L’abuso di iPhone fa male ai bambini, Apple deve aiutare i genitori

FONTE: Il Sole 24 Ore

AUTORE: Enrico Marro

DATA:  8 gennaio 2018

Nonostante controllino due miliardi di dollari in azioni Apple, il gestore Jana Partners (nel cui advisory board compaiono Sting e la moglie) e il fondo pensione Calstr (quello degli insegnanti californiani) hanno attaccato a testa bassa il Melafonino. E lo hanno fatto con una lettera, spedita sabato scorso e prontamente intercettata dal Wall Street Journal, in cui sollecitano Cupertino a prendere contromisure per evitare che bambini e adolescenti diventino “drogati” di smartphone.

Apple, insomma, dovrebbe cercare di limitare l’uso dell’iPhone fornendo precise linee guida ai genitori e sviluppando software che aiutino il “parental control”. Il pericolo, lasciano intendere Jana Partners e Calstr, è che un domani Cupertino rischi di pagare - anche in termini di andamento azionario - una ritrovata sensibilità dell’opinione pubblica sulla “smartphone addiction”.

I cinque sintomi di «dipendenza» da social media

L’ondata del “socialmente responsabile”, insomma, sta arrivando a lambire anche la più grande azienda del mondo, e uno dei brand più alla moda. E' curioso notare come in passato i colossi di Wall Street, come le grandi major petrolifere, si trovassero regolarmente nel mirino dell’opinione pubblica mentre i nuovi colossi del digitale godano sempre e comunque di enorme popolarità, nonostante siano per esempio campioni mondiali indiscussi di elusione fiscale (per quanto assolutamente legale).

Ma la mossa dei due gestori forse è il segnale che il vento inizia a cambiare: negli Stati Uniti stanno montando le polemiche sulla dipendenza da smartphone e social di bambini e teenager, spesso messa in relazione con l’aumento di depressione e suicidi tra i giovani. E' d’altro canto altrettanto vero che la Apple guidata da Tim Cook sta facendo qualche significativo passo nella direzione della “responsabilità sociale”, in particolare sul doppio fronte ambiente e immigrati, oltre che naturalmente sulla non discriminazione dell’omosessualità. Ma probabilmente sul fronte della dipendenza “digital" di bambini e adolescenti resta ancora molto da fare. Sempre che si voglia fare davvero qualcosa.

Giovanni Bollea: un umanista della neuropsichiatria

FONTE: varie

AUTORE: Pietro Bordo

DATA: novembre 2016

 

 

QUELLO CHE SEGUE è UN TESTO LUNGO, PER PERSONE CHE "SANNO ED AMANO LEGGERE"

La nostra è una scuola che è cambiata, ma che deve ancora cambiare molto,

deve diventare europea, deve formare i giovani, deve abituarli

ad entrare nel mondo del lavoro (Giovanni Bollea).

 

 

Giovanni Bollea (Cigliano, 5 dicembre 1913 – Roma, 6 febbraio 2011), è considerato il padre della neuropsichiatria infantile italiana del secondo dopoguerra.

Ripercorreremo rapidamente la sua opera, con uno sguardo particolare all’educazione.

In effetti Bollea attribuiva una grandissima importanza all’azione educativa degli adulti (insegnanti e genitori); considerava la società e il mondo degli adulti come responsabili nel prevenire il disagio, la sofferenza e anche le psicopatologie nello sviluppo dei bambini e degli adolescenti. Giovanni Bollea aveva una concezione aperta e globale del suo stesso lavoro clinico e credeva molto in un approccio integrato tra neuropsichiatria, educazione e azione sociale. Senza trascurare una analisi dei fattori neurobiologici per comprendere il comportamento dei bambini, attribuiva tuttavia una attenzione particolare agli aspetti psico-affettivi e socio-relazionali del suo sviluppo. Dimostrò sempre un vivo interesse per l’educazione e la relazione aulti/bambini/adolescenti. Pensava che insegnanti e genitori possono fare molto per prevenire il disagio e le psicopatologie. Non a caso i suoi due libri Le madri non sbagliano mai I genitori grandi maestri di felicità sono diventati due bestseller; affrontano la questione dell’educazione dei bambini e degli adolescenti con l’ottica di prevenire il disagio e i percorsi destrutturanti della personalità. Questi testi sono scritti anche in modo accessibile al grande pubblico senza tuttavia cadere nella banalità e la superficialità.

