Smartphone mai prima dei 13 anni e graduali limiti ai social: così si difendono i ragazzi dai «danni da cellulare»

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Cristina Marrone

DATA: 29 dicembre 2025

Smartphone mai prima dei 13 anni e graduali limiti ai social: così si difendono i ragazzi dai «danni da cellulare»

Gli studi scientifici sono sempre più solidi: i cervello degli adolescenti non è attrezzato per gestire l'esposizione agli algoritmi dei social. Anche una sola ora al giorno su Instagram o TikTok porta a performance cognitive peggiori. Il divieto totale non serve, l'esempio (e alternative sane) sì

Nelle scuole elementari di tutto il mondo c'è una linea di demarcazione invisibile, ma netta. Metà dei bambini ha già uno smartphone. L'altra metà no. I genitori che hanno scelto di aspettare sono consapevoli di combattere una battaglia sempre più difficile perché la pressione sociale è fortissima: un ragazzino senza telefono si sente escluso. Ma forse, proprio ora, la scienza sta dando ragione a questi genitori tenaci.  Dieci anni fa non si conoscevano gli effetti negativi degli schermi sui cervelli in via di sviluppo. Gli smartphone sono arrivati così rapidamente che in pratica abbiamo condotto un un esperimento di massa sui nostri figli senza saperlo. Ma oggi c'è molta più conoscenza ed è possibile agire.

Ran Barzilay è professore di psichiatria all'Università della Pennsylvania e padre di tre figli. I primi due hanno ricevuto uno smartphone prima dei dodici anni. Il terzo, che ne ha nove, dovrà aspettare. Cosa è cambiato tra un figlio e l'altro? La risposta è semplice: i dati. Tra giugno e dicembre 2025, alcuni studi scientifici su larga scala hanno iniziato a mappare con precisione che cosa succede al cervello degli adolescenti esposti precocemente agli schermi. E i risultati convergono tutti nella stessa direzione: memoria più debole, attenzione ridotta, velocità di elaborazione più lenta, sonno compromesso. Non sono opinioni ma  misurazioni condotte su un campione molto ampio che stanno cambiando il modo in cui genitori, medici e legislatori guardano agli smartphone. Il 10 dicembre l'Australia è diventato il primo Paese al mondo a vietare i social media ai minori di 16 anni. Venerdì scorso lo stato di New York ha approvato una legge che obbligherà i colossi tecnologici ad avvisare i minorenni con specifiche "etichette" dei rischi di ansia e depressione causati dall'abuso dei social.

 

Il primo telefono dopo i 13 anni

La ricerca di Barzilay, pubblicata su Pediatrics e basata sul progetto ABCD (Adolescent Brain and Cognitive Development) del National Institutes of Health, ha analizzato i dati di oltre 10.500 bambini americani. La scoperta più sorprendente? Chi riceve il telefono a dodici anni invece che a tredici mostra un rischio superiore del 60% di sviluppare disturbi del sonno e del 40% di diventare obeso.

Un singolo anno di differenza sulla carta sembra ridicolo, ma nel cervello in via di sviluppo può spostare traiettorie cognitive che poi diventano difficili da correggere. Il cervello degli adolescenti, infatti, lavora su tempistiche precise. Dodici mesi in una fase di sviluppo critica possono fare la differenza tra un percorso cognitivo sano e uno compromesso. Come dice Barzilay ai genitori che si rivolgono a lui: «Non è qualcosa che puoi ignorare». Le conclusioni ricalcano quelle di un altro studio internazionale pubblicato nel luglio scorso sul Journal of Human Development and Capabilities , che ha rilevato che ricevere uno smartphone prima dei 13 anni «è associato a peggiori risultati in termini di salute mentale nella giovane età adulta con l'aumento di pensieri suicidi, distacco dalla realtà, minore regolazione emotiva e diminuzione dell'autostima». L'ipotesi degli autori è che sotto i 13 anni la corteccia prefrontale, responsabile del controllo degli impulsi e del pensiero, non sia sufficientemente sviluppata per affrontare il bombardamento social mosso da algoritmi perversi.

 

I rischi dell'uso compulsivo: differenza tra social e videogiochi

Nel giugno 2025, la rivista Jama ha pubblicato uno studio con una distinzione: non è il tempo totale passato online, ma l'uso compulsivo ad aumentare il rischio di suicidio. I ragazzi che manifestano disagio quando sono separati dal loro smartphone e hanno difficoltà a ridurre il loro utilizzo hanno un rischio da due a tre volte superiore di ideare comportamenti suicidiari in futuro rispetto a chi utilizza i social in modo controllato. Il lavoro ha anche evidenziato differenze nel tipo di attività online con relativi rischi: mentre i bambini che abusano dei videogiochi manifestano problemi di salute mentale interiorizzati come ansia, depressione e ritiro sociale quelli che esagerano coi social tendono ad essere più aggressivi e trasgressivi. 

L'attenzione perduta (anche con una sola ora di social al giorno)

Un'altra ricerca pubbicata su Jama ha esaminato l'uso dei social media e le prestazioni cognitive nei bambini dai 9 ai 13 anni  dividendoli in tre gruppi in base all'uso dei social media: poco o niente, basso ma crescente, alto e crescente.

I ricercatori hanno misurato le performance cognitive usando test standardizzati: lettura ad alta voce, memoria di sequenze visive, vocabolario. I ragazzi nel gruppo «alto e crescente» mostravano cali misurabili in tutte le aree. Ma l'aspetto più allarmante è che anche i ragazzi con un'ora sola al giorno di social media mostravano performance peggiori rispetto a chi non li usava affatto.

«È come passare da un ottimo a un buono in una verifica» spiega al Washington Post Jason Nagata, autore principale e professore di Pediatria all'Università della California di San Francisco. «Pochi punti percentuali sul test, certo. Ma abbastanza da cambiare la traiettoria scolastica di un adolescente. E se moltiplichi queste differenze modeste per milioni di cervelli che passano tre, quattro, cinque ore al giorno su TikTok e Instagram, il problema diventa enorme».

Un altro recentissimo studio pubblicato come preprint su Pediatrics a dicembre ha indagato i deficit di attenzione,  isolando gli effetti specifici dei social media rispetto ad altre attività digitali. Il risultato è stato inequivocabile: videogiochi e video in streaming non mostravano correlazioni significative con deficit di attenzione. I social media sì.
Torkel Klingberg, professore di neuroscienze cognitive al Karolinska Institutet in Svezia e coautore dello studio, lo spiega così: «I social media forniscono distrazioni costanti. Se non sono i messaggi stessi, è il pensiero di averne uno nuovo».  Il cervello degli adolescenti, esposto a flussi continui di notifiche, messaggi e contenuti brevi, sviluppa sintomi evidenti e misurabili di disattenzione. È un circolo vizioso neurologico. Il cervello si adatta, certo. Ma l'adattamento va in entrambe le direzioni. Se alleni costantemente la distrazione, l'abilità di concentrarti si deteriora. Klingberg sottolinea che le abilità cognitive non sono fisse, dipendono dall'uso: «Se le alleni, migliorano. Se le ignori, peggiorano».
Il problema è che i social media, come aveva spiegato molto bene Riccardo Luna,  sono progettati precisamente per massimizzare il tempo di utilizzo, non per allenare capacità cognitive utili. Ogni notifica è un rinforzo che spinge il cervello a controllare di nuovo. E di nuovo. E di nuovo. È un sistema perfettamente calibrato per catturare l'attenzione, ma devastante per lo sviluppo di quella stessa attenzione.

Le prove del deficit di attenzione sono anche fisiche, come ha sottolineato uno studio giapponese pubblicato su Translational Psychiatry nell'ottobre scorso. Ricercatori dell'Università di Fukui hanno seguito 11.878 bambini di 9-10 anni per un periodo di due anni, usando risonanza magnetica avanzata per monitorare i cambiamenti strutturali del cervello. I risultati hanno mostrato che un maggiore tempo di utilizzo degli schermi era associato a un volume corticale ridotto e a una crescita rallentata in regioni cerebrali chiave per la funzione cognitiva. Non si tratta solo di comportamento o prestazioni: la struttura fisica del cervello cambia e l'esposizione eccessiva agli schermi può ritardare la maturazione cerebrale e causare sintomi più gravi del disturbo da deficit di attenzione e iperattività (ADHD).

