L’America fa dietrofront: più conoscenze, meno competenze

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Orsola Riva

DATA: 17 aprile 2018

Le conclusioni di un panel di esperti consultati dall’Ente nazionale di valutazione americano: gli studenti non imparano più a leggere perché a scuola si fanno solo test e si trascurano storia e letteratura, arte e scienze

Perché gli studenti americani non riescono a migliorare le loro capacità di lettura nonostante tutti gli investimenti fatti negli ultimi due decenni proprio per rafforzare questa competenza strategica? Per tentare di rispondere a questa domanda il Naep, l’Invalsi americano, la settimana scorsa ha convocato un gruppo di esperti a Washington. E la risposta finale è stata: perché leggere non è come andare in bicicletta. Non basta saper pedalare: per capire un testo bisogna poter contare su un solido bagaglio di conoscenze, mentre il sistema scolastico americano da vent’anni a questa parte ha puntato tutto e solo sulle competenze, a scapito della ricchezza del curriculum. Era il 2001 - presidente George W. Bush - quando il Congresso americano approvò con un voto bipartisan la legge chiamata No child left behind che, almeno nelle intenzioni, doveva servire a dare a tutti i ragazzi - ricchi o poveri - delle solide competenze in lettura e matematica grazie a un sistema di test diventato negli anni sempre più pervasivo. Dai risultati di queste prove standardizzate, infatti, dipendeva una buona parte dei fondi federali, cosicché le scuole pian piano finirono per appiattire i programmi sui test (il cosiddetto «teaching to the test») impoverendo la qualità della didattica. Risultato: i livelli dei ragazzi sono rimasti gli stessi mentre la forbice fra ricchi e poveri si è ulteriormente allargata tanto che nel 2015 - presidente Barack Obama - la vecchia legge è stata sostituita dal nuovo Every Student Succeeds Act, che ha modificato (delegandoli ai singoli Stati) ma non eliminato il sistema di test standardizzati obbligatori in tutte le scuole dal terzo all’ottavo grado (cioè dalla quarta elementare alla terza media).

«Don’t know much about history»

La storia di questo fallimento educativo è stata ricostruita da The Atlantic in un lungo e documentato articolo in cui si rimarca come il meccanismo perverso dei test abbia agito negativamente soprattutto sulle scuole dei distretti più poveri, quelle che avevano più difficoltà a raggiungere i traguardi prefissati dal governo e che dunque erano più facilmente esposte al rischio di tagliare materie come la storia e la letteratura, l’arte o la scienza che, non essendo misurate dai test governativi, venivano considerate dei rami secchi, per concentrarsi solo sui test. Col risultato paradossale che così finivano per moltiplicare lo svantaggio di chi non aveva alle spalle una famiglia con un patrimonio culturale da trasmettergli. Perché la lettura è un’abilità complessa che richiede non solo la capacità di decodificare un testo ma quella assai più articolata di comprenderlo. E nella comprensione di un brano scritto conta più il nostro bagaglio di conoscenze che le cosiddette abilità di lettura - le reading skills misurate dalle prove standardizzate. Come ha spiegato uno degli esperti che hanno partecipato alla riunione di martedì scorso, lo psicologo cognitivo Daniel Willingham, il fatto che i lettori capiscano o meno un testo dipende molto di più dalle loro conoscenze e dalla ricchezza del loro vocabolario che da quanto si sono esercitati con domande del tipo «Qual è l’argomento principale del testo?» o «Che conclusioni trai dalla lettura di questo brano?». Se un ragazzo arriva alle superiori senza sapere nulla della Guerra civile americana perché non l’ha mai studiata a scuola, non importa quanti test abbia fatto: farà molta più fatica a rispondere a qualsiasi domanda relativa a quell’argomento di un suo collega più colto anche se magari meno allenato di lui nei quiz.

Ma non basta. Come osservato da Timothy Shanahan, professore emerito all’Università dell’Illinois e autore di oltre 200 pubblicazioni sulla «reading education», il sistema dei test commette un altro errore gravissimo: quello di misurare le capacità dei ragazzi usando dei brani considerati alla loro altezza. Mentre al contrario diverse ricerche dimostrano che gli studenti imparano molto di più quando leggono testi che sono al di sopra del loro livello di competenze e che proprio per questa ragione li portano a sforzarsi arricchendo il loro vocabolario e le loro capacità di comprensione. Perciò se vogliamo davvero migliorare le capacità di lettura degli alunni piantiamola di farli esercitare con i bugiardini dei farmaci o le istruzioni degli elettrodomestici. E semmai puntiamo su un curriculum ricco in storia scienze letteratura e arte che fornisca ai ragazzi una cassetta degli attrezzi - intesa come un sistema di conoscenze e un vocabolario articolato - servibile per ogni occasione.