Giovanni Bollea a più riprese cita l’opera di grandi educatori come Maria Montessori, il medico educatore belga Ovide Decroly (fondatore del metodo globale di apprendimento) ma anche l’educatore sovietico Anton Makarenko; a proposito di quest’ultimo scriverà: «Mi ha sempre colpito l’affermazione del grande pedagogista Anton Makarenko, secondo cui lo scopo dell’educazione è “la gioia di vivere insieme”; ciò è molto di più del semplice educare, del guidare verso uno sviluppo armonico della personalità o l’acquisizione di una buona cultura». Non dimentichiamo che Makarenko oltre che rappresentare un punto di riferimento per tanti educatori del dopoguerra aveva, con la sua esperienza delle «colonie pedagogiche» e il suo famoso Poema Pedagogico, dimostrato l’importanza dell’ambiente sociale nel prevenire il disagio e nel favorire lo sviluppo potenziale di bambini in difficoltà; inoltre sapeva anche rivolgersi in modo semplice e comprensibile ai genitori che cercavano indicazioni pratiche per l’educazione dei propri figli (vedi il Libro dei genitori). L’approccio di Bollea ricorda anche quello che sviluppò Anna Freud (alla quale si riferiva) nelle sue Conferenze ai genitori e agli insegnanti; fare riflettere gli adulti in modo comprensibile e stimolante sul loro ruolo psico-educativo e le loro responsabilità nel favorire lo sviluppo, il benessere soggettivo e la crescita dei bambini, degli adolescenti che saranno gli adulti di domani.

 

L’opera di Giovani Bollea

Laureato in medicina nel 1938 e specializzatosi in malattie mentali, fa un periodo di formazione a Losanna dove impara il suo futuro mestiere di neuropsichiatra infantile. A Losanna segue con grande interesse le lezioni di Jean Piaget; ne condivide la concezione costruttivistica; impara a dare una importanza centrale alla dimensione educativa nel processo di costruzione della personalità; impara anche a collegare ricerca empirica e impianto interpretativo. È in quel periodo che legge i lavori di Anna Freud sul «normale e il patologico» nel bambino provocando una vera rivoluzione culturale nella neuropsichiatria infantile italiana degli anni ’50 con la psicoterapia di gruppo e l’idea di «rete terapeutica», facendo interagire in una ottica di lavoro di equipe multiprofessionale, genitori, insegnanti, psicologi, terapeuti, educatori e assistenti sociali. Ma nelle sue scelte professionali vi sono anche elementi esistenziali. Bollea descrive in questo modo, in un articolo apparso su La Stampa il 10 dicembre 2003, la sua scelta di vita:

Nel 1947 , subito dopo la guerra, ho incontrato una grande quantità di piccoli che soffriva, costantemente, preda dell’angoscia per il conflitto che era stata costretta a vivere. Per questo ho incominciato. Per loro. L’anno prima ero stato scelto tra sei italiani per frequentare un corso di psichiatria infantile a Losanna. Tornato dalla Svizzera ho iniziato a lottare per mettere in atto i miei progetti.

