L’abuso di iPhone fa male ai bambini, Apple deve aiutare i genitori

FONTE: Il Sole 24 Ore

AUTORE: Enrico Marro

DATA:  8 gennaio 2018

Nonostante controllino due miliardi di dollari in azioni Apple, il gestore Jana Partners (nel cui advisory board compaiono Sting e la moglie) e il fondo pensione Calstr (quello degli insegnanti californiani) hanno attaccato a testa bassa il Melafonino. E lo hanno fatto con una lettera, spedita sabato scorso e prontamente intercettata dal Wall Street Journal, in cui sollecitano Cupertino a prendere contromisure per evitare che bambini e adolescenti diventino “drogati” di smartphone.

Apple, insomma, dovrebbe cercare di limitare l’uso dell’iPhone fornendo precise linee guida ai genitori e sviluppando software che aiutino il “parental control”. Il pericolo, lasciano intendere Jana Partners e Calstr, è che un domani Cupertino rischi di pagare - anche in termini di andamento azionario - una ritrovata sensibilità dell’opinione pubblica sulla “smartphone addiction”.

I cinque sintomi di «dipendenza» da social media

L’ondata del “socialmente responsabile”, insomma, sta arrivando a lambire anche la più grande azienda del mondo, e uno dei brand più alla moda. E' curioso notare come in passato i colossi di Wall Street, come le grandi major petrolifere, si trovassero regolarmente nel mirino dell’opinione pubblica mentre i nuovi colossi del digitale godano sempre e comunque di enorme popolarità, nonostante siano per esempio campioni mondiali indiscussi di elusione fiscale (per quanto assolutamente legale).

Ma la mossa dei due gestori forse è il segnale che il vento inizia a cambiare: negli Stati Uniti stanno montando le polemiche sulla dipendenza da smartphone e social di bambini e teenager, spesso messa in relazione con l’aumento di depressione e suicidi tra i giovani. E' d’altro canto altrettanto vero che la Apple guidata da Tim Cook sta facendo qualche significativo passo nella direzione della “responsabilità sociale”, in particolare sul doppio fronte ambiente e immigrati, oltre che naturalmente sulla non discriminazione dell’omosessualità. Ma probabilmente sul fronte della dipendenza “digital" di bambini e adolescenti resta ancora molto da fare. Sempre che si voglia fare davvero qualcosa.

Ma i prof (e le maestre) non devono anche insegnare a vivere?

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Marisa Moles

DATA: 29 giugno 2014

Laureata in Lettere, insegnante per passione, blogger per diletto, con il  pallino della scrittura fin dalla più tenera età. Sono anche madre e moglie e il tempo libero, tra scuola e casa,  è davvero poco. Mi piace leggere ma soprattutto scrivere: gestisco due blog, uno personale e uno interamente dedicato alla scuola, laprofonline.wordpress.com

 

Gli studenti, tranne quelli che stanno affrontando l’esame di Stato, sono ormai in vacanza. L’ultima campanella per quest’anno scolastico è suonata da un bel po’ e  noi prof abbiamo da poco terminato di espletare tutte quelle formalità burocratiche di fine anno: relazioni, programmi svolti, scrutini. Qualcuno  è ancora impegnato nelle commissioni d’esame. Ancora una volta siamo i “giudici” dei nostri studenti. Ma noi un esame di coscienza ce lo facciamo mai?

Stritolati dalla burocrazia, nel compilare i programmi ben scritti e ordinati, rigorosamente salvati in un file del nostro pc, ci chiediamo cosa abbiamo fatto di buono quest’anno? E non mi riferisco agli argomenti trattati, alle poesie lette, ai capitoli spiegati, alle regole  illustrate per bene alla lavagna. Per “buono” intendo qualcosa di umano, al di là dei numeri.

Docenti e studenti sono accomunati dalla stesso destino. Per il Ministero dell’Istruzione siamo solo numeri: 18 ore per docente, tot classi per scuola, 27-30 allievi per classe, e non importa se le aule sono troppo piccole per contenerli tutti. Non importa se le ore a volte sono troppo poche per svolgere i programmi, fare le verifiche, interrogare … troppo poche per accorgerci che quelli che abbiamo di fronte non sono solo numeri, sono piccoli uomini e piccole donne che attraversano un momento delicato, quello dell’adolescenza, che ha bisogno di molta attenzione. 

