Per comprendere il bullismo bisogna saper guardare alle radici

FONTE: Il Sole 24 Ore

AUTORE: Pietro Bordo

DATA: 7 giugno 2018

I recenti fatti di cronaca, docenti oltraggiati da ragazzi, ripropongono con forza il tema del bullismo, che si manifesta ormai verso ogni persona ritenuta debole, adulto o minore.
La maggioranza assoluta di commenti sono di persone che dell'albero del bullismo vedono solo le foglie, e propongono soluzioni ad esse rivolte. Ignorano completamente le radici, mentre è proprio lì che bisogna agire, prima che la pianticella diventi un albero.

Queste persone non godono dell'osservatorio privilegiato che ho io: da quarantaquattro anni trascorro ventidue ore settimanali insegnando nella scuola primaria, dove nascono e crescono le radici della pianta del bullismo. E quante volte vedo atteggiamenti e comportamenti di bambini della fascia sei-dieci anni che, se non corretti, non è difficile prevedere che sfoceranno in atti di bullismo.

“Fai proprio schifo, sei ‘na pippa; nun te volemo più in squadra!”
Queste parole, dette con veemenza verbale, mimica e gestuale, non sono pronunciate da un ragazzo terribile di una borgata romana, ma da un bel bambino di una cosìddetta buona famiglia, generalmente educato e gentile, che sta giocando a pallone con i compagni di scuola. La sua classe è la prima primaria, quindi ha appena sei anni.
Tante volte ho sentito pronunciare queste frasi, o simili, durante i miei quarantaquattro anni d'insegnamento.
E non è l'estrazione sociale la causa di certi comportamenti che, se non osservati, o se trascurati e non curati, degenereranno successivamente nel bullismo.

Cerchiamo di capire perché accadono certi episodi e le conseguenze che ne possono derivare in funzione delle varie risposte degli adulti.
Prendendo in esame un gruppo di venti bambini che si affacciano al primo anno di scuola primaria, dal punto di vista caratteriale statisticamente possiamo notare che generalmente ve n'è un terzo eccessivamente timido e tranquillo, un terzo disinibito ed esuberante, un terzo “normale”.
Gli appartenenti al secondo gruppo sono quelli che vogliono dominare i compagni, che vogliono sempre imporre i loro giochi preferiti, che voglio sempre aver ragione durante il gioco. Se non litigano fra di loro per il predominio individuale, si coalizzano contro tutti gli altri per imporre la loro volontà.
Quelli del gruppo dei timidi e tranquilli soccombono subito tutti, senza praticamente reagire. Quindi non “divertono” i dominanti, che raramente infieriscono su di loro.
Gli altri, quelli del gruppo dei “normali”, reagiscono secondo la loro caratteristica individuale, qualcuno con forza. Sono quelli che danno maggiore soddisfazione ai dominanti, che si esaltano nel branco.

Perché un bambino esuberante si comporta così?
Innanzi tutto per una sua componente caratteriale genetica. Ma soprattutto perché non è stato aiutato negli anni precedenti.
Il primo aiuto è la presenza nei primi anni di vita di persone competenti che gli vogliano veramente bene, che lui senta vicine, e che non lo seguano solo per una remunerazione o perché non possono rifiutarsi di farlo. Persone quindi desiderose di educarlo, che siano preparate allo scopo, che quindi non lo assecondino in comportamenti capricciosi o prepotenti.
Quanti bambini passano con le tate, spesso del tutto inadeguate ad educarli, molto più tempo di quello che passano con i genitori! Oppure quanti passano tanto tempo con altre persone, ad esempio i nonni, che non hanno alcuna consapevolezza educativa e prendono decisioni senza valutarne le conseguenze. Quelle che poi si notano subito i primi giorni di scuola. O quanti bambini, ancora peggio, passano interi pomeriggi ad alimentarsi di violenza giocando con videogame che istigano ai peggiori comportamenti; oppure giocando, incontrollati, per strada ad imitare i comportamenti peggiori dei ragazzi più grandi e degli adulti, quei comportamenti dei quali la televisione riferisce con ricchezza di casi e dovizia di particolari.

Ma anche se il bambino passa tanto tempo con i genitori ma essi non educano, se trascorre i primi anni di vita prevalente con la mamma, ma essa non è preparata ad educare e segue solo il suo istinto, le conseguenze negative per la crescita sociale del bambino sono quasi sempre deleterie.
La saggezza popolare dice infatti che fare i genitori è sì il più bel lavoro del mondo, ma anche il più difficile, poiché nessuno ti insegna sul serio a farlo.

Il secondo aiuto è la presenza, sin dai primi anni di vita sociale (asilo, scuola primaria), di insegnanti motivati, preparati sul serio, non sulla carta, autorevoli e consapevoli dell'importanza della loro azione sul futuro dei bambini loro affidati.

Limitandoci al problema del bullismo, è fondamentale che l'insegnante i primi giorni di scuola spieghi serenamente, col sorriso, ma chiaramente ai bambini che a scuola ci sono delle regole; che chi non le rispetta avrà delle conseguenze negative; che la regola principale è il rispetto delle persone.

Ma tutto ciò non serve a niente se l'insegnante non sa che egli deve presenziare attivamente ad ogni attività che svolgono i bambini, soprattutto durante i momenti di gioco.
Specialmente durante la ricreazione, quanti insegnanti si riposano conversando amabilmente con i colleghi e lasciando i bambini praticamente liberi di fare e dire ciò che vogliono. Se un bambino tende ad assumere atteggiamenti negativi, l'insegnante, che vigila stando in mezzo a loro, deve subito intervenire, prima che la situazione degeneri in liti o si sviluppino situazioni di bullismo, spiegando al gruppo cosa non va, perché ed eventuali conseguenze future in caso di ripetizione dell'azione negativa. E se il fatto si ripete, deve sanzionarlo; serenamente, senza esagerare, con gradualità e progressività, ma inflessibilmente. Il bambino così acquisisce l'abitudine a controllarsi ed a rispettare i compagni.

Ovviamente per far ciò il docente deve contare sull'accordo con i genitori, sulla loro fiducia, elementi non sempre presenti.

Immaginiamo un bambino che nei primi anni di vita fa il prepotente in famiglia ed all'asilo. Arriva alla primaria dove tutti i giorni, per anni, impone ai compagni in ogni maniera la sua volontà, incrementando di anno in anno la sua forza, imparando che gode dell'impunità. Passando alle medie e poi alle superiori questo ragazzo penserà di non avere più limiti, di poter fare impunemente ciò che vuole.
Accadranno allora tutti i fenomeni di cui si occupa la cronaca; ed anche quelli meno eclatanti, ma più diffusi e dannosi come gli altri.
Non dimentichiamoci che gli interventi sui bambini più tardi si fanno e maggiore forza richiedono (ed hanno minor probabilità di successo).
In sintesi: i bambini diventano bulli se adulti impreparati ad educarli non li aiutano preventivamente.

Perché i genitori non vogliono più leggere ad alta voce con i loro figli

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Caterina Belloni

DATA: 27 febbraio 2018 

Si sta perdendo un’abitudine utilissima per lo sviluppo cognitivo dei più piccoli. La colpa? In parte del digitale, che fagocita l’attenzione dei bambini, in parte del disagio crescente degli stessi genitori nel maneggiare i libri.

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Il numero dei genitori che leggono storie ai loro bambini è in continua diminuzione. A lanciare l’allarme è un sondaggio intitolato promosso in Gran Bretagna dalla Nielsen. Secondo questa indagine, dal 2013 ad oggi si è registrata una diminuzione del venti per cento nel numero di mamme e papà che si siedono con i pargoli a leggere. Eppure l’abitudine di sfogliare insieme un libro aiuta a sviluppare legami forti tra genitore e figlio e favorisce lo sviluppo cognitivo del piccolo. I pedagogisti lo ripetono, gli educatori lo sostengono, nelle biblioteche dei ragazzi si sono creati programmi e spazi speciali per invogliare a questa pratica. In Gran Bretagna, ad esempio, ai bambini delle elementari viene assegnato come compito di leggere insieme a un genitore per un quarto d’ora al giorno fino alla terza elementare e per mezz’ora dal quarto anno in poi. Linee guida ed indicazioni che mirano a far crescere bambini sani e felici, ma che sembrano disattese nella realtà.