Perché i genitori non vogliono più leggere ad alta voce con i loro figli

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Caterina Belloni

DATA: 27 febbraio 2018 

Si sta perdendo un’abitudine utilissima per lo sviluppo cognitivo dei più piccoli. La colpa? In parte del digitale, che fagocita l’attenzione dei bambini, in parte del disagio crescente degli stessi genitori nel maneggiare i libri.

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Il numero dei genitori che leggono storie ai loro bambini è in continua diminuzione. A lanciare l’allarme è un sondaggio intitolato promosso in Gran Bretagna dalla Nielsen. Secondo questa indagine, dal 2013 ad oggi si è registrata una diminuzione del venti per cento nel numero di mamme e papà che si siedono con i pargoli a leggere. Eppure l’abitudine di sfogliare insieme un libro aiuta a sviluppare legami forti tra genitore e figlio e favorisce lo sviluppo cognitivo del piccolo. I pedagogisti lo ripetono, gli educatori lo sostengono, nelle biblioteche dei ragazzi si sono creati programmi e spazi speciali per invogliare a questa pratica. In Gran Bretagna, ad esempio, ai bambini delle elementari viene assegnato come compito di leggere insieme a un genitore per un quarto d’ora al giorno fino alla terza elementare e per mezz’ora dal quarto anno in poi. Linee guida ed indicazioni che mirano a far crescere bambini sani e felici, ma che sembrano disattese nella realtà.

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Colpa dei figli...

La conclusione del sondaggio lo dimostra, puntando il dito soprattutto sulla mancanza di momenti di lettura per i più piccoli. Durante lo scorso anno sono stati intervistati 1596 genitori di bambini da zero a tredici anni a proposito delle loro abitudini di lettura e anche 417 teenager tra i 14 e i 17 anni. E’ emerso che il 69 per cento dei bimbi in età prescolare nel 2013 aveva momenti di lettura quotidiani con un genitore, mentre adesso la percentuale è scesa al 51 per cento. Il 19 per cento dei genitori ha anche dato una spiegazione per questa riduzione: i bambini appaiono troppo stanchi e fissare la loro attenzione sul libro risulta impossibile, ma forse quelli esausti e poco motivati sono soprattutto gli adulti. Anche perché nel questionario un genitore su cinque ha confessato di provare disagio quando entra in una libreria, mentre ancora di più sostengono di sentirsi sopraffatti dall’ampia offerta di libri per bambini, con la conseguenza che non riescono a sceglierne uno e finiscono poi per non leggere ai figli (46 per cento).

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... o dei genitori?

La ricerca, poi, fa emergere un’altra causa di disinteresse per la parola scritta. Qualcuno sostiene che i piccoli non vogliano leggere i libri perché preferiscono fare altre cose, come ad esempio guardare cartoni animati alla tv o video sul computer (16 per cento). I genitori cedono alle loro richieste, «archiviano» i libri stampati e illustrati, ma poi confessano di essere spaventati dall’attenzione che i bambini dimostrano nei confronti dei nuovi strumenti tecnologici. Il 61 per cento degli intervistati ha segnalato questa preoccupazione, ma forse per evitarla bisognerebbe affidarsi di più alla vecchia abitudine della lettura sul divano. Mano nella mano. 

Mio figlio ha disturbi specifici dell’apprendimento (DSA)?

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Silvia Turin

DATA: 12 aprile 2017

I DSA coinvolgono dal 3 al 5% della popolazione italiana e sono disturbi del neuro-sviluppo che riguardano le capacità di leggere, scrivere o calcolare. Fondamentale la diagnosi precoce perché i bambini che fanno il loro ingresso nella scuola non si sentano inadeguati. Con l’aiuto dell’Istituto Serafico di Assisi e la collaborazione di Giacomo Guaraldi, Elisabetta Genovese ed Enrico Ghidoni del Servizio Accoglienza Studenti con DSA dell’Università di Modena e Reggio Emilia, abbiamo stilato l’elenco dei segnali cui fare attenzione e dei singoli disturbi, con un focus su cosa fare e cosa prevede la legge italiana

I numeri

I “Disturbi Specifici dell’Apprendimento” (DSA) sono disturbi del neuro-sviluppo che riguardano le capacità di leggere, scrivere o calcolare. A livello internazionale l’incidenza di tutti i DSA varia dal 5 al 10% in relazione alle diverse lingue. In Italia sono meno frequenti (tra il 3 ed il 5% della popolazione) grazie alle caratteristiche dell’italiano in cui a ogni suono corrisponde sempre e solo una lettera e che rende ai dislessici la vita meno difficile. Più che di «sovradiagnosi» quindi, nel nostro Paese si dovrebbe parlare di «sottodiagnosi». 