Troppo spesso, presi come siamo dai mille oneri che la scuola ci impone,  non ci accorgiamo dei loro disagi, delle loro lacrime, dei loro sospiri, del loro continuo chiedere di andare ai servizi, del movimento perpetuo che compiono nei loro banchi troppo stretti, troppo scomodi, troppo scolastici. Già, che cosa ci può essere di più scolastico di un’aula? Nulla. Forse dovremmo rendere quelle aule più umane e meno scolastiche, avere il coraggio di dire al diavolo i programmi, le verifiche, le interrogazioni, occupiamoci un po’ di loro.

Dovremmo chiedere ai nostri ragazzi  quali siano gli interessi, le passioni, gli amori e le amicizie, quale sia il loro mondo al di fuori delle aule scolastiche. Perché sono innanzitutto persone e poi allievi da interrogare, valutare, sgridare e colpevolizzare. Incapaci di andare oltre a quei voti scritti ordinatamente sul registro, a quelle note affibbiate quando si presentano senza compiti svolti, a quei “meno” che segnalano la distrazione o l’impreparazione, non ci fermiamo a riflettere, chiedendoci quale sia il vero motivo di un curricolo scolastico deludente, fatto di bocciature ripetute, di fallimenti sommati ad altri fallimenti.

Se ogni tanto, non dico sempre, fossimo capaci di trascurare i dettagli di quelle indicazioni nazionali propinate dal ministero, per essere uomini e donne alle prese con l’età difficile dei nostri allievi, forse ne risentirebbe lo svolgimento dei programmi ma ne guadagnerebbe il benessere dei nostri studenti. E forse eviteremmo di leggere sulle cronache dei giornali le tragedie che hanno come protagonisti degli adolescenti. Gesti estremi, a volte.

Quando ci troviamo di fronte ai suicidi di giovanissimi, cerchiamo di non mettere sotto accusa solo la famiglia. Quel male di vivere che spezza la giovinezza spesso noi lo ignoriamo. Noi insegnanti, intendo. Quante volte ci accorgiamo del loro disagio? Ci fermiamo a coglierne i segnali? Talvolta basta poco, è sufficiente saper leggere e interpretare, mandando al diavolo, per qualche ora, l’analisi testuale e i problemi di geometria.

Ci sono giovani che odiano la scuola. Io odio me, per tutte le volte in cui non ho chiesto ai miei ragazzi “oggi come state?”, per non aver fatto una lezione sulla bellezza della vita, sulla felicità che si può cogliere nelle piccole cose, fosse solo un filo d’erba in mezzo a una montagna di paglia.

Siamo in una gabbia, quella dei doveri, e non ci accorgiamo che stiamo trascinando anche loro dentro quella gabbia che non è dorata, è simile ad una prigione da cui escono, a volte, grida di dolore che non siamo in grado di cogliere perché preferiamo essere sordi.

Non dobbiamo forse anche insegnare a vivere? Ciascuno secondo la propria esperienza , senza farci violenza e senza pensare che quello che potremmo dire non servirebbe a nulla. A volte sarebbe il caso di fermarsi e pensare che le lezioni più belle forse non le abbiamo ancora impartite.

Il padre-peluche: genitore morbido, compiacente. Non sa stare nel suo ruolo, si trova a disagio e concede tutto

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Antonella De Gregorio

DATA: 6 ottobre 2012

«Un incontro per genitori: un papà mi chiede se può usare la paghetta come punizione: toglierne un po’ alla figlia (5 anni) disubbidiente… Per me, due orrori in uno», commenta l’educatore Daniele Novara. «Una mamma mi racconta del figlio, 4 anni, che fa sempre quel che gli pare. Poi, per dimostrarmi quanto sia “avanti”, mi dice: pensi che quest’estate ha scelto lui dove andare in vacanza, voleva vedere la Cina», racconta Anna Oliviero Ferraris, docente e psicoterapeuta dell’età evolutiva.

