Polizia Postale: consigli ai genitori per l’uso dei social

FONTE: la Repubblica.it

AUTORE: Alessandra Ziniti

DATA: 22 gennaio 2021

In quattro punti le indicazioni della Polizia postale ai genitori: " Spiegate ai ragazzi i rischi concreti, si sentono immortali. E segnalateci i casi sospetti"

"Mostratevi curiosi verso ciò che tiene i ragazzi incollati agli smartphone, assicuratevi che conoscano i rischi delle sfide online. Parlatene con loro e metteli in guardia. E segnalateci tutti i casi sospetti". Così il giorno dopo la tragica fine della bambina di 10 anni a Palermo, la polizia postale lancia il suo appello alle famiglie affinché non sottovalutino i pericoli della rete e parlino con i loro figli.

Non sono solo sfide per balletti o karaoke quelle che i ragazzi e ormai anche i bambini accettano sui social. Ed ecco, in quattro consigli, come la Polizia postale propone ai genitori di intervenire,

Parlare delle sfide

"Fate in modo che i ragazzi non subiscano il fascino di queste sfide. Alcune challenge espongono a rischi medici (assunzione di saponi, medicinali, sostanze di uso comune come cannella, sale, bicarbonato), altre inducono a compiere azioni che possono produrre gravi ferimenti a sè o agli altri (selfie estremi, soffocamento autoindotto, sgambetti, salti su auto in corsa, distendersi sui binari).

Spiegare i rischi concreti

" Assicuratevi che abbiano chiaro quali rischi si corrono a partecipare alle sfide online. I ragazzi spesso si credono immortali e invincibili per una immaturità delle loro capacità di prevedere le conseguenze di ciò che fanno".

Capire cosa li attrae

"Monitorate la navigazione e l’uso delle app social, anche stabilendo un tempo massimo da trascorrere connessi. Mostratevi curiosi verso ciò che tiene i ragazzi incollati agli smartphone: potrete capire meglio cosa li attrae e come guidarli nell’uso in modo da essere sempre al sicuro".

Segnalare video e inviti a sfide

"Se trovate in rete video riguardanti sfide pericolose, se sui social compaiono inviti a partecipare a challenge, se i vostri figli ricevono da coetanei video riguardanti le sfide, segnalateli subito alla Polizia postale anche online  sul sito del commissariato di ps online"

I miei poveri piccoli alunni ancora senza banco individuale

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE:  Pietro Bordo

DATA: 24 novembre 2020

Caro Corriere,

                               non so se lo sai, ma i banchi individuali, che dovevano essere disponibili all’inizio dell’anno scolastico, «al massimo alla fine di ottobre», ancora non ci sono; sicuramente nelle tre classi della scuola primaria nelle quali insegno io, ed in tutte quelle che ho visto passando nel corridoio del mio piano (plesso Piccinini dell’Ic A. Fraentzel Celli). E manca poco a dicembre. Per i bambini è un disagio notevole stare sul lato corto del banco e la distanza di sicurezza in aula non è garantita.

E da poco al disagio per i banchi individuali mancanti si è aggiunto quello per le mascherine, da portare per sette ore! Io dopo tre ore entro in sofferenza. Poveri bambini, che tenerezza mi fanno.

Tu, caro Corriere, puoi segnalarlo a chi di dovere? Grazie.

La qualità negata a scuola

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Ernesto Galli della Loggia

DATA:  24 settembre 2020

L’istruzione in definitiva è la capacità e dedizione, la qualità degli insegnanti, non i programmi, i laboratori, le attrezzature, l’«inclusione»

Che significa «investire nell’istruzione»? Che significa in concreto questa formula che sentiamo ripetere come un mantra da settimane, specie da quando è all’ordine del giorno la famosa «ripartenza del Paese» sollecitata dal luccicante miraggio dei forzieri di Bruxelles? Investire nell’istruzione va bene, ma in che cosa in particolare? Nel diritto allo studio? Nell’edilizia? Nel Mezzogiorno? Nella riduzione dell’abbandono scolastico? Nelle retribuzioni degli insegnanti? Nel favorire corsi e sedi d’eccellenza? Nella digitalizzazione, nel promuovere all’università un settore disciplinare piuttosto che un altro? Nessuno si cura di specificarlo: il che come si capisce è la migliore premessa per la solita distribuzione di soldi a pioggia di cui noi italiani siamo specialisti. Riempirsi la bocca di chiacchiere e concepire progetti grandiosi per poi alla fine distribuire un mare di mance che lasciano le cose come prima. Invece dovremmo preliminarmente chiederci: siamo davvero sicuri che in vista di una buona scuola (mi occupo solo di questa, non dell’università) il problema principale, quello da cui ogni altro dipende, sia quello finanziario? Non lo credo. Più soldi sono necessari, necessarissimi per mille ovvie ragioni, ma la questione decisiva è un’altra. Sono gli insegnanti. Sono infatti loro la scuola. La scuola in definitiva è la loro capacità e dedizione, la loro qualità, non i programmi, i laboratori, le attrezzature, l’«inclusione» o quant’altro. E dunque la crisi dell’istruzione scolastica dipende in larga misura dalla crisi della loro figura e del loro ruolo. In una parola dalla fine della loro centralità.

Negli ultimi decenni la peculiarità della figura dell’insegnante, di chi ogni mattina entrando in classe e chiudendosi la porta alle spalle affronta la scommessa cruciale: riuscire ad avviare delle giovani menti alla conoscenza e alla vita, oppure ridursi al rango di un impiegatuccio qualsiasi, questa peculiarità è andata scomparendo. Cancellata dal dilagante burocratismo cartaceo, dall’affollarsi di compiti e mansioni le più varie collaterali all’insegnamento, ma soprattutto da una pervasiva ideologia che ha fatto della scuola una istituzione di tipo socio-assistenziale regolata da un democraticismo pseudobenevolo che si è fatto un punto d’onore nel considerare degli inutili ferrivecchi il merito e la disciplina. Cioè proprio le due dimensioni cruciali in cui s’incardina il ruolo dell’insegnante e per riflesso anche la sua autorevolezza sociale: la possibilità grazie all’accertamento non contrattabile del primo e all’amministrazione della seconda di influire in maniera significativa sul futuro dei giovani.

 

So bene che parole come queste suonano alle orecchie di molti come un condensato di pensiero reazionario, a un dipresso come il proposito di trasformare la scuola in un penitenziario. Ma a chi la pensa così vorrei ricordare l’esempio della Germania, uno dei Paesi più liberi e democratici d’Europa. Dove al termine dei quattro anni della scuola elementare (della scuola elementare!) un alunno non può affatto iscriversi al corso di studi che più gli piace. A raccomandare l’iscrizione a questo o a quel corso, infatti, è la scuola, e dipende dai voti che il bambino ha conseguito. Ad esempio, per potersi iscrivere al Gymnasium, l’equivalente più o meno del nostro liceo e via maestra per l’iscrizione all’Università, bisogna aver riportato nella materie basiche almeno una votazione corrispondente al nostro 8. Si noti che in molti Länder tale «raccomandazione» della scuola è in realtà vincolante e dove non lo è, se i genitori vogliono comunque iscrivere al liceo il bambino, questo deve allora sostenere un esame o una lezione di prova.