I DSA non hanno le caratteristiche tipiche di una malattia: dipendono dalle peculiari modalità di funzionamento delle reti neuronali coinvolte nei processi delle abilità. Possono essere considerati caratteristiche specifiche dell’individuo, così come altri aspetti del comportamento (quali l’orecchio musicale o il senso dell’orientamento). Non è tanto il tipo di errore a caratterizzare il disturbo, ma la frequenza e costanza degli errori.

 Dislessia

Si manifesta con una difficoltà nell’automatizzare la lettura, cioè ad attivare in maniera fluente e senza affaticamento tutte quelle operazioni mentali necessarie per leggere. 

- Errori tipici sono dovuti alla difficoltà nel riconoscere grafemi che differiscono visivamente per piccoli particolari: “m” con “n”, “c” con “e”, “f” con “t”. 
- In altri casi la difficoltà riguarda suoni simili: “F/V”, “T/D”, “P/B”, “C/G”, “L/R”, “M/N”, “S/Z”. 
- Un altro aspetto riguarda la capacità di procedere metodicamente da sinistra a destra e dall’alto in basso con lo sguardo: nella persona dislessica rimane un ostacolo che si protrae nel tempo. 
- Altri errori tipici sono le omissioni di parti di parole: “pato” invece che “prato”, “futo” invece che “fiuto”. Possono verificarsi salti di intere parole o addirittura di righe intere. 
- Altre volte la sequenza dei grafemi viene invertita: “la” al posto di “al”, “cimena” al posto di “cinema”. 
- A volte ci può essere un’aggiunta di un grafema o di una sillaba: “tavovolo” al posto di “tavolo”. 
- Un altro segnale è dato dalla tendenza a completare la parola in modo intuitivo e a procedere con parole di fatto inventate.

Esistono dei segnali precoci anche negli anni che precedono la scolarizzazione e che possono essere considerati degli indicatori di rischio: ritardi e incertezze nello sviluppo del linguaggio (per esempio, alcuni tra i bambini che a 24 mesi producono meno di 50 parole svilupperanno difficoltà ad apprendere la lettura con l’inizio della scuola) o del metalinguaggio, cioè la capacità di giocare con i suoni che compongono le parole, di individuarli e manipolarli intenzionalmente. Altri fattori di rischio riguardano l’attenzione visiva e la capacità di denominare rapidamente i nomi delle cose.

 

Discalculia

La Discalculia, o Disturbo dell’Apprendimento del Calcolo, può essere considerata l’equivalente matematico della Dislessia. È una condizione che può riguardare fino al 3% della popolazione scolastica. Come si manifesta? I bambini con Disturbo dell’Apprendimento del Calcolo non riescono a fare calcoli in modo automatico, non riescono a fare numerazioni progressive e/o regressive, a imparare le procedure delle principali operazioni aritmetiche e a memorizzare quelli che vengono definiti “fatti matematici”, come per esempio le tabelline o altre combinazioni come le somme nell’ambito delle prime due decine (7+5, 9+8, etc.).

Per questi bambini non c’è differenza tra 25 e 52, oppure tra 427 e 40027 (quattrocento ventisette) o 724 in quanto, pur conoscendo i singoli numeri, non riescono a cogliere il significato dato dalla posizione di ognuno di loro all’interno della cifra totale. Alla base della Discalculia, oltre alle specifiche difficoltà in ordine alla compromissione della cognizione numerica, possiamo ritrovare anche carenze relative alle abilità visuo-spaziali, percettivo-motorie o alla memoria di lavoro. Spesso sono presenti anche lentezza nel processo di simbolizzazione, difficoltà prassiche e di organizzazione spazio-temporale.

 

Aiutare un discalculico

Per il raggiungimento degli obiettivi e l’avvio del percorso verso l’autonomia nello studio, sono disponibili diversi strumenti informatici (software e nuove tecnologie) e metodologie educativo-riabilitative. Due in particolare le strategie di intervento: 

1. la mediazione educativa, per guidare lo studente verso l’acquisizione di un metodo di studio basato su strategie in grado di promuovere l’autonomia nel calcolo, nella comprensione della quantità, nella comprensione dell’aspetto semantico, sintattico e lessicale del numero.

