Galimberti: “Riempiamo la scuola di Letteratura e non di computer”, e sui docenti inadeguati: “Il ruolo va abolito”

FONTE: Orizzonte Scuola

DATA: 24 settembre 2025

Il sostegno si deve dare solo davanti a cose serie e invece alla scuola primaria sembrano tutti dei malati”. Così esordisce Umberto Galimberti al Festival della Filosofia di Modena davanti a una Piazza Grande gremita. Poi il filosofo e psicanalista rincara la dose. “Bisogna – chiarisce – che l’insegnante di sostegno non sia uno che non avendo avuto assegnata una cattedra di una materia abbia avuto una una di sostegno”. Deve insomma “sapere come si tratta un Asperger”. Poiché, “se non lo sa non sta sostenendo un bel niente”.

Secondo il filosofo “non bisogna dare il sostegno a bambini che non sono casi patologici: assegnarlo a bambini che non sono patologici non è una cosa buona poiché in questo caso si darebbe al bambino un segnale negativo e cioè che da solo non ce la farà mai”.

È un Galimberti che va a ruota libera nel suo ormai ripetitivo attacco agli insegnanti, almeno a quelli inadeguati. Specie a quelli della scuola secondaria di primo grado, poiché la primaria, assicura lui, è una delle migliori del mondo. “Magari mi daranno insulti sui social – avverte – ma io non ho social e dunque non me ne frega niente”. E insiste: “Non ho capito perché la scuola media sia un disastro e perché sia il peggior settore della scuola”. Ma poi la risposta gli viene. E la spiega in tempo reale: “Io penso – ecco la risposta al dilemma – che è perché gli insegnanti delle medie non hanno trovato un posto alle superiori”. Eppure, prosegue, “la scuola media è importante perché oggi abbiamo una sessualità anticipata e la sessualità ti cambia radicalmente la visione del mondo. Quando fa la comparsa la sessualità cambia tutto. Prima capitava a 14 anni e Freud diceva che la scuola deve fare qualcosa di più che evitare di spingere i giovani al suicidio”. Galimberti – aggiungiamo noi – allude a un brano del trattato intitolato “Contributi a una discussione sul suicidio” in “Opere”, Boringhieri Torino, 1963-1993, volume VI, pp. 301-302, laddove lo psicanalista austriaco scrive che la scuola deve creare in loro il piacere di vivere e offrire appoggio e sostegno in un periodo della loro esistenza in cui sono necessitati dalle condizioni del proprio sviluppo ad allentare i legami con la casa paterna e con la famiglia. Non è questa l’occasione di fare una critica della Scuola nella sua attuale struttura. Mi è tuttavia consentito di mettere l’accento su un singolo punto. La scuola non deve mai dimenticare di avere a che fare con individui ancora immaturi, ai quali non è lecito negare il diritto di indugiare in determinate fasi, seppur sgradevoli dello sviluppo. Essa non si deve assumere la prerogativa di inesorabilità propria della vita; non deve essere più che un gioco di vita»

La scuola come gioco, dunque. Ma con delle precisazioni, chiarisce Galimberti: “La scuola – conferma – non dev’essere l’ultima istanza della vita ma un gioco”. Ma il gioco, poi chiarisce, “ha delle regole che vanno rispettate. Tu a scuola impari le regole della vita e se le impari a scuola lo fai nell’ambito di una comunità che ti protegge, poi ti ritrovi nella società”.

Scuola media come tempo di scoperta della sessualità. La scoperta delle pulsioni sessuali arriva oggi a 13 anni “perché la sessualità è stata anticipata. Le ragazze dopo pochi mesi che navigano in rete scoprono il porno. Ma il porno fa vedere solo la sessualità e allora i bambini vedono i gesti ma la loro psiche non è all’altezza per comprendere. E quando si propone di introdurre l’educazione sessuale a scuola loro sanno già tutto. Il problema è che non collegano le pulsioni e la gestualità alle emozioni, poi crescono e vivono la solitudine della sessualità: le statistiche svelano che oggi i giovani non fanno molto sesso, c’è un declino del desiderio”.