 

Che cosa possiamo fare

Di fronte a questo quadro per nulla rassicurante la buona notizia è che esistono strategie concrete per proteggere i nostri figli. Non serve demonizzare la tecnologia né rinunciare completamente agli smartphone. Serve usarli in modo consapevole.
-Ritardare l'accesso: la prima e più importante strategia è ritardare l'età del primo smartphone. I dati di Barzilay sono chiari: ogni anno di ritardo nella prima adolescenza conta. Se possibile, aspettare almeno i tredici anni, meglio ancora i quattordici o quindici. In quella fase, la corteccia prefrontale è più sviluppata e meglio equipaggiata per gestire le tentazioni algoritmiche.
-Dare il buon esempio: Laura Turuani psicologa e psicoterapeuta dell’Istituto Minotauro di Milano, esperta di adolescenti e dinamiche familiari sottolinea che il modo più efficace per gestire l'uso degli schermi non è il divieto, ma l'esempio. I bambini imitano i genitori, soprattutto nelle abitudini notturne. «Se gli adulti per primi non riescono a staccarsi dal telefono, come possono pretendere che lo facciano i ragazzi?» osserva Turuani. «L’educazione passa attraverso la coerenza, la prevedibilità e la capacità di dare l’esempio. I divieti, da soli, rischiano solo di alimentare opposizione o senso di colpa». Le ricerche mostrano che ridurre l'uso del dispositivo anche solo di un'ora al giorno ha effetti migliori e più duraturi rispetto a tentativi drastici di eliminazione totale. Il cervello degli adolescenti risponde meglio ai cambiamenti graduali rispetto a choc improvvisi: è una questione di neuroplasticità, il cervello si adatta lentamente e non a comando.
-Creare momenti liberi dagli schermi: la camera da letto dovrebbe essere un «santuario» senza dispositivi. La cena dovrebbe essere un momento di conversazione faccia a faccia. Queste regole valgono per tutta la famiglia, genitori compresi.
-Privilegiare la quantità dei contenuti:  un'ora passata a guardare un documentario educativo ha un impatto diverso da un'ora passata a scrollare TikTok. Un videogioco strategico che richiede pianificazione e problem solving allena il cervello diversamente da una slot machine digitale progettatoa per creare dipendenza. È utile aiutare i ragazzi a sviluppare un senso critico sui contenuti.
-Controlli parentali intelligenti: i controlli parentali non dovrebbero essere strumenti di sorveglianza totale, ma supporti alla gestione autonoma. Diverse app  permettono di impostare limiti giornalieri, bloccare certe applicazioni in determinati orari, monitorare l'uso senza invadere completamente la privacy ma l'obiettivo è costruire gradualmente l'autoregolazione, non imporre un controllo esterno permanente.
- Costruire alternative attraenti: il modo più efficace per ridurre il tempo sugli schermi non è proibire, ma offrire alternative più attraenti, anche se può essere molto faticoso. Sport, musica, arte, tempo con gli amici nella vita reale. Se l'unica alternativa allo smartphone è la noia, la battaglia è persa in partenza.

29 dicembre 2025 ( modifica il 29 dicembre 2025 | 15:05)

Lista stupri al Giulio Cesare, Crepet: «Scuola e famiglie devono educare al rispetto»

FONTE: Il Messaggero

AUTORE: Laura Pace

DATA: 30 novembre 2025

Lista stupri al Giulio Cesare, Crepet: «Scuola e famiglie devono educare al rispetto. I social? Non creano il male ma lo amplificano»

Lo psichiatra: «I genitori spesso minimizzano o difendono certi gesti. Così si cresce senza freni e senza coscienza»

«Nei bagni del mio liceo, sessant’anni fa, accadeva esattamente la stessa cosa. Con una differenza enorme: allora non ci illudevamo di essere evoluti. Oggi sì». Paolo Crepet non si mostra sorpreso davanti alla “lista degli stupri” comparsa al liceo Giulio Cesare di Roma, con i nomi di nove studentesse scritti su un muro del bagno dei ragazzi. Anzi, il gesto gli appare come una tragica conferma. «La violenza non è una novità. È l’ipocrisia a esserlo». E oggi, aggiunge, quella violenza «è amplificata all’ennesima potenza dai social, che fanno da cassa di risonanza».

Psichiatra, sociologo e saggista, autore di decine di libri sulla crisi educativa e sul disagio emotivo delle nuove generazioni, Crepet collega l’episodio del Giulio Cesare a un fallimento più profondo: quello del mondo adulto.

Come si spiega che una generazione come quella Z ritenuta sensibile ai diritti e all’inclusione produca gesti così violenti?
«La generazione Z non esiste. È un’etichetta comoda che si appiccica a persone nate in un certo periodo. Si danno per scontati valori che in realtà non sono affatto assimilati. Si dice: questi ragazzi sono aperti, inclusivi, rispettosi. Ma sulla base di cosa? Di slogan? Di date di nascita? Conta ciò che fai, non l’anno in cui sei nato».
È un segnale dei tempi o una deriva che la scuola si porta dietro da decenni?
«Quelle scritte nei bagni c’erano anche ai miei tempi: numeri di telefono, frasi oscene. Una cosa antica, direi archeologica. Non è progresso questo. È ripetizione».
Il punto quindi non è generazionale ma educativo?
«Certo, mi chiedo sempre: quando questi ragazzi vengono chiamati a rispondere delle loro azioni, che cosa dicono i genitori? “È una ragazzata”? È questo il vero scandalo. Padri e madri pavidi, incapaci di assumersi la responsabilità educativa. Difendono, giustificano, minimizzano. Così si cresce senza freni e senza coscienza».
Quanto incide la violenza di genere in episodi come quello del Giulio Cesare?
«La violenza non è maschile o femminile. È umana. Nei bagni si sono espressi dei maschi, certo, ma raccontare tutto solo come questione di genere è riduttivo. Qui il problema è la mancanza di rispetto. Quel gesto è la firma dell’impotenza. L’uomo violento è un uomo debole, banale, ripetitivo. Chi minaccia, sbeffeggia, umilia è qualcuno che non ha strumenti interiori. E quegli strumenti o li insegni a casa o non arrivano più».
I social hanno una responsabilità diretta?
«I social non creano il male, lo amplificano. Sono come le piazze di una volta, ma cento volte più rumorose. Se vivessimo in un mondo che legge Leopardi o Pasolini, sarebbe diverso. Invece viviamo in un mondo violento e superficiale. E i social fanno da megafono a tutto questo. Se crediamo davvero che facciano così male, perché non li spegniamo? I genitori dicono che sono pericolosi e poi regalano alla prima occasione un telefono ai figli. È incoerenza pura».
Il fatto che tutto diventi contenuto condivisibile rende i ragazzi meno empatici?
«Probabilmente sì. Se tutto è pubblico, spettacolare, esposto, allora tutto diventa meno umano».
Serve ripensare l’intero modello educativo?
«Non è un’opzione: è il minimo. Abbiamo un enorme vuoto emotivo. E al posto di riempirlo con cultura, poesia, coscienza, lo stiamo consegnando alle macchine. L’intelligenza artificiale non educa, disabitua al pensiero. Nelle scuole servirebbero poeti, scrittori, figure morali. Servirebbero dei Don Milani».

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Galimberti: “Riempiamo la scuola di Letteratura e non di computer”, e sui docenti inadeguati: “Il ruolo va abolito”

FONTE: Orizzonte Scuola

DATA: 24 settembre 2025

Il sostegno si deve dare solo davanti a cose serie e invece alla scuola primaria sembrano tutti dei malati”. Così esordisce Umberto Galimberti al Festival della Filosofia di Modena davanti a una Piazza Grande gremita. Poi il filosofo e psicanalista rincara la dose. “Bisogna – chiarisce – che l’insegnante di sostegno non sia uno che non avendo avuto assegnata una cattedra di una materia abbia avuto una una di sostegno”. Deve insomma “sapere come si tratta un Asperger”. Poiché, “se non lo sa non sta sostenendo un bel niente”.

Secondo il filosofo “non bisogna dare il sostegno a bambini che non sono casi patologici: assegnarlo a bambini che non sono patologici non è una cosa buona poiché in questo caso si darebbe al bambino un segnale negativo e cioè che da solo non ce la farà mai”.