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Esempi, tra i tanti che gli esperti di famiglia e infanzia collezionano quotidianamente. Che dicono quanto la situazione ci stia sfuggendo di mano. Quanto nella nostra generazione i bambini siano sempre più chiamati a decidere al posto dei grandi, costretti a prendere posizione.

Bambini «adultizzati», che scelgono i corsi da frequentare, la scuola, cosa si fa nel weekend. In quale casa restare quando mamma e papà non vanno più d’accordo…

Quelli che Irene Bernardini psicoterapeuta con grande esperienza di conflitti, genitori e figli descrive nel suo libro «Bambini e basta» (Mondadori). Bambini che avete presente di sicuro, che non andrebbero a letto mai, interpellati su tutto («che cosa vuoi mangiare amore?»), super protetti dalla fatica di imparare a vivere, ma costretti a dare corpo a un’immagine da vincenti.

E che, loro malgrado, si trovano anche a farci un po’ da mamme e da papà. Bambini, in fondo, soli. Perché lasciati soli a decidere, quando siamo noi a dover decidere per loro. Mentre noi, gli adulti, dice la psicologa, siamo, all’opposto, «infantilizzati»: sempre più insicuri e fragili. Incapaci di governare le nostre vicende personali, scarichiamo responsabilità e compiti sui figli.

Quanti ne vediamo di bambini così? «Tanti — assicura Daniele Novara, arrabbiato con un Paese orfano di pedagogia —. Sono più di vent’anni che assistiamo a questo ribaltamento dei ruoli. Siamo passati dal padre-padrone al padre-peluche, una figura di genitore morbida, compiacente, gratificante. Che non ama stare nel suo ruolo, si trova a disagio. Dal disordine esce un “figlio tirannico”». Oppure quello che Susanna Mantovani (docente di Pedagogia, prorettore all’Università Bicocca di Milano) chiama: «figlio disorientato». È l’altra faccia del rispetto, dice. Dal «decido tutto io» si è passati al «non decido niente».

L’eccesso di scelta manda i piccoli in confusione. Invitare il bambino a dire «voglio» crea uno squilibrio, mentre l’educazione è questione di equilibrio. Un equilibrio che cambia a seconda dei tempi e delle circostanze.

 La tendenza a non scegliere ciò che è giusto per il figlio, la pigrizia emotiva, caratterizzano questo tempo. «Io preferisco un genitore che si impone un po’, magari anche sbagliando, a un educatore fragile, che rende i bambini insopportabili e confusi». Rinunciando al compito di far loro conoscere il mondo, aspettando che si comportino da adulti, certi genitori si sfiniscono, si arrabbiano, sprofondano nell’impotenza e cedono sempre di più.

«Credono di farlo per amore, invece lo fanno per sé, perché non sanno che un bambino è soprattutto piccolo. Che ci vuole un gran lavoro dei grandi per aiutare un bambino ad affrancarsi, poco alla volta, dai suoi desideri assoluti», sostiene Bernardini.

Se i nostri bambini crescono troppo in fretta, è anche colpa della società del consumo, dice Anna Oliverio Ferraris, che qualche anno fa ha dedicato un libro — «La sindrome Lolita», Rizzoli — a questi adulti in miniatura:

«Siccome devono diventare anche loro degli acquirenti, si spingono il più presto possibile verso l’adolescenza convincendoli che sono molto più maturi di quanto non siano e che possono scegliere autonomamente».

Gli studi degli psicologi ci dicono che i bambini oggi sono più svegli, più intelligenti. «Ma si fa confusione tra intelligenza e maturità, che è fatta di anche di crescita emotiva, di esperienza — avverte la psicoterapeuta —.I nostri bambini possono capire più di quello che emotivamente sono in grado di reggere».
Invertire la rotta è possibile? Sì, secondo Novara. Cominciando a dire qualche no, senza sprofondare nei sensi di colpa. Poi? «Sospendere le discussioni. Si chiede ai genitori di parlare tanto con i figli, ma l’educazione viene prima. Il discussionismo provoca nei figli un senso di solitudine». Infine, dice — e lo spiega anche in un manualetto appena uscito, «L’essenziale per crescere» (Mimesis) — bisogna evitare ogni forma di «servizievolezza»: e cioè fare «le cose che san fare i bambini, solo perché i bambini non le vogliono fare». Esempio? Ti taglio la pizza a sei anni o ti raccolgo la forchetta perché tu non hai voglia di farlo. Novara è speranzoso: «Questa è una generazione di genitori molto ingaggiati, che vogliono fare il meglio possibile». Mantovani vede la strada in salita: «A volte bisogna avere il coraggio di farsi aiutare da un esperto».

