12 trucchi per risparmiare denaro crescendo i figli

FONTE: The Wall Street Journal

AUTORE: Veronica Dagher

DATA: 22 agosto 2025

12 trucchi per risparmiare denaro crescendo i figli, da genitori intelligenti che l'hanno fatto

Fare da babysitter può essere gratuito e rifiutare le richieste di snack al supermercato può essere divertente

Questa settimana vi raccontiamo quanto costa crescere un figlio nel 2025 e come le famiglie stanno riuscendo a farcela.

Essere genitori richiede una buona dose di creatività: per intrattenere i figli, per favorire il loro apprendimento, per fargli mangiare le verdure.

Applicare un po' di creatività al risparmio può aiutare ad alleviare le enormi spese legate all'educazione dei figli . E potrebbe anche essere divertente. Abbiamo chiesto a genitori con figli di tutte le età i loro migliori trucchi per risparmiare.

Ecco i nostri preferiti (modificati per chiarezza e lunghezza):

 

Rebecca Palmer, McLean, Virginia | Età dei bambini: 5 e 8 anni 

Le babysitter nella nostra zona costano 25 dollari l'ora, quindi una serata romantica può facilmente raggiungere i 100 dollari prima ancora di uscire di casa. Invece, organizziamo uno scambio di babysitter con un'altra coppia. Una coppia mette a letto i figli e, una volta che i bambini si sono addormentati, un genitore dell'altra coppia si avvicina per fare da babysitter mentre i genitori escono per una serata romantica. Il genitore in visita può rilassarsi, guardare uno spettacolo ed è semplicemente presente nel caso in cui i bambini si sveglino o ci sia un'emergenza. Nel frattempo, il partner rimane a casa con i propri figli. Un'altra sera, si scambiano i ruoli in modo che la seconda coppia abbia il suo turno. Questo tipo di accordo era incredibilmente comune tra i nostri amici genitori durante la laurea e molti di noi lo fanno ancora oggi.

 

Kelly Palmer, Chicago | Età del bambino: 2

Ho aperto un conto di risparmio per l'università 529 quando è nato mio figlio e ho condiviso il link per il contributo con amici e familiari. (Il piano in genere genera un link diretto alla pagina delle donazioni di tuo figlio, in modo che altri possano contribuire, ma non dà loro la possibilità di accedere ai dettagli del tuo conto, come il saldo). Ci ha tolto la pressione di dover risparmiare durante il primo anno di vita di nostro figlio e ha protetto la nostra casa da un'ondata di giocattoli e vestiti che il nostro bambino avrebbe presto dovuto indossare. Continuiamo a condividere il link ogni anno prima del compleanno di nostro figlio. Per il suo prossimo compleanno, sarebbe entusiasta di aprire l'ennesimo camion dei pompieri giocattolo, ma un giorno si renderà conto che un contributo al suo 529 è stato un regalo più prezioso.

Grant Gallagher, Mount Olive, NJ | Età dei bambini: gemelli di 5 anni

Le immagini di personaggi dei cartoni animati sulle confezioni di succhi di frutta o sugli snack al supermercato sono sempre un'attrazione per i nostri figli. Evitiamo gli acquisti impulsivi tenendo a casa una scorta di adesivi dei personaggi dei negozi a un dollaro. Quando i nostri figli vedono articoli a tema, diciamo semplicemente: "Ne abbiamo uno ancora migliore a casa!". Poi, applichiamo gli adesivi a ciò che già possediamo. I miei figli sono semplicemente felici di ricevere qualcosa di simile a ciò che desideravano.

 

Linda Rogers, San Diego | Età dei bambini: 7, 9, 12, 14 

Le mie quattro ragazze hanno opinioni molto specifiche sulle borracce (devono essere di marche specifiche, costano tutte tra i 30 e i 50 dollari l'una). Ho notato un sacco di borracce di lusso, usate pochissimo, nell'ufficio oggetti smarriti della scuola. Ho chiesto informazioni e, se non vengono reclamate, vengono spedite al negozio dell'usato locale ogni pochi mesi. Così siamo andate in quel negozio dell'usato e, come previsto, tutte le marche che volevano erano lì a una frazione del prezzo. Ci andiamo ogni volta che hanno bisogno di una borraccia. Scegliamo quelle in acciaio inossidabile, le igienizziamo e sostituiamo sempre le cannucce.

Michael Tannenbaum, Greenwich, Connecticut | Età dei bambini: 3 e 5 anni

Dato che le compagnie aeree di solito imbarcano gratuitamente i seggiolini auto, metto giacche e altri indumenti nella borsa del seggiolino. Finora nessuna compagnia aerea ha obiettato. Questo semplice trucco mi evita di pagare un costoso bagaglio da stiva. Inoltre, significa che non devo noleggiare i seggiolini auto una volta arrivati ​​a destinazione.

 

Maggie Klokkenga , Morton, Ill. | Età dei bambini: 10, 11, 12

Il materiale scolastico si accumula (soprattutto i pennarelli cancellabili a secco). Alla fine dell'anno scolastico, una volta che i miei figli hanno scaricato tutto il materiale scolastico sul tavolo della cucina, lo controllo e lo confronto con la lista del materiale scolastico dell'anno successivo, fornita dalla nostra scuola elementare. Questo fa tre cose: svuoto il tavolo della cucina di tutto il materiale scolastico per l'estate; identifico il materiale scolastico che hanno già per il prossimo anno scolastico, così risparmio denaro non comprandolo; ora so cosa mi serve durante i saldi di fine anno scolastico, un paio di settimane prima dell'inizio delle lezioni.

 

Cherie Stueve , Bay Area, California | Età dei bambini: 34 e 35 anni

A partire dal liceo, abbiamo trasferito automaticamente il denaro di cui i nostri figli avevano bisogno, sia per le necessità primarie come il materiale scolastico, sia per le spese divertenti come i pasti con gli amici, sui loro conti correnti, di cui eravamo comproprietari. Abbiamo stimato le spese annuali dei nostri ragazzi, come vestiti, materiale scolastico, attività e regali, le abbiamo divise per due e abbiamo impostato i trasferimenti il ​​1° e il 15 per imitare i tempi e la regolarità di uno stipendio. Erano responsabili delle decisioni di spesa e questo ha insegnato loro a pianificare nel tempo le spese più importanti, come il ballo di fine anno. Mi ha fatto risparmiare denaro evitando acquisti dell'ultimo minuto.

 

 

Adam Yosim, Boca Raton, Florida | Età dei bambini: 2 e 6 anni

Se andate in gita con la famiglia in un parco a tema, comprate i souvenir in anticipo. Prima della prima visita della mia figlia maggiore a Disney World, io e mia moglie abbiamo ordinato giocattoli a tema Disney, come Minnie e Buzz Lightyear, su Amazon e gliene abbiamo regalato uno ogni mattina prima di andare al parco. Non ha mai notato la differenza. Ci ha risparmiato di pagare un sovrapprezzo e di fare lunghe file al negozio di souvenir. Per il suo sesto compleanno, abbiamo fatto lo stesso con un vestito di Jasmine: metà prezzo, stessa magia.

 

Ryan Bayonnet, Akron, Ohio | Età del bambino: 9 mesi

Abbiamo creato una "catena" di genitori con figli della stessa età per tramandare vestiti, giocattoli e libri. La catena include famiglie i cui figli sono di diversi mesi più grandi e più piccoli dei nostri. Le famiglie i cui figli sono diventati troppo grandi per gli articoli li passano a quelli di noi che sono appena più indietro in età. I ​​membri più anziani della catena eliminano il disordine dalla loro casa e le famiglie con i bambini più piccoli risparmiano un sacco di soldi.

