Warren Buffett: parlare ai figli dei soldi

FONTE: Wall Street Italia

DATA: 31 luglio 2019

Warren Buffett: questo l’errore più grande dei genitori quando parlano di soldi ai propri figli

Un investitore nato Warren Buffett, il CEO di Berkshire Hathaway già a sei anni mostrò di avere la stoffa da imprenditore acquistando una confezione da sei bottiglie di Coke per 25 centesimi e rivendendo ogni lattina per un nichelino. “Mio padre è stata la mia più grande ispirazione”, ha detto Buffett in un’intervista alla CNBC nel 2013.

Da lui ho imparato fin da piccolo quanto sia importante tenere buone abitudini. Il risparmio è stata una lezione importante che mi ha insegnato”.

Ma quale secondo Buffett è il più grande errore che i genitori fanno quando insegnano ai loro figli a gestire i soldi? Aspettare troppo assicura l’oracolo di Ohama.

A volte i genitori aspettano che i loro figli siano adolescenti prima di iniziare a parlare loro di gestione del denaro, quando potrebbero iniziare a farlo quando i loro figli sono in età prescolare”.

Il tempo è un fattore chiave secondo Buffett e si dovrebbe iniziare a parlare ai propri figli di soldi fin già dalla scuola materna. A sostenere la tesi di Buffett uno studio dell’Università di Cambridge secondo cui i bambini sono già in grado di comprendere i concetti monetari di base tra i 3 e i 4 anni. E dall’età di 7 anni, i concetti di base relativi ai comportamenti finanziari futuri in genere si sono sviluppati. Un altro studio del 2018 di T. Rowe Price ha fatto emergere che solo il 4% dei genitori ha detto di aver iniziato a discutere di argomenti finanziari con i propri figli prima dei 5 anni. Il 30% ha iniziato a istruire i propri figli sui soldi all’età di 15 anni o più, mentre il 14% ha detto di non averlo mai fatto.

I consigli di Buffett per educare i propri figli al risparmio

Nel 2011, Buffett ha contribuito al lancio di una serie animata per bambini chiamata “Secret Millionaire’s Club”. Ventisei episodi ognuno dei quali affronta una lezione finanziaria, da come funziona una carta di credito al perché è importante tenere traccia di dove si mettono i soldi. Ecco alcune lezioni della serie e alcuni consigli di Buffett sull’educazione finanziaria da insegnare e ai vostri figli:

  1. Essere un pensatore flessibile: incoraggiate i vostri figli a non arrendersi solo perché qualcosa non funziona la prima volta. La capacità di pensare in modo creativo e fuori dagli schemi sarà utile quando si imbatteranno in future sfide finanziarie. Un’idea può essere sfidare i vostri figli a trovare nuovi usi per i vecchi oggetti della casa (ad esempio, i tappi delle bottiglie possono fungere da pezzi a scacchiera, una scatola di cereali vuota può essere trasformata in porta riviste). Questo aiuterà a insegnare loro a pensare in modo critico, a risparmiare denaro e ad aiutare l’ambiente allo stesso tempo.

  2. Iniziare a risparmiare denaro: per aiutare i vostri figli ad imparare a gestire i loro soldi, è importante per loro capire la differenza tra desideri e bisogni. Un’idea di attività può essere quella di dare a ciascuno dei vostri figli due barattoli di denaro: uno per risparmiare e uno per spendere. Ogni volta che ricevono dei soldi (ad esempio, come regalo o come ricompensa per aver portato a spasso il cane del vicino di casa), parlategli di come vogliono dividere il denaro tra risparmio e spesa.
    Chiedete ai vostri figli di fare una lista o creare un collage da foto di riviste di cinque o dieci cose che vorrebbero acquistare. Poi, guardate ogni elemento con loro e segnate con lui se si tratta di un desiderio o un bisogno (ad esempio, un nuovo giocattolo è un bisogno, mentre un nuovo zaino è un bisogno).

  3. Come distinguere tra prezzo e valore: l’idea alla base di questa lezione è di aiutare i bambini a capire i diversi modi in cui gli inserzionisti ci portano ad acquistare i loro servizi o prodotti. Un’idea di attività in questo caso è fare una lista degli articoli di cui hai bisogno al supermercato, e poi controllare volantini, giornali e siti web.

  4. Come prendere le giuste decisioni: la chiave per prendere decisioni intelligenti è pensare a come le diverse scelte possono influire sui risultati futuri. L’idea di attività in tal senso è parlare con i vostri figli delle vostre decisioni man mano che le prendete, così come di qualsiasi effetto domino che potrebbero avere.
    Per esempio: “Vogliamo comprare un nuovo televisore, ma il nostro condizionatore è rotto e dobbiamo risparmiare per poterlo riparare. Se non lo facciamo, farà troppo caldo in casa quando arriva l’estate. Quando ripareremo il condizionatore, allora possiamo pensare di comprare la TV”.

Senza intelligenza emotiva non si può insegnare

AUTORE: Umberto Galimberti

DATA: agosto 2019

Galimberti: “I Docenti Dovrebbero Essere Assunti in Base all’Intelligenza Emotiva, Senza di Essa Non si Può Insegnare”

Dall’incontro “Educazione emozionale a scuola: il metodo RULER”, che si è tenuto alla fiera Didacta a Firenze è emerso che la scuola italiana si occupa poco dell’intelligenza emotiva, nonostante questa sia ormai universalmente riconosciuta come componente fondamentale nello sviluppo della psiche umana. A parlare di questo argomento sono intervenuti la dottoressa Laura Artusio e il professor Umberto Galimberti.

La dottoressa Artusio ha presentato il metodo RULER di educazione socio-emozionale (SEL). Questo metodo sviluppato presso la Yale University è stato adattato al diverso contesto italiano. Si rivolge a tutto il corpo docenti e mira a sviluppare modalità didattiche alternative che abbiano lo scopo di stimolare l’intelligenza emotiva degli studenti. Cinque sono le abilità chiave dell’intelligenza emotiva : il riconoscimento, la comprensione, il vocabolario emozionale, l’espressione e le strategie di gestione delle proprie emozioni.

Il professor Galimberti ha sottolineato quanto i genitori, oberati dal lavoro o da altre occupazioni, spesso trascurano questo tipo di apprendimento: “Oggi troppo spesso l’apporto genitoriale è fallimentare, i genitori non hanno più tempo di rispondere alle domande filosofiche dei bambini, ai loro mille perché, e spesso le parole mancate vengono sostituite da montagne di giocattoli”.

Questa mancanza, spiega il professore, produce due effetti negativi importanti: un analfabetismo affettivo diffuso e “il rapido appagamento offerto dal giocattolo che impedisce ai bambini di annoiarsi. Quando invece dovrebbero trovarsi in situazioni noiose per elaborare poi, in modo creativo, degli stratagemmi per divertirsi”.

