Stop a voti e bocciature? Appello a Renzi: «Danno a ragazzi e docenti»

FONTE: Corriere della Sera

AUTORI: Valerio Vagnoli, Dirigente scolastico Alberghiero Saffi Sergio Casprini, Insegnante di Storia dell’Arte Andrea Ragazzii

DATA: 20 ottobre 2016

Pubblichiamo l’appello di alcuni docenti fiorentini al presidente del Consiglio sulle misure previste, secondo le anticipazioni, nel decreto legislativo sulla valutazione scolastica.

 

Gentile presidente Renzi,
come insegnanti e come cittadini sentiamo la responsabilità e l’urgenza di scriverle su un’importante questione riguardante la scuola, il cui buon funzionamento, come lei ha spesso sottolineato, è decisivo per il futuro del Paese. Di recente sono stati anticipati i punti più importanti del decreto legislativo sulla valutazione.
Dobbiamo purtroppo constatare che anche questo provvedimento è ispirato al principio base della pedagogia ministeriale degli ultimi decenni: facilitare sempre di più il percorso scolastico, minimizzare o ridurre a un pro forma i momenti di verifica. 

In sintesi si prevede: 
-l’abolizione delle bocciature nella scuola primaria, oggi rarissime (forse il 2 per mille) e sicuramente ben ponderate nell’interesse del bambino, anche perché consentite solo con l’unanimità del Consiglio di classe. Nella scuola media saranno possibili solo in casi eccezionali. Ma eccezionali già lo sono; e certo non decise a cuor leggero.
-la riduzione del numero di prove scritte nei due esami di Stato: da cinque a due in terza media, da tre a due nell’esame di «Maturità», per il quale si ipotizza anche il ritorno alle commissioni tutte interne;
-l’abolizione del voto numerico in tutto il primo ciclo e il ritorno alle mai rimpiante lettere, per «evitare di limitare l’azione valutativa alla mera registrazione del successo o dell’insuccesso di ogni giovane allievo». Dove si fa passare l’idea che gli insegnanti si siano comportati finora come notai, non interessati a incoraggiare e a valorizzare gli allievi.

Nell’ultima puntata di Politics, su Raitre, Lei ha giustamente affermato che si è perso il rispetto sociale per la figura degli insegnanti. Di conseguenza si è indebolita agli occhi degli studenti la loro autorevolezza, essenziale per la relazione didattica e educativa. Questa svalutazione è testimoniata dalla sempre più aggressiva interferenza di molti genitori nelle questioni di competenza dei docenti, così come da molte sentenze della magistratura, che spesso appare pregiudizialmente dalla parte degli studenti e delle loro famiglie, a sostegno di rivendicazioni di ogni tipo, anche prive di fondamento. È una deriva che si deve anche a documenti ministeriali e dichiarazioni di pedagogisti che in modo ideologico e semplicistico addebitano agli insegnanti la responsabilità di qualunque insuccesso scolastico. Manca sempre, e il testo di questo decreto non fa eccezione, un qualsiasi richiamo al contributo di responsabilità e di impegno degli allievi, senza di cui non c’è possibilità di vero «successo formativo». In altre parole manca la consapevolezza che se la scuola vuole essere un «ascensore sociale» per i ragazzi economicamente e culturalmente svantaggiati, è indispensabile che sia seria e rigorosa sia sul piano didattico che su quello educativo.
Negli ultimi anni abbiamo spesso letto e commentato con i nostri allievi lo splendido discorso che il presidente degli Stati Uniti Barack Obama rivolse agli studenti americani nel settembre del 2009, in occasione del primo giorno di scuola, e il cui senso può essere riassunto dalla frase riportata qui accanto. Ci piacerebbe molto che gli studenti italiani potessero finalmente ascoltare parole come queste.

Grazie, presidente, per la sua attenzione.