E Bernardini: i bambini non sono più «i bastoni della nostra vecchiaia», come li chiamavano i nonni. E non possono essere le nostre bussole.

Hanno bisogno che noi siamo grandi. Che assecondiamo non i loro desideri ma i loro bisogni. E noi abbiamo bisogno che loro siano piccoli. Bambini. E basta.

Diagnosi precoce dell’autismo con risonanza magnetica

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Redazione Salute

DATA: 8 giugno 2017 

La proposta arriva da uno studio di scienziati americani, che sostengono come i bambini destinati ad ammalarsi presentino differenze nelle connessioni cerebrali.

Se un bebè soffrirà di autismo lo si potrà forse predire con una risonanza della testa già a sei mesi di vita, anni prima che la malattia faccia il suo esordio e che il bambino presenti sintomi (che in genere non compaiono prima dei due anni): infatti bimbi destinati ad ammalarsi, già a sei mesi, presentano differenze nelle connessioni tra le diverse aree cerebrali rispetto a bimbi che non si ammaleranno. Lo sostiene una ricerca pubblicata sulla rivista Science Translational Medicine da un gruppo di scienziati che negli ultimi anni ha messo a segno una serie di studi che dimostra come piccole differenze anatomiche, strutturali e funzionali del cervello consentano di capire già nel neonato se negli anni a venire si ammalerà di autismo.

Perché «autismo» è un termine improprio

Lo studio

Gli esperti dell’Università della Carolina del Nord in quest’ultimo lavoro hanno evidenziato differenze funzionali nelle connessioni cerebrali dei bebè a sei mesi di vita. Lo studio è stato condotto su un campione di 59 bimbi tutti ad alto rischio di malattia (perché con un fratello maggiore autistico) e i ricercatori sono riusciti a predire con elevata accuratezza quali di questi bimbi si sarebbero ammalati veramente negli anni a venire. Si sono ammalati 11 bambini del campione e questi bambini - rispetto agli altri - a sei mesi presentavano molteplici differenze nelle connessioni nervose tra 230 aree neurali studiate con la risonanza, in particolare tra aree con una funzione implicata nella malattia (linguaggio, socialità, comportamenti ripetitivi etc). Gli scienziati sperano di creare un test multiplo basato sia sulla risonanza, sia su altri esami da somministrare a bebè a rischio (perché provenienti da famiglie in cui vi sono casi di autismo) per capire se avranno o meno il disturbo in futuro. «Più cose sappiamo sul cervello del bambino prima che compaiano i sintomi -— afferma l’autore Joseph Piven — più saremo preparati ad aiutare i bambini e le loro famiglie». È ormai infatti sempre più chiaro che più l’intervento sul bambino è precoce, maggiori sono le probabilità di trarne benefici.

Mio figlio ha disturbi specifici dell’apprendimento (DSA)?

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Silvia Turin

DATA: 12 aprile 2017

I DSA coinvolgono dal 3 al 5% della popolazione italiana e sono disturbi del neuro-sviluppo che riguardano le capacità di leggere, scrivere o calcolare. Fondamentale la diagnosi precoce perché i bambini che fanno il loro ingresso nella scuola non si sentano inadeguati. Con l’aiuto dell’Istituto Serafico di Assisi e la collaborazione di Giacomo Guaraldi, Elisabetta Genovese ed Enrico Ghidoni del Servizio Accoglienza Studenti con DSA dell’Università di Modena e Reggio Emilia, abbiamo stilato l’elenco dei segnali cui fare attenzione e dei singoli disturbi, con un focus su cosa fare e cosa prevede la legge italiana

I numeri

I “Disturbi Specifici dell’Apprendimento” (DSA) sono disturbi del neuro-sviluppo che riguardano le capacità di leggere, scrivere o calcolare. A livello internazionale l’incidenza di tutti i DSA varia dal 5 al 10% in relazione alle diverse lingue. In Italia sono meno frequenti (tra il 3 ed il 5% della popolazione) grazie alle caratteristiche dell’italiano in cui a ogni suono corrisponde sempre e solo una lettera e che rende ai dislessici la vita meno difficile. Più che di «sovradiagnosi» quindi, nel nostro Paese si dovrebbe parlare di «sottodiagnosi». 

