“Il sostegno si deve dare solo davanti a cose serie e invece alla scuola primaria sembrano tutti dei malati”. Così esordisce Umberto Galimberti al Festival della Filosofia di Modena davanti a una Piazza Grande gremita. Poi il filosofo e psicanalista rincara la dose. “Bisogna – chiarisce – che l’insegnante di sostegno non sia uno che non avendo avuto assegnata una cattedra di una materia abbia avuto una una di sostegno”. Deve insomma “sapere come si tratta un Asperger”. Poiché, “se non lo sa non sta sostenendo un bel niente”.
Secondo il filosofo “non bisogna dare il sostegno a bambini che non sono casi patologici: assegnarlo a bambini che non sono patologici non è una cosa buona poiché in questo caso si darebbe al bambino un segnale negativo e cioè che da solo non ce la farà mai”.
È un Galimberti che va a ruota libera nel suo ormai ripetitivo attacco agli insegnanti, almeno a quelli inadeguati. Specie a quelli della scuola secondaria di primo grado, poiché la primaria, assicura lui, è una delle migliori del mondo. “Magari mi daranno insulti sui social – avverte – ma io non ho social e dunque non me ne frega niente”. E insiste: “Non ho capito perché la scuola media sia un disastro e perché sia il peggior settore della scuola”. Ma poi la risposta gli viene. E la spiega in tempo reale: “Io penso – ecco la risposta al dilemma – che è perché gli insegnanti delle medie non hanno trovato un posto alle superiori”. Eppure, prosegue, “la scuola media è importante perché oggi abbiamo una sessualità anticipata e la sessualità ti cambia radicalmente la visione del mondo. Quando fa la comparsa la sessualità cambia tutto. Prima capitava a 14 anni e Freud diceva che la scuola deve fare qualcosa di più che evitare di spingere i giovani al suicidio”. Galimberti – aggiungiamo noi – allude a un brano del trattato intitolato “Contributi a una discussione sul suicidio” in “Opere”, Boringhieri Torino, 1963-1993, volume VI, pp. 301-302, laddove lo psicanalista austriaco scrive che la scuola deve creare in loro il piacere di vivere e offrire appoggio e sostegno in un periodo della loro esistenza in cui sono necessitati dalle condizioni del proprio sviluppo ad allentare i legami con la casa paterna e con la famiglia. Non è questa l’occasione di fare una critica della Scuola nella sua attuale struttura. Mi è tuttavia consentito di mettere l’accento su un singolo punto. La scuola non deve mai dimenticare di avere a che fare con individui ancora immaturi, ai quali non è lecito negare il diritto di indugiare in determinate fasi, seppur sgradevoli dello sviluppo. Essa non si deve assumere la prerogativa di inesorabilità propria della vita; non deve essere più che un gioco di vita»
La scuola come gioco, dunque. Ma con delle precisazioni, chiarisce Galimberti: “La scuola – conferma – non dev’essere l’ultima istanza della vita ma un gioco”. Ma il gioco, poi chiarisce, “ha delle regole che vanno rispettate. Tu a scuola impari le regole della vita e se le impari a scuola lo fai nell’ambito di una comunità che ti protegge, poi ti ritrovi nella società”.
Scuola media come tempo di scoperta della sessualità. La scoperta delle pulsioni sessuali arriva oggi a 13 anni “perché la sessualità è stata anticipata. Le ragazze dopo pochi mesi che navigano in rete scoprono il porno. Ma il porno fa vedere solo la sessualità e allora i bambini vedono i gesti ma la loro psiche non è all’altezza per comprendere. E quando si propone di introdurre l’educazione sessuale a scuola loro sanno già tutto. Il problema è che non collegano le pulsioni e la gestualità alle emozioni, poi crescono e vivono la solitudine della sessualità: le statistiche svelano che oggi i giovani non fanno molto sesso, c’è un declino del desiderio”.