 

 

 

 

Il successo parte da piccoli. Ecco i nuovi asili

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Valentina Santarpia

DATA: 26 febbraio 2016

Un convegno nel weekend porta alla Bicocca migliaia di esperti nazionali e internazionali, chiamati a disegnare le linee guida delle nuove scuole per i piccoli: laboratori e problem solving più importanti di nozioni e apprendimenti

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A 11 anni sono migliori dei propri coetanei in matematica e inglese, riescono ad avere un comportamento scolastico più controllato, meno iperattivo e più socievole. E nell’arco della vita guadagnano in media il 4,3% in più. Ecco come una buona educazione nei primi anni di vita, nella cosiddetta pre-school, fa progredire i ragazzini inglesi, secondo una ricerca che verrà presentata dalla professoressa Kathy Sylva, dell’università di Oxford, venerdì all’università di Milano Bicocca. Lei è solo una dei tanti esperti chiamati ad approfondire, nel corso di una tre giorni internazionale, il tema delicatissimo e affascinante dello 0-6: capire cioè in che direzione stanno andando i nostri bambini da 0 a sei anni e come ridefinire le nuove regole per l’educazione e la cura dei bambini più piccoli.

 

Anche i neonati apprendono

Proprio nei giorni in cui, come prescritto dalla legge 107, il governo sta mettendo a punto la legge delega per ridisegnare il panorama degli asili italiani, questo diventa un appuntamento prezioso per docenti, pedagogisti, funzionari ministeriali, educatori, economisti. Previsti i contributi dei massimi conoscitori del sistema, da Michel Vandenbroeck, dell’Università di Gent, a Sylva, di Oxford, da Christa Preissing, dell’Ista di Berlino, a Claudia Giudici, presidente Scuole e Nidi d’infanzia di Reggio Emilia. Con un punto fermo da cui partire: in quegli anni il piccolo essere umano introietta tutti gli stimoli possibili per realizzarsi nella vita. «Crediamo che l’educazione precoce dia le migliori chance ai bambini per iniziare nella vita - spiega Sylva- Questo vale soprattutto per i bambini che vengono da famiglie povere o di immigrati. Ed è fondamentale che la fascia 0-3 sia gestita dallo stessa fascia 3-6: anche i neonati imparano!». Gli studi in materia sono unanimi: da James Heckman, premio Nobel per l’economia nel 2000, alle ultime ricerche del Tfiey, il forum transatlantico dedicato alle politiche per lo sviluppo dei servizi per la prima infanzia, le conclusioni sono identiche: soprattutto per le fasce sociali svantaggiate, la frequenza di scuole con caratteristiche «dignitose» porta a maggiore inclusione sociale e a migliori successi scolastici. Da dove cominciare allora per disegnare gli asili del futuro? Dal «curricolo, che è responsabilità», come recita il titolo del convegno.

 

Cabana, l’asilo milanese diventa magico e tattile

«Attenzione, non stiamo parlando di curricolo perché vogliamo mettere la pagella anche ai bambini piccolissimi», ride la rettrice della Bicocca, Susanna Mantovani. «Anzi, presenteremo gli esiti di 2471 questionari completati da maestri e genitori di bambini da 0 a sei anni, che ci rivela proprio quanto le competenze scolastiche siano considerate irrilevanti rispetto ad altri aspetti». L’indagine, realizzata nell’ambito del progetto Care (Curriculum and quality Analysis and impact review of European Early Childhood education and care), ha avuto un discreto riscontro in Italia, dove sono stati restituiti quasi 2500 questionari completi rispetto ai 200 olandesi e ai 700 tedeschi. E fornisce delle indicazioni molto precise sulle esigenze che gravitano intorni ai bambini più piccoli: le conoscenze non sono mai ai primi posti. Da 0 a 3 anni, genitori e insegnanti convergono nel ritenere l’atteggiamento nei confronti dell’apprendimento la cosa più importante, e da 3 a 6 la competenza interpersonale ed emotiva, mentre le abilità e conoscenze pre-scolastiche finiscono agli ultimi posti. «È interessante: significa che concordano nel ritenere che i bambini non debbano imparare a contare precocemente o a scrivere, ma ad affrontare i problemi, a sviluppare competenze. È un approccio molto diffuso in Norvegia, Finlandia, Svezia, e sempre più anche in Italia: valutiamo meno i risultati, misuriamo meno, ma sviluppiamo più capacità. E infatti i bambini che hanno frequentato asili dignitosi nella fascia 0-6 sono anche quelli che vanno meglio nelle prove Invalsi». Un esempio su tutti? Lasciar discutere i bambini di 4 o 5 anni di come si può pedalare senza rotelle, come sia possibile evitare di cadere - esperimento veramente realizzato, filmando i bambini per mezz’ora - può dare dei risultati sorprendenti, con risposte e idee che si avvicinano alla fisica pur senza averne alcuna cognizione. Un progetto educativo sperimentale da poco avviato dal Comune di Milano presso tre scuole dell’infanzia segue proprio questi principi: la Cabana, una struttura ludico-didattica alta, aperta, luminosa, sonora, magica, tattile. Una struttura polifunzionale in legno che nelle sue varie forme basiche lascia spazio a educatori e bambini per trasformarle nei modi più diversi.

