Diagnosi precoce dell’autismo con risonanza magnetica

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Redazione Salute

DATA: 8 giugno 2017 

La proposta arriva da uno studio di scienziati americani, che sostengono come i bambini destinati ad ammalarsi presentino differenze nelle connessioni cerebrali.

Se un bebè soffrirà di autismo lo si potrà forse predire con una risonanza della testa già a sei mesi di vita, anni prima che la malattia faccia il suo esordio e che il bambino presenti sintomi (che in genere non compaiono prima dei due anni): infatti bimbi destinati ad ammalarsi, già a sei mesi, presentano differenze nelle connessioni tra le diverse aree cerebrali rispetto a bimbi che non si ammaleranno. Lo sostiene una ricerca pubblicata sulla rivista Science Translational Medicine da un gruppo di scienziati che negli ultimi anni ha messo a segno una serie di studi che dimostra come piccole differenze anatomiche, strutturali e funzionali del cervello consentano di capire già nel neonato se negli anni a venire si ammalerà di autismo.

Perché «autismo» è un termine improprio

Lo studio

Gli esperti dell’Università della Carolina del Nord in quest’ultimo lavoro hanno evidenziato differenze funzionali nelle connessioni cerebrali dei bebè a sei mesi di vita. Lo studio è stato condotto su un campione di 59 bimbi tutti ad alto rischio di malattia (perché con un fratello maggiore autistico) e i ricercatori sono riusciti a predire con elevata accuratezza quali di questi bimbi si sarebbero ammalati veramente negli anni a venire. Si sono ammalati 11 bambini del campione e questi bambini - rispetto agli altri - a sei mesi presentavano molteplici differenze nelle connessioni nervose tra 230 aree neurali studiate con la risonanza, in particolare tra aree con una funzione implicata nella malattia (linguaggio, socialità, comportamenti ripetitivi etc). Gli scienziati sperano di creare un test multiplo basato sia sulla risonanza, sia su altri esami da somministrare a bebè a rischio (perché provenienti da famiglie in cui vi sono casi di autismo) per capire se avranno o meno il disturbo in futuro. «Più cose sappiamo sul cervello del bambino prima che compaiano i sintomi -— afferma l’autore Joseph Piven — più saremo preparati ad aiutare i bambini e le loro famiglie». È ormai infatti sempre più chiaro che più l’intervento sul bambino è precoce, maggiori sono le probabilità di trarne benefici.

La vitamina D aggiunta ai cibi protegge da raffreddore e influenza

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Silvia Turin

DATA: 16 febbraio 2017 

Maxi ricerca evidenzia i benefici di un’integrazione soprattutto per persone carenti. Riaperto il dibattito. Il ministero della Salute UK: «Non ci sono ancora prove sufficienti»

Integrare l’alimentazione con l’aggiunta di vitamina D potrebbe ridurrebbe le morti e i costi del servizio sanitario. Lo sostiene un maxi studio globale che mostra come questo composto riesca a ridurre il rischio di raffreddori, influenza e altre infezioni pericolose, come la polmonite.

Lo studio e i numeri

La ricerca, diretta da scienziati della Queen Mary University di Londra (QMUL) e pubblicata sul British Medical Journal, è stata condotta attraverso l’analisi di dati relativi a circa 11mila persone che hanno preso parte a 25 trial clinici condotti in 14 paesi (inclusa l’Italia). È emerso che l’integrazione di questa vitamina - che il corpo riesce a produrre in autonomia solo quando ci si espone al sole - protegge da infezioni delle vie respiratorie, probabilmente stimolando la produzione di antimicrobici nei polmoni. Il beneficio è stato più marcato in coloro che avevano bassi livelli di vitamina D nel corpo (persone che escono poco, che si coprono anche d’estate o che hanno pelli scure). L’assunzione regolare di un integratore ha dimezzato il tasso di infezioni respiratorie nelle persone con più bassi livelli di vitamina D, ma ha anche ridotto del 10% le infezioni tra chi aveva soglie più alte del composto.

