Lista stupri al Giulio Cesare, Crepet: «Scuola e famiglie devono educare al rispetto»

FONTE: Il Messaggero

AUTORE: Laura Pace

DATA: 30 novembre 2025

Lista stupri al Giulio Cesare, Crepet: «Scuola e famiglie devono educare al rispetto. I social? Non creano il male ma lo amplificano»

Lo psichiatra: «I genitori spesso minimizzano o difendono certi gesti. Così si cresce senza freni e senza coscienza»

«Nei bagni del mio liceo, sessant’anni fa, accadeva esattamente la stessa cosa. Con una differenza enorme: allora non ci illudevamo di essere evoluti. Oggi sì». Paolo Crepet non si mostra sorpreso davanti alla “lista degli stupri” comparsa al liceo Giulio Cesare di Roma, con i nomi di nove studentesse scritti su un muro del bagno dei ragazzi. Anzi, il gesto gli appare come una tragica conferma. «La violenza non è una novità. È l’ipocrisia a esserlo». E oggi, aggiunge, quella violenza «è amplificata all’ennesima potenza dai social, che fanno da cassa di risonanza».

Psichiatra, sociologo e saggista, autore di decine di libri sulla crisi educativa e sul disagio emotivo delle nuove generazioni, Crepet collega l’episodio del Giulio Cesare a un fallimento più profondo: quello del mondo adulto.

Come si spiega che una generazione come quella Z ritenuta sensibile ai diritti e all’inclusione produca gesti così violenti?
«La generazione Z non esiste. È un’etichetta comoda che si appiccica a persone nate in un certo periodo. Si danno per scontati valori che in realtà non sono affatto assimilati. Si dice: questi ragazzi sono aperti, inclusivi, rispettosi. Ma sulla base di cosa? Di slogan? Di date di nascita? Conta ciò che fai, non l’anno in cui sei nato».
È un segnale dei tempi o una deriva che la scuola si porta dietro da decenni?
«Quelle scritte nei bagni c’erano anche ai miei tempi: numeri di telefono, frasi oscene. Una cosa antica, direi archeologica. Non è progresso questo. È ripetizione».
Il punto quindi non è generazionale ma educativo?
«Certo, mi chiedo sempre: quando questi ragazzi vengono chiamati a rispondere delle loro azioni, che cosa dicono i genitori? “È una ragazzata”? È questo il vero scandalo. Padri e madri pavidi, incapaci di assumersi la responsabilità educativa. Difendono, giustificano, minimizzano. Così si cresce senza freni e senza coscienza».
Quanto incide la violenza di genere in episodi come quello del Giulio Cesare?
«La violenza non è maschile o femminile. È umana. Nei bagni si sono espressi dei maschi, certo, ma raccontare tutto solo come questione di genere è riduttivo. Qui il problema è la mancanza di rispetto. Quel gesto è la firma dell’impotenza. L’uomo violento è un uomo debole, banale, ripetitivo. Chi minaccia, sbeffeggia, umilia è qualcuno che non ha strumenti interiori. E quegli strumenti o li insegni a casa o non arrivano più».
I social hanno una responsabilità diretta?
«I social non creano il male, lo amplificano. Sono come le piazze di una volta, ma cento volte più rumorose. Se vivessimo in un mondo che legge Leopardi o Pasolini, sarebbe diverso. Invece viviamo in un mondo violento e superficiale. E i social fanno da megafono a tutto questo. Se crediamo davvero che facciano così male, perché non li spegniamo? I genitori dicono che sono pericolosi e poi regalano alla prima occasione un telefono ai figli. È incoerenza pura».
Il fatto che tutto diventi contenuto condivisibile rende i ragazzi meno empatici?
«Probabilmente sì. Se tutto è pubblico, spettacolare, esposto, allora tutto diventa meno umano».
Serve ripensare l’intero modello educativo?
«Non è un’opzione: è il minimo. Abbiamo un enorme vuoto emotivo. E al posto di riempirlo con cultura, poesia, coscienza, lo stiamo consegnando alle macchine. L’intelligenza artificiale non educa, disabitua al pensiero. Nelle scuole servirebbero poeti, scrittori, figure morali. Servirebbero dei Don Milani».

