Adolescenti e salute, come gestire al meglio l’età più difficile dei figli

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Elena Meli

DATA: 9 giugno 2014

Età difficile per eccellenza, l’adolescenza è una fase complicata per tutta la famiglia: per i ragazzini, in balia di un processo di cambiamento e crescita, fisica e psicologica, che li destabilizza, e per i loro genitori, in difficoltà di fronte al rebus di figli che da un giorno all’altro sembrano diventare “altre persone”. Per di più è un’età in cui nella maggior parte dei casi si è sani, ma in cui possono svilupparsi problemi con “strascichi” che condizionano tutta la vita futura, dalla dipendenza dal fumo alle malattie sessualmente trasmesse. Come assicurarsi, allora, che i figli crescano in salute e non corrano rischi?

 

Raccomandazioni ai genitori

«La prima raccomandazione per i genitori è che siano presenti nella vita degli adolescenti, in modo discreto ma attento — osserva Piernicola Garofalo, presidente della Società Italiana di Medicina dell’Adolescenza —. Spesso mamme e papà oscillano fra allarmismo e indifferenza, invece bisognerebbe essere sentinelle mute, per accorgersi subito dei segnali di allarme. Purtroppo, molti genitori sono i primi a chiudere le porte della comunicazione con i figli, perché, ad esempio, non sono mai a casa: i ragazzini hanno bisogno di sapere che qualcuno li sta seguendo, è presente, è un riferimento a cui rivolgersi». Osservare è il primo passo per accorgersi se qualcosa non va, come conferma Giuseppe Di Mauro presidente della Società Italiana di Pediatria Preventiva e Sociale: «Tutti i bruschi cambiamenti della quotidianità devono insospettire: un calo netto e repentino del rendimento scolastico, un isolamento marcato, l’abbandono dello sport, una variazione nel rapporto con il cibo sono tutti indici di un disagio da indagare con discrezione». Andarci con i piedi di piombo sembra indispensabile per non scontrarsi con un muro impenetrabile di mutismo, rischiando di complicare ancor di più i rapporti. In questo può aiutare, allora, il pediatra di famiglia, con cui i ragazzi spesso riescono a confidarsi più che con mamma e papà.

 

«Check-up» a otto anni

«Il momento giusto per un “check-up” è il “bilancio di salute”, che dagli otto anni in poi dovrebbe essere eseguito almeno ogni due anni, meglio se una volta l’anno — riprende Di Mauro —. Si tratta di una visita in cui si controllano il peso, l’altezza, la pressione, la schiena, l’apparato genitale e tutto il resto, ma che diventa l’occasione per parlare e capire se qualcosa non va. Un vero strumento di prevenzione, perché, oltre a valutare se è tutto a posto e consigliare, se serve, una visita dallo specialista del caso, è soprattutto un’occasione per educare le famiglie e presentare opportunità preziose, come la vaccinazione contro il papilloma virus, da proporre a tutte le dodicenni per prevenire il tumore al collo dell’utero in età adulta: la copertura vaccinale in Italia non arriva al 50 per cento proprio perché spesso “perdiamo” il contatto con gli adolescenti che, non avendo problemi evidenti di salute, non vengono dal medico. I bilanci invece vanno fatti, perché sono la chiave per avere ragazzi sani». In Italia non sono obbligatori e sta quindi ai genitori e al pediatra “impegnarsi” per farli regolarmente.

 

Gli screening

Oltre a questi check-up generali, servono anche periodiche analisi del sangue e test più accurati? Alcune linee guida, ad esempio quelle del National Heart, Lung and Blood Institute statunitense, raccomandano lo screening per il colesterolo, la glicemia e altri parametri già a partire dai 9-11 anni, ma non tutti sono d’accordo e l’American Academy of Pediatrics, ad esempio, non consiglia test a tappeto su tutti i ragazzini. «Lo screening va guidato. Fare regolarmente le analisi del sangue a tutti gli adolescenti non serve, né avrebbe un buon rapporto costo-beneficio — spiega Garofalo —. Il medico deve individuare i “lati deboli” del ragazzo che cresce, in base alla sua storia personale e familiare: se il papà ha il diabete sarà opportuno stare attenti a non farlo ingrassare, perché altrimenti rischia di ammalarsi pure lui e in giovane età; se una sorella è intollerante al glutine e c’è qualche lieve sintomo sospetto, sarà bene fare i test per la celiachia».

