Il sonno insufficiente negli adolescenti è associato a sovrappeso e obesità

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Silvia Turin

DATA: 22 agosto 2022

Nuovo studio su ragazzi spagnoli. Sovrappeso e obesità più probabili del 72% a 14 anni nel confronto tra chi dorme meno di 7 ore e più di 8 ore. Resta da capire il ruolo delle tecnologie

Gli adolescenti dormono troppo poco e questo comporta per loro un rischio aumentato di essere obesi o sovrappeso, con tutto il carico di future malattie che potranno insorgere legate al peso corporeo eccessivo.

 

Lo studio

Lo ha mostrato uno studio del Centro nazionale spagnolo per la ricerca cardiovascolare (CNIC) di Madrid, presentato al «Congresso della Società Europea di Cardiologia 2022» in corso a Barcellona. Sono stati presi in esame 1.229 adolescenti con un’età media di 12 anni e un numero uguale di ragazzi e ragazze. Il sonno è stato misurato per sette giorni con un tracker all’età di 12, 14 e 16 anni. I partecipanti sono stati classificati come «dormienti molto brevi» (meno di 7 ore), «dormienti brevi» (da 7 a 8 ore) e «ottimali» (8 ore o più). Sovrappeso e obesità sono stati determinati in base all’indice di massa corporea. I ricercatori hanno calcolato anche un punteggio per il rischio di «sindrome metabolica» che andava da valori negativi (più sani) a valori positivi (più malsani), che includevano la circonferenza della vita, la pressione sanguigna e i livelli di glucosio nel sangue e lipidi.

 

Associazioni tra peso e igiene del sonno

È risultato che a 12 anni solo il 34% dei partecipanti dormiva almeno 8 ore a notte, valore sceso al 23% e al 19% rispettivamente a 14 e 16 anni. Le associazioni tra durata del sonno, sovrappeso/obesità e punteggio della sindrome metabolica sono state analizzate dopo aver escluso variabili come l’educazione dei genitori, lo stato di migrante, l’attività fisica (da moderata a vigorosa), lo stato di fumatore, l’assunzione di calorie, il luogo di residenza e la scuola.
Nei dormienti molto brevi sovrappeso e obesità erano più probabili il 21% a 12 anni e il 72% a 14 anni rispetto al gruppo di chi dormiva dalle 8 ore in poi. Ugualmente i dormienti brevi avevano il 19% e il 29% in più di probabilità di essere sovrappeso/obesi rispetto ai dormienti ottimali rispettivamente a 12 e 14 anni. Anche i punteggi medi della sindrome metabolica erano più alti in questi due gruppi rispetto ai dormienti ottimali.

 

Le cause della mancanza di ore di sonno

«Il nostro studio mostra che la maggior parte degli adolescenti non dorme abbastanza e questo è collegato all’eccesso di peso e alle caratteristiche che promuovono l’aumento di peso, potenzialmente predisponendoli a problemi futuri», ha affermato l’autore principale Jesús Martínez Gómez, ricercatore del Centro nazionale spagnolo per la ricerca cardiovascolare (CNIC) di Madrid. «Le connessioni tra sonno insufficiente e salute cattiva erano indipendenti dall’assunzione di calorie e dai livelli di attività fisica, il che indica che il sonno stesso è importante. Attualmente stiamo studiando se le cattive abitudini del sonno siano correlate al tempo passato davanti allo schermo», ha concluso Gómez.

Smartphone e social ai figli, i capi del web li vietano

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Milena Gabanelli e Francesco Tortora

DATA: 22 giugno 2022

Le linee guida dell’Oms sono chiare. Per i bambini da zero a due anni vale il divieto assoluto di essere piazzati davanti a uno schermo, dai due ai quattro anni non si deve mai stare per più di un’ora al giorno a guardare passivamente schermi televisivi o di altro genere, come cellulari e tablet. Dai 6 ai 10 anni la soglia critica si ferma a 2 ore. L’Oms spiega che il tempo trascorso davanti allo schermo può danneggiare i bambini e indica correlazioni con sovrappeso, obesità, problemi di sviluppo motorio e cognitivo e di salute psico-sociale. Inoltre l’eccessiva esposizione ai dispositivi rischia di ledere la capacità di esprimere emozioni e comunicare efficacemente.

Il digital divide si è capovolto

Fino a poco più di un decennio fa il digital divide separava gli adolescenti delle famiglie agiate che avevano la possibilità di collegarsi a Internet e scoprire il mondo digitale dai coetanei privi di un adeguato accesso alla Rete. Oggi, con il veloce sviluppo della tecnologia, accelerato dalla pandemia, si è creata una realtà opposta. Lo studio più completo lo hanno fatto gli americani su loro stessi. Nel 2011 solo il 23% degli adolescenti americani possedeva uno smartphone, oggi la percentuale è del 95%Secondo una ricerca dell’associazione non profit «Common Sense Media» gli adolescenti di famiglie a basso reddito trascorrono in media 8 ore e 7 minuti al giorno davanti a uno schermo per intrattenimento, mentre i coetanei con reddito più elevato si fermano a 5 ore e 42 minuti. Il problema è l’onnipresenza dei dispositivi (il 45% dei teenager Usa è consapevole di essere dipendente dallo smartphone). Chi in assoluto tiene lontano i propri figli dall’iperstimolo tecnologico e dalla dipendenza dai social sono proprio i creatori di questi dispositivi: i manager della Silicon Valley scelgono per i loro eredi un’educazione mirata che limita radicalmente l’uso dei device.

Cosa succede nella Silicon Valley

Steve Jobs, il fondatore di Apple, non permetteva alle figlie adolescenti di usare iPhone e iPadBill Gates, fondatore di Microsoft e quarto uomo più ricco del mondo, non ha dato ai figli il cellulare prima dei 14 anni e ha imposto regole ferree come il «coprifuoco digitale» (a letto senza schermi) dopo essersi accorto che la maggiore, Jennifer Katharine, usava troppo i videogiochi. Anche Sundar Pichai, amministratore delegato di Alphabet e Google, ha vietato lo smartphone ai due figli fino ai 14 anni e ha limitato a poche ore al giorno la visione della tv. Satya Nadella, amministratore delegato di Microsoft, monitora attentamente i siti web visitati dai figli facendosi mandare rapporti settimanali sul loro uso. Stessa strategia di Chris Anderson, ex editore di Wired e amministratore delegato di 3D Robotics, che ha educato i figli imponendo limiti di tempo e controlli su ogni dispositivo elettronico presente in casa, oltre a bandire gli schermi dalla camera da letto fino a 16 anni. Evan Williams, co-fondatore di Twitter, Blogger e Medium, ai figli adolescenti ha sempre preferito comprare libri anziché gadget tecnologici mentre Tim Cook, amministratore delegato di Apple, ha proibito al nipote i social networkSusan Wojcicki, Ceo di YouTube, ha autorizzato lo smartphone solo quando i suoi 5 figli hanno cominciato a uscire da soli e ha deciso di sequestrare tutti i device durante le vacanze per aiutarli a «concentrarsi sul presente». Infine Evan Spiegel, co-fondatore e amministratore delegato di Snapchat, con la moglie Miranda Kerr ha permesso al figliastro Flynn di trascorrere al massimo un’ora e mezzo alla settimana davanti agli schermi.