Galimberti ha poi spiegato la differenza tra istruzione, come mera trasmissione di saperi, ed educazione, che permette invece ai bambini di sviluppare la propria personalità: “L’educazione emotiva è ciò che più scarseggia nel sistema scolastico italiano, quando un ragazzo rimane impantanato nello stadio pulsionale il rischio è che sviluppi forme di violenza e bullismo. La pulsione non si esprime in parole, ma solo in gesti e azioni”. Il professore spiega poi come migliorare questa situazione: “Innanzitutto limitando il numero di alunni per classe, fino a un massimo di quindici studenti; ma soprattutto ci vorrebbe una formazione specifica per i professori, che dovrebbero essere scelti anche in base a criteri emotivi e non solo conoscitivi. Se una persona non è empatica e coinvolgente non può fare il professore. È qualcosa che non si può imparare”.

Non manca poi il dissenso totale di Galimberti per l’uso spropositato di strumentazioni tecnologiche e lavagne elettroniche nella scuola italiana: “Dovrebbe essere strapiena di letteratura, soprattutto di romanzi, che permettono di definire le proprie emozioni immedesimandosi nella vita degli altri. Il razzismo nasce proprio dall’incapacità di riconoscersi nell’altro, e su questo dobbiamo intervenire oggi più che mai”.

Violenze e social, ecco la società senza veri genitori

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE:  Antonio Polito

DATA:  2 giugno 2019

Massimo Ammaniti: «Violenze e social, ecco la società senza (veri) genitori

Lo psicoanalista: «È in crisi l’asse centrale della famiglia: fare figli e allevarli. Noi umani siamo dotati di un sistema che serve a prendersi cura dei piccoli, è un fatto biologico»

Professore Massimo Ammaniti, ci aiuti. Qui c’è bisogno di uno psicanalista. Che sta succedendo nelle famiglie italiane? Un tempo, neanche troppo tempo fa, eravamo campioni mondiali di familismo, la famiglia era al centro di tutto, nel bene dell’accudimento amorevole che dura una vita, dei legami di solidarietà e di affetto; e anche nel male del familismo amorale, del nepotismo, del paternalismo. Oggi invece della famiglia si parla solo in campagna elettorale e nella cronaca nera, perché dalle famiglie provengono alcune tra le storie più dolorose e ripugnanti. «È andato in sofferenza l’asse centrale e cruciale della istituzione-famiglia, la sua legge fondamentale: la scelta della procreazione, l’impegno che comporta l’allevamento, le rinunce e i sacrifici, sembrano sempre più ostacoli alla ricerca della felicità individuale, alla cultura del narcisismo, che mette al centro della vita la soddisfazione dei propri desideri. Abbiamo visto, nel giro di poche settimane, nella periferia di Milano, nella provincia piemontese, in un paese del Frusinate, tre vicende di maltrattamenti e abusi nei confronti dei figli piccoli da parte di genitori in condizioni di grave marginalità sociale, con storie di droga e alcol, padri e madri irascibili e violenti o acquiescenti e complici, che hanno preso a botte i figli fino a farli morire. E perché? Perché piangevano, si lamentavano, davano fastidio, impedivano il sonno o l’intimità dei genitori. Avrà notato che si tratta sempre di bambini intorno ai due anni. È il momento in cui un neonato, che va solo nutrito e pulito, diventa un essere umano che si muove, cammina, ha caldo e freddo, fa richieste continue. Alla prima prova con il duro mestiere di genitore, queste persone non hanno retto. Sono solo la punta dell’iceberg. I dati sugli abusi nei confronti dei minori ci dicono che otto casi su dieci si verificano in famiglia. È lì che vive l’orco delle favole».

Questa è la patologia dell’abbandono, della deprivazione. Ma la normalità? A me pare che il problema più grande delle famiglie italiane è che di figli ne fanno ormai davvero pochi. E chi se ne lamenta, segnalandolo come il problema principe della nostra comunità, viene subito trattato come un reazionario, un tradizionalista, un cripto-fondamentalista.
«La laicissima Francia ha preso di petto il problema della natalità, e ha messo in campo negli anni delle politiche di aiuto alle famiglie che hanno avuto ottimi risultati, tanto che oggi la natalità è più o meno sul tasso di rimpiazzo demografico, due figli per ogni donna in età fertile; mentre noi siamo a 1,32, praticamente il Paese dell’Occidente dove si fanno meno bambini. E — sono d’accordo — non è solo un problema sociale o economico. Anche se occupazione femminile, sgravi fiscali, asili nido, tempo parziale, contributi per il baby sitting, sono fattori decisivi per consentire a chi vuole generare di provarci. Ma poi ci sono anche quelli che non vogliono figli perché trovano più bella una vita senza, o li vogliono il più tardi possibile, e spesso è troppo tardi. E questo è un fatto culturale. I figli sono considerati problemi, impegni, condizionamenti, in conflitto con la realizzazione dei propri desideri. L’ha scritto anche il Papa nell’esortazione Amoris laetitia, e secondo me ha ragione, che c’è in giro troppo individualismo. Nel rapporto 2016 l’Istat calcola che il 34% delle famiglie italiane non ha figli. E del rimanente 66% con prole, il 46 per cento ha un solo figlio. È scomparso un mondo, quello dei fratelli e delle sorelle. Un mondo che consentiva ai ragazzi di non essere adultizzati fin dalla nascita, di avere un’infanzia. Se non partiamo da questo epocale cambiamento non comprendiamo niente. Una società che non fa figli si spegne».

Con la denatalità muoiono anche idee e valori del passato. Come si fa a spiegare la «fraternità» a una generazione di figli unici?
«Inoltre un bambino che cresce solo con gli adulti è spesso vittima di una iperstimolazione, che è l’altra faccia dell’abbandono, ma ha effetti negativi sullo sviluppo infantile. Li ha visti tutti questi bambini tenuti al ristorante fino a ora tarda? E tutte quelle che io chiamo le protesi educative? Il tablet già nel passeggino, il video per i viaggi in treno, YouTube a colazione, come se avessimo assunto una balia elettronica per essere un po’ lasciati in pace. Ci sono ricerche che dicono che già a otto mesi un bimbo cui vengano offerti un pupazzo e uno schermo rivolge la sua attenzione allo schermo. Così si mettono le basi per forme patologiche di dipendenza dal video. Un bambino che va a letto con la storia letta dai genitori invece ne trae un vantaggio non solo in termini di sviluppo del linguaggio, ma anche di abilità sociale, perché impara il gioco dei significati del comportamento umano, il codice della crescita».

 

Prima parlavamo dei dati Istat. Ma secondo lei è «famiglia» anche un nucleo senza figli? Gli inglesi dicono «household» che è un termine più neutro e generale, indica i gruppi umani che vivono insieme, non necessariamente legati da rapporti di sangue.
«Dal punto di vista statistico, in Italia vengono definite famiglie anche i nuclei composti da una sola persona, cioè i single. E non voglio certo discutere qui dello stile di vita che ciascuno si sceglie. Ma è un fatto indiscutibile che noi umani siamo dotati di un apposito sistema di care-giving predisposto dall’evoluzione nella corteccia orbito-frontale, e che serve a prendersi cura dei piccoli della specie. È una esigenza, diciamo così, biologica. Dal punto di vista sociale, poi, dobbiamo sapere che in una famiglia con figli è più agevole l’acquisizione di quella caratteristica cruciale dell’essere umano, il suo vero successo evolutivo, che chiamiamo “mentalizzazione”, e cioè la capacità di vedere il punto di vista degli altri, di capire che il comportamento dei simili nasce da stati d’animo simili ai nostri. Vale per i ragazzi, che se non fanno questa esperienza in famiglia poi arriveranno senza maturità all’incontro con il gruppo dei coetanei; ma vale anche per gli adulti, che diventando genitori imparano a vedere il mondo attraverso gli occhi dei figli, una singolare e travolgente esperienza di trasformazione. E la “mentalizzazione” è contagiosa, è una scuola di educazione al vivere in società».

