Il fallimento della scuola

FONTE: Il Messaggero

AUTORE:  Lorena Loiacono

DATA:  4 maggio 2019

Se queste fossero le pagelle di fine anno, le bocciature in Italia fioccherebbero a migliaia. Soprattutto al Sud. In terza media infatti non raggiungono la sufficienza in italiano più di un ragazzo su tre, in matematica addirittura 4 su dieci. È quanto emerge dalla fotografia scattata dal Rapporto Istat sui Sustainable Development Goals, gli obiettivi dello sviluppo sostenibile adottati con l'Agenda 2030 dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite per intervenire sulle criticità. Tra i vari obiettivi fissati dall'Agenda 2030, c'è anche quello legato all'educazione e alla formazione dei ragazzi.

Secondo i dati dell'Istat, che si basano sulle rilevazioni svolte dall'Invalsi, i ragazzi che frequentano l'ultimo anno delle scuole medie si affacciano alle superiori con gravi insufficienze: il 34,4% infatti non raggiunge la sufficienza nelle competenze alfabetiche, riportando gravi difficoltà nella comprensione dei testi, mentre il 40,1% ha seri problemi con la matematica.

 

LE REGIONI IN DIFFICOLTÀ

Il quadro generale svela differenze importanti a livello territoriale. Le regioni dove si registra la maggiore presenza di ragazzi con difficoltà a ricostruire significati complessi, infatti, si trovano al Sud: in Campania si raggiunge la percentuale più alta pari al 50,2% di insufficienze in lettura, di poco inferiori le percentuali che si registrano in Calabria e in Sicilia dove si resta comunque sull'ordine di uno studente su due impreparato in italiano. Sempre al Sud e sempre in queste tre regioni si rilevano i peggiori risultati anche in matematica. A fronte di una media nazionale di 4 ragazzi impreparati su 10, in Campania e Calabria si sale addirittura a quota 6 su 10 e in Sicilia il dato cala di poco.

 

MASCHI E FEMMINE

In entrambi i campi presi in considerazione dai test invalsi, italiano e matematica, a fare la differenza è il genere: in matematica infatti i ragazzi vanno meglio rispetto alla media nazionale, le femmine al contrario raggiungono risultati migliori in italiano.

Quando poi si passa al secondo ciclo di istruzione, alla scuola superiore, le criticità continuano a farsi sentire, ma con un quadro molto differenziato a seconda del percorso di studi scelto. Per quanto riguarda il secondo anno delle scuole superiori, infatti, il risultato medio cambia in base al tipo di istituto: il 17,7% dei liceali non raggiunge la sufficienza nelle competenze alfabetiche mentre uno su tre è scarso in quelle matematiche. Se invece si osservano i ragazzi al secondo anno degli istituti tecnici, risultano insufficienti in lettura poco meno di 4 ragazzi su 10 e in matematica il 42,3%. La pagella più brutta arriva dai professionali: sette studenti su dieci non raggiungono la sufficienza in lettura mentre quasi 8 su 10, il 77,2%, è insufficiente in competenze numeriche.

 

L'UNIVERSITÀ

Nel rapporto Istat una sezione a parte è dedicata al titolo di studio terziario: la laurea. In Italia meno di un ragazzo su 3, in età compresa tra i 30 e i 34 anni, possiede una laurea: il 27,9%. Il dato soddisfa l'obiettivo nazionale previsto da Europa 2020, fissato al 26-27%, ma resta comunque decisamente inferiore rispetto a quello dell'Unione Europea che arriva al 40,5%: il dato italiano è superiore solo a quello della Romania.

A spiccare in questo campo sono le donne: nel 2018, infatti, il 34% delle donne di 30-34 anni ha una laurea contro il 21,7% dei coetanei maschi. Si tratta di percentuali in aumento rispetto al passato: nel 2004, erano rispettivamente il 18,4% e il 12,8%.

Scrivere a mano fa bene

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE:  Candida Morvillo

DATA:  4 gennaio 2019

Pare che stia tornando di moda scrivere a mano. Un’inchiesta del magazine americano Medium racconta che, ultimamente, molti professori di Harvard impongono agli studenti di prendere appunti manuali invece che su computer e tablet, e che in Arizona e North Carolina le scuole hanno lanciato campagne per insegnare correttamente il corsivo. In Cina, c’è un movimento per riappropriarsi della capacità di scrivere di proprio pugno: disabituarsi a maneggiare i loro difficili caratteri starebbe depauperando la memoria nazionale.

Popolo di scriventi

Anche l’Italia si sta scoprendo un popolo di scriventi oltre che di digitatori. Nel 2015 è nata l’associazione Smed (Scrivere a mano nell’era digitale). Riunisce insegnanti e calligrafi, organizza corsi da Roma in su, per «evitare un impoverimento della motricità fine, della memoria visuale e motoria, dell’organizzazione cognitiva della scrittura e della capacità di esprimere noi stessi in modo unico, immediato, personale». L’Aci, Associazione calligrafica italiana, sta registrando il boom d’iscrizioni ai suoi corsi, una cinquantina l’anno. Fenomeno, questo, globale, almeno da quando si sa che la duchessa Meghan Markle, da ragazza, per lavoro, scriveva inviti ai matrimoni. La vicepresidente dell’Aci Anna Schettin racconta al Corriere: «Scrivere in bella grafia è un’attività lenta e tutti abbiamo bisogno di rallentare. Le persone stanno scoprendo che la grafia è personale, lascia un segno di sé, può essere lieve, forte, calcata, parla della propria personalità». È come se a furia di digitare, e anche dettare agli smartphone, di usare faccine, scrittura predittiva che non contempla l’intero alfabeto del cuore e della mente, abbiamo cominciato a chiederci se non ci stiamo perdendo qualcosa.

Aiuta a pensare meglio

Ricerche scientifiche dimostrano che scrivere a mano aiuta a pensare meglio e l’Istituto grafologico internazionale di Urbino Girolamo Moretti si è adoperato affinché la scrittura a mano sia proclamata dall’Unesco patrimonio dell’umanità. Benedetto Vertecchi, professore emerito di Pedagogia all’Università Roma Tre, autore di oltre 600 pubblicazioni, è a capo di un gruppo di studio sui bambini e la scrittura manuale e spiega al Corriere: «I nostri test hanno dimostrato che scrivere a mano aumenta enormemente la capacità di usare il linguaggio. Non è solo questione di tracciare segni, ma del pensiero che corrisponde al segno che si traccia. Scrivendo sulla carta, il pensiero si esprime in modi molto più distesi e riflessivi che con altri mezzi». Le sue ricerche rilevano anche che usare la penna ha effetti positivi sulla manualità in generale: «Un bimbo che la tiene correttamente con pollice, indice e medio, invece che con due dita o impugnandola come una clava, è anche un bimbo che tipicamente sa allacciarsi le scarpe e usare bene un cucchiaio».