Le scuole senza tecnologia

I pionieri del web, come tanti altri manager della Silicon Valley, non si limitano a vietare i dispositivi tecnologici in casa, ma scelgono asili e scuole tutt’altro che hi-tech. Gli istituti pubblici americani che ospitano i figli delle classi medie e più povere diventano sempre più digitalizzati (ciò si è rivelato particolarmente positivo negli anni del Covid perché ha permesso a tutti gli alunni, anche quelli più svantaggiati, di seguire le lezioni da remoto). Ma mentre Google Apple cercano di piazzare i loro software nelle scuole pubbliche per offrire ai piccoli «le competenze del futuro», nella Silicon Valley e in altre aree abitate da dirigenti del settore tecnologico sono sempre più popolari le «Waldorf Schools» che promuovono l’approccio educativo sviluppato a partire dal 1919 da Rudolf Steiner: apprendimento attraverso attività ricreative e pratiche. A Los Altos c’è la Waldorf School of the Peninsula, con circa 320 studenti dall’asilo nido alla scuola superiore (2/3 hanno genitori che lavorano per i giganti del web): per i più piccoli soprattutto giocattoli di legno e interazioni all’aria aperta.

Si tratta di uno dei 270 istituti steineriani negli Stati Uniti52 solo in CaliforniaIn Italia ce ne sono 97 (65 scuole dell’infanzia, 30 scuole del primo ciclo e 2 scuole superiori, con 4 mila alunni e 500 insegnanti). Nel mondo sono oltre 3.100 con circa un milione di alunni e un aumento del 500% di iscrizioni negli ultimi 20 anni.

Secondo i sostenitori di questo metodo pedagogico, che insegna le frazioni tagliando la frutta in parti uguali, i computer inibiscono il pensiero creativo dei bambini e riducono i tempi di attenzione

A Los Altos solo a partire dalla terza media è previsto l’uso limitato di gadget tecnologici. I costi delle iscrizioni sono alti (si va dai 23 mila dollari dell’asilo ai 45 mila del liceo), ma nonostante l’assenza di lavagne interattive e di aule cablate a detta della scuola la preparazione è garantita: il 95% dei ragazzi che si diplomano nell’istituto - spiega il sito ufficiale - sono riusciti a entrare nelle più prestigiose università americane e a laurearsi in modo eccellente. Per chi non può permettersi queste rette restano scuole e asili pubblici che hanno scelto, in maggioranza, aule cablate e device. Nella vicina Menlo Park dove ha sede il quartier generale di Meta, la pubblica Hillview Middle School propone il programma iPad 1:1 ovvero per ogni alunno un iPad su cui studiare. La rete di scuole materne esclusivamente online «Waterford UPSTART» è presente in più di 15 Stati e serve oltre 300 mila bambini all’anno.

Proibiti gli smartphone alle babysitter

Gli adolescenti e i pre-adolescenti americani (8-12 anni) di famiglie a basso reddito, non potendosi permettere doposcuola e corsi extra-scolastici, restano almeno due ore in più davanti agli schermi rispetto ai benestanti. Noorena Hertz ne «Il secolo della solitudine», spiega che i genitori della Silicon Valley arrivano a includere nei contratti una clausola che vieta alle babysitter di utilizzare, per qualsiasi scopo, smartphone, tablet, computer e tv davanti ai bambini. «Mentre i più ricchi - scrive Hertz - possono pagare perché i loro figli conducano vite con un ridotto uso di schermi, assumendo tutor umani invece di metterli davanti a un tablet, per la stragrande maggioranza delle famiglie questa non è un’opzione praticabile». Le tate della Silicon Valley che spesso lavorano per il colosso online «UrbanSitter» accettano la sfida e ispirandosi al passato propongono ai bambini giochi da tavolo e attività fisica.

I social e il nuovo corso del Congresso

I magnati della Silicon Valley conoscono bene i danni che possono provocare in tenera età i gadget tecnologici dal «design persuasivo» sviluppati con la collaborazione di psicologi infantili. Adesso a correre ai ripari potrebbe essere il Congresso Usa. Nel settembre 2021 l’ex product manager Frances Haugen ha presentato alla sottocommissione del Senato sulla protezione dei consumatori migliaia di documenti riservati di Facebook (non si chiamava ancora «Meta»), poi pubblicati dal Wall Street Journal, che dimostravano come la società fosse consapevole dei disagi psicologici e della dipendenza provocati dal social network negli utenti più giovani. Nell’ultimo discorso sullo stato dell’Unione Joe Biden ha promesso una norma per salvaguardare i bambini dai pericoli online e il Congresso è pronto a chiedere alle piattaforme di cambiare modello di business. Per ora Meta ha bloccato «Instagram Kids», versione del social per under 13. Da febbraio è fermo in Senato il «Kids Online Safety act» un progetto di legge bipartisan sulla protezione dei bambini che vieta alle piattaforme web di raccogliere dati da utenti che hanno meno di 16 anni: per mesi la sottocommissione sulla protezione dei consumatori ha raccolto prove sulla profilazione dei minori da parte dei social a fini pubblicitari. C’è anche questo sfruttamento nei 115 miliardi di dollari guadagnati da Facebook nel 2021, e nei 28,8 miliardi portati a casa da YouTube.

La tecnologia è neutra

Come gli Stati Uniti, anche l’Italia punta sullo sviluppo digitale della scuola pubblica. Già ora gli studenti di primarie e secondarie utilizzano dispositivi elettronici in classe e a casa (circa l’88% dei bambini e ragazzi tra i 9 e i 16 anni). Il Pnrr prevede un investimento complessivo nell’istruzione di 17,5 miliardi, di cui 2,1 miliardi per realizzare la transizione digitale e dotare gli istituti degli strumenti più innovativi in modo da «trasformare le aule in ambienti di apprendimento connessi e digitali».

La questione chiaramente non è la tecnologia digitale in sé, che è sempre più parte integrante della nostra vita, e contribuirà a migliorarla, ma come educare i bambini all’utilizzo dei dispositivi senza diventarne dipendenti

Anche su questo terreno la distanza fra ricchi e poveri si sta allargando: i primi più stimolati a sviluppare memoriaconcentrazioneempatia capacità comunicativa, i secondi assorbiti nel mondo solitario del virtuale e con sempre maggiore difficoltà a relazionarsi.

 

Tocca ai docenti creare un buon rapporto con le famiglie

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Pietro Bordo

DATA: 16 maggio 2022

Il patto educativo: cari professori, tocca a noi creare un buon rapporto con le famiglie

di Pietro Bordo, maestro elementare

Con rispetto e comprensione si risolvono anche le situazioni più complicate. Ma ci vuole la collaborazione di tutti. E negli ultimi anni la situazione è migliorata

A proposito della discussione sui rapporti tra genitori e studenti e sulla fine di fatto del patto educativo nelle scuole, per me, rispetto agli anni ’80, quando ho iniziato ad insegnare, sono migliorati. In quegli anni genitori e docente (c’era il docente unico alle elementari) comunicavano pochissimo, solo in occasioni particolari o straordinarie. Con alcuni genitori dei miei alunni non ho mai parlato! Oggi per il team della classe sono periodicamente previsti incontri con i genitori di ogni bambino ed incontri in assemblea con tutti i genitori della classe. Nei colloqui individuali si parla ovviamente di ciò che riguarda il singolo alunno, anche se non di alcuni argomenti importanti della sua vita; nelle assemblee della vita della classe, in generale. E soprattutto in quest’ultime spesso arrivano contributi positivi da parte dei genitori.