Giovanni Bollea si forma con il neuropsichiatra Lucien Bovet; è fortemente influenzato dalle sue letture di Eugen Bleuler e Ludwig Binswanger (ne condivide l’approccio antropologico e fenomenologico); a contatto con l’antropologia, la fenomenologia e l’epistemologia genetica di Piaget nonché la psicanalisi adotta un approccio pluridimensionale e raccomanda molta cautela nel fare diagnosi di psicopatia in eta evolutiva; lotterà tutta la sua vita per un approccio terapeutico non farmacologico e non violento per i bambini con problemi di sofferenza psichica; dava una grande importanza alla relazione nello sviluppo cognitivo e affettivo, sia in ambito educativo che terapeutico. Scriveva a proposito dell’approccio diagnostico e della cura del bambino:

Il momento cruciale è quando si comincia ad intravedere la via sui cui condurre il paziente (…), io non so mai qual è la prima domanda che gli farò. Lo guardo, lo saluto, magari gli faccio fare un momento di ginnastica e poi mi viene in mente la prima domanda, scendo cosi al suo livello di comunicazione, con umiltà.

  1. Bollea stacca la neuropsichiatria infantile dalla medicina pediatrica mostrando che la sofferenza del bambino non è mai del tutto riconducibile ad una base organica. Secondo lui sono le relazioni umane a curare e ad avere bisogno di essere curate; e questo anche quando la malattia ha un’origine organica e genetica. Attribuiva una grandissima importanza alle relazioni sociali e affettive in qualsiasi progetto psicoterapeutico. Raccontava di aver sentito la sua vocazione all’età di sette anni visitando il Cottolengo a Torino, quando una suora gli disse : «Questi bambini disgraziati saranno i primi ad entrare in paradiso. E lui rispose con la voce dell’innocenza: perché invece non provate a curarli?».

Bollea vive nel quartiere popolare di Porta Palazzo dove c’è miseria e disagio sociale; va al liceo e lavora anche nel pastificio ereditato dalla bisnonna. Vive direttamente la condizione drammatica della comunità ebraica durante il fascismo attraverso il suo matrimonio con Rena Jesi; viene spedito sul fronte russo come medico dove deve operare senza anestesia; non dimenticherà mai quella esperienza umana a contatto con il dolore; mostrerà costantemente quanto sia importante la relazione umana affettiva.

Dopo la guerra crea a Roma l’Istituto di neuropsichiatria infantile. Spende tutta una vita ad occuparsi di bambini con anomalie e difficoltà nello sviluppo e le loro famiglie, insegna neuropsichiatria infantile all’Università, è un professore appassionato, le sue lezioni saranno pubblicate e diventeranno un testo di riferimento sia per gli studenti che per gli operatori dei servizi territoriali. Giovani Bollea era un irriducibile idealista nonostante il suo realismo di scienziato; credeva nelle potenzialità dell’essere umano e nelle sue capacita di esprimere il meglio di se stesso. Negli ultimi anni della sua vita era preoccupato per le voci di chiusura dell’Istituto fondato da lui con il rischio di vedere la neuropsichiatria infantile riassorbita dalla medicina pediatrica e organica.

Aveva letto il lavoro del grande educatore francese Edouard Séguin (che era stato in parte tradotto per la prima volta in italiano da Maria Montessori) Cura morale, igiene ed educazione degli idioti e ne scrive anche una introduzione per la versione completa in italiano. Il maestro degli idioti, cosi veniva chiamato Séguin, aveva fatto uscire dal manicomio i piccoli disabili intellettuali e mentali e aveva fondato, nel 1838, nel cuore di Parigi, la prima scuola per questo tipo di bambini; credeva nella loro educabilità e nella possibilità di una loro inclusione sociale. Bollea saprà utilizzare la lezione di Séguin rispetto all’importanza dell’educazione dei sensi, della volontà e delle autonomie , considerava che l’ambiente sociale fosse fondamentale nella costruzione della personalità e nello sviluppo psico-affettivo del bambino. Come il medico ed educatore belga Ovide Decroly (morto nel 1932), fondatore del metodo globale di apprendimento e di una concezione ecologica dello sviluppo e come Maria Montessori con il suo ambiente a misura di bambino, Bollea credeva molto nel ruolo educativo e anche terapeutico del contesto di vita.

