Figli sconosciuti per molti genitori: come evitarlo

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Pietro Bordo

DATA: 25 febbraio 2022

I consigli di Pietro Bordo ai genitori che «non riescono più a gestire i propri figli». Non comprate la loro gratitudine, ascoltateli, già quando sono piccoli.

Sempre più frequentemente si sentono papà e mamme dire “Non li gestiamo più”. Infatti dall’adolescenza in poi tanti genitori non riescono più a gestire, controllare i propri figli. Tale situazione è la drammatica conseguenza di comportamenti inadeguati da loro tenuti, con la colpevole complicità della scuola, nella fascia d’età della scuola elementare e media. Certi comportamenti negativi dei ragazzi dipendono soprattutto dalla cultura dell’impunità, che si sviluppa in tenera età in famiglia e nella società, soprattutto a scuola. La scuola in passato educava come oggi ai valori positivi comuni, ma senza il buonismo e la tolleranza eccessivi attuali, che consentono a tanti bambini di fare tutto senza praticamente averne conseguenze significative.

Ciò che più produce danni nei ragazzi e nei docenti è l’acquisizione della consapevolezza della quasi impunità, qualunque sia il loro comportamento, poiché pochi se ne occupano sul serio, anche perché non hanno strumenti per farlo. E tanti “9” e “10”, praticamente a tutti, consentono a genitori, che hanno tanto da fare e sono distratti, ed agli insegnanti, che poco vogliono fare, o non vogliono problemi con i genitori, di vivere felici e tranquilli. La causa principale per la quale chi abdica al proprio ruolo non riesce più a gestire i ragazzi sta nel fatto che genitori (e anche insegnanti) non conoscono più, o non hanno mai fatto lo sforzo di conoscere, i propri figli, o alunni, di osservarli e di dialogare con loro. Un fattore diseducativo molto importante è l’abitudine di tanti genitori di superare il senso di colpa derivante dalla consapevolezza di stare poco con i figli “comprando” la loro gratitudine, abituandoli quindi ad avere subito, a prescindere dall’averli meritati, tanti oggetti materiali, spesso costosi ed inutili.

Molti genitori stanno poco con i figli. Peccato che il tempo che loro non danno ai propri figli è ciò che essi più desiderano. I bambini crescendo, a volte soprattutto o soltanto fisicamente, potranno sempre avere tutto? Penso appaia evidente l’importantissimo, direi vitale, ruolo dei genitori e dei docenti, che dovrebbero insieme collaborare, con sicuro effetto sinergico, per educare ed istruire i bambini.

Per provare ad ovviare ai problemi sopra esposti un piccolo consiglio che, lo so per esperienza riferitami da tanti genitori dei miei ex-alunni, ha quasi sempre funzionato. Anche il papà o la mamma più impegnati possono trovare dieci minuti, possibilmente ogni giorno, o anche a giorni alterni, da dedicare ad un colloquio individuale, a quattr’occhi, col figlio. Durante questo colloquio il genitore ed il bambino si raccontano vicendevolmente, ad esempio, il fatto più bello e meno bello della giornata trascorsa; ed altro. Se ciò accade quando il bambino è piccolo, l’ideale è iniziare dai sei anni, egli si abitua a questo rapporto e quando, dall’adolescenza, il mondo esterno gli offrirà opportunità rischiose o “strane” c’è la concreta possibilità che prima di compiere una scelta pericolosa possa chiedere un parere al genitore, in quei dieci minuti. Credete, le mie parole non sono teoria ma la descrizione di quanto accaduto in tanti casi, quando il genitore ha pensato al futuro del figlio. Inoltre, me lo hanno detto tanti genitori, quei dieci minuti sono uno dei momenti più belli di qualsiasi giornata.

La Sinistra ha creato gli studenti ignoranti

FONTE: La Nuova Bussola Quotidiana

AUTORE: Chiara Pajetta

DATA:  6 dicembre 2021

“Il danno scolastico”, libro-denuncia di Mastrocola-Ricolfi, che hanno elaborato i dati del disastro del nostro sistema di istruzione. «Se il figlio dell’idraulico non fa il liceo e non arriva a laurearsi è perché non ci riesce. E non ci riesce perché ha fatto una scuola che non l’ha preparato abbastanza».

“I capaci e i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi.” Questa la promessa della nostra Costituzione, nel suo articolo 34. Ma Paola Mastrocola e Luca Ricolfi, nel documentato saggio edito da La nave di Teseo, descrivono cosa è invece accaduto negli ultimi sessant’anni, con i cambiamenti della scuola e dell’università. E dimostrano che “a pagare il conto più salato sono stati i ceti popolari”. Il paradosso più incredibile è che questa “strage degli innocenti” sia stata perpetrata in nome dell’uguaglianza e dei diritti dei più deboli, senza che nessuno abbia fatto nulla per fermarla. Così i due autori ci raccontano quello che definiscono “uno sbaglio enorme” avvenuto sotto i loro occhi negli ultimi decenni, da quando erano bambini fino a quando entrambi hanno insegnato al liceo e all’università.

 

“A scuola vanno bene solo i figli di papà. La scuola è classista, ben poco democratica, non fa da ascensore sociale”. Il figlio dell’idraulico fa l’idraulico, il figlio del notaio fa il notaio. Questa è l’accusa dei progressisti alla scuola tradizionale. Ma in realtà non è più così, il figlio dell’idraulico si diploma e va all’università, ma spesso non la finisce. Il motivo tuttavia non è tanto la situazione di partenza, bensì la mancanza di quello “scandaloso e immorale motore di avanzamento” che sono oggi le lezioni private, che aiutano a colmare le abissali lacune nella preparazione di base degli alunni svogliati che se le possono permettere, ma non sono invece accessibili ai meno fortunati. Perché il cuore della questione, che le analisi trascurano, è la preparazione realmente offerta dall’istituzione scolastica, il livello di studio, la qualità e la quantità di ciò che viene effettivamente insegnato e quindi imparato. “Se il figlio dell’idraulico non fa il liceo e non arriva a laurearsi è perché non ci riesce. E non ci riesce perché ha fatto una scuola che non l’ha preparato abbastanza”. Questa l’accusa spietata lanciata dalla Mastrocola. “Un ragazzo non potrà fare il liceo se noi per otto anni (cinque di elementari e tre di medie) non gli abbiamo insegnato quasi niente” o “se gli abbiamo insegnato qualcosa, ma poi non abbiamo anche deciso di esigere e di pretendere che lui le sapesse, quelle cose!”. È ovvio: se uno non sa scrivere non è in grado di fare un discorso compiuto;  se non sa cogliere i significati profondi di ciò che legge non potrà frequentare con successo né liceo né università. È la scuola che in effetti l’ha reso uno “svantaggiato”: la colpa è del percorso formativo con i suoi insegnanti. Ecco il danno scolastico, che causa la cosiddetta “dispersione scolastica”, cioè l’ abbandono della scuola, oppure la fuga verso  istituti “più facili” e degradati.