Adesso che me lo dice capisco che cosa è che non va nei «social»: mancano persone disposte a mettersi nei panni dell’altro, per vedere le ragioni altrui, che è poi la condizione sine qua non della società aperta e della discussione pubblica. Ma che succede a un adolescente se in famiglia non riesce ad apprendere questa skill della «mentalizzazione»?
«Succede quello che è successo a Manduria, o a quel gruppo di giovani della periferia romana che hanno preso a sassate un rider di colore che si pagava l’università consegnando la pizza. Succede che alla logica della società, che è inclusiva, si sostituisce quella del gruppo, o peggio del branco, che è esclusiva. Sempre più spesso anche il social network è un branco. In quella logica si è inclusi se si esclude il fragile, il goffo, il timido, il malato, il disabile, il nero, chiunque sia in una condizione di vulnerabilità. L’Unicef calcola al 37% la percentuale dei ragazzi che sono stati in un modo o nell’altro vittima di episodi di bullismo. Perché i deboli, a quella età, sono tanti. E la socializzazione malata, priva della educazione che avviene in famiglia, è spietata nel rifiutare la debolezza».

 

Se ho capito bene lei sta dicendo che gli adolescenti narcisisti di oggi sono la prima generazione di bambini cresciuti in famiglie narcisiste?
«Esattamente. Escludere l’altro per sentirsi incluso. Questo è il contrario della socializzazione, è la tribù. L’esperienza del rifiuto è poi drammatica per chi la subisce. Ha conseguenze serie sullo sviluppo del carattere e genera stati d’ansia e di depressione. Io osservo nella mia esperienza che questo meccanismo è ormai prassi nelle scuole superiori; anche, e forse perfino di più, nei migliori licei delle grandi città, dove i professori sembrano disarmati, e i genitori distratti. E guardi che ciò che succede nelle discoteche dei quartieri borghesi di Roma, dove di recente è stata violentata una ragazza etiope da tre giovanissimi, alcol, sostanze, pasticche, viene sempre più spesso iscritto alla categoria dello “sballo”, come se fosse una forma naturale, e solo un po’ più esuberante, di divertimento. Arancia meccanica di Kubrick era la storia di un gruppo di psicopatici. Ma quanto profetico è stato quel film nello svelare il sottile piacere della sopraffazione, della intimidazione e della violenza che dorme in ciascuno di noi, e che solo quella raffinatissima forma di educazione che è la cultura può dominare. Ciò che è successo a Manduria a quel povero sessantenne, morto al culmine di un calvario di cattiveria gratuita e di sevizie, è l’arancia meccanica dei giorni nostri».

Cosa ci può salvare? Cosa è rimasto di buono nella famiglia italiana? Cosa dovremmo fare, oltre che fare più figli, stare di più con loro, saper correre il rischio educativo?

«Ci può salvare l’impegno. L’etica della responsabilità. Un bene comune da perseguire. Ci sono milioni di volontari in Italia. Quella è la cura. Ci sono 150.000 scout, quella è la palestra. Ma l’impegno civile potrebbe vivere in mille altri modi. Le racconto un episodio che ho vissuto di persona, e non dimentico. Dopo il terremoto dell’Aquila, un gruppo di università italiane pensò di replicare ciò che l’ateneo di Harvard aveva fatto in Giappone, a Kobe, dopo il terribile sisma che l’aveva colpita. Proponemmo al ministero dell’Istruzione un progetto per coinvolgere i ragazzi delle scuole nella ricostruzione, dedicandovi due pomeriggi alla settimana in cambio di un piccolo salario. L’esperienza di Kobe aveva dimostrato che un impegno collettivo poteva aiutare a combattere quei fenomeni di spaesamento, depressione, isolamento sociale, che spesso si accompagnano alle catastrofi nel comportamento dei giovani. Ci risposero che erano troppo giovani per quel tipo di cose, che i ragazzi andavano piuttosto tirati su di morale, che nelle scuole avrebbero invece mandato i clown. Ecco che cosa intendo: non li prendiamo mai sul serio, non crediamo che possano diventare adulti, forse perché noi genitori rifiutiamo di esserlo, e ormai siamo già cinquantenni quando loro diventano adolescenti, e così si somma la nostra crisi di invecchiamento alla loro di crescita. Ci capita addirittura di entrare in competizione, quasi invidiandone la gioventù. Si formano così famiglie liquide, un magma dove le generazioni non si distinguono più, e nelle quali inevitabilmente l’autorità deperisce e svanisce, perché nessuno se la sente più di incarnarla».

Ma esercitare la propria autorità con i figli è diventato pericoloso. Chi prova a mettere regole in casa si trova di fronte alla contestazione classica: ma gli altri lo fanno. Se resisti sull’acquisto del telefonino ti mostrano i compagni che ce l’hanno. Abbiamo paura di essere odiati dai figli, di non essere buoni genitori...
«E invece i genitori questo devono fare, se sono adulti e non adultescenti. Un genitore buono è un genitore finito, che ha rinunciato al suo compito di educatore. Le regole non possono più essere certamente imposte come accadeva quando eravamo ragazzi noi. Non è più il tempo per padri padroni, ma questo non vuol dire che non ci sia bisogno di regole. Discusse, frutto di mediazioni, costruite per quanto possibile con il consenso, ma servono. Sono gli stessi ragazzi, inconsciamente, a chiederci una guida. Altrimenti, senza una leadership, neanche la ribellione è possibile, e invece è la cosa più sana che possa succedere a quella età».

 

Un tempo i ragazzi avevano fretta di crescere e di andarsene, proprio per emanciparsi dall’autorità paterna, fare di testa propria, costruirsi la libertà e l’intimità di cui un adulto ha bisogno. Oggi questa fretta non c’è anche perché i genitori non esercitano più tanta autorità, li trattano come fratelli e li proteggono come se ne fossero i sindacalisti?
«I genitori devono fare il possibile perché i figli conquistino la loro autonomia e vadano via di casa, a cominciare la loro vita. Attenzione ai falsi sentimentalismi. Troppo spesso li tratteniamo dicendo a noi stessi che sono loro a voler restare. Convivenze eccessivamente lunghe tra generazioni diverse sono innaturali. Io scolpirei sullo stipite di ogni porta, in ogni casa, una frase di Erik Erikson, lo psichiatra che negli anni 60 studiò il tema della identità: “Se i genitori non accettano la propria morte, i figli non potranno entrare nella vita”. Il più delle volte sbagliamo proprio per questa paura inconscia. Oscuramente avvertiamo che la loro crescita si accompagna alla nostra fine. E proviamo a impedire entrambe. Perché l’uomo del Duemila, nel suo delirio di onnipotenza, pretende di vivere come se fosse immortale».