 

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Il più grande rimpianto di Cesare Romiti, amministratore delegato di Alitalia, Fiat (25 anni con Agnelli), Impregilo e RCS

FONTE: TV2000 – Corriere TV

AUTORE: 

DATA: 18 agosto 2020

Il più grande rimpianto di Cesare Romiti, amministratore delegato di Alitalia, della Fiat per 25 anni a fianco dell’Avvocato Agnelli, poi di Impregilo e RCS

https://video.corriere.it/economia/cesare-romiti-quando-tv-diceva-il-rimpianto-piu-grande-ho-lavorato-molto-non-ho-mai-conosciuto-miei-figli/8da8cffe-e123-11ea-b799-96c89e260eb4?vclk=video3CHP%7Ccesare-romiti-quando-tv-diceva-il-rimpianto-piu-grande-ho-lavorato-molto-non-ho-mai-conosciuto-miei-figli

Se la poesia (come diceva Montale) è inutile, perché insegnarla? “Perché è bellezza e la dimensione estetica matura la persona”

FONTE: Orizzonte Scuola

DATA: 2 aprile 2025

La scuola – dice lui – non deve occuparsi di ciò che i giovani faranno, ma innanzitutto di ciò che essi saranno”Stefano Picciano è docente di Lettere presso l’Istituto Comprensivo 1 di Riccione. Ha 44 anni, è anche musicologo e ricercatore in Storia della musica, autore di vari libri, scrive sul quotidiano Il Foglio. “È attraverso la pura dimensione estetica – prosegue il professore – che la scuola mette a fuoco il suo obiettivo principale: la maturazione della persona in quanto tale.”

Picciano è animato da una grande passione per l’educazione: “Il tema della scuola e dell’educazione – ammette – mi ha sempre appassionato”. E in particolare quello della parola, come ci aveva rivelato in una precedente intervista sull’importanza del lessicoIn una successiva conversazione c’eravamo soffermati con lui sui temi del bello e dell’utile”. Uno studente “che maturi i fondamenti della percezione estetica, l’amore per la bellezza oppure il rispetto per i tesori della cultura difficilmente maltratterà le persone o le cose. Noi cerchiamo con dei progetti di insegnare delle competenze che in realtà sono già implicite nella nostra tradizione culturale. Difficilmente un ragazzino che suona, per esempio, il pianoforte maltratterà un compagno, poiché ha una percezione fondamentale della bellezza, che è una dimensione educativa essenziale della persona”.

L’educazione la scuola, la bellezza. Che cosa manca? Che cosa mancava. Mancava quella cosa inutile – per dirla con Montale – che è la poesia: “Nel 1966, all’atto di ricevere il Premio Nobel – rammenta Picciano – Eugenio Montale ironicamente osservò: ‘Io sono qui perché ho scritto poesie, un prodotto assolutamente inutile’. Proprio nei giorni scorsi, il 21 marzo, è stata celebrata la giornata mondiale della poesia ideata dall’UNESCO nel 1999: un invito a riflettere – come abbiamo scritto su queste colonne – sul potere del linguaggio e sul pieno sviluppo delle capacità creative di ogni persona.

Professor Stefano Picciano, perché dare spazio alla poesia nella scuola, se Montale la definiva inutile?

“Montale sapeva bene che ciò che appare inutile è, a ben vedere, ciò che serve di più alla crescita della persona. Imparare a memoria le poesie – come dedicare tempo ad ogni forma d’arte – libera la mente dai vincoli troppo stretti dell’utilità e della necessità e pone finalmente al centro il soggetto. La didattica non deve dimenticare di porre in primo piano la dimensione estetica, l’arte, la bellezza, liberandosi dalla miopia di una concezione di scuola che fa prevalere la dimensione professionalizzante. Come ho detto in altre occasioni, la scuola non deve occuparsi di ciò che i giovani faranno, ma innanzitutto di ciò che essi saranno. È attraverso la pura dimensione estetica che la scuola mette a fuoco il suo obiettivo principale: la maturazione della persona in quanto tale. Ha scritto Hans-Georg Gadamer: ‘Nell’incontro con l’arte vediamo attuarsi un’esperienza che realmente modifica colui che la fa’”.

Si discute molto negli ultimi tempi dell’utilità di imparare a memoria le poesie. Lo stesso ministro Valditara ha rilanciato il tema di recente. Che cosa ne pensa?

“La consuetudine di imparare a memoria le poesie – il celebre linguista Luca Serianni ne parlava come di ‘un’abitudine che non si celebrerà mai abbastanza’ – appare opportuna, come ogni attenzione alla letteratura, alla musica, all’arte, proprio perché ciò che in termini generali la poesia mette a tema è l’uomo stesso: ‘L’argomento della mia poesia, e credo di ogni possibile poesia –notava ancora Montale– è la condizione umana in sé considerata’. La scuola ha bisogno di custodire la dimensione disinteressata del puro sguardo alla bellezza come fattore capace di formare la persona: è il tempo dell’otium – in greco scholé –, quello nel quale i ragazzi cercano sé stessi, le proprie inclinazioni, la propria identità. Un domani, certo, lo studente sceglierà una professione, ma questo passo sarà posto sul terreno di una formazione fondamentale che si colloca a un livello precedente. Il periodo della scuola non deve servire a nulla se non alla crescita umana del soggetto”.

La scuola come otium

“La scuola è un tempo libero nel quale dare ai giovani ciò che pone per così dire le fondamenta della persona: è importante leggere e rileggere le grandi pagine della letteratura, le poesie, poi tornarvi e scoprire che esse svelano sempre qualcosa di nuovo, ascoltare le grandi opere musicali, dare tempo all’osservazione dell’arte e poi, naturalmente, dedicarsi alla riflessione, alla scrittura, all’argomentazione”.

Come organizzerebbe, lei, l’ora di poesia?

“Innanzitutto, semplicemente, leggendo il testo più volte. Gli studenti non possono affezionarsi ad un testo se ad essere messa in primo piano è la sua analisi: questa deve essere fatta, certo, ma solo come strada verso la familiarizzazione con l’opera in sé. La poesia è qualcosa che accade, che vive nella voce di chi la legge. Si tratta di permettere a quelle parole di accendersi nuovamente e, rivestite del tono di una espressione sempre nuova, mostrarsi a noi nel loro inesauribile significato. Ben venga, dunque, l’imparare a memoria, se è per ricordare, cioè – letteralmente – tenere nel cuore qualcosa di bello: significa custodire dentro di sé un piccolo tesoro”.

E come descriverebbe questo tesoro?

“Nella quotidianità ad un tratto un verso emerge dalla memoria e si mostra capace di illuminare ciò che viviamo. Imparare le grandi poesie a memoria permette che il segreto racchiuso in quei versi ci sorprenda, in seguito, magari nei frangenti più inaspettati, mostrandoci d’improvviso la profondità di un frammento di vita, rendendo più intenso il nostro rapporto con le cose, suggerendoci un approfondimento dello sguardo, insegnandoci a cogliere la densità di un istante, svelandoci uno stralcio di verità”.

Faccia un esempio.

“A volte gli studenti mi hanno raccontato l’esperienza di un’insoddisfazione, nei loro particolari, anche piccoli desideri, a partire da versi come quello in cui Ungaretti scrive ‘In nessuna / parte / di terra / mi posso / accasare’, oppure quello di Cardarelli: ‘Non so dove i gabbiani abbiano il nido / ove trovino pace. / Io son come loro / in perpetuo volo’. L’importante è fare esperienza del fatto che quei versi parlano di noi. Leggendo una poesia scopro che l’autore descrive non appena la sua vita, bensì la mia”.