 

Meno infezioni respiratorie

Lo studio è coerente col fatto che le infezioni respiratorie sono tipiche dei mesi freddi quando siamo meno esposti alla luce solare perché stiamo più al chiuso e le giornate sono corte, per cui il corpo riesce a produrre meno vitamina D. I ricercatori hanno calcolato che introdurre integratori ogni giorno o settimanalmente potrebbe significare 3,25 milioni di infezioni respiratorie in meno nel Regno Unito, ipotizzando una popolazione di 65 milioni di individui. «La nostra ricerca rafforza l’idea che sia opportuno prevedere un’integrazione nell’alimentazione per migliorare i livelli di vitamina D in paesi come il Regno Unito, dove la carenza è comune», hanno scritto gli autori del lavoro.

 

Annoso dibattito e voci contro

Alcune voci dal mondo scientifico, però, frenano l’entusiasmo. Mark Bolland dell’Università di Auckland e Alison Avenell dell’Università di Aberdeen in un editoriale pubblicato sempre sul British Medical Journal (riportato dal Guardian) sostengono che sono necessari altri studi: «Le ricerche finora non supportano l’evidenza che l’uso di integratori di vitamina D serva a prevenire le malattie, salvo nelle persone a rischio di rachitismo, fragilità ossea e osteoporosi», scrivono. «I dati del nuovo studio sono molto significativi, visto che provengono da 11mila pazienti analizzati in studi clinici di buona qualità in tutto il mondo - commenta invece il dottor Benjamin Jacobs, un pediatra dell’ospedale Royal National Orthopaedic -. La necessità di fornire integratori di vitamina D è ora innegabile. I governi e gli operatori sanitari devono prendere questa ricerca in seria considerazione d’ora in avanti», conclude.

 

Cautela dal Ministero della Salute

Cautela anche dal Ministero per la Salute inglese: il professor Louis Levy, a capo del dipartimento di Nutrizione dichiara: «Il Ministero già raccomanda alla popolazione di prendere vitamina D durante i mesi invernali. Coloro che non si espongono al sole a causa delle caratteristiche della loro pelle o perché stanno sempre coperti per motivi religiosi o stanno in casa dovrebbero integrarla tutto l’anno». Tuttavia Levy non è convinto che la vitamina D possa proteggere contro raffreddori e influenza: «Questo studio non fornisce prove sufficienti a sostegno della tesi», ha concluso. Diverse ricerche scientifiche nel corso degli anni hanno consegnato evidenze contraddittorie sul tema. Alcune hanno dimostrato che bassi livelli di vitamina D aumenterebbero il rischio di fratture ossee, malattie cardiache, cancro del colon-retto, diabete, depressione, morbo di Alzheimer. Altre hanno asserito l’assenza di prove conclusive di un collegamento tra la presenza (o meno) di questo composto e il rischio di malattie.

I bambini non hanno (quasi) mai sete: ecco perché e come correre ai ripari

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Laura Cuppini

DATA: 22 novembre 2016

Secondo un’indagine di Gfk, solo un genitore su due si informa se il figlio ha bevuto nel corso della giornata e uno su tre non conosce il fabbisogno idrico nelle diverse età. Una guida della Società Italiana di Pediatria Preventiva e Sociale aiuta ad affrontare la questione nel modo migliore.

 

Ma quanto devono bere i bambini?

«Quanto hai bevuto oggi?»: la domanda è sulla bocca di molti genitori a fine giornata. Molti, ma non tutti: secondo un’indagine Gfk solo un papà/mamma su due (54%) si informa se il proprio bambino si è idratato a sufficienza. L’analisi è stata presentata a Roma in occasione del convegno «Bere bene per crescere bene» promosso da Federazione Mondiale Termalismo e Climatoterapia (Femtec) e Società Italiana di Pediatria Preventiva e Sociale (Sipps). «Una corretta idratazione può contribuire a prevenire molteplici patologie e a garantire il giusto sviluppo» sottolinea Umberto Solimene dell’Università di Milano, presidente Femtec. Ma solo il 37% dei genitori pensa che lo stimolo della sete sia un segnale di disidratazione che va prevenuto, visto che può portare a una riduzione delle prestazioni fisiche e mentali. Inoltre molti genitori non sanno che l’insufficiente assunzione di acqua da bambini è associata a un rischio maggiore di sviluppare obesità. «L’idratazione è fondamentale per una sana crescita e per lo sviluppo dei più piccoli; al contrario, un’idratazione inadeguata è associata al peggioramento dello stato di salute mentale, fisico ed emotivo» spiega Giuseppe Di Mauro, pediatra di famiglia e presidente Sipps.