I convertiti

Molti che scrivono per mestiere non si sono mai convertiti al pc. James Ellroy scrive a mano i suoi libri, così le loro sceneggiature Quentin Tarantino e George Clooney, che assicura di essere un disastro nel «copia e incolla». Da oltre trent’anni, Maria Venturi produce best seller (l’ultimo libro, per HarperCollins, è Tanto cielo per niente) e lo fa sempre a mano. Dice: «Quando ero una giovane giornalista, ero anche una veloce dattilografa e ora so usare il computer, però ho sempre creato solo con carta e penna: è come se il pensiero mi scivolasse dalla testa lungo la mano destra. È un testa-mano continuo, ho un cervellino nelle dita che reggono la penna e mi correggono o mi dettano il sinonimo. Se in mezzo ci metto una macchina, vado lenta e la concentrazione si spezza. Per cui, scrivo a mano e poi copio al computer e mando».

Taccuino

Se s’incontra in aereo o in treno l’ex Miss Italia Martina Colombari, è facile vederla intenta a compilare un taccuino. Lei stessa lo spiega così al Corriere: «Scrivere a mano mi rende i pensieri più chiari e limpidi. Lo faccio se prendo appunti e, dopo aver seguito i seminari di meditazione, metto su carta le mie riflessioni. È un momento per stare con me stessa che non sarebbe uguale se avessi per filtro una tastiera. Anche quando devo dire qualcosa d’importante a una persona cara, scrivo lettere, non email». Il professor Vertecchi suggerisce un esercizio pensato per i più piccoli, ma utile anche agli adulti. Lo si trova nel suo libro I bambini e la scrittura (Franco Angeli editore, 2016) ed è l’esperimento intitolato a una frase di Plinio il Vecchio, «Nulla dies sine linea», «Nessun giorno senza un segno». Basta scrivere ogni giorno poche righe — gli scolari di quinta ne hanno scritte sei — ogni volta esercitandosi su un semplice tema, tipo «com’è il tempo oggi». In quattro mesi, si scopre che sono migliorati la qualità del linguaggio e del pensiero. Provare per credere.

Uso eccessivo dello smartphone negativo per rendimento scolastico

FONTE: Il Sole 24 Ore

AUTORE: scuola 24

DATA: 25 febbraio 2019

L’uso eccessivo dello smartphone incide negativamente sul rendimento scolastico dei più giovani

Usare lo smartphone durante la cena in famiglia o durante l'orario del sonno incide negativamente sul rendimento scolastico dei più giovani. A dirlo sono due studi condotti da Marco Gui - ricercatore ed esperto di uso di Internet - insieme a Tiziano Gerosa - assegnista di ricerca su tematiche metodologiche in campo educativo, entrambi afferenti al Centro di ricerca “Benessere digitale” del dipartimento di Sociologia e Ricerca sociale di Milano-Bicocca (www.benesseredigitale.eu).

La prima ricerca è pubblicata sulla rivista Polis mentre la seconda è in uscita sull'Handbook of digital inequality, curato dalla nota studiosa Eszter Hargittai (Edwar Elgar Publisher).

Le ricerche hanno preso in esame l'intera popolazione studentesca della Val d'Aosta tra i 14 e i 19 anni, per un totale di 4.675 ragazzi. Attraverso due diversi metodi di analisi quantitativa, gli studi hanno confermato che l'utilizzo intensivo dello smartphone, in particolare nei momenti più importanti della giornata come la cena in famiglia o l'orario del sonno, si ripercuote negativamente sul rendimento scolastico dei ragazzi.

L'elemento di originalità delle ricerche è stato approfondire l'analisi del contesto socio-economico degli studenti, riscontrando come un massiccio utilizzo dello smartphone tra le famiglie meno istruite è ulteriore fonte di disuguaglianza nella già diseguale relazione tra livello di istruzione della famiglia e rendimento scolastico.

«Le conclusioni mettono in luce che l'uso non regolato dello smartphone rappresenta un problema anche rispetto alla disuguaglianza sociale – afferma Marco Gui, responsabile delle ricerche - In un certo senso si è passati da un digital divide basato sulla scarsità di accesso ad un divario basato invece sull'utilizzo eccessivo e non regolato. Mentre si dibatte sul se e sul come lo smartphone possa essere impiegato nella didattica, questi studi mostrano una urgenza in parte diversa: intervenire per sviluppare negli studenti capacità di regolazione e gestione dell'uso dello smartphone in ambito extrascolastico, in particolare nell'ambiente familiare».

La “genitorialità intensiva”

FONTE: il Fatto Quotidiano

AUTORE: Elisabetta Ambrosi

DATA: 29 dicembre 2018

HO DOVUTO LEGGERE DUE VOLTE L’ARTICOLO CHE SEGUE PER COMPRENDERLO APPIENO. ALCUNE ARGOMENTAZIONI MI LASCIANO PERPLESSO, MA SONO TALMENTE TANTI GLI STIMOLI ALLA RIFLESSIONE CHE HO DECISO DI PROPORVELO.

Genitori economicamente ansiosi e iper-coinvolti. Così la paura della retrocessione sociale intacca l’educazione.

Eccesso di stimolazione, mancanza di libertà per padri e madri come per i loro bambini, aumento del tempo dedicato (tre volte in più che negli anni settanta) e dominio del modello "imprenditoriale". Il New York Times lancia la provocazione: e se l'educazione di oggi fosse dannosa per il futuro delle prossime generazioni?

Emotivamente sfiancante e sempre più costoso, in termini di soldi e denaro. Crescere figli oggi comporta un investimento di risorse economiche e psicologiche che però spesso rischia di essere persino controproducente. A lanciare la provocazione è il New York Times che pubblica una lunga inchiesta a firma di Claire Cain MillerThe Relentlessness of Modern Parenting. Il bersaglio è la cosiddetta “genitorialità intensiva”, un termine coniato dalla sociologa Sharon Huys che descrive uno stile genitoriale “sempre più centrato sul bambino, affidato agli esperti, emotivamente assorbente, finanziariamente costoso”.

Al contrario di quanto si crede, infatti, i genitori lavoratori di oggi passano con i figli lo stesso tempo delle madri casalinghe degli anni Settanta. Cambia anche il modo di stare con i bambini: si legge con loro, li si accompagna alle loro mille attività, si partecipa alle loro recite e giochi, si guarda persino la televisione insieme, si condividono i compiti: 5 ore a settimana rispetto all’ora e 45 minuti del 1975. Figli sempre più intrattenuti invece che semplicemente “amati e disciplinati”.