  1. l’approccio di tipo meta-cognitivo, per permettere ad ogni studente di riflettere sui propri processi cognitivi, accrescendo la propria consapevolezza in merito alle difficoltà e soprattutto, alle proprie potenzialità. Tale approccio prevede anche la proposta di specifiche modalità di organizzazione dello studio per ottimizzare l’uso delle risorse attenitive e migliorare la gestione del tempo. Per favorire l’apprendimento dello studente discalculico è possibile, dopo averlo fatto esercitare, permettergli di utilizzare la calcolatrice di base e concedergli un tempo maggiorato in sede di verifica.

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I segreti del successo a scuola

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Redazione scuola

DATA: 25 ottobre 2016

Che cosa fanno i ragazzi che vanno bene a scuola: 8 regole per diventare bravi.Studiare, dormire, annoiarsi e fuggire dalle mamme tigre. Ecco i risultati degli ultimi studi sul successo scolastico degli adolescenti nel mondo.

I segreti del successo a scuola

Come usano il loro tempo gli studenti che vanno bene a scuola? E come dovrebbero usarlo? A queste due domande che preoccupano spesso i genitori degli adolescenti hanno provato a rispondere alcuni studi pubblicati negli ultimi mesi nelle riviste che si occupano di educazione e anche testate autorevoli come il Time.

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10.000 ore di studio

Secondo il sociologo canadese Malcolm Gladwell per imparare bene una qualsiasi disciplina è necessario un decennio di studio e pratica: in totale 10.000 ore.

Dormire

Secondo lo studio americano pubblicato sul giornale americano «Gifted Child Quarterly», gli studenti che hanno migliori risultati dichiarano di dormire più di otto ore per notte.

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Stare da soli

Secondo il Time, coloro che diventeranno dei leader durante l’adolescenza passano molto tempo da soli. Questo permetterebbe loro di esplorare, imparare, immaginare e anche di sognare.

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Leggere, leggere e ancora leggere

Che cosa può rendere «elastica» la vostra immaginazione? Nient’altro che la lettura, e più varia è la scelta di libri che leggete, maggiori sono le possibilità che diventiate un adulto di successo. Sempre secondo il Time, si può leggere dalla Bibbia, ai fumetti, dalla mitologia classica ai saggi di politica cercando autori anche fuori da quelli «istituzionali» suggeriti di solito dalle scuole. Anche l’enciclopedia può essere un utile esercizio, forse un po’ datato.

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Annoiarsi

Stare da soli, non fare nulla. Uscire dalla pressione della scuola e della competizione sociale che spesso durante gli anni delle superiori diventa più forte. Non usare tutto il tempo libero per fare sposrt o attività organizzate insieme agli altri. Recuperare «l’ozio» di tradizione latina, insomma annoiarsi per trovare la forza interiore per essere creativi.

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Creatività versus consumismo

Leggere, guardare un film, studiare, ascoltare musica. Sono tutte attività per divertirsi e passare il tempo, ma sono tutte «passive». Sempre secondo l’indagine del Time, gli «adulti di successo» quando erano ragazzini hanno passato una gran parte del loro tempo a costruire, creare, fare. E disfare.

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Compiti

Studiare a casa fa bene al proprio curriculum scolastico, anche se è faticoso. Lo conferma l’ultimo studio pubblicato sul blog del World Economic Forum. Avendo paragonato i migliori studenti di seconda media americani e indiani, i ricercatori hanno trovato che i ragazzini americani passano in media sette ore in più a settimana dei loro coetanei indiani giocando con videogiochi o facendo altre attività ludiche. Al contrario in India studiano un’ora in più al giorno.

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Fuggire dalle mamme tigre

Per essere degli studenti di successo però bisogna fuggire dalle mamme tigre. E’ uno degli elementi su cui concordano gli studi sui comportamenti degli adolescenti. Sia il confronto tra ragazzi americani e indiani dimostra che questi ultimi godono nei momenti di liberà di molta maggiore autonomia dei loro «colleghi» americani. Gli studenti americani che hanno voti alti di solito sono molto seguiti dai genitori (le mamme soprattutto) ma questo non rende le loro performance migliori di quelle dei ragazzi del Paese asiatico.

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Il violino di Einstein, ovvero come crescere figli creativi (e geniali)

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Orsola Riva

DATA: 20 ottobre 2016

I consigli ai genitori del professor Adam Grant, autore del best-seller «Originals»: più valori che regole, puntate sul carattere e fate leggere i vostri figli. Con una postilla della psicologa Carol Dweck: non ditegli che sono intelligenti, così rischiate di bloccarli per la paura di sbagliare.

