovremmo preliminarmente chiederci: siamo davvero sicuri che in vista di una buona scuola (mi occupo solo di questa, non dell’università) il problema principale, quello da cui ogni altro dipende, sia quello finanziario? Non lo credo. Più soldi sono necessari, necessarissimi per mille ovvie ragioni, ma la questione decisiva è un’altra. Sono gli insegnanti. Sono infatti loro la scuola. La scuola in definitiva è la loro capacità e dedizione, la loro qualità, non i programmi, i laboratori, le attrezzature, l’«inclusione» o quant’altro. E dunque la crisi dell’istruzione scolastica dipende in larga misura dalla crisi della loro figura e del loro ruolo. In una parola dalla fine della loro centralità.

Negli ultimi decenni la peculiarità della figura dell’insegnante, di chi ogni mattina entrando in classe e chiudendosi la porta alle spalle affronta la scommessa cruciale: riuscire ad avviare delle giovani menti alla conoscenza e alla vita, oppure ridursi al rango di un impiegatuccio qualsiasi, questa peculiarità è andata scomparendo. Cancellata dal dilagante burocratismo cartaceo, dall’affollarsi di compiti e mansioni le più varie collaterali all’insegnamento, ma soprattutto da una pervasiva ideologia che ha fatto della scuola una istituzione di tipo socio-assistenziale regolata da un democraticismo pseudobenevolo che si è fatto un punto d’onore nel considerare degli inutili ferrivecchi il merito e la disciplina. Cioè proprio le due dimensioni cruciali in cui s’incardina il ruolo dell’insegnante e per riflesso anche la sua autorevolezza sociale: la possibilità grazie all’accertamento non contrattabile del primo e all’amministrazione della seconda di influire in maniera significativa sul futuro dei giovani.

 

So bene che parole come queste suonano alle orecchie di molti come un condensato di pensiero reazionario, a un dipresso come il proposito di trasformare la scuola in un penitenziario. Ma a chi la pensa così vorrei ricordare l’esempio della Germania, uno dei Paesi più liberi e democratici d’Europa. Dove al termine dei quattro anni della scuola elementare (della scuola elementare!) un alunno non può affatto iscriversi al corso di studi che più gli piace. A raccomandare l’iscrizione a questo o a quel corso, infatti, è la scuola, e dipende dai voti che il bambino ha conseguito. Ad esempio, per potersi iscrivere al Gymnasium, l’equivalente più o meno del nostro liceo e via maestra per l’iscrizione all’Università, bisogna aver riportato nella materie basiche almeno una votazione corrispondente al nostro 8. Si noti che in molti Länder tale «raccomandazione» della scuola è in realtà vincolante e dove non lo è, se i genitori vogliono comunque iscrivere al liceo il bambino, questo deve allora sostenere un esame o una lezione di prova.

Lascio ai lettori stimare le conseguenze positive che un simile sistema produce (ne produrrà senz’altro anche di negative ma sfido chiunque a trovare un sistema perfetto che non lo faccia), a cominciare dall’ovvia diminuzione degli abbandoni scolastici a causa dell’errata valutazione da parte dei giovani della propria vocazione/capacità. Ma il punto che ora m’interessa è un altro, ed è questo: riesce qualcuno a immaginare il clima, l’insieme delle relazioni alunni-docenti, che vigono in una scuola come quella che ho appena delineato? Riesce qualcuno a raffigurarsi nei termini esatti il prestigio sociale che in un tale sistema finisce per avere l’istruzione, la figura del maestro e dell’insegnante in generale? È presumibile, certo, che anche l’entità delle retribuzioni di questi sia consistente, più consistente di quello a cui siamo abituati noi in Italia — e infatti lo è — ma da che cosa dipende ciò se non pur sempre dal prestigio di cui sopra?