L’ansia della retrocessione sociale

Ma cosa spinge i genitori a dedicarsi così affannosamente ai propri figli, investendo grandi quantità di tempo e denaro? Gli scienziati sociali non hanno dubbi: la motivazione è l’ansia economica, il terrore che i propri figli avranno una vita meno prosperosa o finiscano in una classe sociale inferiore. Di qui il modello di genitorialità intensivo e “ansiogeno” – spiega la filosofa e sociologa Giorgia Serughetti – “che risponde in pieno alla concezione capitalistica dell’individuo imprenditore di se stesso. In questa logica, i figli non sono un’apertura al futuro, al rischio, all’imprevisto, al diverso da sé, ma piuttosto una componente centrale di un progetto di vita pensato come investimento imprenditoriale”.

L’altro fenomeno che il New York Times segnala è che, mentre questa educazione è stata la norma delle classi benestanti fin dagli anni 90, oggi le nuove aspettative hanno permeato anche i genitori di classi inferiori, persino coloro che non hanno mezzi per sostenere questo tipo di educazione. Insomma la genitorialità intensiva è diventata il modello culturale dominante, anche per chi non può frequentare elitari club sportivi o costose scuole di musica. E che per questo, magari, come spiega il pedagogista Benedetto Vertecchi, “finisce per ripiegare su prodotti di consumo, ben diversi dalle opportunità basate sull’interazione – lingue, sport, musica – appannaggio delle classi alte. In America come in Italia”.

 

I genitori? Esausti e pieni di sensi di colpa

Il problema è che, mentre si alza l’asticella degli standard educativi non aumentano i supporti per i genitori che lavorano, come i congedi parentali, i sussidi, gli orari flessibili, mentre si riducono anche le reti informali di aiuto. La conseguenza è che i genitori, in particolare le madri, sono stressati, esausti e pieni di sensi di colpa. E per dedicarsi a tempo pieno ai figli tolgono tempo ai partner, agli amici, ai momenti di piacere, al sonno. Molte donne interrompono la propria carriera oppure sono decidono di non fare figli. Altre, già madri, si limitano a un solo figlio nel timore di non poter garantire lo stesso standard educativo agli altri. “Mentre nel dopoguerra la diminuzione del numero dei figli e un maggiore investimento sulla qualità erano avvenute contestualmente a un’espansione dei sistemi di welfare e crescita economica, oggi il sistema di welfare non è più in espansione e l’ascensore sociale si è in buona parte bloccato”, spiega il demografo Alessandro Rosina, (ultimo libro: Il futuro non invecchia, Vita e Pensiero). “Non sorprende che i figli siano sempre di meno”, dice a sua volta Serughetti. “Non è solo un problema di difficoltà economica, è anche una ricaduta del modello di genitorialità, soprattutto di maternità, che impone una presenza e una dedizione che semplicemente molte donne non possono permettersi”.

Se l’eccesso di attenzioni è un boomerang

Mentre i genitori si affannano, gli psicologi lanciano l’allarme sull’alto livello di stress che questo clima emotivo comporta e sul deficit di indipendenza e sicurezza in se stessi. Alcune ricerchehanno hanno mostrato che bambini con genitori iper-coinvoltihanno un livello più alto di ansia e meno soddisfazione verso la vita, mentre i bambini che giocano senza supervisione costruiscono competenze sociali e pratiche e maturità emotiva. “Questa crescita di attenzione e investimento, a volte ossessivo, verso i figli”, dice Rosina, “rischia di produrre da un lato lato fragilità nei giovani stessi per eccesso di aspettative dei genitori nei loro confronti, dall’altro diseguaglianze crescenti per il peso crescente che le risorse culturali ed economiche della famiglia di origine”. “Se l’agenda piena è stancante per noi adulti figuriamoci per un bambino. Non sono rari, infatti, problemi legati all’autostima, episodi di ansia, difficoltà ad addormentarsi o abbassamento del rendimento scolastico”, argomenta Marta Giuliani, psicologa dell’età evolutiva (ordine degli psicologi del Lazio). Molto critico anche il professor Vertecchi: “Paradossalmente la generazione precedente era molto più libera di quella attuale, anche di girare per le strade. Oggi invece sembra che la preoccupazione principale sia quella di non lasciargli un minuto libero, tanto che c’è da chiedersi come possano sviluppare qualcosa che non sia il risultato di un condizionamento dei genitori”. Cosa si potrebbe fare, allora? “Senza dubbio”, conclude Vertecchi, “sarebbe opportuno rispolverare l’educazione negativa teorizzata da Rousseau, ossia limitarsi a stare attenti che i bambini non si facciano male, invece di considerarli come un valore da non lasciare mai incustodito. Anche perché chi sostiene la necessità della presenza continua dei genitori non spiega le ragioni scientifiche per cui tale presenza ininterrotta sarebbe necessaria. Né quali benefici realmente porti”.

 

Perché l’ascensore sociale è bloccato

FONTE: Il Sole 24 Ore

AUTORE: Quirino Camerlengo

DATA: 16 maggio 2018

La ricerca condotta dagli analisti di Bankitalia sull’ascensore sociale è l’occasione per ritornare alle riflessioni già svolte alcuni mesi fa. Qual è la conclusione cui perviene questo documento? Le condizioni di partenza sono determinanti per la posizione sociale degli individui, alla luce di fattori ambientali quali il quartiere di provenienza, le scuole frequentate, vincoli familiari e legami di amicizia. Ancora una volta, dunque, si denuncia il brusco rallentamento, o meglio, il consolidato blocco dell’ascensore sociale.

RAPPORTO SULLA SITUAZIONE DEL PAESE

Istat: il Pil migliora ma l’ascensore sociale è bloccato. Il ruolo della famiglia

L’immobilità sociale svuota di significato quel principio di eguaglianza sostanziale, consacrato nel secondo comma dell’articolo 3 della Costituzione, che richiede un impegno delle istituzioni repubblicane per un pieno (non incompiuto o parziale) sviluppo della personalità e una effettiva (non simbolica o passiva) partecipazione di tutti alla vita comunitaria. L’immobilità sociale è anche fonte di antagonismi sociali, di rancore verso chi possiede ricchezza e opportunità grazie a una buona sorte. L’immobilità sociale, infine, fomenta il populismo, che intercetta il malessere dei soggetti deboli traducendoli in provvedimenti dettati dalla demagogia e della strumentalizzazione del popolo stesso.

Destra e sinistra hanno condiviso lo stesso errore: ignorare le tante richieste di promozione sociale provenienti dagli strati più deboli della popolazione. Gli schieramenti che hanno governato sino a pochi mesi fa hanno privilegiato, in modo miope, la strada della liberazione dal bisogno economico, con misure di sostegno che si sono rivelate il più delle volte forme eleganti di elemosina e di carità. Questi strati, invece, hanno sempre invocato opportunità di crescita e di riscatto sociale, percependo l’aiuto dello Stato come precondizione e non come risultato di tale impegno.