 

Sogni il Nobel per la fisica? Studia il violino

Sognate che vostro figlio/figlia un giorno vinca il Nobel per le fisica? Allora fategli suonare il violino, come faceva mamma Einstein con il piccolo Albert. All’inizio detestava andare a lezione, poi si appassionò veramente. Tanto che una volta disse che se non fosse stato capace di pensare in musica non avrebbe mai potuto elaborare la teoria della relatività.

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I bambini creativi sono i grandi visionari di domani. Non i primi della classe, i piccoli geni della matematica o del computer di cui noi genitori andiamo così fieri, ma quelli che studiano per passione più che per zelo, che non cercano di compiacerci con i bei voti e il dieci in condotta ma che sanno pensare con la propria testa. Solo belle parole? Niente affatto, sostiene il professor Adam Grant, docente alla Wharton School dell’Università della Pennsylvania, autore del bestseller Originals: How Non-Conformists Move the World. Che genio e creatività vadano a braccetto, dice Grant in un video pubblicato da The Atlantic, lo dimostra il fatto che se si fa un censimento degli scienziati che hanno vinto il Nobel, molti di loro sapevano anche suonare uno strumento musicale, scrivevano poesie, erano discreti pittori dilettanti, ottimi ballerini, amavano recitare o fare giochi di prestigio... Ecco allora alcuni consigli ai genitori per incoraggiare la creatività dei propri figli.

 

Valori più che regole

In primo luogo il professor Grant consiglia di non puntare tutto sulle regole. I bambini che le seguono pedissequamente finiscono per diventare compiacenti, mentre quelli che vi si ribellano rischiano di non imparare ad affrontare i problemi ma solo a schivarli.

Anche se - va detto - in letteratura le pagine più belle sulla creatività dei bambini le hanno scritte proprio i disobbedienti. Vale su tutte la lezione, immortale, di Tom Sawyer che, dopo l’ennesima marachella, viene messo per punizione dalla zia a dipingere la staccionata di casa. Cosa si inventa Tom per spuntarla ancora una volta? Non solo riesce a convincere un gruppo di amichetti a imbiancare la staccionata al suo posto ma si fa pure pagare per il lavoro.

staccionata

 

Conta il carattere, più del comportamento

Se troppe regole fanno male, anche l’eccesso opposto rischia di essere dannoso, sostiene il professor Grant. Inutile continuare a dire: «Non seguire il gregge, non fare il pecorone».

 

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Vietato dire ai figli che sono intelligenti (IO, PIETRO B., NON SONO D’ACCORDO, IN BASE ALL’ESPERIENZA. BiSOGNA AGGIUNGERE CHE SENZA LA VOLONTà NON SI VA DA NESSUNA PARTE)

A proposito dell’importanza del carattere, vale la lezione della psicologa americana Carol Dweck, che da anni sostiene come non ci sia niente di più sbagliato che continuare a lodare i propri figli dicendo loro in continuazione che sono tanto intelligenti e dotati. Così si rischia soltanto di bloccarli per la paura di sbagliare. Mentre il solo modo per aiutarli è puntare non sulle loro presunte capacità innate ma sul carattere inteso come impegno continuo e resilienza: se cadi, rialzati; se sbagli, riprovaci.

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E’ il processo che conta (con buona pace del totem americano dell’IQ, il quoziente d’intelligenza). Ecco la ricetta migliore per crescere dei figli davvero intelligenti (e creativi): non dirgli che lo sono!

 

La lezione che viene dai libri

Una delle cose che plasma maggiormente l’immaginazione di un’intera generazione sono i libri per ragazzi. I nostri nonni, i nostri padri e pure noi ci dividevamo in due squadre: Verne contro Sandokan. Da un lato l’avventura con la A maiuscola, quella dei viaggi al centro della terra, sulla luna o in fondo agli abissi, dei capitani Nemo e delle isole misteriose; dall’altro, l’esotismo della giungla, fra pericolosi sikh armati di kriss (i pugnali malesi con la lama a biscia) e perle di Labuan...

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I nostri figli sono cresciuti invece alla scuola di Hogwarts, ma in fondo fa lo stesso. Secondo il professor Grant uno dei modi migliori per stimolare la creatività dei bambini è chiedergli di mettersi nei panni dei loro eroi di carta: cosa farebbero Harry Potter o Ermione in una determinata situazione? Aiuta a guardare le cose con gli occhi degli altri, a pensare in modo creativo. Anche se, certo, con la bacchetta magica è tutto molto più facile...