Lascio ai lettori stimare le conseguenze positive che un simile sistema produce (ne produrrà senz’altro anche di negative ma sfido chiunque a trovare un sistema perfetto che non lo faccia), a cominciare dall’ovvia diminuzione degli abbandoni scolastici a causa dell’errata valutazione da parte dei giovani della propria vocazione/capacità. Ma il punto che ora m’interessa è un altro, ed è questo: riesce qualcuno a immaginare il clima, l’insieme delle relazioni alunni-docenti, che vigono in una scuola come quella che ho appena delineato? Riesce qualcuno a raffigurarsi nei termini esatti il prestigio sociale che in un tale sistema finisce per avere l’istruzione, la figura del maestro e dell’insegnante in generale? È presumibile, certo, che anche l’entità delle retribuzioni di questi sia consistente, più consistente di quello a cui siamo abituati noi in Italia — e infatti lo è — ma da che cosa dipende ciò se non pur sempre dal prestigio di cui sopra?

Si tratta di un prestigio, come si capisce, direttamente proporzionale al ruolo in buona parte decisivo che il giudizio della scuola ha, e non esita ad avere, sulla vita dei giovani, sul loro futuro, un giudizio in pratica senza appello, per rimediare al quale non esistono le dubbie scappatoie a caro prezzo tipo Cepu, «Grandi Scuole» e Università telematiche che esistono da noi. Ed è un prestigio direttamente proporzionale al profondo senso di responsabilità e dunque alla serietà con cui la scuola e chi vi lavora sentono di dover assolvere al proprio compito: senza indulgenze pelose, senza farsi scudo dietro la retorica dell’«accoglienza», e naturalmente tenendo le famiglie rigorosamente fuori dalla porta.

Certamente l’Italia non è la Germania, ma dobbiamo convincerci che la qualità dell’istruzione dipende più che da ogni altra cosa dalla centralità/qualità degli insegnanti, e che a sua volta questa finisce per dipendere direttamente dal modello di scuola che si adotta. Negli ultimi decenni noi abbiamo introdotto una serie di riforme scervellate che hanno costruito una scuola in cui per fortuna i bravi insegnanti ancora esistono ma dove quella centralità è stata di fatto spregiata e messa al bando. Restaurarla, rafforzarla, stimolarla dovrebbe essere oggi il primo compito di un ministro dell’Istruzione che non volesse rassegnarsi ad essere, dietro la cortina di generiche vuotaggini, un virtuale curatore fallimentare.

La fabbrica dei voti finti

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Angelo Panebianco

DATA: 6 agosto 2019

Il punto sono le maggioranze condannate alla mediocrità da un andazzo che ha portato molti operatori del settore a smarrire il senso della propria professione.

C’è una specie di blocco cognitivo che impedisce a molti di coloro che lamentano la cattiva qualità dei nostri dibattiti pubblici di risalire alla causa principale: lo stato del sistema educativo. Con una angolatura diversa, ha toccato lo stesso argomento Giuseppe De Rita (Corriere, 3 agosto). Che persone escono dai percorsi di formazione con un diploma o una laurea in tasca? Quali competenze possiedono? E, inoltre, quale è il loro grado di «civismo», inteso come capacità di rapportarsi agli altri con empatia e rispetto? Le due cose (preparazione e civismo) sono collegate. Chi ha lavorato duramente per acquisire competenze impara a non essere superficiale nei giudizi, impara a rispettare gli altri e le loro competenze. Le istituzioni educative in Italia sono immerse in un mistero che nasconde un dramma il quale avvolge un paradosso. Il mistero è che, fianco a fianco con molti inetti, ci sono, nelle nostre istituzioni educative, molti insegnanti di qualità. La loro presenza è un mistero date le pessime politiche di reclutamento praticate in Italia. Se ciò fosse politicamente possibile, quei docenti potrebbero diventare il nucleo duro intorno al quale costruire un progetto di rigenerazione del sistema educativo. Il dramma è che se le istituzioni educative , in molte loro parti, funzionano male ciò ha conseguenze pesanti per il Paese.

In primo luogo, impedisce di disporre di tutto il capitale umano necessario. Si danneggia la collettività (sono insufficienti le competenze disponibili) e si bruciano generazioni: puoi avere tutti i diplomi e le lauree che vuoi ma se la tua incompetenza apparirà subito chiara a chi dovrebbe assumerti non andrai da nessuna parte. In secondo luogo, si danneggia la democrazia. Se del pubblico dei potenziali fruitori di dibattiti televisivi, ad esempio, come indicano certe ricerche, fanno parte tanti (anche diplomati) che hanno gravi problemi persino nella comprensione di un semplice testo scritto in linguaggio comune, la qualità di quei dibattiti ne sarà influenzata. Il paradosso è che essere consapevoli di ciò che non va non basta per cambiare le cose. È una questione di scarto temporale. I frutti (virtuosi o viziosi) di un sistema educativo non sono mai «consumabili» immediatamente. C’è una sfasatura fra il momento in cui tale sistema comincia a deteriorarsi (o, all’opposto, a rigenerarsi) e il momento in cui ci saranno ricadute (malefiche o benefiche). Può passare un’intera generazione prima che gli effetti diventino visibili. Il deterioramento delle istituzioni educative italiane cominciò negli anni Settanta dello scorso secolo e passarono alcuni decenni prima che se ne palesassero pienamente le conseguenze negative.

Ciò spiega perché la politica non sia in grado di escogitare rimedi. Intervenire per raddrizzare la baracca implicherebbe costi politici molto alti: i contro-interessi (gli interessi di coloro che difendono lo statu quo) sono fortissimi e la farebbero pagare duramente a chi cercasse di imporre cambiamenti. Da un lato, costi politici elevati e immediati. Dall’altro lato, benefici che si renderebbero visibili dopo una generazione o giù di lì. Per questo è politicamente così difficile intervenire. Il disinteresse generale per i processi educativi è dimostrato dalle sciocchezze che continuano a circolare. Si sente sempre ripetere, ad esempio, che in Italia ci sono pochi laureati. Abbiamo il più alto numero di avvocati d’Europa o giù di lì. A cosa servirebbero più dottori in Giurisprudenza? Ci mancano laureati in diverse discipline scientifiche, non nelle umanistiche. In breve tempo si ridurrebbe il tasso di disoccupati laureati e si migliorerebbe la qualità del capitale umano disponibile se venisse imposto il numero chiuso in tutti i corsi di laurea umanistici. E se agli studenti delle scuole medie e superiori venisse spiegato per tempo che, fatta eccezione per coloro che possiedono vocazione autentica per gli studi umanistici o sociali, scegliere un curriculum universitario nell’ambito delle scienze «dure» dà le migliori garanzie di trovare un lavoro di soddisfazione.