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Antibiotici, se per fare un dosaggio serve la laurea in matematica

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Cristina Marrone

DATA: 23 ottobre 2016

Questo genere di farmaci li prescrive il pediatra, ma in caso di emergenza o dubbi il foglietto illustrativo può essere un vero rompicapo. La mancanza di tabelle con gli ml per chilo rende tutto più complicato.

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Ci risiamo. Marco ha mal di denti. Da pochi giorni è stato dal dentista ma eccolo dolorante che si contorce sul divano. Possibile? La mamma osserva il molare incriminato e con orrore scopre che il piccolo ascesso destinato a guarire da solo si è in realtà trasformato in un bubbone tutto bianco. Che fare? Parte la prima telefonata, alla dentista, che per l’aggravamento dell’infiammazione suggerisce di somministrare un antibiotico a base di amoxicillina per sei giorni. Che fortuna, il farmaco è in casa ancora intonso, residuo della farmacia da viaggio di una vacanza all’estero. È uno degli antibiotici più utilizzati in Italia e contiene amoxicillina e acido clavulanico. La dose? «Legga pure il foglietto illustrativo» rassicura la dottoressa. Così, poco prima di cena, la madre dà un occhio veloce al «bugiardino». Poi sgrana gli occhi, si siede e si concentra. Ma non capisce. Sulla confezione del farmaco c’è scritto 400mg/57mg/5ml: per i profani piuttosto sibillina. Ma il foglietto illustrativo non aiuta a chiarire. Ecco che cosa riporta: «Dose usuale: da 25mg/3,6 mg fino a 45 mg/6,4 mg per Kg di peso corporeo al giorno, somministrata in due dosi successive». Di seguito ci sono i consigli per la dose più alta: «Fino a 70mg/10/mg per chilo di peso corporeo al giorno, somministrata in due dosi successive». Perché quella doppia dicitura? Qui per fare i conti serve una laurea in matematica!

I calcoli

L’unica cosa chiara scritta lì sopra è che l’antibiotico va somministrato prima del pasto o appena si comincia, e Marco da un po’ ripete in modo ossessivo: «Ho fame». Bisogna fare in fretta. La mamma chiama al volo un suo amico medico per chiedere lumi. E lui esordisce: «Ahia, i dosaggi degli antibiotici per i bambini non sono semplici». Dopo qualche minuto di ragionamento e qualche conto in base al peso di Marco, 18 chili, ecco la formula magica: 4 ml a dose, ogni 12 ore. Però questa mamma non è del tutto convinta perché ha intuito che il conteggio non è stato poi così banale. Serve una controprova. Chi meglio di un farmacista può essere d’aiuto per trovare una conferma? Ecco la seconda telefonata, alla farmacia di turno. Dall’altra parte del capo il farmacista risponde piuttosto scocciato: «Perché il pediatra non ha dato il dosaggio?». La mamma spiega come sono andate le cose, lui fa un conto approssimativo tenendo come esempio la figlia, che pesa 13 chili e alla fine anche lui sciorina la formuletta: «8ml a dose per due volte al giorno». La mamma è disorientata e c’è da crederle: il dosaggio suggerito dal farmacista è esattamente il doppio di quello proposto dal dottore. Quindi azzarda la domanda: «Ma è sicuro? Forse intende al giorno, quindi due dosi da 4 ml?». Il farmacista è categorico. La mamma preferisce non rischiare un sovradosaggio. Così si arma di una siringa-dosatore (nella confezione c’è solo un cucchiaio dosatore che segna 2,5ml e 5 ml) e opta per un 4,5 ml in attesa di chiarire il tutto con la pediatra la mattina dopo. Alle 7,30, prima che Marco si svegli, la terza telefonata. La pediatra con tono rassicurante spiega prima di tutto che 400mg/57mg/5ml significa che in 5 ml ci stanno 400 mg di un principio attivo e 57 del secondo. Poi chiede il peso del bambino, fa un rapido conto e conclude: «La dose giusta per il mal di denti sarebbe 5,8 ml per due volte al giorno, ma per comodità va bene anche 5,5». Ecco un terzo dosaggio. La mamma si fida naturalmente della pediatra e va avanti con quanto le è stato suggerito.