L’educazione è scandita da alcune tappe, dice Galimberti: “La prima è a livello pulsionale ed è a tempo indeterminato. Serve dunque l’educazione, ma non basta: servono istituzioni capaci di ridurre la conflittualità. C’è rispetto per le leggi? No”. C’è anche bullismo, nelle scuole. “Il bullo – spiega Galimberti – è un ragazzo molto debole costretto a gesti violenti tutti i giorni perché se lui fosse forte il bullismo non servirebbe. E cosa fa la scuola in questi casi? Li sospende. E invece occorre tenerli a scuola il doppio del tempo in modo che abbiano la risonanza emotiva e una consapevolezza immediata dei loro comportamenti. Non è vero che i ragazzi conoscono la differenza tra corteggiare e stuprare e questo lo vediamo nei processi: non hanno la risonanza emotiva che va insegnata altrimenti diventano persone pericolose”. E la scuola fa qualcosa? si chiede. “No – risponde – I ragazzi dovrebbero arrivare ai sentimenti, che sono la tappa successiva dell’educazione. Sono prodotti culturali, i sentimenti, noi non nasciamo con i sentimenti”. E allora? “E allora abbiamo uno strumento straordinario che è la letteratura. La letteratura ti fa conoscere il dolore, l’amore, la speranza, il coraggio, la disperazione, la noia, e quando la persona è presa dalla crisi ha un articolato a cui aggrapparsi, altrimenti è dura”. E dunque? “E dunque occorre riempire la scuola di letteratura e non di computer. Lo scopo della scuola è quello della formazione di un uomo perché se non lo diventi entro quell’età non lo diventerai mai più”. E a scuola si fa? “Nulla di questo succede a scuola”. Ti pareva. Tecnologie al posto della letteratura? È davvero questo ciò che sta succedendo nelle nostre aule? “Chi ha inventato le tecnologie – spiega Galimberti – dice che un quarto d’ora di lezione frontale non equivale a due ore di tecnologie”.

Scuola e cattivi maestri. Insegnanti non all’altezza? Talvolta succede e “se uno ha un cattivo insegnante si dovrebbe potere ovviare”. Come? “Si cacciano”. E invece “se sei un insegnante scadente hai il diritto di rovinare una classe per 40 anni”. E ancora: “Non mi disturba che il docente plagi i ragazzi. Pericolosa sarebbe semmai la sua demotivazione”. Galimberti ammette di essere “per la scuola pubblica al cento per cento. È una scuola che ammette in classe alunni di ogni colore, di ogni religione e ceto sociale, con gli occhi a mandorla o di ogni altro tipo. La scuola pubblica abitua a quello che sarà il futuro”. Però? “Però – segnala il filosofo – le scuole private funzionano meglio”. E sapete perché? “Perché il preside svolge vari colloqui con i professori prima di assumerli a tempo indeterminato ma può anche licenziarli. Nella scuola pubblica gli insegnanti che entrano in ruolo hanno un contratto a tempo indeterminato come succede in tutti gli altri settori produttivi. Perché lo Stato non li licenzia se sono inadeguati? Perché li paga poco. Li paga poco ma per tutta la vita”. Che fare? “Il ruolo va abolito”, è la soluzione del filosofo. Quanto ai genitori, “dovrebbero essere espulsi dalla scuola superiore perché si sostituiscono ai figli. Se i figli diciottenni hanno i genitori come difensori quando si emancipano? Con le madri che puliscono la stanza? Ma scherziamo? A scuola i ragazzi non possono tenere pulite le proprie aule? I bidelli sono inutili alle scuole superiori. Possibile che i ragazzi non siano in grado di mantenere un ordine in aula, che poi diventerebbe un ordine mentale?” Per altri versi, prosegue Galimberti, “affinché la scuola funzioni le classi siano di 12 alunni. Quando invece abbiamo uno Stato che costruisce classi di 28, 30 alunni significa che non vuole educare”.