La poesia che porta il lettore verso se stesso…

“Certamente. La poesia è amica del silenzio. Quel silenzio in cui l’uomo entra in rapporto con sé stesso, con la propria interiorità. Per questo essa non di rado mette a tema quella particolare nostalgia che caratterizza l’uomo. Lo stesso Montale accennò ad una strutturale mancanza che contraddistingue l’essere umano, notando l’abitudine delle persone a riempire il tempo di ‘occupazioni che colmino quel vuoto’. E aggiungeva: ‘Pochi sono gli uomini capaci di guardare con fermo ciglio in quel vuoto’. È impressionante, a questo proposito, il frammento concepito da Mario Luzi: ‘Di che è mancanza questa mancanza, / cuore, / che a un tratto ne / sei pieno? / Di che?’. Ed è significativo il fatto che questo passo sia stato scritto alla vigilia del nuovo millennio, quasi a sottolineare il fatto che l’uomo contemporaneo, apparentemente appagato dalla società dei consumi in tante esigenze superficiali, eleva ancora questo ‘tacito grido’ che scaturisce dal fondo del suo animo”.

La memorizzazione non rischia di essere solo un esercizio meccanico?

“Non bisogna cercare una fredda memorizzazione come esercizio di bravura, benché sia importante mostrare agli studenti che in genere utilizziamo pochissimo le potenzialità della memoria. Ciò che importa è una familiarizzazione con l’opera che sia carica di senso, quindi anche di ammirazione per quel verso, per quella parola che ha la capacità di avvicinarci ad una verità su noi stessi o sulle cose attorno a noi. Scrisse suggestivamente Italo Calvino: ‘E’ verso la verità che ci muoviamo, la penna ed io, la verità che aspetto sempre che mi venga incontro, dal fondo di una pagina bianca’”. È l’affascinante immagine per cui la parola è sempre una ‘ricerca’: come scrisse Eugenio Montale, la parola è ‘qualche cosa che si approssima ma non tocca’. Come possiamo interpretare queste parole? ‘Si è sempre scontenti’ – dichiarò in proposito Ungaretti – perché ‘la parola non riuscirà mai a dare il segreto che è in noi… solo lo avvicina’. La poesia è un ambito sui generis, nel quale si potrebbe dire che le parole più vere non sono quelle scritte sulla carta ma, per usare la suggestiva espressione di John Keats, ‘quelle non dette, quelle che naufragano nei silenzi’. Qui risiede il mistero dello spazio bianco che circonda i versi: quel ‘biancore’ non è un vuoto ma, come un giorno sorprendentemente mi disse una studentessa, è ‘lo spazio in cui avviene il significato’. Fermai la lezione, che da lì in avanti non fu che un tentare di comprendere questa intuizione. È la nota esperienza di non poter fissare per iscritto ciò che si vorrebbe dire. C’è una meravigliosa espressione di Clarice Lispector che spiega questo: ‘Ciò che ti dico non è mai ciò che ti dico, bensì qualcos’altro’. La poesia è un’approssimazione ad una verità che non può essere racchiusa nelle parole che vengono scritte: il poeta Davide Rondoni ha notato che ‘la poesia appartiene a quell’esperienza della lingua in cui si prova a dire ciò che non si comprende appieno’, aggiungendo: ‘Si cercano le parole (…) per provare a mettere a fuoco quel che ci colpisce, perché il mondo chiede di essere svelato al di là delle prime apparenze’”.

Dunque la poesia nasce dalla meraviglia.

“Si impara a non dare per scontato ciò che si vede, come accennava Charles Peguy in riferimento a Victor Hugo: ‘Egli non vedeva il mondo con uno sguardo abituato (…). È lo stupore che conta (…). Il vecchio Hugo, amico mio, vedeva il mondo come se fosse stato appena fatto (…), come se finalmente fosse appena venuto al mondo. Egli vedeva il mondo come se esso uscisse dalle mani del fabbricante’. Anche Paul Valéry, nei suoi Cahiers, scrive un’annotazione significativa in proposito: ‘È proprio della mia natura trovarmi di colpo davanti alle cose come se fossero del tutto sconosciute’. La poesia – un po’ come la fotografia – svela il valore assoluto di ogni istante e conduce l’uomo – per usare ancora le parole di Montale – nei ‘silenzi in cui le cose / s’abbandonano e sembrano vicine / a tradire il loro ultimo segreto’”.

E in che cosa potrebbe consistere questo segreto?

“Innanzitutto l’essere stesso delle cose è un mistero. È suggestivo, in proposito, quanto scrive il filosofo Max Picard sull’esperienza della pura osservazione: ‘Guardo l’oggetto attentamente e quasi un po’ spaventato, poiché in fondo non l’ho mai visto, il fatto di vederlo è veramente un avvenimento e mi sembra anzi di essere un uomo che lo veda per la prima volta’. Il punto focale della poesia è forse la sua capacità di recuperare uno sguardo originale sulle cose, coglierle in una visuale che si spinge oltre l’apparenza, oltrepassare la cortina di apparenza che rende le giornate tutte uguali, superare l’illusione ‘di chi crede / che la realtà sia quella che si vede’”.

C’è anche una valorizzazione del singolo istante…

“Certamente. La poesia ci pone in una condizione – per usare un termine di Peter Handke – di intensa vigilanza, quella che permette di ‘aprirsi ogni giorno un varco verso gli spigoli luccicanti della vita’. La poesia ci accompagna insomma ad uno sguardo più profondo verso le cose, facendoci cogliere quella che Mario Luzi chiamava l’immensità dell’attimo”.

Ha già deciso quali saranno i poeti da proporre ai suoi studenti? Quali le preferenze?

“Se volessimo selezionarne tre, direi innanzitutto Giovanni Pascoli, in cui c’è una valorizzazione estrema per il dettaglio, il particolare: la campana, la culla, la neve, il ruscello, la finestra, il grano, la strada, l’aratro. Le piccole cose diventano il luogo di una vibrazione sconosciuta dell’essere, che viene innalzato ad una dimensione assoluta: come scrive la sapienza orientale, ‘in verità tutte le cose piccole sono belle’. In secondo luogo naturalmente dedicherei del tempo a Leopardi, per il modo in cui descrive agli uomini le capacità dell’animo proprio, insegnandoci che cosa sia il desiderio. Infine sceglierei Ungaretti, per il ‘peso’ inedito che dà alla parola, mettendo in luce il valore originale di ogni vocabolo, la ricerca instancabile nel mondo del lessico: ‘Io ho da dire questo, diceva; come posso dirlo con il numero minore di parole, anzi con quell’unica parola che lo dica nel modo più completo possibile?’”. Tutto sta nel portare questo tesoro letterario agli studenti in un modo che possa essere per loro affascinante. È fondamentale fare in modo che l’ora di lezione sia bella, qualcosa che il giorno dopo sia desiderabile tornare a cercare. Soprattutto nelle discipline di ambito estetico si tratta di ‘innescare’ la loro libertà, perché l’ammirazione per la bellezza è qualcosa che non si può imporre, ma solo proporre. Freud definiva l’insegnamento un’attività impossibile, perché in certa misura è sempre dipendente dalla libertà di adesione dell’allievo. Per questo l’attenzione deve essere incentrata sull’esperienza: deve essere chiaro che leggiamo quei versi perché parlano di noi. Se gli studenti capiscono di essere protagonisti, possiamo insegnare loro a custodire la ricchezza del patrimonio che il passato ci consegna”.