Il ruolo del prof

Un docente per avere un buon rapporto con i genitori, conditio sine qua non per svolgere un lavoro veramente efficace, è fondamentale che abbia chiari alcuni concetti. Ciò che i genitori pensano del docente dipende da come lui si comporta in classe con il proprio figlio e da come lui si rapporta con i genitori nei colloqui individuali ed in assemblea. Se il bambino capisce che fra lui ed il docente c’è una relazione significativa, per la quale egli è accolto, accettato, amato (sì!) a prescindere dai risultati, il bambino riferirà positivamente a casa e soprattutto sarà stimolato ad impegnarsi sempre di più in tutte le attività scolastiche. Ed accetterà anche rimproveri e voti non belli, se è reso consapevole che sicuramente migliorerà in tutto. Se i genitori nei rapporti con i docenti vedono rispetto e comprensione, ed il docente non si mostra saccente ed arrogante, difficilmente si contrappongono ed accettano, nella mia esperienza è così, ciò che viene loro detto e proposto. E se sorgono dei problemi è fondamentale che il docente resti calmo e sereno, ricordando che lui è un professionista della formazione ed i genitori no. Inoltre loro stanno parlando del loro figlio, di ciò che hanno di più prezioso, quindi hanno un coinvolgimento emotivo enorme e meritano comprensione e rispetto, anche se sbagliassero. Ovviamente in caso di posizioni inconciliabili (generalmente sulle valutazioni singole o quadrimestrali) il docente deve spiegare bene che tutto è stato fatto nell’interesse del bambino. E successivamente, nella mia esperienza decennale è così, i genitori capiscono.

Il riconoscimento

In un caso mi è successo che mi sia stata riconosciuta la giustezza del mio operato parecchi anni dopo. La situazione si può complicare, una sola volta mi è capitato, in oltre quarant’anni, se i genitori in disaccordo con il docente si rivolgono alla preside e questa non è equilibrata e getta benzina sul fuoco. Dopo, ricucire i rapporti richiede tempo e fatica. Ma ci sono riuscito. Seguendo i criteri sopra esposti, posso affermare senza tema di smentita che ho sempre avuto rapporti ottimi con tutte le famiglie. Anche se in qualche rarissimo caso ho dovuto faticare all’inizio per conquistarlo, consapevole che senza questa situazione il docente non può fare il massimo per aiutare il bambino. Anzi, può fare poco. Posso aggiungere che quasi tutte le colleghe dei miei team hanno condiviso quanto sopra detto, poiché ne abbiamo parlato molto ad ogni inizio di anno scolastico dandoci vicendevolmente dei consigli e studiando come rapportarci con genitori particolarmente difficili già conosciuti. Ovviamente nonostante tutto sono capitati alcuni momenti e situazioni di non facile gestione; ma tutti risolti. Il fatto che qualsiasi genitore dei miei ex alunni incontri, anche dopo qualche decina di anni, mi saluti con atteggiamento molto cordiale ed affettuoso è la prova che quanto scritto sopra non sono solo parole. Concludo: se il docente si impegna al massimo riesce a realizzare ed attuare un patto educativo con i genitori, nel reciproco rispetto e riconoscimento dei ruoli; e ciò dà grandi benefici alla crescita umana e culturale del bambino.

Figli sconosciuti per molti genitori: come evitarlo

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Pietro Bordo

DATA: 25 febbraio 2022

I consigli di Pietro Bordo ai genitori che «non riescono più a gestire i propri figli». Non comprate la loro gratitudine, ascoltateli, già quando sono piccoli.

Sempre più frequentemente si sentono papà e mamme dire “Non li gestiamo più”. Infatti dall’adolescenza in poi tanti genitori non riescono più a gestire, controllare i propri figli. Tale situazione è la drammatica conseguenza di comportamenti inadeguati da loro tenuti, con la colpevole complicità della scuola, nella fascia d’età della scuola elementare e media. Certi comportamenti negativi dei ragazzi dipendono soprattutto dalla cultura dell’impunità, che si sviluppa in tenera età in famiglia e nella società, soprattutto a scuola. La scuola in passato educava come oggi ai valori positivi comuni, ma senza il buonismo e la tolleranza eccessivi attuali, che consentono a tanti bambini di fare tutto senza praticamente averne conseguenze significative.

Ciò che più produce danni nei ragazzi e nei docenti è l’acquisizione della consapevolezza della quasi impunità, qualunque sia il loro comportamento, poiché pochi se ne occupano sul serio, anche perché non hanno strumenti per farlo. E tanti “9” e “10”, praticamente a tutti, consentono a genitori, che hanno tanto da fare e sono distratti, ed agli insegnanti, che poco vogliono fare, o non vogliono problemi con i genitori, di vivere felici e tranquilli. La causa principale per la quale chi abdica al proprio ruolo non riesce più a gestire i ragazzi sta nel fatto che genitori (e anche insegnanti) non conoscono più, o non hanno mai fatto lo sforzo di conoscere, i propri figli, o alunni, di osservarli e di dialogare con loro. Un fattore diseducativo molto importante è l’abitudine di tanti genitori di superare il senso di colpa derivante dalla consapevolezza di stare poco con i figli “comprando” la loro gratitudine, abituandoli quindi ad avere subito, a prescindere dall’averli meritati, tanti oggetti materiali, spesso costosi ed inutili.

Molti genitori stanno poco con i figli. Peccato che il tempo che loro non danno ai propri figli è ciò che essi più desiderano. I bambini crescendo, a volte soprattutto o soltanto fisicamente, potranno sempre avere tutto? Penso appaia evidente l’importantissimo, direi vitale, ruolo dei genitori e dei docenti, che dovrebbero insieme collaborare, con sicuro effetto sinergico, per educare ed istruire i bambini.

Per provare ad ovviare ai problemi sopra esposti un piccolo consiglio che, lo so per esperienza riferitami da tanti genitori dei miei ex-alunni, ha quasi sempre funzionato. Anche il papà o la mamma più impegnati possono trovare dieci minuti, possibilmente ogni giorno, o anche a giorni alterni, da dedicare ad un colloquio individuale, a quattr’occhi, col figlio. Durante questo colloquio il genitore ed il bambino si raccontano vicendevolmente, ad esempio, il fatto più bello e meno bello della giornata trascorsa; ed altro. Se ciò accade quando il bambino è piccolo, l’ideale è iniziare dai sei anni, egli si abitua a questo rapporto e quando, dall’adolescenza, il mondo esterno gli offrirà opportunità rischiose o “strane” c’è la concreta possibilità che prima di compiere una scelta pericolosa possa chiedere un parere al genitore, in quei dieci minuti. Credete, le mie parole non sono teoria ma la descrizione di quanto accaduto in tanti casi, quando il genitore ha pensato al futuro del figlio. Inoltre, me lo hanno detto tanti genitori, quei dieci minuti sono uno dei momenti più belli di qualsiasi giornata.

