Per comprendere il bullismo bisogna saper guardare alle radici

FONTE: Il Sole 24 Ore

AUTORE: Pietro Bordo

DATA: 7 giugno 2018

I recenti fatti di cronaca, docenti oltraggiati da ragazzi, ripropongono con forza il tema del bullismo, che si manifesta ormai verso ogni persona ritenuta debole, adulto o minore.
La maggioranza assoluta di commenti sono di persone che dell'albero del bullismo vedono solo le foglie, e propongono soluzioni ad esse rivolte. Ignorano completamente le radici, mentre è proprio lì che bisogna agire, prima che la pianticella diventi un albero.

Queste persone non godono dell'osservatorio privilegiato che ho io: da quarantaquattro anni trascorro ventidue ore settimanali insegnando nella scuola primaria, dove nascono e crescono le radici della pianta del bullismo. E quante volte vedo atteggiamenti e comportamenti di bambini della fascia sei-dieci anni che, se non corretti, non è difficile prevedere che sfoceranno in atti di bullismo.

“Fai proprio schifo, sei ‘na pippa; nun te volemo più in squadra!”
Queste parole, dette con veemenza verbale, mimica e gestuale, non sono pronunciate da un ragazzo terribile di una borgata romana, ma da un bel bambino di una cosìddetta buona famiglia, generalmente educato e gentile, che sta giocando a pallone con i compagni di scuola. La sua classe è la prima primaria, quindi ha appena sei anni.
Tante volte ho sentito pronunciare queste frasi, o simili, durante i miei quarantaquattro anni d'insegnamento.
E non è l'estrazione sociale la causa di certi comportamenti che, se non osservati, o se trascurati e non curati, degenereranno successivamente nel bullismo.

Cerchiamo di capire perché accadono certi episodi e le conseguenze che ne possono derivare in funzione delle varie risposte degli adulti.
Prendendo in esame un gruppo di venti bambini che si affacciano al primo anno di scuola primaria, dal punto di vista caratteriale statisticamente possiamo notare che generalmente ve n'è un terzo eccessivamente timido e tranquillo, un terzo disinibito ed esuberante, un terzo “normale”.
Gli appartenenti al secondo gruppo sono quelli che vogliono dominare i compagni, che vogliono sempre imporre i loro giochi preferiti, che voglio sempre aver ragione durante il gioco. Se non litigano fra di loro per il predominio individuale, si coalizzano contro tutti gli altri per imporre la loro volontà.
Quelli del gruppo dei timidi e tranquilli soccombono subito tutti, senza praticamente reagire. Quindi non “divertono” i dominanti, che raramente infieriscono su di loro.
Gli altri, quelli del gruppo dei “normali”, reagiscono secondo la loro caratteristica individuale, qualcuno con forza. Sono quelli che danno maggiore soddisfazione ai dominanti, che si esaltano nel branco.

Perché un bambino esuberante si comporta così?
Innanzi tutto per una sua componente caratteriale genetica. Ma soprattutto perché non è stato aiutato negli anni precedenti.
Il primo aiuto è la presenza nei primi anni di vita di persone competenti che gli vogliano veramente bene, che lui senta vicine, e che non lo seguano solo per una remunerazione o perché non possono rifiutarsi di farlo. Persone quindi desiderose di educarlo, che siano preparate allo scopo, che quindi non lo assecondino in comportamenti capricciosi o prepotenti.
Quanti bambini passano con le tate, spesso del tutto inadeguate ad educarli, molto più tempo di quello che passano con i genitori! Oppure quanti passano tanto tempo con altre persone, ad esempio i nonni, che non hanno alcuna consapevolezza educativa e prendono decisioni senza valutarne le conseguenze. Quelle che poi si notano subito i primi giorni di scuola. O quanti bambini, ancora peggio, passano interi pomeriggi ad alimentarsi di violenza giocando con videogame che istigano ai peggiori comportamenti; oppure giocando, incontrollati, per strada ad imitare i comportamenti peggiori dei ragazzi più grandi e degli adulti, quei comportamenti dei quali la televisione riferisce con ricchezza di casi e dovizia di particolari.