 

Cattive abitudini

Fra le “minacce” che mettono più in pericolo la salute degli adolescenti ci sono diverse cattive abitudini, prima fra tutte l’alimentazione sregolata: uno studio statunitense appena pubblicato su Public Health Nutrition spiega, ad esempio, che alle soglie della pubertà la qualità degli spuntini e dei pasti inizia a diminuire, per diventare pessima in piena adolescenza a causa della maggior libertà e dei pasti consumati fuori casa assieme agli amici. «Una dieta adeguata è senza dubbio fondamentale a questa età, così come spronare allo sport perché diventi una sana passione con cui occupare il tempo libero: purtroppo, invece, proprio nell’adolescenza molti abbandonano l’attività fisica — dice Di Mauro —. Va incentivato il movimento all’aria aperta, organizzato e non, anche per “salvare” i ragazzi dalla prigionia di computer, tablet e cellulari su cui spesso si isolano, rischiando vere e proprie dipendenze con ripercussioni psicologiche gravi che possono arrivare fino alla depressione. Altrettanto importante è parlare con i ragazzi dei danni da fumo, alcol e abuso di sostanze, insidie molto concrete per la loro vita: mettere la testa sotto la sabbia non serve, occorre discuterne». «Purtroppo i giovanissimi hanno una fruizione spesso acritica di queste sostanze, non le scelgono per trasgredire ma solo perché il contesto li porta a farlo, per questo serve informarli sulle conseguenze — osserva Garofalo —. Anche i disordini alimentari sono molto frequenti fra gli adolescenti, in costante crescita pure fra i maschi, così come sono un grande pericolo le malattie sessualmente trasmesse o le gravidanze indesiderate: non c’è un’educazione alla corporeità, si fa sesso in modo sconsiderato perché tutti lo fanno, banalizzandolo, senza pensare alle conseguenze. È invece indispensabile educare i ragazzi alla sessualità; è assurdo che non si parli di contraccezione responsabile e poi le ragazzine vadano in cerca della pillola del giorno dopo». «Una gravidanza indesiderata, l’HIV, una dipendenza da sostanze sono problemi che poi cambiano radicalmente il futuro. Gli adolescenti sono sani, ma hanno il potenziale per farsi molto, molto male. Per questo genitori e pediatri devono star loro vicino, parlare, informarli: solo così cresceranno consapevoli dei pericoli a cui potrebbero andare incontro» conclude Di Mauro.

Sei buone abitudini per prevenire i malanni invernali nei bambini

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: 

DATA: 31 gennaio 2016

Dai lavaggi nasali frequenti alla temperatura in casa non troppo alta: ecco alcuni consigli (in sei schede) contro raffreddore, tosse, mal di gola e otite. I disturbi delle vie respiratorie superiori, molto comuni nei bambini, hanno spesso origine virale e non vanno trattati con farmaci, perché si risolvono spontaneamente nel giro di pochi giorni.

Le schede sono consultabili cliccando sul link

 

“Non date zucchero ai vostri bambini”: vietati fino ai 2 anni dolci e bibite gasate”

FONTE: 

AUTORE: ELENA DUSI

DATA: 23 agosto 2016

LINK: 

 

Le nuove linee guida "contro" lo zucchero arrivano dagli Usa. Obiettivo: combattere l'obesità e tutelare la salute di arterie e cuore

cookie-1864674_640

 

ROMA. Infanzia e dolcezza, è tempo di scindere il connubio. In un’epoca di obesità dilagante, ai genitori oggi si consiglia di non dare zucchero ai bambini. Il bando è totale fino ai due anni di età. E anche dopo, fino a 18 anni, non bisognerebbe superare i 25 grammi al giorno: 6 cucchiaini scarsi. La direttiva arriva dall’American Heart Association, secondo la quale non è mai troppo presto per iniziare a combattere i chili di troppo, con i rischi correlati di ammalarsi di diabete, veder proliferare i grassi nel sangue e — da grandi — compromettere la salute di arterie e cuore.

 

Privare i bambini dei dolci può sembrare una misura crudele. Ma da qualche anno ormai le autorità sanitarie nel mondo sottolineano la pericolosità dello zucchero che viene aggiunto ai cibi, soprattutto biscotti, merendine e bibite gasate (una lattina ne contiene anche nove cucchiaini, fino a un paio si possono nascondere nello yogurt, circa quattro nei cereali della colazione). L’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) l’anno scorso aveva rivisto le sue linee guida, raccomandando agli adulti di non superare i 50 grammi (10 cucchiaini da tè) al giorno. Subito è stata imitata dalla Food and Drug Administration americana, che ha sforbiciato anche le sue indicazioni. La scorsa settimana, infine, la Gran Bretagna ha introdotto una tassa sulle bibite zuccherate, che entrerà in vigore nel 2018 con la promessa che gli introiti saranno usati per costruire strutture sportive o promuovere stili di vita salutari. Prima di Londra, anche Messico, Francia, Belgio e paesi scandinavi avevano intrapreso la strada fiscale per ridurre il consumo di dolci. In Italia la proposta fu sollevata nel 2012, ma senza approdare a nulla.