Bollea è anche un innovatore quando osserva che il bambino, contrariamente alle teorie diffuse negli anni 50, percepisce l’influenza e la presenza del padre già nell’ottavo mese della sua vita, periodo che corrisponde più o meno con quello dello svezzamento. Riconosce alla figura paterna una grossa valenza formativa nel sistema di relazione familiare, sottolinea il carattere decisivo del dialogo e dell’ascolto nonché il sentimento d’amore che deve intercorrere tra genitori e figli. Riprende anche i lavori di Susan Isaacs, la quale affermava che non basta l’affetto e che il mestiere di genitore è faticoso, difficile e complesso. Giovanni Bollea amava molto il contatto con la natura; per questa ragione fonda l’Associazione ALVI, Alberi per la vita, una associazione di lotta per il rimboscamento della penisola. Raccontava a dei bambini qualche mese prima di morire: «Ho incontrato un albero grande e grosso. Ci siamo guardati e lui mi ha detto “siamo entrambi alla fine”». Qualche giorno prima della sua morte dichiara: «per favore , niente retorica sulla mia persona».

Tutto Giovanni Bollea era in queste frasi: semplicità, profondità e senso della vita. Per conoscere l’opera e il pensiero di Giovanni Bollea occorre ricordare anche il suo Compendio di psichiatria dell’età evolutiva, pubblicato nel 1980 da Bulzoni, che comprende le sue lezioni all’Università. Condivideva l’approccio osservativo di Seguin e Decroly, cioè una osservazione per comprendere e non per definire e catalogare. Tradusse il lavoro di Carl Jung Il problema dell’inconscio nella psicologia moderna, che venne pubblicato nel 1977. Scrisse negli anni molteplici introduzioni a diversi lavori di psicologia, psicopatologia e di pedagogia; basta pensare alla sua presentazione dei testi di Philips Asha I no che aiutano a crescere, di Roberta Infrasca Accadimenti dell’infanzia e psicopatologia dell’adulto, di Israel Orbach Bambini che non vogliono vivere: come capire e prevenire le situazioni estreme, di Andrea Rett Trisomia 21: aspetti biologici, educazionali e sociali del soggetto Down. Negli ultimi anni della sua vita Giovanni Bollea si occupava molto della prevenzione nel lavoro psico-educativo con gli alunni, con il suo allievo Marco Lombardo Radice (scomparso giovane nel 1989) si preoccupava della condizione adolescenziale e della latitanza educativa del mondo degli adulti. Era anche molto preoccupato di fenomeni nuovi come l’eccessiva esposizione dei ragazzi alla violenza sugli schermi televisivi, l’onnipotenza alienante dei videogiochi, l’oscillare dei genitori e degli insegnanti tra lassismo e costrizione. Vedeva con lucidità gli elementi di crisi che attraversano oggi il nesso famiglia, scuola e società.

 

Giovanni Bollea e l’importanza dell’educarsi alla relazione

Negli ultimi tempi della sua vita Giovanni Bollea vedeva con preoccupazione sgretolarsi il ruolo educativo degli adulti, il disagio diffuso, la povertà comunicativa e l’assenza di relazioni affettive; ne vedeva l’effetto devastante sulla crescita psicologica dei bambini e degli adolescenti. Bollea era convinto della necessità di partire da una lucida diagnosi socio-relazionale e psico-educativa sia della famiglia che della scuola per capire la natura dei cambiamenti intervenuti ma anche per pensare alle strategie d’intervento sia sul piano educativo che terapeutico per prevenire sofferenza, conflitti distruttivi e disgregazione delle forme di solidarietà umana sia sul piano intersoggettivo che su quello sociale e generazionale. In una intervista del 2003 proponeva una serie di riflessioni sui cambiamenti intervenuti sia nella famiglia che nella scuola:

  1. a) Come è cambiata la famiglia?