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Colpa dei figli...

La conclusione del sondaggio lo dimostra, puntando il dito soprattutto sulla mancanza di momenti di lettura per i più piccoli. Durante lo scorso anno sono stati intervistati 1596 genitori di bambini da zero a tredici anni a proposito delle loro abitudini di lettura e anche 417 teenager tra i 14 e i 17 anni. E’ emerso che il 69 per cento dei bimbi in età prescolare nel 2013 aveva momenti di lettura quotidiani con un genitore, mentre adesso la percentuale è scesa al 51 per cento. Il 19 per cento dei genitori ha anche dato una spiegazione per questa riduzione: i bambini appaiono troppo stanchi e fissare la loro attenzione sul libro risulta impossibile, ma forse quelli esausti e poco motivati sono soprattutto gli adulti. Anche perché nel questionario un genitore su cinque ha confessato di provare disagio quando entra in una libreria, mentre ancora di più sostengono di sentirsi sopraffatti dall’ampia offerta di libri per bambini, con la conseguenza che non riescono a sceglierne uno e finiscono poi per non leggere ai figli (46 per cento).

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... o dei genitori?

La ricerca, poi, fa emergere un’altra causa di disinteresse per la parola scritta. Qualcuno sostiene che i piccoli non vogliano leggere i libri perché preferiscono fare altre cose, come ad esempio guardare cartoni animati alla tv o video sul computer (16 per cento). I genitori cedono alle loro richieste, «archiviano» i libri stampati e illustrati, ma poi confessano di essere spaventati dall’attenzione che i bambini dimostrano nei confronti dei nuovi strumenti tecnologici. Il 61 per cento degli intervistati ha segnalato questa preoccupazione, ma forse per evitarla bisognerebbe affidarsi di più alla vecchia abitudine della lettura sul divano. Mano nella mano. 

È la cultura dell’impunità che genera le baby gang

FONTE: Il Sole 24 Ore

AUTORE: Pietro Bordo*

DATA: 9 febbraio 2018

Ancora più della repressione, manca un’educazione adeguata e per i ragazzi gli elementi diseducativi sono i preferiti, in quanto molto attraenti. I genitori e la scuola si rivelano molto spesso incapaci di rispondere al proprio ruolo.

Il problema delle bande di bambini, in questi giorni all'attenzione della cronaca, non ha nella repressione l'elemento risolutivo fondamentale, che è invece l'eliminazione, o l'attenuazione, della cultura dell'impunità.

La cultura dell'impunità si sviluppa in tenera età in famiglia e nella società, soprattutto, a scuola. Il ministro Minniti ne ha parlato qualche giorno fa a Napoli, ma con una visione teorica, non concreta, in quanto non è il suo lavoro sapere cosa accade nelle scuole e quanto ciò che accade nella società influenza i ragazzi.

Tutti in Italia potremmo scrivere un elenco infinito di comportamenti negativi tenuti con la quasi certezza dell'impunità, o della prescrizione. Ecco alcuni di quelli che tutti i giorni attirano la nostra attenzione, dai più gravi a quelli apparentemente meno, passando per quelli incredibili.

I politici, i dirigenti o i funzionari ad ogni livello che chiedono esplicitamente o meno percentuali o altre dazioni per favori di ogni genere, a danno della collettività.
Il cittadino che butta la spazzatura fuori dei cassonetti, anche se non sono pieni; parcheggia come gli pare e butta carta o altro per strada.
I padroni dei cani che lasciano sui marciapiedi gli escrementi del loro animale.
Gli evasori fiscali che non solo non pagano la loro parte per i servizi che ricevono dai vari enti, ma ottengono “precedenze” in vari servizi pubblici rispetto a chi dichiara onestamente tutto. Caso tipico: il figlio dell'evasore va all'asilo pubblico, quello del vicino di casa onesto (che conosce bene lo stile di vita dell'altro) no.
Gli automobilisti che non lasciano passare i pedoni sulle strisce (in Spagna, ad esempio, non devi avvicinarti alla strada, altrimenti si fermano tutti pensando che tu debba attraversare).
E così via…
Uno dei motivi che determinano tale situazione è che la nostra società è ormai abituata alla mancanza di rispetto per le regole.

Perché? Ancor più della repressione, manca un'educazione adeguata e per i ragazzi (che poi diventano uomini) gli elementi diseducativi sono i preferiti, in quanto molto attraenti.

Fino a circa cinquant'anni fa erano presenti nella società, in generale, vari fattori educativi positivi.
Nell'ambito familiare, c'era almeno un genitore sempre molto presente in casa. Il ragazzo non era quasi mai da solo. Anche i nonni erano molto presenti, ed anche altri parenti. E quasi tutti educavano. Oggi i ragazzi sono spesso soli, con il cellulare ed il computer.
Un genitore presente in casa il pomeriggio è oggi un sogno per tanti ragazzi. Considerando che fino a cinquant'anni fa tale condizione è stata la norma per gli esseri umani per milioni di anni, è facilmente comprensibile come tale situazione alteri in maniera deleteria il loro equilibrio affettivo, togliendo loro serenità.

I nonni sono presenti in poche famiglie. I contatti con zii ed altri parenti sono molto limitati, rispetto al passato. Alcuni bambini sono abituati a trattare alla pari gli adulti con cui sono in contatto o che lavorano per la famiglia, pensando poi di poter esportare tale comportamento con gli altri adulti con i quali entrano in rapporto (ad esempio con i docenti).
Ed evidenziamo che i padri, per troppo lavoro, o ignoranza, spesso trascurano l'educazione dei figli e si interessano poco alla loro istruzione.
Quasi tutti si dimenticano che ciò che più vogliono i ragazzi è l'amore dei genitori, accompagnato dalla loro presenza fisica.
Nella società, molti adulti, per strada ed altrove, fino a non molti decenni fa si preoccupavano di controllare ed eventualmente rimproverare chi sbagliasse.

Oggi sono presenti vari fattori diseducativi.
Nella società, la TV, la diseducatrice per eccellenza, che quando reca poco danno intorpidisce la mente ed il cuore, generalmente propone modelli tremendamente affascinanti e vincenti, che portano i ragazzi a considerare come obiettivi fondamentali della loro vita il successo, il denaro ed il sesso, da ottenere a qualsiasi prezzo. Ovviamente se i bambini sono soli per ore a casa, o in compagnia di baby-sitter che se ne disinteressano o di nonni incapaci di gestirli, ne vedono quanta vogliono.
Internet, oggi ancor più “educante” della TV, un mare infinito, dove insieme ad informazioni utili puoi trovare, mi dicono, quanto di peggio si possa immaginare, ed anche di più. Ed immaginiamo dove la curiosità possa portare anche il migliore dei bambini, magari solo per ore ed ore a casa.

La scuola in passato educava come oggi ai valori positivi comuni, ma senza il buonismo e la tolleranza eccessivi attuali, che consentono a tanti bambini di fare tutto senza praticamente averne conseguenze significative. Oltretutto questo frustra quelli che rispettano le regole e li induce, o almeno stimola, a non farlo.
A scuola (i dati che uso li ho ottenuti dai miei nipoti; da centinaia di colleghe e da altre centinaia di alunni e genitori di varie scuole; dalle mie osservazioni dirette, poiché insegno nella scuola primaria da quarantatrè anni) i ragazzi vedono spesso cattivi esempi dei compagni e la mancanza di un intervento adeguato affinché tutti rispettino le regole positive.
Ciò che più produce danni nei ragazzi e nei docenti è l'acquisizione della consapevolezza della quasi impunità, qualunque sia il loro comportamento, poiché pochi se ne occupano sul serio, anche perché non hanno strumenti per farlo. E tanti “9” e “10” consentono a genitori, che hanno tanto da fare, ed agli insegnanti, che poco vogliono fare, o non vogliono problemi con i genitori, di vivere felici e tranquilli.