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L'EQUAZIONE PER DOSARE GLI ANTIBIOTICI

Triplo problema

Ma come è possibile che una madre di media cultura non sia stata in grado di interpretare un foglietto illustrativo che in teoria dovrebbe essere alla portata di tutti? E perché tre diversi professionisti hanno dato tre dosaggi diversi? Va sottolineato che gli antibiotici vanno assunti solo se prescritti e le dosi sono decise del medico che li prescrive, però può sempre sorgere un dubbio o ci si può trovare di fronte a un’emergenza, come è successo in questo caso. «Questa storia rispecchia un problema reale perché con i bambini non ci si può comportare come con gli adulti, dal momento che sono in crescita e il loro peso è variabile — spiega Antonio Clavenna, farmacologo dell’Istituto Mario Negri di Milano — e in questo specifico farmaco il problema è triplo: i dosaggi possono cambiare in base alla gravità e al tipo d’infezione, ad esempio per l’otite in genere viene somministrata la dose massima. Anche la frequenza può cambiare: nei casi più complessi il farmaco viene assunto tre volte al giorno e non due. Infine, a confondere ulteriormente le idee è la presenza di due principi attivi: l’amoxicillina e l’acido clavulanico. Per tutti questi motivi è bene rivolgersi sempre al pediatra».

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GLI ERRORI PIÙ COMUNI NELLA SOMMINISTRAZIONE DEGLI ANTIBIOTICI

Semplificare

«Questo “bugiardino” può confondere — aggiunge Nicola Principi, professore di pediatria all’Università di Milano —. Il farmaco è un preparato che contiene due molecole diverse, amoxicillina e acido clavulanico. La prima è il vero antibiotico, la seconda è la sostanza che ha la capacità di bloccare alcuni enzimi elaborati dai batteri che distruggono l’amoxicillina: così l’amoxicillina amplia il proprio raggio di azione. Se nel bugiardino ci fosse scritto quanti ml di liquido per chilo sono necessari per la dose tutto sarebbe molto più semplice». E sulla necessità di semplificare è d’accordo anche Clavenna: «Bisognerebbe tentare di creare tabelle comprensibili a tutti che indichino la quantità di farmaco proporzionato al peso. Inoltre un altro problema che ci viene segnalato dai pediatri è che i dosatori degli antibiotici sono spesso diversi: alcuni calcolano il volume, altri il peso del farmaco creando confusione, soprattutto se si passa dal farmaco commerciale al generico. Certamente bisognerebbe trovare il modo di uniformarli e renderne l’utilizzo più semplice».

Antibiotici e «fai da te» spesso all’origine di resistenze e allergie

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Elena Meli

DATA: 23 ottobre 2016

Il problema è l'appropriatezza prescrittiva: nell'80% delle infezioni nei bambini l'origine è virale e l'antibiotico non serve, ma nell'80% dei casi viene prescritto