L’inadeguatezza cognitiva e culturale, prodotta dalla scuola stessa, impedisce agli studenti di superare gli esami universitari, per cui non arrivano alla laurea (in Italia la percentuale di laureati rispetto agli iscritti al primo anno è tra le più basse in Europa). I dati raccolti da Ricolfi su quella che definisce una “catastrofe cognitiva” sono lo specchio della sua esperienza di docente: in università agli esami il più delle volte lo studente non è semplicemente impreparato. Non capisce le domande. Il professore si è trovato di fronte a “un abisso che è innanzitutto di organizzazione mentale e di capacità di assimilazione”.

E perché accade questo disastro? si è chiesto. È il risultato di un cambiamento complessivo della società italiana, che ha accettato e gradito le scelte di una scuola facilitata e progressista con i suoi  slogan, come “la scuola dell’obbligo non può bocciare” e “il diritto al successo formativo”. Ma le basi per andare avanti le dovrebbe dare proprio la scuola dell’obbligo, che invece fa bellamente proseguire ragazzi disarmati e quindi votati al fallimento. Così inesorabilmente si è giunti all’abbassamento progressivo degli standard dell’istruzione nella scuola e nelle università. Riforma dopo riforma lo scempio è stato compiuto, con lo spezzettamento delle parti di programma su cui essere interrogati o l’introduzione massiccia degli strumenti di valutazione “a crocette”. Mastrocola e Ricolfi sono coscienti dell’impossibilità di tornare tout court alla scuola del passato, che ci raccontano con nostalgia, ma che ora sarebbe improponibile, perché il mondo è davvero cambiato. Ma alcune indicazioni le offrono, ripescando il metodo sperimentato nella loro infanzia-adolescenza.

Un tempo “si studiava scrivendo”: chi ha una certa età ricorda i quaderni di appunti e le paginate di analisi logica e di parafrasi. O i temi, naturalmente. E l’impegno a ripetere ciò che si era studiato e sintetizzato. Era un modo di far “durare “ le nozioni che si leggevano, per “inciderle nella testa”. Pensiamo invece a come studiano i ragazzi oggi: leggono un capitolo e richiudono il libro. E non ricordano. Per non parlare dell’eliminazione o riduzione della letteratura (Manzoni no, è noioso, Dante troppo difficile).

Al contrario la Mastrocola sottolinea con vigore che “la letteratura ci educa alla distanza, ci rende familiare anche la lontananza spaziale e temporale”. Tanto più importante in un mondo dove vogliamo educare i giovani al rispetto delle differenze. Pensiamo all’obbrobrio della cancel culture, che provoca errori madornali di prospettiva. Succede quando non si ha dimestichezza col passato e non si è in grado di interpretare, cogliere il valore simbolico anche della storia. Giustamente i due autori rimpiangono la figura del vero maestro, tristemente trasformato in valutatore o distributore di apprendimenti o ridotto a formatore di abilità. Ma vorrebbero anche genitori che non si schierino sempre contro gli insegnanti, ma costruiscano con loro un clima di rispetto e fiducia. Non possiamo arrenderci al fatto che i nostri studenti falliscono perché “non hanno le basi”: se lo studio poggia sul niente si  perde persino la voglia di studiare. E così appare evidente il danno inferto al nostro Paese con l’abbassamento degli standard dell’istruzione che ha aumentato, non ridotto le disuguaglianze sociali. È molto amara la conclusione di Ricolfi, che si rivolge ai progressisti: “Ricevere un’ottima istruzione era l’ultima carta in mano ai figli dei ceti bassi per competere con i figli di quelli alti, a cui molti di voi appartengono. Gliela avete tolta”. Con l’aggravante di farlo “a loro nome”.

L’invito è a battersi per la qualità della scuola e la Mastrocola lo chiede con un accorato appello ai genitori. Perché “la scuola rispecchia ciò che noi siamo, ciò che noi vogliamo”. Perciò “per fondare una scuola nuova bisognerà prima di tutto fondare una vita nuova”. È la stessa preoccupazione del noto psichiatra Paolo Crepet, che in una recente intervista definisce quella dei tredicenni, tra cui dilaga l’alcolismo e che compiono con indifferenza atti criminali, una generazione fallita.  Senza mezzi termini accusa i genitori di questi ragazzini mal-educati di non impegnarsi con i loro figli perché è troppo faticoso dire dei no. Più facile difenderli sempre e comunque, anche quando sono portati in commissariato per le loro malefatte, che per mamma e papà sono solo “ragazzate”. È questa la vera emergenza educativa: che i genitori vogliano davvero il bene dei loro figli. Che vuol dire non pretendere che siano promossi se non studiano né sottrarli alla responsabilità delle loro scelte. Ma perché i figli imparino la serietà della vita occorre che innanzitutto gli adulti siano veri e seri con la loro. Insomma, dei testimoni credibili.