L’educazione è scandita da alcune tappe, dice Galimberti: “La prima è a livello pulsionale ed è a tempo indeterminato. Serve dunque l’educazione, ma non basta: servono istituzioni capaci di ridurre la conflittualità. C’è rispetto per le leggi? No”. C’è anche bullismo, nelle scuole. “Il bullo – spiega Galimberti – è un ragazzo molto debole costretto a gesti violenti tutti i giorni perché se lui fosse forte il bullismo non servirebbe. E cosa fa la scuola in questi casi? Li sospende. E invece occorre tenerli a scuola il doppio del tempo in modo che abbiano la risonanza emotiva e una consapevolezza immediata dei loro comportamenti. Non è vero che i ragazzi conoscono la differenza tra corteggiare e stuprare e questo lo vediamo nei processi: non hanno la risonanza emotiva che va insegnata altrimenti diventano persone pericolose”. E la scuola fa qualcosa? si chiede. “No – risponde – I ragazzi dovrebbero arrivare ai sentimenti, che sono la tappa successiva dell’educazione. Sono prodotti culturali, i sentimenti, noi non nasciamo con i sentimenti”. E allora? “E allora abbiamo uno strumento straordinario che è la letteratura. La letteratura ti fa conoscere il dolore, l’amore, la speranza, il coraggio, la disperazione, la noia, e quando la persona è presa dalla crisi ha un articolato a cui aggrapparsi, altrimenti è dura”. E dunque? “E dunque occorre riempire la scuola di letteratura e non di computer. Lo scopo della scuola è quello della formazione di un uomo perché se non lo diventi entro quell’età non lo diventerai mai più”. E a scuola si fa? “Nulla di questo succede a scuola”. Ti pareva. Tecnologie al posto della letteratura? È davvero questo ciò che sta succedendo nelle nostre aule? “Chi ha inventato le tecnologie – spiega Galimberti – dice che un quarto d’ora di lezione frontale non equivale a due ore di tecnologie”.
Scuola e cattivi maestri. Insegnanti non all’altezza? Talvolta succede e “se uno ha un cattivo insegnante si dovrebbe potere ovviare”. Come? “Si cacciano”. E invece “se sei un insegnante scadente hai il diritto di rovinare una classe per 40 anni”. E ancora: “Non mi disturba che il docente plagi i ragazzi. Pericolosa sarebbe semmai la sua demotivazione”. Galimberti ammette di essere “per la scuola pubblica al cento per cento. È una scuola che ammette in classe alunni di ogni colore, di ogni religione e ceto sociale, con gli occhi a mandorla o di ogni altro tipo. La scuola pubblica abitua a quello che sarà il futuro”. Però? “Però – segnala il filosofo – le scuole private funzionano meglio”. E sapete perché? “Perché il preside svolge vari colloqui con i professori prima di assumerli a tempo indeterminato ma può anche licenziarli. Nella scuola pubblica gli insegnanti che entrano in ruolo hanno un contratto a tempo indeterminato come succede in tutti gli altri settori produttivi. Perché lo Stato non li licenzia se sono inadeguati? Perché li paga poco. Li paga poco ma per tutta la vita”. Che fare? “Il ruolo va abolito”, è la soluzione del filosofo. Quanto ai genitori, “dovrebbero essere espulsi dalla scuola superiore perché si sostituiscono ai figli. Se i figli diciottenni hanno i genitori come difensori quando si emancipano? Con le madri che puliscono la stanza? Ma scherziamo? A scuola i ragazzi non possono tenere pulite le proprie aule? I bidelli sono inutili alle scuole superiori. Possibile che i ragazzi non siano in grado di mantenere un ordine in aula, che poi diventerebbe un ordine mentale?” Per altri versi, prosegue Galimberti, “affinché la scuola funzioni le classi siano di 12 alunni. Quando invece abbiamo uno Stato che costruisce classi di 28, 30 alunni significa che non vuole educare”.
Ma quale educazione? “La scuola italiana educa all’intelligenza logico-matematica ma ci sono tante altre intelligenze, quelle psicologiche, quelle somatiche, quelle musicali, quelle relazionali e tante altre. Non esistono solo quelle logico-matematiche”. Quelle usate anche per i test d’ingresso universitari, tanto per intenderci. E invece? “E invece, se i vostri studenti non ci arrivano, non dovete pensare che siano dei ritardati, significa semplicemente che servirebbe loro più tempo. Abbiamo un Paese che accoglie milioni di turisti per l’arte ma i nostri studenti non sanno nulla di storia dell’arte.”
Quale futuro per i nostri ragazzi? “Dai 15 ai 30 anni – spiega Galimberti – i giovani hanno il massimo di potenza sessuale ma non quella generativa. Per generare devi uscire di casa, devi aver un mutuo e una casa e per cui per aumentare la natalità non devi dare mille euro per fare il terzo figlio, li devi dare per il primo figlio e se non c’è natalità il Paese va in mano ha chi ha più forza”, Si allude agli stranieri, ai musulmani, contro i quali il paese pensa di chiudersi a riccio a differenza di altri Stati come l’Inghilterra dove tanti stranieri sono diventati sindaci e ministri: “Noi siamo capaci forse di promuovere a sindaco o a ministro un pakistano? No, perché siamo vittime di un ritardo antropologico. Gli stranieri sono più forti di noi e quindi ci domineranno. Abbiamo la forza biologica e psicologica per impedirlo? No. È la biologia a decidere chi deve governare la storia”.
E tornando ai giovani, per concludere: “Durante l’età del massimo della loro potenza ideativa gli facciamo fare le fotocopie. In questo modo non si può avere un futuro”. Quale futuro? “Una volta la società era di due generazioni, padre e figlio. Ora quando muore il nonno la casa va al padre del figlio”. Non è un Paese per figli.