Fine delle medie: 4 su 10 insuff. in matematica

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Lorella Carimali

DATA: 17 maggio 2019

Come insegnare la matematica alle maestre? La proposta della super prof Lorella Carimali, docente di matematica e fisica al liceo scientifico Vittorio Veneto di Milano, è stata candidata al Global Teacher Prize, il premio Nobel per l’insegnamento

 

Quattro studenti italiani su 10 che frequentano il terzo anno della scuola media non raggiungono un livello sufficiente di competenza numerica, con una prevalenza di ragazze al 41,7% contro il 38,5% dei ragazzi. Questi giovani sono destinati, per la maggior parte, a diventare da adulti degli analfabeti funzionali, incapaci di applicare le abilità matematiche nelle situazioni della vita quotidiana, di leggere e comprendere la società complessa nella quale si troveranno a vivere, di prendere decisioni autonome senza subire condizionamenti. Se a questi numeri aggiungiamo quelli della dispersione scolastica e dei NEET (quota di popolazione di età compresa tra i 15 e i 29 anni che non è né occupata né inserita in un percorso di istruzione o di formazione), la situazione diventa molto allarmante perché si tratta di una moltitudine di giovani a cui viene negata la speranza di poter progettare il proprio futuro, di sognare e di cambiare il proprio modo di vedere se stessi ed il mondo. Come diceva Tullio De Mauro, «l’alfabetizzazione di base, l’alfabetizzazione numerica e matematico-scientifica, le competenze di problem solving, le abilità informatiche, rappresentano elementi cruciali per vivere e lavorare nelle società moderne, caratterizzate da un crescente sviluppo delle tecnologie informatiche e della comunicazione, e al contempo diventano la chiave di accesso al mondo del lavoro e all’inclusione sociale». Come porre rimedio a tutto questo?

 

Per individuare il primo step da affrontare, citerei altri dati che sono apparsi sui giornali alcuni mesi fa. La Varkey Foundation, fondazione senza fini di lucro che opera nel campo dell’istruzione, conduce dal 2013 un’analisi sulla percezione sociale della figura dell’insegnante in 35 Paesi diversi, monitorando il legame tra lo status dei docenti e il rendimento degli alunni. Purtroppo lo status degli insegnanti in Italia è fra i peggiori. Solo Israele e Brasile si collocano più in basso. Il punteggio estremamente basso ottenuto dai docenti è in linea con il pessimo piazzamento degli studenti italiani nei test Ocse-Pisa. Se a questa ricerca uniamo la nostra conoscenza sul fatto che le insegnanti e gli insegnanti di qualsiasi ordine si sentono abbandonati a se stessi e in alcuni casi anche denigrati, capiamo che il primo imprescindibile passo è quello di ripartire dalla valorizzazione dei docenti. Ovviamente anche un adeguamento degli stipendi alla media europea sarebbe importante, ma in attesa del reperimento delle risorse si potrebbe partire intanto con soluzioni attuabili da subito.

 

 

A mio avviso, il primo atto dovrebbe essere quello che il governo convochi i sindacati per trovare insieme un modo per iniziare un percorso di riqualificazione del ruolo. Si potrebbe, ad esempio, introdurre finalmente una qualche forma di carriera. In particolare si potrebbe prevedere, per i docenti con maggiore esperienza e capacità innovativa, quelli dai 50 anni in su, una scansione oraria suddivisa per metà a scuola e per un’altra metà all’università, dove potrebbero mettere il loro know how a disposizione dei futuri insegnanti per evitare la formazione di quelli che vengono definiti «bias» cognitivi, cioè i costrutti fondati su percezioni errate o deformate, su pregiudizi e ideologie. Uno per tutti: l’idea che per l’apprendimento della matematica ci sia bisogno di un quid che solo alcune persone hanno, prevalentemente uomini.

 

Le prime vittime di questi condizionamenti sono le maestre: le statistiche ci dicono che chi sceglie il percorso di Scienze della formazione primaria (la laurea per diventare maestre, ndr) lo fa anche perché si ritiene non portata per seguire un percorso ad esempio scientifico. La psicologa americana Carol Dweck ci dice che questa convinzione passa senza saperlo attraverso azioni e parole anche alle studentesse e agli studenti, quindi è fondamentale invertire la rotta e far capire che questo è solo uno stereotipo. Con un insegnamento della matematica da parte di colleghe anche di ordini differenti potremmo invertire la rotta e far capire loro che le abilità cognitive non sono innate, ma sono il risultato delle stimolazioni ambientali e delle esperienze di apprendimento.

 

Grazie a questa ipotesi di valorizzazione del know how degli insegnanti ritengo che si potrebbero ottenere i seguenti importanti risultati:

gli insegnanti sarebbero valorizzati sia sul piano intellettuale sia sul piano economico;

-il costo dell’operazione sarebbe nullo, perché oggi le figure occorrenti sono già coperte da professori universitari (non intendo quindi un semi esonero con il solo ruolo da tutor come accade oggi);

-più giovani verrebbero attratti dalla professione di docente, con possibilità di carriera anche in università ai fini della ricerca;

-si otterrebbe il vantaggio di far crescere i docenti inclusi nel programma, di valorizzare il loro know-how per condividerlo con le nuove leve;

-si liberebbero posti di lavoro per l’inserimento dei giovani;

-la popolazione avrebbe la giusta percezione del lavoro del docente.

Il fallimento della scuola

FONTE: Il Messaggero

AUTORE:  Lorena Loiacono

DATA:  4 maggio 2019

Se queste fossero le pagelle di fine anno, le bocciature in Italia fioccherebbero a migliaia. Soprattutto al Sud. In terza media infatti non raggiungono la sufficienza in italiano più di un ragazzo su tre, in matematica addirittura 4 su dieci. È quanto emerge dalla fotografia scattata dal Rapporto Istat sui Sustainable Development Goals, gli obiettivi dello sviluppo sostenibile adottati con l'Agenda 2030 dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite per intervenire sulle criticità. Tra i vari obiettivi fissati dall'Agenda 2030, c'è anche quello legato all'educazione e alla formazione dei ragazzi.

Secondo i dati dell'Istat, che si basano sulle rilevazioni svolte dall'Invalsi, i ragazzi che frequentano l'ultimo anno delle scuole medie si affacciano alle superiori con gravi insufficienze: il 34,4% infatti non raggiunge la sufficienza nelle competenze alfabetiche, riportando gravi difficoltà nella comprensione dei testi, mentre il 40,1% ha seri problemi con la matematica.

 

LE REGIONI IN DIFFICOLTÀ

Il quadro generale svela differenze importanti a livello territoriale. Le regioni dove si registra la maggiore presenza di ragazzi con difficoltà a ricostruire significati complessi, infatti, si trovano al Sud: in Campania si raggiunge la percentuale più alta pari al 50,2% di insufficienze in lettura, di poco inferiori le percentuali che si registrano in Calabria e in Sicilia dove si resta comunque sull'ordine di uno studente su due impreparato in italiano. Sempre al Sud e sempre in queste tre regioni si rilevano i peggiori risultati anche in matematica. A fronte di una media nazionale di 4 ragazzi impreparati su 10, in Campania e Calabria si sale addirittura a quota 6 su 10 e in Sicilia il dato cala di poco.