È un Galimberti che va a ruota libera nel suo ormai ripetitivo attacco agli insegnanti, almeno a quelli inadeguati. Specie a quelli della scuola secondaria di primo grado, poiché la primaria, assicura lui, è una delle migliori del mondo. “Magari mi daranno insulti sui social – avverte – ma io non ho social e dunque non me ne frega niente”. E insiste: “Non ho capito perché la scuola media sia un disastro e perché sia il peggior settore della scuola”. Ma poi la risposta gli viene. E la spiega in tempo reale: “Io penso – ecco la risposta al dilemma – che è perché gli insegnanti delle medie non hanno trovato un posto alle superiori”. Eppure, prosegue, “la scuola media è importante perché oggi abbiamo una sessualità anticipata e la sessualità ti cambia radicalmente la visione del mondo. Quando fa la comparsa la sessualità cambia tutto. Prima capitava a 14 anni e Freud diceva che la scuola deve fare qualcosa di più che evitare di spingere i giovani al suicidio”. Galimberti – aggiungiamo noi – allude a un brano del trattato intitolato “Contributi a una discussione sul suicidio” in “Opere”, Boringhieri Torino, 1963-1993, volume VI, pp. 301-302, laddove lo psicanalista austriaco scrive che la scuola deve creare in loro il piacere di vivere e offrire appoggio e sostegno in un periodo della loro esistenza in cui sono necessitati dalle condizioni del proprio sviluppo ad allentare i legami con la casa paterna e con la famiglia. Non è questa l’occasione di fare una critica della Scuola nella sua attuale struttura. Mi è tuttavia consentito di mettere l’accento su un singolo punto. La scuola non deve mai dimenticare di avere a che fare con individui ancora immaturi, ai quali non è lecito negare il diritto di indugiare in determinate fasi, seppur sgradevoli dello sviluppo. Essa non si deve assumere la prerogativa di inesorabilità propria della vita; non deve essere più che un gioco di vita»

La scuola come gioco, dunque. Ma con delle precisazioni, chiarisce Galimberti: “La scuola – conferma – non dev’essere l’ultima istanza della vita ma un gioco”. Ma il gioco, poi chiarisce, “ha delle regole che vanno rispettate. Tu a scuola impari le regole della vita e se le impari a scuola lo fai nell’ambito di una comunità che ti protegge, poi ti ritrovi nella società”.

Scuola media come tempo di scoperta della sessualità. La scoperta delle pulsioni sessuali arriva oggi a 13 anni “perché la sessualità è stata anticipata. Le ragazze dopo pochi mesi che navigano in rete scoprono il porno. Ma il porno fa vedere solo la sessualità e allora i bambini vedono i gesti ma la loro psiche non è all’altezza per comprendere. E quando si propone di introdurre l’educazione sessuale a scuola loro sanno già tutto. Il problema è che non collegano le pulsioni e la gestualità alle emozioni, poi crescono e vivono la solitudine della sessualità: le statistiche svelano che oggi i giovani non fanno molto sesso, c’è un declino del desiderio”.

L’educazione è scandita da alcune tappe, dice Galimberti: “La prima è a livello pulsionale ed è a tempo indeterminato. Serve dunque l’educazione, ma non basta: servono istituzioni capaci di ridurre la conflittualità. C’è rispetto per le leggi? No”. C’è anche bullismo, nelle scuole. “Il bullo – spiega Galimberti – è un ragazzo molto debole costretto a gesti violenti tutti i giorni perché se lui fosse forte il bullismo non servirebbe. E cosa fa la scuola in questi casi? Li sospende. E invece occorre tenerli a scuola il doppio del tempo in modo che abbiano la risonanza emotiva e una consapevolezza immediata dei loro comportamenti. Non è vero che i ragazzi conoscono la differenza tra corteggiare e stuprare e questo lo vediamo nei processi: non hanno la risonanza emotiva che va insegnata altrimenti diventano persone pericolose”. E la scuola fa qualcosa? si chiede. “No – risponde – I ragazzi dovrebbero arrivare ai sentimenti, che sono la tappa successiva dell’educazione. Sono prodotti culturali, i sentimenti, noi non nasciamo con i sentimenti”. E allora? “E allora abbiamo uno strumento straordinario che è la letteratura. La letteratura ti fa conoscere il dolore, l’amore, la speranza, il coraggio, la disperazione, la noia, e quando la persona è presa dalla crisi ha un articolato a cui aggrapparsi, altrimenti è dura”. E dunque? “E dunque occorre riempire la scuola di letteratura e non di computer. Lo scopo della scuola è quello della formazione di un uomo perché se non lo diventi entro quell’età non lo diventerai mai più”. E a scuola si fa? “Nulla di questo succede a scuola”. Ti pareva. Tecnologie al posto della letteratura? È davvero questo ciò che sta succedendo nelle nostre aule? “Chi ha inventato le tecnologie – spiega Galimberti – dice che un quarto d’ora di lezione frontale non equivale a due ore di tecnologie”.

Scuola e cattivi maestri. Insegnanti non all’altezza? Talvolta succede e “se uno ha un cattivo insegnante si dovrebbe potere ovviare”. Come? “Si cacciano”. E invece “se sei un insegnante scadente hai il diritto di rovinare una classe per 40 anni”. E ancora: “Non mi disturba che il docente plagi i ragazzi. Pericolosa sarebbe semmai la sua demotivazione”. Galimberti ammette di essere “per la scuola pubblica al cento per cento. È una scuola che ammette in classe alunni di ogni colore, di ogni religione e ceto sociale, con gli occhi a mandorla o di ogni altro tipo. La scuola pubblica abitua a quello che sarà il futuro”. Però? “Però – segnala il filosofo – le scuole private funzionano meglio”. E sapete perché? “Perché il preside svolge vari colloqui con i professori prima di assumerli a tempo indeterminato ma può anche licenziarli. Nella scuola pubblica gli insegnanti che entrano in ruolo hanno un contratto a tempo indeterminato come succede in tutti gli altri settori produttivi. Perché lo Stato non li licenzia se sono inadeguati? Perché li paga poco. Li paga poco ma per tutta la vita”. Che fare? “Il ruolo va abolito”, è la soluzione del filosofo. Quanto ai genitori, “dovrebbero essere espulsi dalla scuola superiore perché si sostituiscono ai figli. Se i figli diciottenni hanno i genitori come difensori quando si emancipano? Con le madri che puliscono la stanza? Ma scherziamo? A scuola i ragazzi non possono tenere pulite le proprie aule? I bidelli sono inutili alle scuole superiori. Possibile che i ragazzi non siano in grado di mantenere un ordine in aula, che poi diventerebbe un ordine mentale?” Per altri versi, prosegue Galimberti, “affinché la scuola funzioni le classi siano di 12 alunni. Quando invece abbiamo uno Stato che costruisce classi di 28, 30 alunni significa che non vuole educare”.

Ma quale educazione? “La scuola italiana educa all’intelligenza logico-matematica ma ci sono tante altre intelligenze, quelle psicologiche, quelle somatiche, quelle musicali, quelle relazionali e tante altre. Non esistono solo quelle logico-matematiche”. Quelle usate anche per i test d’ingresso universitari, tanto per intenderci. E invece? “E invece, se i vostri studenti non ci arrivano, non dovete pensare che siano dei ritardati, significa semplicemente che servirebbe loro più tempo. Abbiamo un Paese che accoglie milioni di turisti per l’arte ma i nostri studenti non sanno nulla di storia dell’arte.”

Quale futuro per i nostri ragazzi? “Dai 15 ai 30 anni – spiega Galimberti – i giovani hanno il massimo di potenza sessuale ma non quella generativa. Per generare devi uscire di casa, devi aver un mutuo e una casa e per cui per aumentare la natalità non devi dare mille euro per fare il terzo figlio, li devi dare per il primo figlio e se non c’è natalità il Paese va in mano ha chi ha più forza”, Si allude agli stranieri, ai musulmani, contro i quali il paese pensa di chiudersi a riccio a differenza di altri Stati come l’Inghilterra dove tanti stranieri sono diventati sindaci e ministri: “Noi siamo capaci forse di promuovere a sindaco o a ministro un pakistano? No, perché siamo vittime di un ritardo antropologico. Gli stranieri sono più forti di noi e quindi ci domineranno. Abbiamo la forza biologica e psicologica per impedirlo? No. È la biologia a decidere chi deve governare la storia”.