Giovanni Bollea confessa che si tratta di una domanda difficile che richiede una risposta complessa: «Ci sono ormai tante famiglie, ci sono famiglie in cui i bambini, dai tre ai dieci anni, hanno già fatto tutto, sport diversi, hanno imparato una o due lingue, hanno viaggiato per il mondo. Poi invece ci sono famiglie, e sono le più numerose, che devono fare i conti con lo stipendio».

  1. Bollea notava anche l’avanzamento dei diritti delle donne, ma il loro ingresso massiccio nel mercato nel lavoro aveva modificato i rapporti familiari senza l’accompagnamento di strutture di supporto adeguate per realizzare la conciliazione lavoro e famiglia; non smetteva d’insistere sull’importanza di «tenere unita la famiglia», di sviluppare una cultura dell’aiuto reciproco e del rispetto delle differenze nella stessa famiglia per «garantire una vita dignitosa a tutti i suoi membri». Per lui la dichiarazione dei principi di eguaglianza delle opportunità per le donne non era stata accompagnata da una vera riorganizzazione dei rapporti di lavoro per favorire la conciliazione tra vita lavorativa e vita familiare: la situazione è spesso di grande sofferenza psicosociale con ricadute preoccupanti sulla crescita e l’educazione dei figli.

 

  1. b) Come è cambiata la scuola?

La scuola forse non ha saputo, secondo Bollea, accompagnare i cambiamenti intervenuti nella società. Gli insegnanti, insieme ai genitori, sono i veri educatori, sono loro che aiutano bambini e adolescenti a crescere e a diventare cittadini. «Ma per questo bisogna dare dei punti di riferimento ai ragazzi; ecco la rivoluzione che ci vuole». Qui Bollea descrive la condizione adolescenziale con grande lucidità.

Oggi l’adolescente che finisce le scuole superiori non si sente ancora un cittadino, perché non ha gli strumenti e nessun orientamento per cercare un varco nel mondo del lavoro. Ma chi è ormai che parla dei nostri adolescenti? Lo Stato non ne parla. Non i giornali, se non quando accade qualche fatto eclatante, quei giornali che i ragazzi molto raramente leggono. Ma, si badi bene, gli adolescenti hanno un loro modo per essere informati, hanno un loro giornale che è Internet. E il danno psicologico che può causare l’uso indiscriminato e incontrollato della rete, non è stato ancora calcolato.

Tuttavia Internet è diventato ormai il loro mondo; e si formano sulla rete, vengono educati, per modo di dire, alla relazione «impersonale» e alla sessualità fuori da ogni affettività e rapporto reale. Giovanni Bollea si chiede: «D’altronde , chi parla loro di una cosa così importante come il sesso? Non la scuola, non i genitori, e allora loro hanno scoperto internet, e l’uso distorto che del sesso internet fa». Il vero problema è che gli adolescenti sono oggi senza punti di riferimento valoriali e senza guide significative. Inoltre «i genitori fanno fatica e non conoscono affatto chi essi frequentano o cosa pensano, e come vivono. Noi avevamo i circoli, i centri culturali, c’erano i partiti e ogni partito aveva la sua scuola di formazione: oggi dove sono i centri di raccolta dei giovani? Ecco perché i ragazzi sono allo sbando». Giovanni Bollea consiglia ai genitori di parlare con i ragazzi e di ascoltarli, raccomanda anche ai genitori di fare il racconto della loro vita, di creare davvero una relazione basata sul dialogo. In un testo del 1998 rivolgendosi agli insegnanti parla del «trauma della bocciatura» scrivendo:

I professori, anzitutto, devono analizzare per tempo il decorso annuale del profitto e delle assenze di ogni ragazzo a rischio di bocciatura, discutendone insieme per capirlo e trovarsi un possibile rimedio, soprattutto se si è convinti che possa farcela in qualche modo, e poi chiamare i genitori per discutere del problema. Se il ragazzo non è in grado di raggiungere un buon risultato, il professore lo confessi al genitore, pregandolo però, di non dirlo al figlio: sarà lui stesso, infatti, a farlo. E qui comincia l’opera delicata degli insegnanti: delicata perché ormai la scuola è vista solo come uno strumento per ottenere un pezzo di carta finalizzato al lavoro, senza un autentico interesse per la cultura. Proprio in occasioni come queste i professori dovranno invece correggere il decadimento dei valori della scuola, affermare il significato fondamentale della cultura e il suo bisogno come base per lo sviluppo della creatività e della riuscita professionale. Non è importante perdere un anno, mentre lo è raggiungere una completezza e una maturità culturali. Ogni bocciatura va comunque giustificata e spiegata nell’ambito della formazione della personalità del ragazzo, che dovrebbe quasi giungere ad accettarla grazie alle parole positive del professore: occorre che sia vista , infatti, come un mezzo per raggiungere il successo, e non la conquista del famoso pezzo di carta (…). Ricordiamoci che la bocciatura è sempre un grave trauma trauma, una grave caduta di autostima, una grave impossibilità a sopportare la vista dei compagni promossi, dei parenti, dei genitori.

I genitori devono essere un sostegno e da parte dell’insegnante vi deve essere la capacità di trasformare quello che potrebbe essere vissuto come un trauma in un messaggio di relazione di aiuto. Quindi bisogna evitare di «trasformare» questa situazione in un crollo dell’autostima e un vortice di «cupa, irrazionale disperazione».

 

Ultime considerazioni sull’infanzia e la società

L’ultimo scritto di Giovanni Bollea viene pubblicato dal quotidiano La Repubblica il 19.02.2011 ed è intitolato Come nasce il sorriso? In questo suggestivo articolo si parte da una domanda : «È vero che il sorriso è una capacità innata dei bambini?». Qui Bollea parte da un mezzo tipico della comunicazione umana, il sorriso e il riso; quest’ultimo era già stato studiato dal filosofo Henri Bergson nei primi del 900′; ma fu anche il pedagogista Raffaele Laporta a scrivere negli anni ’50 un libricino sulla comicità del bambino. Bollea descrive il sorriso del bambino come legato a quello della madre che lo guarda; fa notare che «il sorriso che nasce, non dalla vista del volto della madre, ma dal suo profumo, rimarrà nella memoria per sempre». È così che «il sorriso dei primi anni si prolunga anche durante le esperienze iniziali all’interno delle difficoltà scolastiche, che si manifestano già nell’asilo nido, dove i primi collegamenti con l’altro da sé sono ritmati dagli episodi di pianto, che è il loro modo di colloquiare». Giovanni Bollea scriveva: «la più grande mia gioia nella vita è di ridare il sorriso ai bambini e ai ragazzi che l’avevano perduto».

Aveva una visione molto critica nei confronti della società; sottolineava come fosse necessario cambiare paradigma passando da quello quantitativo-tecnologico a quello ecologico qualitativo con al centro la dignità e i bisogni della persona umana; partendo proprio dalla persona del bambino. Notava come il consumismo non avesse solo delle conseguenze funeste poiché «il suo valore intrinseco è di per sé basso, e porta l’uomo a un oggettivo impoverimento». Era convinto che sia «impossibile mantenere l’attuale dinamica dei consumi senza precipitare nell’abisso». E aggiungeva in modo perentorio. «Si è tragicamente constato, per meglio dire, che l’universalizzazione del tenore di vita occidentale, cioè il suo allargamento a tutto il Terzo Mondo, non è attuabile senza il totale collasso ecologico della Terra, da cui deriva il carattere moralmente inaccettabile ed ecologicamente insostenibile del nostro tipico stile di vita occidentale» (Le madri, p. 123).