La Sinistra ha creato gli studenti ignoranti

FONTE: La Nuova Bussola Quotidiana

AUTORE: Chiara Pajetta

DATA:  6 dicembre 2021

“Il danno scolastico”, libro-denuncia di Mastrocola-Ricolfi, che hanno elaborato i dati del disastro del nostro sistema di istruzione. «Se il figlio dell’idraulico non fa il liceo e non arriva a laurearsi è perché non ci riesce. E non ci riesce perché ha fatto una scuola che non l’ha preparato abbastanza».

“I capaci e i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi.” Questa la promessa della nostra Costituzione, nel suo articolo 34. Ma Paola Mastrocola e Luca Ricolfi, nel documentato saggio edito da La nave di Teseo, descrivono cosa è invece accaduto negli ultimi sessant’anni, con i cambiamenti della scuola e dell’università. E dimostrano che “a pagare il conto più salato sono stati i ceti popolari”. Il paradosso più incredibile è che questa “strage degli innocenti” sia stata perpetrata in nome dell’uguaglianza e dei diritti dei più deboli, senza che nessuno abbia fatto nulla per fermarla. Così i due autori ci raccontano quello che definiscono “uno sbaglio enorme” avvenuto sotto i loro occhi negli ultimi decenni, da quando erano bambini fino a quando entrambi hanno insegnato al liceo e all’università.

 

“A scuola vanno bene solo i figli di papà. La scuola è classista, ben poco democratica, non fa da ascensore sociale”. Il figlio dell’idraulico fa l’idraulico, il figlio del notaio fa il notaio. Questa è l’accusa dei progressisti alla scuola tradizionale. Ma in realtà non è più così, il figlio dell’idraulico si diploma e va all’università, ma spesso non la finisce. Il motivo tuttavia non è tanto la situazione di partenza, bensì la mancanza di quello “scandaloso e immorale motore di avanzamento” che sono oggi le lezioni private, che aiutano a colmare le abissali lacune nella preparazione di base degli alunni svogliati che se le possono permettere, ma non sono invece accessibili ai meno fortunati. Perché il cuore della questione, che le analisi trascurano, è la preparazione realmente offerta dall’istituzione scolastica, il livello di studio, la qualità e la quantità di ciò che viene effettivamente insegnato e quindi imparato. “Se il figlio dell’idraulico non fa il liceo e non arriva a laurearsi è perché non ci riesce. E non ci riesce perché ha fatto una scuola che non l’ha preparato abbastanza”. Questa l’accusa spietata lanciata dalla Mastrocola. “Un ragazzo non potrà fare il liceo se noi per otto anni (cinque di elementari e tre di medie) non gli abbiamo insegnato quasi niente” o “se gli abbiamo insegnato qualcosa, ma poi non abbiamo anche deciso di esigere e di pretendere che lui le sapesse, quelle cose!”. È ovvio: se uno non sa scrivere non è in grado di fare un discorso compiuto;  se non sa cogliere i significati profondi di ciò che legge non potrà frequentare con successo né liceo né università. È la scuola che in effetti l’ha reso uno “svantaggiato”: la colpa è del percorso formativo con i suoi insegnanti. Ecco il danno scolastico, che causa la cosiddetta “dispersione scolastica”, cioè l’ abbandono della scuola, oppure la fuga verso  istituti “più facili” e degradati.

L’inadeguatezza cognitiva e culturale, prodotta dalla scuola stessa, impedisce agli studenti di superare gli esami universitari, per cui non arrivano alla laurea (in Italia la percentuale di laureati rispetto agli iscritti al primo anno è tra le più basse in Europa). I dati raccolti da Ricolfi su quella che definisce una “catastrofe cognitiva” sono lo specchio della sua esperienza di docente: in università agli esami il più delle volte lo studente non è semplicemente impreparato. Non capisce le domande. Il professore si è trovato di fronte a “un abisso che è innanzitutto di organizzazione mentale e di capacità di assimilazione”.

E perché accade questo disastro? si è chiesto. È il risultato di un cambiamento complessivo della società italiana, che ha accettato e gradito le scelte di una scuola facilitata e progressista con i suoi  slogan, come “la scuola dell’obbligo non può bocciare” e “il diritto al successo formativo”. Ma le basi per andare avanti le dovrebbe dare proprio la scuola dell’obbligo, che invece fa bellamente proseguire ragazzi disarmati e quindi votati al fallimento. Così inesorabilmente si è giunti all’abbassamento progressivo degli standard dell’istruzione nella scuola e nelle università. Riforma dopo riforma lo scempio è stato compiuto, con lo spezzettamento delle parti di programma su cui essere interrogati o l’introduzione massiccia degli strumenti di valutazione “a crocette”. Mastrocola e Ricolfi sono coscienti dell’impossibilità di tornare tout court alla scuola del passato, che ci raccontano con nostalgia, ma che ora sarebbe improponibile, perché il mondo è davvero cambiato. Ma alcune indicazioni le offrono, ripescando il metodo sperimentato nella loro infanzia-adolescenza.

Un tempo “si studiava scrivendo”: chi ha una certa età ricorda i quaderni di appunti e le paginate di analisi logica e di parafrasi. O i temi, naturalmente. E l’impegno a ripetere ciò che si era studiato e sintetizzato. Era un modo di far “durare “ le nozioni che si leggevano, per “inciderle nella testa”. Pensiamo invece a come studiano i ragazzi oggi: leggono un capitolo e richiudono il libro. E non ricordano. Per non parlare dell’eliminazione o riduzione della letteratura (Manzoni no, è noioso, Dante troppo difficile).

Al contrario la Mastrocola sottolinea con vigore che “la letteratura ci educa alla distanza, ci rende familiare anche la lontananza spaziale e temporale”. Tanto più importante in un mondo dove vogliamo educare i giovani al rispetto delle differenze. Pensiamo all’obbrobrio della cancel culture, che provoca errori madornali di prospettiva. Succede quando non si ha dimestichezza col passato e non si è in grado di interpretare, cogliere il valore simbolico anche della storia. Giustamente i due autori rimpiangono la figura del vero maestro, tristemente trasformato in valutatore o distributore di apprendimenti o ridotto a formatore di abilità. Ma vorrebbero anche genitori che non si schierino sempre contro gli insegnanti, ma costruiscano con loro un clima di rispetto e fiducia. Non possiamo arrenderci al fatto che i nostri studenti falliscono perché “non hanno le basi”: se lo studio poggia sul niente si  perde persino la voglia di studiare. E così appare evidente il danno inferto al nostro Paese con l’abbassamento degli standard dell’istruzione che ha aumentato, non ridotto le disuguaglianze sociali. È molto amara la conclusione di Ricolfi, che si rivolge ai progressisti: “Ricevere un’ottima istruzione era l’ultima carta in mano ai figli dei ceti bassi per competere con i figli di quelli alti, a cui molti di voi appartengono. Gliela avete tolta”. Con l’aggravante di farlo “a loro nome”.