Un altro fattore diseducativo è l'abitudine di tanti genitori di superare il senso di colpa derivante dalla consapevolezza di stare poco con i figli “comprando” la loro gratitudine, abituandoli quindi ad avere subito, a prescindere dall'averli meritati, oggetti materiali, spesso costosi ed inutili. Molti genitori stanno poco con i figli per ignoranza, altri perché non possono proprio farlo, dovendo lavorare per sopravvivere. Peccato che il tempo che loro non danno ai propri figli è ciò che essi più desiderano. I bambini crescendo, a volte soprattutto o soltanto fisicamente, potranno sempre avere tutto?
Penso appaia evidente l'importantissimo, direi vitale, ruolo dei genitori e dei docenti, che dovrebbero insieme collaborare, con sicuro effetto sinergico, per educare ed istruire i bambini.

*docente scuola primaria

Tigre, elicottero o spazzaneve. E tu che genitore sei?

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: 

DATA: 26 dicembre 2017

Le nuove definizioni delle tipologie di genitori, a seconda della loro relazione con i figli: quelli che sono troppo amici, quelli super-severi. Ecco il catalogo

 

Genitori spazzaneve

Gli anglosassoni li chiamano «genitori spazzaneve», perché - letteralmente - «ripuliscono ogni cosa davanti ai loro figli in modo che nulla possa andare loro storto e possa minacciare la loro autostima». Ma ormai i genitori spazzaneve fanno parte della letteratura scientifica che indaga sui rapporti intrafamiliari. Sono iperprotettivi e eccessivamente desiderosi di evitare qualsiasi fatica e/o imprevisto ai figli sul cammino della vita. Di solito vogliono evitare gli insuccessi dei figli perché sono incapaci di affrontarli e gestirli.

 

Genitori elicottero

I genitori elicottero rappresentano l’iperpadre e l’ipermadre: sono quei genitori che trasformano il desiderio legittimo di successo dei figli in un’ossessione per se stessi e per questi ultimi. La loro sindrome è molto evidente nell’ambito della carriera scolastica dei figli, che ritengono debba funzionare al meglio senza ostacoli ma soprattutto senza considerare desideri e inclinazioni dei ragazzi. Così facendo di solito creano le condizioni per frustrazione e infelicità alla prole.

 

Mamme tigre

Prima e fortunata formula creata ormai sei anni fa dalla cinese Amy Chua nel suo best seller autobiografico «Battle Hymn of the Tiger Mother», la mamma Tigre definisce le mamme che vogliono figli super-performanti seguendo la regola dello studio matto e disperatissimo, che non concede spazio ad attività che non siano educative già dall’infanzia. Dopo una dibattito acceso la mamma Tigre è stata liquidata come genitore infelice e depresso e il metodo della professoressa di legge a Yale Amy Chua è stato bocciato da esperti e ricercatori: sono infelici le mamme tigri e anche i loro tigrotti.

 

Mamme chioccia

Parenti strette dei genitori elicottero le mamme chioccia, con la loro iper-presenza sia fisica che psicologica e con le migliori intenzioni, tendono a rovinare la vita dei figli, perdendo di vista ciò che è veramente importante per l’educazione e lo sviluppo della personalità. Oltreoceano è un atteggiamento attribuito principalmente alla famosa generazione dei baby-boomers, quelli nati nel dopoguerra (tra il 1946 e il 1964), che, una volta diventati genitori, svegliano tutte le mattine i loro «bambini» perché non arrivino in ritardo a lezione, magari al college, probabilmente via telefonino (che il professore americano Richard Mullendore ha definito «il cordone ombelicale più lungo del mondo»). Ecco alcuni consigli per evitare un eccesso di «chioccismo»

 

Mamma coccodrillo

Secondo la teoria di Lacan sono le madri che si sacrificano per la vita del figlio e così, insoddisfatte di sé, tendono poi anche a inglobarne l’esistenza, come in una eterna gravidanza. Si tratta di una figura tipica delle società patriarcali, in cui i padri incarnano la Legge e le mamme la cura. Oggi è un tipo di psicopatologia meno diffuso che ha lasciato il posto al suo contrario: alla mamma narciso che non vuole occuparsi dei figli per occuparsi di sé.

 

Genitori pavone

Oltre agli elicotteri, agli spazzaneve e ai coccodrilli ci sono i genitori «Pavone». Sono coloro che si compiacciono specchiandosi nei propri figli. Genitori prestazionali sognano di avere dei piccoli campioni invece che dei figli da educare e da mostrare.

 

Papà peluche

Secondo la definizione di Daniele Novara si tratta di «una figura di genitore morbida, compiacente, gratificante. Che non ama stare nel suo ruolo, si trova a disagio». Paralizzati dalla paura di opporsi ai figli con dei no, di contenerli e guidarli con decisione, producono creando disordine dei ruoli dentro la famiglia dei figli tirannici. Ma anche dei figli soli ai quali sono inconsapevolmente demandate le scelte anche da piccoli come se fossero adulti.

 

 

Il padre-peluche: genitore morbido, compiacente. Non sa stare nel suo ruolo, si trova a disagio e concede tutto

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Antonella De Gregorio

DATA: 6 ottobre 2012

«Un incontro per genitori: un papà mi chiede se può usare la paghetta come punizione: toglierne un po’ alla figlia (5 anni) disubbidiente… Per me, due orrori in uno», commenta l’educatore Daniele Novara. «Una mamma mi racconta del figlio, 4 anni, che fa sempre quel che gli pare. Poi, per dimostrarmi quanto sia “avanti”, mi dice: pensi che quest’estate ha scelto lui dove andare in vacanza, voleva vedere la Cina», racconta Anna Oliviero Ferraris, docente e psicoterapeuta dell’età evolutiva.

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Esempi, tra i tanti che gli esperti di famiglia e infanzia collezionano quotidianamente. Che dicono quanto la situazione ci stia sfuggendo di mano. Quanto nella nostra generazione i bambini siano sempre più chiamati a decidere al posto dei grandi, costretti a prendere posizione.

Bambini «adultizzati», che scelgono i corsi da frequentare, la scuola, cosa si fa nel weekend. In quale casa restare quando mamma e papà non vanno più d’accordo…

Quelli che Irene Bernardini psicoterapeuta con grande esperienza di conflitti, genitori e figli descrive nel suo libro «Bambini e basta» (Mondadori). Bambini che avete presente di sicuro, che non andrebbero a letto mai, interpellati su tutto («che cosa vuoi mangiare amore?»), super protetti dalla fatica di imparare a vivere, ma costretti a dare corpo a un’immagine da vincenti.

E che, loro malgrado, si trovano anche a farci un po’ da mamme e da papà. Bambini, in fondo, soli. Perché lasciati soli a decidere, quando siamo noi a dover decidere per loro. Mentre noi, gli adulti, dice la psicologa, siamo, all’opposto, «infantilizzati»: sempre più insicuri e fragili. Incapaci di governare le nostre vicende personali, scarichiamo responsabilità e compiti sui figli.

Quanti ne vediamo di bambini così? «Tanti — assicura Daniele Novara, arrabbiato con un Paese orfano di pedagogia —. Sono più di vent’anni che assistiamo a questo ribaltamento dei ruoli. Siamo passati dal padre-padrone al padre-peluche, una figura di genitore morbida, compiacente, gratificante. Che non ama stare nel suo ruolo, si trova a disagio. Dal disordine esce un “figlio tirannico”». Oppure quello che Susanna Mantovani (docente di Pedagogia, prorettore all’Università Bicocca di Milano) chiama: «figlio disorientato». È l’altra faccia del rispetto, dice. Dal «decido tutto io» si è passati al «non decido niente».