Ma anche se il bambino passa tanto tempo con i genitori ma essi non educano, se trascorre i primi anni di vita prevalente con la mamma, ma essa non è preparata ad educare e segue solo il suo istinto, le conseguenze negative per la crescita sociale del bambino sono quasi sempre deleterie.
La saggezza popolare dice infatti che fare i genitori è sì il più bel lavoro del mondo, ma anche il più difficile, poiché nessuno ti insegna sul serio a farlo.

Il secondo aiuto è la presenza, sin dai primi anni di vita sociale (asilo, scuola primaria), di insegnanti motivati, preparati sul serio, non sulla carta, autorevoli e consapevoli dell'importanza della loro azione sul futuro dei bambini loro affidati.

Limitandoci al problema del bullismo, è fondamentale che l'insegnante i primi giorni di scuola spieghi serenamente, col sorriso, ma chiaramente ai bambini che a scuola ci sono delle regole; che chi non le rispetta avrà delle conseguenze negative; che la regola principale è il rispetto delle persone.

Ma tutto ciò non serve a niente se l'insegnante non sa che egli deve presenziare attivamente ad ogni attività che svolgono i bambini, soprattutto durante i momenti di gioco.
Specialmente durante la ricreazione, quanti insegnanti si riposano conversando amabilmente con i colleghi e lasciando i bambini praticamente liberi di fare e dire ciò che vogliono. Se un bambino tende ad assumere atteggiamenti negativi, l'insegnante, che vigila stando in mezzo a loro, deve subito intervenire, prima che la situazione degeneri in liti o si sviluppino situazioni di bullismo, spiegando al gruppo cosa non va, perché ed eventuali conseguenze future in caso di ripetizione dell'azione negativa. E se il fatto si ripete, deve sanzionarlo; serenamente, senza esagerare, con gradualità e progressività, ma inflessibilmente. Il bambino così acquisisce l'abitudine a controllarsi ed a rispettare i compagni.

Ovviamente per far ciò il docente deve contare sull'accordo con i genitori, sulla loro fiducia, elementi non sempre presenti.

Immaginiamo un bambino che nei primi anni di vita fa il prepotente in famiglia ed all'asilo. Arriva alla primaria dove tutti i giorni, per anni, impone ai compagni in ogni maniera la sua volontà, incrementando di anno in anno la sua forza, imparando che gode dell'impunità. Passando alle medie e poi alle superiori questo ragazzo penserà di non avere più limiti, di poter fare impunemente ciò che vuole.
Accadranno allora tutti i fenomeni di cui si occupa la cronaca; ed anche quelli meno eclatanti, ma più diffusi e dannosi come gli altri.
Non dimentichiamoci che gli interventi sui bambini più tardi si fanno e maggiore forza richiedono (ed hanno minor probabilità di successo).
In sintesi: i bambini diventano bulli se adulti impreparati ad educarli non li aiutano preventivamente.

È la cultura dell’impunità che genera le baby gang

FONTE: Il Sole 24 Ore

AUTORE: Pietro Bordo*

DATA: 9 febbraio 2018

Ancora più della repressione, manca un’educazione adeguata e per i ragazzi gli elementi diseducativi sono i preferiti, in quanto molto attraenti. I genitori e la scuola si rivelano molto spesso incapaci di rispondere al proprio ruolo.

Il problema delle bande di bambini, in questi giorni all'attenzione della cronaca, non ha nella repressione l'elemento risolutivo fondamentale, che è invece l'eliminazione, o l'attenuazione, della cultura dell'impunità.

La cultura dell'impunità si sviluppa in tenera età in famiglia e nella società, soprattutto, a scuola. Il ministro Minniti ne ha parlato qualche giorno fa a Napoli, ma con una visione teorica, non concreta, in quanto non è il suo lavoro sapere cosa accade nelle scuole e quanto ciò che accade nella società influenza i ragazzi.

Tutti in Italia potremmo scrivere un elenco infinito di comportamenti negativi tenuti con la quasi certezza dell'impunità, o della prescrizione. Ecco alcuni di quelli che tutti i giorni attirano la nostra attenzione, dai più gravi a quelli apparentemente meno, passando per quelli incredibili.