Si tratta di un prestigio, come si capisce, direttamente proporzionale al ruolo in buona parte decisivo che il giudizio della scuola ha, e non esita ad avere, sulla vita dei giovani, sul loro futuro, un giudizio in pratica senza appello, per rimediare al quale non esistono le dubbie scappatoie a caro prezzo tipo Cepu, «Grandi Scuole» e Università telematiche che esistono da noi. Ed è un prestigio direttamente proporzionale al profondo senso di responsabilità e dunque alla serietà con cui la scuola e chi vi lavora sentono di dover assolvere al proprio compito: senza indulgenze pelose, senza farsi scudo dietro la retorica dell’«accoglienza», e naturalmente tenendo le famiglie rigorosamente fuori dalla porta.

Certamente l’Italia non è la Germania, ma dobbiamo convincerci che la qualità dell’istruzione dipende più che da ogni altra cosa dalla centralità/qualità degli insegnanti, e che a sua volta questa finisce per dipendere direttamente dal modello di scuola che si adotta. Negli ultimi decenni noi abbiamo introdotto una serie di riforme scervellate che hanno costruito una scuola in cui per fortuna i bravi insegnanti ancora esistono ma dove quella centralità è stata di fatto spregiata e messa al bando. Restaurarla, rafforzarla, stimolarla dovrebbe essere oggi il primo compito di un ministro dell’Istruzione che non volesse rassegnarsi ad essere, dietro la cortina di generiche vuotaggini, un virtuale curatore fallimentare.

La fabbrica dei voti finti

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Angelo Panebianco

DATA: 6 agosto 2019

Il punto sono le maggioranze condannate alla mediocrità da un andazzo che ha portato molti operatori del settore a smarrire il senso della propria professione.

C’è una specie di blocco cognitivo che impedisce a molti di coloro che lamentano la cattiva qualità dei nostri dibattiti pubblici di risalire alla causa principale: lo stato del sistema educativo. Con una angolatura diversa, ha toccato lo stesso argomento Giuseppe De Rita (Corriere, 3 agosto). Che persone escono dai percorsi di formazione con un diploma o una laurea in tasca? Quali competenze possiedono? E, inoltre, quale è il loro grado di «civismo», inteso come capacità di rapportarsi agli altri con empatia e rispetto? Le due cose (preparazione e civismo) sono collegate. Chi ha lavorato duramente per acquisire competenze impara a non essere superficiale nei giudizi, impara a rispettare gli altri e le loro competenze. Le istituzioni educative in Italia sono immerse in un mistero che nasconde un dramma il quale avvolge un paradosso. Il mistero è che, fianco a fianco con molti inetti, ci sono, nelle nostre istituzioni educative, molti insegnanti di qualità. La loro presenza è un mistero date le pessime politiche di reclutamento praticate in Italia. Se ciò fosse politicamente possibile, quei docenti potrebbero diventare il nucleo duro intorno al quale costruire un progetto di rigenerazione del sistema educativo. Il dramma è che se le istituzioni educative , in molte loro parti, funzionano male ciò ha conseguenze pesanti per il Paese.

In primo luogo, impedisce di disporre di tutto il capitale umano necessario. Si danneggia la collettività (sono insufficienti le competenze disponibili) e si bruciano generazioni: puoi avere tutti i diplomi e le lauree che vuoi ma se la tua incompetenza apparirà subito chiara a chi dovrebbe assumerti non andrai da nessuna parte. In secondo luogo, si danneggia la democrazia. Se del pubblico dei potenziali fruitori di dibattiti televisivi, ad esempio, come indicano certe ricerche, fanno parte tanti (anche diplomati) che hanno gravi problemi persino nella comprensione di un semplice testo scritto in linguaggio comune, la qualità di quei dibattiti ne sarà influenzata. Il paradosso è che essere consapevoli di ciò che non va non basta per cambiare le cose. È una questione di scarto temporale. I frutti (virtuosi o viziosi) di un sistema educativo non sono mai «consumabili» immediatamente. C’è una sfasatura fra il momento in cui tale sistema comincia a deteriorarsi (o, all’opposto, a rigenerarsi) e il momento in cui ci saranno ricadute (malefiche o benefiche). Può passare un’intera generazione prima che gli effetti diventino visibili. Il deterioramento delle istituzioni educative italiane cominciò negli anni Settanta dello scorso secolo e passarono alcuni decenni prima che se ne palesassero pienamente le conseguenze negative.