Ma quale educazione? “La scuola italiana educa all’intelligenza logico-matematica ma ci sono tante altre intelligenze, quelle psicologiche, quelle somatiche, quelle musicali, quelle relazionali e tante altre. Non esistono solo quelle logico-matematiche”. Quelle usate anche per i test d’ingresso universitari, tanto per intenderci. E invece? “E invece, se i vostri studenti non ci arrivano, non dovete pensare che siano dei ritardati, significa semplicemente che servirebbe loro più tempo. Abbiamo un Paese che accoglie milioni di turisti per l’arte ma i nostri studenti non sanno nulla di storia dell’arte.”

Quale futuro per i nostri ragazzi? “Dai 15 ai 30 anni – spiega Galimberti – i giovani hanno il massimo di potenza sessuale ma non quella generativa. Per generare devi uscire di casa, devi aver un mutuo e una casa e per cui per aumentare la natalità non devi dare mille euro per fare il terzo figlio, li devi dare per il primo figlio e se non c’è natalità il Paese va in mano ha chi ha più forza”, Si allude agli stranieri, ai musulmani, contro i quali il paese pensa di chiudersi a riccio a differenza di altri Stati come l’Inghilterra dove tanti stranieri sono diventati sindaci e ministri: “Noi siamo capaci forse di promuovere a sindaco o a ministro un pakistano? No, perché siamo vittime di un ritardo antropologico. Gli stranieri sono più forti di noi e quindi ci domineranno. Abbiamo la forza biologica e psicologica per impedirlo? No. È la biologia a decidere chi deve governare la storia”.

E tornando ai giovani, per concludere: “Durante l’età del massimo della loro potenza ideativa gli facciamo fare le fotocopie. In questo modo non si può avere un futuro”. Quale futuro? “Una volta la società era di due generazioni, padre e figlio. Ora quando muore il nonno la casa va al padre del figlio”. Non è un Paese per figli.

In centomila chiusi nelle loro stanze. Neet, ragazzi che si ritirano dalla società

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Dario Di Vico

DATA: 6 novembre 2016

Sono i più fragili tra chi non studia né lavora: più esposti i maschi, educati alla regola del successo. Li chiamano Neet, si barricano nella loro cameretta, il computer sempre acceso, musica e libri, i pasti consumati lì.

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Ritiro sociale è un’espressione ancora poco nota. La utilizzano psicologi e operatori delle Onlus per definire i comportamenti del segmento più fragile dei Neet, i giovani che non studiano e non lavorano. Per avere un’immagine immediata di cosa significhi il ritiro sociale si può pensare a un ragazzo barricato nella sua cameretta con le tapparelle abbassate, il computer sempre acceso, musica e libri, il cibo consumato lì in una segregazione auto-imposta. Il fenomeno è molto conosciuto in Giappone — li chiamano hikikomori — ed è iniziato negli anni 80. Riguarda per lo più maschi primogeniti e il primo sintomo è la rinuncia a frequentare la scuola. Motivo: la pressione della società che chiede una competizione alla quale il giovane risponde negandosi. Le stime nipponiche variano da 400 mila a 2 milioni di coinvolti, il trend però è in crescita. Anche da noi la prima manifestazione del ritiro sociale è l’auto-esclusione dalla scuola, annunciata ai genitori una mattina a sorpresa senza segnali premonitori. Le stime italiane sono di 100 mila ragazzi — un altro primato europeo di cui non essere fieri — ma ovviamente non è facile elaborare dati così delicati. A monitorare il fenomeno sono realtà come la cooperativa Minotauro, che ha pubblicato di recente un testo dedicato ai ritirati e dal titolo eloquente: «Il corpo in una stanza». Anche in Italia a essere colpiti sono molto più i maschi perché a loro è stata trasmessa un’identità fortemente condizionata dal ruolo sociale e dal successo lavorativo.