L’indifferenza degli attori politici ha vanificato l’anelito progressista sotteso ai princìpi costituzionali di eguaglianza sostanziale e di giustizia sociale. Non sono mai neppure state immaginate politiche di lungo periodo o riforme strutturali idonee a stimolare la mobilità sociale. Ma la colpa non è soltanto delle istituzioni pubbliche.

IL COMMENTO

La mobilità sociale è di destra o di sinistra?

Sin dagli studi di Mosca, Pareto, Michels, teorici delle élites, si riscontrava una diffusa tendenza all’autoreclutamento delle élites stesse: azioni di cooptazione, come bene ha chiarito Antonio de Lillo, volte a garantire la trasmissione ereditaria del potere agli stessi appartenenti ai ceti dominanti. Quanto di più nocivo vi può essere per la mobilità sociale se non questo meccanismo autoreferenziale di selezione della classe dirigente? Più alte sono le barriere erette all’ingresso nei centri di poteri, tanto minore e fluida sarà la mobilità sociale.

Quanto di più nocivo vi può essere per la mobilità sociale se non questo meccanismo autoreferenziale di selezione della classe dirigente?”

Non è, quindi, azzardato imputare a questa forma di selezione una incidenza diretta nel blocco dell’ascensore sociale. Occorre così uno sforzo, serio e responsabile, da parte della stessa classe dirigente italiana per rimuovere quelle barriere che impediscono una reale, corretta, equa concorrenza. Ne trarrebbe giovamento la democrazia, con una più fluida circolazione del potere tra ceti e gruppi sociali. Ne trarrebbe giovamento la società, in quanto il ricambio così promosso potrebbe rivelarsi fonte di progresso. Ne trarrebbero giovamento gli individui, messi davvero nelle condizioni di credere nel merito quale motore di promozione e di riscatto sociale. Il merito, appunto.

L’ANALISI

Il più potente ascensore sociale

Contro la meritocrazia è il titolo di un saggio di Kwame Anthony Appiah, che ha denunciato l’uso distorto del merito quale matrice di nuove élites di privilegiati. A suo tempo, Michael Young (The Rise of the Meritocracy, 1958), stigmatizzò il merito basato su di una selezione dell’élite in base al quoziente intellettivo. Ebbene, questi esempi di critica al merito, quale criterio di selezione, non fanno che enfatizzare i rischi di una degenerazione di un modello che, se applicato virtuosamente, potrebbe contribuire a rendere meno intollerabili le diseguaglianze.

IL RAPPORTO CENSIS

Rapporto Censis: un paese deluso che non vede il cambiamento

Se i ceti dominanti rinunciassero a definire essi stessi i parametri per misurare il merito delle persone, se nel contempo le persone stesse accettassero di essere giudicate per l’impegno profuso, i sacrifici sopportati, il talento coltivato nel tempo, se si creasse un sistema sociale informato davvero alla pari dignità sociale di tutti, con interventi di solidarietà per chi non riesce nella «gara della vita» (Bobbio), il merito potrebbe funzionare senza destare queste obiezioni e paure. Del resto, non è forse vero che la nostra Costituzione, quando si occupa di diritto allo studio, presta una particolare attenzione verso i capaci e meritevoli che, anche se privi di mezzi, aspirano a raggiungere i gradi più alti dell’istruzione?

PIETRO: QUASI NESSUNO HA IL CORAGGIO DI DIRE CHE LA SCUOLA PUBBLICA, NELLA QUALE OPERO DA UNDICI ANNI, GENERALMENTE Dà UN CONTRIBUTO DETERMINANTE A TUTTE LE NEGATIVITà SOPRA DETTE; NON PENSO CASUALMENTE, NONOSTANTE LE MIGLIORI INTENZIONI DI ALCUNI DOCENTI.

Sempre più connessi, sempre più soli

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE:  Luigi Ripamonti

DATA: 27 settembre 2018

Viviamo perennemente connessi eppure ci sentiamo sempre più soli. E la solitudine è una malattia vera e propria, epidemica, con un portato complessivo che travalica il non-vissuto individuale per insediarsi a un livello di decostruzione sociale, culturale ed economica.

La tesi di Manfred Spitzer in Connessi e isolati (Corbaccio) può apparire estremista ma è supportata da un robusto corpo di dati scientifici. A partire da quelli che demoliscono l’illusione che i social-network possano essere una panacea contro la percezione di isolamento: casomai è il contrario. L’autore argomenta con numerosi, solidi, studi quanto l’uso di Facebook conduca a un livello più basso di soddisfazione nella vita

. «I social media stanno ai rapporti interpersonali reali come i popcorn stanno alla sana alimentazione: ci si aspetta di provare gioia tra amici, e ciò che si ottiene in verità è solo aria fritta», argomenta Spitzer.

Perché allora così tante persone accedono al loro account e occupano il tempo con un’attività che loro stesse (se glielo si chiede) descrivono come inutile? Perché spesso non sanno cosa fa loro bene e cosa li rende felici, spiega l’autore. «Credono che staranno meglio quando si saranno loggate in un social network, in verità stanno peggio. In particolare, e contro ogni aspettativa, i social network ci rendono più soli». Insomma ci fanno «stare male», proprio perché ci fanno sentire soli. La ragione e il problema albergano entrambi nell’evoluzione.

L’uomo è un animale sociale, la nostra specie ha potuto fare quello che ha fatto grazie soprattutto alla capacità di cooperare. Il gruppo, nelle sue varie declinazioni, è il cardine per lo sviluppo e il progresso, ma lo è anche per la sopravvivenza del singolo. Ciascuno di noi lo sa bene, seppure inconsciamente, tant’è vero che la sensazione di solitudine attiva nel nostro cervello precise aree nervose (la corteccia cingolata anteriore e la corteccia prefrontale ventrale destra) che ci fanno «provare dolore» proprio per indurci a provi rimedio, e quindi a sopravvivere. A questo punto potrà non sorprendere troppo constatare che le stesse aree cerebrali vengono attivate anche dal dolore fisico, e il motivo è lo stesso. Il dolore è un meccanismo protettivo, selezionato dall’evoluzione per proteggerci: se non avvertissimo dolore non leveremmo la mano dal fuoco e quindi la perderemmo, analogamente se non provassimo «dolore» nel sentirci soli, isolati, esclusi, non tenteremmo di stabilire relazioni e quindi metteremmo a rischio la nostra sopravvivenza e, estendendo il comportamento, anche quella della specie.