Ciò spiega perché la politica non sia in grado di escogitare rimedi. Intervenire per raddrizzare la baracca implicherebbe costi politici molto alti: i contro-interessi (gli interessi di coloro che difendono lo statu quo) sono fortissimi e la farebbero pagare duramente a chi cercasse di imporre cambiamenti. Da un lato, costi politici elevati e immediati. Dall’altro lato, benefici che si renderebbero visibili dopo una generazione o giù di lì. Per questo è politicamente così difficile intervenire. Il disinteresse generale per i processi educativi è dimostrato dalle sciocchezze che continuano a circolare. Si sente sempre ripetere, ad esempio, che in Italia ci sono pochi laureati. Abbiamo il più alto numero di avvocati d’Europa o giù di lì. A cosa servirebbero più dottori in Giurisprudenza? Ci mancano laureati in diverse discipline scientifiche, non nelle umanistiche. In breve tempo si ridurrebbe il tasso di disoccupati laureati e si migliorerebbe la qualità del capitale umano disponibile se venisse imposto il numero chiuso in tutti i corsi di laurea umanistici. E se agli studenti delle scuole medie e superiori venisse spiegato per tempo che, fatta eccezione per coloro che possiedono vocazione autentica per gli studi umanistici o sociali, scegliere un curriculum universitario nell’ambito delle scienze «dure» dà le migliori garanzie di trovare un lavoro di soddisfazione.

Il sistema educativo è un insieme di organizzazioni complesse e un effetto della complessità è che aspetti negativi e positivi coesistono. Ci sono, a ogni livello, insegnanti di valore. Spesso animano iniziative volte a migliorare la qualità dell’offerta educativa. Ci sono centri-studi (privati) di altissimo livello (come l’associazione TreeLLLe) . Ci sono, qua e là, licei eccellenti dove non si regalano i voti, ci sono molti corsi universitari di grandissima qualità. E c’è una minoranza (cospicua, ma pur sempre minoranza) di diplomati e di laureati di primissimo ordine, i quali, per preparazione, possono mangiarsi a colazione i pur bravi laureati di altri Paesi occidentali. Tutto ciò è parte del mistero di cui sopra.

Ma il punto non sono le minoranze di qualità, sono le maggioranze condannate alla mediocrità da un andazzo che ha portato molti operatori del settore a smarrire il senso della loro professione. Se la scuola è percepita come un erogatore di stipendi al servizio di chi ci lavora anziché dell’utenza, se la qualità dell’insegnamento non interessa ai più (nemmeno a tanti genitori), se l’insegnante di valore riceve lo stesso stipendio dell’inetto, se una promozione non si nega quasi a nessuno (per i ricorsi e per l’ideologia imperante secondo cui anche un semi-analfabeta ha diritto a un pezzo di carta dotato di valore legale) il risultato è «La fabbrica dei voti finti»: eloquente titolo di un libro sulla scuola di un ex insegnante, Francesco Scoppetta (Armando Editore, 2017).

Pochi giorni fa è uscita la notizia del divario fra i risultati del test Invalsi (che misura la preparazione degli studenti) e i voti assegnati dalla scuole. La notizia confermava ciò che si sa da sempre: le scuole che preparano meglio (ma aggiungo: anche le Università) sono quelle che hanno scelto il rigore, che non regalano voti alti a tutti. La questione è così imbarazzante che i 5Stelle governativi si sono messi subito in moto per liquidare l’Invalsi. Si rischia altrimenti che, prima o poi, venga presa (finalmente) la decisione di valutare il lavoro dei singoli docenti: la fabbrica dei voti finti chiuderebbe i battenti. A motivo dei tristi spettacoli a cui quotidianamente assistiamo è di moda ora prendersela con la democrazia. Ma la democrazia, se intesa come metodo di governo, non c’entra. Le cause sono altrove.