L’annuncio a sorpresa

I corpi in una stanza non hanno «voce» e l’unica strada per capirne di più è riannodare il filo partendo dai racconti dei genitori. Così abbiamo fatto, organizzando un focus group nella sede del Corriere a Milano. Rompe il ghiaccio Carmen: «Una sera che non dimenticherò mai, Sandro si è seduto sul mobile della cucina e mi ha detto: da domani a scuola non ci vado più, e così è stato. Era in quarta liceo. Per tre anni è vissuto nella sua camera, ha piantato il calcio, è diventato vegano e ha smesso anche di mangiare a tavola con la famiglia». Racconta Giulia, un’altra mamma: «Marco ha finito il liceo regolarmente, i guai sono arrivati dopo. Ha lavorato come venditore per un’azienda, ma dopo diversi mesi non gli hanno voluto riconoscere un contratto e non l’hanno pagato. E da lì ha spento la luce, si è rifiutato di continuare gli studi e ha introiettato un senso di vergogna e inadeguatezza. Voleva fare il deejay e adesso l’unica compagnia che ha scelto è la musica». Si inserisce Nicoletta: «Francesco un giorno mi ha confessato che andare a scuola era diventato un incubo quotidiano. Si è ritirato in camera e si è costruito una rete di amici virtuali in diverse città, ha perfezionato l’inglese ubriacandosi di serie tv e non ne ha voluto più sapere dell’istituto turistico. L’ultima delusione è stata l’impossibilità di essere assunto in un hotel, che pure lo avrebbe preso, perché ancora minorenne». Le storie raccolte si assomigliano molto e evidenziano il fallimento del rapporto con la scuola, l’assenza dei padri, la vergogna nei confronti dei compagni di classe, la creazione di circuiti di socializzazione a distanza.

Genitori e insegnanti

«La scuola non raccoglie il dolore» sostiene Carmen. I giovani che per qualche motivo incontrano la sofferenza negli anni della crescita — un incidente, una malattia, la separazione conflittuale dei genitori — rimangono segnati e il sistema scuola non riesce a reincluderli, aumentando le loro probabilità di diventare Neet. Nel focus group il giudizio sulla scuola è stato materia incandescente: i genitori raccontano episodi di insensibilità degli insegnanti, di demotivazione professionale, di trasmissione di un senso di inadeguatezza e la conseguenza è l’aumento del tasso di dispersione. L’abbandono scolastico è la prima fabbrica di Neet e infatti cresce (è al 15%) in corrispondenza con l’aumento del tasso di disoccupazione. Secondo la ricerca della onlus WeWorld denominata «Ghost», proprio perché dedicata ai ragazzi-fantasma, un quarto di loro ha alle spalle iter scolastici accidentati. Se i conflitti con la scuola potevamo prevederli il focus group ha evidenziato un’altra costante: la totale assenza dei padri. Il genitore maschio di fronte al ritiro sociale del figlio si scopre impotente e cede spesso alla tentazione di squalificarlo. Lo considera un fannullone, un incapace, un «disfunzionale». In uno dei casi il padre ha addirittura diseredato il figlio e persino sul sostegno economico i papà si eclissano. La gestione del ritiro pesa tutta sulle madri, che delle volte trovano maggiore aiuto nei nuovi compagni di vita, più disponibili dei veri padri. Ci sono anche casi in cui le donne maturano un senso di auto-colpevolizzazione, come Nicoletta che si chiede «se non ho sbagliato, è come se l’avessi tenuto nella pancia anche dopo la nascita impedendogli così di crescere». «Economicamente è stato un disastro — riepiloga Giulia — ho dovuto vendere una casa che avevamo ereditato e tentare di costruire un percorso formativo. Un curriculum di speranza che lo aiutasse un giorno a reinserirsi». Se è vero che i padri latitano, una funzione di supplenza la ricoprono le Onlus del terzo settore, che partono dal sostegno psicologico e poi si incaricano di stimolare il ragazzo per fargli recuperare interesse per il mondo reale fuori dalle quattro mura. In questo modo sperano di farlo transitare negli altri segmenti di Neet, i ragazzi che fanno volontariato oppure che si aggrappano alla pratica sportiva per socializzare . «Attacchiamoli alla vita» è il leitmotiv degli operatori.