Cara scuola progressista, quanti danni hai fatto

FONTE: Repubblica.it

AUTORE: Paolo Di Paolo

DATA: 13 ottobre 2021

La macchina dell'istruzione come amplificatore delle disuguaglianze: il saggio di Paola Mastrocola e Luca Ricolfi

Una risposta inattesa che arriva mezzo secolo dopo: a quella lettera sovversiva spedita dalla Scuola di Barbiana un anno prima del 1968, per diventare simbolo di un'intera stagione di cambiamenti. La "professoressa" replica a don Milani, però nel 2021. Con una fermezza che farà discutere, in una delle pagine di Il danno scolastico. La scuola progressista come macchina della disuguaglianza (La nave di Teseo), la battaglia del priore di Barbiana viene definita "anacronistica"; e non solo a giudicarla ora, ma già due decenni fa, quando entrava in vigore la riforma Berlinguer, l'altro grande bersaglio polemico del libro.

Alle soglie del 2000 - osserva la scrittrice Paola Mastrocola, autrice del saggio a quattro mani con il sociologo Luca Ricolfi - "il mondo era ulteriormente cambiato: nelle classi dove insegnavo io, c'erano ragazzi che non sapevano più né parlare né scrivere, ed erano i figli svogliati e viziati di una media borghesia, non più i figli di contadini e operai: a loro più che mai avremmo dovuto dare l'Iliade del Monti. Che senso aveva protrarre l'ideologia di don Milani? Eppure era ancora quello il modello proposto e celebrato nella scuola, un modello che poteva valere negli anni Cinquanta, e in un piccolo borgo sperduto tra le colline toscane".

Mastrocola e Ricolfi, mettendo in gioco ciascuno la propria esperienza di insegnamento (la prima nella scuola superiore, il secondo nell'università), e correndo consapevolmente il rischio di apparire "passatisti e nostalgici", accusano la scuola "facilitata, progressista e democratica" di essere la responsabile di un enorme buco di conoscenza e cultura nel nostro Paese.

La tesi dei due autori è che la macchina dell'istruzione italiana sia diventata "un formidabile amplificatore delle disuguaglianze", dietro un apparente egualitarismo didattico; e quel "non ho le basi", che anche nel corso di un esame universitario uno studente può offrire come attenuante della propria impreparazione, andrebbe - sostengono - preso alla lettera. Perché si tratta, nei fatti, di scarsa padronanza del linguaggio, di insufficiente capacità di comprensione delle domande e conseguente difficoltà nel produrre risposte in autonomia.

La liberalizzazione degli accessi nel post-'68, il diritto al successo formativo, il 3+2 voluto da Berlinguer sono secondo Mastrocola e Ricolfi le cause del disastro nella formazione accademica (sono molto severi anche con una classe docente universitaria impegnata in una demenziale corsa alle pubblicazioni su rivista, schiavi spesso compiaciuti di un sistema di reclutamento e di valutazione infernale; e qui è difficile contraddirli).

Ma all'università si arriva, quando si arriva, dopo un esame di maturità "farsa" e una scuola che negli ultimi cinquant'anni ha, ai loro occhi, abbassato progressivamente gli standard formativi insieme all'asticella della promozione. Fattore che avrebbe danneggiato i ceti popolari più di quanto abbia danneggiato i ceti alti: incrociando i dati Istat con i risultati delle prove Invalsi, Ricolfi intende dimostrare come sul destino sociale di un giovane abbia un'incidenza cruciale la qualità dell'istruzione ricevuta, in positivo, e il grado di indulgenza nella valutazione, in negativo. Più di quanto si possa pensare, e più dell'origine sociale e del contesto economico: "La scuola senza qualità amplia il vantaggio dei ceti alti, quella di qualità attenua lo svantaggio dei ceti popolari. Nella gara della vita, sono i ceti deboli le vere vittime di un abbassamento della qualità della scuola". Per modificare alla radice il "parametro di iniquità" occorre un'istruzione di qualità elevata, che possa letteralmente catapultare uno studente da un mondo sociale a un altro.

Mastrocola richiama il proprio stesso percorso, a riprova, per "incrinare un altro pilastro della tesi progressista": studiano solo i ragazzi le cui case sono piene di libri. "Non è vero. Non è detto. Qui azzarderei addirittura il contrario. La mia casa era vuota di libri. Neanche l'ombra. I miei non leggevano". È dipeso tutto dalla scuola, lei dice: una scuola lontana dalle odierne tendenze burocratico-aziendaliste, che non misurava "competenze", non temeva il sapere astratto e faceva vivere gli studenti in un clima di allerta permanente. Troppo? Forse sì. Ma Mastrocola, in altri libri piuttosto discussi, aveva già elogiato severità, lingue classiche, necessità dell'esercizio della parafrasi, sapendo di apparire "attaccata a una visione elitaria e nostalgica".

Nell'avvertenza a questo volume, d'altra parte, gli autori chiariscono di non voler tornare a una scuola del passato. Sullo strumento della bocciatura, sulla riforma della scuola media del '62, sul presunto specifico del liceo classico c'è da discutere parecchio, e magari da dissentire. Non sull'epigrafe, che è l'articolo 34 della Costituzione. E su un punto inconfutabile: chi parte avvantaggiato a livello socio-economico se la cava lo stesso. Gli altri hanno bisogno della scuola.

Scuola ideale e scuola reale

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Pietro Bordo

DATA:  26 agosto 2021

Il titolo (Scuola, rientro in classe: perché la scuola italiana non è adatta al digitale) ed il “catenaccio” del mio articolo pubblicato sul Corriere li ha decisi e quindi scritti la caporedattrice del “Corriere”.

Il mio titolo è "Scuola ideale e scuola reale"

Aule senza connessione, docenti impreparati: non bastano i fondi, ma ci vuole un progetto di didattica che privilegi la presenza e il ruolo dei docenti

Ho letto con interesse l’articolo del professor Paolo Ferri sulla prospettiva che le innovazioni che il digitale ha portato nelle scuola durante i mesi della Dad vadano perse se si torna semplicemente alla scuola in presenza come è stata fino a prima della chiusura per Covid. A me che insegno da tanto tempo in una scuola primaria risulta difficile immaginare come si possa ridurre la «socialità in presenza», che tanti studi scientifici considerano ormai fondamentale per lo sviluppo non solo relazionale, ma anche intellettivo di un ragazzo. Tutti gli studi scientifici sulla relazione significativa fra docente e discente concordano che essa è «conditio sine qua non» per un apprendimento significativo. Anche se realizzarla non è facile, richiede molta empatia e conoscenze tecniche per rapportarsi bene con il bambino; e soprattutto la vicinanza fisica.