 

No alla valutazione delle scuole dell’infanzia

D’altra parte, che la strada giusta sia questa - meno valutazione, più problem solving- lo dimostra anche il fatto che il gruppo di lavoro chiamato da ministero dell’Istruzione e Invalsi a definire il nuovo strumento di autovalutazione delle scuole dell’infanzia abbia stabilito nelle sue conclusioni che i bambini da tre a sei anni non debbano essere sottoposti a prove standardizzate, sul modello dei test Invalsi per capirci. «Abbiamo escluso questa possibilità- anticipa la dottoressa Anna Bondioli al Corriere- per evitare rischi di stigmatizzazione precoce, e che il passaggio di queste informazioni dalla materna alla primaria possa incentivare pregiudizi». Evitato questo rischio, l’autovalutazione verterà piuttosto su domande che riguardano il processo, sul curricolo specifico per l’infanzia, sull’iter complessivo del bambino. Proprio nell’ottica di considerare la fascia di età 0 - 6 un tutt’uno, una sorta di arco temporale unico, proprio come disegna la legge 107, che dovrà essere declinata dai decreti attuativi entro la fine dell’anno.

 

Poli educativi ed educatori laureati

Un tutt’uno non significa che esiterà una sola scuola dalla nascita fino alla soglia delle elementari, spiega Bondioli, che quando per la prima volta la senatrice Francesca Puglisi ha presentato il progetto di legge 1260 ha scritto, insieme a più di 100 docenti di pedagogia, una serie di linee guida sull’ipotesi di legge. I servizi rimarranno così come sono, divisi in asili nido e scuole dell’infanzia, che avranno gestione regionale/comunale/statale, ma quello che cambierà sarà il coordinamento. «La gestione delle liste di attesa, l’organizzazione degli aspetti pratici come i passaggi di informazioni da un grado all’altro, la formazione continua in servizio degli educatori e degli insegnanti-che la legge prescrive- dovrebbero essere affidate a dei poli educativi», spiega Bondioli. Il personale dovrebbe avere come riferimento dei facilitatori educativi, che non dovrebbero seguire delle linee guida uguali per tutti, ma calarsi nella realtà territoriale e declinare le indicazioni per i gruppi di lavoro in base ai contesti. Al di là delle specificità della cura riservata ai più piccoli, il comun denominatore dei bambini da 0 a sei anni dovrebbe essere «l’apprendere l’apprendere», ovvero «più che i contenuti, imparare l’approccio per relazionarsi ai problemi», ribadisce anche Bondioli: più laboratori ed esperimenti che canzoncine da imparare a memoria. E poi, un aspetto fondamentale è puntare sulla uniformità degli standard: spazi, orari, numero di insegnanti per bambini, oggi sono diversi in base alle scelte regionali o comunali, mentre i decreti punteranno a specificare con chiarezza i parametri validi per tutti. «Da 0 a sei anni, vanno bene 7 bambini ad educatore, tra i 2 e i 3 1 ogni 8, ma tra i 3 e i 6 bisogna scendere assolutamente: inaccettabile che un solo insegnante tenga 25 bambini e per di più senza compresenza». Il personale dovrebbe diventare tutto con carriera universitaria, ma «un compromesso potrebbe essere permettere alle educatrici del nido di avere la laurea triennale, quelle dell’infanzia la specialistica».

 

Un posto per tutti

Al di là delle questione tecniche, resta comunque uno l’obiettivo di fondo: «Dobbiamo generalizzare l’offerta, non possiamo permettere che continui ad esistere un Paese a macchia di leopardo», sottolinea Nice Terzi, presidente del gruppo nidi-infanzia italiani. «Fino ad ora gli investimenti sono stati utilizzati in maniera molto diversa da Nord e Sud, così negli anni abbiamo sviluppato delle realtà efficienti, che ci studiano anche all’estero, come a Reggio Emilia, e delle zone assolutamente prive di servizi per l’infanzia. Basta: ora è il momento di mettere i fondi e di stabilire il principio che tutti i bambini hanno diritto ad avere un posto all’asilo nido. Cominciamo col raggiungere l’obiettivo del 33% stabilito dall’Europa, e poi andiamo avanti. Anche la scuola dell’infanzia, deve passare dal 95% al 100%. E per cominciare a sperimentare, bisogna lanciare progetti pilota su tutto il territorio: poi, entro qualche anno, finalmente vedremo i frutti».