 

Frutta e latte, dove gli zuccheri sono presenti naturalmente, sono invece esclusi dal bando. Per quanto riguarda almeno la prima, anzi, il suo consumo viene sempre consigliato. «Nel budget delle calorie che un bambino dovrebbe assumere — spiega Miriam Vos, la pediatra e nutrizionista della Emory University che ha coordinato lo studio dell’American Heart Association pubblicato oggi su Circulation — non c’è molto spazio per quel cibo-spazzatura in cui buona parte degli zuccheri aggiunti si annidano». L’accusa che i medici muovono a bevande e merendine è infatti quella di contenere “calorie vuote”, non associate cioè ad altri nutrienti benefici per l’organismo come proteine, carboidrati, vitamine, calcio.

 

«I bambini che mangiano molti prodotti zuccherati — spiega ancora la Vos — tendono a trascurare i cibi salutari come frutta, verdura, cereali integrali e derivati del latte, che fanno bene alla loro salute». Poiché i primi anni danno forma al gusto anche per il resto della vita, abituarsi fin da piccolissimi a sapori dolci renderà difficile, una volta cresciuti, “liberarsi dal vizio”.

 

Che ai troppi zuccheri nell’infanzia vada messo un argine, d’altra parte, è quanto conferma un’indagine europea chiamata Idefics e pubblicata nel 2015. Lungi dal fermarsi ai 25 grammi al giorno, i bambini italiani fra 2 e 9 anni raggiungono quota 87 grammi (pur sempre sotto la media europea di 97), pari a una quindicina di cucchiaini e al 20% del fabbisogno di calorie giornaliere. Secondo le indicazioni dei cardiologi americani, invece, non bisognerebbe superare il 5-10%. Quattro ragazzi su dieci fra 8 e 9 anni — ha confermato l’anno scorso lo studio OKkio alla Salute dell’Istituto Superiore di Sanità — bevono almeno una bibita zuccherata al giorno, mentre uno su due si tiene alla larga dalla dolcezza naturale della frutta.

Che cosa deve mangiare chi pratica sport?

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Antonella Sparvoli

DATA: 11 maggio 2018

Tra i fattori che influenzano la prestazione, oltre alla genetica e all’allenamento, c’è la nutrizione, il cui scopo è di fornire all’organismo energia chimica e materiale plastico per ottimizzare il rendimento dei vari organi e apparati. Una corretta alimentazione per uno sportivo non si discosta, nelle sue linee essenziali, dalla dieta ottimale per ogni persona. L’importante è rapportarla sempre agli sforzi fisici da sostenere.

1 di 9

Gli obiettivi principali

Nella persona che fa sport l’alimentazione serve a:
1) mantenere una corretta composizione corporea;
2) massimizzare e mantenere le scorte di glicogeno, che funge da riserva energetica di zuccheri (carboidrati);
3) mantenere e ottimizzare l’idratazione e il bilancio elettrolitico (sali minerali);
4) favorire la sintesi delle proteine;
5) garantire un efficiente e puntuale recupero.

PUOI LEGGERE LE ALTRE SCHEDE SUL CORRIERE

2

Carboidrati: 55-65% del totale delle calorie

3

Proteine: 15-25% delle calorie

4

Grassi: 15-20% delle calorie

5

Vitamine e sali minerali

6

Come mangiare durante l’allenamento

7

Come mangiare prima e dopo una gara

8

Idratazione

Diagnosi precoce dell’autismo con risonanza magnetica

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Redazione Salute

DATA: 8 giugno 2017 

La proposta arriva da uno studio di scienziati americani, che sostengono come i bambini destinati ad ammalarsi presentino differenze nelle connessioni cerebrali.

Se un bebè soffrirà di autismo lo si potrà forse predire con una risonanza della testa già a sei mesi di vita, anni prima che la malattia faccia il suo esordio e che il bambino presenti sintomi (che in genere non compaiono prima dei due anni): infatti bimbi destinati ad ammalarsi, già a sei mesi, presentano differenze nelle connessioni tra le diverse aree cerebrali rispetto a bimbi che non si ammaleranno. Lo sostiene una ricerca pubblicata sulla rivista Science Translational Medicine da un gruppo di scienziati che negli ultimi anni ha messo a segno una serie di studi che dimostra come piccole differenze anatomiche, strutturali e funzionali del cervello consentano di capire già nel neonato se negli anni a venire si ammalerà di autismo.