 

MASCHI E FEMMINE

In entrambi i campi presi in considerazione dai test invalsi, italiano e matematica, a fare la differenza è il genere: in matematica infatti i ragazzi vanno meglio rispetto alla media nazionale, le femmine al contrario raggiungono risultati migliori in italiano.

Quando poi si passa al secondo ciclo di istruzione, alla scuola superiore, le criticità continuano a farsi sentire, ma con un quadro molto differenziato a seconda del percorso di studi scelto. Per quanto riguarda il secondo anno delle scuole superiori, infatti, il risultato medio cambia in base al tipo di istituto: il 17,7% dei liceali non raggiunge la sufficienza nelle competenze alfabetiche mentre uno su tre è scarso in quelle matematiche. Se invece si osservano i ragazzi al secondo anno degli istituti tecnici, risultano insufficienti in lettura poco meno di 4 ragazzi su 10 e in matematica il 42,3%. La pagella più brutta arriva dai professionali: sette studenti su dieci non raggiungono la sufficienza in lettura mentre quasi 8 su 10, il 77,2%, è insufficiente in competenze numeriche.

 

L'UNIVERSITÀ

Nel rapporto Istat una sezione a parte è dedicata al titolo di studio terziario: la laurea. In Italia meno di un ragazzo su 3, in età compresa tra i 30 e i 34 anni, possiede una laurea: il 27,9%. Il dato soddisfa l'obiettivo nazionale previsto da Europa 2020, fissato al 26-27%, ma resta comunque decisamente inferiore rispetto a quello dell'Unione Europea che arriva al 40,5%: il dato italiano è superiore solo a quello della Romania.

A spiccare in questo campo sono le donne: nel 2018, infatti, il 34% delle donne di 30-34 anni ha una laurea contro il 21,7% dei coetanei maschi. Si tratta di percentuali in aumento rispetto al passato: nel 2004, erano rispettivamente il 18,4% e il 12,8%.

Scrivere a mano fa bene

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE:  Candida Morvillo

DATA:  4 gennaio 2019

Pare che stia tornando di moda scrivere a mano. Un’inchiesta del magazine americano Medium racconta che, ultimamente, molti professori di Harvard impongono agli studenti di prendere appunti manuali invece che su computer e tablet, e che in Arizona e North Carolina le scuole hanno lanciato campagne per insegnare correttamente il corsivo. In Cina, c’è un movimento per riappropriarsi della capacità di scrivere di proprio pugno: disabituarsi a maneggiare i loro difficili caratteri starebbe depauperando la memoria nazionale.

Popolo di scriventi

Anche l’Italia si sta scoprendo un popolo di scriventi oltre che di digitatori. Nel 2015 è nata l’associazione Smed (Scrivere a mano nell’era digitale). Riunisce insegnanti e calligrafi, organizza corsi da Roma in su, per «evitare un impoverimento della motricità fine, della memoria visuale e motoria, dell’organizzazione cognitiva della scrittura e della capacità di esprimere noi stessi in modo unico, immediato, personale». L’Aci, Associazione calligrafica italiana, sta registrando il boom d’iscrizioni ai suoi corsi, una cinquantina l’anno. Fenomeno, questo, globale, almeno da quando si sa che la duchessa Meghan Markle, da ragazza, per lavoro, scriveva inviti ai matrimoni. La vicepresidente dell’Aci Anna Schettin racconta al Corriere: «Scrivere in bella grafia è un’attività lenta e tutti abbiamo bisogno di rallentare. Le persone stanno scoprendo che la grafia è personale, lascia un segno di sé, può essere lieve, forte, calcata, parla della propria personalità». È come se a furia di digitare, e anche dettare agli smartphone, di usare faccine, scrittura predittiva che non contempla l’intero alfabeto del cuore e della mente, abbiamo cominciato a chiederci se non ci stiamo perdendo qualcosa.

Aiuta a pensare meglio

Ricerche scientifiche dimostrano che scrivere a mano aiuta a pensare meglio e l’Istituto grafologico internazionale di Urbino Girolamo Moretti si è adoperato affinché la scrittura a mano sia proclamata dall’Unesco patrimonio dell’umanità. Benedetto Vertecchi, professore emerito di Pedagogia all’Università Roma Tre, autore di oltre 600 pubblicazioni, è a capo di un gruppo di studio sui bambini e la scrittura manuale e spiega al Corriere: «I nostri test hanno dimostrato che scrivere a mano aumenta enormemente la capacità di usare il linguaggio. Non è solo questione di tracciare segni, ma del pensiero che corrisponde al segno che si traccia. Scrivendo sulla carta, il pensiero si esprime in modi molto più distesi e riflessivi che con altri mezzi». Le sue ricerche rilevano anche che usare la penna ha effetti positivi sulla manualità in generale: «Un bimbo che la tiene correttamente con pollice, indice e medio, invece che con due dita o impugnandola come una clava, è anche un bimbo che tipicamente sa allacciarsi le scarpe e usare bene un cucchiaio».

I convertiti

Molti che scrivono per mestiere non si sono mai convertiti al pc. James Ellroy scrive a mano i suoi libri, così le loro sceneggiature Quentin Tarantino e George Clooney, che assicura di essere un disastro nel «copia e incolla». Da oltre trent’anni, Maria Venturi produce best seller (l’ultimo libro, per HarperCollins, è Tanto cielo per niente) e lo fa sempre a mano. Dice: «Quando ero una giovane giornalista, ero anche una veloce dattilografa e ora so usare il computer, però ho sempre creato solo con carta e penna: è come se il pensiero mi scivolasse dalla testa lungo la mano destra. È un testa-mano continuo, ho un cervellino nelle dita che reggono la penna e mi correggono o mi dettano il sinonimo. Se in mezzo ci metto una macchina, vado lenta e la concentrazione si spezza. Per cui, scrivo a mano e poi copio al computer e mando».

Taccuino

Se s’incontra in aereo o in treno l’ex Miss Italia Martina Colombari, è facile vederla intenta a compilare un taccuino. Lei stessa lo spiega così al Corriere: «Scrivere a mano mi rende i pensieri più chiari e limpidi. Lo faccio se prendo appunti e, dopo aver seguito i seminari di meditazione, metto su carta le mie riflessioni. È un momento per stare con me stessa che non sarebbe uguale se avessi per filtro una tastiera. Anche quando devo dire qualcosa d’importante a una persona cara, scrivo lettere, non email». Il professor Vertecchi suggerisce un esercizio pensato per i più piccoli, ma utile anche agli adulti. Lo si trova nel suo libro I bambini e la scrittura (Franco Angeli editore, 2016) ed è l’esperimento intitolato a una frase di Plinio il Vecchio, «Nulla dies sine linea», «Nessun giorno senza un segno». Basta scrivere ogni giorno poche righe — gli scolari di quinta ne hanno scritte sei — ogni volta esercitandosi su un semplice tema, tipo «com’è il tempo oggi». In quattro mesi, si scopre che sono migliorati la qualità del linguaggio e del pensiero. Provare per credere.