E tornando ai giovani, per concludere: “Durante l’età del massimo della loro potenza ideativa gli facciamo fare le fotocopie. In questo modo non si può avere un futuro”. Quale futuro? “Una volta la società era di due generazioni, padre e figlio. Ora quando muore il nonno la casa va al padre del figlio”. Non è un Paese per figli.

12 trucchi per risparmiare denaro crescendo i figli

FONTE: The Wall Street Journal

AUTORE: Veronica Dagher

DATA: 22 agosto 2025

12 trucchi per risparmiare denaro crescendo i figli, da genitori intelligenti che l'hanno fatto

Fare da babysitter può essere gratuito e rifiutare le richieste di snack al supermercato può essere divertente

Questa settimana vi raccontiamo quanto costa crescere un figlio nel 2025 e come le famiglie stanno riuscendo a farcela.

Essere genitori richiede una buona dose di creatività: per intrattenere i figli, per favorire il loro apprendimento, per fargli mangiare le verdure.

Applicare un po' di creatività al risparmio può aiutare ad alleviare le enormi spese legate all'educazione dei figli . E potrebbe anche essere divertente. Abbiamo chiesto a genitori con figli di tutte le età i loro migliori trucchi per risparmiare.

Ecco i nostri preferiti (modificati per chiarezza e lunghezza):

 

Rebecca Palmer, McLean, Virginia | Età dei bambini: 5 e 8 anni 

Le babysitter nella nostra zona costano 25 dollari l'ora, quindi una serata romantica può facilmente raggiungere i 100 dollari prima ancora di uscire di casa. Invece, organizziamo uno scambio di babysitter con un'altra coppia. Una coppia mette a letto i figli e, una volta che i bambini si sono addormentati, un genitore dell'altra coppia si avvicina per fare da babysitter mentre i genitori escono per una serata romantica. Il genitore in visita può rilassarsi, guardare uno spettacolo ed è semplicemente presente nel caso in cui i bambini si sveglino o ci sia un'emergenza. Nel frattempo, il partner rimane a casa con i propri figli. Un'altra sera, si scambiano i ruoli in modo che la seconda coppia abbia il suo turno. Questo tipo di accordo era incredibilmente comune tra i nostri amici genitori durante la laurea e molti di noi lo fanno ancora oggi.

 

Kelly Palmer, Chicago | Età del bambino: 2

Ho aperto un conto di risparmio per l'università 529 quando è nato mio figlio e ho condiviso il link per il contributo con amici e familiari. (Il piano in genere genera un link diretto alla pagina delle donazioni di tuo figlio, in modo che altri possano contribuire, ma non dà loro la possibilità di accedere ai dettagli del tuo conto, come il saldo). Ci ha tolto la pressione di dover risparmiare durante il primo anno di vita di nostro figlio e ha protetto la nostra casa da un'ondata di giocattoli e vestiti che il nostro bambino avrebbe presto dovuto indossare. Continuiamo a condividere il link ogni anno prima del compleanno di nostro figlio. Per il suo prossimo compleanno, sarebbe entusiasta di aprire l'ennesimo camion dei pompieri giocattolo, ma un giorno si renderà conto che un contributo al suo 529 è stato un regalo più prezioso.

Grant Gallagher, Mount Olive, NJ | Età dei bambini: gemelli di 5 anni

Le immagini di personaggi dei cartoni animati sulle confezioni di succhi di frutta o sugli snack al supermercato sono sempre un'attrazione per i nostri figli. Evitiamo gli acquisti impulsivi tenendo a casa una scorta di adesivi dei personaggi dei negozi a un dollaro. Quando i nostri figli vedono articoli a tema, diciamo semplicemente: "Ne abbiamo uno ancora migliore a casa!". Poi, applichiamo gli adesivi a ciò che già possediamo. I miei figli sono semplicemente felici di ricevere qualcosa di simile a ciò che desideravano.

 

Linda Rogers, San Diego | Età dei bambini: 7, 9, 12, 14 

Le mie quattro ragazze hanno opinioni molto specifiche sulle borracce (devono essere di marche specifiche, costano tutte tra i 30 e i 50 dollari l'una). Ho notato un sacco di borracce di lusso, usate pochissimo, nell'ufficio oggetti smarriti della scuola. Ho chiesto informazioni e, se non vengono reclamate, vengono spedite al negozio dell'usato locale ogni pochi mesi. Così siamo andate in quel negozio dell'usato e, come previsto, tutte le marche che volevano erano lì a una frazione del prezzo. Ci andiamo ogni volta che hanno bisogno di una borraccia. Scegliamo quelle in acciaio inossidabile, le igienizziamo e sostituiamo sempre le cannucce.

Michael Tannenbaum, Greenwich, Connecticut | Età dei bambini: 3 e 5 anni

Dato che le compagnie aeree di solito imbarcano gratuitamente i seggiolini auto, metto giacche e altri indumenti nella borsa del seggiolino. Finora nessuna compagnia aerea ha obiettato. Questo semplice trucco mi evita di pagare un costoso bagaglio da stiva. Inoltre, significa che non devo noleggiare i seggiolini auto una volta arrivati ​​a destinazione.

 

Maggie Klokkenga , Morton, Ill. | Età dei bambini: 10, 11, 12

Il materiale scolastico si accumula (soprattutto i pennarelli cancellabili a secco). Alla fine dell'anno scolastico, una volta che i miei figli hanno scaricato tutto il materiale scolastico sul tavolo della cucina, lo controllo e lo confronto con la lista del materiale scolastico dell'anno successivo, fornita dalla nostra scuola elementare. Questo fa tre cose: svuoto il tavolo della cucina di tutto il materiale scolastico per l'estate; identifico il materiale scolastico che hanno già per il prossimo anno scolastico, così risparmio denaro non comprandolo; ora so cosa mi serve durante i saldi di fine anno scolastico, un paio di settimane prima dell'inizio delle lezioni.

 

Cherie Stueve , Bay Area, California | Età dei bambini: 34 e 35 anni

A partire dal liceo, abbiamo trasferito automaticamente il denaro di cui i nostri figli avevano bisogno, sia per le necessità primarie come il materiale scolastico, sia per le spese divertenti come i pasti con gli amici, sui loro conti correnti, di cui eravamo comproprietari. Abbiamo stimato le spese annuali dei nostri ragazzi, come vestiti, materiale scolastico, attività e regali, le abbiamo divise per due e abbiamo impostato i trasferimenti il ​​1° e il 15 per imitare i tempi e la regolarità di uno stipendio. Erano responsabili delle decisioni di spesa e questo ha insegnato loro a pianificare nel tempo le spese più importanti, come il ballo di fine anno. Mi ha fatto risparmiare denaro evitando acquisti dell'ultimo minuto.

 

 

Adam Yosim, Boca Raton, Florida | Età dei bambini: 2 e 6 anni

Se andate in gita con la famiglia in un parco a tema, comprate i souvenir in anticipo. Prima della prima visita della mia figlia maggiore a Disney World, io e mia moglie abbiamo ordinato giocattoli a tema Disney, come Minnie e Buzz Lightyear, su Amazon e gliene abbiamo regalato uno ogni mattina prima di andare al parco. Non ha mai notato la differenza. Ci ha risparmiato di pagare un sovrapprezzo e di fare lunghe file al negozio di souvenir. Per il suo sesto compleanno, abbiamo fatto lo stesso con un vestito di Jasmine: metà prezzo, stessa magia.

 

Ryan Bayonnet, Akron, Ohio | Età del bambino: 9 mesi

Abbiamo creato una "catena" di genitori con figli della stessa età per tramandare vestiti, giocattoli e libri. La catena include famiglie i cui figli sono di diversi mesi più grandi e più piccoli dei nostri. Le famiglie i cui figli sono diventati troppo grandi per gli articoli li passano a quelli di noi che sono appena più indietro in età. I ​​membri più anziani della catena eliminano il disordine dalla loro casa e le famiglie con i bambini più piccoli risparmiano un sacco di soldi.