I politici, i dirigenti o i funzionari ad ogni livello che chiedono esplicitamente o meno percentuali o altre dazioni per favori di ogni genere, a danno della collettività.
Il cittadino che butta la spazzatura fuori dei cassonetti, anche se non sono pieni; parcheggia come gli pare e butta carta o altro per strada.
I padroni dei cani che lasciano sui marciapiedi gli escrementi del loro animale.
Gli evasori fiscali che non solo non pagano la loro parte per i servizi che ricevono dai vari enti, ma ottengono “precedenze” in vari servizi pubblici rispetto a chi dichiara onestamente tutto. Caso tipico: il figlio dell'evasore va all'asilo pubblico, quello del vicino di casa onesto (che conosce bene lo stile di vita dell'altro) no.
Gli automobilisti che non lasciano passare i pedoni sulle strisce (in Spagna, ad esempio, non devi avvicinarti alla strada, altrimenti si fermano tutti pensando che tu debba attraversare).
E così via…
Uno dei motivi che determinano tale situazione è che la nostra società è ormai abituata alla mancanza di rispetto per le regole.

Perché? Ancor più della repressione, manca un'educazione adeguata e per i ragazzi (che poi diventano uomini) gli elementi diseducativi sono i preferiti, in quanto molto attraenti.

Fino a circa cinquant'anni fa erano presenti nella società, in generale, vari fattori educativi positivi.
Nell'ambito familiare, c'era almeno un genitore sempre molto presente in casa. Il ragazzo non era quasi mai da solo. Anche i nonni erano molto presenti, ed anche altri parenti. E quasi tutti educavano. Oggi i ragazzi sono spesso soli, con il cellulare ed il computer.
Un genitore presente in casa il pomeriggio è oggi un sogno per tanti ragazzi. Considerando che fino a cinquant'anni fa tale condizione è stata la norma per gli esseri umani per milioni di anni, è facilmente comprensibile come tale situazione alteri in maniera deleteria il loro equilibrio affettivo, togliendo loro serenità.

I nonni sono presenti in poche famiglie. I contatti con zii ed altri parenti sono molto limitati, rispetto al passato. Alcuni bambini sono abituati a trattare alla pari gli adulti con cui sono in contatto o che lavorano per la famiglia, pensando poi di poter esportare tale comportamento con gli altri adulti con i quali entrano in rapporto (ad esempio con i docenti).
Ed evidenziamo che i padri, per troppo lavoro, o ignoranza, spesso trascurano l'educazione dei figli e si interessano poco alla loro istruzione.
Quasi tutti si dimenticano che ciò che più vogliono i ragazzi è l'amore dei genitori, accompagnato dalla loro presenza fisica.
Nella società, molti adulti, per strada ed altrove, fino a non molti decenni fa si preoccupavano di controllare ed eventualmente rimproverare chi sbagliasse.

Oggi sono presenti vari fattori diseducativi.
Nella società, la TV, la diseducatrice per eccellenza, che quando reca poco danno intorpidisce la mente ed il cuore, generalmente propone modelli tremendamente affascinanti e vincenti, che portano i ragazzi a considerare come obiettivi fondamentali della loro vita il successo, il denaro ed il sesso, da ottenere a qualsiasi prezzo. Ovviamente se i bambini sono soli per ore a casa, o in compagnia di baby-sitter che se ne disinteressano o di nonni incapaci di gestirli, ne vedono quanta vogliono.
Internet, oggi ancor più “educante” della TV, un mare infinito, dove insieme ad informazioni utili puoi trovare, mi dicono, quanto di peggio si possa immaginare, ed anche di più. Ed immaginiamo dove la curiosità possa portare anche il migliore dei bambini, magari solo per ore ed ore a casa.

La scuola in passato educava come oggi ai valori positivi comuni, ma senza il buonismo e la tolleranza eccessivi attuali, che consentono a tanti bambini di fare tutto senza praticamente averne conseguenze significative. Oltretutto questo frustra quelli che rispettano le regole e li induce, o almeno stimola, a non farlo.
A scuola (i dati che uso li ho ottenuti dai miei nipoti; da centinaia di colleghe e da altre centinaia di alunni e genitori di varie scuole; dalle mie osservazioni dirette, poiché insegno nella scuola primaria da quarantatrè anni) i ragazzi vedono spesso cattivi esempi dei compagni e la mancanza di un intervento adeguato affinché tutti rispettino le regole positive.
Ciò che più produce danni nei ragazzi e nei docenti è l'acquisizione della consapevolezza della quasi impunità, qualunque sia il loro comportamento, poiché pochi se ne occupano sul serio, anche perché non hanno strumenti per farlo. E tanti “9” e “10” consentono a genitori, che hanno tanto da fare, ed agli insegnanti, che poco vogliono fare, o non vogliono problemi con i genitori, di vivere felici e tranquilli.