Per questa ragione confidava molto in un nuovo impegno per una nuova pedagogia da parte degli adulti (genitori e insegnanti in primis) per favorire il passaggio: 1) dalla passività alla scoperta autonoma 2) dalla accettazione servile al giudizio critico 3) dall’apprendimento dell’esistente alla progettazione del nuovo 4) dall’isolamento narcisistico all’apertura all’altro. Una nuova pedagogia in grado di promuovere un nuovo stile educativo: «un nuovo stile educativo porterà l’educatore a non pretendere la “risposta giusta” (cioè già nota in precedenza e conforme a un sapere comunemente accettato), ma a fare domande la cui risposta non si conosce ancora. L’educatore, insomma, dovrà sviluppare l’osservazione diretta, spregiudicata e l’immaginazione dell’allievo» (ivi, p. 122).

«Il docente, dal canto suo, diventa il discente insieme agli alunni, senza una netta frattura tra scuola e mondo esterno, tra scuola e mondo esterno, tra scuola e vita: questo divario, che è sempre esistito e che nel mondo moderno si è fatto quasi patologico, deve scomparire».

Giovanni Bollea riprende il decalogo della pedopsichiatra Susan Isaacs e suggerisce alle madri: 1) non dire semplicemente non devi fare questo ma aggiungere «fai quest’altro» 2) non chiamare «capricci» le cose che ti disturbano 3) non interrompere il bambino impegnato a giocare 4) non «portare» a passeggio il bambino ma andare a passeggio con lui 5) non esitare di fare delle eccezioni alla regola 6) non prendere in giro il bambino: ridi con lui e non di lui 7) non fare del bambino un giocattolo da mostrare agli altri 8) non credere che il bambino capisca ciò che gli dici 9) mantieni le tue promesse e non farle quando sai di non poterle mantenere 10) non mentire e non sfuggire alle domande.

«I bambini hanno bisogno non soltanto del nostro affetto e della nostra simpatia, ma anche della nostra intelligenza e dei nostri seri e pazienti sforzi per capire la via del loro sviluppo mentale: ecco ancora sottolineata la necessità dell’Ascolto».

 

Bibliografia:

Bollea,Le madri non sbagliano mai, Feltrinelli, Milano 2003.

Id., Genitori grandi maestri di felicità , Feltrinelli, Milano 2005.

Id., Compendio di psichiatria dell’età evolutiva, Bulzoni, Roma 1980.

 

Gli effetti dei traumi sui piccoli (terremoto,…)

FONTE: Almanacco della Scienza del CNR

AUTORE: Angelo Gemignani e Francesca Mastorci

DATA: novembre 2016

I bambini e gli adolescenti esposti a eventi stressanti possono riportare conseguenze gravi sia nel breve che nel lungo termine. E questo è vero anche per calamità naturali come i terremoti che negli ultimi mesi stanno colpendo l'Italia centrale.

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I bambini, come gli adulti, possono vivere l'esperienza traumatica in qualità di vittima, spettatore, persecutore o soccorritore, sebbene abbiano difficoltà a comprendere le conseguenze derivanti dal rivestire una posizione o un'altra. Nella maggior parte dei casi, la mente di un bambino non è in grado di registrare in modo chiaro gli eventi stressanti, soprattutto quando si ripetono nel tempo. Durante le normali esperienze di vita il sistema nervoso centrale acquisisce i fatti avvenuti e le relative esperienze emotive, ma questo meccanismo viene alterato nelle esperienze fortemente traumatiche. Ad aggravare la situazione c'è poi l'incapacità dei bambini a verbalizzare le loro emozioni, che esprimono invece con agitazione, irrequietezza, paura del buio, problemi del sonno, incubi e scoppi di rabbia.

Più il bambino è piccolo, più è probabile che le modalità percettive prevalenti siano differenti da quelle dell'adulto e, quindi, non sempre comprensibili. Il vero indicatore delle emozioni infantili rimane l'adulto di riferimento, rispetto al quale il piccolo manifesta comportamenti d'attaccamento: sarà proprio la sua capacità interpretativa la chiave di lettura che consentirà di dare il giusto supporto.