Paolo Crepet sulla strage di Paderno Dugnano: «Famiglia perfetta? C’erano per forza segnali, che nessuno ha visto. Questo deve spaventare»

FONTE: Corriere della Sera e Messaggero

AUTORE: Tommaso Moretto

DATA: settembre 2024

Genitori e fratello minore uccisi a 17 anni da Riccardo nel Milanese, lo psichiatra: «Perchè lo ha fatto? Va chiesto all'Onnipotente ma parlare di ragazzo per bene è la controfirma di una società ormai sfaldata. Non ci parliamo più, non conosciamo l'altro: il vicino ma neppure chi vive con noi»  

 

Un ragazzo di 17 anni a Paderno Dugnano, Comune della città metropolitana di Milano, ha ucciso con un coltello da carne il fratello di 12 anni e i genitori nella notte tra sabato e domenica. Ha confessato tutto davanti agli inquirenti, dicendo «non c’è un vero motivo per cui li ho uccisi, mi sentivo oppresso». Paolo Crepet, 72 anni, psichiatra, sociologo e saggista, in passato pro-rettore dell’Università di Padova, invita a riflettere sulla nostra «comunità sfaldata».

Cos’è passato per la testa di questo ragazzo, si è dato una spiegazione?
«Va chiesta all’Onnipotente. Criminologi e psicologi che rispondono ad una domanda del genere sono dei fanfaroni. Quello che mi spaventa invece è come mai non se n’è accorto nessuno».

Secondo lei c’erano per forza dei segnali?
«È ovvio, un ragazzino di 17 anni prende in mano un coltello e fa una strage e non ci sono segnali? Stiamo scherzando?».

Il vicino di casa ha detto che era una famiglia tranquilla, che non aveva notato nulla di strano.
«Questo è bestiale, è la controfirma di una civiltà morta. Chi dice che era una persona meravigliosa uno che ha fatto una strage perché lo dice? Ci è andato a bere un caffè alle otto? E cosa pensava gli dicesse, tra dieci minuti ammazzo tutti?»

È una società dove non ci si conosce più?
«Non ci parliamo più, io non conosco nessuno dei miei condomini. È una comunità sfaldata, una volta tra vicini ci si aiutava».

La famiglia massacrata viveva in una zona di villette.
«Perché Turetta dove abitava? Nel Bronx? Smettiamo di parlare di “famiglie per bene”, aboliamo questa dicitura».

Questo ragazzo non pensava che sarebbe stato scoperto e quindi che sarebbe finito in carcere?
«Non gliene frega niente. Un’altra cosa che ci è sfuggita da Novi Ligure ad oggi, e son passati più di vent’anni, è la questione social. All’epoca di Novi Ligure sono stato preso per i fondelli dicevano che banalizzo soltanto perché chiedevo se in quelle famiglie - e all’epoca non c’erano i social - alla sera, a cena, ci si chiede anche come va. Figuriamoci oggi con i social».

I social network peggiorano la situazione?
«Di un milione di volte. Chi dice di no è in malafede. Un ragazzino di 17 anni che si mette la “vision pro” sugli occhi è più o meno isolato? Ci vuol Marconi per capirlo?».

Comunque, dall’isolamento ai triplici omicidi resta un passaggio difficile da capire.
«Mica tanto, quella è la punta di un iceberg. Lui l’ha fatto, mille altri ci hanno pensato. E poi comunque questi casi non sono così rari».

Perché scatta il meccanismo della violenza?
«Perché siamo tutti violenti, questa è una società violentissima. A Torino hanno massacrato un signore che faceva le bolle di sapone alla stazione, non è follia, è odio. È odio anche andare a 200 chilometri l’ora in auto con la propria fidanzata e finire contro un albero, se ami la tua ragazza vai a 65 orari e le accarezzi la mano. Ai 200 all’ora si è indifferenti alla vita dell’altro, è ovvio».

È possibile un parallelo con quanto appena successo a Sharon Verzeni?
«Anche lì, odio. Ogni evento ha un suo perché e una sua declinazione, non possiamo metterli nello stesso posto. Ma in comune ci sono l’odio e l’indifferenza per la vita altrui».

La prospettiva del carcere non è un deterrente?
«Non gliene frega niente, zero. Siamo bombardati da mesi con quaranta morti al giorno in televisione per le guerre, è un continuo richiamo alla morte. E poi l’ergastolo non lo faranno. Questo ragazzo di 17 anni si farà 15 anni, ci sono già i periti al lavoro, poi è minorenne».

Il suo recupero psicologico è possibile?
«Lo sarebbe se si volesse ma andrebbe cambiato il carcere minorile. Bisognerebbe ci fossero persone con capacità di intervento, non neolaureati».

Non ci sono?
«Ma per carità. Noi evitiamo questi argomenti perché ci riguardano, ora per distrarci parleremo dell’Ultradestra in Germania».

E perché li evitiamo?
«Perché ci riguardano. Le famiglie non funzionano, la scuola è abbandonata a sé stessa. Negli Stati Uniti ogni mese esce un libro sull’impatto della tecnologia digitale sui nostri figli ma non facciamo niente perché ci sono le Lobby che portano a cena un senatore e sono a posto».

DOMANDE SULLO STESSO ARGOMENTO SUL MESSAGGERO

Cosa intende per disfacimento della famiglia? E perché è avvenuto tutto questo?
«Semplicemente non c'è più un regola. Ed è avvenuto perché non parliamo più. Abbiamo scambiato i soldi con le parole. Una volta si parlava e non c'erano i soldi. Oggi ci sono i soldi ma non si parla più. Un padre non sa dove è suo figlio di 14 anni. Sabato sera c'era mezza Italia che non sapeva dove si trovasse il proprio figlio. Ne aveva una idea molto, molto vaga. Un padre non sa cosa fa il proprio figlio di 14 anni, non sa quanti shot stia bevendo, non sa se consuma cocaina, non sa se fa sesso con una tredicenne. Semplicemente non lo sa. Sa di cosa sanno i genitori?»

Di cosa?
«Di padel, della partita, del prossimo viaggio quando magari si parte sposati e si torna separati. Poi mi dicono "lei è pessimista". No, sono gli ottimisti che sono male informati».

Questa descrizione va contro quello che era il luogo comune dei genitori italiani eccessivamente protettivi. Uno stereotipo che sembrava inattaccabile.
«Sì, ma i genitori italiani sono troppo protettivi nel momento in cui non dovrebbero esserlo. Sono protettivi per la scuola. Vai a discutere se tuo figlio ha preso un brutto voto, se ha preso 5? Ma cosa ti interessa se tuo figlio ha preso 5? Saranno cavoli suoi. Lascialo di fronte alle sue responsabilità. I genitori italiani non sono protettivi quando dovrebbero esserlo, vale a dire a partire dalle 9 di sera. Sono protettivi in modo sbagliato, ecco che non ci sono più i voti a scuola. Guardi, è stato fatto tutto il contrario di ciò che sarebbe intelligente fare. Forse non siamo un popolo così intelligente».

Come si migliora la situazione?
«Mettendo un punto. Possiamo cambiare la scuola, prima di tutto. In maniera rivoluzionaria. Non funziona nulla. Prima di tutto bisogna cominciare a 5 anni e non a 6, finire a 18 e non a 19. Bisogna rimettere i voti come si è sempre fatto. Bisogna avere la scuola a tempo pieno e dare più soldi agli insegnanti. Ma lei pensa che ci sia un politico che pensa a queste cose? Però ho ragione io, me lo faccia dire».