Un altro fattore diseducativo è l'abitudine di tanti genitori di superare il senso di colpa derivante dalla consapevolezza di stare poco con i figli “comprando” la loro gratitudine, abituandoli quindi ad avere subito, a prescindere dall'averli meritati, oggetti materiali, spesso costosi ed inutili. Molti genitori stanno poco con i figli per ignoranza, altri perché non possono proprio farlo, dovendo lavorare per sopravvivere. Peccato che il tempo che loro non danno ai propri figli è ciò che essi più desiderano. I bambini crescendo, a volte soprattutto o soltanto fisicamente, potranno sempre avere tutto?
Penso appaia evidente l'importantissimo, direi vitale, ruolo dei genitori e dei docenti, che dovrebbero insieme collaborare, con sicuro effetto sinergico, per educare ed istruire i bambini.

*docente scuola primaria

Eccessivo fervore per la tecnologia

FONTE: Il Sole 24 Ore

AUTORE: Pietro Bordo

DATA: 19 maggio 2017

Da molti anni i test d’ingresso delle superiori dimostrano che il 70% dei ragazzi ha competenze linguistiche scarse.

Qualche anno fa il MIUR ha condotto uno studio scientifico sugli elaborati di lingua italiana degli studenti della maturità ed ha rilevato che il 75% di loro non sa scrivere bene; anzi, scrive male.

In un paese normale la logica conseguenza di quanto appena detto sarebbe stata un’indagine sull’insegnamento della lingua italiana dai sei ai quattordici anni, con qualche conseguenza significativa per cambiare qualcosa che evidentemente non va.

Invece nella scuola italiana c’è soprattutto un gran fervore sull’argomento tecnologia, sempre più presente nei collegi docenti e nei pensieri del Miur. Sembra che grazie ad essa il futuro sarà radioso per tutti.

Ma è proprio così?

L’ultimo rapporto OCSE, settembre 2015,  Students, Computer and Learning, dice, in pratica, che i paesi che hanno fatto grandi investimenti nelle dotazioni tecnologiche delle loro scuole non hanno risultati apprezzabili nelle performance in lettura, matematica o scienze. E la tecnologia non ha avuto neanche effetti rilevanti per quanto riguarda l’inclusione e nel recupero degli studenti più poveri e disagiati.  

“Technology can amplify great teaching but great technology cannot replace poor teaching”.

Paesi che hanno un uso più capillare del digitale a scuola hanno visto addirittura un peggioramento nelle capacità di lettura.

La scuola digitale quindi non mantiene fede alle promesse della tecnologia.

Anche se, sempre l’Ocse, non c'è dubbio che le competenze digitali rappresentino un elemento fondamentale per l'inclusione in una società in cui la tecnologia è sempre più pervasiva.

Quindi – è il consiglio dell'Ocse – bisogna investire ancora di più nell'istruzione e nella didattica: la tecnologia non è efficace se utilizzata in maniera sostitutiva rispetto alla didattica. Riempire le aule di computer, insomma, risulta alla fine di scarsa utilità.

Ricordiamo la recente lettera aperta di 600 docenti universitari al Presidente del Consiglio, alla Ministra dell'Istruzione e al Parlamento italiano, promossa dal Gruppo di Firenze per la scuola del merito e della responsabilità. «È chiaro ormai da molti anni che alla fine del percorso scolastico troppi ragazzi scrivono male in italiano, leggono poco e faticano a esprimersi oralmente. Da tempo i docenti universitari denunciano le carenze linguistiche dei loro studenti (grammatica, sintassi, lessico), con errori appena tollerabili in terza elementare. Nel tentativo di porvi rimedio, alcuni atenei hanno persino attivato corsi di recupero di lingua italiana».