I bambini, come gli adulti, hanno bisogno che qualcuno li aiuti a parlare di quanto è accaduto, poiché il silenzio è un danno che si aggiunge a quello dell'esperienza traumatica in sé. È necessario spiegare ai bimbi quello che stanno vivendo utilizzando il loro linguaggio, ricorrendo ad esempio al cartone animato o a storie lette da personale esperto.

I bambini, poi, difficilmente sanno associare i loro sintomi di malessere all'esperienza subita e, a fronte di un evento traumatico, sono in genere il corpo e il comportamento a parlare al loro posto con un'ampia gamma di reazioni emotive. Si possono identificare tre principali categorie: quelli che si mostrano tristi e depressi, quelli che diventano più aggressivi e ostili, quelli che tendono a isolarsi. Prima dei sette anni, di solito, i bambini rispondono senza un'apparente reazione emotiva, non esteriorizzando i loro sentimenti. Campanello d'allarme è però la tendenza alla regressione, che si manifesta con comportamenti infantili che il bambino aveva superato: piangere, succhiarsi il pollice, chiedere che gli venga dato da mangiare o il mancato controllo degli sfinteri. Inoltre, possono comparire ridotta concentrazione in classe e calo nel rendimento scolastico.

Queste reazioni, non riconducibili a un comune Disturbo dell'adattamento, si manifestano generalmente entro un mese dall'evento e possono protrarsi anche per mesi o anni dopo il trauma, sfociando nel Disturbo post-traumatico da stress, caratterizzato da ricordi ricorrenti dell'esperienza traumatica vissuta, sogni in cui si ripete l'evento, insonnia, irritabilità, fino alla cosiddetta 'anestesia emozionale', ossia appiattimento della sensibilità del bambino, ritiro sociale e riduzione delle capacità di interazione ludica. I bambini possono quindi mostrare un minore interesse per le attività usuali e apparire distanti e distaccati dalla famiglia e dagli amici.

In conclusione, è necessario predisporre contesti sicuri, in cui i bambini possano trasformare la realtà emotiva di cui sono stati partecipi passivamente attraverso strumenti quali il disegno, la drammatizzazione e la narrazione. In riferimento al terremoto del Centro Italia, ciò conduce alla necessità di definire percorsi che riducano la sintomatologia e diventino programmi di prevenzione per gli esiti patologici in età adulta.

Quanto devono dormire bambini e adolescenti? Ecco le nuove linee guida

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Paola Arosio

DATA: 16 giugno 2016

Quante ore dovrebbe dormire un bambino per crescere in salute? Dipende dall’età. A stabilire una sorta di «vademecum del sonno» sono gli esperti dell’American academy of sleep medicine, sulla base delle raccomandazioni emanate dall’Accademia americana di pediatria pubblicate sulJournal of clinical sleep medicine.

 «Bambini e adolescenti dormono troppo poco – stigmatizza Stuart Chan, coautore del documento – a scapito di un corretto sviluppo di memoria e apprendimento». Concorda il presidente della Federazione italiana medici pediatri Giampietro Chiamenti: «Molti bambini soffrono di problemi di sonno e dormire poco aumenta i rischi di obesità, diabete, depressione, autolesionismo». Ecco, età per età, quanto tempo devono trascorrere i bimbi tra le braccia di Morfeo per stare bene.


Da 6 a 12 anni

In età scolare sono raccomandate 9-12 ore di sonno al giorno. Con l’ingresso in prima elementare, anche i bambini con un sonno regolare possono avere qualche difficoltà ad addormentarsi. Tra le cause, l’ansia per il cambiamento, la preoccupazione per i nuovi compagni e insegnanti, il cambio di ritmi e di abitudini. Una fase transitoria, destinata a stabilizzarsi nel giro di pochi mesi. Importante, invece, che il bambino non abbia in camera tv, tablet, computer e che eviti di usare il letto per attività varie, come fare i compiti, parlare al telefono, ascoltare musica.