Da qui alle conseguenze collettive di una solitudine diffusa e in crescita il passo concettuale è breve. Le società si sviluppano grazie a una patto fondamentale di fiducia, che si nutre di rapporti. Quando la maggior parte delle nostre attività, dal comprare qualcosa, a informarci, a orientarsi in una città, si svolgono senza bisogno di interagire con qualcuno di persona, si verifica una progressiva depauperazione del patrimonio di fiducia reciproca che è il mattone su cui è edificato il sociale e anche l’economico. Le premesse e le conseguenze si alimentano in un circolo vizioso, in cui a essere inizio e fine è l’individualismo che sfocia nel narcisismo. L’analisi di Spitzer in questo senso si concentra soprattutto sulla generazione dei millenials, che incarnano, inevitabilmente, questa tendenza e per i quali è stata coniata la definizione «Generation look at me». Ma il problema non è l’abbondanza di selfie, quanto il ripiegamento su di sé che questa simboleggia, sia in termini di salute individuale sia del tessuto sociale.

A ciò dà il proprio contributo anche la televisione, fornendo modelli che incoraggiano all’egocentrismo, con una programmazione che va in una precisa direzione. Talk show e reality show mettono sempre a fuoco lo stesso punto: distinguersi, essere il migliore, il più bello, il più pazzo o il più repellente, e diventare famoso per questo. E talora anche l’educazione dei genitori contribuisce alla tendenza con uno stile educativo indulgente: qualsiasi cosa facciano i loro figli, sono sempre «i migliori». Il risultato di tutto ciò è stato scientificamente studiato: «Giovani adulti narcisisti, poco interessati al benessere degli altri, che senza alcun impegno particolare credono di essere destinati a un lavoro di prima classe e a diventare ricchi per poter vivere nelle migliori condizioni possibili».

Una società sempre più individualista ed egoista è non soltanto indirizzata a una maggiore infelicità ma anche a una crescente fragilità strutturale. In qualche modo estrema espressione e conseguenze dell’Homo homini lupus di Hobbes.

Che fare allora? La proposta di Spitzer sarebbe rivoluzionaria se fosse inedita: rivalutare il «dare» a scapito del prendere. L’autore, però, anche qui, non è ideologico e chiama a raccolta un numero consistente di studi che corroborano l’ipotesi che l’uomo sia meno oeconomicus di quanto non ci si dica comunemente. Diversi esperimenti dimostrano che, se non provocate, le persone non tendono a prevaricare gli altri ma piuttosto ad avere comportamenti corretti e che la felicità sia maggiore, e misurabile, quando si compiono gesti, anche molto piccoli, di generosità.

Cioè il contrario della direzione indicata da social network, e non solo, che promuovono la massima espressione dell’homo oeconomicus nella sua versione più individualista, autoreferenziale, selfie: valorizzazione massima del sé, con narcisismo e inevitabile isolamento sociale (la storia di Narciso insegna).

Diventare consapevoli del problema e provare a reagire ha come premio immediato un maggior benessere anche individuale, perché le prove scientifiche che lo stress cronico sia latore di malattie sono tantissime e le ricerche dimostrano che la solitudine è un potente motivo di stress cronico, da cui l’aumento di patologie che porta con sé, dal raffreddore, all’infarto, all’ictus, fino al cancro, diventando, di fatto, la prima causa di morte nel mondo occidentale secondo dati che l’autore non lesina. E quanto la solitudine, o, per essere più precisi, la sua percezione sia fondante per la salute lo provano diverse indagini che hanno dimostrato come la mancanza di affetto e accudimento nelle prime fasi della vita abbia conseguenze oggettive sulla capacità della gestione dello stress nel corso di tutta la vita. Bambini poco accarezzati, abbracciati, amati nella prima infanzia mostrano alterazioni recettoriali per gli ormoni legati allo stress a livello cerebrale. Motivo per cui la solitudine può essere letta come una condizione con ricadute epigenetiche, perché possiede la capacità di condizionare l’espressione dei nostri geni.

L’era della digitalizzazione e la formazione che serve

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Mauro Magatti

DATA: 2 gennaio 2019

L’alternativa è questa: o si fanno crescere le persone oppure si va incontro a una spirale economicamente e politicamente regressiva

La grande assente nella legge finanziaria del governo del cambiamento è l’attenzione per il tema della formazione, della scuola, della ricerca: nel testo finale si trovano solo piccoli aggiustamenti per mantenere la pace sindacale e qualche intervento isolato più o meno condivisibile. Ma nessuna azione strategica di rilancio. Eppure, l’avanzata della digitalizzazione renderebbe urgente una scelta di campo ben precisa: scommettere sulla qualità umana delle persone come condizione per potere entrare nel futuro.

Per capire la posta in gioco è utile fare un passo indietro. Risale a un secolo fa, esattamente al 1911, la prima pubblicazione del celebre libro di F. Taylor L’organizzazione scientifica del lavoro: un testo che rivoluzionò l’idea stessa di produzione industriale. Taylor proponeva infatti una idea completamente nuova del lavoro in fabbrica. Concependo l’intera catena produttiva come un sistema integrato — nel quale il «nemico» da combattere era l’esecuzione sbagliata di operazioni da parte dei singoli operai — Taylor intuì i vantaggi in termini di efficienza di una progettazione centralizzata della produzione. L’idea di Taylor — che pure provocò molte resistenze in quanto obbligava a eseguire procedure standardizzate, parcellizzate e ripetitive — riuscì ad affermarsi perché procurava vantaggi tanto agli imprenditori quanto agli operai: ai primi aumentando i profitti, ai secondo riducendo lo sforzo e alla fine determinando aumenti salariali. Tuttavia, le implicazioni superarono di gran lunga i cancelli dalle fabbriche: sui principi di Taylor venne poi concepita la catena di montaggio — immortalata da C. Chaplin in «Tempi Moderni» — che tendeva a creare un nuovo tipo d’uomo a cui si chiedeva di rinunciare alla propria autonomia e capacità di giudizio. Secondo molto autori, tra cui Zygmunt Bauman, precondizione per l’avvento dei totalitarismi degli anni 30.

Ci vollero vent’anni per arrivare, nel 1933, alla pubblicazione del libro di Elton Mayo, I problemi umani della civiltà industriale, fondatore della «scuola delle risorse umane» che ribaltava la concezione di Taylor. Le tesi di Mayo si basavano su studi che mostravano che la partecipazione attiva, aumentando la soddisfazione del lavoratore, migliorava la produttività. La ragione doveva essere cercata, secondo Mayo, nel fatto che la prestazione lavorativa è connessa al benessere psicologico dell’individuo, alle dinamiche di riconoscimento sociale e al senso di appartenenza a una comunità di lavoro. Sono le persone il vero «capitale» dell’impresa e per questo, anche in una prospettiva di tipo economico, è un errore sacrificare l’intelligenza dei lavoratori.