Il caso Don Milani. La visione della scuola distorta dall’ideologia

FONTE: Il Messaggero

AUTORE: Luca Ricolfi

DATA: 26 maggio 2023

Il caso Don Milani. La visione della scuola distorta dall’ideologia

Don Milani detestava il gioco, il pallone, il biliardo, il divertimento, la televisione, persino la ricreazione scolastica. Considerava egoistico persino avere una ragazza, farsi una famiglia, studiare all’università, aspirare a una professione come chirurgo o ingegnere. Le uniche professioni che considerava degne di stima erano, nell’ordine: prete, maestro, sindacalista, politico. La sua scuola era durissima, senza pause, e non disdegnava il ricorso alle maniere forti.

Inevitabilmente, in questi giorni in cui ricorre il centenario della nascita di don Milani, si moltiplicheranno le celebrazioni del suo pensiero, della sua opera, della sua perdurante attualità. Non so se sia il modo giusto di ricordarlo, se sia questo il modo migliore per onorare i grandi del passato. Provo sempre un po’ di disagio, quando un autore classico viene usato per fargli dire quel che piace a noi, che viviamo in un’epoca completamente diversa. Dante era di destra? Manzoni ci invita a non parlare di etnie? Don Milani ci dice come dovrebbe essere la scuola oggi? Proprio per questo, ho accolto con sollievo l’uscita, giusto in questi giorni, di un libriccino di Adolfo Scotto di Luzio, che parla del Priore e della sua opera in un modo diverso, non agiografico né strumentale, e che definirei semplicemente rispettoso (L’equivoco don Milani, Einaudi). Rispettoso perché filologico, perché si sforza – attraverso gli scritti – di farci entrare nella testa del Priore, con le sue ansie, i suoi sogni, il suo modo di vedere le cose.

Il risultato dell’operazione è spiazzante, perché non ci fornisce affatto – come spesso si presume – una soluzione ai problemi della scuola di oggi. Ma semmai ci rivela la radicale inattualità del pensiero di don Milani, una inattualità che, fin da subito, fu pienamente intuita da Pasolini, e da pochissimi altri. Lettera a una professoressa, spiega Scotto di Luzio, “è un pressante invito ad abbandonare ambizioni e illusioni del moderno”. Don Milani detestava il gioco, il pallone, il biliardo, il divertimento, la televisione, persino la ricreazione scolastica. Considerava egoistico persino avere una ragazza, farsi una famiglia, studiare all’università, aspirare a una professione come chirurgo o ingegnere. Le uniche professioni che considerava degne di stima erano, nell’ordine: prete, maestro, sindacalista, politico. La sua scuola era durissima, senza pause, e non disdegnava il ricorso alle maniere forti. Se avesse potuto vedere la scuola (e la gioventù) di oggi, don Milani ne avrebbe avuto orrore. Consumismo e volontà di autorealizzazione, cardini del nostro tempo, erano per lui debolezze piccolo-borghesi: solo la dedizione totale agli altri rendeva una vita degna di essere vissuta.
Ma qual era l’idea di scuola pubblica del Priore? Fondamentalmente, poggiava su tre cardini. Primo, la cultura popolare, e contadina in particolare, fatta di esperienza e saperi pratici, ha pari dignità rispetto alla cultura alta, formale, borghese, insegnata nelle scuole. Secondo, la scuola dell’obbligo dovrebbe riconoscere il pieno valore della cultura popolare, e rinunciare a trasmettere conoscenze prive di utilità pratica (matematica, letteratura, filosofia, ecc.), puntando tutte le carte sull’attualità (leggere i giornali) e sul controllo della lingua (non solo italiana). Terzo, l’orario scolastico dovrebbe essere molto più lungo, perché è nelle ore di non-scuola che i figli dei ricchi acquisiscono un vantaggio rispetto a quelli dei poveri, costretti a lavorare quando non sono a scuola.
Da questo complesso di idee derivava una conseguenza fondamentale. Diversamente da Gramsci, da Concetto Marchesi, e dallo stesso Togliatti, don Milani non vedeva l’accesso alla cultura alta come strumento di elevazione ed emancipazione degli strati popolari. Per lui, come per Pierre Bourdieu pochi anni dopo, la cultura alta era uno strumento di dominio, che imponeva saperi arbitrari, fatti apposta per consentire ai ricchi di umiliare ed escludere i poveri. Come tale, andava lasciata ai ceti alti e a quanti, fra i poveri, preferivano tradire la loro classe di origine, sottomettendosi alla scuola borghese e frequentando quelle che don Milani spregiativamente considerava “Scuole di Servizio dell’Io”, università e licei in particolare.

In questa sua visione dei compiti dell’istruzione, don Milani si situa agli antipodi del pensiero dei Padri Costituenti, in particolare di Piero Calamandrei. Per loro la scuola doveva rompere il monopolio borghese della cultura, facendo sì che la nuova classe dirigente dell’Italia repubblicana potesse attingere alle forze migliori di ogni ceto sociale. Era a questo alto compito che guardava l’articolo 34 della Costituzione, che al comma 2 recita: “I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di accedere ai gradi più alti degli studi”.
Piero Calamandrei considerava quell’articolo il più importante della Costituzione. Don Milani, invece, detestava l’articolo 34. Per lui, diventando chirurgo o ingegnere, il povero perdeva la sua purezza, il suo legame con i compagni, l’appartenenza al magico universo della cultura popolare. Premiare i “capaci e meritevoli ma privi di mezzi” non era la strada giusta. E infatti non fu seguita. Le borse di studio che l’articolo 34 prometteva sono rimaste in gran parte sulla carta: don Milani ha vinto, Piero Calamandrei ha perso. Fu un bene? Fu un male? Su questo, fra una celebrazione e l’altra, forse varrebbe la pena riflettere.

 

Paolo Crepet: “La scuola è fallita. Il 99% degli alunni viene promosso e per i genitori è un diplomificio dove parcheggiare i figli”

FONTE: La Tecnica della Scuola

AUTORE: Redazione

DATA: 31 marzo 2023

In questi giorni si parla molto di disagio giovanile, di problemi psicologici dei ragazzi, di stress della Generazione Z. A dire la sua, facendo un commento molto pungente e, per certi versi, controcorrente, è stato lo psichiatra Paolo Crepet oggi, 31 marzo, intervistato da Radio Cusano Campus all’interno del programma “L’Italia s’è Desta”, come riporta AgenPress.

Fallimento psicologico a causa dei genitori?

“Un dato disarmante quello che riguarda l’onda vasta di malcontento e disagi psicologici tra gli studenti. Personalmente ho sempre avuto un certo timore all’idea che si aprissero questi sportelli di aiuto psicologico negli istituti scolastici. Non so se siano in grado, io penso facciano peggio. Sono scettico sul fatto di considerare tutte le figure coinvolte in grado di evidenziare le reali problematiche che quotidianamente emergono”.

Di fronte all‘alto numero di ragazzi con problemi psicologici Crepet, che mette in evidenza gli sbagli che a suo avviso commettono i genitori in primis, si mostra molto scettico: “Considero questi numeri in percentuale dei ‘falsi positivi’, al primo momento di stanchezza il ragazzo cerca lo psicologo che gli certifichi di essere molto stressato. Il problema degli adolescenti e dei bambini oggi è che hanno dei genitori più giovani, più adolescenti, più paturniati dei propri figli. E per questo motivo siamo di fronte a un vero e proprio ‘marketing della depressione’ che si sviluppa a forza di compatirci”.