L’eccesso di scelta manda i piccoli in confusione. Invitare il bambino a dire «voglio» crea uno squilibrio, mentre l’educazione è questione di equilibrio. Un equilibrio che cambia a seconda dei tempi e delle circostanze.

 La tendenza a non scegliere ciò che è giusto per il figlio, la pigrizia emotiva, caratterizzano questo tempo. «Io preferisco un genitore che si impone un po’, magari anche sbagliando, a un educatore fragile, che rende i bambini insopportabili e confusi». Rinunciando al compito di far loro conoscere il mondo, aspettando che si comportino da adulti, certi genitori si sfiniscono, si arrabbiano, sprofondano nell’impotenza e cedono sempre di più.

«Credono di farlo per amore, invece lo fanno per sé, perché non sanno che un bambino è soprattutto piccolo. Che ci vuole un gran lavoro dei grandi per aiutare un bambino ad affrancarsi, poco alla volta, dai suoi desideri assoluti», sostiene Bernardini.

Se i nostri bambini crescono troppo in fretta, è anche colpa della società del consumo, dice Anna Oliverio Ferraris, che qualche anno fa ha dedicato un libro — «La sindrome Lolita», Rizzoli — a questi adulti in miniatura:

«Siccome devono diventare anche loro degli acquirenti, si spingono il più presto possibile verso l’adolescenza convincendoli che sono molto più maturi di quanto non siano e che possono scegliere autonomamente».

Gli studi degli psicologi ci dicono che i bambini oggi sono più svegli, più intelligenti. «Ma si fa confusione tra intelligenza e maturità, che è fatta di anche di crescita emotiva, di esperienza — avverte la psicoterapeuta —.I nostri bambini possono capire più di quello che emotivamente sono in grado di reggere».
Invertire la rotta è possibile? Sì, secondo Novara. Cominciando a dire qualche no, senza sprofondare nei sensi di colpa. Poi? «Sospendere le discussioni. Si chiede ai genitori di parlare tanto con i figli, ma l’educazione viene prima. Il discussionismo provoca nei figli un senso di solitudine». Infine, dice — e lo spiega anche in un manualetto appena uscito, «L’essenziale per crescere» (Mimesis) — bisogna evitare ogni forma di «servizievolezza»: e cioè fare «le cose che san fare i bambini, solo perché i bambini non le vogliono fare». Esempio? Ti taglio la pizza a sei anni o ti raccolgo la forchetta perché tu non hai voglia di farlo. Novara è speranzoso: «Questa è una generazione di genitori molto ingaggiati, che vogliono fare il meglio possibile». Mantovani vede la strada in salita: «A volte bisogna avere il coraggio di farsi aiutare da un esperto».

E Bernardini: i bambini non sono più «i bastoni della nostra vecchiaia», come li chiamavano i nonni. E non possono essere le nostre bussole.

Hanno bisogno che noi siamo grandi. Che assecondiamo non i loro desideri ma i loro bisogni. E noi abbiamo bisogno che loro siano piccoli. Bambini. E basta.

Come far mangiare le verdure ai bambini

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Laura Cuppini

DATA: 1 febbraio 2017

Strategie (più o meno assurde)
per far mangiare le verdure ai bambini

Molti genitori devono affrontare il rifiuto dei figli di fronte ai vegetali: c’è chi li nasconde dentro alimenti più graditi e chi minaccia terribili punizioni. Ma sono tutte strade destinate a fallire. Le uniche “armi” davvero efficaci sono in realtà le più semplici: coinvolgere i bambini nella preparazione del pasto, dare il buon esempio mangiando verdure in prima persona, ricordarsi che ognuno ha i suoi gusti ma anche che le abitudini alimentari si formano nei primi mesi di vita e dunque le scelte di mamma e papà sono decisive.

Bambini «corrotti» col denaro

C’è chi nasconde le verdure dentro bocconi di altro cibo, chi costringe i figli a restare seduti finché il piatto non è perfettamente pulito, chi minaccia punizioni o promette regali. Probabilmente ognuno di noi conosce genitori “disperati” per il rifiuto del pargolo a mangiare qualunque alimento di colore verde (o comunque di origine vegetale). Una teoria recente ha lanciato l’idea di aprire un conto corrente bancario in cui vengono versati dei soldi ogni volta che il piccolo mangia un piatto di spinaci o il minestrone. I benefici di questa “corruzione” si vedrebbero, secondo uno studio americano, per alcuni mesi anche dopo il termine dei versamenti sul conto. E l’obiettivo finale sarebbe quello di accompagnare il figlio, a suon di omaggi monetari, fino all’età in cui può rendersi conto da solo che mangiare sano è importante per stare bene (e dunque, in teoria, a quel punto lo farebbe anche senza incentivi). Un articolo sulla Cnn fa notare che qualunque corrispettivo, in denaro e non, è assolutamente lontano dal raggiungere lo scopo finale, che è - o dovrebbe essere - far sì che i bambini abbiano un buon rapporto con il cibo, soprattutto quello salutare. Con frasi come «se non mangi la verdura non avrai il dolce», si sottintende che mangiare i vegetali è una specie di “tortura” per arrivare al cibo davvero desiderabile, ovvero il dessert. E allora, che fare?

 

LE ALTRE Strategie (più o meno assurde) per far mangiare le verdure ai bambini  POTRETE LEGGERLE CLICCANDO SUL LINK (SOPRA) CHE VI PORTERà SUL SITO DEL CORRIRE

 

 

I bambini non hanno (quasi) mai sete: ecco perché e come correre ai ripari

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Laura Cuppini

DATA: 22 novembre 2016

Secondo un’indagine di Gfk, solo un genitore su due si informa se il figlio ha bevuto nel corso della giornata e uno su tre non conosce il fabbisogno idrico nelle diverse età. Una guida della Società Italiana di Pediatria Preventiva e Sociale aiuta ad affrontare la questione nel modo migliore.

 

Ma quanto devono bere i bambini?

«Quanto hai bevuto oggi?»: la domanda è sulla bocca di molti genitori a fine giornata. Molti, ma non tutti: secondo un’indagine Gfk solo un papà/mamma su due (54%) si informa se il proprio bambino si è idratato a sufficienza. L’analisi è stata presentata a Roma in occasione del convegno «Bere bene per crescere bene» promosso da Federazione Mondiale Termalismo e Climatoterapia (Femtec) e Società Italiana di Pediatria Preventiva e Sociale (Sipps). «Una corretta idratazione può contribuire a prevenire molteplici patologie e a garantire il giusto sviluppo» sottolinea Umberto Solimene dell’Università di Milano, presidente Femtec. Ma solo il 37% dei genitori pensa che lo stimolo della sete sia un segnale di disidratazione che va prevenuto, visto che può portare a una riduzione delle prestazioni fisiche e mentali. Inoltre molti genitori non sanno che l’insufficiente assunzione di acqua da bambini è associata a un rischio maggiore di sviluppare obesità. «L’idratazione è fondamentale per una sana crescita e per lo sviluppo dei più piccoli; al contrario, un’idratazione inadeguata è associata al peggioramento dello stato di salute mentale, fisico ed emotivo» spiega Giuseppe Di Mauro, pediatra di famiglia e presidente Sipps.

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Stop a voti e bocciature? Appello a Renzi: «Danno a ragazzi e docenti»

FONTE: Corriere della Sera

AUTORI: Valerio Vagnoli, Dirigente scolastico Alberghiero Saffi Sergio Casprini, Insegnante di Storia dell’Arte Andrea Ragazzii

DATA: 20 ottobre 2016

Pubblichiamo l’appello di alcuni docenti fiorentini al presidente del Consiglio sulle misure previste, secondo le anticipazioni, nel decreto legislativo sulla valutazione scolastica.