Un secolo dopo, il processo di digitalizzazione, riporta alla ribalta quella discussione. Mentre, però, Taylor e Mayo ragionavano di singola impresa, oggi lo stesso tema si applica a livello di intere società: da un lato, c’è una visione neo-taylorista che si limita a esaltare la potenza di efficientamento delle nuove tecnologie nei diversi ambiti della nostra vita sociale: non solo nelle produzione di beni ma anche nella mobilità, nella sanità, nella scuola, nella ricerca, nella amministrazione. In tale prospettiva, il miglioramento dei risultati si ottiene attraverso la diffusione di protocolli semplificati e addestrando gli operatori/utenti a eseguire senza pensare, in modo da rendere l’intero processo più fluido. Quante volte, già oggi, siamo caldamente invitati — come lavoratori o consumatori — a «seguire la procedura»?

Per questa strada, però, si finisce per impoverire la società, concentrare il potere, indebolire la democrazia. Creando cittadini-produttori sempre più soli e isolati, incapaci di capire (e quindi criticare) quello che accade attorno. La via alternativa è quella che prevede di investire massicciamente e in maniera nuova sull’educazione e la formazione — continua e integrale — dei cittadini. Con l’obiettivo di sviluppare una intelligenza collettiva che, all’epoca digitale, oltre a permettere di contrastare le potenti tendenze verso forme concentrate e magari anche autoritarie di potere (magari con qualche capacità critica in più nei confronti delle fake news), sostiene e diffonde competenze, capacità, responsabilità autonome. Non si tratta di fare qualche piccolo aggiustamento: si tratta di lanciare un grande programma nazionale di riqualificazione di portata simile a quello che i nostri padri introdussero la scuola dell’obbligo.

L’alternativa è secca: o si investe per far crescere le persone — e con loro la comunità — o si finisce per ritrovarsi imprigionati in una spirale economicamente e politicamente regressiva. E questa scelta va fatta adesso, perché tra 5 o 10 anni sarà tardi. Ora, se guardiamo l’Italia le cose non vanno per nulla bene. Pochi laureati, un esercito di drop out e neet (giovani che non studiano e non lavorano), scarsa integrazione scuola-impresa, investimenti inadeguati in ricerca e formazione continua. Mettere davvero la formazione al centro di ogni azione di governo sarebbe stato un segnale forte della volontà di un cambiamento vero. Chi non lo fa, dice già dove — dolosamente o colposamente — ci sta portando: verso un mondo impoverito, sottomesso e disuguale.

Prof. di Yale e di Milano: lavoretti inutili

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Antonella De Gregorio

DATA: 24 aprile 2017

«I lavoretti scolastici? Inutili». La prof di Yale: «Non aiutano la creatività». Secondo Erika Christakis nelle scuole dell’infanzia (americane) si punta troppo sull’approccio formale e sul prodotto finito.

E in Italia? Susanna Mantovani: «Il lavoretto è superato, ma si può fare ancora molto per stimolare in modo adeguato i bambini»

Conigli di Pasqua, alberelli di Natale, cuoricini di stoffa per la Festa della mamma, cravatte di carta coi brillantini colorati per quella del papà, nonni di pastafrolla da appendere sul frigorifero. Alzi la mano chi non ha mai sollevato un sopracciglio ricevendo dal proprio pargolo un ben confezionato «lavoretto» prodotto in classe per qualcuna delle sempre più numerose feste comandate. Ma mentre si pensa a dove custodire il piccolo orrore, forse si può sfogliare il libro scritto da una mamma americana, Erika Christakis - che è anche educatrice e docente all’università di Yale - in cui condensa la sua teoria sull’importanza di un apprendimento che parta dal gioco. «The importance of being little» boccia innanzitutto l’approccio formale, meccanico e prestazionale sempre più diffuso, addirittura a partire dalla scuola materna. E non solo negli Stati Uniti. «Sovraccarica il cervello e fa perdere di vista ciò che conta veramente», dice la studiosa: cioè i bambini e le nostre relazioni con loro. In secondo luogo, le obiezioni di Christakis si spostano sulla questione dei lavoretti fatti a mano, forme di artigianato infantile che si traducono troppo spesso in un’esibizione di abilità delle maestre e in un modo per i genitori per toccare con mano quello che il loro bambino fa a scuola. Attenzione a che il prodotto finale non diventi l’obiettivo - mette in guardia la docente - sacrificando la naturale curiosità e la spontaneità dei bambini. Che devono essere lasciati liberi di sperimentare forme, colori e uno «stile» personale, anziché limitarsi a riprodurre o assemblare quanto proposto dalla maestra: una messinscena senza alcun valore educativo.

 

È così? I «lavoretti» non servono a niente, anzi possono limitare la creatività dei bambini? «Va detto innanzitutto che il “lavoretto” in Italia è un po’ superato - risponde Susanna Mantovani, professore ordinario di Pedagogia all’Università Bicocca di Milano -. Resiste nelle scuole più tradizionali, dove ancora si mettono in mano ai bambini dei cartoncini ritagliati dalla maestra e loro si limitano magari ad incollarli. Questo, certo, è la negazione della creatività. Ma gli insegnanti più giovani e aggiornati sanno come mettere a frutto il naturale amore dei piccoli per la manipolazione, l’assemblare, il costruire. Non dimentichiamo che fino ai 6-7 anni l’apprendimento ha una fortissima componente sensoriale ed è importante che lo sviluppo coinvolga tutto il corpo». Bambini guidati nell’osservazione di un campo fiorito, o di insetti, o piccoli animali «quando si troveranno della creta tra le mani la utilizzeranno probabilmente per riprodurre qualcosa che hanno visto, magari qualcosa che duri nel tempo». Senza il sovrappiù di frustrazione di un manufatto che non corrisponde al modello proposto dalla maestra o a quello prodotto dal compagno. «Piace ai bambini e alle famiglie il portfolio dei lavori fatti durante l’anno, magari con foto e racconti che consentono di rivedere, far domande, costruire una memoria senza cristallizzare l’attività in un prodotto da portare a casa», suggerisce la docente. Che, senza demonizzare i lavoretti («dipende da quanti se ne fanno e con quale spirito», dice), suggerisce di sperimentare anche altro: «L’origami, per esempio. O un bel disegno: fatto tutti insieme, poi ciascuno ne porta a casa una copia. La fotografia. Le interviste ai nonni in occasione della loro festa».

Scuola: servirà l’ok dei due genitori per gite, gender, sport…

FONTE: Il Messaggero

AUTORE: Scuola

DATA: 25 novembre 2018

Scuola, servirà l’ok dei due genitori anche per gite e sport

ROMA Parlare a scuola di omosessualità, aborto, divorzio o gender non è possibile per i ragazzi se mamma e papà non vogliono. In base a una circolare diramata dal ministero dell’istruzione agli uffici scolastici regionali, infatti, tutte le attività extracurricolari dovranno ricevere il consenso delle famiglie. Ma si rischia così di incontrare continui blocchi alle attività e di mettere in contrasto scuola e famiglia. La nota infatti, da un lato, ha suscitato l’entusiasmo di numerose associazioni per la famiglia ma, dall’altro, ha incontrato la protesta dei sindacati della scuola: «Così si lede l’autonomia scolastica, chiediamo subito un incontro al ministro Bussetti».