E non dimentichiamoci una frase di Socrate, che diceva più o meno così: “Se soffre la grammatica soffre l’anima”.

Infine, un barlume di speranza: l’iniziativa della ministra dell’Istruzione Valeria Fedeli, febbraio 2017, di “promuovere nelle scuole una riflessione su come migliorare la conoscenza della lingua italiana, che è alla base del nostro sentirci una comunità”. Anche poiché la conoscenza della lingua italiana è propedeutica a tutti gli altri apprendimenti.

Certo, al fine di migliorare tale conoscenza non aiuta il fatto che in tante scuole primarie italiane è previsto che allo studio della lingua italiana siano dedicate sole sei delle quaranta ore che i bambini settimanalmente passano a scuola.

Incredibile, ma vero.

I bambini a scuola? Ferrari guidate come Cinquecento

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Pietro Bordo

DATA: 8 aprile 2015

ferrari

Pubblichiamo la lettera che l’insegnante Pietro Bordo ha inviato al presidente del Consiglio, Matteo Renzi e che propone una riflessione sui mali della scuola primaria pubblica. Tra questi, il cosiddetto “sei politico” per i ragazzi – ovvero la “tradizione  culturale di matrice socialista e comunista che tende a ritenere i processi di selezione come meccanismi di esclusione sociale” – e l’assenza del criterio meritocratico tra gli insegnanti che “li spinge ad appiattirsi su ciò che fanno gli altri”.

*****

Egregio presidente Renzi,
ho insegnato per trentacinque anni nella scuola parificata e nella paritaria d’elite; quello in corso è il mio settimo anno nella scuola primaria pubblica.

Ho letto la sintesi dei suoi propositi di riforma della scuola primaria. Ho notato con vivo piacere che lei vuole dare importanza al merito.

Relativamente a questo argomento, mi sono accorto però che nessuno, neanche lei, mai parla esplicitamente e con riferimenti precisi di un macigno che zavorra la nostra scuola primaria ed impedisce i cambiamenti: la tradizione, la consuetudine, ormai diventata legge intoccabile.

Per quanto riguarda il merito degli alunni, la tradizione culturale di matrice socialista e comunista, fortemente egualitarista, che permea da sempre la nostra scuola, tende a ritenere i processi di selezione come meccanismi di esclusione sociale, sottolineando come chi gode di una situazione economica di privilegio sia fatalmente favorito a scuola rispetto a chi proviene da situazioni di svantaggio.

Come conseguenza di questo assunto gli insegnanti perseguono obiettivi minimi, facilmente raggiungibili da tutti. E pure a chi non vi arriva il “sei politico” è garantito, anche se la carenza dipende solo da scarso impegno. Così i bambini imparano con i fatti, nella loro prima importante esperienza in società, che anche se non si impegnano i risultati arrivano lo stesso, con le devastanti conseguenze facilmente immaginabili sulla loro mentalità, e quindi sul loro futuro di uomini e di cittadini.

Per quanto riguarda il merito degli insegnanti, chiunque entri nel gruppo docente di una scuola, sempre per la consuetudine, e poiché “tutti gli altri fanno così e non puoi farteli nemici”, si adegua ad avere una “programmazione di istituto”, con gli obiettivi minimi di cui sopra. Questo fatto non stimola gli insegnanti a dare il meglio di sé, ma li spinge ad appiattirsi su ciò che fanno gli altri.

Cinque anni fa una collega della scuola pubblica verso la fine dell’anno scolastico mi disse che in classe prima non potevo spiegare le moltiplicazioni, anche se avevo già svolto bene tutto il programma della scuola. Così quando uscivo dalla classe cancellavo con cura dalla lavagna ogni traccia della mia colpa!

Tenga inoltre presente che l’obiettivo principale di tanti dirigenti scolastici (lo so da tante colleghe precarie che hanno insegnato in tante scuole) è di non aver problemi con le famiglie e pertanto non vogliono differenze di preparazione fra le classi parallele della scuola (ad esempio fra tutte le prime), per non avere lamentele di genitori che vedessero che il figlio dei loro amici è molto più preparato del loro.

Ecco perché, a mio avviso, il merito vero degli alunni e dei docenti non emerge.