Crepet si è poi scagliato contro la Dad, affermando che il disagio dei più giovani è anche conseguenza di come è stata gestita la pandemia: “Io sono stato tra i primi che quando è stata nominata la parola Dad l’ho definita la più grande schifezza che potevamo fare. Bisogna chiudere tutto ma tenere aperte le scuole, almeno parzialmente. Abbiamo detto che andava benissimo fare tutto da casa. Evidentemente è stato un danno, non c’è nulla di peggio di isolare i bambini. E lo abbiamo fatto cocciutamente, due ministri di seguito. Nessuno ha pensato che c’è stato un danno”.

Smettiamola di tutelare i figli nei modi peggiori”

“È necessario considerare una categoria molto vasta, i ragazzi e le ragazze che non hanno voglia di studiare. L’ipotesi che io mi farei da genitore è chiedermi perché mio figlio non studia, prima di decretarne il fallimento psicologico. Io stesso ho ceduto tante volte durante la scuola, ho preso tantissime insufficienze e per fortuna non c’erano gli psicologi. Avevo solo dei genitori che invece che compatirmi mi hanno spronato. Smettiamola di tutelarli nei modi peggiori e di pensare che andare a scuola sia un modo per parcheggiare i figli in un diplomificio”, ha continuato, tirando in ballo la scuola.

“A valle di tutto questo c’è un dato terrificante di cui nessuno si preoccupa, una percentuale altissima, il 99% dei ragazzi che oggi si trovano inseriti in un percorso studi, viene promosso. Basta che si respira si viene promossi. La scuola è fallita. Avete mai visto genitori o ragazzi in sciopero generale contro questo dato evidentemente catastrofico? No perché va bene che quel diploma non conti nulla, perché va bene che metta sullo stesso piano tutti, chi si è sforzato di fare, con chi non ha fatto nulla. Non credo che in questi anni le difficoltà siano aumentate da parte dei professori”.

“Certo che sei più fragile se stai tutto il giorno solo davanti al cellulare. Come si frequentano i ragazzi? Con un emoticon?”, ha aggiunto lo psichiatra.

“Il registro elettronico? Terrificante. I ragazzini non possono più trasgredire. A scuola si trasgredisce: cosa vuol dire, spaccare tutto? No, tentare di prendere sei anche se non hai studiato, è un diritto provarci. Il registro controlla ogni minima mossa. Poi di notte i genitori non sanno dove sono i loro figli”, queste le parole sarcastiche dello psichiatra.

Fuga dal liceo Berchet, ansia e stress negli studenti

Emblematico il caso del liceo classico Berchet di Milano di cui abbiamo parlato: ben 56 studenti hanno lasciato la scuola per trasferirsi altrove. La Repubblica ha condotto un’indagine per capire cosa ci fosse dietro queste decisioni e quale sia il clima che regna nell’istituto.

Dal sondaggio – che chiedeva agli allievi di dare punteggi da uno a cinque su diverse questioni – emerge che oltre la metà di chi ha partecipato (303 allievi) soffre di stress e ansia a causa della scuola, che il 53 per cento sente una forte pressione da parte degli insegnanti e che il 57 per cento non affronta con serenità le prove orali e scritte.

“Ci sono delle difficoltà, per la maggior parte provocate dagli anni di Covid, dal periodo trascorso a casa e dalla didattica a distanza – sottolinea il preside Domenico Guglielmo –. Stiamo cercando di affrontarle con un supporto maggiore di tipo didattico: abbiamo attivato già dall’inizio dell’anno corsi integrativi di italiano e matematica, per rafforzare le basi degli allievi, prevediamo la possibilità di tutoraggio tra pari, quindi con studenti più grandi che affiancano i più piccoli, e, da quest’anno, lo studio assistito con la presenza di un docente”. L’idea è di intervenire sulle competenze dei ragazzi per “cercare di rafforzare la loro fiducia in se stessi”, mettendo poi a disposizione il supporto “di una psicologa presente da tempo a scuola e di un’altra disponibile grazie alle risorse arrivate per far pronte alle conseguenze della pandemia e confermate”.

“Molte criticità erano già presenti prima del Covid, ora stanno venendo alla luce con più forza e non riguardano solo i ragazzi più piccoli – spiega Biancamaria Strano, rappresentante d’istituto e tra i promotori del sondaggio –. C’è un problema, noi lo riconosciamo e vogliamo cercare di cambiare una concezione di scuola sbagliata. A partire dal rapporto tra insegnanti e studenti: chiediamo maggiore sensibilità e attenzione per gli allievi, che non devono sentirsi aggrediti e vedere quindi aumentare i livelli di stress. È importante iniziare un percorso per aprire un dialogo con tutti gli insegnanti. L’obiettivo non è denigrare la scuola, ma far emergere ciò che non funziona e far sì che le cose cambino”.

Mi permetto un commento.

Nell’articolo non vengono individuati alcuni fattori che possono cambiare di molto, a mio avviso, la situazione. Eccoli.

Migliorare di molto la collaborazione scuola-famiglia, che produce effetti sinergici incredibili sulla crescita del ragazzo.

Impegno dei docenti a realizzare una relazione significativa con l’alunno, fatta non solo di insegnamenti ed informazioni, ma di comprensione ed accoglienza, nel dialogo individuale. Non una generica “maggiore sensibilità e attenzione per gli allievi”, come dice la rappresentante d’istituto

Sforzo dei genitori per trovare il tempo di parlare con i figli, tutti i giorni possibilmente. Per conoscerli, quindi capire i loro problemi appena insorgono ed aiutarli.

Cara scuola progressista, quanti danni hai fatto

FONTE: Repubblica.it

AUTORE: Paolo Di Paolo

DATA: 13 ottobre 2021

La macchina dell'istruzione come amplificatore delle disuguaglianze: il saggio di Paola Mastrocola e Luca Ricolfi

Una risposta inattesa che arriva mezzo secolo dopo: a quella lettera sovversiva spedita dalla Scuola di Barbiana un anno prima del 1968, per diventare simbolo di un'intera stagione di cambiamenti. La "professoressa" replica a don Milani, però nel 2021. Con una fermezza che farà discutere, in una delle pagine di Il danno scolastico. La scuola progressista come macchina della disuguaglianza (La nave di Teseo), la battaglia del priore di Barbiana viene definita "anacronistica"; e non solo a giudicarla ora, ma già due decenni fa, quando entrava in vigore la riforma Berlinguer, l'altro grande bersaglio polemico del libro.

Alle soglie del 2000 - osserva la scrittrice Paola Mastrocola, autrice del saggio a quattro mani con il sociologo Luca Ricolfi - "il mondo era ulteriormente cambiato: nelle classi dove insegnavo io, c'erano ragazzi che non sapevano più né parlare né scrivere, ed erano i figli svogliati e viziati di una media borghesia, non più i figli di contadini e operai: a loro più che mai avremmo dovuto dare l'Iliade del Monti. Che senso aveva protrarre l'ideologia di don Milani? Eppure era ancora quello il modello proposto e celebrato nella scuola, un modello che poteva valere negli anni Cinquanta, e in un piccolo borgo sperduto tra le colline toscane".

Mastrocola e Ricolfi, mettendo in gioco ciascuno la propria esperienza di insegnamento (la prima nella scuola superiore, il secondo nell'università), e correndo consapevolmente il rischio di apparire "passatisti e nostalgici", accusano la scuola "facilitata, progressista e democratica" di essere la responsabile di un enorme buco di conoscenza e cultura nel nostro Paese.