L’aiuto della Rete

È poi singolare come di fronte alle sconfitte dei soggetti «caldi» — la famiglia e la scuola — il «freddo» Internet, l’elettronica impersonale e mangia-privacy, diventi una ciambella di salvataggio, un assistente sociale h24. La virtualità attenua la vergogna sociale, ne riduce l’impatto fisico, il filtro del computer rassicura e lascia sempre aperta la via di fuga. Smaterializza le amicizie e riduce il rischio delle delusioni. Sono nate così pagine Facebook e chat di Skype per gli hikikomori italiani con più di mille iscritti. «Francesco ha sempre subito le dinamiche di gruppo perché maturo di testa e piccolo nel fisico, sulla Rete invece ha trovato amici a Firenze, Bari e Roma. Più grandi di lui con i quali gestisce ore e ore di chiacchiere al computer» racconta Nicoletta. La spiegazione degli psicologi è che nella dimensione virtuale i giovani ottengono le gratificazioni che la vita reale ha negato loro. Come l’offesa di non ricevere nemmeno una risposta formale agli Sos che inviano a pioggia sotto forma di curriculum e lettere di presentazione ad aziende, centri per l’impiego e possibili datori di lavoro. Gli stessi studiosi motivano il carattere prevalentemente maschile del ritiro sociale — le ragazze in Giappone sono solo il 10% — con la trasmissione al femminile di un’idea di realizzazione del sé più larga e sfaccettata e non riconducibile agli stereotipi del successo/identità lavorativa. È un lascito di genere — e non un’esperienza maturata sul campo — che però funziona da anticorpo, evita di aggiungere esclusione a esclusione.

Ragazze e maternità

Non vuol dire che l’intero universo Neet — oltre i ritirati — non sia colorato di rosa, ma le traiettorie sono differenti: incide molto la maternità attorno ai 20 anni, la scelta di restare a casa con i figli e non presentarsi sul mercato del lavoro. Se i genitori dei ritirati sociali di fronte al compito che si para loro davanti lottano per non disperarsi, anche gli altri padri e madri dell’universo Neet finiscono per essere spaesati. Come sintetizza Lucia Tagliabue di Jointly, una rete di orientamento professionale: «Non sanno che consigli dare ai loro ragazzi perché il mondo del lavoro viaggia a una velocità diversa e temono di risultare iperprotettivi o eccessivamente rigidi nelle imposizioni ai ragazzi».

P.S. Dal ritiro sociale fortunatamente si può uscire. Oggi Sandro ha 29 anni e fa l’insegnante di Tai chi.

Il computer in classe «da solo» non migliora il rendimento degli studenti. Ma per l’Ocse è questione di tempo

FONTE: Il Sole 24 Ore

DATA: 15 settembre 2015

Link: http://www.infodata.ilsole24ore.com/2015/09/15/internet-e-computer-non-aiutano-a-migliorare-le-performance-degli-studenti-ma-e-questione-di-tempo/

 

La scuola digitale non mantiene fede alle promesse della tecnologia. Almeno per ora. Perché finora non ci sono evidenze che dimostrino che l'introduzione del digitale nelle aule scolastiche porti automaticamente a un miglioramento del rendimento scolastico degli studenti.