Il sistema educativo è un insieme di organizzazioni complesse e un effetto della complessità è che aspetti negativi e positivi coesistono. Ci sono, a ogni livello, insegnanti di valore. Spesso animano iniziative volte a migliorare la qualità dell’offerta educativa. Ci sono centri-studi (privati) di altissimo livello (come l’associazione TreeLLLe) . Ci sono, qua e là, licei eccellenti dove non si regalano i voti, ci sono molti corsi universitari di grandissima qualità. E c’è una minoranza (cospicua, ma pur sempre minoranza) di diplomati e di laureati di primissimo ordine, i quali, per preparazione, possono mangiarsi a colazione i pur bravi laureati di altri Paesi occidentali. Tutto ciò è parte del mistero di cui sopra.

Ma il punto non sono le minoranze di qualità, sono le maggioranze condannate alla mediocrità da un andazzo che ha portato molti operatori del settore a smarrire il senso della loro professione. Se la scuola è percepita come un erogatore di stipendi al servizio di chi ci lavora anziché dell’utenza, se la qualità dell’insegnamento non interessa ai più (nemmeno a tanti genitori), se l’insegnante di valore riceve lo stesso stipendio dell’inetto, se una promozione non si nega quasi a nessuno (per i ricorsi e per l’ideologia imperante secondo cui anche un semi-analfabeta ha diritto a un pezzo di carta dotato di valore legale) il risultato è «La fabbrica dei voti finti»: eloquente titolo di un libro sulla scuola di un ex insegnante, Francesco Scoppetta (Armando Editore, 2017).

Pochi giorni fa è uscita la notizia del divario fra i risultati del test Invalsi (che misura la preparazione degli studenti) e i voti assegnati dalla scuole. La notizia confermava ciò che si sa da sempre: le scuole che preparano meglio (ma aggiungo: anche le Università) sono quelle che hanno scelto il rigore, che non regalano voti alti a tutti. La questione è così imbarazzante che i 5Stelle governativi si sono messi subito in moto per liquidare l’Invalsi. Si rischia altrimenti che, prima o poi, venga presa (finalmente) la decisione di valutare il lavoro dei singoli docenti: la fabbrica dei voti finti chiuderebbe i battenti. A motivo dei tristi spettacoli a cui quotidianamente assistiamo è di moda ora prendersela con la democrazia. Ma la democrazia, se intesa come metodo di governo, non c’entra. Le cause sono altrove.

Ritorniamo ad alzare lo sguardo

FONTE: La Nuova Bussola Quotidiana

DATA:  6 settembre 2020

La scuola si è tramutata in una scuola-azienda o centro commerciale, molti sono promossi senza aver imparato nulla, l’esplosione dei certificati sui disturbi dell’apprendimento ha messo da parte il sacrificio. Invece, la persona va rimessa al centro e riscoperta la dimensione dell’anima. Ne scrive Susanna Tamaro in “Alzare lo sguardo. Il diritto di crescere. Il dovere di educare”

Una bella riflessione sulla scuola, sui giovani e sul mondo contemporaneo è quella che la nota scrittrice Susanna Tamaro affida a una lunga lettera indirizzata a un’insegnante toccando domande centrali nella vita di ogni uomo, oggi troppo spesso evase o censurate. Il titolo è già di per sé molto significativo: Alzare lo sguardo. Il diritto di crescere. Il dovere di educare (Solferino, 2019).

Il presupposto è che l’insegnante che ami il suo lavoro «ha un compito molto importante: quello di trasmettere la sua passione». Per questo si trova ogni giorno, ogni ora di lezione di fronte a un bivio:

«può decidere di esporre pedissequamente o può, percorrendo vie insolite, riuscire ad accendere di luce lo sguardo di chi lo sta ascoltando, ad aprire una piccola porta nella sua mente, e forse anche nel suo cuore, permettendo a quel ragazzo o a quella ragazza, un giorno, di salvarsi».

Potremmo anche sintetizzare con questa opzione: insegnare nozioni o suscitare passioni. Il caso della letteratura è molto emblematico: il suo studio «non è una scatola piena di dettagli noiosi ma qualcosa che parla alla profondità della nostra inquietudine e alle domande che ne scaturiscono». Si può insegnare letteratura «come natura morta» o «come parte irrinunciabile della nostra vita».

La letteratura diventa interessante quando diventa viva e parla. Questo può, però, accadere solo se le si pongono delle domande, le giuste domande, quelle che fanno del patrimonio letterario un universo sempre contemporaneo in dialogo nei secoli. La letteratura riguarda l’avventura affascinante di inoltrarsi nella realtà, di conoscerla meglio, di conoscere meglio l’uomo e il suo cuore, immutabile nel corso della storia.

L’Italia è cenerentola d’Europa negli indici di lettura, afferma la Tamaro avvalendosi della sua esperienza e dei tanti incontri tenuti nelle scuole, a causa della «diseducazione letteraria attuata nel percorso scolastico». La scuola non riesce spesso a insinuare nel bambino e nel ragazzo «un solo germe di curiosità» che costituisce poi la molla alla lettura una volta che il giovane diviene adulto. La «curiosità, voglia di saperne di più», costituisce «il principale antidoto all’indottrinamento». Purtroppo, invece, «i dieci anni di scuola obbligatoria rimarranno, nella memoria dei più, come un lungo e grigio inverno di cui non aspettavano altro che la fine».

La scuola si è tramutata in una scuola-azienda o scuola-centro commerciale. Si chiede, però, la Tamaro:

«Promuovere gli ignoranti e i negligenti, le persone che si preparano per un mestiere per cui non avranno la minima competenza è davvero un rendimento, o è piuttosto un fallimento? Un rimandare la resa dei conti offrendo una colossale presa in giro dei ragazzi e delle loro famiglie? A quale efficienza mira questo sistema? Direi soltanto a quella delle statistiche. Tot iscritti, tot promossi. La scuola funziona!».

Ma in questo sistema le vittime sono proprio loro, coloro che vengono promossi senza aver imparato nulla.

«La nostra scuola invece crea una grande confusione di concetti che cerca poi di risolvere grazie all’abbondanza di crocette […] e con la compilazione di fotocopie i cui puntini sospesi indicano la direzione da intraprendere».