La tesi dei due autori è che la macchina dell'istruzione italiana sia diventata "un formidabile amplificatore delle disuguaglianze", dietro un apparente egualitarismo didattico; e quel "non ho le basi", che anche nel corso di un esame universitario uno studente può offrire come attenuante della propria impreparazione, andrebbe - sostengono - preso alla lettera. Perché si tratta, nei fatti, di scarsa padronanza del linguaggio, di insufficiente capacità di comprensione delle domande e conseguente difficoltà nel produrre risposte in autonomia.

La liberalizzazione degli accessi nel post-'68, il diritto al successo formativo, il 3+2 voluto da Berlinguer sono secondo Mastrocola e Ricolfi le cause del disastro nella formazione accademica (sono molto severi anche con una classe docente universitaria impegnata in una demenziale corsa alle pubblicazioni su rivista, schiavi spesso compiaciuti di un sistema di reclutamento e di valutazione infernale; e qui è difficile contraddirli).

Ma all'università si arriva, quando si arriva, dopo un esame di maturità "farsa" e una scuola che negli ultimi cinquant'anni ha, ai loro occhi, abbassato progressivamente gli standard formativi insieme all'asticella della promozione. Fattore che avrebbe danneggiato i ceti popolari più di quanto abbia danneggiato i ceti alti: incrociando i dati Istat con i risultati delle prove Invalsi, Ricolfi intende dimostrare come sul destino sociale di un giovane abbia un'incidenza cruciale la qualità dell'istruzione ricevuta, in positivo, e il grado di indulgenza nella valutazione, in negativo. Più di quanto si possa pensare, e più dell'origine sociale e del contesto economico: "La scuola senza qualità amplia il vantaggio dei ceti alti, quella di qualità attenua lo svantaggio dei ceti popolari. Nella gara della vita, sono i ceti deboli le vere vittime di un abbassamento della qualità della scuola". Per modificare alla radice il "parametro di iniquità" occorre un'istruzione di qualità elevata, che possa letteralmente catapultare uno studente da un mondo sociale a un altro.

Mastrocola richiama il proprio stesso percorso, a riprova, per "incrinare un altro pilastro della tesi progressista": studiano solo i ragazzi le cui case sono piene di libri. "Non è vero. Non è detto. Qui azzarderei addirittura il contrario. La mia casa era vuota di libri. Neanche l'ombra. I miei non leggevano". È dipeso tutto dalla scuola, lei dice: una scuola lontana dalle odierne tendenze burocratico-aziendaliste, che non misurava "competenze", non temeva il sapere astratto e faceva vivere gli studenti in un clima di allerta permanente. Troppo? Forse sì. Ma Mastrocola, in altri libri piuttosto discussi, aveva già elogiato severità, lingue classiche, necessità dell'esercizio della parafrasi, sapendo di apparire "attaccata a una visione elitaria e nostalgica".

Nell'avvertenza a questo volume, d'altra parte, gli autori chiariscono di non voler tornare a una scuola del passato. Sullo strumento della bocciatura, sulla riforma della scuola media del '62, sul presunto specifico del liceo classico c'è da discutere parecchio, e magari da dissentire. Non sull'epigrafe, che è l'articolo 34 della Costituzione. E su un punto inconfutabile: chi parte avvantaggiato a livello socio-economico se la cava lo stesso. Gli altri hanno bisogno della scuola.

«Ho lasciato la chat dei genitori E sono tornato un uomo felice»

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Lorenzo Salvia

DATA: 28 gennaio 2017

Essere connessi in tempo reale con gli altri papà e le altre mamme trasforma ogni piccolo episodio in un caso. E scatena un’ansia da prestazione che ci fa sentire tutti inadeguati. Uscite dal gruppo: la vostra vita migliorerà. Per le cose serie basta la mail

Non è per le faccine di risposta a ogni messaggio. Non è per quelli che la usano per chiacchierare con una persona sola: «Per la mamma di Valeria, allora ti aspetto all’uscita :-)», «Ok, grz :-):-)». Non è nemmeno per quelli che chiedono i compiti, poi l’aiutino per i compiti, poi ancora il confronto dei compiti, alla fine la soluzione dei compiti. Ho lasciato la chat su WhatsApp dei genitori della scuola di mio figlio. E sono tornato un uomo felice. Ma non l’ho fatto per gli effetti collaterali, che pure sono fastidiosi. L’ho fatto perché la chat, in sé, è gravemente dannosa per la salute. Peggio delle sigarette.

 

Nuoce alla salute (anche con i genitori migliori)

Tutto dipende da come viene usata, dicono. Falso, la chat fa male a prescindere. Essere connessi H 24 e in tempo reale con gli altri genitori genera un incubatore di ansia da prestazione che rovinerebbe la mamma o il papà più zen del mondo. Anche se tutti i genitori sono, come nel caso della scuola elementare di mio figlio, persone per bene, intelligenti e pure simpatiche. La chat nuoce gravemente alla salute per due motivi.

 

Amplifica le piccole cose

Il primo è che trasforma ogni refolo di vento in una tempesta. Un esempio? A scuola fa freddo dopo le festa di Natale. Uno solleva il caso, un altro minimizza. Un altro ancora attacca la maestra, poi c’è quello che la difende, quello che se la prende con la preside. Dopo un po’ arriva quello che ricorda i tempi della nonna, quello che tira in ballo il sindaco, quella che difende il sindaco. Alla fine non si risolve nulla. Anche senza la chat non si risolve nulla. Ma almeno non c’è quella sfilza di squilli e vibrazioni che ti fa dimenticare l’unica cosa davvero importante da fare: chiedere a tuo figlio (non alla chat) se a scuola fa freddo. E in caso mettergli una maglia più pesante.

 

L’ansia da prestazione del genitore perfetto

Il secondo motivo per cui la chat fa male è quella che gli esperti chiamano vetrinizzazione della identità. Cosa vuol dire? Spesso chi interviene non lo fa per dare il suo contributo alla soluzione di un problema, ma per essere sicuro di dare l’immagine giusta di sé. Una gara senza vincitori dove tutti siamo perdenti: ognuno vuole sembrare presente e premuroso, quando parla della merenda bio, della festa della domenica o del pomeriggio con gli amichetti. Alla fine, davanti a tanta premura, tutti finiamo per sentirci inadeguati. A parte la super mamma perfetta che c’è in ogni classe ma che, tranquilli, di solito fa solo finta.

 

Meglio la mail, che usiamo con più attenzione

Il risultato finale è che sulla chat passa quello che non serve. E non passa quello che serve. L’altro giorno, quando c’è stato il terremoto e la scuola è stata evacuata, noi genitori siamo stati avvertiti via mail. Nessuna risposta tanto per rispondere, solo la comunicazione di quella santa donna della nostra efficientissima rappresentante di classe. Alla fine, sulla mail, l’ansia da prestazione scatta più difficilmente. E le piccole cose tendono a rimanere quello che sono, piccole cose. Io sono fuori dal tunnel, di nuovo felice. Urge un intervento che salvi gli altri genitori: un divieto generale per decreto con tanti saluti a quel che resta dello Stato liberale.

P.s. Cari colleghi genitori. Ci si vede domani al bar per il caffè post campanella. Ci facciamo una bella chiacchierata. Ripeto: chiacchierata, non chat.

Warren Buffett: parlare ai figli dei soldi

FONTE: Wall Street Italia

DATA: 31 luglio 2019

Warren Buffett: questo l’errore più grande dei genitori quando parlano di soldi ai propri figli

Un investitore nato Warren Buffett, il CEO di Berkshire Hathaway già a sei anni mostrò di avere la stoffa da imprenditore acquistando una confezione da sei bottiglie di Coke per 25 centesimi e rivendendo ogni lattina per un nichelino. “Mio padre è stata la mia più grande ispirazione”, ha detto Buffett in un’intervista alla CNBC nel 2013.