 

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Educazione dei figli, quei rimproveri che aiutano a crescere (se sai sgridare i bambini nel modo giusto)

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Livia Gamondi

DATA: 24 giugno 2025

Educazione dei figli, quei rimproveri che aiutano a crescere (se sai sgridare i bambini nel modo giusto)

di Livia Gamondi

Guardarli negli occhi, essere brevi, coincisi, chiari. Scegliere il momento giusto, mai alzare la voce, dare sempre una spiegazione. E concludere il discorso con un abbraccio o una carezza. Le ramanzine per essere efficaci devono seguire delle regole. Una psicoterapeuta spiega quali sono

Le ramanzine per essere efficaci devono seguire delle regole. Una psicoterapeuta spiega quali sono

Che siate i genitori più pazienti, più comprensivi del mondo poco importa. Avere figli implica che, prima o poi, vi ritroverete a doverli rimproverare per le ragioni più varie: perché hanno preso il gioco di un amichetto o perché, come al solito, i giocattoli sono sparsi per tutta la casa. Ma una sgridata dovrebbe sempre essere fatta in modo costruttivo, con l’obiettivo di educare e nel momento più appropriato, con tono calmo e concentrandosi sul comportamento e non sul bambino.

 

Mettersi alla sua altezza 

Riprendere un bambino per i suoi errori serve a farlo crescere ed è necessario per spiegargli che ha fatto una cosa sbagliata. Ma va usata la forma corretta: va guardato negli occhi, meglio mettendosi alla sua altezza, e non bisogna mai alzare la voce. Il rimprovero spiegato e motivato è una tappa necessaria per crescere più consapevoli. Tanto più è piccolo tanto più è importante essere brevi, concisi e soprattutto chiari: pochi concetti, esposti semplicemente, usando esempi perché non è ancora in grado di comprendere temi complessi (se si esprimono ragionamenti troppo articolati, il bambino tende a dimenticarli facilmente).

 

Scegliere il momento giusto

Per i genitori imparare a redarguire i figli non è immediato, è un percorso che richiede tempo e pazienza. «Quando un bambino fa qualcosa di sbagliato o che non dovrebbe è importante parlare con lui e spiegare il perché di ciò che ha fatto non va bene» chiarisce Manuela Trinci, psicoterapeuta dell’età evolutiva e referente scientifico Ludobiblio dell'Ospedale pediatrico Meyer, Firenze. «Il piccolo non deve mai essere né umiliato né minacciato perché in questo modo non capirà il motivo alla base dell’errore, e ricorderà solo la punizione che spesso non riesce a comprendere appieno. È necessario scegliere il momento giusto ed evitare di farlo in pubblico o quando si è arrabbiati. E soprattutto evitare di dire cose del tipo “sei stupito o non capisci nulla”».

A ciascuna età il suo rimprovero

Il bambino è in continua evoluzione e la crescita porta anche a modificare i rimproveri e le ragioni per cui vengono fatti. «In ogni età della vita di un bambino quando è necessario un rimprovero la cosa importante è che il genitore non alzi mai la voce e tantomeno urli. Infatti, questo atteggiamento non viene compreso e per il piccolo non significa autorevolezza, ma lo spaventa e con il passare del tempo se diventa il “modo di sgridare” verrà considerato solo come il modo di farlo e perderà di efficacia, se mai l’avesse avuta». Durante la crescita cambiano naturalmente le ragioni che possono portare a un rimprovero: nei bambini di 5 o 6 anni possono esserci degli episodi che danneggiano i compagni e in questi casi bisogna dedicare del tempo per spiegare perché quello che hanno fatto è sbagliato e indicare quale può essere il modo giusto di farlo. È necessario anche trasmettere il valore del chiedere scusa quando si è fatto qualcosa di sbagliato o che ha offeso una persona.

 

La spiegazione è sempre indispensabile 

«Quando i figli diventano più grandicelli aumentano le capacità di elaborazione dei concetti e di comprensione, ma continua a essere necessario che l’adulto spieghi il motivo del rimprovero. E una volta fatto, un abbraccio o una carezza possono essere utili per dare sicurezza, ribadendo l’affetto del genitore». Per i bambini è fondamentale conoscere i propri limiti ed esserne consapevoli, devono imparare a riconoscere le loro esigenze ma anche quelle degli altri, essere in grado di comprendere il valore dell’autorità e riuscire ad accettarla. «Tra i difficili compiti dei genitori c'è anche quello di favorire che i figli si attrezzino ad affrontare adeguatamente la vita, nel rispetto di sé stessi e degli altri. Lo scopo di una sgridata è far comprendere che certi comportamenti inappropriati, i cosiddetti "cattivi", devono essere evitati, mentre è importante adottare atteggiamenti appropriati, i "buoni", per il bene proprio e della comunità in cui si vive», conclude Trinci.

 

24 giugno 2025 ( modifica il 24 giugno 2025 | 09:57)

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Crepet ai genitori: “Trattate i figli come degli scemi, così gli impedite di crescere”

FONTE: Orizzonte Scuola

AUTORE: Redazione

DATA:  22 settembre 2025

Nel corso di un reel pubblicato sul proprio profilo, Paolo Crepet ha puntato il dito contro un atteggiamento sempre più diffuso tra i genitori: la tendenza a proteggere i figli in maniera eccessiva, fino a toglier loro la possibilità di crescere.

L’illusione di una vita senza sconfitte

Perché nella vita si perde e si vince. Ma noi abbiamo pensato che ci debba essere una terza cosa. La terza cosa si chiama NC, non classificabile” dice Crepet, ironizzando sulla pretesa di annullare ogni esperienza negativa per i ragazzi. Secondo lo psichiatra, molti genitori sembrano incapaci di accettare che la vita comporti inevitabilmente anche fallimenti, e cercano di trasformare ogni esito in un territorio neutro, mai troppo netto, mai davvero sfidante.

L’eccesso di cure quotidiane

Crepet sottolinea poi il paradosso della routine familiare: sveglie anticipate, orari da rispettare, colazioni preparate con meticolosità. “Avete girato lo zucchero dentro il caffe” osserva, sottolineando come ogni gesto finisca per diventare un atto di sostituzione. Non c’è spazio per l’autonomia, perché il figlio deve essere sollevato da qualsiasi responsabilità, anche la più piccola.

La protezione che diventa controllo

Secondo Crepet, questo modo di accudire i bambini non nasce dalla loro fragilità, ma dalle paure degli adulti. “Siccome sono scemi, bisogna proteggerli. Ma è ovvio. Cosa volete? Che vadano a scuola con il loro zainetto? Ma no, ci deve pensare la mamma, la nonna, la zia” dice con tono provocatorio. L’eccesso di premure, continua, non si limita alle questioni pratiche: diventa un’ansia collettiva che impedisce ai figli di sperimentarsi.

Genitori sotto pressione

Psicolabili. Oddio, siamo noi che non reggiamo” aggiunge Crepet, ribaltando la prospettiva. Non sono i ragazzi a non sopportare il peso della vita, ma i genitori che, incapaci di gestire le proprie ansie, finiscono per trasmetterle ai figli. Il risultato è una generazione a cui viene negato il diritto di sbagliare e di imparare dai propri errori.

Galimberti: “Troppi alunni con diagnosi, scuole come cliniche”

FONTE: tg24.sky.it

AUTORE: Redazione

DATA: 25 febbraio 2025

Il filosofo e psicanalista prende posizione sull'aumento delle diagnosi che riguardano i Disturbi dell'apprendimento tra gli studenti già alle elementari: "La colpa è dei genitori, non interessa la formazione ma la promozione"ta articolo

"La scuola elementare sembra che sia diventata una clinica psichiatrica, sono tutti discalculici, disgrafici, dislessici, asperger, autistici, ma chi l’ha detto? Ai tempi miei non c’erano queste condizioni, c’era uno che era più bravo e quell’altro un po’ meno bravo che poi si esercitava e diventava bravo. Perché patologizzare tutte le insufficienze?" Sono le parole pronunciate del noto filosofo e psicanalista Umberto Galimberti di fronte a un pubblico di genitori e imprenditori durante un evento sulla scuola organizzato da Confartigianato Vicenza, che stanno facendo discutere in queste ore.