 

LA CIRCOLARE

La circolare della discordia si riferisce alla compilazione del piano triennale dell’offerta formativa, specificando che le famiglie devono conoscerne i contenuti prima dell’iscrizione e devono esprimere il consenso per la partecipazione dei ragazzi alle varie attività extracurricolari. Si tratta, ad esempio di corsi di lingua, laboratori di scienze, concerti, lezioni di musica e teatro, viaggi di istruzione e attività sportive, di incontri legati alla salute, alla psicologia, allo sviluppo emotivo degli adolescenti, al concetto di famiglia o di identità sessuale: spesso si tratta di temi, quindi, legati alle dinamiche del bullismo e della violenza di genere. Non sempre però questi incontri sono stati apprezzati da tutti i genitori. Tanto da scatenare proteste contro la teoria del “gender” arrivate in piazza anche per il Family day. Ora il ministero ha sottolineato la necessità del consenso delle famiglie per la partecipazione dello studente: senza firma di mamma e papà il ragazzo viene esonerato, tutto ciò che arriva ai ragazzi, al di fuori dei programmi strettamente scolastici, deve essere approvato dai genitori.

LE REAZIONI

«Una vittoria storica per i diritti dei genitori italiani - ha commentato Chiara Iannarelli, vicepresidente di Articolo 26 - da oggi, in particolare per quei temi più delicati e sensibili, legati alle scelte educative delle famiglie come affettività, sessualità, educazione “di genere”, i genitori non potranno più veder loro imposti progetti non condivisi, spesso senza alcuna informazione, e che per i loro contenuti sono invece da sottoporre alle scelte educative delle singole famiglie, anche se svolti nel normale orario scolastico». Una vittoria dunque, per le associazioni, mal digerita però dai sindacati che rivendicano il diritto all’autonomia delle scuole e ribadiscono che la partecipazione dell’intera scuola alle scelte educative è già prevista: «Chiediamo al ministro un incontro urgente - spiegano Francesco Sinopoli della Flc Cgil, Maddalena Gissi della Cisl scuola e Pino Turi della Uil scuola - per un confronto di merito su questa circolare, i cui contenuti rischiano di essere lesivi dell’autonomia professionale dei docenti e dell’autonomia scolastica, entrambe costituzionalmente garantite. Le procedure di definizione dell’offerta formativa sono fortemente democratiche e partecipative, richiedono la delibera del Consiglio di istituto e un’ampia fase di consultazione e proposta anche nei consigli di classe. Il Piano dell’offerta formativa, quindi, costituisce il momento più alto di espressione dell’autonomia scolastica: il rapporto con la collettività scolastica non può essere inteso come adesione ad un servizio a domanda individualizzata».

 

I PRESIDI

Che cosa ne pensano i presidi, che rischiano di trovarsi alle prese con un continuo braccio di ferro tra i genitori per avere un’attività a scuola o per abrogarla? «Facciamo chiarezza - spiega Antonello Giannelli, presidente dell’Associazione nazionale dei presidi - se la scuola decide di trattare, ad esempio, l’educazione sessuale durante l’ora di scienze curricolare e la inserisce nel piano triennale dell’offerta formativa, i ragazzi seguiranno queste lezioni senza possibilità di essere esonerati. Se invece si tratta di un’attività extracurricolare, quindi facoltativa, la famiglia può decidere di non far partecipare lo studente. Ma la scuola comunque, da parte sua, porta avanti le lezioni come meglio crede».

La noia delle cavallette («Metti via quel telefono!»)

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Alessandro D'Avenia

DATA: 29 ottobre 2018

«Metti via quel telefono!». È ormai la stanca litania che ripetiamo ogni giorno ai nostri figli per tentare di recuperarne la presenza: a casa, a tavola, in mezzo agli altri.

La risposta, come a giustificare i loro occhi ipnotizzati dallo schermo, è quasi sempre la stessa: «Mi annoio».

E hanno ragione, oggi più che mai. La costante stimolazione di cui sono capaci telefoni e tablet, infatti, attiva continuamente i meccanismi di ricompensa del cervello. Spento lo schermo il bambino o l’adolescente precipita in un mondo le cui sollecitazioni appaiono pallide rispetto agli «effetti speciali» digitali, motivo per cui la soglia di percezione della noia è molto più bassa rispetto a chi è cresciuto senza dispositivi elettronici. È un tipo di noia nuovo, con cui chi educa deve fare i conti. Una noia «artificiale», molto diversa da quella «naturale» che da sempre conduce i bambini a trasformare le cose che cadono sotto i cinque sensi in un viaggio di esplorazione e scoperta del nuovo: scoprire significa letteralmente togliere il coperchio alle cose ed è spesso la noia la molla per farlo. Ricordo ancora i pomeriggi in cui, per combatterla, mescolavo pericolosi intrugli improvvisandomi piccolo chimico o sfogliavo le pagine di Conoscere a caccia di storie e invenzioni altrui. La ricerca di senso riusciva così a «illuminare» le cose, permettendo loro di uscire dal buio e dalla piattezza. Faceva saltare i coperchi.