Da lui ho imparato fin da piccolo quanto sia importante tenere buone abitudini. Il risparmio è stata una lezione importante che mi ha insegnato”.

Ma quale secondo Buffett è il più grande errore che i genitori fanno quando insegnano ai loro figli a gestire i soldi? Aspettare troppo assicura l’oracolo di Ohama.

A volte i genitori aspettano che i loro figli siano adolescenti prima di iniziare a parlare loro di gestione del denaro, quando potrebbero iniziare a farlo quando i loro figli sono in età prescolare”.

Il tempo è un fattore chiave secondo Buffett e si dovrebbe iniziare a parlare ai propri figli di soldi fin già dalla scuola materna. A sostenere la tesi di Buffett uno studio dell’Università di Cambridge secondo cui i bambini sono già in grado di comprendere i concetti monetari di base tra i 3 e i 4 anni. E dall’età di 7 anni, i concetti di base relativi ai comportamenti finanziari futuri in genere si sono sviluppati. Un altro studio del 2018 di T. Rowe Price ha fatto emergere che solo il 4% dei genitori ha detto di aver iniziato a discutere di argomenti finanziari con i propri figli prima dei 5 anni. Il 30% ha iniziato a istruire i propri figli sui soldi all’età di 15 anni o più, mentre il 14% ha detto di non averlo mai fatto.

I consigli di Buffett per educare i propri figli al risparmio

Nel 2011, Buffett ha contribuito al lancio di una serie animata per bambini chiamata “Secret Millionaire’s Club”. Ventisei episodi ognuno dei quali affronta una lezione finanziaria, da come funziona una carta di credito al perché è importante tenere traccia di dove si mettono i soldi. Ecco alcune lezioni della serie e alcuni consigli di Buffett sull’educazione finanziaria da insegnare e ai vostri figli:

  1. Essere un pensatore flessibile: incoraggiate i vostri figli a non arrendersi solo perché qualcosa non funziona la prima volta. La capacità di pensare in modo creativo e fuori dagli schemi sarà utile quando si imbatteranno in future sfide finanziarie. Un’idea può essere sfidare i vostri figli a trovare nuovi usi per i vecchi oggetti della casa (ad esempio, i tappi delle bottiglie possono fungere da pezzi a scacchiera, una scatola di cereali vuota può essere trasformata in porta riviste). Questo aiuterà a insegnare loro a pensare in modo critico, a risparmiare denaro e ad aiutare l’ambiente allo stesso tempo.

  2. Iniziare a risparmiare denaro: per aiutare i vostri figli ad imparare a gestire i loro soldi, è importante per loro capire la differenza tra desideri e bisogni. Un’idea di attività può essere quella di dare a ciascuno dei vostri figli due barattoli di denaro: uno per risparmiare e uno per spendere. Ogni volta che ricevono dei soldi (ad esempio, come regalo o come ricompensa per aver portato a spasso il cane del vicino di casa), parlategli di come vogliono dividere il denaro tra risparmio e spesa.
    Chiedete ai vostri figli di fare una lista o creare un collage da foto di riviste di cinque o dieci cose che vorrebbero acquistare. Poi, guardate ogni elemento con loro e segnate con lui se si tratta di un desiderio o un bisogno (ad esempio, un nuovo giocattolo è un bisogno, mentre un nuovo zaino è un bisogno).

  3. Come distinguere tra prezzo e valore: l’idea alla base di questa lezione è di aiutare i bambini a capire i diversi modi in cui gli inserzionisti ci portano ad acquistare i loro servizi o prodotti. Un’idea di attività in questo caso è fare una lista degli articoli di cui hai bisogno al supermercato, e poi controllare volantini, giornali e siti web.

  4. Come prendere le giuste decisioni: la chiave per prendere decisioni intelligenti è pensare a come le diverse scelte possono influire sui risultati futuri. L’idea di attività in tal senso è parlare con i vostri figli delle vostre decisioni man mano che le prendete, così come di qualsiasi effetto domino che potrebbero avere.
    Per esempio: “Vogliamo comprare un nuovo televisore, ma il nostro condizionatore è rotto e dobbiamo risparmiare per poterlo riparare. Se non lo facciamo, farà troppo caldo in casa quando arriva l’estate. Quando ripareremo il condizionatore, allora possiamo pensare di comprare la TV”.

Senza intelligenza emotiva non si può insegnare

AUTORE: Umberto Galimberti

DATA: agosto 2019

Galimberti: “I Docenti Dovrebbero Essere Assunti in Base all’Intelligenza Emotiva, Senza di Essa Non si Può Insegnare”

Dall’incontro “Educazione emozionale a scuola: il metodo RULER”, che si è tenuto alla fiera Didacta a Firenze è emerso che la scuola italiana si occupa poco dell’intelligenza emotiva, nonostante questa sia ormai universalmente riconosciuta come componente fondamentale nello sviluppo della psiche umana. A parlare di questo argomento sono intervenuti la dottoressa Laura Artusio e il professor Umberto Galimberti.

La dottoressa Artusio ha presentato il metodo RULER di educazione socio-emozionale (SEL). Questo metodo sviluppato presso la Yale University è stato adattato al diverso contesto italiano. Si rivolge a tutto il corpo docenti e mira a sviluppare modalità didattiche alternative che abbiano lo scopo di stimolare l’intelligenza emotiva degli studenti. Cinque sono le abilità chiave dell’intelligenza emotiva : il riconoscimento, la comprensione, il vocabolario emozionale, l’espressione e le strategie di gestione delle proprie emozioni.

Il professor Galimberti ha sottolineato quanto i genitori, oberati dal lavoro o da altre occupazioni, spesso trascurano questo tipo di apprendimento: “Oggi troppo spesso l’apporto genitoriale è fallimentare, i genitori non hanno più tempo di rispondere alle domande filosofiche dei bambini, ai loro mille perché, e spesso le parole mancate vengono sostituite da montagne di giocattoli”.

Questa mancanza, spiega il professore, produce due effetti negativi importanti: un analfabetismo affettivo diffuso e “il rapido appagamento offerto dal giocattolo che impedisce ai bambini di annoiarsi. Quando invece dovrebbero trovarsi in situazioni noiose per elaborare poi, in modo creativo, degli stratagemmi per divertirsi”.

Galimberti ha poi spiegato la differenza tra istruzione, come mera trasmissione di saperi, ed educazione, che permette invece ai bambini di sviluppare la propria personalità: “L’educazione emotiva è ciò che più scarseggia nel sistema scolastico italiano, quando un ragazzo rimane impantanato nello stadio pulsionale il rischio è che sviluppi forme di violenza e bullismo. La pulsione non si esprime in parole, ma solo in gesti e azioni”. Il professore spiega poi come migliorare questa situazione: “Innanzitutto limitando il numero di alunni per classe, fino a un massimo di quindici studenti; ma soprattutto ci vorrebbe una formazione specifica per i professori, che dovrebbero essere scelti anche in base a criteri emotivi e non solo conoscitivi. Se una persona non è empatica e coinvolgente non può fare il professore. È qualcosa che non si può imparare”.

Non manca poi il dissenso totale di Galimberti per l’uso spropositato di strumentazioni tecnologiche e lavagne elettroniche nella scuola italiana: “Dovrebbe essere strapiena di letteratura, soprattutto di romanzi, che permettono di definire le proprie emozioni immedesimandosi nella vita degli altri. Il razzismo nasce proprio dall’incapacità di riconoscersi nell’altro, e su questo dobbiamo intervenire oggi più che mai”.