L’invito è a battersi per la qualità della scuola e la Mastrocola lo chiede con un accorato appello ai genitori. Perché “la scuola rispecchia ciò che noi siamo, ciò che noi vogliamo”. Perciò “per fondare una scuola nuova bisognerà prima di tutto fondare una vita nuova”. È la stessa preoccupazione del noto psichiatra Paolo Crepet, che in una recente intervista definisce quella dei tredicenni, tra cui dilaga l’alcolismo e che compiono con indifferenza atti criminali, una generazione fallita.  Senza mezzi termini accusa i genitori di questi ragazzini mal-educati di non impegnarsi con i loro figli perché è troppo faticoso dire dei no. Più facile difenderli sempre e comunque, anche quando sono portati in commissariato per le loro malefatte, che per mamma e papà sono solo “ragazzate”. È questa la vera emergenza educativa: che i genitori vogliano davvero il bene dei loro figli. Che vuol dire non pretendere che siano promossi se non studiano né sottrarli alla responsabilità delle loro scelte. Ma perché i figli imparino la serietà della vita occorre che innanzitutto gli adulti siano veri e seri con la loro. Insomma, dei testimoni credibili.

Cara scuola progressista, quanti danni hai fatto

FONTE: Repubblica.it

AUTORE: Paolo Di Paolo

DATA: 13 ottobre 2021

La macchina dell'istruzione come amplificatore delle disuguaglianze: il saggio di Paola Mastrocola e Luca Ricolfi

Una risposta inattesa che arriva mezzo secolo dopo: a quella lettera sovversiva spedita dalla Scuola di Barbiana un anno prima del 1968, per diventare simbolo di un'intera stagione di cambiamenti. La "professoressa" replica a don Milani, però nel 2021. Con una fermezza che farà discutere, in una delle pagine di Il danno scolastico. La scuola progressista come macchina della disuguaglianza (La nave di Teseo), la battaglia del priore di Barbiana viene definita "anacronistica"; e non solo a giudicarla ora, ma già due decenni fa, quando entrava in vigore la riforma Berlinguer, l'altro grande bersaglio polemico del libro.

Alle soglie del 2000 - osserva la scrittrice Paola Mastrocola, autrice del saggio a quattro mani con il sociologo Luca Ricolfi - "il mondo era ulteriormente cambiato: nelle classi dove insegnavo io, c'erano ragazzi che non sapevano più né parlare né scrivere, ed erano i figli svogliati e viziati di una media borghesia, non più i figli di contadini e operai: a loro più che mai avremmo dovuto dare l'Iliade del Monti. Che senso aveva protrarre l'ideologia di don Milani? Eppure era ancora quello il modello proposto e celebrato nella scuola, un modello che poteva valere negli anni Cinquanta, e in un piccolo borgo sperduto tra le colline toscane".

Mastrocola e Ricolfi, mettendo in gioco ciascuno la propria esperienza di insegnamento (la prima nella scuola superiore, il secondo nell'università), e correndo consapevolmente il rischio di apparire "passatisti e nostalgici", accusano la scuola "facilitata, progressista e democratica" di essere la responsabile di un enorme buco di conoscenza e cultura nel nostro Paese.

La tesi dei due autori è che la macchina dell'istruzione italiana sia diventata "un formidabile amplificatore delle disuguaglianze", dietro un apparente egualitarismo didattico; e quel "non ho le basi", che anche nel corso di un esame universitario uno studente può offrire come attenuante della propria impreparazione, andrebbe - sostengono - preso alla lettera. Perché si tratta, nei fatti, di scarsa padronanza del linguaggio, di insufficiente capacità di comprensione delle domande e conseguente difficoltà nel produrre risposte in autonomia.

La liberalizzazione degli accessi nel post-'68, il diritto al successo formativo, il 3+2 voluto da Berlinguer sono secondo Mastrocola e Ricolfi le cause del disastro nella formazione accademica (sono molto severi anche con una classe docente universitaria impegnata in una demenziale corsa alle pubblicazioni su rivista, schiavi spesso compiaciuti di un sistema di reclutamento e di valutazione infernale; e qui è difficile contraddirli).

Ma all'università si arriva, quando si arriva, dopo un esame di maturità "farsa" e una scuola che negli ultimi cinquant'anni ha, ai loro occhi, abbassato progressivamente gli standard formativi insieme all'asticella della promozione. Fattore che avrebbe danneggiato i ceti popolari più di quanto abbia danneggiato i ceti alti: incrociando i dati Istat con i risultati delle prove Invalsi, Ricolfi intende dimostrare come sul destino sociale di un giovane abbia un'incidenza cruciale la qualità dell'istruzione ricevuta, in positivo, e il grado di indulgenza nella valutazione, in negativo. Più di quanto si possa pensare, e più dell'origine sociale e del contesto economico: "La scuola senza qualità amplia il vantaggio dei ceti alti, quella di qualità attenua lo svantaggio dei ceti popolari. Nella gara della vita, sono i ceti deboli le vere vittime di un abbassamento della qualità della scuola". Per modificare alla radice il "parametro di iniquità" occorre un'istruzione di qualità elevata, che possa letteralmente catapultare uno studente da un mondo sociale a un altro.

Mastrocola richiama il proprio stesso percorso, a riprova, per "incrinare un altro pilastro della tesi progressista": studiano solo i ragazzi le cui case sono piene di libri. "Non è vero. Non è detto. Qui azzarderei addirittura il contrario. La mia casa era vuota di libri. Neanche l'ombra. I miei non leggevano". È dipeso tutto dalla scuola, lei dice: una scuola lontana dalle odierne tendenze burocratico-aziendaliste, che non misurava "competenze", non temeva il sapere astratto e faceva vivere gli studenti in un clima di allerta permanente. Troppo? Forse sì. Ma Mastrocola, in altri libri piuttosto discussi, aveva già elogiato severità, lingue classiche, necessità dell'esercizio della parafrasi, sapendo di apparire "attaccata a una visione elitaria e nostalgica".

Nell'avvertenza a questo volume, d'altra parte, gli autori chiariscono di non voler tornare a una scuola del passato. Sullo strumento della bocciatura, sulla riforma della scuola media del '62, sul presunto specifico del liceo classico c'è da discutere parecchio, e magari da dissentire. Non sull'epigrafe, che è l'articolo 34 della Costituzione. E su un punto inconfutabile: chi parte avvantaggiato a livello socio-economico se la cava lo stesso. Gli altri hanno bisogno della scuola.

Scuola ideale e scuola reale

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Pietro Bordo

DATA:  26 agosto 2021

Il titolo (Scuola, rientro in classe: perché la scuola italiana non è adatta al digitale) ed il “catenaccio” del mio articolo pubblicato sul Corriere li ha decisi e quindi scritti la caporedattrice del “Corriere”.