"È la strada dell'ignoranza, purché siano promossi"

Per Galimberti l’aumento esponenziale delle certificazioni per i Disturbi specifici dell’apprendimento (Dsa) tra gli studenti sarebbe dovuto più all’interesse dei genitori nell’agevolare il percorso scolastico dei figli piuttosto che a reali difficoltà. “È la strada dell’ignoranza, purché siano promossi - ha concluso - perché ai genitori interessa questo, non la formazione“. Parole che, come prevedibile, hanno acceso un polverone online: in molti hanno chi criticato il suo pensiero, definendolo semplicistico e superficiale, e difeso l’importanza delle certificazioni per garantire un percorso scolastico adeguato agli studenti con Bes (bisogni educativi speciali).

Lo sport in adolescenza è il primo fattore protettivo per la salute di corpo e mente

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Chiara Bidoli

DATA: 19 settembre 2025

Praticare un’attività regolarmente, soprattutto se in team, migliora l’autostima e la capacità di relazionarsi con gli altri. Il rischio per i giovani è che il risultato e la perfomance rappresentino stimoli distruttivi e non benefici

Correre, saltare, giocare all’aria aperta sin dalla prima infanzia e poi praticare uno sport sono, insieme a una sana ed equilibrata alimentazione, i pilastri della salute a breve e a lungo termine. Secondo le linee guida dell’Oms (Organizzazione mondiale della sanità) fra i 3 e i 17 anni si dovrebbe praticare un’attività fisica quotidiana di intensità moderata-vigorosa per almeno un’ora al giorno. Il che significa, per i più piccoli gioco libero, che allenare naturalmente la coordinazione dei movimenti, e per i più grandi, scegliere un’attività sportiva che abbia effetti benefici non solo sulla salute fisica, ma anche mentale. In particolare, in pre-adolescenza e adolescenza, praticare uno sport, specie se di squadra, permette di aumentare l’autostima, di migliorare la gestione dei rapporti con i coetanei e ha impatti positivi sulla qualità del sonno, oltre a tenere lontane cattive abitudini come fumo e alcol.

Praticare sport in adolescenza può proteggere da dipendenze e isolamento ma, perché abbia un impatto significativo, dev’essere iniziato «prima»: è soprattutto nell’infanzia che si adottano abitudini che poi si consolideranno negli anni, ed è in questa fase della vita che si orientano le traiettorie di salute di una persona. Se guardiamo alla situazione in Italia i dati, però, non sono confortanti: il nostro Paese è tra i primi per obesità infantile (17%) e sovrappeso nei bambini fra i 7 e i 9 anni (39%) (fonte European health report 2024, Oms). Tra questi ultimi il 70% trascorre almeno due ore al giorno davanti a uno schermo, a scapito di un’attività motoria, percentuale che tende ad aumentare con l’età, soprattutto tra i soggetti più svantaggiati a livello socioeconomico.

Gioco di squadra contro ansia e frustrazioni

Praticare regolarmente un’attività fisica è fonte di benessere, e questo gli italiani sembrano averlo ben compreso. Negli ultimi 30 anni è in aumento la pratica sportiva continuativa che, per quasi metà del campione interpellato, corrisponde ad almeno un allenamento a settimana. Una consapevolezza che però sembra non appartenere agli adolescenti: il cosiddetto dropout sportivo riguarda soprattutto loro, ed è in aumento. Quali sono le ragioni per cui i ragazzi abbandonano lo sport, che nella fase di passaggio dall’infanzia all’età adulta può essere un’esperienza formativa? Rispondono al Corriere Ilaria Polenghi, specialista in Psicologia Clinica dell’Università Vita-Salute San Raffaele e Stefano Faletti, formatore nazionale del Csi (Centro Sportivo Italiano).

«Lo sport di squadra è un buon alleato nel periodo delicato dell’adolescenza perché promotore di benessere e salute ed è uno dei fattori protettivi per eccellenza rispetto ad alcune psicopatologie: aiuta a gestire ansia, rabbia e le fatiche tipiche di questa fase della crescita — spiega la psicologa —. In alcuni casi, però, può essere anche un fattore di rischio, specie in quelle situazioni in cui la comunicazione è poco sana, molto giudicante, in contesti estremamente performanti nei quali può anche diventare il fattore scatenante di alcune fragilità. Per questo è prioritario costruire una buona rete intorno ai ragazzi così da aiutarli nella regolazione delle emozioni».

Educatori prima di tutto

Al centro della rete di sostegno ci sono gli allenatori che hanno bisogno di strategie nuove per essere efficaci con i giovani di oggi.
«Il ruolo degli educatori sportivi è cambiato molto negli ultimi anni soprattutto perché dietro ai ragazzi, spesso, non ci sono più le famiglie e c’è una povertà di valori condivisi — spiega il formatore sportivo—. Fino a qualche anno fa quando si riprendeva un giocatore perché svogliato, la sgridata o la punizione serviva per stimolarlo a fare meglio. Oggi di fronte a un commento negativo è facile che il ragazzo preferisca cambiare o abbandonare».

Perché i giovani oggi di fronte alle difficoltà tendono a bloccarsi e scelgono di non mettersi alla prova?
«L’idea che mi sono fatto è che valori come spirito di sacrificio, solidarietà e propensione alla collaborazione stiano venendo meno e abbiano lasciato maggiore spazio a egocentrismo, egoismo e a una conclamata incapacità di rapportarsi con gli altri. Basta guardarli quando affrontano le sfide con i videogiochi. Lo fanno preferendo i livelli più bassi dove risultano sempre vincitori. Non c’è da stupirsi, quindi, se poi non riescono ad affrontare la frustrazione di un fallimento reale», continua l’esperto.

In adolescenza il livello sportivo si alza, spesso, a scapito del divertimento. «Con la crescita dei ragazzi ci si dimentica che, oltre alle prestazioni e agli obiettivi da raggiungere, conta in egual modo l’aspetto ludico — sottolinea Ilaria Polenghi —. E questo vale anche per i professionisti. Che significa prevedere degli attimi di relax intorno al momento della partita. Ne è un esempio Sinner che, prima di entrare in campo, è solito giocare a palla con il suo staff. La parte ludica è fondamentale perché è quella che tiene “agganciati” i ragazzi al contesto sportivo e permette di affrontare il match con la giusta serenità. Anche ai genitori va ricordato che ai giovani, oltre agli allenamenti, serve vivere dei momenti più leggeri, in grado di allentare la tensione e mantenere alta la motivazione».

 

La gestione della rabbia

Come gestire la frustrazione sul campo che, talvolta, si trasforma in rabbia?
«In presenza di un discontrollo emotivo di un giocatore che compie un’azione “eccessiva” durante il gioco è necessario che intervenga non solo lo staff sportivo, che dovrebbe avere gli strumenti corretti per gestire questo genere di episodi. Le cose funzionano di più quando riesce il gioco di squadra, non solo tra giocatori, ma tra allenatori, staff e genitori. Il ragazzo che ha sbagliato, o che ha subito un’azione violenta da parte di un avversario, può essere accompagnato, sia singolarmente che con il gruppo, nella rielaborazione dell’esperienza negativa vissuta. Allenatori e preparatori valuteranno che cosa è più efficace fare a livello educativo e in alcuni casi può essere necessario ricorrere a uno specialista, soprattutto se il livello di frustrazione rimane alto nel tempo. Non sempre, però, viene valutata questa possibilità. Si ricorre facilmente a un fisioterapista per un problema muscolare, mentre, molto meno, ci si rivolge a uno psicologo sportivo se il problema è di natura mentale», continua l’esperta.

Livelli di performance

Dietro all’aggressività in campo, in molti casi, c’è la fragilità di chi non ha gli strumenti per affrontare le difficoltà e regolare le emozioni. «Ci troviamo di fronte, sempre più spesso, a “genitori spazzaneve” che cercano di liberare la strada del figlio dai problemi o sofferenze, ma questo non li allena ad affrontare i problemi della vita — spiega Faletti —. Ed è così che la fragilità può diventare rabbia, violenza, arroganza. Di fronte a un ostacolo i ragazzi di oggi rispondono malamente oppure si arrendono. In alcuni casi arrivano a cambiare squadra perché si sentono incompresi, ma nella maggior parte dei casi sono destinati a non trovare mai una realtà in linea con le loro, false, aspettative. E poi c’è il tema del ruolo. All’interno di una squadra, quello da “primo attore” è per pochi, ma non tutti accettano di essere al servizio del gruppo. In questi casi molti ragazzi anziché prendere ispirazione dai migliori, preferiscono rimuginare sulla loro condizione dando la colpa alla sorte o agli allenatori, per poi scegliere di cambiare squadra o abbandonare lo sport».