Oggi nella scuola italiana, fin dalla primaria, è cresciuto a dismisura il numero degli alunni con disturbi dell’apprendimento. È possibile, si chiede l’autrice, che ci sia un numero così alto di allievi disturbati, che già all’asilo arrivino tanti bambini con il loro certificato in mano, che tante mamme preferiscano o pretendano talvolta che i figli abbiano il loro percorso facilitato piuttosto che desiderino che essi imparino e crescano con sacrificio e fatica? Piuttosto che esonerare un bambino già dai sette o otto anni conviene educarlo all’esercizio, alla pazienza, alla costanza con modalità opportune. «Questo non si chiama educare ma costringere alla povertà».

L’autrice scrive partendo dalla propria esperienza personale di grave difficoltà che ha vissuto a scuola per tanti anni, esperienza che lei racconta con grande schiettezza e libertà, perché il suo fine è mostrare che le fatiche vanno affrontate, non scansate. Se fosse stata trattata come un BES (acronimo per “bisogno educativo speciale”) avrebbe avuto probabilmente la strada scolastica facilitata, ma avrebbe lavorato costantemente cercando di migliorare sempre?

Queste parole dovrebbero interrogare molto tutto il mondo della scuola odierno: sono scritte da qualcuno che ha vissuto in prima persona le difficoltà (da qualche anno l’autrice ha dichiarato di soffrire della sindrome di Asperger) e che nel 1994 ha pubblicato Va’ dove ti porta il cuore, best seller che ha venduto nel mondo sedici milioni di copie e che è stato inserito nel 2011 tra i centocinquanta libri che hanno segnato la storia d’Italia.

«La psichiatrizzazione dell’infanzia è l’atto finale di un processo di distruzione con cui non si vuole fare i conti. Più comodo fornire certificati, più comodo somministrare psicofarmaci che aprire gli occhi e ammettere di essere di fronte a una catastrofe di proporzioni spaventose» (Tamaro).

Il nostro Paese è capace di retorica sull’infanzia, ma non si preoccupa delle aree di gioco dei bambini («degrado, abbandono, sporcizia sono la condizione comune») e continua a tagliare le risorse della scuola. Non ci addentreremo oltre nelle interessanti e provocatorie riflessioni della Tamaro sul mondo scolastico contemporaneo.

Le sue considerazioni invitano senz’altro ad alzare lo sguardo. Questo può accadere ripartendo da quattro domande fondamentali: chi sono? Da dove vengo? Dove devo andare? A chi dovrò rendere conto, un giorno, della mia vita?

«Dobbiamo avere il coraggio di riproporre come prioritaria la dimensione del cuore. E “cuore” vuol amore per la bellezza, per l’armonia e per la generosità. Non aver timore delle ridicolizzazioni dei profeti del nulla. […] L’univocità dell’uomo […] è legata alla dimensione della parola. E la parola è strettamente legata alla dimensione della verticalità. Potremmo parlare allo stesso modo, se fossimo costretti a vivere a quattro zampe? […] L’essere umano organizza tutto il suo sviluppo intorno all’ascolto. […] Per realizzarsi nella vita bisogna sapersi mettere in ascolto. Non solo della propria playlist preferita nelle cuffie, ma ascoltare la voce dell’universo, quella voce che ci parla attraverso l’infinita profondità del cielo stellato e l’umile bellezza di un prato fiorito».

Riscopriremo così la dimensione dell’anima, un concetto che l’uomo ha appreso già da millenni, ma oggi dimenticato e scomodo per molti. Per questo la riscoperta dell’anima ha oggi una portata rivoluzionaria. «L’anima è come un albero, stenta a crescere senza cure».  Tornare a nutrirla potrà servire a cambiare il mondo in meglio.

 

La dipendenza da smartphone ci cambia davvero il cervello

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Simona Marchetti

DATA: 20 febbraio 2020

La dipendenza da smartphone ci cambia davvero il cervello

Uno studio, condotto da un gruppo di scienziati della Heidelberg University, analizzando le immagini delle risonanze magnetiche di 48 individui ha evidenziato una riduzione del volume della materia grigia in alcune parti chiave dell'organo

La dipendenza da smartphone altera fisicamente il cervello, variandone forma e dimensioni in un modo simile a quanto succede per un tossicodipendente. Lo dimostra un recente studio - il primo a fornire una prova fisica del legame fra l’utilizzo dello smartphone e le alterazioni fisiche che avvengono nel cervello - pubblicato sulla rivista Addictive Behaviors e condotto da un gruppo di scienziati della Heidelberg University tedesca. Esaminando le immagini scattate da uno scanner per la risonanza magnetica su 48 persone (22 con dipendenza da smartphone e 26 senza alcuna dipendenza), i ricercatori hanno notato una riduzione del volume della materia grigia in alcune parti chiave del cervello nei soggetti con il disturbo (un effetto analogo a quello registrato nella mente di chi è dipendente da sostanze), a cui si accompagnava anche una minore attività cerebrale rispetto alle persone senza dipendenze.

Smartphone innocui?

«Gli individui con dipendenza da smartphone hanno evidenziato un volume più ridotto della materia grigia nell’insula anteriore sinistra e nella corteccia temporale inferiore e paraippocampale», scrivono gli autori, sottolineando come la diminuzione di materia grigia in una di queste aree, ovvero nell’insula, fosse stata precedentemente collegata alla dipendenza di sostanze. Il concetto di innocuità degli smartphone - concludono - «è da rivedere, perlomeno nei soggetti che potrebbero essere a rischio maggiore di sviluppare comportamenti di dipendenza».

La didattica con lo sguardo impossibile «da remoto»

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Walter Lapini

DATA:  11 maggio 2020

Le videolezioni vanno bene in questa fase di emergenza. Ma i saperi profondi non si trasmettono soltanto con la parola

Spero che nessuno dimenticherà il sacrificio, non solo contrattuale e sindacale, che la scuola dell’emergenza si sta sobbarcando in questi mesi. Unico antidoto ai social, essa ha dovuto rapidamente impararne il linguaggio, accettare una lunga suspension of dignity, infliggersi il gioco a guardie-e-ladri con allievi che sfuggono o copiano, si collegano e scollegano, facendosi beffe dell’insipienza informatica degli adulti, dei boomers, spesso peraltro immaginaria. Scattato il blocco, i professori hanno reagito in maniera fulminea e sincrona, senza aspettare imbeccate dall’alto. Si sono attivati con i mezzi che avevano – Skype, Zoom e quant’altro – e hanno salvato quello che si poteva salvare del quadrimestre appena iniziato. È stata una grande prova di forza e di vitalità, di coscienza civica, di etica professionale. Sia chiaro perciò che – pur con le eccezioni, i buchi neri, le furbizie immancabili – la classe docente ha fatto e fa miracoli.

Ma sia chiaro anche che la scuola non è questa. Le videolezioni vanno bene per qualche materia che finisce in -gìa, funzionano con chi è già imparato, per chi già sa. Non funzionano invece con le hard skills, con i saperi profondi, che si trasmettono non solo con la parola ma anche attraverso il contatto, la prossemica, lo sguardo. A nulla serve la didattica da remoto quando non si tratta di intonacare i muri bensì di gettare le fondamenta, forti, durature. Perché insegnare, come direbbe il professor Franzò, non è insegnare, ma insegnare a capire se hai capito. E a tale scopo occorre vedere quella luce che brilla, quella palpebra che batte, quella fronte che si increspa.