Il mio titolo è "Scuola ideale e scuola reale"

Aule senza connessione, docenti impreparati: non bastano i fondi, ma ci vuole un progetto di didattica che privilegi la presenza e il ruolo dei docenti

Ho letto con interesse l’articolo del professor Paolo Ferri sulla prospettiva che le innovazioni che il digitale ha portato nelle scuola durante i mesi della Dad vadano perse se si torna semplicemente alla scuola in presenza come è stata fino a prima della chiusura per Covid. A me che insegno da tanto tempo in una scuola primaria risulta difficile immaginare come si possa ridurre la «socialità in presenza», che tanti studi scientifici considerano ormai fondamentale per lo sviluppo non solo relazionale, ma anche intellettivo di un ragazzo. Tutti gli studi scientifici sulla relazione significativa fra docente e discente concordano che essa è «conditio sine qua non» per un apprendimento significativo. Anche se realizzarla non è facile, richiede molta empatia e conoscenze tecniche per rapportarsi bene con il bambino; e soprattutto la vicinanza fisica.

 

Le difficoltà

Riguardo alla necessità di rendere permanente e definitiva la digitalizzazione e l’innovazione metodologico-didattica nella formazione concordo con Ferri anche se questo approccio richiederebbe che prima tutte le scuole italiane fossero come quella che lui immagina. Nella mia scuola, elementari e medie, semiperiferia di Roma, le aule a volte sono dipinte dai genitori e le finestre hanno ancora gli infissi di settanta anni fa. Ogni volta che tento di aprire o chiudere una finestra allontano i bambini per paura che qualche vetro si rompa. Per mesi in circa cinquanta docenti abbiamo avuto a disposizione un solo bagno; e la situazione potrebbe ripetersi in qualsiasi momento. Il collegamento internet è solo una speranza ogni volta che si tenta di effettuarlo. Alcune volte ho dovuto usare il mio cellulare come hot spot. Prima della chiusura della scuola di marzo 2020 causa Covid, a gennaio abbiamo fatto gli ultimi scrutini con la presenza fisica dei docenti in un’unica aula. Abbiamo ovviamente usato il registro elettronico, quindi online, con un portatile vecchissimo il cui sistema operativo era addirittura Windows XP. E la Lim non è in tutte le aule. Meno male che la mia scuola ha un’animatrice digitale che sta cercando con successo di attenuare i problemi facendo miracoli, con fantasia e una grande dedizione al suo lavoro, dedicandogli molto più del tempo di quanto previsto dal contratto.

 

Il rebus del digitale

Da quello che mi dicono le mie colleghe di altre scuole di Roma e del Lazio, la situazione negativa descritta sopra è diffusissima. Nella mia scuola, e non solo, molti bambini e ragazzi hanno fatto la Dad con il cellulare del genitore. Molti non hanno potuto avere alcun aiuto da genitori del tutto impreparati, tecnologicamente abili solo a chattare su WhatsApp. Inoltre, i docenti non possono passare tutto il giorno ad insegnare. Anche poiché a volte ricevono richieste di restare ancora a scuola, oltre l’orario di servizio, per «coprire» classi senza docente. Il digitale non ha aumentato le opportunità dell’apprendimento a scuola. In realtà l’unica cosa che ha aumentato molto è la già notevole differenza fra gli alunni, quelli con famiglia colta e benestante alle spalle e quelli senza. Per quanto riguarda l’utilizzo di strumenti digitali di «aumento» della didattica posso affermare che né io né tutti i colleghi ai quali ne ho chiesto notizia li conoscono. Conoscono invece tutti i problemi dei device inadeguati, delle connessioni precarie, delle assenze degli alunni dalle lezioni. Un mio collega ed amico dell’istituto tecnico mi ha riferito di assenze dell’ordine del 30%. So per certo che tanti genitori hanno impedito ai bambini di esprimersi liberamente durante la Dad standogli a fianco, fuori dal campo della webcam. Ad un genitore durante una lezione a distanza ho dovuto addirittura dire di non tenere il bambino, di otto anni, sulle ginocchia e di lasciarlo da solo.

 

L’importanza dei docenti

Sull’importanza della didattica frontale vorrei evidenziare che qualsiasi attività primaria dell’uomo, non solo quella scolastica, da sempre è stata soprattutto frontale. Solo che c’è stata quella fatta male e quella fatta bene. La differenza a scuola non la fa il metodo, ma l’uomo, il docente. La comunicazione verbale veicola una minima parte delle comunicazioni che si scambiano due persone fisicamente presenti nello stesso ambiente; figuriamoci se le due persone si relazionano tramite computer. L’opinione che un passato migliore non è mai esistito mi pare perlomeno azzardata. E tutte le menti brillanti che popolano il nostro Paese, o che hanno portato la loro intelligenza all’estero, hanno studiato nel futuro? O su un altro pianeta? O forse alla scuola privata? Ecco, quest’ultima opzione mi sembra la meno lontana dalla realtà, non dimenticando che anche nella scuola pubblica tanti docenti hanno svolto un ottimo lavoro, nonostante le notevoli difficoltà. Sono molto d’accordo che il capitale d’esperienza va valorizzato e messo a sistema, non demonizzato. Ma prima bisogna che le scuole frequentate dalle persone che non possono spendere seimila euro l’anno per l’iscrizione di un figlio (la maggioranza assoluta delle persone) siano messe almeno in sicurezza (non solo per il covid), con un’igiene minima garantita quotidianamente (dovreste sapere quanto tempo hanno i collaboratori per pulire un’aula…) e con la presenza di un numero adeguato di docenti. Quante volte l’anno scorso qualche classe era scoperta, soprattutto il venerdì pomeriggio; e non posso dirvi la soluzione attuata; una volta anche io l’ho fatto per non lasciare soli i bambini di una classe. Non serve a niente dire «diamo due miliardi alla scuola»; serve che vengano spesi bene ed in fretta.

26 agosto 2021 (modifica il 26 agosto 2021 | 17:30)

 

I bambini devono usare la penna, non la tastiera

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE:  Daniele Novara

DATA: 14 giugno 2021

Diversi studi scientifici dimostrano come la scrittura manuale sviluppi connessioni neurocerebrali assenti in chi batte sulla tastiera. «L’uso della penna facilita l’apprendimento perché i tempi dilatati costringono il cervello a selezionare i concetti»

Mentre la scuola si accinge alla digitalizzazione della didattica, penso sia importante mettere qualche paletto per evitare che la moda prevalga a prescindere da ogni consapevolezza scientifica, pedagogica e psicoevolutiva. Il punto più importante della questione è che ogni cosa ha il suo tempo e quello che vale per un ragazzo di 15 anni non può valere per un bambino né di un anno, né di 3, né di 5, né di 6, né di 7, né di 8. L’infanzia è una fase della vita molto particolare dove la sensorialità, l’esperienzialità, la motricità, il movimento e la socialità devono prevalere su tutto e su tutti. Dare, viceversa, la precedenza assoluta al mondo virtuale appare una scelta estremamente incauta. Fra la penna elettronica e la penna su carta quest’ultima ha il vantaggio di poter incidere su un vero materiale fisico sviluppando così, in modo più completo, le tante connessioni neurocerebrali in gioco.