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Tocca ai docenti creare un buon rapporto con le famiglie

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Pietro Bordo

DATA: 16 maggio 2022

Il patto educativo: cari professori, tocca a noi creare un buon rapporto con le famiglie

di Pietro Bordo, maestro elementare

Con rispetto e comprensione si risolvono anche le situazioni più complicate. Ma ci vuole la collaborazione di tutti. E negli ultimi anni la situazione è migliorata

A proposito della discussione sui rapporti tra genitori e studenti e sulla fine di fatto del patto educativo nelle scuole, per me, rispetto agli anni ’80, quando ho iniziato ad insegnare, sono migliorati. In quegli anni genitori e docente (c’era il docente unico alle elementari) comunicavano pochissimo, solo in occasioni particolari o straordinarie. Con alcuni genitori dei miei alunni non ho mai parlato! Oggi per il team della classe sono periodicamente previsti incontri con i genitori di ogni bambino ed incontri in assemblea con tutti i genitori della classe. Nei colloqui individuali si parla ovviamente di ciò che riguarda il singolo alunno, anche se non di alcuni argomenti importanti della sua vita; nelle assemblee della vita della classe, in generale. E soprattutto in quest’ultime spesso arrivano contributi positivi da parte dei genitori.

Il ruolo del prof

Un docente per avere un buon rapporto con i genitori, conditio sine qua non per svolgere un lavoro veramente efficace, è fondamentale che abbia chiari alcuni concetti. Ciò che i genitori pensano del docente dipende da come lui si comporta in classe con il proprio figlio e da come lui si rapporta con i genitori nei colloqui individuali ed in assemblea. Se il bambino capisce che fra lui ed il docente c’è una relazione significativa, per la quale egli è accolto, accettato, amato (sì!) a prescindere dai risultati, il bambino riferirà positivamente a casa e soprattutto sarà stimolato ad impegnarsi sempre di più in tutte le attività scolastiche. Ed accetterà anche rimproveri e voti non belli, se è reso consapevole che sicuramente migliorerà in tutto. Se i genitori nei rapporti con i docenti vedono rispetto e comprensione, ed il docente non si mostra saccente ed arrogante, difficilmente si contrappongono ed accettano, nella mia esperienza è così, ciò che viene loro detto e proposto. E se sorgono dei problemi è fondamentale che il docente resti calmo e sereno, ricordando che lui è un professionista della formazione ed i genitori no. Inoltre loro stanno parlando del loro figlio, di ciò che hanno di più prezioso, quindi hanno un coinvolgimento emotivo enorme e meritano comprensione e rispetto, anche se sbagliassero. Ovviamente in caso di posizioni inconciliabili (generalmente sulle valutazioni singole o quadrimestrali) il docente deve spiegare bene che tutto è stato fatto nell’interesse del bambino. E successivamente, nella mia esperienza decennale è così, i genitori capiscono.

Il riconoscimento

In un caso mi è successo che mi sia stata riconosciuta la giustezza del mio operato parecchi anni dopo. La situazione si può complicare, una sola volta mi è capitato, in oltre quarant’anni, se i genitori in disaccordo con il docente si rivolgono alla preside e questa non è equilibrata e getta benzina sul fuoco. Dopo, ricucire i rapporti richiede tempo e fatica. Ma ci sono riuscito. Seguendo i criteri sopra esposti, posso affermare senza tema di smentita che ho sempre avuto rapporti ottimi con tutte le famiglie. Anche se in qualche rarissimo caso ho dovuto faticare all’inizio per conquistarlo, consapevole che senza questa situazione il docente non può fare il massimo per aiutare il bambino. Anzi, può fare poco. Posso aggiungere che quasi tutte le colleghe dei miei team hanno condiviso quanto sopra detto, poiché ne abbiamo parlato molto ad ogni inizio di anno scolastico dandoci vicendevolmente dei consigli e studiando come rapportarci con genitori particolarmente difficili già conosciuti. Ovviamente nonostante tutto sono capitati alcuni momenti e situazioni di non facile gestione; ma tutti risolti. Il fatto che qualsiasi genitore dei miei ex alunni incontri, anche dopo qualche decina di anni, mi saluti con atteggiamento molto cordiale ed affettuoso è la prova che quanto scritto sopra non sono solo parole. Concludo: se il docente si impegna al massimo riesce a realizzare ed attuare un patto educativo con i genitori, nel reciproco rispetto e riconoscimento dei ruoli; e ciò dà grandi benefici alla crescita umana e culturale del bambino.