Ansia da prestazione

La «generazione ansiosa» descritta nel libro omonimo dallo psicologo statunitense Jonathan Haidt affronta con difficoltà le sfide, anche nell’ambito sportivo. Come aiutarla? «Per prima cosa occorre evitare di minimizzare le emozioni e il vissuto che sta provando il ragazzo ma, piuttosto, usare frasi empatiche come, per esempio, “dev’essere una sfida per te affrontare questa gara”, “è normale sentirsi così, ti capisco”, l’approccio dev’essere sempre positivo. Al posto di “calmati” si può dire “respira”, incoraggiando il ragazzo a visualizzare un ricordo positivo, una situazione in cui si è sentito bene, non necessariamente una vittoria, così che possa riprendere consapevolezza del proprio corpo e rilassarsi», consiglia la psicologa. E poi ci sono gli allenatori che devono, per primi, accettare gli errori dei loro atleti.

«Senza errori non si impara, ma se l’errore è vissuto solo come fallimento il ragazzo non può apprendere e questo genera ansia. Per insegnare a rialzarsi di fronte a una delusione andrebbe insegnato che cos’è “la vittoria”, che non è necessariamente, o solo, vincere la partita ma, come per i maratoneti, dare il proprio massimo e migliorare rispetto al proprio record personale, alle proprie capacità», sottolinea il formatore. Prima di ricominciare l’anno sportivo è importante che i genitori si interroghino su ciò che serve davvero ai figli. «Non tutti i giovani si sentono a proprio agio nell’agonismo e possono gestire serenamente prove ad alta intensità. Per questo è importante osservare il ragazzo che abbiamo davanti e pensare al suo benessere, assecondando le sue inclinazioni naturali. Il successo sportivo non è mai più importante del benessere psicologico, anche perché se il benessere psicologico viene meno, il successo sportivo non arriva o non dura. Non è il risultato sportivo a determinare il valore di un’atleta», conclude la Polenghi.

Consigli per gli allenatori

Un buon allenatore deve aiutare il ragazzo a individuare gli obiettivi, mantenendo un atteggiamento positivo. Un portiere, per esempio, dovrà concentrarsi sul parare un rigore, non sulla possibilità che l’attaccante sbagli. E poi bisogna aiutare i ragazzi a dare attenzione al momento, senza pensare al domani: la troppa frenesia porta a bruciare le tappe. Il miglioramento sportivo, è provato, avviene alternando lavoro e riposo ed è proprio il recupero che determina l’obiettivo. A livello mentale ci sono momenti in cui bisogna spingere e altri in cui è necessario staccare la spina. L’allenatore deve capire quando accelerare e quando consolidare ciò che si è appreso. E poi è necessario che ciascuno, compresi i genitori, accetti il suo ruolo senza invadere altri campi ma facendo sempre un gioco di squadra», spiega Stefano Faletti, formatore nazionale CSI.

Consigli per i genitori

«Il punto di vista dei genitori dev’essere sempre e solo fuori dal campo, che significa osservare quello che succede senza mai intervenire da un punto di vista tecnico. I genitori dovrebbero fare il tifo per i propri figli, osservare ed ascoltare. Valutare, in base alla situazione, se intervenire con un supporto attivo (fornendo consigli) o più improntato all’autonomia. I ragazzi hanno bisogno di tempo per elaborare un’esperienza per loro importante, devono avere un margine di autonomia in cui sperimentare delusioni e fallimenti. Solo quando sono in grado di tradurre le loro emozioni in parola possono essere guidati in una riflessione che li aiuti ad aumentare la consapevolezza di ciò che hanno vissuto. Può, invece, essere utile condividere i propri insuccessi con i figli. Uno dei modi migliori per trasmettere un “modello di resilienza” che li aiuti a capire che fa tutto parte del percorso di crescita», spiega Ilaria Polenghi psicologa, Univ. Vita-Salute San Raffaele.

Il ruolo di endorfine, serotonina e dopamina

Praticare uno sport o fare attività fisica regolarmente durante il periodo di crescita, in cui avvengono tanti cambiamenti fisici e psichici, ha un ruolo importante anche per lo sviluppo del cervello. «Da un punto di vista neurobiologico muoversi stimola il rilascio di endorfine, della serotonina e della dopamina, che sono neurotrasmettitori legati al benessere, alla regolazione dell’umore, alla parte cerebrale che attiva “la motivazione” che guida le nostre azioni — spiega la psicologa Ilaria Polenghi —. Tra gli effetti dello sport c’è anche la riduzione dell’ansia e dello stress tantoché muoversi ha un effetto ansiolitico, particolarmente utile per supportare le fragilità, in aumento, delle nuove generazioni. L’attività sportiva consente a corpo, mente ed emozioni di agire insieme e permette di vivere nel presente, nel mondo reale dell’offline, in cui poter rimanere concentrati sul “qui e ora” senza dover pensare al domani che, come sappiamo, è motivo di stress e incertezze per l’intera società, ma soprattutto per i più giovani.

«A questo si aggiunge il valore che un’attività sportiva dà a livello relazionale e identitario. Lo sport offre uno spazio in cui i ragazzi possono mettersi alla prova, affrontare le proprie insicurezze, sviluppare capacità come resilienza, gestione della frustrazione, disciplina. Se poi si pratica un’attività di squadra, è lo spazio ideale per imparare a comunicare, a collaborare, a rispettare il proprio ruolo e quello degli altri, così come è un’esperienza che obbliga ad accettare regole e decisioni che poi tornano utili dentro e fuori dal campo di gioco. Perché si possa beneficiare degli effetti dello sport ha un ruolo cruciale l’allenatore che deve vedere il singolo anche nel gruppo e tenere presente che ognuno ha le sue sensibilità. Alcuni ragazzi hanno bisogno di toni più decisi, con altri è più efficace ritagliare un momento dedicato per confidarsi e commentare il da farsi, ma a bassa voce. In generale contano soprattutto i gesti, che non devono mai essere aggressivi, giudicanti e poco empatici».

Le sfide del Centro Sportivo Italiano

«Oggi più che mai, il CSI è chiamato ad affrontare sfide cruciali, prima fra tutte quella del contrasto alla sedentarietà, fenomeno in crescita, anche tra i più giovani, nonostante una maggiore consapevolezza sugli stili di vita sani. Con circa 14 mila società attive in tutta Italia, il Centro Sportivo Italiano apre ogni giorno le porte a tutti, indipendentemente da abilità, provenienza o condizione sociale: questo impegno per un’inclusione concreta nasce dalla nostra visione dello sport come strumento di giustizia sociale. Ma perché questi obiettivi possano essere raggiunti, occorre prima di tutto difendere la tenuta dei valori sportivi autentici: rispetto, gioco di squadra e lealtà. Restituire ai bambini e ai ragazzi il diritto di giocare, crescere e divertirsi attraverso la pratica sportiva significa promuovere il loro benessere fisico e psicologico e, allo stesso tempo, difendere il futuro dello sport stesso», ha dichiarato Vittorio Bosio, presidente nazionale del CSI.

13 settembre 2025

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Attività extrascolastiche al via: guida per la scelta tra i desideri di genitori e bambini

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Valentina Rorato

DATA: 15 settembre 2025

Tennis, basket, calcio e gli altri: quali criteri adottare? Divertimento o apprendimento? I consigli della pedagogista per non privilegiare solo le aspettative degli adulti

A settembre si torna a scuola, ma riprendono anche tutte le attività extrascolastiche. Corsi inglese, di musica, di tennis, per diventare dei piccoli Sinner, di danza, calcio e tutto ciò che possa aiutare lo sviluppo di passioni, talenti e competenze trasversali fondamentali.