Docenti e didattica vanno ripensati. Non scarichiamo le colpe sui presidi

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Claudia Voltattorni

DATA: 3 settembre 2016

Gli istituti scolastici non devono essere per due terzi della giornata dei mausolei vuoti ma delle fabbriche della cultura

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Presidi con funzioni manageriali. Più insegnanti assunti. Prof scelti direttamente dalle scuole a seconda del bisogno. Premi a chi fa meglio il proprio lavoro. Studenti nel mondo del lavoro già durante l’anno. Professor De Mauro, il 2017 sarà l’anno in cui finalmente la scuola italiana farà un passo in avanti? 
Linguista, ministro dell’Istruzione con il governo Amato, professore e presidente della Fondazione Bellonci, Tullio De Mauro sorride: «Oggi (ieri per chi legge, ndr ) è Sant’Elpidio, che, come dice il nome, è il santo della speranza. Dunque, si può sperare che il nuovo anno non sia peggiore dei precedenti. Ciò che chiamiamo scuola è dappertutto un organismo complicato e diversificato, tanto più in un Paese con realtà per conto loro altrettanto diverse ed eterogenee. Le norme della “buona scuola” erano e sono assai lontane dall’aver tenuto conto di questo. Vedremo i singoli interventi previsti e in parte ora in via di attuazione che rimbalzi avranno in concreto nelle diverse realtà». 

Gli studenti italiani trarranno dei benefici reali da tutte queste novità? Cioè: avranno davvero prof più preparati, lezioni più interessanti, saranno più motivati? 

«Gli studenti delle scuole dell’infanzia e delle elementari hanno avuto finora, e dagli Anni 80, una delle migliori scuole del mondo, come, per le elementari, dicono i risultati delle indagini comparative internazionali (e come troppi dimenticano). Per le scuole dei gradi ulteriori, in particolare per le superiori, avere insegnanti più preparati e lezioni più interessanti richiede un ripensamento radicale dei modi di formazione e di aggiornamento in servizio degli insegnanti in funzione di un altrettanto radicale ripensamento dei contenuti didattici e dei modi di farne oggetto di reale e durevole apprendimento. In Francia con modi più bruschi, in Finlandia con saggia cautela, si sta andando su questa via. Questo sforzo di chiamata a raccolta di esperienze pratiche e di studio è mancato ai provvedimenti governativi. Prima o poi dovremo deciderci a farlo». 

In Italia l’immagine degli insegnanti continua a essere non all’altezza della sua importanza per la vita degli individui. Stipendi tra i più bassi d’Europa e scarsa considerazione dall’opinione pubblica. C’è un modo per cambiare tutto ciò in profondità? 

«Cambierà se e quando il Parlamento e un governo decideranno di fare dell’istruzione scolastica e dello stato della cultura di adulte e adulti un oggetto specifico e periodico della loro attività e, come c’è ogni anno la discussione e definizione di una finanziaria, ci sarà annualmente una “culturale”».

I presidi sono uno dei nodi della riforma: hanno un ruolo sempre più centrale e manageriale. Farà bene alla scuola tutto ciò? 

«In omaggio a Sant’Elpidio, si può sperare che non faccia troppo male. E che non si scarichi sui presidi la responsabilità di quanto non funzionerà nelle scuole». 

Contro la dispersione scolastica la ministra Giannini pensa di aprire sempre più la scuola anche oltre l’orario di lezione. È d’accordo? 

«Sarebbe, anzi è assolutamente necessario che l’Italia attivi, come fanno altri Paesi e come da anni ci chiede con insistenza l’Ocse, un sistema organico di educazione degli adulti che svolga le sue attività negli istituti scolastici, nei due terzi della giornata in cui sono un mausoleo vuoto e devono invece diventare, come è stato detto, “fabbriche della cultura”. Le condizioni della popolazione adulta italiana, in cui assai più di due terzi hanno difficoltà a leggere un qualunque testo scritto, non possono non riflettersi su ragazze e ragazzi e ostacolare gravemente il lavoro della scuola, oltre che pesare negativamente sull’intera vita sociale». 