 

Le difficoltà

Riguardo alla necessità di rendere permanente e definitiva la digitalizzazione e l’innovazione metodologico-didattica nella formazione concordo con Ferri anche se questo approccio richiederebbe che prima tutte le scuole italiane fossero come quella che lui immagina. Nella mia scuola, elementari e medie, semiperiferia di Roma, le aule a volte sono dipinte dai genitori e le finestre hanno ancora gli infissi di settanta anni fa. Ogni volta che tento di aprire o chiudere una finestra allontano i bambini per paura che qualche vetro si rompa. Per mesi in circa cinquanta docenti abbiamo avuto a disposizione un solo bagno; e la situazione potrebbe ripetersi in qualsiasi momento. Il collegamento internet è solo una speranza ogni volta che si tenta di effettuarlo. Alcune volte ho dovuto usare il mio cellulare come hot spot. Prima della chiusura della scuola di marzo 2020 causa Covid, a gennaio abbiamo fatto gli ultimi scrutini con la presenza fisica dei docenti in un’unica aula. Abbiamo ovviamente usato il registro elettronico, quindi online, con un portatile vecchissimo il cui sistema operativo era addirittura Windows XP. E la Lim non è in tutte le aule. Meno male che la mia scuola ha un’animatrice digitale che sta cercando con successo di attenuare i problemi facendo miracoli, con fantasia e una grande dedizione al suo lavoro, dedicandogli molto più del tempo di quanto previsto dal contratto.

 

Il rebus del digitale

Da quello che mi dicono le mie colleghe di altre scuole di Roma e del Lazio, la situazione negativa descritta sopra è diffusissima. Nella mia scuola, e non solo, molti bambini e ragazzi hanno fatto la Dad con il cellulare del genitore. Molti non hanno potuto avere alcun aiuto da genitori del tutto impreparati, tecnologicamente abili solo a chattare su WhatsApp. Inoltre, i docenti non possono passare tutto il giorno ad insegnare. Anche poiché a volte ricevono richieste di restare ancora a scuola, oltre l’orario di servizio, per «coprire» classi senza docente. Il digitale non ha aumentato le opportunità dell’apprendimento a scuola. In realtà l’unica cosa che ha aumentato molto è la già notevole differenza fra gli alunni, quelli con famiglia colta e benestante alle spalle e quelli senza. Per quanto riguarda l’utilizzo di strumenti digitali di «aumento» della didattica posso affermare che né io né tutti i colleghi ai quali ne ho chiesto notizia li conoscono. Conoscono invece tutti i problemi dei device inadeguati, delle connessioni precarie, delle assenze degli alunni dalle lezioni. Un mio collega ed amico dell’istituto tecnico mi ha riferito di assenze dell’ordine del 30%. So per certo che tanti genitori hanno impedito ai bambini di esprimersi liberamente durante la Dad standogli a fianco, fuori dal campo della webcam. Ad un genitore durante una lezione a distanza ho dovuto addirittura dire di non tenere il bambino, di otto anni, sulle ginocchia e di lasciarlo da solo.

 

L’importanza dei docenti

Sull’importanza della didattica frontale vorrei evidenziare che qualsiasi attività primaria dell’uomo, non solo quella scolastica, da sempre è stata soprattutto frontale. Solo che c’è stata quella fatta male e quella fatta bene. La differenza a scuola non la fa il metodo, ma l’uomo, il docente. La comunicazione verbale veicola una minima parte delle comunicazioni che si scambiano due persone fisicamente presenti nello stesso ambiente; figuriamoci se le due persone si relazionano tramite computer. L’opinione che un passato migliore non è mai esistito mi pare perlomeno azzardata. E tutte le menti brillanti che popolano il nostro Paese, o che hanno portato la loro intelligenza all’estero, hanno studiato nel futuro? O su un altro pianeta? O forse alla scuola privata? Ecco, quest’ultima opzione mi sembra la meno lontana dalla realtà, non dimenticando che anche nella scuola pubblica tanti docenti hanno svolto un ottimo lavoro, nonostante le notevoli difficoltà. Sono molto d’accordo che il capitale d’esperienza va valorizzato e messo a sistema, non demonizzato. Ma prima bisogna che le scuole frequentate dalle persone che non possono spendere seimila euro l’anno per l’iscrizione di un figlio (la maggioranza assoluta delle persone) siano messe almeno in sicurezza (non solo per il covid), con un’igiene minima garantita quotidianamente (dovreste sapere quanto tempo hanno i collaboratori per pulire un’aula…) e con la presenza di un numero adeguato di docenti. Quante volte l’anno scorso qualche classe era scoperta, soprattutto il venerdì pomeriggio; e non posso dirvi la soluzione attuata; una volta anche io l’ho fatto per non lasciare soli i bambini di una classe. Non serve a niente dire «diamo due miliardi alla scuola»; serve che vengano spesi bene ed in fretta.

26 agosto 2021 (modifica il 26 agosto 2021 | 17:30)

 

I bambini devono usare la penna, non la tastiera

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE:  Daniele Novara

DATA: 14 giugno 2021

Diversi studi scientifici dimostrano come la scrittura manuale sviluppi connessioni neurocerebrali assenti in chi batte sulla tastiera. «L’uso della penna facilita l’apprendimento perché i tempi dilatati costringono il cervello a selezionare i concetti»

Mentre la scuola si accinge alla digitalizzazione della didattica, penso sia importante mettere qualche paletto per evitare che la moda prevalga a prescindere da ogni consapevolezza scientifica, pedagogica e psicoevolutiva. Il punto più importante della questione è che ogni cosa ha il suo tempo e quello che vale per un ragazzo di 15 anni non può valere per un bambino né di un anno, né di 3, né di 5, né di 6, né di 7, né di 8. L’infanzia è una fase della vita molto particolare dove la sensorialità, l’esperienzialità, la motricità, il movimento e la socialità devono prevalere su tutto e su tutti. Dare, viceversa, la precedenza assoluta al mondo virtuale appare una scelta estremamente incauta. Fra la penna elettronica e la penna su carta quest’ultima ha il vantaggio di poter incidere su un vero materiale fisico sviluppando così, in modo più completo, le tante connessioni neurocerebrali in gioco.