Perché «autismo» è un termine improprio

Lo studio

Gli esperti dell’Università della Carolina del Nord in quest’ultimo lavoro hanno evidenziato differenze funzionali nelle connessioni cerebrali dei bebè a sei mesi di vita. Lo studio è stato condotto su un campione di 59 bimbi tutti ad alto rischio di malattia (perché con un fratello maggiore autistico) e i ricercatori sono riusciti a predire con elevata accuratezza quali di questi bimbi si sarebbero ammalati veramente negli anni a venire. Si sono ammalati 11 bambini del campione e questi bambini - rispetto agli altri - a sei mesi presentavano molteplici differenze nelle connessioni nervose tra 230 aree neurali studiate con la risonanza, in particolare tra aree con una funzione implicata nella malattia (linguaggio, socialità, comportamenti ripetitivi etc). Gli scienziati sperano di creare un test multiplo basato sia sulla risonanza, sia su altri esami da somministrare a bebè a rischio (perché provenienti da famiglie in cui vi sono casi di autismo) per capire se avranno o meno il disturbo in futuro. «Più cose sappiamo sul cervello del bambino prima che compaiano i sintomi -— afferma l’autore Joseph Piven — più saremo preparati ad aiutare i bambini e le loro famiglie». È ormai infatti sempre più chiaro che più l’intervento sul bambino è precoce, maggiori sono le probabilità di trarne benefici.

Cosa deve mangiare un calciatore e quanto prima della partita

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Riccardo Renzi

DATA: 23 marzo 2017

I medici della Serie B hanno pubblicato una Guida Nutrizionale per i giocatori che li aiuti quando i match sono in orario pasti: tutti i consigli sui cibi e le tempistiche giuste

Lo «spezzatino»

Tecnici e allenatori si lamentano da tempo peraltro del cosiddetto “spezzatino” delle partite di campionato, giocate anche a quattro orari diversi, che costringono a riprogrammare continuamenti i tempi di allenamenti e pasti. Non ci preoccupa troppo la salute dei calciatori professionisti, seguiti da staff di medici e nutrizionisti che sanno il fatto loro. Più delicato è il discorso dei milioni di calciatori dilettanti, dai ragazzi dei centri sportivi e delle scuole calcio agli appassionati dei tornei amatoriali, abituati da sempre allo “spezzatino” degli orari: i ragazzi che giocano o si allenano nel primo pomeriggio dopo la scuola o più tardi, prima di cena, o gli adulti che indossano le scarpette alle ore più astruse, compatibili con la loro attività.

 

Il manuale del pasto per il calciatore

Come si preparano a giocare dal punto di vista dell’alimentazione? Ad aiutarli ci ha pensato la serie B, o meglio la Commissione medico-scientifica (unica fra tutte le leghe) della Lega Nazionale Professionisti B, pubblicando una “Guida nutrizionale” che si rivolge a tutti i praticanti del calcio, non solo ai professionisti. È una dieta del calciatore, un manualetto chiaro e divulgativo che non può trasformare nessuno in un Ronaldo, ma certamente aiuta a evitare che lo stomaco diventi protagonista in campo, che i muscoli si blocchino per i crampi e che l’allenatore vi cacci per la lentezza di riflessi e la pesantezza della corsa, causate da un pasto non idoneo. E permette soprattutto di godere appieno dei benefici di una sana attività sportiva. «Abbiamo ritenuto utile riempire un vuoto, quello dell’informazione scientifica sulla nutrizione connessa all’attività sportiva in generale e al calcio in particolare – dice Francesco Braconaro, che è presidente della commissione e responsabile sanitario della serie B- . A scuola, anche quando si fa educazione alimentare, mancano informazioni relative alle diete dello sportivo. Tutti poi lanciano allarmi sull’aumento dell’obesità infantile in Italia, problema che si può affrontare soltanto combinando un’alimentazione equilibrata con l’attività sportiva. Ed è quindi importante affrontare insieme i due temi».

 

Non solo cosa, anche quando mangiare

«Nel calcio in generale non si sta molto attenti all’alimentazione, è vissuto come un gioco, almeno fino a quando non si entra in una struttura professionistica – dice Loredana Torrisi, dietista del dipartimento di Medicina del C.O.N.I, e principale compilatrice delle guida - . I ragazzi non sanno che cosa è meglio mangiare e soprattutto quando. Molto spesso si inseguono leggende metropolitane più che vere norme dietetiche: un tempo per esempio c’era il mito della carne come “benzina” del calciatore, poi si è passati ai carboidrati (soprattutto la pasta) come vero toccasana, abolendo del tutto carne e proteine. Poi sono arrivate le energy e le sport drink, che possono essere utili ma vanno usate nel modo giusto. Insomma, abbiamo cercato di fare ordine in tutto questo».