Cosa pensa dell’alternanza scuola-lavoro con studenti che trascorrono dei giorni di scuola nelle aziende o negli uffici? 

«L’idea è buona, ad avviso di molti. Ma le modalità di attuazione richiedono di essere collegate a quel ripensamento cui ho accennato. Altrimenti rischia di far solo confusione. Anche qui, però, sarebbe stato e sarebbe necessario considerare quel che avviene altrove nel mondo e quel che di positivo si è realizzato in Italia in anni passati negli istituti tecnici». 

La felicità secondo papa Francesco

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"Puoi aver difetti, essere ansioso e vivere qualche volta irritato, ma non dimenticare che la tua vita è la più grande azienda al mondo. Solo tu puoi impedirle che vada in declino. In molti ti apprezzano, ti ammirano e ti amano. Mi piacerebbe che ricordassi che essere felice, non è avere un cielo senza tempeste, una strada senza incidenti stradali, lavoro senza fatica, relazioni senza delusioni.

Essere felici è trovare forza nel perdono, speranza nelle battaglie, sicurezza sul palcoscenico della paura, amore nei disaccordi.

Essere felici non è solo apprezzare il sorriso, ma anche riflettere sulla tristezza. Non è solo celebrare i successi, ma apprendere lezioni dai fallimenti. Non è solo sentirsi allegri con gli applausi, ma essere allegri nell'anonimato. Essere felici è riconoscere che vale la pena vivere la vita, nonostante tutte le sfide, incomprensioni e periodi di crisi. Essere felici non è una fatalità del destino, ma una conquista per coloro che sono in grado viaggiare dentro il proprio essere.

Essere felici è smettere di sentirsi vittima dei problemi e diventare attore della propria storia. È attraversare deserti  fuori di sé, ma essere in grado di trovare un'oasi nei recessi della nostra anima.

È ringraziare Dio ogni mattina per il miracolo della vita. Essere felici non è avere paura dei propri sentimenti.

È saper parlare di sé.

È aver coraggio per ascoltare un "No".

È sentirsi sicuri nel ricevere una critica, anche se ingiusta.

È baciare i figli, coccolare i genitori, vivere momenti poetici con gli amici, anche se ci feriscono.

Essere felici è lasciar vivere la creatura che vive in ognuno di noi, libera, gioiosa e semplice.

È aver la maturità per poter dire: “Mi sono sbagliato”.

È avere il coraggio di dire: “Perdonami”.

È avere la sensibilità per esprimere: “Ho bisogno di te”.

È avere la capacità di dire: “Ti amo”.

Che la tua vita diventi un giardino di opportunità per essere felice ...

Che nelle tue primavere sii amante della gioia.

Che nei tuoi inverni sii amico della saggezza.

E che quando sbagli strada, inizi tutto daccapo.

Poiché così sarai più appassionato per la vita.

E scoprirai che essere felice non è avere una vita perfetta. Ma usare le lacrime per irrigare la tolleranza.

Utilizzare le perdite per affinare la pazienza.

Utilizzare gli errori per scolpire la serenità.

 

Utilizzare gli ostacoli per aprire le finestre dell'intelligenza.

Non mollare mai ....

Non rinunciare mai alle persone che ami.

Non rinunciare mai alla felicità, poiché la vita è uno spettacolo incredibile!"

In classe divisi per livello. «Modello sbagliato». «No, attento ai singoli»

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Orsola Riva

DATA: 17 gennaio 2016

La polemica sulla circolare del ministero che dà facoltà ai presidi di suddividere i ragazzi in base alle competenze raggiunte

livelli

Un fantasma si aggira nelle scuole italiane. E’ bastato leggerne il nome in un documento del Miur poco prima di Natale perché sulla rete si scatenasse il panico: «Vogliono dividere gli studenti in bravi e asini». La pietra dello scandalo si nasconde in una riga della circolare dell’11 dicembre scorso in cui il ministero spiegava ai presidi che, nella stesura del nuovo Piano triennale dell’offerta formativa, potranno immaginare non solo di spezzare la rigidità dell’orario annuale di ciascuna disciplina articolandolo in moduli, ma anche di rompere il moloch della classe organizzando il lavoro per «gruppi di livello». Nel primo caso un dirigente potrebbe decidere, per assecondare i ritmi di apprendimento dei ragazzi, di concentrare tutte le ore di una materia nel primo quadrimestre, usando il successivo per un’altra disciplina. Nel secondo caso, pur facendo riferimento a «didattiche cooperative basate sulla modalità peer-to-peer (da pari a pari)» ovvero al fatto che chi è più avanti aiuti chi è rimasto indietro, si introduce esplicitamente la possibilità di lavorare appunto su gruppi di diverso livello.