 

Molte ricerche mettono in luce il pericolo di voler a tutti i costi passare dalla penna alla tastiera, come a suo tempo si fece dal pennino alla penna. Non è la stessa cosa. Già nel 2007, una ricerca pubblicata da Connelly – psicologo della Oxford Brookes University - e altri sul British Journal of Educational Psychology dimostrava che i temi scritti a mano dai bambini delle Scuole Primarie erano migliori rispetto a quelli scritti con una tastiera. Addirittura, dallo stesso studio emerse che i temi scritti al computer sembravano fatti da soggetti il cui sviluppo era indietro di due anni (un bambino di terza scriveva quindi come un bambino di prima). Nel 2011, lo studio di Sandra Sulzenbruck e altri analizzò il rischio che l’utilizzo continuo della tastiera per la produzione di testi possa contribuire in modo significativo alla perdita delle capacità di scrittura a mano. I vari studi condotti dalla neuroscienziata norvegese Audrey Van de Meer, dimostrano l’importanza dell’aspetto sensomotorio della penna sulla carta.

La penna consente connessioni neurocerebrali articolate e raffinate assolutamente improponibili e imparagonabili col puro e semplice battito del ditino su una tastiera come un criceto. Il movimento della mano che traccia lettere e parole, implica, nel bambino che sta incominciando a leggere e a scrivere, il riconoscimento di linee, curve, spazi, creando, dal punto di vista cognitivo, una connessione visivo-motoria. La scrittura manuale «costringe» in qualche modo a direzionare il movimento della mano a seconda della lettera che si deve scrivere. Il testo va orientato nello spazio e contenuto all’interno delle dimensioni di un foglio (per fare un esempio). Tutte queste azioni attivano la corteccia parietale preposta alla capacità di calcolo, linguaggio, orientamento spaziale e memoria. Più avanti, lo scrivere in corsivo richiederà necessariamente di saper collegare le lettere tra loro. La tastiera non richiede un simile sforzo: basta picchiare su tasti tutti uguali e le parole vengono da sé.

 

 

L’uso della penna, inoltre, facilita l’apprendimento anche per i suoi tempi «dilatati» che costringono il cervello a selezionare i concetti più importanti e, di conseguenza, assimilarli meglio. I rischi della scrittura su tastiera sono chiari: soprattutto nei bambini piccoli, viene impedito il corretto sviluppo di alcuni meccanismi cognitivi fondamentali. Sono noti i ritardi che l’uso della televisione, dei videoschermi, dei videogiochi e della tastiera provocano nei processi di lettoscrittura. Occorre ricordarli per evitare, fra anni, di ritrovarci con un aumento drammatico di disgrafie, disortografie se non, addirittura, ritardi nella vera e propria capacità di leggere e scrivere. Genitori e insegnanti non possono permettere che siano date informazioni non solo sbagliate, ma decisamente in malafede. A volte sono gli stessi venditori di questi prodotti che finiscono per promuovere convegni specifici sul passaggio dalla penna alla tastiera. Le ricerche scientifiche lasciano poco spazio ai dubbi e quindi i bambini vanno, ancora una volta, tutelati nel loro mondo e nel loro pensiero che è pratico, operativo, concreto e sensoriale. Solo in questo modo potranno crescere e raggiungere le altre fasi della vita.
*pedagogista

La scuola elementare a.C. e d.C. (ante covid e durante il covid)

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Pietro Bordo

DATA: 27 maggio 2021

IL RACCONTO

Scuola e Covid, come si misura la fatica dei bambini alle prese con le nuove regole?

La scuola elementare a.C. e d.C. (ante covid e durante il covid)

Un maestro elementare: silenzio in mensa, sanificazione delle mani e mascherine. Educazione motoria al banco: quando si potrà tornare alle vecchie abitudini?

di Pietro Bordo*

*maestro in una scuola elementare di Roma

Come è cambiata la scuola elementare con il Covid? Che cosa abbiamo imparato in questi mesi in cui gli istituti per i più piccoli sono rimasti comunque aperti, ma con regole di sicurezza contro la pandemia che hanno modificato radicalmente la vita in classe. Ecco la testimonianza sul campo di Pietro Bordo, maestro elementare.

(A.C., Ante Covid) Fino a febbraio 2019 i bambini entravano nell’edificio scolastico da soli e andavano verso l’aula tutti insieme, salendo le scale con un parlottare vivace, allegro; sorridendo e scherzando.
(D. C., Dopo Covid) La maestra (la presenza maschile statisticamente è quasi insignificante in Italia) aspetta la sua classe all’ingresso; l’unica classe ad entrare in quel momento. Fra i bambini c’è sempre allegria, ma il continuo «distanza!» pronunciato dalla maestra la smorza. E la mascherina ne limita la visibilità. Eppure annullare la distanza fisica fra di loro, l’«appiccicarsi» è una delle azioni che più naturalmente i bambini vorrebbero fare. Nessuno scherza.

 

Le nuove regole, ognuno per sé

a.C Dopo aver camminato, a volte corso, per i corridoi, vociando allegramente, lasciavano i giubbotti fuori dell’aula, disfacevano lo zaino e andavano a sedersi, attendendo l’inizio delle lezioni. Con tanti che si avvicinavano ai compagni e raccontavano nell’orecchio chissà quali segreti, con certi sguardi…
d.C. Camminano nei corridoi in fila, con la maestra; parlando, ma non con l’allegria di prima. Davanti all’aula si celebra il rito della sanificazione: la maestra distribuisce il liquido miracoloso, che dovrebbe tranquillizzare tutti ma in realtà tiene vivo il pensiero del pericolo Covid ed intristisce i bambini. I giubbotti si portano in aula e si mettono sullo schienale della propria sedia. E da ora nessuno può più muoversi. Fuori orario, si può andare al bagno solo in casi eccezionali.