 

Molte ricerche mettono in luce il pericolo di voler a tutti i costi passare dalla penna alla tastiera, come a suo tempo si fece dal pennino alla penna. Non è la stessa cosa. Già nel 2007, una ricerca pubblicata da Connelly – psicologo della Oxford Brookes University - e altri sul British Journal of Educational Psychology dimostrava che i temi scritti a mano dai bambini delle Scuole Primarie erano migliori rispetto a quelli scritti con una tastiera. Addirittura, dallo stesso studio emerse che i temi scritti al computer sembravano fatti da soggetti il cui sviluppo era indietro di due anni (un bambino di terza scriveva quindi come un bambino di prima). Nel 2011, lo studio di Sandra Sulzenbruck e altri analizzò il rischio che l’utilizzo continuo della tastiera per la produzione di testi possa contribuire in modo significativo alla perdita delle capacità di scrittura a mano. I vari studi condotti dalla neuroscienziata norvegese Audrey Van de Meer, dimostrano l’importanza dell’aspetto sensomotorio della penna sulla carta.

La penna consente connessioni neurocerebrali articolate e raffinate assolutamente improponibili e imparagonabili col puro e semplice battito del ditino su una tastiera come un criceto. Il movimento della mano che traccia lettere e parole, implica, nel bambino che sta incominciando a leggere e a scrivere, il riconoscimento di linee, curve, spazi, creando, dal punto di vista cognitivo, una connessione visivo-motoria. La scrittura manuale «costringe» in qualche modo a direzionare il movimento della mano a seconda della lettera che si deve scrivere. Il testo va orientato nello spazio e contenuto all’interno delle dimensioni di un foglio (per fare un esempio). Tutte queste azioni attivano la corteccia parietale preposta alla capacità di calcolo, linguaggio, orientamento spaziale e memoria. Più avanti, lo scrivere in corsivo richiederà necessariamente di saper collegare le lettere tra loro. La tastiera non richiede un simile sforzo: basta picchiare su tasti tutti uguali e le parole vengono da sé.

 

 

L’uso della penna, inoltre, facilita l’apprendimento anche per i suoi tempi «dilatati» che costringono il cervello a selezionare i concetti più importanti e, di conseguenza, assimilarli meglio. I rischi della scrittura su tastiera sono chiari: soprattutto nei bambini piccoli, viene impedito il corretto sviluppo di alcuni meccanismi cognitivi fondamentali. Sono noti i ritardi che l’uso della televisione, dei videoschermi, dei videogiochi e della tastiera provocano nei processi di lettoscrittura. Occorre ricordarli per evitare, fra anni, di ritrovarci con un aumento drammatico di disgrafie, disortografie se non, addirittura, ritardi nella vera e propria capacità di leggere e scrivere. Genitori e insegnanti non possono permettere che siano date informazioni non solo sbagliate, ma decisamente in malafede. A volte sono gli stessi venditori di questi prodotti che finiscono per promuovere convegni specifici sul passaggio dalla penna alla tastiera. Le ricerche scientifiche lasciano poco spazio ai dubbi e quindi i bambini vanno, ancora una volta, tutelati nel loro mondo e nel loro pensiero che è pratico, operativo, concreto e sensoriale. Solo in questo modo potranno crescere e raggiungere le altre fasi della vita.
*pedagogista

La scuola elementare a.C. e d.C. (ante covid e durante il covid)

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Pietro Bordo

DATA: 27 maggio 2021

IL RACCONTO

Scuola e Covid, come si misura la fatica dei bambini alle prese con le nuove regole?

La scuola elementare a.C. e d.C. (ante covid e durante il covid)

Un maestro elementare: silenzio in mensa, sanificazione delle mani e mascherine. Educazione motoria al banco: quando si potrà tornare alle vecchie abitudini?

di Pietro Bordo*

*maestro in una scuola elementare di Roma

Come è cambiata la scuola elementare con il Covid? Che cosa abbiamo imparato in questi mesi in cui gli istituti per i più piccoli sono rimasti comunque aperti, ma con regole di sicurezza contro la pandemia che hanno modificato radicalmente la vita in classe. Ecco la testimonianza sul campo di Pietro Bordo, maestro elementare.

(A.C., Ante Covid) Fino a febbraio 2019 i bambini entravano nell’edificio scolastico da soli e andavano verso l’aula tutti insieme, salendo le scale con un parlottare vivace, allegro; sorridendo e scherzando.
(D. C., Dopo Covid) La maestra (la presenza maschile statisticamente è quasi insignificante in Italia) aspetta la sua classe all’ingresso; l’unica classe ad entrare in quel momento. Fra i bambini c’è sempre allegria, ma il continuo «distanza!» pronunciato dalla maestra la smorza. E la mascherina ne limita la visibilità. Eppure annullare la distanza fisica fra di loro, l’«appiccicarsi» è una delle azioni che più naturalmente i bambini vorrebbero fare. Nessuno scherza.

 

Le nuove regole, ognuno per sé

a.C Dopo aver camminato, a volte corso, per i corridoi, vociando allegramente, lasciavano i giubbotti fuori dell’aula, disfacevano lo zaino e andavano a sedersi, attendendo l’inizio delle lezioni. Con tanti che si avvicinavano ai compagni e raccontavano nell’orecchio chissà quali segreti, con certi sguardi…
d.C. Camminano nei corridoi in fila, con la maestra; parlando, ma non con l’allegria di prima. Davanti all’aula si celebra il rito della sanificazione: la maestra distribuisce il liquido miracoloso, che dovrebbe tranquillizzare tutti ma in realtà tiene vivo il pensiero del pericolo Covid ed intristisce i bambini. I giubbotti si portano in aula e si mettono sullo schienale della propria sedia. E da ora nessuno può più muoversi. Fuori orario, si può andare al bagno solo in casi eccezionali.

 

Tutti chiusi al proprio banco

a.C. Era bello ed educativo per i bambini durante le lezioni scambiarsi gli oggetti di uso comune o prestarsi quelli mancanti o dimenticati a casa: libri personali, matite, penne, gomme per cancellare, fogli di carta.

d.C. È vietatissimo: ognuno «chiuso» nel suo banco, senza nemmeno poter condividere il libro con chi se l’è scordato e quindi non può seguire la lezione. E se qualcuno ha dimenticato l’astuccio il problema è irrisolvibile. a.C. La maestra girava tra i banchi, si avvicinava a chi era in difficoltà e gli sussurrava una parola d’incoraggiamento all’orecchio; e c’era una carezza, un contatto fisico, con tutti. I bambini ne hanno un grande bisogno.

d.C. Teoricamente non si può fare nulla di quanto appena detto, io lo faccio, ed il bambino sente la lontananza della maestra e la carenza di una modalità di rapporto alla quale è sempre stato abituato e che gli è innata. E, dicono gli psicologi e lo vedono le maestre nei loro occhi, ne soffrono tanto e ne sono destabilizzati.

a.C. Durante la ricreazione in aula era bellissimo vedere il formarsi, con continue variazioni, di gruppetti di bambini che giocavano, si scambiavano confidenze, programmavano e realizzavano giochi fantastici, si mostravano disegni fantasiosi. E all’aperto, nonostante gli ampi spazi, spesso c’erano gruppi vari di bambini a distanza ravvicinata; oltre che intenti a giocare a rincorrersi.

d.C. Teoricamente dovrebbero stare seduti anche durante la ricreazione, ma io e gli altri docenti del mio team li facciamo alzare, a patto di stare ognuno dietro la sua sedia. Che tristezza infinita. Ed alcuni bambini si igienizzano ripetutamente le mani con il liquido portato da casa.