Uso eccessivo dello smartphone negativo per rendimento scolastico

FONTE: Il Sole 24 Ore

AUTORE: scuola 24

DATA: 25 febbraio 2019

L’uso eccessivo dello smartphone incide negativamente sul rendimento scolastico dei più giovani

Usare lo smartphone durante la cena in famiglia o durante l'orario del sonno incide negativamente sul rendimento scolastico dei più giovani. A dirlo sono due studi condotti da Marco Gui - ricercatore ed esperto di uso di Internet - insieme a Tiziano Gerosa - assegnista di ricerca su tematiche metodologiche in campo educativo, entrambi afferenti al Centro di ricerca “Benessere digitale” del dipartimento di Sociologia e Ricerca sociale di Milano-Bicocca (www.benesseredigitale.eu).

La prima ricerca è pubblicata sulla rivista Polis mentre la seconda è in uscita sull'Handbook of digital inequality, curato dalla nota studiosa Eszter Hargittai (Edwar Elgar Publisher).

Le ricerche hanno preso in esame l'intera popolazione studentesca della Val d'Aosta tra i 14 e i 19 anni, per un totale di 4.675 ragazzi. Attraverso due diversi metodi di analisi quantitativa, gli studi hanno confermato che l'utilizzo intensivo dello smartphone, in particolare nei momenti più importanti della giornata come la cena in famiglia o l'orario del sonno, si ripercuote negativamente sul rendimento scolastico dei ragazzi.

L'elemento di originalità delle ricerche è stato approfondire l'analisi del contesto socio-economico degli studenti, riscontrando come un massiccio utilizzo dello smartphone tra le famiglie meno istruite è ulteriore fonte di disuguaglianza nella già diseguale relazione tra livello di istruzione della famiglia e rendimento scolastico.

«Le conclusioni mettono in luce che l'uso non regolato dello smartphone rappresenta un problema anche rispetto alla disuguaglianza sociale – afferma Marco Gui, responsabile delle ricerche - In un certo senso si è passati da un digital divide basato sulla scarsità di accesso ad un divario basato invece sull'utilizzo eccessivo e non regolato. Mentre si dibatte sul se e sul come lo smartphone possa essere impiegato nella didattica, questi studi mostrano una urgenza in parte diversa: intervenire per sviluppare negli studenti capacità di regolazione e gestione dell'uso dello smartphone in ambito extrascolastico, in particolare nell'ambiente familiare».

La “genitorialità intensiva”

FONTE: il Fatto Quotidiano

AUTORE: Elisabetta Ambrosi

DATA: 29 dicembre 2018

HO DOVUTO LEGGERE DUE VOLTE L’ARTICOLO CHE SEGUE PER COMPRENDERLO APPIENO. ALCUNE ARGOMENTAZIONI MI LASCIANO PERPLESSO, MA SONO TALMENTE TANTI GLI STIMOLI ALLA RIFLESSIONE CHE HO DECISO DI PROPORVELO.

Genitori economicamente ansiosi e iper-coinvolti. Così la paura della retrocessione sociale intacca l’educazione.

Eccesso di stimolazione, mancanza di libertà per padri e madri come per i loro bambini, aumento del tempo dedicato (tre volte in più che negli anni settanta) e dominio del modello "imprenditoriale". Il New York Times lancia la provocazione: e se l'educazione di oggi fosse dannosa per il futuro delle prossime generazioni?

Emotivamente sfiancante e sempre più costoso, in termini di soldi e denaro. Crescere figli oggi comporta un investimento di risorse economiche e psicologiche che però spesso rischia di essere persino controproducente. A lanciare la provocazione è il New York Times che pubblica una lunga inchiesta a firma di Claire Cain MillerThe Relentlessness of Modern Parenting. Il bersaglio è la cosiddetta “genitorialità intensiva”, un termine coniato dalla sociologa Sharon Huys che descrive uno stile genitoriale “sempre più centrato sul bambino, affidato agli esperti, emotivamente assorbente, finanziariamente costoso”.

Al contrario di quanto si crede, infatti, i genitori lavoratori di oggi passano con i figli lo stesso tempo delle madri casalinghe degli anni Settanta. Cambia anche il modo di stare con i bambini: si legge con loro, li si accompagna alle loro mille attività, si partecipa alle loro recite e giochi, si guarda persino la televisione insieme, si condividono i compiti: 5 ore a settimana rispetto all’ora e 45 minuti del 1975. Figli sempre più intrattenuti invece che semplicemente “amati e disciplinati”.

L’ansia della retrocessione sociale

Ma cosa spinge i genitori a dedicarsi così affannosamente ai propri figli, investendo grandi quantità di tempo e denaro? Gli scienziati sociali non hanno dubbi: la motivazione è l’ansia economica, il terrore che i propri figli avranno una vita meno prosperosa o finiscano in una classe sociale inferiore. Di qui il modello di genitorialità intensivo e “ansiogeno” – spiega la filosofa e sociologa Giorgia Serughetti – “che risponde in pieno alla concezione capitalistica dell’individuo imprenditore di se stesso. In questa logica, i figli non sono un’apertura al futuro, al rischio, all’imprevisto, al diverso da sé, ma piuttosto una componente centrale di un progetto di vita pensato come investimento imprenditoriale”.

L’altro fenomeno che il New York Times segnala è che, mentre questa educazione è stata la norma delle classi benestanti fin dagli anni 90, oggi le nuove aspettative hanno permeato anche i genitori di classi inferiori, persino coloro che non hanno mezzi per sostenere questo tipo di educazione. Insomma la genitorialità intensiva è diventata il modello culturale dominante, anche per chi non può frequentare elitari club sportivi o costose scuole di musica. E che per questo, magari, come spiega il pedagogista Benedetto Vertecchi, “finisce per ripiegare su prodotti di consumo, ben diversi dalle opportunità basate sull’interazione – lingue, sport, musica – appannaggio delle classi alte. In America come in Italia”.

 

I genitori? Esausti e pieni di sensi di colpa

Il problema è che, mentre si alza l’asticella degli standard educativi non aumentano i supporti per i genitori che lavorano, come i congedi parentali, i sussidi, gli orari flessibili, mentre si riducono anche le reti informali di aiuto. La conseguenza è che i genitori, in particolare le madri, sono stressati, esausti e pieni di sensi di colpa. E per dedicarsi a tempo pieno ai figli tolgono tempo ai partner, agli amici, ai momenti di piacere, al sonno. Molte donne interrompono la propria carriera oppure sono decidono di non fare figli. Altre, già madri, si limitano a un solo figlio nel timore di non poter garantire lo stesso standard educativo agli altri. “Mentre nel dopoguerra la diminuzione del numero dei figli e un maggiore investimento sulla qualità erano avvenute contestualmente a un’espansione dei sistemi di welfare e crescita economica, oggi il sistema di welfare non è più in espansione e l’ascensore sociale si è in buona parte bloccato”, spiega il demografo Alessandro Rosina, (ultimo libro: Il futuro non invecchia, Vita e Pensiero). “Non sorprende che i figli siano sempre di meno”, dice a sua volta Serughetti. “Non è solo un problema di difficoltà economica, è anche una ricaduta del modello di genitorialità, soprattutto di maternità, che impone una presenza e una dedizione che semplicemente molte donne non possono permettersi”.