I DSA non hanno le caratteristiche tipiche di una malattia: dipendono dalle peculiari modalità di funzionamento delle reti neuronali coinvolte nei processi delle abilità. Possono essere considerati caratteristiche specifiche dell’individuo, così come altri aspetti del comportamento (quali l’orecchio musicale o il senso dell’orientamento). Non è tanto il tipo di errore a caratterizzare il disturbo, ma la frequenza e costanza degli errori.

 Dislessia

Si manifesta con una difficoltà nell’automatizzare la lettura, cioè ad attivare in maniera fluente e senza affaticamento tutte quelle operazioni mentali necessarie per leggere. 

- Errori tipici sono dovuti alla difficoltà nel riconoscere grafemi che differiscono visivamente per piccoli particolari: “m” con “n”, “c” con “e”, “f” con “t”. 
- In altri casi la difficoltà riguarda suoni simili: “F/V”, “T/D”, “P/B”, “C/G”, “L/R”, “M/N”, “S/Z”. 
- Un altro aspetto riguarda la capacità di procedere metodicamente da sinistra a destra e dall’alto in basso con lo sguardo: nella persona dislessica rimane un ostacolo che si protrae nel tempo. 
- Altri errori tipici sono le omissioni di parti di parole: “pato” invece che “prato”, “futo” invece che “fiuto”. Possono verificarsi salti di intere parole o addirittura di righe intere. 
- Altre volte la sequenza dei grafemi viene invertita: “la” al posto di “al”, “cimena” al posto di “cinema”. 
- A volte ci può essere un’aggiunta di un grafema o di una sillaba: “tavovolo” al posto di “tavolo”. 
- Un altro segnale è dato dalla tendenza a completare la parola in modo intuitivo e a procedere con parole di fatto inventate.

Esistono dei segnali precoci anche negli anni che precedono la scolarizzazione e che possono essere considerati degli indicatori di rischio: ritardi e incertezze nello sviluppo del linguaggio (per esempio, alcuni tra i bambini che a 24 mesi producono meno di 50 parole svilupperanno difficoltà ad apprendere la lettura con l’inizio della scuola) o del metalinguaggio, cioè la capacità di giocare con i suoni che compongono le parole, di individuarli e manipolarli intenzionalmente. Altri fattori di rischio riguardano l’attenzione visiva e la capacità di denominare rapidamente i nomi delle cose.

 

Discalculia

La Discalculia, o Disturbo dell’Apprendimento del Calcolo, può essere considerata l’equivalente matematico della Dislessia. È una condizione che può riguardare fino al 3% della popolazione scolastica. Come si manifesta? I bambini con Disturbo dell’Apprendimento del Calcolo non riescono a fare calcoli in modo automatico, non riescono a fare numerazioni progressive e/o regressive, a imparare le procedure delle principali operazioni aritmetiche e a memorizzare quelli che vengono definiti “fatti matematici”, come per esempio le tabelline o altre combinazioni come le somme nell’ambito delle prime due decine (7+5, 9+8, etc.).

Per questi bambini non c’è differenza tra 25 e 52, oppure tra 427 e 40027 (quattrocento ventisette) o 724 in quanto, pur conoscendo i singoli numeri, non riescono a cogliere il significato dato dalla posizione di ognuno di loro all’interno della cifra totale. Alla base della Discalculia, oltre alle specifiche difficoltà in ordine alla compromissione della cognizione numerica, possiamo ritrovare anche carenze relative alle abilità visuo-spaziali, percettivo-motorie o alla memoria di lavoro. Spesso sono presenti anche lentezza nel processo di simbolizzazione, difficoltà prassiche e di organizzazione spazio-temporale.