 

Nutrirsi 2-3 ore prima di giocare

La nuova “Guida nutrizionale” si basa su alcune indicazioni molto semplici, le regole del pallone d’oro: i cinque pasti giornalieri (compreso lo spuntino di metà mattina), con particolare attenzione alla prima colazione, che può essere ricca di zuccheri o anche di proteine (uova, formaggi freschi) e in generale un equilibrio nutrizionale basato sull’ormai classica piramide alimentare mediterranea (50-55% di carboidrati semplici o complessi, 20% di proteine, 25-30% di grassi). Acqua sempre, poca per volta, alcol neanche parlarne, bevande non troppo zuccherate. Regole che devono poi essere declinate a seconda del sesso (ci sono anche le calciatrici), dell’età e naturalmente dell’intensità dell’attività sportiva. E soprattutto, ed è questa la parte più originale e pratica della guida, a seconda dei tempi, come cioè distribuire il giusto apporto energetico in relazione all’orario della partita, che comporta inevitabilmente uno spostamento dei diversi componenti nutrizionali e obbliga in molti casi a saltare uno dei pasti prescritti. Caposaldo dell’orologio biologico del calciatore è la regola che impone che l’ultimo pasto importante prima della partita debba avvenire 2-3 ore prima di scendere in campo. Nel tempo di attesa bere acqua e bevande a bassa concentrazione di zuccheri, al massimo qualche cracker o biscotto secco se si avverte sensazione di fame.

 

Come reintegrare dopo lo sforzo

Dopo la partita entro mezz’ora frutta fresca e secca, succhi di frutta, bevande sportive, cracker, anche latte o gelati. Ma nel pasto precedente e , attenzione, anche in quello seguente, niente cibi troppo grassi, fritti, sughi elaborati. L’altro punto fermo è naturalmente la pasta, che il calcio italiano ha vittoriosamente esportato in tutto il mondo e che costituisce il piatto forte prima (sempre due-tre ore) della partita, anche quando l’incontro è a mezzogiorno, se vi sentite di farvi un piatto di spaghetti alle 10 del mattino. Si parla ovviamente di una pasta leggera, al pomodoro e basilico, niente amatriciane o carbonare, accompagnata da dolci da forno (niente tiramisù). E la carne, quando introdurla? E i formaggi? Dipende appunto dagli orari. La guida propone, a seconda dell’ora del fischio d’inizio, veri e propri menu per tutta la giornata, partendo anzi dalla sera prima. Così come analizza analiticamente l’uso delle bevande “sportive”, che sono di diversi tipi, e la questione cruciale dei tempi di digestione dei vari cibi. Molta informazione insomma, pratica e scientifica nello stesso tempo. «Abbiamo cercato di traferire – spiega Braconaro – dall’esperienza del mondo professionista un modello che possa essere utile alla complessa realtà del mondo giovanile e del mondo sportivo amatoriale». Non solo per gli emuli di Messi e Icardi, quindi. E chissà che anche Sarri non ne possa trarre qualche spunto.

IL LINK SOTTOSTANTE TI PORTERà SUL CORRIERE PER LEGGERE L’INTERO ARTICOLO

Calciatori e alimentazione: schemi dietetici in relazione all’orario di inizio della partita

 PER SCARICARE LA GUIDA NUTRIZIONALE DEI MEDICI DELLA SERIE B

http://www.legab.it/fileadmin/user_upload/pdf/guida_nutrizionale_ok.pdf

 

 

Come far mangiare le verdure ai bambini

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Laura Cuppini

DATA: 1 febbraio 2017

Strategie (più o meno assurde)
per far mangiare le verdure ai bambini

Molti genitori devono affrontare il rifiuto dei figli di fronte ai vegetali: c’è chi li nasconde dentro alimenti più graditi e chi minaccia terribili punizioni. Ma sono tutte strade destinate a fallire. Le uniche “armi” davvero efficaci sono in realtà le più semplici: coinvolgere i bambini nella preparazione del pasto, dare il buon esempio mangiando verdure in prima persona, ricordarsi che ognuno ha i suoi gusti ma anche che le abitudini alimentari si formano nei primi mesi di vita e dunque le scelte di mamma e papà sono decisive.