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Se con tutti i farmaci pediatrici il fai da te non è raccomandabile,con gli antibiotici è proprio un azzardo. Lo ha sottolineato un documento di consenso della Federazione Italiana Medici Pediatri per ribadire i casi in cui servono e quelli (tanti) in cui se ne può fare a meno. «L’eccesso di antibiotici nei bimbi non è un problema di costi per i Servizio sanitario–— dice Mattia Doria, coordinatore scientifico del documento FIMP –— Il guaio è la mancanza di appropriatezza prescrittiva. L’80% delle infezioni nei piccoli è virale e non risente dell’uso dell’antibiotico, che però viene prescritto nell’80 per cento dei casi». Stando all’Agenzia Italiana del Farmaco, il 53% dei bambini riceve almeno un ciclo di antibiotico l’anno. I rischi? «Favorire la comparsa di germi resistenti e non salvaguardare la flora batterica intestinale», spiega Doria. Due problemi forieri di eventi avversi: è stato dimostrato di recente, per esempio, che dare gli antibiotici a bimbi molto piccoli si associa a un maggior rischio di allergie proprio perché si provocano squilibri nelle popolazioni di batteri intestinali. Ma la conseguenza peggiore è che a furia di essere bombardati con i medicinali, i germi selezionano ceppi che, grazie a mutazioni casuali, sono resistenti alle cure, sopravvivono e si moltiplicano. Se a ciò si aggiunge la carenza di nuovi antibiotici si comprende perché nel mondo si stimino dieci milioni di morti da batteri super-resistenti entro il 2050. Come sottolinea il documento Fimp: il sistema immunitario può gestire molte infezioni e gli antibiotici non dovrebbero essere prescritti, o si dovrebbe aspettare a farlo, per vedere l’evoluzione dei sintomi, nei casi acuti di raffreddore, otite media, mal di gola, tosse, sinusite, bronchite, faringite e tonsillite.

Sei buone abitudini per prevenire i malanni invernali nei bambini

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: 

DATA: 31 gennaio 2016

Dai lavaggi nasali frequenti alla temperatura in casa non troppo alta: ecco alcuni consigli (in sei schede) contro raffreddore, tosse, mal di gola e otite. I disturbi delle vie respiratorie superiori, molto comuni nei bambini, hanno spesso origine virale e non vanno trattati con farmaci, perché si risolvono spontaneamente nel giro di pochi giorni.

Le schede sono consultabili cliccando sul link

 

Il sonno perduto dei bimbi: dormono un’ora di meno

FONTE: la Repubblica.it

AUTORE: Elena Dusi

DATA: 15 febbraio 2012

In un secolo televisione e internet hanno tolto tempo al sonno. La notte dei bambini si è ristretta: 73 minuti in meno ogni notte. Così le ore di riposo tra 0 e 18 anni ridotte in media a 9 ore e 10 minuti, di più fra gli adolescenti.

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"LA FRETTA e la tensione della vita moderna sono alla base dell'insonnia" scriveva il British Medical journal. Era il 1894, luce artificiale e libri erano accusati di disturbare il riposo dei bambini. E il nostro rapporto col sonno stava imboccando una china ripida. Se già un secolo fa ci si lamentava per la mancanza di sonno, oggi le notti dei bambini si sono accorciate di altri 73 minuti.

Lo hanno calcolato tre ricercatrici dell'università dell'Australia del sud ad Adelaide, preoccupate per il restringersi di una coperta - quella del riposo notturno - che avanza sempre più. E che pur essendo imputato alla vita moderna, è un fenomeno iniziato in realtà più di un secolo fa.

Le studiose guidate da Lisa Matricciani hanno ripescato dagli archivi medici tutti gli studi relativi a sonno e bambini: ore consigliate, disturbi più diffusi, durata effettiva del riposo. Da 300 resoconti hanno estratto i contorni di un fenomeno che procede inesorabile: la colonizzazione del tempo notturno che un secolo fa era imputata ai libri, poi fu attribuita alla radio ed ora vede come accusati internet, telefonini e tv.

I 73 minuti citati dallo studio pubblicato su Pediatrics sintetizzano quanto si è accorciata la notte dei bambini e dei ragazzi fra 0 e 18 anni. Rappresentano il valore medio di tutte le età, anche se nella realtà il sonno consigliato dai medici varia fra le 16 ore delle prime settimane di vita alle 8-9 ore dei 18 anni. Messi tutti insieme, i ragazzi del 1897 dormivano poco più di 10 ore e 20 minuti a notte, mentre oggi il riposo complessivo si è ridotto a 9 ore e 10 minuti.