 

Aiutare un discalculico

Per il raggiungimento degli obiettivi e l’avvio del percorso verso l’autonomia nello studio, sono disponibili diversi strumenti informatici (software e nuove tecnologie) e metodologie educativo-riabilitative. Due in particolare le strategie di intervento: 

1. la mediazione educativa, per guidare lo studente verso l’acquisizione di un metodo di studio basato su strategie in grado di promuovere l’autonomia nel calcolo, nella comprensione della quantità, nella comprensione dell’aspetto semantico, sintattico e lessicale del numero.

  1. l’approccio di tipo meta-cognitivo, per permettere ad ogni studente di riflettere sui propri processi cognitivi, accrescendo la propria consapevolezza in merito alle difficoltà e soprattutto, alle proprie potenzialità. Tale approccio prevede anche la proposta di specifiche modalità di organizzazione dello studio per ottimizzare l’uso delle risorse attenitive e migliorare la gestione del tempo. Per favorire l’apprendimento dello studente discalculico è possibile, dopo averlo fatto esercitare, permettergli di utilizzare la calcolatrice di base e concedergli un tempo maggiorato in sede di verifica.

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Tecnologie digitali e bambini, 10 consigli (più uno) per usarle bene

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Elena Meli

DATA: 5 aprile 2017

Inutile pensare di impedire ai bambini l’uso di tablet, smartphone o televisione: meglio conoscere i rischi possibili e soprattutto sapere come ridurli attraverso un utilizzo appropriato. Il Centro per la Salute del Bambino Onlus di Trieste ha stilato utili linee guida per i genitori di bimbi e ragazzi da zero a 14 anni. «È importante suscitare l’interesse dei bambini per altre attività e dimensioni della vita e delle relazioni: se fin da piccolo diamo al bimbo l’opportunità di conoscere e apprezzare altro, saprà usare le nuove tecnologie senza esserne sopraffatto», è il primo consiglio di Giorgio Tamburlini, pediatra e presidente del Centro.

I rischi che si corrono: il corpo

Uno dei principali pericoli per la salute dei bambini che usano troppo (e male) i dispositivi digitali è passare troppo tempo quasi completamente immobili e in posizioni scorrette. Questo riduce l’attività fisica, favorendo la comparsa di sovrappeso, obesità e delle malattie che a queste si associano (dalle patologie cardiovascolari al diabete), oltre a comportare problemi di postura.

GLI ALTRI 10 CONSIGLI CLICCANDO SUL LINK DEL CORRIERE

Come far mangiare le verdure ai bambini

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Laura Cuppini

DATA: 1 febbraio 2017

Strategie (più o meno assurde)
per far mangiare le verdure ai bambini

Molti genitori devono affrontare il rifiuto dei figli di fronte ai vegetali: c’è chi li nasconde dentro alimenti più graditi e chi minaccia terribili punizioni. Ma sono tutte strade destinate a fallire. Le uniche “armi” davvero efficaci sono in realtà le più semplici: coinvolgere i bambini nella preparazione del pasto, dare il buon esempio mangiando verdure in prima persona, ricordarsi che ognuno ha i suoi gusti ma anche che le abitudini alimentari si formano nei primi mesi di vita e dunque le scelte di mamma e papà sono decisive.

Bambini «corrotti» col denaro

C’è chi nasconde le verdure dentro bocconi di altro cibo, chi costringe i figli a restare seduti finché il piatto non è perfettamente pulito, chi minaccia punizioni o promette regali. Probabilmente ognuno di noi conosce genitori “disperati” per il rifiuto del pargolo a mangiare qualunque alimento di colore verde (o comunque di origine vegetale). Una teoria recente ha lanciato l’idea di aprire un conto corrente bancario in cui vengono versati dei soldi ogni volta che il piccolo mangia un piatto di spinaci o il minestrone. I benefici di questa “corruzione” si vedrebbero, secondo uno studio americano, per alcuni mesi anche dopo il termine dei versamenti sul conto. E l’obiettivo finale sarebbe quello di accompagnare il figlio, a suon di omaggi monetari, fino all’età in cui può rendersi conto da solo che mangiare sano è importante per stare bene (e dunque, in teoria, a quel punto lo farebbe anche senza incentivi). Un articolo sulla Cnn fa notare che qualunque corrispettivo, in denaro e non, è assolutamente lontano dal raggiungere lo scopo finale, che è - o dovrebbe essere - far sì che i bambini abbiano un buon rapporto con il cibo, soprattutto quello salutare. Con frasi come «se non mangi la verdura non avrai il dolce», si sottintende che mangiare i vegetali è una specie di “tortura” per arrivare al cibo davvero desiderabile, ovvero il dessert. E allora, che fare?