Se l’eccesso di attenzioni è un boomerang

Mentre i genitori si affannano, gli psicologi lanciano l’allarme sull’alto livello di stress che questo clima emotivo comporta e sul deficit di indipendenza e sicurezza in se stessi. Alcune ricerchehanno hanno mostrato che bambini con genitori iper-coinvoltihanno un livello più alto di ansia e meno soddisfazione verso la vita, mentre i bambini che giocano senza supervisione costruiscono competenze sociali e pratiche e maturità emotiva. “Questa crescita di attenzione e investimento, a volte ossessivo, verso i figli”, dice Rosina, “rischia di produrre da un lato lato fragilità nei giovani stessi per eccesso di aspettative dei genitori nei loro confronti, dall’altro diseguaglianze crescenti per il peso crescente che le risorse culturali ed economiche della famiglia di origine”. “Se l’agenda piena è stancante per noi adulti figuriamoci per un bambino. Non sono rari, infatti, problemi legati all’autostima, episodi di ansia, difficoltà ad addormentarsi o abbassamento del rendimento scolastico”, argomenta Marta Giuliani, psicologa dell’età evolutiva (ordine degli psicologi del Lazio). Molto critico anche il professor Vertecchi: “Paradossalmente la generazione precedente era molto più libera di quella attuale, anche di girare per le strade. Oggi invece sembra che la preoccupazione principale sia quella di non lasciargli un minuto libero, tanto che c’è da chiedersi come possano sviluppare qualcosa che non sia il risultato di un condizionamento dei genitori”. Cosa si potrebbe fare, allora? “Senza dubbio”, conclude Vertecchi, “sarebbe opportuno rispolverare l’educazione negativa teorizzata da Rousseau, ossia limitarsi a stare attenti che i bambini non si facciano male, invece di considerarli come un valore da non lasciare mai incustodito. Anche perché chi sostiene la necessità della presenza continua dei genitori non spiega le ragioni scientifiche per cui tale presenza ininterrotta sarebbe necessaria. Né quali benefici realmente porti”.

 

Perché l’ascensore sociale è bloccato

FONTE: Il Sole 24 Ore

AUTORE: Quirino Camerlengo

DATA: 16 maggio 2018

La ricerca condotta dagli analisti di Bankitalia sull’ascensore sociale è l’occasione per ritornare alle riflessioni già svolte alcuni mesi fa. Qual è la conclusione cui perviene questo documento? Le condizioni di partenza sono determinanti per la posizione sociale degli individui, alla luce di fattori ambientali quali il quartiere di provenienza, le scuole frequentate, vincoli familiari e legami di amicizia. Ancora una volta, dunque, si denuncia il brusco rallentamento, o meglio, il consolidato blocco dell’ascensore sociale.

RAPPORTO SULLA SITUAZIONE DEL PAESE

Istat: il Pil migliora ma l’ascensore sociale è bloccato. Il ruolo della famiglia

L’immobilità sociale svuota di significato quel principio di eguaglianza sostanziale, consacrato nel secondo comma dell’articolo 3 della Costituzione, che richiede un impegno delle istituzioni repubblicane per un pieno (non incompiuto o parziale) sviluppo della personalità e una effettiva (non simbolica o passiva) partecipazione di tutti alla vita comunitaria. L’immobilità sociale è anche fonte di antagonismi sociali, di rancore verso chi possiede ricchezza e opportunità grazie a una buona sorte. L’immobilità sociale, infine, fomenta il populismo, che intercetta il malessere dei soggetti deboli traducendoli in provvedimenti dettati dalla demagogia e della strumentalizzazione del popolo stesso.

Destra e sinistra hanno condiviso lo stesso errore: ignorare le tante richieste di promozione sociale provenienti dagli strati più deboli della popolazione. Gli schieramenti che hanno governato sino a pochi mesi fa hanno privilegiato, in modo miope, la strada della liberazione dal bisogno economico, con misure di sostegno che si sono rivelate il più delle volte forme eleganti di elemosina e di carità. Questi strati, invece, hanno sempre invocato opportunità di crescita e di riscatto sociale, percependo l’aiuto dello Stato come precondizione e non come risultato di tale impegno.

L’indifferenza degli attori politici ha vanificato l’anelito progressista sotteso ai princìpi costituzionali di eguaglianza sostanziale e di giustizia sociale. Non sono mai neppure state immaginate politiche di lungo periodo o riforme strutturali idonee a stimolare la mobilità sociale. Ma la colpa non è soltanto delle istituzioni pubbliche.

IL COMMENTO

La mobilità sociale è di destra o di sinistra?

Sin dagli studi di Mosca, Pareto, Michels, teorici delle élites, si riscontrava una diffusa tendenza all’autoreclutamento delle élites stesse: azioni di cooptazione, come bene ha chiarito Antonio de Lillo, volte a garantire la trasmissione ereditaria del potere agli stessi appartenenti ai ceti dominanti. Quanto di più nocivo vi può essere per la mobilità sociale se non questo meccanismo autoreferenziale di selezione della classe dirigente? Più alte sono le barriere erette all’ingresso nei centri di poteri, tanto minore e fluida sarà la mobilità sociale.

Quanto di più nocivo vi può essere per la mobilità sociale se non questo meccanismo autoreferenziale di selezione della classe dirigente?”

Non è, quindi, azzardato imputare a questa forma di selezione una incidenza diretta nel blocco dell’ascensore sociale. Occorre così uno sforzo, serio e responsabile, da parte della stessa classe dirigente italiana per rimuovere quelle barriere che impediscono una reale, corretta, equa concorrenza. Ne trarrebbe giovamento la democrazia, con una più fluida circolazione del potere tra ceti e gruppi sociali. Ne trarrebbe giovamento la società, in quanto il ricambio così promosso potrebbe rivelarsi fonte di progresso. Ne trarrebbero giovamento gli individui, messi davvero nelle condizioni di credere nel merito quale motore di promozione e di riscatto sociale. Il merito, appunto.

L’ANALISI

Il più potente ascensore sociale

Contro la meritocrazia è il titolo di un saggio di Kwame Anthony Appiah, che ha denunciato l’uso distorto del merito quale matrice di nuove élites di privilegiati. A suo tempo, Michael Young (The Rise of the Meritocracy, 1958), stigmatizzò il merito basato su di una selezione dell’élite in base al quoziente intellettivo. Ebbene, questi esempi di critica al merito, quale criterio di selezione, non fanno che enfatizzare i rischi di una degenerazione di un modello che, se applicato virtuosamente, potrebbe contribuire a rendere meno intollerabili le diseguaglianze.

IL RAPPORTO CENSIS

Rapporto Censis: un paese deluso che non vede il cambiamento

Se i ceti dominanti rinunciassero a definire essi stessi i parametri per misurare il merito delle persone, se nel contempo le persone stesse accettassero di essere giudicate per l’impegno profuso, i sacrifici sopportati, il talento coltivato nel tempo, se si creasse un sistema sociale informato davvero alla pari dignità sociale di tutti, con interventi di solidarietà per chi non riesce nella «gara della vita» (Bobbio), il merito potrebbe funzionare senza destare queste obiezioni e paure. Del resto, non è forse vero che la nostra Costituzione, quando si occupa di diritto allo studio, presta una particolare attenzione verso i capaci e meritevoli che, anche se privi di mezzi, aspirano a raggiungere i gradi più alti dell’istruzione?