Solo allora riesci a dire se il transfert è avvenuto. Non sto facendo letteratura, o retorica a buon mercato. Gli addetti ai lavori mi intendono. Essi sanno bene che solo in presenza è possibile giudicare quali semi daranno frutto e quali si perderanno nel vento. È una lezione antica: Platone diceva che occorre lunga frequentazione fra maestri e allievi perché la fiamma più grande arrivi a far sprizzare una scintilla nella coscienza altrui e ad alimentarla.

L’anno 2020 è andato, facciamocene una ragione. Esami e scrutini saranno una pantomima, un trionfo del liberi tutti. Ma non è del 2020 che dobbiamo preoccuparci, bensì degli anni che seguiranno, poiché c’è da scommettere che in questo momento qualcuno sta facendo i suoi conti su quanto si risparmierebbe mandando cinque professori su dieci a cuocere hot dog, mettendone uno solo a sdottorare per tutti da dietro una telecamera e usando i rimanenti come carne da sportello, impegnati in un baby-sitting h24. Dopotutto i professori hanno tanto tempo libero, tante vacanze, e se durante l’emergenza hanno fatto lezione anche di pomeriggio e di sabato e nelle feste comandate, nulla vieta che possano farlo sempre.

Ditemi se trovate assurda questa scena: agosto in catamarano, tardo pomeriggio, mamma che prepara gli spritz, figlio che si collega in videolezione col professore che lo ha rimandato e che gli parla da una spiaggia sgalfa da gruppo Tnt. Quanti piccioni con una fava sola: disinnesco delle ripetizioni a pago, estati senza vincoli di spostamento, tocco vintage del docente retrocesso a precettore, spettacolo sempre appagante del pubblico impiego punito: così l’anno dopo ci penseremo due volte prima di rimandare. Quadretto di fantasia? Chissà. Certo è che con il virus il sistema-Paese è andato in blocco e che i primi rimedi per rimetterlo in moto saranno quelli già visti durante la crisi 2008-2011: turismo e circensi. L’inqualificabile proposta che si fece in quegli anni – riprendere la scuola a ottobre per allungare le vacanze degli italiani facendoli spendere di più – dimostrò che gli albergatori, i ristoratori, i pabulatori della notte e gli operatori della movida erano già fra i più influenti stakeholders della scuola. Se il processo si compirà, l’istruzione scenderà ancora nell’ordine delle priorità sociali e non si potrà che puntare sul teach-away, sull’istruzione alla spina, da sistemare alla meglio fra l’apericena e una seduta di pilates.

La campagna pubblicitaria è già cominciata. Qualcuno vuole darci a intendere che il virus ha aperto nuove vie per la scuola, nuovi orizzonti, che tanto piacciono sia ai padroni del silicio sia a chi occupa cariche politiche, amministrative, accademiche. E così già si profila per la scuola l’ennesima sfribrante battaglia: dover dimostrare che opporsi alla trasformazione dell’emergenza in normalità non significa essere misoneisti, giapponesi attardati nella giungla, nemici delle nuove tecnologie. È una battaglia che vinceremmo, se gli uomini di scuola marciassero uniti, licei, università, tutti. I ragazzi sono con noi, nessun dubbio su questo. Eppure il nuovo verbo conquista e fa proseliti. Già si infoltisce la falange dei colleghi «responsabili», dei collaborativi, di quelli che se l’istituzione ti chiede un passo, loro pedalano fino a Pinerolo, e che, con il tono intimo-casual dei rispondi-a-tutti non richiesti, con l’ottimismo trillante e la freshness di chi sa che domani si troverà dalla parte giusta, ti spiegano che con questa didattica a distanza in fondo non si stanno trovando male, anzi bene, anzi meglio di prima: una meraviglia, un traguardo, altro che un ripiego. E magari, per parafrasare Pavese, non lo fanno per opportunismo, bensì sono così furbi da crederci davvero.

Walter Lapini,
Professore ordinario
di Letteratura greca
all’Università di Genova

La giusta distanza a scuola dovrebbe già esserci (per legge)

FONTE: Il Sole 24 ORE

AUTORE:  Pietro Bordo

DATA:  16 aprile 2020

In ognuna delle mie due aule di scuola primaria dove insegno (oggi quasi tutti i maestri hanno almeno due classi) ci sono 22 bambini ed il rapporto superficie/alunno è 1,5mq.
Per legge dello Stato italiano (Dm del 18 dicembre 1975, recante norme tecniche relative all'edilizia scolastica, ancora in vigore in quanto richiamate dall'articolo 5 comma 3 della legge 23/96) dovrebbe essere non inferiore a 1,8. Quindi 1,8 x 22=39,6mq: la mia aula dovrebbe avere una superficie di 39,60 metri quadrati.
Invece è di 33mq circa, una bella differenza. E in aule uguali alla mia ci sono ancora più alunni.

In un'aula a norma di legge i miei bambini potrebbero stare, ipotizzando un'aula di dimensioni 6,3 x 6,4 (superficie circa 40mq), tranquillamente alla distanza di un metro l'uno dall'altro, ovviamente se anche i banchi fossero singoli, come invece non sono.
Sono consapevole che i miei dati sono relativi e parziali, ma so, da quello che mi dicono tante giovani colleghe che annualmente sono state spostate in varie scuole, che la situazione è più o meno simile in altri edifici scolastici.

A mensa il problema della distanza si acuisce. I miei bambini mangiano quasi spalla a spalla fra di loro e dietro, a pochi centimetri, hanno quelli di un'altra classe.
Sarebbe bello se qualcuno avesse dati su base nazionale e mi potesse smentire. Ne sarei felice. Ma mi pare un'eventualità poco concreta.

In ogni caso la legalità non è un fattore statistico: tutti i bambini hanno diritto a classi vivibili ed a mangiare non come in un pollaio.
Se qualcuno avesse osservato le leggi in passato, e se qualcuno fosse intervenuto quando non accadeva, potremmo avere gli alunni al distanziamento imposto dal Coronavirus; anzi, maggiore, senza problema alcuno. E soprattutto avremmo sempre avuto ambienti scolastici vivibili per i bambini.