 

LE ALTRE Strategie (più o meno assurde) per far mangiare le verdure ai bambini  POTRETE LEGGERLE CLICCANDO SUL LINK (SOPRA) CHE VI PORTERà SUL SITO DEL CORRIRE

 

 

Suonare uno strumento da piccoli rende il cervello più reattivo

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Redazione Scuola

DATA: 11 gennaio 2017

Ricerca canadese: imparare la musica può avere effetti benefici sulle attività cerebrali, anche sul lungo periodo, e aiuta a reagire più in fretta ed essere più vigili

strumento aiuta cervello

Studiare la musica da bambini aiuta il cervello da anziani. Lo afferma uno studio dell’università di Montreal, pubblicato sulla rivista «Brain and Cognition». Le conclusioni di Simon Landry, coordinatore dello studio, e dei ricercatori che hanno lavorato con lui sono due: imparare a suonare uno strumento rende il cervello più reattivo e sensibile agli stimoli sensoriali; e può prevenire alcuni effetti dell’invecchiamento negli anziani, aiutandoli a reagire più in fretta ed essere più vigili.

 

I musicisti

I ricercatori hanno infatti dimostrato che i musicisti hanno tempi di reazione agli stimoli sensoriali più rapidi dei non musicisti. «Quando si invecchia, i tempi di reazione diventano più lenti. Sapere quindi che suonare uno strumento musicale li migliora può essere utile per gli anziani», commenta Landry.

 

La ricerca

Nella ricerca sono stati messi a confronto i tempi di reazione di 16 musicisti (che avevano iniziato a suonare uno strumento tra i 3 e 10 anni e avevano studiato musica almeno per 7 anni) e 19 non musicisti. Tutti erano seduti in una stanza silenziosa e ben illuminata, con una mano sul mouse di un computer e il dito indice dell’altra mano su una piccola scatola che vibrava a intermittenza. Il loro compito era cliccare sul mouse quando sentivano un suono da chi parlava di fronte a loro, se la scatola vibrava o se accadevano entrambe le cose. Ognuna di queste tre stimolazioni (audio, tattile e audio-tattile) è stata eseguita per 180 volte. «Abbiamo riscontrato tempi di reazione decisamente più veloci nei musicisti per tutti e tre i tipi di stimolazione - continua Landry - L’allenamento musicale a lungo termine riduce i tempi di reazione non musicali, tattili e multisensoriali». L’obiettivo dei ricercatori è capire come suonare uno strumento musicale influisca sui sensi in un modo non collegato alla musica.

Allarme bimbi in età prescolare: 4 ore al giorno davanti a uno schermo

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Emanuela Di Pasqua

DATA: 18 novembre 2016

L’addiction comincia presto e più è precoce più è difficile da gestire in futuro. Dati Ofcom: britannici sotto i 5 anni stanno una media di 71 minuti al giorno anche online

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L’ultimo censimento britannico targato Ofcom sul rapporto tra giovanissimi e strumenti digitali è un vero e proprio segnale d’allarme. Emerge infatti una generazione di bimbi under 5 che già così giovani trascorrono quattro ore giornaliere incollati davanti a uno schermo (sia esso della tv, del pc, del tablet o dell’iPad) e più di un’ora online. Che diventeranno poi 5 e 33 minuti nel segmento anagrafico dai 5 ai 15 anni, con conseguenti difficoltà crescenti da parte dei genitori ad arginare e limitare il fenomeno.  