 

Gentile presidente Renzi,
come insegnanti e come cittadini sentiamo la responsabilità e l’urgenza di scriverle su un’importante questione riguardante la scuola, il cui buon funzionamento, come lei ha spesso sottolineato, è decisivo per il futuro del Paese. Di recente sono stati anticipati i punti più importanti del decreto legislativo sulla valutazione.
Dobbiamo purtroppo constatare che anche questo provvedimento è ispirato al principio base della pedagogia ministeriale degli ultimi decenni: facilitare sempre di più il percorso scolastico, minimizzare o ridurre a un pro forma i momenti di verifica. 

In sintesi si prevede: 
-l’abolizione delle bocciature nella scuola primaria, oggi rarissime (forse il 2 per mille) e sicuramente ben ponderate nell’interesse del bambino, anche perché consentite solo con l’unanimità del Consiglio di classe. Nella scuola media saranno possibili solo in casi eccezionali. Ma eccezionali già lo sono; e certo non decise a cuor leggero.
-la riduzione del numero di prove scritte nei due esami di Stato: da cinque a due in terza media, da tre a due nell’esame di «Maturità», per il quale si ipotizza anche il ritorno alle commissioni tutte interne;
-l’abolizione del voto numerico in tutto il primo ciclo e il ritorno alle mai rimpiante lettere, per «evitare di limitare l’azione valutativa alla mera registrazione del successo o dell’insuccesso di ogni giovane allievo». Dove si fa passare l’idea che gli insegnanti si siano comportati finora come notai, non interessati a incoraggiare e a valorizzare gli allievi.

Nell’ultima puntata di Politics, su Raitre, Lei ha giustamente affermato che si è perso il rispetto sociale per la figura degli insegnanti. Di conseguenza si è indebolita agli occhi degli studenti la loro autorevolezza, essenziale per la relazione didattica e educativa. Questa svalutazione è testimoniata dalla sempre più aggressiva interferenza di molti genitori nelle questioni di competenza dei docenti, così come da molte sentenze della magistratura, che spesso appare pregiudizialmente dalla parte degli studenti e delle loro famiglie, a sostegno di rivendicazioni di ogni tipo, anche prive di fondamento. È una deriva che si deve anche a documenti ministeriali e dichiarazioni di pedagogisti che in modo ideologico e semplicistico addebitano agli insegnanti la responsabilità di qualunque insuccesso scolastico. Manca sempre, e il testo di questo decreto non fa eccezione, un qualsiasi richiamo al contributo di responsabilità e di impegno degli allievi, senza di cui non c’è possibilità di vero «successo formativo». In altre parole manca la consapevolezza che se la scuola vuole essere un «ascensore sociale» per i ragazzi economicamente e culturalmente svantaggiati, è indispensabile che sia seria e rigorosa sia sul piano didattico che su quello educativo.
Negli ultimi anni abbiamo spesso letto e commentato con i nostri allievi lo splendido discorso che il presidente degli Stati Uniti Barack Obama rivolse agli studenti americani nel settembre del 2009, in occasione del primo giorno di scuola, e il cui senso può essere riassunto dalla frase riportata qui accanto. Ci piacerebbe molto che gli studenti italiani potessero finalmente ascoltare parole come queste.

Grazie, presidente, per la sua attenzione.

 

 

 

 

Il violino di Einstein, ovvero come crescere figli creativi (e geniali)

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Orsola Riva

DATA: 20 ottobre 2016

I consigli ai genitori del professor Adam Grant, autore del best-seller «Originals»: più valori che regole, puntate sul carattere e fate leggere i vostri figli. Con una postilla della psicologa Carol Dweck: non ditegli che sono intelligenti, così rischiate di bloccarli per la paura di sbagliare.

 

Sogni il Nobel per la fisica? Studia il violino

Sognate che vostro figlio/figlia un giorno vinca il Nobel per le fisica? Allora fategli suonare il violino, come faceva mamma Einstein con il piccolo Albert. All’inizio detestava andare a lezione, poi si appassionò veramente. Tanto che una volta disse che se non fosse stato capace di pensare in musica non avrebbe mai potuto elaborare la teoria della relatività.

einstain-col-violino

I bambini creativi sono i grandi visionari di domani. Non i primi della classe, i piccoli geni della matematica o del computer di cui noi genitori andiamo così fieri, ma quelli che studiano per passione più che per zelo, che non cercano di compiacerci con i bei voti e il dieci in condotta ma che sanno pensare con la propria testa. Solo belle parole? Niente affatto, sostiene il professor Adam Grant, docente alla Wharton School dell’Università della Pennsylvania, autore del bestseller Originals: How Non-Conformists Move the World. Che genio e creatività vadano a braccetto, dice Grant in un video pubblicato da The Atlantic, lo dimostra il fatto che se si fa un censimento degli scienziati che hanno vinto il Nobel, molti di loro sapevano anche suonare uno strumento musicale, scrivevano poesie, erano discreti pittori dilettanti, ottimi ballerini, amavano recitare o fare giochi di prestigio... Ecco allora alcuni consigli ai genitori per incoraggiare la creatività dei propri figli.

 

Valori più che regole

In primo luogo il professor Grant consiglia di non puntare tutto sulle regole. I bambini che le seguono pedissequamente finiscono per diventare compiacenti, mentre quelli che vi si ribellano rischiano di non imparare ad affrontare i problemi ma solo a schivarli.

Anche se - va detto - in letteratura le pagine più belle sulla creatività dei bambini le hanno scritte proprio i disobbedienti. Vale su tutte la lezione, immortale, di Tom Sawyer che, dopo l’ennesima marachella, viene messo per punizione dalla zia a dipingere la staccionata di casa. Cosa si inventa Tom per spuntarla ancora una volta? Non solo riesce a convincere un gruppo di amichetti a imbiancare la staccionata al suo posto ma si fa pure pagare per il lavoro.

staccionata

 

Conta il carattere, più del comportamento

Se troppe regole fanno male, anche l’eccesso opposto rischia di essere dannoso, sostiene il professor Grant. Inutile continuare a dire: «Non seguire il gregge, non fare il pecorone».

 

pecore 

 

Vietato dire ai figli che sono intelligenti (IO, PIETRO B., NON SONO D’ACCORDO, IN BASE ALL’ESPERIENZA. BiSOGNA AGGIUNGERE CHE SENZA LA VOLONTà NON SI VA DA NESSUNA PARTE)

A proposito dell’importanza del carattere, vale la lezione della psicologa americana Carol Dweck, che da anni sostiene come non ci sia niente di più sbagliato che continuare a lodare i propri figli dicendo loro in continuazione che sono tanto intelligenti e dotati. Così si rischia soltanto di bloccarli per la paura di sbagliare. Mentre il solo modo per aiutarli è puntare non sulle loro presunte capacità innate ma sul carattere inteso come impegno continuo e resilienza: se cadi, rialzati; se sbagli, riprovaci.

genietto

E’ il processo che conta (con buona pace del totem americano dell’IQ, il quoziente d’intelligenza). Ecco la ricetta migliore per crescere dei figli davvero intelligenti (e creativi): non dirgli che lo sono!

 

La lezione che viene dai libri

Una delle cose che plasma maggiormente l’immaginazione di un’intera generazione sono i libri per ragazzi. I nostri nonni, i nostri padri e pure noi ci dividevamo in due squadre: Verne contro Sandokan. Da un lato l’avventura con la A maiuscola, quella dei viaggi al centro della terra, sulla luna o in fondo agli abissi, dei capitani Nemo e delle isole misteriose; dall’altro, l’esotismo della giungla, fra pericolosi sikh armati di kriss (i pugnali malesi con la lama a biscia) e perle di Labuan...