Molti bambini sono delle Ferrari, e vengono “guidate” come delle Cinquecento! Ed è un miracolo che alla fine del ciclo scolastico qualche Ferrari sia rimasta tale.

Basterebbe lasciar libero ogni gruppo docente di preparare una sua programmazione per ogni singola classe, in funzione delle capacità di quel gruppo, e di quelle dei docenti. Magari attingendo da indicazioni nazionali, proposte per vari livelli di approfondimento.

Poi ovviamente servirebbe una verifica nazionale per tutte le classi, o magari solo per le seconde e le quinte, per verificare il livello di preparazione raggiunto mediamente dagli alunni di ogni singola classe e quindi il merito degli insegnanti.

Sogno inoltre una scuola nella quale gli alunni possano spostarsi con continuità da una classe parallela all’altra, a metà o alla fine dell’anno scolastico, in funzione dei risultati conseguiti, al fine di stimolare sempre al massimo i migliori e di aiutare al massimo quelli più deboli, o non ancora abbastanza bravi.

Sogno una scuola dove gli alunni “con problemi” abbiano vere pari opportunità, non uguali, in funzione del loro livello di partenza.

Questo consentirebbe il miglioramento dei livelli di competenza di tutti gli alunni e realizzerebbe una reale integrazione di tutti i soggetti della comunità scolastica, non il livellamento verso il basso.

Ed i benefici per il nostro Paese sarebbero enormi.

Avendo già avuto modo di apprezzare la mia nuova dirigente, sono sicuro che questo mio piccolo contributo per migliorare la scuola non mi creerà dei problemi personali. La ringrazio per l’attenzione e le auguro un buon, proficuo lavoro.

Pietro Bordo

Dislessia, meno diagnosi e più bravi maestri

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Pietro Bordo

DATA: 3 novembre 2016


Pubblichiamo l’intervento dell’insegnante Pietro Bordo
che ripropone l’allarmesull’eccesso di diagnosi di dislessia e di terapia verso i bambini che hanno problemi di apprendimento a scuola.

Siamo all’interno di un dibattito che prosegue da tempo e che contrappone due schieramenti: chi solleva dubbi sulle troppe diagnosi (arrivate a sfiorare il 5% della popolazione scolastica) e chi ribadisce, invece, l’indiscutibile conquista della legge 170 del 2010 che, avendo dato un nome a questi disturbi, ha finalmente aiutato bambini e insegnanti.

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Questo in corso è il mio 44esimo anno di insegnamento nella scuola primaria (la scuola elementare; quattordici anni nella parificata, ventuno nella paritaria “d’elite” e otto nella pubblica), tutti a Roma. Con la mia esperienza vorrei evidenziare quello che è l’errore che, secondo me, oggi rischia di danneggiare tanti bambini.

Il mondo scolastico è ormai caratterizzato da un tecnicismo esasperato (DSA, BES,…), per il quale a volta invece che di bambini mi sembra di parlare di robotini, con i relativi software disciplinari e comportamentali.

Una ricerca nelle scuole romane pubblicata cinque anni fa mostrava, ad esempio, che il numero di bambini dislessici è sovrastimato. Ne consegue un spreco di risorse ma soprattutto, per il bambino. un’inutile medicalizzazione; anzi, a volte mi sono accorto che è un danno.

“È grave il problema dell’eccesso di diagnosi spesso errate”. Lo ha dichiarato il direttore dell’Istituto di Ortofonologia (IdO) di Roma, Federico Bianchi di Castelbianco, dopo un’indagine condotta qualche anno fa in numerose scuole materne ed elementari per individuare i bambini a rischio di Dsa. Dalla ricerca è emerso che nelle scuole materne ed elementari di Roma circa il 23% dei bambini viene erroneamente indicato a rischio di tali disturbi, ovvero con significative difficoltà nella lettura, scrittura e nel ragionamento matematico.In realtà secondo gli esperti in questa percentuale vi sono anche bambini con difficoltà di tipo minore, definibili come secondarie, o a basso rendimento scolastico, e non come Dsa. Una precisazione che abbassa la percentuale dei bambini a rischio al 4%.
«Segnalare come dislessici bambini che in realtà non lo sono comporta due gravi rischi», ha spiegato Federico Bianchi di Castelbianco. «Innanzitutto i bambini vengono dirottati su percorsi alternativi come portatori di una disabilità che non hanno, con oneri economici non sostenibili e totalmente inutili. Inoltre il loro problema non solo non verrà affrontato ma lascerà un vuoto di conoscenze che si ripercuoterà pesantemente sul loro curriculum scolastico».