Come educare i bambini ad adottare uno stile di vita sano

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Non dite loro di «pulire» il piatto

Dipendenza e tempo rubato ad altro

Gli esperti li chiamano già “addicted” poiché questi strumenti, benché spesso introdotti nelle loro vite a scopi educativi e ludici, creano dipendenza. Senza contare che questo eccesso di tempo impiegato online o con il device del cuore toglie tempo prezioso al gioco, all’aria aperta, ai rapporti sociali. Tutti discorsi già sentiti, ma sorretti da dati sempre più allarmanti. Solo in un anno infatti i minuti trascorsi in rete sono aumentati di 13 unità ed è sempre più numerosa la percentuale di bimbi in età pre-scolare che possiede già uno strumento tecnologico. A 3/4 anni più della metà dei piccoli censiti usa un tablet ed entro i 6 più della metà ne possiede uno. A 10 anni mediamente possiedono un cellulare e le conseguenze di questa precocità si fanno sentire su tutti i piani. L’obesità è una di queste, essendo direttamente collegata alla vita sedentaria e tecnologica. Ma c’è anche l’isolamento sociale, risultato di una tendenza crescente a sostituire i rapporti sociali con i contatti in rete, e la perdita graduale di empatia con le persone. E poi ci sono tutti i sintomi di una dipendenza, quali la passività, l’alienazione, l’incapacità di concentrarsi su un obiettivo.

Non solo in Cina

Gli internet assuefatti insomma non sono solo in Cina, dove quei 24 milioni di ragazzi dipendenti da Internet fanno discutere da tempo. Per disintossicarli il governo di Pechino, pioniere nel gestire questo tipo di problematiche, li spedisce in basi a struttura militare dove sperimentano la disciplina e imparano a gestire e controllare una droga che scolla dalla realtà, chiamata anche eroina digitale o, in mandarino, wangyin (dipendenza dalla Rete). Ma le notizie che arrivano da lontano sembrano sempre, appunto, lontane. Questi dati ci dimostrano invece che la direzione delle società occidentali è la stessa e che il problema sociale sta emergendo anche qui da noi in modo crescente. In nome dell’alfabetizzazione informatica i bambini vengono avvicinati alla tecnologia troppo presto e in modo poco curato, e soprattutto i device vanno a sostituire esperienze fondamentali e imprescindibili per la crescita. Bisogna sempre ricordare l’importanza dell’imprinting: il meccanismo diventa nel tempo quasi impossibile da riconvertire, tanto che 41 genitori su 100 non sanno come controllare il tempo dei figli davanti allo schermo quando si ritrovano con degli adolescenti. Il segreto è pensarci prima, perché dopo è veramente troppo tardi.

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I bambini non hanno (quasi) mai sete: ecco perché e come correre ai ripari

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Laura Cuppini

DATA: 22 novembre 2016

Secondo un’indagine di Gfk, solo un genitore su due si informa se il figlio ha bevuto nel corso della giornata e uno su tre non conosce il fabbisogno idrico nelle diverse età. Una guida della Società Italiana di Pediatria Preventiva e Sociale aiuta ad affrontare la questione nel modo migliore.

 

Ma quanto devono bere i bambini?

«Quanto hai bevuto oggi?»: la domanda è sulla bocca di molti genitori a fine giornata. Molti, ma non tutti: secondo un’indagine Gfk solo un papà/mamma su due (54%) si informa se il proprio bambino si è idratato a sufficienza. L’analisi è stata presentata a Roma in occasione del convegno «Bere bene per crescere bene» promosso da Federazione Mondiale Termalismo e Climatoterapia (Femtec) e Società Italiana di Pediatria Preventiva e Sociale (Sipps). «Una corretta idratazione può contribuire a prevenire molteplici patologie e a garantire il giusto sviluppo» sottolinea Umberto Solimene dell’Università di Milano, presidente Femtec. Ma solo il 37% dei genitori pensa che lo stimolo della sete sia un segnale di disidratazione che va prevenuto, visto che può portare a una riduzione delle prestazioni fisiche e mentali. Inoltre molti genitori non sanno che l’insufficiente assunzione di acqua da bambini è associata a un rischio maggiore di sviluppare obesità. «L’idratazione è fondamentale per una sana crescita e per lo sviluppo dei più piccoli; al contrario, un’idratazione inadeguata è associata al peggioramento dello stato di salute mentale, fisico ed emotivo» spiega Giuseppe Di Mauro, pediatra di famiglia e presidente Sipps.

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