 

A pranzo come i monaci

a.C. e d.C      I trenta minuti del pranzo sono più o meno gli stessi. La differenza fondamentale è che sconsigliamo ai bambini di parlare quando sono senza mascherina e le distanze fra i commensali sono maggiori di prima, quando erano tutti molto vicini, a pochi centimetri; come in un pollaio. Per chi passa tante ore al giorno con i bambini è facile immaginare quanto soffrano del distanziamento fisico, che per fortuna non è «sociale», come ignorantemente (nel senso etimologico) detto da tanti da ormai più di un anno. E la scienza lo conferma: secondo uno studio dell’Università della California, c’è una prospettiva psicodinamica che vede nella creazione dei legami sociali ravvicinati una delle condizioni indispensabili per permettere l’evoluzione del pensiero e, soprattutto, della personalità.

 

Il gioco dell’oca

Qualche giorno fa, poiché non possono spostarsi dal loro banco neanche durante la ricreazione, ho inventato il gioco del salto: tutti dietro la loro sedia a saltellare e chi si ferma per ultimo ha vinto. A loro piace moltissimo. Ovviamente appena vedo il primo che sta per fermarsi fermo tutti: tutti vincitori. Poi si inizia di nuovo. Così fanno «motoria» e si distraggono. E la mascherina per otto ore è un vero sacrificio per tutti. Lo è anche per me, che al massimo la devo portare per sei ore, un giorno alla settimana. Non voglio immaginare fra poco, quando nelle aule la temperatura salirà di molto… Quante volte devo dire, con mio grande dispiacere, «tira su la mascherina». Mi fanno una tenerezza infinita. Qualche giorno fa evidenziavo l’importanza delle misure per uscire dalla pandemia e una bambina di otto anni mi ha detto: «Ma se è passato più di un anno e siamo tornati al punto di partenza, come nel gioco dell’oca!». Non so se questa frase sia stata «farina del suo sacco», ma di certo mi ha fatto molto riflettere.

27 maggio 2021 (modifica il 27 maggio 2021 | 09:16)

 

 

L’amicizia: quella on line non è reale

FONTE: Almanacco CNR

AUTORE: Rita Bugliosi

DATA: 8 maggio 2021

L'amicizia ha un ruolo importante nella vita di ciascuno di noi, alla sua base c'è una condivisione di ideali, di valori, di interessi, di fiducia, un sentimento forte di affetto e la sensazione di poter contare sull'altro nei momenti di bisogno. Di certo un concetto molto diverso da quello dell'amicizia sui social network, basata esclusivamente su “mi piace” e sullo scambio di post nei quali si tende a spettacolarizzare la propria vita, mostrando principalmente momenti positivi. Una diversità notevole, che è importante tenere presente. E su cui ci ha spinto a riflettere anche la pandemia di Covid-19, con le limitazioni che ci hanno costretto a ridurre o interrompere le normali frequentazioni di amici per tutelare la salute nostra e altrui.

Eppure, malgrado le raccomandazioni a evitare “assembramenti” e a ridurre le uscite e gli incontri, sono in tanti a ignorare i divieti e a ritrovarsi in luoghi chiusi o all'aperto. Cosa ci spinge a sfidare i rischi di contagio per stare vicini? “Alla base di questi comportamenti c'è una pulsione prosociale, che può essere spiegata a vari livelli. La visione evoluzionista vede nella prosocialità dei mammiferi una finalità legata prevalentemente alla procreazione e all'accudimento della progenie; la visione neurofisiologica evidenzia come gli effetti della socializzazione si possano vedere anche a livello neuronale, dal momento che, secondo uno studio dell'Università della California, “le persone amiche hanno identiche attività cerebrali durante compiti cognitivi, spiega Antonio Cerasa, neuroscienziato dell'Istituto per la ricerca e l'innovazione biomedica (Irib) del Cnr. “Infine, c'è la prospettiva psicodinamica, che vede nella creazione dei legami sociali una delle condizioni indispensabili per permettere l'evoluzione del pensiero e, soprattutto, della personalità. Le tante persone che si vedono in strada e nelle piazze, incuranti del Coronavirus, non sono semplicemente incoscienti privi di consapevolezza del pericolo che corrono, ma persone che rispondono a uno dei più forti bisogni dell'essere umano moderno: essere parte di qualcosa di più grande”.

I social mdia non sono sufficienti a soddisfare questa esigenza. Non a caso, sebbene la nostra società sia sempre più virtualmente connessa, tante persone provano solitudine, poiché i contatti illimitati ma virtuali non restituiscono una reale interazione con gli altri attraverso i nostri sensi, la nostra corporeità ed emotività. Questo forte bisogno che proviamo ha una spiegazione biologica, come sottolinea Cerasa: “A scatenare questa esigenza è l'ossitocina, detto anche ormone dell'amore. È un ormone peptidico, prodotto dai nuclei ipotalamici, coinvolto nel contesto di un'ampia varietà di comportamenti sociali, a partire dal suo ruolo nei legami riproduttivi - tra una madre e i suoi piccoli o tra maschi e femmine - fino ad arrivare ai comportamenti che promuovono la prosocialità. Negli ultimi decenni, la comprensione scientifica dei ruoli dell'ossitocina nel comportamento sociale è progredita enormemente, anche grazie al contributo dei ricercatori dell'Istituto di neuroscienze del Cnr, che da anni studiano gli effetti di questo ormone. Per esempio, si è scoperto che questa sostanza non viene prodotta solo quando ci sono contatti fisici affettuosi o nel gioco, ma anche durante comportamenti che potenziano le interazioni con gli altri individui, come la selettività sociale, che scatena manifestazioni di aggressività verso quanti non fanno parte del gruppo. E la selettività sociale è uno dei comportamenti più premiati dall'evoluzione, perché permette di sostenere le strutture sociali esistenti. Quindi, oggi si parla più di ossitocina come ormone dell'amicizia che dell'amore”.

L'amicizia, quella vera, che prevede contatto fisico, incontri, scambio diretto di opinioni ci provoca dunque benessere, non altrettanto sembra invece faccia l'amicizia sui social. “Un gruppo di psicologici dell'University of Winsconsin ha dimostrato che i messaggi istantanei che arrivano sui social (il principale rinforzo della socializzazione digitale) non producono ossitocina, come ci si aspetterebbe, ma un'altra serie di ormoni, quali il cortisolo, l'ormone dello stress. Come a dire che l'eccesso di vita sociale a livello digitale comporta più stress cognitivo che vero e proprio piacere di stare con gli altri”, conclude il neuroscienziato del Cnr-Irib.