* docente

Coronavirus: bimbi, quarantena e strategie per aiutarli

FONTE: Il Fatto Quotidiano

AUTORE: Daniela Accadia

DATA: 13 aprile 2020

Intervista a Chiara Dallatomasina che insieme a Elisa Riboni ha scritto la "Piccola guida al contagio emotivo" (scaricabile gratuitamente)

Per un mese ho raccontato per ilfattoquotidiano.it la mia vita in quarantena (leggi qui il diario dall’isolamento), io giornalista e mamma una famiglia come tante della prima zona rossa italiana (quella del Basso Lodigiano). Le piccole e grandi difficoltà, i timori, gli inevitabili cambiamenti che hanno stravolto la nostra quotidianità. Mi sono fatta tante domande in questo periodo, soprattutto riguardo le conseguenze che tutto ciò avrà sui miei figli. Ho cercato di immedesimarmi in due bambini di 3 e 5 anni e vedere questa nuova vita dal loro punto di vista. Io e mio marito con tanta buona volontà e fantasia cerchiamo di rendere questa reclusione forzata un periodo comunque sereno e felice per loro. Ma sono chiusi in casa da oltre 45 giorni, non vanno all’asilo, non vedono gli amichetti al parco. Potete immaginare il concentrato di emozioni che hanno acceso i loro occhi quando hanno visto i video-messaggi con i saluti di tutti i loro compagni di scuola che ci siamo scambiati noi genitori sulle chat di classe. Una gioia incontenibile: salti, risate. E a distanza di settimane continuano a chiedermi di riguardarli. E’ inevitabile che nonostante la loro tenera età si stiano rendendo conto che qualcosa non va. Per gestire una situazione senza precedenti, inattesa e per cui nessuno di noi era preparato, la strada più utile è quella di affidarsi ai consigli degli esperti.

Io ho trovato molte risposte alle mie domande nella “Piccola guida al contagio emotivo”, pubblicata proprio nel bel mezzo dell’emergenza coronavirus da Chiara Dallatomasina e Elisa Riboni, neuropsicologhe dello sviluppo cognitivo, consulenti presso l’Ospedale San Raffaele di Milano. La guida è scaricabile gratuitamente da https://www.bebibrain.it/wp-content/uploads/2020/03/La-piccola-guida-al-contagio-emotivo.pdf, sito con cui le due amiche e colleghe offrono tanti consigli pratici per i genitori riguardo lo sviluppo emotivo e cognitivo dei bambini. Dallatomasina ha risposto alle domande de ilfattoquotidiano.it per fare un po’ di chiarezza sul momento che stanno affrontando i più piccoli.

Come dovremmo spiegare ai nostri figli quello che sta succedendo?
In base all’età del bambino, la cosa importante è dire sempre la verità. Perché se non diamo informazioni adeguate, loro cercheranno di darsi da soli risposte che potrebbero risultare più catastrofiche del dovuto. Poi c’è anche il rischio di creare una dissonanza tra le emozioni negative che i bambini vedono in noi (stress, nervosismo, tristezza) e le informazioni positive che gli diamo (va tutto bene, non è successo niente, non preoccuparti). Questa dissonanza crea preoccupazione nei bambini e difficoltà nel gestire la loro emotività. Essere rassicuranti sì, ma senza nascondere la verità.

La vostra guida parla di “contagio emotivo”, che cosa significa?
Fin da piccolissimi i bambini sono esposti a ciò che in psicologia è definito contagio emotivo: in una situazione difficile, il bambino si trova a far propria l’emozione che il genitore sta vivendo in quel dato momento come se fosse un vero e proprio virus sociale. Addirittura il bambino ne assume in modo involontario e inconsapevole anche le espressioni facciali, vocali e posturali, trovandosi a provare e dover gestire le emozioni che vive, come rabbia, tristezza e paura, senza però aver chiare tutte le informazioni cognitive che spiegano questo evento e che invece per noi adulti sono molto chiare.

Se durante la quarantena un bambino manifesta comportamenti o disturbi mai avuti prima (aggressività, regressioni, ecc.) cosa consigliate di fare ai genitori?
La prima cosa è accettare che il proprio figlio possa, attraverso un comportamento, manifestare il disagio emotivo, perché soprattutto i più piccoli non riescono a verbalizzare le loro emozioni. Poi esprimere empatia, comprensione: banalmente, anche solo un abbraccio. Di fronte a un’espressione di rabbia essere accoglienti può essere un gesto che spiazza il bambino, ma sicuramente lo aiuta. In primo luogo, dunque, i genitori devono accettarlo e non spaventarsi. Alcune cose sono fisiologiche: compaiono improvvisamente e poi regrediscono. L’importante è non sottolineare troppo il comportamento sbagliato, non riprendere il bambino. Se non gli diamo molto peso, alcuni comportamenti possono scomparire in modo spontaneo. Comunque in caso di necessità molti psicologi fanno colloqui anche in questa situazione via Skype.

Cosa non bisogna far mancare al bambino durante la quarantena?
Sicuramente la cosa importante che non deve mancare è la routine, cercare di mantenere abitudini e orari che c’erano anche prima. L’organizzazione della giornata rassicura molto i bambini. Dal punto di vista delle attività bisogna garantire un’alternanza tra gioco attivo con movimento (caccia al tesoro, percorso in casa) e attività che stimolino più la concentrazione (come un puzzle). Che è un po’ quello che fanno anche per esempio alla scuola materna, gioco libero alternato ad attività al tavolo.

Qual è il modo più appropriato per far vivere le feste di questi giorni, in questa situazione anomala, ai nostri bambini?
Mantenere la festa laddove è possibile, perché l’importante è l’autenticità. In un contesto familiare in cui tutti stanno bene è più facile: si può comprare l’uovo di Pasqua, cucinare qualcosa di particolare… In famiglie dove ci sono situazioni gravi di salute, la cosa importante è che venga spiegato al bambino che certe cose non si potranno fare perché c’è un problema. Ma è bene offrirgli comunque qualcosa che gli ricordi l’evento, che lo renda felice, anche se purtroppo si festeggia in una modalità diversa.

Non sappiamo ancora quando potremo tornare alla normalità e neppure se davvero potrà tornare tutto come prima. Come potrebbero affrontare i bambini delle modifiche, speriamo solo transitorie, delle nostre abitudini come l’utilizzo della mascherina?
Sicuramente i bambini possono adattarsi a delle norme, quindi alle norme di igiene e di prevenzione: anche alla mascherina. Se dovesse diventare una normalità per tutti, adulti e amici, diventerebbe una normalità anche per loro. Ovvio che una cosa del genere genererebbe una percezione del rischio maggiore: c’è un messaggio che viene veicolato di “pericolosità” nei rapporti umani. Bisognerebbe quindi stare attenti e trovare il giusto equilibrio tra la norma che tutela la nostra salute e la necessità di non esagerare nel veicolare troppo il messaggio di pericolosità.

Gli insegnanti che si arrendono e la solitudine in cattedra

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Marco Imarisio

DATA: 8 giugno 2019

Gli insegnanti che si arrendono e la solitudine in cattedra

Nella scuola risorse in calo e più professori in pensione anticipata: «Non ne potevo più di sentirmi nulla» Il malessere profondo dei docenti privi di autorità e inascoltati.
«La nostra competenza è inutile. Non abbiamo più ragion d’essere».