PIETRO: QUASI NESSUNO HA IL CORAGGIO DI DIRE CHE LA SCUOLA PUBBLICA, NELLA QUALE OPERO DA UNDICI ANNI, GENERALMENTE Dà UN CONTRIBUTO DETERMINANTE A TUTTE LE NEGATIVITà SOPRA DETTE; NON PENSO CASUALMENTE, NONOSTANTE LE MIGLIORI INTENZIONI DI ALCUNI DOCENTI.

Sempre più connessi, sempre più soli

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE:  Luigi Ripamonti

DATA: 27 settembre 2018

Viviamo perennemente connessi eppure ci sentiamo sempre più soli. E la solitudine è una malattia vera e propria, epidemica, con un portato complessivo che travalica il non-vissuto individuale per insediarsi a un livello di decostruzione sociale, culturale ed economica.

La tesi di Manfred Spitzer in Connessi e isolati (Corbaccio) può apparire estremista ma è supportata da un robusto corpo di dati scientifici. A partire da quelli che demoliscono l’illusione che i social-network possano essere una panacea contro la percezione di isolamento: casomai è il contrario. L’autore argomenta con numerosi, solidi, studi quanto l’uso di Facebook conduca a un livello più basso di soddisfazione nella vita

. «I social media stanno ai rapporti interpersonali reali come i popcorn stanno alla sana alimentazione: ci si aspetta di provare gioia tra amici, e ciò che si ottiene in verità è solo aria fritta», argomenta Spitzer.

Perché allora così tante persone accedono al loro account e occupano il tempo con un’attività che loro stesse (se glielo si chiede) descrivono come inutile? Perché spesso non sanno cosa fa loro bene e cosa li rende felici, spiega l’autore. «Credono che staranno meglio quando si saranno loggate in un social network, in verità stanno peggio. In particolare, e contro ogni aspettativa, i social network ci rendono più soli». Insomma ci fanno «stare male», proprio perché ci fanno sentire soli. La ragione e il problema albergano entrambi nell’evoluzione.

L’uomo è un animale sociale, la nostra specie ha potuto fare quello che ha fatto grazie soprattutto alla capacità di cooperare. Il gruppo, nelle sue varie declinazioni, è il cardine per lo sviluppo e il progresso, ma lo è anche per la sopravvivenza del singolo. Ciascuno di noi lo sa bene, seppure inconsciamente, tant’è vero che la sensazione di solitudine attiva nel nostro cervello precise aree nervose (la corteccia cingolata anteriore e la corteccia prefrontale ventrale destra) che ci fanno «provare dolore» proprio per indurci a provi rimedio, e quindi a sopravvivere. A questo punto potrà non sorprendere troppo constatare che le stesse aree cerebrali vengono attivate anche dal dolore fisico, e il motivo è lo stesso. Il dolore è un meccanismo protettivo, selezionato dall’evoluzione per proteggerci: se non avvertissimo dolore non leveremmo la mano dal fuoco e quindi la perderemmo, analogamente se non provassimo «dolore» nel sentirci soli, isolati, esclusi, non tenteremmo di stabilire relazioni e quindi metteremmo a rischio la nostra sopravvivenza e, estendendo il comportamento, anche quella della specie.

Da qui alle conseguenze collettive di una solitudine diffusa e in crescita il passo concettuale è breve. Le società si sviluppano grazie a una patto fondamentale di fiducia, che si nutre di rapporti. Quando la maggior parte delle nostre attività, dal comprare qualcosa, a informarci, a orientarsi in una città, si svolgono senza bisogno di interagire con qualcuno di persona, si verifica una progressiva depauperazione del patrimonio di fiducia reciproca che è il mattone su cui è edificato il sociale e anche l’economico. Le premesse e le conseguenze si alimentano in un circolo vizioso, in cui a essere inizio e fine è l’individualismo che sfocia nel narcisismo. L’analisi di Spitzer in questo senso si concentra soprattutto sulla generazione dei millenials, che incarnano, inevitabilmente, questa tendenza e per i quali è stata coniata la definizione «Generation look at me». Ma il problema non è l’abbondanza di selfie, quanto il ripiegamento su di sé che questa simboleggia, sia in termini di salute individuale sia del tessuto sociale.

A ciò dà il proprio contributo anche la televisione, fornendo modelli che incoraggiano all’egocentrismo, con una programmazione che va in una precisa direzione. Talk show e reality show mettono sempre a fuoco lo stesso punto: distinguersi, essere il migliore, il più bello, il più pazzo o il più repellente, e diventare famoso per questo. E talora anche l’educazione dei genitori contribuisce alla tendenza con uno stile educativo indulgente: qualsiasi cosa facciano i loro figli, sono sempre «i migliori». Il risultato di tutto ciò è stato scientificamente studiato: «Giovani adulti narcisisti, poco interessati al benessere degli altri, che senza alcun impegno particolare credono di essere destinati a un lavoro di prima classe e a diventare ricchi per poter vivere nelle migliori condizioni possibili».

Una società sempre più individualista ed egoista è non soltanto indirizzata a una maggiore infelicità ma anche a una crescente fragilità strutturale. In qualche modo estrema espressione e conseguenze dell’Homo homini lupus di Hobbes.

Che fare allora? La proposta di Spitzer sarebbe rivoluzionaria se fosse inedita: rivalutare il «dare» a scapito del prendere. L’autore, però, anche qui, non è ideologico e chiama a raccolta un numero consistente di studi che corroborano l’ipotesi che l’uomo sia meno oeconomicus di quanto non ci si dica comunemente. Diversi esperimenti dimostrano che, se non provocate, le persone non tendono a prevaricare gli altri ma piuttosto ad avere comportamenti corretti e che la felicità sia maggiore, e misurabile, quando si compiono gesti, anche molto piccoli, di generosità.

Cioè il contrario della direzione indicata da social network, e non solo, che promuovono la massima espressione dell’homo oeconomicus nella sua versione più individualista, autoreferenziale, selfie: valorizzazione massima del sé, con narcisismo e inevitabile isolamento sociale (la storia di Narciso insegna).

Diventare consapevoli del problema e provare a reagire ha come premio immediato un maggior benessere anche individuale, perché le prove scientifiche che lo stress cronico sia latore di malattie sono tantissime e le ricerche dimostrano che la solitudine è un potente motivo di stress cronico, da cui l’aumento di patologie che porta con sé, dal raffreddore, all’infarto, all’ictus, fino al cancro, diventando, di fatto, la prima causa di morte nel mondo occidentale secondo dati che l’autore non lesina. E quanto la solitudine, o, per essere più precisi, la sua percezione sia fondante per la salute lo provano diverse indagini che hanno dimostrato come la mancanza di affetto e accudimento nelle prime fasi della vita abbia conseguenze oggettive sulla capacità della gestione dello stress nel corso di tutta la vita. Bambini poco accarezzati, abbracciati, amati nella prima infanzia mostrano alterazioni recettoriali per gli ormoni legati allo stress a livello cerebrale. Motivo per cui la solitudine può essere letta come una condizione con ricadute epigenetiche, perché possiede la capacità di condizionare l’espressione dei nostri geni.