 

Tutti chiusi al proprio banco

a.C. Era bello ed educativo per i bambini durante le lezioni scambiarsi gli oggetti di uso comune o prestarsi quelli mancanti o dimenticati a casa: libri personali, matite, penne, gomme per cancellare, fogli di carta.

d.C. È vietatissimo: ognuno «chiuso» nel suo banco, senza nemmeno poter condividere il libro con chi se l’è scordato e quindi non può seguire la lezione. E se qualcuno ha dimenticato l’astuccio il problema è irrisolvibile. a.C. La maestra girava tra i banchi, si avvicinava a chi era in difficoltà e gli sussurrava una parola d’incoraggiamento all’orecchio; e c’era una carezza, un contatto fisico, con tutti. I bambini ne hanno un grande bisogno.

d.C. Teoricamente non si può fare nulla di quanto appena detto, io lo faccio, ed il bambino sente la lontananza della maestra e la carenza di una modalità di rapporto alla quale è sempre stato abituato e che gli è innata. E, dicono gli psicologi e lo vedono le maestre nei loro occhi, ne soffrono tanto e ne sono destabilizzati.

a.C. Durante la ricreazione in aula era bellissimo vedere il formarsi, con continue variazioni, di gruppetti di bambini che giocavano, si scambiavano confidenze, programmavano e realizzavano giochi fantastici, si mostravano disegni fantasiosi. E all’aperto, nonostante gli ampi spazi, spesso c’erano gruppi vari di bambini a distanza ravvicinata; oltre che intenti a giocare a rincorrersi.

d.C. Teoricamente dovrebbero stare seduti anche durante la ricreazione, ma io e gli altri docenti del mio team li facciamo alzare, a patto di stare ognuno dietro la sua sedia. Che tristezza infinita. Ed alcuni bambini si igienizzano ripetutamente le mani con il liquido portato da casa.

 

A pranzo come i monaci

a.C. e d.C      I trenta minuti del pranzo sono più o meno gli stessi. La differenza fondamentale è che sconsigliamo ai bambini di parlare quando sono senza mascherina e le distanze fra i commensali sono maggiori di prima, quando erano tutti molto vicini, a pochi centimetri; come in un pollaio. Per chi passa tante ore al giorno con i bambini è facile immaginare quanto soffrano del distanziamento fisico, che per fortuna non è «sociale», come ignorantemente (nel senso etimologico) detto da tanti da ormai più di un anno. E la scienza lo conferma: secondo uno studio dell’Università della California, c’è una prospettiva psicodinamica che vede nella creazione dei legami sociali ravvicinati una delle condizioni indispensabili per permettere l’evoluzione del pensiero e, soprattutto, della personalità.

 

Il gioco dell’oca

Qualche giorno fa, poiché non possono spostarsi dal loro banco neanche durante la ricreazione, ho inventato il gioco del salto: tutti dietro la loro sedia a saltellare e chi si ferma per ultimo ha vinto. A loro piace moltissimo. Ovviamente appena vedo il primo che sta per fermarsi fermo tutti: tutti vincitori. Poi si inizia di nuovo. Così fanno «motoria» e si distraggono. E la mascherina per otto ore è un vero sacrificio per tutti. Lo è anche per me, che al massimo la devo portare per sei ore, un giorno alla settimana. Non voglio immaginare fra poco, quando nelle aule la temperatura salirà di molto… Quante volte devo dire, con mio grande dispiacere, «tira su la mascherina». Mi fanno una tenerezza infinita. Qualche giorno fa evidenziavo l’importanza delle misure per uscire dalla pandemia e una bambina di otto anni mi ha detto: «Ma se è passato più di un anno e siamo tornati al punto di partenza, come nel gioco dell’oca!». Non so se questa frase sia stata «farina del suo sacco», ma di certo mi ha fatto molto riflettere.

27 maggio 2021 (modifica il 27 maggio 2021 | 09:16)

 

 

L’amicizia: quella on line non è reale

FONTE: Almanacco CNR

AUTORE: Rita Bugliosi

DATA: 8 maggio 2021

L'amicizia ha un ruolo importante nella vita di ciascuno di noi, alla sua base c'è una condivisione di ideali, di valori, di interessi, di fiducia, un sentimento forte di affetto e la sensazione di poter contare sull'altro nei momenti di bisogno. Di certo un concetto molto diverso da quello dell'amicizia sui social network, basata esclusivamente su “mi piace” e sullo scambio di post nei quali si tende a spettacolarizzare la propria vita, mostrando principalmente momenti positivi. Una diversità notevole, che è importante tenere presente. E su cui ci ha spinto a riflettere anche la pandemia di Covid-19, con le limitazioni che ci hanno costretto a ridurre o interrompere le normali frequentazioni di amici per tutelare la salute nostra e altrui.

Eppure, malgrado le raccomandazioni a evitare “assembramenti” e a ridurre le uscite e gli incontri, sono in tanti a ignorare i divieti e a ritrovarsi in luoghi chiusi o all'aperto. Cosa ci spinge a sfidare i rischi di contagio per stare vicini? “Alla base di questi comportamenti c'è una pulsione prosociale, che può essere spiegata a vari livelli. La visione evoluzionista vede nella prosocialità dei mammiferi una finalità legata prevalentemente alla procreazione e all'accudimento della progenie; la visione neurofisiologica evidenzia come gli effetti della socializzazione si possano vedere anche a livello neuronale, dal momento che, secondo uno studio dell'Università della California, “le persone amiche hanno identiche attività cerebrali durante compiti cognitivi, spiega Antonio Cerasa, neuroscienziato dell'Istituto per la ricerca e l'innovazione biomedica (Irib) del Cnr. “Infine, c'è la prospettiva psicodinamica, che vede nella creazione dei legami sociali una delle condizioni indispensabili per permettere l'evoluzione del pensiero e, soprattutto, della personalità. Le tante persone che si vedono in strada e nelle piazze, incuranti del Coronavirus, non sono semplicemente incoscienti privi di consapevolezza del pericolo che corrono, ma persone che rispondono a uno dei più forti bisogni dell'essere umano moderno: essere parte di qualcosa di più grande”.