«Caro professore, dovrebbe imparare a comportarsi da adulto». L’ultimo ricordo che porterà con sé è l’ennesimo colloquio a distanza con una madre scontenta del voto preso da suo figlio. «L’ho preparato di persona, era in grande forma, quindi la colpa non è sua» gli ha scritto la signora su WhatsApp, aggiungendo che se «almeno 15 alunni su 26» hanno una media bassa nella sua materia, il problema non sono loro. Ma è lui. Paolo Galli da Varese, ciclista amatoriale, insegnante di un liceo milanese, ultima tappa di un percorso che lo ha visto a lungo precario, docente di sostegno, e infine, negli ultimi dodici anni, «immesso in ruolo».

Il traguardo si avvicina. Sessantadue più 38, questa è la formula magica. Addio alla sala ansiolitici, l’aula dei professori al secondo piano dove come in una specie di terapia collettiva venivano sfogate le tensioni e confessato il proprio spaesamento. In pensione, per scelta. «Non ne potevo più, di sentirmi nulla e al tempo stesso di essere considerato un eterno privilegiato. “Ah, voi avete tre mesi di vacanza, e fate gli scioperi a ridosso del ponte”. Quante volte me lo sono sentito dire, anche da amici e parenti. Ma il problema più grande è che non so più chi sono, e cosa devo essere». Tra le mani si rigira la fotocopia della circolare di inizio anno del ministero che invitava i docenti a «sollecitare l’esperienzialità dell’alunno, tenendo conto del percorso multiformativo e multifunzionale nel quale si trova immerso al giorno d’oggi». «Sinceramente, non riesco più a capire. Ho frequentato corsi di orientamento formativo che dovevano introdurmi alla “filosofia del merito” e ho un dirigente scolastico, proveniente da un istituto tecnico, che a ogni riunione si raccomanda di bocciare il meno possibile. Ho letto documenti di indirizzo che rappresentavano la scuola come “open space di idee e luogo stimolante di pulsioni lavorative”, e mi sono perso. Non ho mai guardato nessuno dall’alto in basso, non ho mai voluto essere autoritario. E forse ho sbagliato. Perché ormai sotto ci siamo noi, trattati come camerieri maldestri che rovinano l’eterno pranzo di gala dei ragazzi prodigio e delle loro famiglie. Magari è davvero colpa mia. Quindi, addio».

Gli insegnanti che se ne vanno sono sempre di più. Le domande presentate fino allo scorso 3 giugno per accedere a «quota 100» tra i dipendenti pubblici sono in totale 46.099. Quelle che provengono dal comparto scuola fanno la parte del leone con 32.100 richieste, 18.700 inviate dal corpo docente, secondo il calcolo fatto dall’Inps, sovrapponibile alla stima dei sindacati, che prevede fino a 25.000 uscite annuali dovute alla formula 62+38, alle quali bisogna aggiungere altri quindicimila pensionamenti con requisiti ordinari. A metà dell’anno in corso, le richieste di lasciare la cattedra sono già 8.000 in più del 2018-2019, un dato che secondo le associazioni di categoria a settembre lascerebbe scoperti 120-140 mila posti, azzerando di fatto le 110 mila stabilizzazioni dei precari fatte dalla Buona Scuola. Non è un caso che il Miur abbia inserito nel decreto Crescita in discussione alla Camera un emendamento che farà entrare in ruolo i docenti precari che hanno svolto 36 mesi di servizio negli ultimi 8 anni. La parola «esodo» forse è una sintesi esagerata, buona per un titolo di giornale. Ma rende l’idea. E i numeri parlano chiaro.

«Ci deve pensare la scuola». Quante volte lo abbiamo sentito. In occasione di qualunque caso di cronaca che riguardi gli adolescenti, dalle baby gang al bullismo, dalla lotta alla droga a una educazione civica che latita. Ma nessuno pensa alla scuola, salvo nelle annuali ricorrenze, come la maturità, quando il discorso viene declinato comunque in modo tecnico, le tracce di esame, le novità. La scuola è scomparsa anche dai radar della politica. Dopo un biennio di discussioni spesso aspre sulla Buona Scuola, il nuovo governo l’ha messa in secondo piano, oscurata da altre priorità, che si chiamino immigrazione o reddito di cittadinanza. Quando c’è da tagliare, quattro miliardi negli ultimi cinque anni secondo i sindacati, meglio il silenzio. E così anche i numeri sugli abbandoni dei docenti passano senza lasciare traccia, nonostante quantifichino la spirale di disamore e frustrazione che da troppo tempo, vent’anni almeno, avvolge gli insegnanti, l’unico elemento fisso di un paesaggio umano che si rinnova ogni settembre. La scuola è l’ultimo luogo dove gli italiani condividono una esperienza comune. Ma nessuno sa più cosa succede davvero nelle aule scolastiche, e forse non interessa neppure saperlo.

Anche i migliori ogni tanto si ammalano di labirintite. «Questo stress continua comincia a pesarmi fisicamente». Era stato bello vedere i cinque professori italiani scelti dal Miur sulla passerella del Global Teacher Prize a Dubai, di solito riservata ad attori e calciatori famosi. Nel marzo del 2017, Dario Gasparo era tornato a casa con il suo assegno da 30 mila euro. Non è ancora riuscito a spenderli. Aveva deciso di impiegarli per un giardino trentennale, un’aula all’aperto all’interno del suo istituto, la scuola media Caprin di Trieste, dove insegna matematica, chimica e fisica. Gli ostacoli amministrativi e la burocrazia gli hanno fatto vedere le stelle, non solo in senso figurato. «Somatizzo perché ho spesso la sensazione di incartarmi».

Non è solo la consapevolezza di essere ormai diventato il lato debole del triangolo insegnante-alunno-genitori, quella ormai è agli atti. Anche nella tranquilla Trieste può accadere di vedersi tornare indietro la nota sul diario a un alunno colpevole di avere sparpagliato le sue feci sul gabinetto, con la firma accompagnata da un appunto. «Mio figlio mi ha raccontato una cosa diversa. Dovremo chiarire». C’è un malessere più profondo, identitario, che colpisce anche chi dal proprio modo di insegnare ha ottenuto riconoscimenti importanti. «Con gli anni realizzi che le tue competenze non servono. E hai sempre meno tempo a disposizione. Mentre parli, dopo dieci secondi ti accorgi che qualche alunno distoglie lo sguardo. Gli effetti dei cellulari, della connessione perpetua. Ma tanto non importa. Perché ormai il lavoro è mirato sulle nostre paure. La prima cosa è evitare i ricorsi, stare attenti al pericolo della culpa in vigilando. E così perdiamo ogni giorno di più la nostra ragion d’essere».