Bambini «corrotti» col denaro

C’è chi nasconde le verdure dentro bocconi di altro cibo, chi costringe i figli a restare seduti finché il piatto non è perfettamente pulito, chi minaccia punizioni o promette regali. Probabilmente ognuno di noi conosce genitori “disperati” per il rifiuto del pargolo a mangiare qualunque alimento di colore verde (o comunque di origine vegetale). Una teoria recente ha lanciato l’idea di aprire un conto corrente bancario in cui vengono versati dei soldi ogni volta che il piccolo mangia un piatto di spinaci o il minestrone. I benefici di questa “corruzione” si vedrebbero, secondo uno studio americano, per alcuni mesi anche dopo il termine dei versamenti sul conto. E l’obiettivo finale sarebbe quello di accompagnare il figlio, a suon di omaggi monetari, fino all’età in cui può rendersi conto da solo che mangiare sano è importante per stare bene (e dunque, in teoria, a quel punto lo farebbe anche senza incentivi). Un articolo sulla Cnn fa notare che qualunque corrispettivo, in denaro e non, è assolutamente lontano dal raggiungere lo scopo finale, che è - o dovrebbe essere - far sì che i bambini abbiano un buon rapporto con il cibo, soprattutto quello salutare. Con frasi come «se non mangi la verdura non avrai il dolce», si sottintende che mangiare i vegetali è una specie di “tortura” per arrivare al cibo davvero desiderabile, ovvero il dessert. E allora, che fare?

 

LE ALTRE Strategie (più o meno assurde) per far mangiare le verdure ai bambini  POTRETE LEGGERLE CLICCANDO SUL LINK (SOPRA) CHE VI PORTERà SUL SITO DEL CORRIRE

 

 

La vitamina D aggiunta ai cibi protegge da raffreddore e influenza

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Silvia Turin

DATA: 16 febbraio 2017 

Maxi ricerca evidenzia i benefici di un’integrazione soprattutto per persone carenti. Riaperto il dibattito. Il ministero della Salute UK: «Non ci sono ancora prove sufficienti»

Integrare l’alimentazione con l’aggiunta di vitamina D potrebbe ridurrebbe le morti e i costi del servizio sanitario. Lo sostiene un maxi studio globale che mostra come questo composto riesca a ridurre il rischio di raffreddori, influenza e altre infezioni pericolose, come la polmonite.

Lo studio e i numeri

La ricerca, diretta da scienziati della Queen Mary University di Londra (QMUL) e pubblicata sul British Medical Journal, è stata condotta attraverso l’analisi di dati relativi a circa 11mila persone che hanno preso parte a 25 trial clinici condotti in 14 paesi (inclusa l’Italia). È emerso che l’integrazione di questa vitamina - che il corpo riesce a produrre in autonomia solo quando ci si espone al sole - protegge da infezioni delle vie respiratorie, probabilmente stimolando la produzione di antimicrobici nei polmoni. Il beneficio è stato più marcato in coloro che avevano bassi livelli di vitamina D nel corpo (persone che escono poco, che si coprono anche d’estate o che hanno pelli scure). L’assunzione regolare di un integratore ha dimezzato il tasso di infezioni respiratorie nelle persone con più bassi livelli di vitamina D, ma ha anche ridotto del 10% le infezioni tra chi aveva soglie più alte del composto.

 

Meno infezioni respiratorie

Lo studio è coerente col fatto che le infezioni respiratorie sono tipiche dei mesi freddi quando siamo meno esposti alla luce solare perché stiamo più al chiuso e le giornate sono corte, per cui il corpo riesce a produrre meno vitamina D. I ricercatori hanno calcolato che introdurre integratori ogni giorno o settimanalmente potrebbe significare 3,25 milioni di infezioni respiratorie in meno nel Regno Unito, ipotizzando una popolazione di 65 milioni di individui. «La nostra ricerca rafforza l’idea che sia opportuno prevedere un’integrazione nell’alimentazione per migliorare i livelli di vitamina D in paesi come il Regno Unito, dove la carenza è comune», hanno scritto gli autori del lavoro.

 

Annoso dibattito e voci contro

Alcune voci dal mondo scientifico, però, frenano l’entusiasmo. Mark Bolland dell’Università di Auckland e Alison Avenell dell’Università di Aberdeen in un editoriale pubblicato sempre sul British Medical Journal (riportato dal Guardian) sostengono che sono necessari altri studi: «Le ricerche finora non supportano l’evidenza che l’uso di integratori di vitamina D serva a prevenire le malattie, salvo nelle persone a rischio di rachitismo, fragilità ossea e osteoporosi», scrivono. «I dati del nuovo studio sono molto significativi, visto che provengono da 11mila pazienti analizzati in studi clinici di buona qualità in tutto il mondo - commenta invece il dottor Benjamin Jacobs, un pediatra dell’ospedale Royal National Orthopaedic -. La necessità di fornire integratori di vitamina D è ora innegabile. I governi e gli operatori sanitari devono prendere questa ricerca in seria considerazione d’ora in avanti», conclude.