La scelta giusta

Ma come si scelgono? Bisogna assecondare i desideri dei bambini o il genitore deve cercare di imporre le soluzioni, a suo avviso, migliori? «È fondamentale ricordare, specialmente agli adulti, che il divertimento e l'aspetto ludico dovrebbero essere al primo posto. Sebbene queste attività possano anche favorire l'apprendimento e lo sviluppo di talenti o competenze specifiche, la priorità assoluta dev'essere sempre la dimensione ludica e sociale», racconta Giovanna Giacomini, pedagogista, formatrice e ideatrice del portale Edu-wow.com.
«Un compito cruciale per i genitori è distinguere tra le proprie aspettative e i reali bisogni dei figli. La società odierna, spesso veicolata da social media e video, ci propone un'immagine di genitore ideale che offre infinite opportunità ai figli, portandoli a eccellere in ogni campo. Questo contesto rischia di farci proiettare sui bambini desideri e ansie che non sono i loro, perdendo di vista la dimensione dell'infanzia e l'individualità di ogni piccolo».

 

Coltivare ascolto e osservazione

Il modo migliore per scegliere l’attività «giusta» è osservando i bambini, che comunicano i loro bisogni anche senza parole: momenti improvvisi di irritabilità potrebbero indicare stanchezza e necessità di più riposo o gioco libero, mentre un bambino che cerca molta attenzione potrebbe aver bisogno di sfide più adatte a lui.
I genitori devono evitare di proiettare i propri sogni, le proprie ambizioni e anche le frustrazioni sui figli, che hanno il diritto di viversi un’esperienza libera da condizionamento. «Non aver paura se tuo figlio non eccelle o non ama determinate attività; non significa aver fallito come genitore. Molte generazioni, inclusa la nostra, sono cresciute senza la miriade di attività extrascolastiche di oggi, raggiungendo comunque serenità e successo nella vita. È essenziale distinguere la felicità della performance», aggiunge Giacomini.
«Questo implica anche abbandonare la competizione tra famiglie basata sulla quantità di attività e risultati. Dobbiamo concentrarci su ciò che serve a quel bambino, in quel momento della sua vita. I quattro anni di un figlio non torneranno più e ogni età ha il suo tempo. È essenziale ridefinire i nostri valori di base e ricordarci che i bambini hanno il diritto di vivere la propria infanzia».

Il vademecum

Esistono diversi elementi chiave, secondo la pedagogista, che si possono valutare per scegliere l’attività giusta:

  • Interessi emergenti. «Ascoltare attentamente gli interessi che il proprio figlio esprime. Se è ancora piccolo, osservalo: cosa gli riesce facile e spontaneo? Quali attività lo assorbono senza fatica? Spesso, proprio in questi momenti emerge un talento naturale che merita di essere coltivato».
  • Considerare l’unicità di ogni bambino. «Ogni bambino è unico. Se l'amico del cuore frequenta un'attività e nostro figlio desidera seguirlo, non è detto che sia la scelta giusta per le sue inclinazioni».
  • Non forzare il bambino a fare qualcosa solo perché «gli fa bene» o perché è di moda.
  • Età e sviluppo. «Considerare sempre l'età e il grado di sviluppo. Per i bambini più piccoli, attività propedeutiche come la psicomotricità o quelle puramente ludiche sono più indicate. L'obiettivo principale, in questa fase, è il gioco, non l'apprendimento formale. Dai 6 anni in su, si possono introdurre sport o corsi specifici, basandosi sulle preferenze espresse e sui talenti che iniziano a manifestarsi».
  • Obiettivi educativi. «Prima di iscrivere un bambino a una qualsiasi attività è fondamentale chiedersi: "Cosa vogliamo che tragga da questa attività?". Può essere un'esperienza meravigliosa sotto molti aspetti, ma il contesto è fondamentale. Un ambiente tossico, un allenatore svalutante, standard troppo elevati o valori in contrasto con quelli della famiglia possono annullare qualsiasi beneficio. Informati sul gruppo e sugli educatori: l'ambiente deve essere inclusivo, stimolante e accogliente per tutti, riflettendo i valori che guidano la vostra famiglia».
  • Fattibilità logistica. Inutile considerare attività che non sono compatibili a livello pratico con gli impegni della famiglia.

Quando la «squadra» è meglio 

É meglio scegliere le attività organizzate basate sulla socializzazione o individuali? «Le attività di gruppo, in particolare quelle con uno scopo divertente, rafforzano la fiducia in sé, promuovono lo sviluppo del carattere, l'empatia e la compassione. Sentirsi connessi con gli altri, uscire dalla propria dimensione individuale per entrare in relazione, sono aspetti fondamentali che queste esperienze nutrono. Attività di volontariato, ad esempio, non solo sviluppano competenze pratiche (come la sostenibilità ambientale nel caso della raccolta della plastica), ma promuovono anche un senso di agire attivo e proattivo per il benessere collettivo», conferma la pedagogista, che però sottolinea come siano così efficaci solo se il bambino partecipa con serenità.

Integrare le attività nella settimana scolastica

É molto importante oltre a scegliere un’attività che il bambino possa svolgere con piacere, anche inserire il corso in un contesto adeguato e non sovraccarico. Si consiglia quindi di stabilire una routine settimanale e quotidiana chiara. «Organizzare i giorni in modo da bilanciare gli impegni (come gli allenamenti di lunedì e giovedì) con pomeriggi completamente liberi. Si può adottare la regola del due, limitando le attività extrascolastiche a un massimo di due, in giorni distinti, almeno fino a una certa età (due giorni al di là del weekend)». I bambini devono avere il tempo di fare i compiti, ma anche di non fare nulla. Semplicemente, di riposare e giocare liberamente.

Per quanto, poi, sia difficile per i genitori modificare in corso la pianificazione settimanale, non bisogna dimenticarsi di essere flessibili e di «rallentare i ritmi se li vediamo sopraffatti, eliminare attività o, al contrario, introdurne di nuove se si percepisce svogliatezza. L'obiettivo è calibrare gli impegni sul benessere di tutti, genitori inclusi». E, il modo migliore per farlo, è osservando i bambini.

Segnali come stanchezza, calo di entusiasmo, difficoltà di concentrazione, cambiamenti nei risultati scolastici, alterazioni nei ritmi sonno-veglia o nelle abitudini possono indicare un sovraccarico.

15 settembre 2025 ( modifica il 15 settembre 2025 | 15:44)

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Tutti matti per gli scacchi

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Giorgio Fontana

DATA: 18 agosto 2015

Tutti matti per gli scacchi

Fanno bene (ai genitori)

Gli scacchi affinano il pensiero, sviluppano la concentrazione. E sono poco impegnativi per chi deve assistere alle partite dei figli

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Da ragazzino partecipai a qualche torneo di scacchi: ricordo bene la mia disperazione dopo una sconfitta - ma mio padre ricorda meglio il mio sguardo feroce e ciò che gli dissi prima di lanciare un attacco vincente: «Adesso gli salto al collo, a quello lì». Già. Gli scacchi conservano qualcosa che trascende il mero gioco: una volontà irriducibile di sopraffare l’avversario.
In un divertente articolo pubblicato sul Financial Times , Matthew Engel vede proprio negli scacchi lo sport ideale cui incoraggiare i figli, dal punto di vista dei genitori: combina costi e rischi bassissimi (difficilmente ci si sloga un polso muovendo un alfiere) con la libertà per padri e madri di non dover assistere alle partite (i litigi furibondi fra parenti, un classico del calcio giovanile, non son diffusi).
Di più: gli scacchi aiutano lo sviluppo della concentrazione, affinano il pensiero per immagini, ed educano alla responsabilità - sulle sessantaquattro caselle la fortuna praticamente non esiste, vittoria e sconfitta dipendono unicamente dalla qualità delle mosse. Anche per questi motivi, lo scorso febbraio il Parlamento spagnolo ne ha introdotto lo studio in diversi percorsi scolastici.
Ma c’è una ragione se Duchamp lo definiva uno sport violento - e se il Grande Maestro Nigel Short ha rincarato la dose dicendo che per questa attività «devi essere pronto a uccidere». La solitudine, l’astrazione e la mancanza dell’elemento corporale possono logorare i nervi di chiunque: e il genitore che vede il figlio tranquillo e assorto di fronte alla scacchiera non dovrebbe dimenticarlo. Nella sua introduzione a La psicologia del giocatore di scacchi di Reuben Fine, Giuseppe Pontiggia scriveva di questo gioco: «mobile e inafferrabile, esso elude tutti i tentativi di chiuderlo in quella gabbia, in cui finisce con l’aggirarsi il giocatore». Nel tesserne l’elogio, vorrei ricordare l’ossessione che lo anima: la lotta per dominarla, del resto, è parte del suo fascino.