Nelle scuole di Shanghai non esistono bidelli e sorveglianti, perché fanno tutto gli alunni, e non c’è bisogno di controllarli. Le differenze tra i Paesi possono consolare. Ma nella classifica quinquennale pubblicata lo scorso dicembre del Global Teacher Status Index che valuta la reputazione sociale degli insegnanti in 35 Paesi, l’Italia è malinconicamente ultima in Europa, sopravanzata di poco anche dalla Turchia, e terzultima dopo Brasile e Israele. Sono sondaggi che valgono il giusto, anche solo per avere conferma di una sensazione ormai certificata, che gli insegnanti italiani avvertono sulla loro pelle. Come è potuto accadere? Come siamo potuti passare degli austeri maestri di Collodi e dal maestro Manzi a questo stato di prostrazione? Adolfo Scotto Di Luzio, docente di storia della pedagogia e delle istituzioni culturali all’università di Bergamo, considerato oggi uno dei massimi studiosi della scuola italiana, ha una tesi. E per dimostrarla parte da un passo del messaggio inviato dal ministro Marco Bussetti a un convegno sul ruolo dell’insegnante nella società liquida che si è svolto a Roma lo scorso ottobre. «In un sistema integrato con il mondo del lavoro, la scuola non deve essere un luogo fatto solo per studiare, ma anche per conoscere se stessi» diceva l’attuale titolare del Miur.

«Appunto» ribatte Scotto Di Luzio. «Nelle tre famose “I” della riforma Moratti, due lettere su tre stavano per impresa e informatica. Tutte le leggi e le direttive approvate negli ultimi anni vanno in direzione di una scuola di formazione, conforme alle esigenze del lavoro. Storia, filosofia, letteratura, persino la matematica, non contano più. Tutto quello che i docenti sanno, non vale nulla. La loro perdita di ruolo e di prestigio comincia con questa impostazione condivisa da ogni forza politica. Tutte le riforme che si sono susseguite negli anni portano a questo modello di scuola che potremmo definire confindustriale, e sono sempre state concepite in modo ossessivo contro gli insegnanti, considerati portatori di un sapere vecchio e inutile, non aggiornati, e additati come ultimi depositari di privilegi ingiustificati. La conseguenza è un’istruzione lasciata al mercato, alle risorse dei singoli. La famiglia abbiente del Meridione spedisce il figlio a Milano, mentre la famiglia milanese lo manda a Londra. Vince chi ha la possibilità di comprare una scuola migliore. La politica ha deciso di non affrontare la questione, riempiendosi la bocca solo di tecnologie in classe, lasciando fare al mercato. Fino agli anni Novanta l’insegnante sapeva bene quale era il suo compito. Oggi, a domanda, non sa cosa rispondere». La difesa corporativa non si addice a Scotto Di Luzio. «Gli insegnanti italiani hanno interiorizzato questa tendenza al ribasso». Nella sua carriera di docente delle scuole di specializzazione, racconta di trovarsi spesso di fronte ad aspiranti professori che studiano sui riassunti, su Google, come i loro studenti. «Non è colpa loro, ma la preparazione dei giovani docenti ormai è parte del problema. Come se ci fosse un rassegnato adeguamento alla propria perdita di identità».

La voce degli insegnanti non si sente, perché il ruolo del capro espiatorio, per il quale sono perfetti, non prevede repliche. A loro non viene mai chiesto nulla, perché la loro opinione non deve disturbare il dibattito autoreferenziale della politica. Se qualcuno lo facesse, scoprirebbe una diffusa voglia di semplicità. Non un ritorno al passato, quanto piuttosto il recupero dei fondamentali, principio di autorità, assunzione di responsabilità da parte dell’allievo e delle famiglie, come unica via per ridare dignità e visibilità a chi nella scuola ci lavora. L’ex maestro di strada Marco Rossi Doria è stato l’ultimo insegnante a mettere piede al Miur, sottosegretario dal 2011 al 2014 sotto i governi Monti e Letta, esperienza che gli ha lasciato qualche amarezza. «Ci ho provato, a far capire che sulle spalle degli insegnanti vengono poste responsabilità ingiuste, perché non compete a loro l’educazione in senso stretto degli alunni, e non possono sostituirsi alle famiglie. Ma ho fallito». Non resta che ripartire dalle piccole cose buone, da una modesta proposta. «L’onda lunga dei pensionamenti, anticipati o meno, continuerà. Ed è vero che esiste un problema di formazione dei docenti. La generazione dei grandi concorsi degli anni Settanta, composta da gente che ha imparato questo mestiere sul campo, dovrebbe essere considerata una risorsa, per fare da ponte tra il vecchio e il nuovo con gli insegnanti appena immessi in ruolo. Una forma di assistenza, una trasmissione dei saperi».

L’ottimismo non abita più qui, neppure tra le righe di questo articolo. Paolo Galli si congeda senza nessun rimpianto, con un certo sollievo. «La considerazione della quale gode la scuola è data dalla carenza di materie prime. Carta, carta igienica, fotocopiatrici vecchie di anni, computer che sembrano il Commodore 64. Ho sempre pensato di fare il lavoro più importante del mondo, ma forse mi sbagliavo anche su questo. Peccato, perché resto ancora convinto che la scuola anticipi quel che saremo, quel che diventerà la nostra società. Non è vero che gli insegnanti sono inutili come le mosche. Sarebbe bello che qualcuno prima o poi dicesse con chiarezza cosa fare ai colleghi che restano, senza caricarli di circolari astratte che grondano sociologia d’accatto».

Per ritrovare un raggio di sole, bisogna scendere a sud. A casa di Maria Franco, che per 35 anni ha insegnato italiano nel carcere minorile di Nisida. C’era anche lei sul palco di Dubai, tra i cinque migliori insegnanti italiani del 2017. Adesso è arrivato il momento dei saluti. «Collocata a riposo per raggiunti limiti di età». Ma rifarebbe tutto. Sentirla raccontare di quando le detenute scrissero dei racconti d’amore, di quando un suo ex allievo diventato pizzaiolo non volle farle pagare la cena, grato dopo anni per l’aiuto ricevuto, restituisce il senso profondo di un mestiere bello e necessario. «Abbiamo goduto di un paradosso. Le condizioni non favorevoli, l’orizzonte ristretto, ci hanno imposto di fare rete. Ognuno, dagli educatori ai formatori fino alla professoressa, sapeva bene cosa fare. Una ricetta semplice. Capisco la disillusione dei colleghi. La scuola ha bisogno di definire i propri obiettivi e di risorse per raggiungerli. Se un Paese ci crede davvero, le deve trovare». Nessuno lo ha detto meglio di Derek Bok, ex presidente dell’università di Harvard tanto ambita dagli studenti di tutto il mondo, e nessuno dovrebbe dimenticarlo: “Se pensate che l’istruzione sia costosa, provate con l’ignoranza”.