 

Cautela dal Ministero della Salute

Cautela anche dal Ministero per la Salute inglese: il professor Louis Levy, a capo del dipartimento di Nutrizione dichiara: «Il Ministero già raccomanda alla popolazione di prendere vitamina D durante i mesi invernali. Coloro che non si espongono al sole a causa delle caratteristiche della loro pelle o perché stanno sempre coperti per motivi religiosi o stanno in casa dovrebbero integrarla tutto l’anno». Tuttavia Levy non è convinto che la vitamina D possa proteggere contro raffreddori e influenza: «Questo studio non fornisce prove sufficienti a sostegno della tesi», ha concluso. Diverse ricerche scientifiche nel corso degli anni hanno consegnato evidenze contraddittorie sul tema. Alcune hanno dimostrato che bassi livelli di vitamina D aumenterebbero il rischio di fratture ossee, malattie cardiache, cancro del colon-retto, diabete, depressione, morbo di Alzheimer. Altre hanno asserito l’assenza di prove conclusive di un collegamento tra la presenza (o meno) di questo composto e il rischio di malattie.

I bambini non hanno (quasi) mai sete: ecco perché e come correre ai ripari

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Laura Cuppini

DATA: 22 novembre 2016

Secondo un’indagine di Gfk, solo un genitore su due si informa se il figlio ha bevuto nel corso della giornata e uno su tre non conosce il fabbisogno idrico nelle diverse età. Una guida della Società Italiana di Pediatria Preventiva e Sociale aiuta ad affrontare la questione nel modo migliore.

 

Ma quanto devono bere i bambini?

«Quanto hai bevuto oggi?»: la domanda è sulla bocca di molti genitori a fine giornata. Molti, ma non tutti: secondo un’indagine Gfk solo un papà/mamma su due (54%) si informa se il proprio bambino si è idratato a sufficienza. L’analisi è stata presentata a Roma in occasione del convegno «Bere bene per crescere bene» promosso da Federazione Mondiale Termalismo e Climatoterapia (Femtec) e Società Italiana di Pediatria Preventiva e Sociale (Sipps). «Una corretta idratazione può contribuire a prevenire molteplici patologie e a garantire il giusto sviluppo» sottolinea Umberto Solimene dell’Università di Milano, presidente Femtec. Ma solo il 37% dei genitori pensa che lo stimolo della sete sia un segnale di disidratazione che va prevenuto, visto che può portare a una riduzione delle prestazioni fisiche e mentali. Inoltre molti genitori non sanno che l’insufficiente assunzione di acqua da bambini è associata a un rischio maggiore di sviluppare obesità. «L’idratazione è fondamentale per una sana crescita e per lo sviluppo dei più piccoli; al contrario, un’idratazione inadeguata è associata al peggioramento dello stato di salute mentale, fisico ed emotivo» spiega Giuseppe Di Mauro, pediatra di famiglia e presidente Sipps.

VEDI SCHEDE SUCCESSIVE SUL Corriere

 

Antibiotici, se per fare un dosaggio serve la laurea in matematica

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Cristina Marrone

DATA: 23 ottobre 2016

Questo genere di farmaci li prescrive il pediatra, ma in caso di emergenza o dubbi il foglietto illustrativo può essere un vero rompicapo. La mancanza di tabelle con gli ml per chilo rende tutto più complicato.

antibiotici-2

Ci risiamo. Marco ha mal di denti. Da pochi giorni è stato dal dentista ma eccolo dolorante che si contorce sul divano. Possibile? La mamma osserva il molare incriminato e con orrore scopre che il piccolo ascesso destinato a guarire da solo si è in realtà trasformato in un bubbone tutto bianco. Che fare? Parte la prima telefonata, alla dentista, che per l’aggravamento dell’infiammazione suggerisce di somministrare un antibiotico a base di amoxicillina per sei giorni. Che fortuna, il farmaco è in casa ancora intonso, residuo della farmacia da viaggio di una vacanza all’estero. È uno degli antibiotici più utilizzati in Italia e contiene amoxicillina e acido clavulanico. La dose? «Legga pure il foglietto illustrativo» rassicura la dottoressa. Così, poco prima di cena, la madre dà un occhio veloce al «bugiardino». Poi sgrana gli occhi, si siede e si concentra. Ma non capisce. Sulla confezione del farmaco c’è scritto 400mg/57mg/5ml: per i profani piuttosto sibillina. Ma il foglietto illustrativo non aiuta a chiarire. Ecco che cosa riporta: «Dose usuale: da 25mg/3,6 mg fino a 45 mg/6,4 mg per Kg di peso corporeo al giorno, somministrata in due dosi successive». Di seguito ci sono i consigli per la dose più alta: «Fino a 70mg/10/mg per chilo di peso corporeo al giorno, somministrata in due dosi successive». Perché quella doppia dicitura? Qui per fare i conti serve una laurea in matematica!