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I Paesi che hanno fatto grandi investimenti nelle dotazioni tecnologiche delle loro scuole non hanno risultati apprezzabili nelle performance in lettura, matematica o scienze. E la tecnologia non ha avuto neanche effetti rilevanti per quanto riguarda l'inclusione e nel recupero degli studenti più poveri e disagiati. È una fotografia deludente per i fautori della tecnologia quella che esce dal primo rapporto compilato dall'Ocse sulle Digital skills e pubblicato oggi. Anche se la stessa organizzazione consigliano prudenza e auspicano una maggior attenzione nell'utilizzo del digitale in chiave di didattica innovativa. Invece finora le tecnologie sono state interpretate prevalentemente come strumenti da affiancare (o sovrapporre) a una didattica tradizionale

Le competenze digitali 
Non c'è dubbio che le competenze digitali rappresentino un elemento fondamentale per l'inclusione in una società in cui la tecnologia è sempre più pervasiva: chi non ha le conoscenze di base per navigare e orientarsi nel mondo del web non sarà in grado di partecipare in maniera attiva alla vita economica, sociale e culturale del mondo del futuro prossimo. Questa è una certezza da cui parte l'Ocse. 

Il dato di fatto è però che queste competenze vengono acquisite sempre più spesso in maniera informale al di fuori della scuola. Nel 2012, anno a cui si riferiscono i dati Ocse, il 96% dei quindicenni nei Paesi più ricchi del mondo dichiaravano di avere un computer a casa, ma solo il 72% ne aveva a disposizione in aula.

Una competenza fondamentale è, per esempio, il digital reading, la capacità cioè di saper non solo leggere testi su internet, che non ha differenze rispetto alla carta, ma sapersi orientare tra le fonti e filtrare le notizie rilevanti e autorevoli dall'oceano del web. Due Paesi come Corea del Sud e Singapore, che hanno buone performance nel “digital reading” dei ragazzi, hanno senz'altro buone infrastrutture digitali, ma non sono certo in testa per l'uso di internet nelle scuole. 

Il rendimento scolastico 
Gli stessi studenti coreani hanno buone performance per quanto riguarda la matematica sulla base della classifica Pisa dell'Ocse, oltre al digital reading, anche se solo il 42% di loro utilizza computer a scuola. Mentre, al contrario, Paesi che hanno un uso più capillare del digitale a scuola hanno visto addirittura un peggioramento nelle capacità di lettura. Insomma, sostiene l'Ocse, l'impatto dell'introduzione delle tecnologie sulla performance scolastica non è chiara e non ci sono evidenze di una correlazione positiva. I paesi che hanno fatto ingenti investimenti in tecnologia a fini didattici sono rimasti ampiamente delusi. Un uso moderato può anche portare a risultati migliori, ma al contrario un uso troppo frequente porta a un deterioramento dei risultati: le curve delineate dall'Ocse sulle performance dimostrano che oltre un certo limite l'uso del digitale diventa addirittura controproducente. Così i ragazzi che stanno online per più di sei ore al giorno, prevalentemente al di fuori della scuola, non solo sono più a rischio di disturbi derivanti dalla solitudine, ma accusano anche ritardi a livello scolastico.

Le differenze economico-sociali 
Una volta superato il digital divide legato all'accesso alla rete, la capacità di utilizzare in maniera efficace gli strumenti digitali per l'apprendimento personale dipende ancora in maniera significativa dalle differenti condizioni socio-economiche e, quindi, dalle diverse competenze di alfabetizzazione di base. Quindi – è il consiglio dell'Ocse – per ridurre le capacità digitali bisogna investire ancora di più nell'istruzione e nella didattica. Perché appare sempre più chiaro dalla statistiche che la tecnologia non è efficace se utilizzata in maniera sostitutiva rispetto alla didattica: riempire le aule di computer, insomma, risulta alla fine di scarsa utilità.

Ma se gli insegnanti sono formati da parte loro all'utilizzo delle risorse digitali, i ragazzi percepiscono un approccio più mirato a un apprendimento personalizzato e al lavoro collaborativo e imparano a lavorare in una logica di problem solving: quando la rete viene utilizzata per migliorare l'approfondimento e le capacità di studio, anche la performance degli studenti migliora.