Se si guarda all'interno delle fasce d'età, si scopre però che a ridurre le ore di sonno sono soprattutto gli adolescenti (91 minuti in meno tra 16 e 18 anni). Fra le varie regioni del mondo, Europa continentale, Stati Uniti e Canada amano le ore piccole più di Australia, Gran Bretagna e Scandinavia, dove invece il tempo dedicato al riposo è aumentato rispetto a un secolo fa.

Dormire poco rende i bambini irritabili, gli impedisce di concentrarsi a scuola e imparare. Ha effetti deleteri sulla bravura negli sport e indebolisce il sistema immunitario. Recentemente si è scoperto che la mancanza di sonno innesca anche un gioco di ormoni responsabile di aumento dell'appetito e obesità. Ma quanto effettivamente sia necessario riposare è un dato che continua a sfuggire agli scienziati.

Se nel 1897 i medici raccomandavano che un bimbo di 2 anni dormisse 16 ore, oggi i consigli variano tra le 11 e le 13,5 ore. E mentre nel 1933 per un ragazzino di 5 anni 12 ore erano ritenute ottimali, oggi ci si accontenta di 11 ore. Mettendo insieme tutti i consigli del secolo, le ricercatrici dimostrano che oltre al sonno effettivo, anche quello raccomandato è diminuito di 71 minuti.

Lo scarto fra sonno reale e sonno ottimale resta dunque costante: circa 37 minuti di ammanco nella media di tutte le età. E alla fine le scienziate australiane scelgono di affidarsi a un consiglio basato sui ritmi della natura che poco riflette gli sforzi di un secolo di medicina: "Un bambino dovrebbe svegliarsi da solo al mattino. Se non lo fa, occorre mandarlo a letto prima".

Consigli per il sonno dei ragazzi dai 6 ai 12 anni

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Silvia Turin

DATA: 23 febbraio 2016 

Un buon sonno nei ragazzi è fondamentale per far sì che affrontino al meglio la giornata. Influisce sulla loro capacità di concentrazione, sulla memoria e sull’apprendimento, oltre che sull’umore e sulla loro stabilità emotiva. Questi sono i consigli stilati dalla Società Italiana di Pediatria Preventiva e Sociale e dalla Società Italiana delle Cure Primarie Pediatriche

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Cosa non fare
- Evitate di far usare il letto per studiare, parlare al telefono, ascoltare musica.
- Non lasciate a disposizione televisione, computer, tablet nella stanza del ragazzo, per evitare che ne faccia uso spontaneamente.
- Evitate i sonnellini diurni, perché potrebbero causare difficoltà nell’induzione del sonno notturno.
- Favorite la permanenza all’aria aperta e alla luce del sole, aiuta a mantenere normali i ritmi circadiani sonno-veglia.
- Evitate che il ragazzo assuma bevande eccitanti tipo caffè, cola, the, cioccolata (ricche in caffeina o sostanze simili) nelle 3-4 ore che precedono il sonno.
- Evitate nelle 2 ore che precedono il sonno attività serali eccitanti o che danno un senso di energia, come esercizi fisici impegnativi o attività stimolanti come i giochi al computer.
Cosa fare
- Favorite uno stile di vita sano sia attraverso una corretta alimentazione sia favorendo una buona dose di attività fisica, anche se non strutturata come vero sport.
- La camera da letto deve essere confortevole, tranquilla e poco illuminata. La temperatura deve stare sui 18-20 gradi al massimo.
- Mantenete regolare gli orari per andare a dormire e per svegliarsi. Sono tollerati intervalli non superiori ad un’ora di differenza tra le notti della settimana e quelle del weekend.
- Stabilite 20-30 minuti di tempo da dedicare a consuetudini prima del sonno. La routine dovrebbe prevedere attività distensive quali leggere un libro o parlare di ciò che si è fatto durante la giornata. L’ultima fase dovrebbe svolgersi nella stanza da letto.
- Cercate di lasciar trascorrere almeno due ore dopo la cena, se costituita da un pasto completo; sono invece consentiti piccoli spuntini (frutta, yogurt) per non andare a letto affamati.

Tosse nei bambini