La scuola, spiega Bianchi di Castelbianco, «può avere un ruolo fondamentale nell’evitare di inviare dagli specialisti bambini che non hanno davvero problemi di apprendimento. Per questo serve la formazione degli insegnanti. Anche per evitare che loro stessi vedano come soggetti a rischio bimbi che non lo sono».

Anche Daniela Lucangeli, presidente del Cnis, professore ordinario di psicologia dello sviluppo e dell’educazione dell’università di Padova, in un articolo pubblicato qualche anno fa su ‘Il Giornale di Vicenza’, non ha esitato a definire allarmante il notevole numero di diagnosi di disgrafia, dislessia e discalculia.  Parla di troppe diagnosi affrettate, troppe certificazioni Dsa (disturbi specifici dell’apprendimento). Dice che molto più spesso invece si tratta di bambini con difficoltà di apprendimento che possono migliorare, e di molto, semplicemente cambiando metodo di insegnamento.

E quante volte ho dovuto variare metodologia nei miei anni in cattedra: lo stesso modo di insegnare non può andare bene per tutti gli allievi. Purtroppo, generalmente, non si va ad indagare sui metodi didattici utilizzati dall’insegnante. Una delle cause di così tanti errori e difficoltà degli alunni è stata individuata da molti specialisti, ad esempio, nel Metodo Globale, ora utilizzato da molti maestri nella scuola elementare. E pochi parlano delle classi pollaio, che quindi vanno bene: è l’alunno che è affetto da “disturbi”.

Ricordiamoci che nel Manuale Statistico e Diagnostico, il testo utilizzato per le diagnosi delle malattie mentali, dove tra l’altro sono riportati anche i DSA, tutte le malattie mentali sono indicate come disturbi.

A mio avviso, bisognerenne  fare un passo indietro sulla legge 170/2010 sui Disturbi Specifici dell’Apprendimento se non si vuole creare un generazione di incapaci, insicuri, ignoranti e facilmente manovrabili, come ha scritto Frank Furedi, Professore di Sociologia: «Se l’attuale tendenza continua, presto ci sarà poca differenza tra una scuola e una clinica per malattie mentali… se consideriamo le sfide della vita come un’esperienza cui i bambini non possono far fronte, i ragazzi raccoglieranno il messaggio e le considereranno con terrore. Tuttavia, se la finiamo di giocare a fare il dottore ed il paziente e aiutiamo invece i bambini a sviluppare la loro forza attraverso l’insegnamento creativo, allora i piccoli inizieranno a tener testa alle situazioni… proteggere i bambini dalla pressione e dalle nuove esperienze rappresenta una mancanza di fiducia nel loro potenziale di sviluppo attraverso nuove sfide». (F. Furedi, The Express, 20 maggio 2004).

Qualche anno fa operavo in modalità di prevalenza oraria su una singola classe (avevo tutte le materie, escluse motoria, musica ed inglese). Durante un incontro di formazione di insegnanti della scuola primaria, ad un insigne neuropsichiatra, direttore di un istituto di Firenze, che aveva detto che in ogni classe c’è generalmente almeno un alunno affetto da dislessia, rivolsi questa domanda: “Perché  io non ho mai avuto alunni dislessici?”. La risposta, intellettualmente onesta, fu che in modalità di prevalenza un forte motivatore, professionalmente preparato, in grado di stabilire una relazione significativa con l’alunno, poteva portarlo, in sintonia e quindi in sinergia con i genitori, a superare le sue difficoltà non gravi senza altri interventi esterni.

So che se questo testo sarà pubblicato mi farò molti nemici. Ma non nella mia scuola dove per me e per tante bravissime colleghe, come per la mia Preside, che lo ripete ad ogni inizio di anno scolastico, al primo posto ci sono i bambini.

Pietro Bordo