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I nostri figli sono cresciuti invece alla scuola di Hogwarts, ma in fondo fa lo stesso. Secondo il professor Grant uno dei modi migliori per stimolare la creatività dei bambini è chiedergli di mettersi nei panni dei loro eroi di carta: cosa farebbero Harry Potter o Ermione in una determinata situazione? Aiuta a guardare le cose con gli occhi degli altri, a pensare in modo creativo. Anche se, certo, con la bacchetta magica è tutto molto più facile...

Giovanni Bollea: un umanista della neuropsichiatria

FONTE: varie

AUTORE: Pietro Bordo

DATA: novembre 2016

 

 

QUELLO CHE SEGUE è UN TESTO LUNGO, PER PERSONE CHE "SANNO ED AMANO LEGGERE"

La nostra è una scuola che è cambiata, ma che deve ancora cambiare molto,

deve diventare europea, deve formare i giovani, deve abituarli

ad entrare nel mondo del lavoro (Giovanni Bollea).

 

 

Giovanni Bollea (Cigliano, 5 dicembre 1913 – Roma, 6 febbraio 2011), è considerato il padre della neuropsichiatria infantile italiana del secondo dopoguerra.

Ripercorreremo rapidamente la sua opera, con uno sguardo particolare all’educazione.

In effetti Bollea attribuiva una grandissima importanza all’azione educativa degli adulti (insegnanti e genitori); considerava la società e il mondo degli adulti come responsabili nel prevenire il disagio, la sofferenza e anche le psicopatologie nello sviluppo dei bambini e degli adolescenti. Giovanni Bollea aveva una concezione aperta e globale del suo stesso lavoro clinico e credeva molto in un approccio integrato tra neuropsichiatria, educazione e azione sociale. Senza trascurare una analisi dei fattori neurobiologici per comprendere il comportamento dei bambini, attribuiva tuttavia una attenzione particolare agli aspetti psico-affettivi e socio-relazionali del suo sviluppo. Dimostrò sempre un vivo interesse per l’educazione e la relazione aulti/bambini/adolescenti. Pensava che insegnanti e genitori possono fare molto per prevenire il disagio e le psicopatologie. Non a caso i suoi due libri Le madri non sbagliano mai I genitori grandi maestri di felicità sono diventati due bestseller; affrontano la questione dell’educazione dei bambini e degli adolescenti con l’ottica di prevenire il disagio e i percorsi destrutturanti della personalità. Questi testi sono scritti anche in modo accessibile al grande pubblico senza tuttavia cadere nella banalità e la superficialità.

Giovanni Bollea a più riprese cita l’opera di grandi educatori come Maria Montessori, il medico educatore belga Ovide Decroly (fondatore del metodo globale di apprendimento) ma anche l’educatore sovietico Anton Makarenko; a proposito di quest’ultimo scriverà: «Mi ha sempre colpito l’affermazione del grande pedagogista Anton Makarenko, secondo cui lo scopo dell’educazione è “la gioia di vivere insieme”; ciò è molto di più del semplice educare, del guidare verso uno sviluppo armonico della personalità o l’acquisizione di una buona cultura». Non dimentichiamo che Makarenko oltre che rappresentare un punto di riferimento per tanti educatori del dopoguerra aveva, con la sua esperienza delle «colonie pedagogiche» e il suo famoso Poema Pedagogico, dimostrato l’importanza dell’ambiente sociale nel prevenire il disagio e nel favorire lo sviluppo potenziale di bambini in difficoltà; inoltre sapeva anche rivolgersi in modo semplice e comprensibile ai genitori che cercavano indicazioni pratiche per l’educazione dei propri figli (vedi il Libro dei genitori). L’approccio di Bollea ricorda anche quello che sviluppò Anna Freud (alla quale si riferiva) nelle sue Conferenze ai genitori e agli insegnanti; fare riflettere gli adulti in modo comprensibile e stimolante sul loro ruolo psico-educativo e le loro responsabilità nel favorire lo sviluppo, il benessere soggettivo e la crescita dei bambini, degli adolescenti che saranno gli adulti di domani.

 

L’opera di Giovani Bollea

Laureato in medicina nel 1938 e specializzatosi in malattie mentali, fa un periodo di formazione a Losanna dove impara il suo futuro mestiere di neuropsichiatra infantile. A Losanna segue con grande interesse le lezioni di Jean Piaget; ne condivide la concezione costruttivistica; impara a dare una importanza centrale alla dimensione educativa nel processo di costruzione della personalità; impara anche a collegare ricerca empirica e impianto interpretativo. È in quel periodo che legge i lavori di Anna Freud sul «normale e il patologico» nel bambino provocando una vera rivoluzione culturale nella neuropsichiatria infantile italiana degli anni ’50 con la psicoterapia di gruppo e l’idea di «rete terapeutica», facendo interagire in una ottica di lavoro di equipe multiprofessionale, genitori, insegnanti, psicologi, terapeuti, educatori e assistenti sociali. Ma nelle sue scelte professionali vi sono anche elementi esistenziali. Bollea descrive in questo modo, in un articolo apparso su La Stampa il 10 dicembre 2003, la sua scelta di vita:

Nel 1947 , subito dopo la guerra, ho incontrato una grande quantità di piccoli che soffriva, costantemente, preda dell’angoscia per il conflitto che era stata costretta a vivere. Per questo ho incominciato. Per loro. L’anno prima ero stato scelto tra sei italiani per frequentare un corso di psichiatria infantile a Losanna. Tornato dalla Svizzera ho iniziato a lottare per mettere in atto i miei progetti.

Giovanni Bollea si forma con il neuropsichiatra Lucien Bovet; è fortemente influenzato dalle sue letture di Eugen Bleuler e Ludwig Binswanger (ne condivide l’approccio antropologico e fenomenologico); a contatto con l’antropologia, la fenomenologia e l’epistemologia genetica di Piaget nonché la psicanalisi adotta un approccio pluridimensionale e raccomanda molta cautela nel fare diagnosi di psicopatia in eta evolutiva; lotterà tutta la sua vita per un approccio terapeutico non farmacologico e non violento per i bambini con problemi di sofferenza psichica; dava una grande importanza alla relazione nello sviluppo cognitivo e affettivo, sia in ambito educativo che terapeutico. Scriveva a proposito dell’approccio diagnostico e della cura del bambino:

Il momento cruciale è quando si comincia ad intravedere la via sui cui condurre il paziente (…), io non so mai qual è la prima domanda che gli farò. Lo guardo, lo saluto, magari gli faccio fare un momento di ginnastica e poi mi viene in mente la prima domanda, scendo cosi al suo livello di comunicazione, con umiltà.

  1. Bollea stacca la neuropsichiatria infantile dalla medicina pediatrica mostrando che la sofferenza del bambino non è mai del tutto riconducibile ad una base organica. Secondo lui sono le relazioni umane a curare e ad avere bisogno di essere curate; e questo anche quando la malattia ha un’origine organica e genetica. Attribuiva una grandissima importanza alle relazioni sociali e affettive in qualsiasi progetto psicoterapeutico. Raccontava di aver sentito la sua vocazione all’età di sette anni visitando il Cottolengo a Torino, quando una suora gli disse : «Questi bambini disgraziati saranno i primi ad entrare in paradiso. E lui rispose con la voce dell’innocenza: perché invece non provate a curarli?».

Bollea vive nel quartiere popolare di Porta Palazzo dove c’è miseria e disagio sociale; va al liceo e lavora anche nel pastificio ereditato dalla bisnonna. Vive direttamente la condizione drammatica della comunità ebraica durante il fascismo attraverso il suo matrimonio con Rena Jesi; viene spedito sul fronte russo come medico dove deve operare senza anestesia; non dimenticherà mai quella esperienza umana a contatto con il dolore; mostrerà costantemente quanto sia importante la relazione umana affettiva.