I calcoli

L’unica cosa chiara scritta lì sopra è che l’antibiotico va somministrato prima del pasto o appena si comincia, e Marco da un po’ ripete in modo ossessivo: «Ho fame». Bisogna fare in fretta. La mamma chiama al volo un suo amico medico per chiedere lumi. E lui esordisce: «Ahia, i dosaggi degli antibiotici per i bambini non sono semplici». Dopo qualche minuto di ragionamento e qualche conto in base al peso di Marco, 18 chili, ecco la formula magica: 4 ml a dose, ogni 12 ore. Però questa mamma non è del tutto convinta perché ha intuito che il conteggio non è stato poi così banale. Serve una controprova. Chi meglio di un farmacista può essere d’aiuto per trovare una conferma? Ecco la seconda telefonata, alla farmacia di turno. Dall’altra parte del capo il farmacista risponde piuttosto scocciato: «Perché il pediatra non ha dato il dosaggio?». La mamma spiega come sono andate le cose, lui fa un conto approssimativo tenendo come esempio la figlia, che pesa 13 chili e alla fine anche lui sciorina la formuletta: «8ml a dose per due volte al giorno». La mamma è disorientata e c’è da crederle: il dosaggio suggerito dal farmacista è esattamente il doppio di quello proposto dal dottore. Quindi azzarda la domanda: «Ma è sicuro? Forse intende al giorno, quindi due dosi da 4 ml?». Il farmacista è categorico. La mamma preferisce non rischiare un sovradosaggio. Così si arma di una siringa-dosatore (nella confezione c’è solo un cucchiaio dosatore che segna 2,5ml e 5 ml) e opta per un 4,5 ml in attesa di chiarire il tutto con la pediatra la mattina dopo. Alle 7,30, prima che Marco si svegli, la terza telefonata. La pediatra con tono rassicurante spiega prima di tutto che 400mg/57mg/5ml significa che in 5 ml ci stanno 400 mg di un principio attivo e 57 del secondo. Poi chiede il peso del bambino, fa un rapido conto e conclude: «La dose giusta per il mal di denti sarebbe 5,8 ml per due volte al giorno, ma per comodità va bene anche 5,5». Ecco un terzo dosaggio. La mamma si fida naturalmente della pediatra e va avanti con quanto le è stato suggerito.

antibiotici-3

GUARDA IL GRAFICO

L'EQUAZIONE PER DOSARE GLI ANTIBIOTICI

Triplo problema

Ma come è possibile che una madre di media cultura non sia stata in grado di interpretare un foglietto illustrativo che in teoria dovrebbe essere alla portata di tutti? E perché tre diversi professionisti hanno dato tre dosaggi diversi? Va sottolineato che gli antibiotici vanno assunti solo se prescritti e le dosi sono decise del medico che li prescrive, però può sempre sorgere un dubbio o ci si può trovare di fronte a un’emergenza, come è successo in questo caso. «Questa storia rispecchia un problema reale perché con i bambini non ci si può comportare come con gli adulti, dal momento che sono in crescita e il loro peso è variabile — spiega Antonio Clavenna, farmacologo dell’Istituto Mario Negri di Milano — e in questo specifico farmaco il problema è triplo: i dosaggi possono cambiare in base alla gravità e al tipo d’infezione, ad esempio per l’otite in genere viene somministrata la dose massima. Anche la frequenza può cambiare: nei casi più complessi il farmaco viene assunto tre volte al giorno e non due. Infine, a confondere ulteriormente le idee è la presenza di due principi attivi: l’amoxicillina e l’acido clavulanico. Per tutti questi motivi è bene rivolgersi sempre al pediatra».

antibiotici-4

GUARDA IL GRAFICO

GLI ERRORI PIÙ COMUNI NELLA SOMMINISTRAZIONE DEGLI ANTIBIOTICI

Semplificare

«Questo “bugiardino” può confondere — aggiunge Nicola Principi, professore di pediatria all’Università di Milano —. Il farmaco è un preparato che contiene due molecole diverse, amoxicillina e acido clavulanico. La prima è il vero antibiotico, la seconda è la sostanza che ha la capacità di bloccare alcuni enzimi elaborati dai batteri che distruggono l’amoxicillina: così l’amoxicillina amplia il proprio raggio di azione. Se nel bugiardino ci fosse scritto quanti ml di liquido per chilo sono necessari per la dose tutto sarebbe molto più semplice». E sulla necessità di semplificare è d’accordo anche Clavenna: «Bisognerebbe tentare di creare tabelle comprensibili a tutti che indichino la quantità di farmaco proporzionato al peso. Inoltre un altro problema che ci viene segnalato dai pediatri è che i dosatori degli antibiotici sono spesso diversi: alcuni calcolano il volume, altri il peso del farmaco creando confusione, soprattutto se si passa dal farmaco commerciale al generico. Certamente bisognerebbe trovare il modo di uniformarli e renderne l’utilizzo più semplice».