I social mdia non sono sufficienti a soddisfare questa esigenza. Non a caso, sebbene la nostra società sia sempre più virtualmente connessa, tante persone provano solitudine, poiché i contatti illimitati ma virtuali non restituiscono una reale interazione con gli altri attraverso i nostri sensi, la nostra corporeità ed emotività. Questo forte bisogno che proviamo ha una spiegazione biologica, come sottolinea Cerasa: “A scatenare questa esigenza è l'ossitocina, detto anche ormone dell'amore. È un ormone peptidico, prodotto dai nuclei ipotalamici, coinvolto nel contesto di un'ampia varietà di comportamenti sociali, a partire dal suo ruolo nei legami riproduttivi - tra una madre e i suoi piccoli o tra maschi e femmine - fino ad arrivare ai comportamenti che promuovono la prosocialità. Negli ultimi decenni, la comprensione scientifica dei ruoli dell'ossitocina nel comportamento sociale è progredita enormemente, anche grazie al contributo dei ricercatori dell'Istituto di neuroscienze del Cnr, che da anni studiano gli effetti di questo ormone. Per esempio, si è scoperto che questa sostanza non viene prodotta solo quando ci sono contatti fisici affettuosi o nel gioco, ma anche durante comportamenti che potenziano le interazioni con gli altri individui, come la selettività sociale, che scatena manifestazioni di aggressività verso quanti non fanno parte del gruppo. E la selettività sociale è uno dei comportamenti più premiati dall'evoluzione, perché permette di sostenere le strutture sociali esistenti. Quindi, oggi si parla più di ossitocina come ormone dell'amicizia che dell'amore”.

L'amicizia, quella vera, che prevede contatto fisico, incontri, scambio diretto di opinioni ci provoca dunque benessere, non altrettanto sembra invece faccia l'amicizia sui social. “Un gruppo di psicologici dell'University of Winsconsin ha dimostrato che i messaggi istantanei che arrivano sui social (il principale rinforzo della socializzazione digitale) non producono ossitocina, come ci si aspetterebbe, ma un'altra serie di ormoni, quali il cortisolo, l'ormone dello stress. Come a dire che l'eccesso di vita sociale a livello digitale comporta più stress cognitivo che vero e proprio piacere di stare con gli altri”, conclude il neuroscienziato del Cnr-Irib.

Polizia Postale: consigli ai genitori per l’uso dei social

FONTE: la Repubblica.it

AUTORE: Alessandra Ziniti

DATA: 22 gennaio 2021

In quattro punti le indicazioni della Polizia postale ai genitori: " Spiegate ai ragazzi i rischi concreti, si sentono immortali. E segnalateci i casi sospetti"

"Mostratevi curiosi verso ciò che tiene i ragazzi incollati agli smartphone, assicuratevi che conoscano i rischi delle sfide online. Parlatene con loro e metteli in guardia. E segnalateci tutti i casi sospetti". Così il giorno dopo la tragica fine della bambina di 10 anni a Palermo, la polizia postale lancia il suo appello alle famiglie affinché non sottovalutino i pericoli della rete e parlino con i loro figli.

Non sono solo sfide per balletti o karaoke quelle che i ragazzi e ormai anche i bambini accettano sui social. Ed ecco, in quattro consigli, come la Polizia postale propone ai genitori di intervenire,

Parlare delle sfide

"Fate in modo che i ragazzi non subiscano il fascino di queste sfide. Alcune challenge espongono a rischi medici (assunzione di saponi, medicinali, sostanze di uso comune come cannella, sale, bicarbonato), altre inducono a compiere azioni che possono produrre gravi ferimenti a sè o agli altri (selfie estremi, soffocamento autoindotto, sgambetti, salti su auto in corsa, distendersi sui binari).

Spiegare i rischi concreti

" Assicuratevi che abbiano chiaro quali rischi si corrono a partecipare alle sfide online. I ragazzi spesso si credono immortali e invincibili per una immaturità delle loro capacità di prevedere le conseguenze di ciò che fanno".

Capire cosa li attrae

"Monitorate la navigazione e l’uso delle app social, anche stabilendo un tempo massimo da trascorrere connessi. Mostratevi curiosi verso ciò che tiene i ragazzi incollati agli smartphone: potrete capire meglio cosa li attrae e come guidarli nell’uso in modo da essere sempre al sicuro".

Segnalare video e inviti a sfide

"Se trovate in rete video riguardanti sfide pericolose, se sui social compaiono inviti a partecipare a challenge, se i vostri figli ricevono da coetanei video riguardanti le sfide, segnalateli subito alla Polizia postale anche online  sul sito del commissariato di ps online"

I miei poveri piccoli alunni ancora senza banco individuale

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE:  Pietro Bordo

DATA: 24 novembre 2020

Caro Corriere,

                               non so se lo sai, ma i banchi individuali, che dovevano essere disponibili all’inizio dell’anno scolastico, «al massimo alla fine di ottobre», ancora non ci sono; sicuramente nelle tre classi della scuola primaria nelle quali insegno io, ed in tutte quelle che ho visto passando nel corridoio del mio piano (plesso Piccinini dell’Ic A. Fraentzel Celli). E manca poco a dicembre. Per i bambini è un disagio notevole stare sul lato corto del banco e la distanza di sicurezza in aula non è garantita.

E da poco al disagio per i banchi individuali mancanti si è aggiunto quello per le mascherine, da portare per sette ore! Io dopo tre ore entro in sofferenza. Poveri bambini, che tenerezza mi fanno.

Tu, caro Corriere, puoi segnalarlo a chi di dovere? Grazie.