Dopo la guerra crea a Roma l’Istituto di neuropsichiatria infantile. Spende tutta una vita ad occuparsi di bambini con anomalie e difficoltà nello sviluppo e le loro famiglie, insegna neuropsichiatria infantile all’Università, è un professore appassionato, le sue lezioni saranno pubblicate e diventeranno un testo di riferimento sia per gli studenti che per gli operatori dei servizi territoriali. Giovani Bollea era un irriducibile idealista nonostante il suo realismo di scienziato; credeva nelle potenzialità dell’essere umano e nelle sue capacita di esprimere il meglio di se stesso. Negli ultimi anni della sua vita era preoccupato per le voci di chiusura dell’Istituto fondato da lui con il rischio di vedere la neuropsichiatria infantile riassorbita dalla medicina pediatrica e organica.

Aveva letto il lavoro del grande educatore francese Edouard Séguin (che era stato in parte tradotto per la prima volta in italiano da Maria Montessori) Cura morale, igiene ed educazione degli idioti e ne scrive anche una introduzione per la versione completa in italiano. Il maestro degli idioti, cosi veniva chiamato Séguin, aveva fatto uscire dal manicomio i piccoli disabili intellettuali e mentali e aveva fondato, nel 1838, nel cuore di Parigi, la prima scuola per questo tipo di bambini; credeva nella loro educabilità e nella possibilità di una loro inclusione sociale. Bollea saprà utilizzare la lezione di Séguin rispetto all’importanza dell’educazione dei sensi, della volontà e delle autonomie , considerava che l’ambiente sociale fosse fondamentale nella costruzione della personalità e nello sviluppo psico-affettivo del bambino. Come il medico ed educatore belga Ovide Decroly (morto nel 1932), fondatore del metodo globale di apprendimento e di una concezione ecologica dello sviluppo e come Maria Montessori con il suo ambiente a misura di bambino, Bollea credeva molto nel ruolo educativo e anche terapeutico del contesto di vita.

Bollea è anche un innovatore quando osserva che il bambino, contrariamente alle teorie diffuse negli anni 50, percepisce l’influenza e la presenza del padre già nell’ottavo mese della sua vita, periodo che corrisponde più o meno con quello dello svezzamento. Riconosce alla figura paterna una grossa valenza formativa nel sistema di relazione familiare, sottolinea il carattere decisivo del dialogo e dell’ascolto nonché il sentimento d’amore che deve intercorrere tra genitori e figli. Riprende anche i lavori di Susan Isaacs, la quale affermava che non basta l’affetto e che il mestiere di genitore è faticoso, difficile e complesso. Giovanni Bollea amava molto il contatto con la natura; per questa ragione fonda l’Associazione ALVI, Alberi per la vita, una associazione di lotta per il rimboscamento della penisola. Raccontava a dei bambini qualche mese prima di morire: «Ho incontrato un albero grande e grosso. Ci siamo guardati e lui mi ha detto “siamo entrambi alla fine”». Qualche giorno prima della sua morte dichiara: «per favore , niente retorica sulla mia persona».

Tutto Giovanni Bollea era in queste frasi: semplicità, profondità e senso della vita. Per conoscere l’opera e il pensiero di Giovanni Bollea occorre ricordare anche il suo Compendio di psichiatria dell’età evolutiva, pubblicato nel 1980 da Bulzoni, che comprende le sue lezioni all’Università. Condivideva l’approccio osservativo di Seguin e Decroly, cioè una osservazione per comprendere e non per definire e catalogare. Tradusse il lavoro di Carl Jung Il problema dell’inconscio nella psicologia moderna, che venne pubblicato nel 1977. Scrisse negli anni molteplici introduzioni a diversi lavori di psicologia, psicopatologia e di pedagogia; basta pensare alla sua presentazione dei testi di Philips Asha I no che aiutano a crescere, di Roberta Infrasca Accadimenti dell’infanzia e psicopatologia dell’adulto, di Israel Orbach Bambini che non vogliono vivere: come capire e prevenire le situazioni estreme, di Andrea Rett Trisomia 21: aspetti biologici, educazionali e sociali del soggetto Down. Negli ultimi anni della sua vita Giovanni Bollea si occupava molto della prevenzione nel lavoro psico-educativo con gli alunni, con il suo allievo Marco Lombardo Radice (scomparso giovane nel 1989) si preoccupava della condizione adolescenziale e della latitanza educativa del mondo degli adulti. Era anche molto preoccupato di fenomeni nuovi come l’eccessiva esposizione dei ragazzi alla violenza sugli schermi televisivi, l’onnipotenza alienante dei videogiochi, l’oscillare dei genitori e degli insegnanti tra lassismo e costrizione. Vedeva con lucidità gli elementi di crisi che attraversano oggi il nesso famiglia, scuola e società.

 

Giovanni Bollea e l’importanza dell’educarsi alla relazione

Negli ultimi tempi della sua vita Giovanni Bollea vedeva con preoccupazione sgretolarsi il ruolo educativo degli adulti, il disagio diffuso, la povertà comunicativa e l’assenza di relazioni affettive; ne vedeva l’effetto devastante sulla crescita psicologica dei bambini e degli adolescenti. Bollea era convinto della necessità di partire da una lucida diagnosi socio-relazionale e psico-educativa sia della famiglia che della scuola per capire la natura dei cambiamenti intervenuti ma anche per pensare alle strategie d’intervento sia sul piano educativo che terapeutico per prevenire sofferenza, conflitti distruttivi e disgregazione delle forme di solidarietà umana sia sul piano intersoggettivo che su quello sociale e generazionale. In una intervista del 2003 proponeva una serie di riflessioni sui cambiamenti intervenuti sia nella famiglia che nella scuola:

  1. a) Come è cambiata la famiglia?

Giovanni Bollea confessa che si tratta di una domanda difficile che richiede una risposta complessa: «Ci sono ormai tante famiglie, ci sono famiglie in cui i bambini, dai tre ai dieci anni, hanno già fatto tutto, sport diversi, hanno imparato una o due lingue, hanno viaggiato per il mondo. Poi invece ci sono famiglie, e sono le più numerose, che devono fare i conti con lo stipendio».

  1. Bollea notava anche l’avanzamento dei diritti delle donne, ma il loro ingresso massiccio nel mercato nel lavoro aveva modificato i rapporti familiari senza l’accompagnamento di strutture di supporto adeguate per realizzare la conciliazione lavoro e famiglia; non smetteva d’insistere sull’importanza di «tenere unita la famiglia», di sviluppare una cultura dell’aiuto reciproco e del rispetto delle differenze nella stessa famiglia per «garantire una vita dignitosa a tutti i suoi membri». Per lui la dichiarazione dei principi di eguaglianza delle opportunità per le donne non era stata accompagnata da una vera riorganizzazione dei rapporti di lavoro per favorire la conciliazione tra vita lavorativa e vita familiare: la situazione è spesso di grande sofferenza psicosociale con ricadute preoccupanti sulla crescita e l’educazione dei figli.

 

  1. b) Come è cambiata la scuola?

La scuola forse non ha saputo, secondo Bollea, accompagnare i cambiamenti intervenuti nella società. Gli insegnanti, insieme ai genitori, sono i veri educatori, sono loro che aiutano bambini e adolescenti a crescere e a diventare cittadini. «Ma per questo bisogna dare dei punti di riferimento ai ragazzi; ecco la rivoluzione che ci vuole». Qui Bollea descrive la condizione adolescenziale con grande lucidità.

Oggi l’adolescente che finisce le scuole superiori non si sente ancora un cittadino, perché non ha gli strumenti e nessun orientamento per cercare un varco nel mondo del lavoro. Ma chi è ormai che parla dei nostri adolescenti? Lo Stato non ne parla. Non i giornali, se non quando accade qualche fatto eclatante, quei giornali che i ragazzi molto raramente leggono. Ma, si badi bene, gli adolescenti hanno un loro modo per essere informati, hanno un loro giornale che è Internet. E il danno psicologico che può causare l’uso indiscriminato e incontrollato della rete, non è stato ancora calcolato.