Il sistema inglese

Una pratica corrente nel mondo anglosassone nel quale le lezioni sono differenziate a seconda delle abilità dei bambini: chi ha il pallino della matematica sta nel «top set» e macina più tabelline, chi invece ha qualche inciampo finisce nel «bottom set». «A me - commenta Raffaele Mantegazza, docente di pedagogia generale alla Bicocca di Milano – i gruppi di livello fanno tornare in mente le classi differenziali di infausta memoria. L’idea che i bravi devono stare con i bravi, gli scarsi con gli scarsi». Mantegazza ci tiene a precisare che lui non tifa certo per il mantenimento dell’unità classe così com’è. «Qualunque intervento sensato che spezzi questo totem sarebbe il benvenuto - spiega -. Lavorare per classi aperte anche per diverse fasce d’età è non solo utile ma necessario. Altro però è spaccare la classe a seconda dei livelli per potenziare i più bravi e recuperare i meno bravi. Cosa vuol dire più bravi e meno bravi? Nei 100 metri è più bravo chi è più veloce ma a scuola non si va solo per imparare, si va per socializzare il sapere. Un bimbo portato per la matematica che si mette a disposizione di chi ne sa meno di lui non solo aiuta l’amico, ma cresce lui. La scuola deve insegnare la democrazia. Il modello rampante inglese,che punta alla competitività, è contrario alla nostra Costituzione».

Ottimo matematico, pessimo cittadino

Non la pensa così Giuseppe Bertagna, docente di pedagogia generale all’Università di Bergamo, già consulente del ministro dell’Istruzione Letizia Moratti e autore di una proposta che prevedeva la costituzione di gruppi di livello. «Intanto nessuno è bravo in tutto. Nel sistema inglese lo stesso bambino può rientrare fra i più talentuosi in una materia e essere fra gli ultimi in un’altra. E poi il gruppo come lo vedo io si articola su più piani: c’è il gruppo di compito in cui si insegna a rifare il letto, quello per progetto, come l’allestimento di uno spettacolo, i gruppi elettivi - a me piace il calcio, a te il basket -, e infine il gruppo di livello che, contrariamente a quello che dicono i suoi detrattori, è uno strumento di integrazione perché serve agli insegnanti per tarare le lezioni non sulla base del programma ma dei bisogni del singolo, che dipendono appunto dal livello raggiunto». La suddivisione in gruppi per Bertagna non esclude affatto la possibilità di socializzare il sapere: chi è più avanti deve aiutare chi è più indietro. Certo - riconosce Bertagna - ci vuole molta sapienza da parte degli insegnanti, altrimenti si rischia di trasformare gli eccellenti in disadattati. «Cosa me ne faccio di un ottimo matematico se poi è un pessimo marito, padre o cittadino?».

Aiutare gli altri serve di più

Il punto è che la formazione di classi eterogenee non è solo più giusta ma anche più efficace. Nella classifica di ciò che funziona di più a scuola stilata da John Hattie in Visible Learning (una raccolta di oltre 50 mila ricerche che hanno coinvolto 80 milioni di studenti), la divisione per gruppi di abilità sta al 121esimo posto su 138. Il lavoro in piccoli gruppi in cui i ragazzi si aiutano reciprocamente al 24esimo.

 

 

 

Giappone, Finlandia, Paesi Bassi: ecco da dove vengono gli universitari migliori

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Antonella De Gregorio

DATA: 21 ottobre 2016

La classifica Ocse basata sulle capacità dei laureati capovolge alcuni luoghi comuni: in Usa e Gran Bretagna ci sono le università migliori del mondo, ma i laureati più capaci non sono americani o inglesi. Davanti a loro belgi, norvegesi e australiani. Italia solo quartultima

Il link ti porterà a vedere 11 schede sulle università di importanti paesi del mondo