La qualità negata a scuola

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Ernesto Galli della Loggia

DATA:  24 settembre 2020

L’istruzione in definitiva è la capacità e dedizione, la qualità degli insegnanti, non i programmi, i laboratori, le attrezzature, l’«inclusione»

Che significa «investire nell’istruzione»? Che significa in concreto questa formula che sentiamo ripetere come un mantra da settimane, specie da quando è all’ordine del giorno la famosa «ripartenza del Paese» sollecitata dal luccicante miraggio dei forzieri di Bruxelles? Investire nell’istruzione va bene, ma in che cosa in particolare? Nel diritto allo studio? Nell’edilizia? Nel Mezzogiorno? Nella riduzione dell’abbandono scolastico? Nelle retribuzioni degli insegnanti? Nel favorire corsi e sedi d’eccellenza? Nella digitalizzazione, nel promuovere all’università un settore disciplinare piuttosto che un altro? Nessuno si cura di specificarlo: il che come si capisce è la migliore premessa per la solita distribuzione di soldi a pioggia di cui noi italiani siamo specialisti. Riempirsi la bocca di chiacchiere e concepire progetti grandiosi per poi alla fine distribuire un mare di mance che lasciano le cose come prima. Invece dovremmo preliminarmente chiederci: siamo davvero sicuri che in vista di una buona scuola (mi occupo solo di questa, non dell’università) il problema principale, quello da cui ogni altro dipende, sia quello finanziario? Non lo credo. Più soldi sono necessari, necessarissimi per mille ovvie ragioni, ma la questione decisiva è un’altra. Sono gli insegnanti. Sono infatti loro la scuola. La scuola in definitiva è la loro capacità e dedizione, la loro qualità, non i programmi, i laboratori, le attrezzature, l’«inclusione» o quant’altro. E dunque la crisi dell’istruzione scolastica dipende in larga misura dalla crisi della loro figura e del loro ruolo. In una parola dalla fine della loro centralità.

Negli ultimi decenni la peculiarità della figura dell’insegnante, di chi ogni mattina entrando in classe e chiudendosi la porta alle spalle affronta la scommessa cruciale: riuscire ad avviare delle giovani menti alla conoscenza e alla vita, oppure ridursi al rango di un impiegatuccio qualsiasi, questa peculiarità è andata scomparendo. Cancellata dal dilagante burocratismo cartaceo, dall’affollarsi di compiti e mansioni le più varie collaterali all’insegnamento, ma soprattutto da una pervasiva ideologia che ha fatto della scuola una istituzione di tipo socio-assistenziale regolata da un democraticismo pseudobenevolo che si è fatto un punto d’onore nel considerare degli inutili ferrivecchi il merito e la disciplina. Cioè proprio le due dimensioni cruciali in cui s’incardina il ruolo dell’insegnante e per riflesso anche la sua autorevolezza sociale: la possibilità grazie all’accertamento non contrattabile del primo e all’amministrazione della seconda di influire in maniera significativa sul futuro dei giovani.

 

So bene che parole come queste suonano alle orecchie di molti come un condensato di pensiero reazionario, a un dipresso come il proposito di trasformare la scuola in un penitenziario. Ma a chi la pensa così vorrei ricordare l’esempio della Germania, uno dei Paesi più liberi e democratici d’Europa. Dove al termine dei quattro anni della scuola elementare (della scuola elementare!) un alunno non può affatto iscriversi al corso di studi che più gli piace. A raccomandare l’iscrizione a questo o a quel corso, infatti, è la scuola, e dipende dai voti che il bambino ha conseguito. Ad esempio, per potersi iscrivere al Gymnasium, l’equivalente più o meno del nostro liceo e via maestra per l’iscrizione all’Università, bisogna aver riportato nella materie basiche almeno una votazione corrispondente al nostro 8. Si noti che in molti Länder tale «raccomandazione» della scuola è in realtà vincolante e dove non lo è, se i genitori vogliono comunque iscrivere al liceo il bambino, questo deve allora sostenere un esame o una lezione di prova.

Lascio ai lettori stimare le conseguenze positive che un simile sistema produce (ne produrrà senz’altro anche di negative ma sfido chiunque a trovare un sistema perfetto che non lo faccia), a cominciare dall’ovvia diminuzione degli abbandoni scolastici a causa dell’errata valutazione da parte dei giovani della propria vocazione/capacità. Ma il punto che ora m’interessa è un altro, ed è questo: riesce qualcuno a immaginare il clima, l’insieme delle relazioni alunni-docenti, che vigono in una scuola come quella che ho appena delineato? Riesce qualcuno a raffigurarsi nei termini esatti il prestigio sociale che in un tale sistema finisce per avere l’istruzione, la figura del maestro e dell’insegnante in generale? È presumibile, certo, che anche l’entità delle retribuzioni di questi sia consistente, più consistente di quello a cui siamo abituati noi in Italia — e infatti lo è — ma da che cosa dipende ciò se non pur sempre dal prestigio di cui sopra?

Si tratta di un prestigio, come si capisce, direttamente proporzionale al ruolo in buona parte decisivo che il giudizio della scuola ha, e non esita ad avere, sulla vita dei giovani, sul loro futuro, un giudizio in pratica senza appello, per rimediare al quale non esistono le dubbie scappatoie a caro prezzo tipo Cepu, «Grandi Scuole» e Università telematiche che esistono da noi. Ed è un prestigio direttamente proporzionale al profondo senso di responsabilità e dunque alla serietà con cui la scuola e chi vi lavora sentono di dover assolvere al proprio compito: senza indulgenze pelose, senza farsi scudo dietro la retorica dell’«accoglienza», e naturalmente tenendo le famiglie rigorosamente fuori dalla porta.

Certamente l’Italia non è la Germania, ma dobbiamo convincerci che la qualità dell’istruzione dipende più che da ogni altra cosa dalla centralità/qualità degli insegnanti, e che a sua volta questa finisce per dipendere direttamente dal modello di scuola che si adotta. Negli ultimi decenni noi abbiamo introdotto una serie di riforme scervellate che hanno costruito una scuola in cui per fortuna i bravi insegnanti ancora esistono ma dove quella centralità è stata di fatto spregiata e messa al bando. Restaurarla, rafforzarla, stimolarla dovrebbe essere oggi il primo compito di un ministro dell’Istruzione che non volesse rassegnarsi ad essere, dietro la cortina di generiche vuotaggini, un virtuale curatore fallimentare.