Oggi però il nuovo non è più sotto il coperchio, ma in superficie: le superfici luminose che ci abbagliano con le loro immagini sfavillanti, rendendoci passivamente soddisfatti. I dispositivi digitali creano dipendenza perché ci gratificano subito e sempre, diversamente dalla gioia duratura di un’attività impegnativa, che si confronta «fisicamente» con la resistenza di quella che infatti chiamiamo «la dura realtà». La gratificazione profonda si imprime nella memoria e la possiamo rievocare in ogni momento, perché è diventata esperienza: parola che, non a caso, viene da una radice che indica l’attraversare, la stessa di «pericolo» e «porta». Per fare esperienza della realtà bisogna infatti mettersi in pericolo, aprire porte, attraversare soglie. Lo schermo non apre porte ma, appunto, ci scherma dal mondo, imita le porte ma come metafore («cliccare», «home», «portale»...). Lo schermo non è una soglia ma un corridoio con infinite porte che restano chiuse, come mostra il senso di vuoto che proviamo dopo ore a navigare senza meta tra video e notizie, molto diverso dall’appagante stanchezza di chi ha scoperto o vissuto qualcosa. La gratificazione superficiale è sì immediata ma volatile, viene cancellata da un’ulteriore sollecitazione, che però deve essere più forte, potremmo chiamarla «escalation di click»: si tratta, di fatto, del meccanismo delle dipendenze. Steve Jobs e Bill Gates hanno impedito l’uso degli oggetti che hanno prodotto ai propri figli piccoli o adolescenti. Sapevano bene su cosa erano basati per poter essere venduti. Perché non dovremmo provarci anche noi? Questi oggetti creano dipendenza, soprattutto a chi non ha ancora sviluppato la padronanza di sé. Non si tratta di triti moralismi, ma della difesa dell’intelligenza dei bambini: alle superiori noto una crescente difficoltà nell’attenzione, nella tenuta, nella perspicacia, nella comprensione. E questo, purtroppo, è l’effetto dell’eccessiva esposizione agli schermi sin da piccoli, cioè quando si è più soggetti a ciò che cattura il piacere immediato. Ho deciso di scrivere queste righe perché martedì scorso, nella mensa scolastica, ho osservato questa scena: molti ragazzini delle medie mangiavano da soli fissando il cellulare o, se erano in coppie e gruppetti, commentavano il contenuto di qualcosa su uno dei loro telefoni. Come ormai troppo spesso siamo abituati a vedere, anche fra adulti, lo schermo sostituisce il volto, la conversazione, il corpo. L’accurata ricerca americana «Monitoring the Future» del National Institute on Drug Abuse, che da 40 anni verifica la salute psico-fisica degli adolescenti, ne ha segnalato un netto peggioramento a partire dal 2007 (uscita del primo smartphone): alla forte diminuzione delle interazioni sociali reali e delle ore di sonno (meno di sette) corrisponde l’aumento del senso di solitudine, la tendenza all’ansia e alla depressione, in particolare nelle ragazze. Più i ragazzi «frequentano» gli schermi più sono infelici: il medium, se diviene fine, blocca la vita invece di liberarne e allenarne le potenzialità.

Inoltre gli studi evidenziano che il cervello abituato agli schermi è intossicato dal «multitasking». Spesso presentata come qualità dei nostri tempi, se «abusata» si traduce nella difficoltà a concentrarsi e ad aver presa (com-prensione) e tenuta (con-tenuti) su qualcosa: oltre il livello normale di gestione di più problemi contemporaneamente, il multitasking diventa infatti mera dispersione. Si perde profondità e quindi comprensione del mondo, e per i contenuti ci si affida a chi sminuzza la realtà in atomi di informazione allettante e indifferenziata. Alcuni dicono che i miei articoli sono «troppo lunghi». Per leggerne uno ci vogliono al massimo 10 minuti ed escono una volta a settimana. Quindi sono troppo lunghi rispetto a cosa? Alla presa della nostra attenzione, la cui tenuta (circa cinque minuti) si è dimezzata non a caso nell’ultimo decennio. Come mai? È la conseguenza della lettura da schermo, definita «a F» o «a zigzag»: leggiamo la prima riga per intero, le prime parole delle righe successive, poi di nuovo una intera, e poi corriamo dritti alla fine. Se qualcosa ci ha colpito torniamo indietro a consolidare ciò che abbiamo intuito aggiungendo qualche altra parola. Questo modo di leggere soddisfa il bisogno di consumare novità, a scapito di profondità e comprensione. Che cosa vogliamo per i nostri figli? Intelligenza (intesa come intus-legere: leggere dentro e quindi l’attraversare tipico dell’esperienza) o una mente «da cavalletta» come è stata definita quella di chi, navigando, dimentica il compito di partenza? La mente-cavalletta non trattiene perché non fa esperienza, ma ne riceve solo l’apparenza emotiva: rimane nell’interminabile corridoio digitale, osservando tutte le porte senza aprirne realmente nessuna. I dispositivi spesso ci rendono «in-disponibili» all’esperienza: la mano piena non può ricevere né afferrare altro.

Da dove cominciare per restituire ai ragazzi la gioia dell’esperienza? Non basta aprire a forza la loro mano e limitare l’uso degli schermi, bisogna integrarli. Partiamo dalle parole, da sempre fonte di luce per riattivare i sensi e illuminare le cose. Mi soffermo oggi solo sul tema della lettura, seguendo i suggerimenti di «Lettore, vieni a casa», il recente bellissimo libro di Maryanne Wolf, tra le più importanti studiose degli effetti del cervello che legge. Il 90% di chi legge su schermo fa contemporaneamente anche altro, di chi legge su carta ci riesce solo l’1%. La lettura del libro fisico resta quindi una risorsa insostituibile per educare all’intelligenza profonda e all’attenzione. Da zero a due anni è fondamentale la lettura «in braccio» di libri di carta o simili (mia nipote, 11 mesi, ne ha uno con pagine di gomma), perché il bambino ha bisogno di: fisicità e ripetizione. Deve poter toccare, stropicciare, odorare e persino assaggiare le pagine. Le parole «incarnate», ripetute e associate al timbro di voce della madre o del padre, amplificate dal grembo o dal petto, aprono i sensi e preparano alla lettura. Tra i due e i cinque anni occorre immergere i bambini in uno spazio da esplorare liberamente, e riempirlo di libri, oggetti musicali, colori, e tutto ciò che serve al linguaggio creativo, evitando, se possibile, i baby-sitter analogici o digitali. I racconti possono diventare il rito per addormentarsi, la ripetizione delle fiabe allena i bambini sia alla logica sia al caos del mondo. Se volete prepararli alla vita leggete o ascoltate insieme (oggi su youtube trovate di tutto, anche le «fiabe sonore» di un tempo) racconti, tutte le sere, perché - diceva Chesterton - le fiabe non insegnano che esistono i draghi ma come sconfiggerli. Da cinque a dieci anni i bambini devono imparare a leggere bene e mi stupisce trovare alle superiori ragazzi ancora incerti proprio nel leggere un testo ad alta voce, il che significa che non lo capiscono e quindi non ne fanno esperienza, finendo per odiare la lettura e abbandonarsi al potere dell’immagine. Sarebbe opportuno avere tante ore curricolari dedicate alla sola lettura per il percorso della primaria e della secondaria di primo grado. Sogno scuole di lettura, prima che di scrittura, creativa: gli insegnanti dovrebbero fare pratica drammaturgica per leggere con la giusta intonazione e intensità un testo. Con gli alunni di prima superiore leggiamo insieme ad alta voce tutta l’Odissea. Ci vogliono 12 ore: ne basta una per 12 settimane. Ci lamenteremmo meno del fatto che in Italia non si legge: non legge chi legge male e non ha sperimentato la gioia delle parole-porta. Oggi occorre educare quello che la Wolf chiama il cervello «bi-alfabetizzato», che sappia muoversi sui due supporti, schermo e carta, perché richiedono attenzione e abilità diverse. Così avremo ragazzi capaci di intus-legere, di fare esperienza profonda del mondo. Il letto da rifare oggi è quello di proteggere i bambini dalla dipendenza da schermo e provare, almeno una sera a settimana, ad «accendere» le pagine leggendo ad alta voce in famiglia. Noi vogliamo figli liberi e intelligenti, non cavallette.