Tuttavia Internet è diventato ormai il loro mondo; e si formano sulla rete, vengono educati, per modo di dire, alla relazione «impersonale» e alla sessualità fuori da ogni affettività e rapporto reale. Giovanni Bollea si chiede: «D’altronde , chi parla loro di una cosa così importante come il sesso? Non la scuola, non i genitori, e allora loro hanno scoperto internet, e l’uso distorto che del sesso internet fa». Il vero problema è che gli adolescenti sono oggi senza punti di riferimento valoriali e senza guide significative. Inoltre «i genitori fanno fatica e non conoscono affatto chi essi frequentano o cosa pensano, e come vivono. Noi avevamo i circoli, i centri culturali, c’erano i partiti e ogni partito aveva la sua scuola di formazione: oggi dove sono i centri di raccolta dei giovani? Ecco perché i ragazzi sono allo sbando». Giovanni Bollea consiglia ai genitori di parlare con i ragazzi e di ascoltarli, raccomanda anche ai genitori di fare il racconto della loro vita, di creare davvero una relazione basata sul dialogo. In un testo del 1998 rivolgendosi agli insegnanti parla del «trauma della bocciatura» scrivendo:

I professori, anzitutto, devono analizzare per tempo il decorso annuale del profitto e delle assenze di ogni ragazzo a rischio di bocciatura, discutendone insieme per capirlo e trovarsi un possibile rimedio, soprattutto se si è convinti che possa farcela in qualche modo, e poi chiamare i genitori per discutere del problema. Se il ragazzo non è in grado di raggiungere un buon risultato, il professore lo confessi al genitore, pregandolo però, di non dirlo al figlio: sarà lui stesso, infatti, a farlo. E qui comincia l’opera delicata degli insegnanti: delicata perché ormai la scuola è vista solo come uno strumento per ottenere un pezzo di carta finalizzato al lavoro, senza un autentico interesse per la cultura. Proprio in occasioni come queste i professori dovranno invece correggere il decadimento dei valori della scuola, affermare il significato fondamentale della cultura e il suo bisogno come base per lo sviluppo della creatività e della riuscita professionale. Non è importante perdere un anno, mentre lo è raggiungere una completezza e una maturità culturali. Ogni bocciatura va comunque giustificata e spiegata nell’ambito della formazione della personalità del ragazzo, che dovrebbe quasi giungere ad accettarla grazie alle parole positive del professore: occorre che sia vista , infatti, come un mezzo per raggiungere il successo, e non la conquista del famoso pezzo di carta (…). Ricordiamoci che la bocciatura è sempre un grave trauma trauma, una grave caduta di autostima, una grave impossibilità a sopportare la vista dei compagni promossi, dei parenti, dei genitori.

I genitori devono essere un sostegno e da parte dell’insegnante vi deve essere la capacità di trasformare quello che potrebbe essere vissuto come un trauma in un messaggio di relazione di aiuto. Quindi bisogna evitare di «trasformare» questa situazione in un crollo dell’autostima e un vortice di «cupa, irrazionale disperazione».

 

Ultime considerazioni sull’infanzia e la società

L’ultimo scritto di Giovanni Bollea viene pubblicato dal quotidiano La Repubblica il 19.02.2011 ed è intitolato Come nasce il sorriso? In questo suggestivo articolo si parte da una domanda : «È vero che il sorriso è una capacità innata dei bambini?». Qui Bollea parte da un mezzo tipico della comunicazione umana, il sorriso e il riso; quest’ultimo era già stato studiato dal filosofo Henri Bergson nei primi del 900′; ma fu anche il pedagogista Raffaele Laporta a scrivere negli anni ’50 un libricino sulla comicità del bambino. Bollea descrive il sorriso del bambino come legato a quello della madre che lo guarda; fa notare che «il sorriso che nasce, non dalla vista del volto della madre, ma dal suo profumo, rimarrà nella memoria per sempre». È così che «il sorriso dei primi anni si prolunga anche durante le esperienze iniziali all’interno delle difficoltà scolastiche, che si manifestano già nell’asilo nido, dove i primi collegamenti con l’altro da sé sono ritmati dagli episodi di pianto, che è il loro modo di colloquiare». Giovanni Bollea scriveva: «la più grande mia gioia nella vita è di ridare il sorriso ai bambini e ai ragazzi che l’avevano perduto».

Aveva una visione molto critica nei confronti della società; sottolineava come fosse necessario cambiare paradigma passando da quello quantitativo-tecnologico a quello ecologico qualitativo con al centro la dignità e i bisogni della persona umana; partendo proprio dalla persona del bambino. Notava come il consumismo non avesse solo delle conseguenze funeste poiché «il suo valore intrinseco è di per sé basso, e porta l’uomo a un oggettivo impoverimento». Era convinto che sia «impossibile mantenere l’attuale dinamica dei consumi senza precipitare nell’abisso». E aggiungeva in modo perentorio. «Si è tragicamente constato, per meglio dire, che l’universalizzazione del tenore di vita occidentale, cioè il suo allargamento a tutto il Terzo Mondo, non è attuabile senza il totale collasso ecologico della Terra, da cui deriva il carattere moralmente inaccettabile ed ecologicamente insostenibile del nostro tipico stile di vita occidentale» (Le madri, p. 123).

Per questa ragione confidava molto in un nuovo impegno per una nuova pedagogia da parte degli adulti (genitori e insegnanti in primis) per favorire il passaggio: 1) dalla passività alla scoperta autonoma 2) dalla accettazione servile al giudizio critico 3) dall’apprendimento dell’esistente alla progettazione del nuovo 4) dall’isolamento narcisistico all’apertura all’altro. Una nuova pedagogia in grado di promuovere un nuovo stile educativo: «un nuovo stile educativo porterà l’educatore a non pretendere la “risposta giusta” (cioè già nota in precedenza e conforme a un sapere comunemente accettato), ma a fare domande la cui risposta non si conosce ancora. L’educatore, insomma, dovrà sviluppare l’osservazione diretta, spregiudicata e l’immaginazione dell’allievo» (ivi, p. 122).

«Il docente, dal canto suo, diventa il discente insieme agli alunni, senza una netta frattura tra scuola e mondo esterno, tra scuola e mondo esterno, tra scuola e vita: questo divario, che è sempre esistito e che nel mondo moderno si è fatto quasi patologico, deve scomparire».

Giovanni Bollea riprende il decalogo della pedopsichiatra Susan Isaacs e suggerisce alle madri: 1) non dire semplicemente non devi fare questo ma aggiungere «fai quest’altro» 2) non chiamare «capricci» le cose che ti disturbano 3) non interrompere il bambino impegnato a giocare 4) non «portare» a passeggio il bambino ma andare a passeggio con lui 5) non esitare di fare delle eccezioni alla regola 6) non prendere in giro il bambino: ridi con lui e non di lui 7) non fare del bambino un giocattolo da mostrare agli altri 8) non credere che il bambino capisca ciò che gli dici 9) mantieni le tue promesse e non farle quando sai di non poterle mantenere 10) non mentire e non sfuggire alle domande.

«I bambini hanno bisogno non soltanto del nostro affetto e della nostra simpatia, ma anche della nostra intelligenza e dei nostri seri e pazienti sforzi per capire la via del loro sviluppo mentale: ecco ancora sottolineata la necessità dell’Ascolto».

 

Bibliografia:

Bollea,Le madri non sbagliano mai, Feltrinelli, Milano 2003.

Id., Genitori grandi maestri di felicità , Feltrinelli, Milano 2005.

Id., Compendio di psichiatria dell’età evolutiva, Bulzoni, Roma 1980.