Quanto devono dormire bambini e adolescenti? Ecco le nuove linee guida

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Paola Arosio

DATA: 16 giugno 2016

Quante ore dovrebbe dormire un bambino per crescere in salute? Dipende dall’età. A stabilire una sorta di «vademecum del sonno» sono gli esperti dell’American academy of sleep medicine, sulla base delle raccomandazioni emanate dall’Accademia americana di pediatria pubblicate sulJournal of clinical sleep medicine.

 «Bambini e adolescenti dormono troppo poco – stigmatizza Stuart Chan, coautore del documento – a scapito di un corretto sviluppo di memoria e apprendimento». Concorda il presidente della Federazione italiana medici pediatri Giampietro Chiamenti: «Molti bambini soffrono di problemi di sonno e dormire poco aumenta i rischi di obesità, diabete, depressione, autolesionismo». Ecco, età per età, quanto tempo devono trascorrere i bimbi tra le braccia di Morfeo per stare bene.


Da 6 a 12 anni

In età scolare sono raccomandate 9-12 ore di sonno al giorno. Con l’ingresso in prima elementare, anche i bambini con un sonno regolare possono avere qualche difficoltà ad addormentarsi. Tra le cause, l’ansia per il cambiamento, la preoccupazione per i nuovi compagni e insegnanti, il cambio di ritmi e di abitudini. Una fase transitoria, destinata a stabilizzarsi nel giro di pochi mesi. Importante, invece, che il bambino non abbia in camera tv, tablet, computer e che eviti di usare il letto per attività varie, come fare i compiti, parlare al telefono, ascoltare musica.

Tutti i vantaggi di mettere i figli a letto presto (intorno alle 20)

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Laura Cuppini

DATA: 13 luglio 2016

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Cena, eventualmente cartoni animati, lavaggio dei denti, un libro, nanna. Il rituale quotidiano serale di chi ha figli piccoli ha un copione (giustamente) rigido, che lascia poco spazio alla fantasia. Ma sull’orario di messa a letto dei bambini c’è grande varietà: trovi la mamma che si lamenta del fatto che il figlio/a non dorme prima di mezzanotte e quella che allo scoccare delle 20 può dedicarsi ad altro perché la prole dorme beatamente. Chi ha ragione? Premesso che ogni bambino è fatto a modo suo (e dunque anche la quantità di sonno necessaria può essere diversa), uno studio americano, del Penn State College of Medicine, pubblicato sulla rivista Jama Pediatrics, sottolinea i benefici dell’andare a letto presto fin da piccoli.

Il principale è legato alla salute futura dei bambini stessi: i bambini che hanno una buona routine sonno-veglia sono risultati più protetti dal rischio di sovrappeso a un anno di età, un aspetto fondamentale se si considera che chi accumula chili nei primi anni di vita ha molte più possibilità di essere obeso nel corso dell’esistenza e andare quindi incontro a diabete e disturbi cardiovascolari. Gli studiosi americani hanno preso in esame 250 bambini e le loro mamme, che hanno ricevuto visite periodiche da parte di un gruppo di ostetriche. Alcune mamme hanno ricevuto consigli sul sonno dei piccoli e sull’alimentazione, compreso l’invito a metterli a nanna presto e a non intervenire subito se piangevano nel corso della notte correndo ad allattarli. Ed ecco i risultati dello studio: i bambini di 9 mesi che andavano a letto intorno alle 20 dormivano un’ora e mezza più dei coetanei. E a un anno di vita le loro probabilità di essere sovrappeso risultavano dimezzate rispetto al resto del campione. «È importante stabilire buone abitudini di sonno sin dai primi anni di vita per motivi di salute, compresa la prevenzione dell’obesità, ma anche per il benessere emotivo della famiglia – spiega Ian Paul, primo autore della ricerca -. I neo genitori non pensano all’obesità: il nostro obiettivo è prevenirla senza dover parlare esplicitamente del peso del loro bambino». Senza contare il fatto che se i bambini vanno a letto presto, i genitori hanno qualche ora da dedicare a se stessi, e questo va senza dubbio a vantaggio di tutta la famiglia.

E pensare che, secondo una ricerca presentata da Assirem (Associazione scientifica italiana per la ricerca e l’educazione nella medicina del sonno), il 50% dei bambini dorme meno di quanto dovrebbe. Lo studio «Come dormono i bambini in Italia» ha preso in esame 365 bambine e altrettanti bambini di 8 anni, scoprendo appunto che la metà non riposa abbastanza (nella fascia 6/11 anni servono tra le 9 e le 12 ore di sonno). Se un bambino su tre (31,7%) non vorrebbe andare a dormire, il 9,6% ha difficoltà nell’addormentamento e di questi il 7,3% per la presenza di ansia, agitazione o per paura. Il 7,2% si sveglia durante la notte più di due volte, con difficoltà a riaddormentarsi nel 5,4% dei casi. Il sonno agitato risulta presente nel 26,7% dei casi. Nell’insieme, il sonno insufficiente o la scarsa qualità del riposo portano il 26,1% dei bambini a svegliarsi con difficoltà e il 15,2% a svegliarsi stanchi. Un altro rilevante fattore negativo è rappresentato dai disturbi respiratori: il 17% russa, il 9,7% non respira bene, il 4,6% ha apnee notturne.

«Le conseguenze si vedono a livello sia fisico che mentale – spiega il presidente di Assirem, Pierluigi Innocenti -, perché durante il sonno vengono prodotti degli ormoni, in particolare quello della crescita. Quindi se un bambino dorme meno, lo sviluppo ne risente. Il sonno ridotto può determinare conseguenze anche nella quotidianità, soprattutto nel rendimento scolastico, nella capacità di concentrazione, così come dal punto di vista comportamentale: i ragazzini che non dormono vanno incontro a uno stato di ipereccitabilità e spesso sono considerati “ragazzi difficili”, mentre semplicemente non riposano abbastanza. La deprivazione di sonno incide anche sull’alimentazione: i lavori degli ultimi anni ci dimostrano come, durante il sonno, viene prodotto un ormone che si chiama leptina, che regola il nostro senso di sazietà. Se dormiamo meno ne produciamo meno e siamo più predisposti ad avere una maggiore fame. La deprivazione di sonno comporta un maggior uso del cosiddetto ‘cibo spazzatura’, che tende a farci ingrassare. Oggi sta esplodendo il problema dell’obesità e le due cose sembrano molto correlate».

«Prima di tutto bisognerebbe cercare di anticipare l’orario di addormentamento non oltre le 22, poi parlare con il pediatra della possibilità che dietro i disturbi accusati dal bambino possa esserci un problema di sonno – conclude il professor Oliviero Bruni del Centro del Sonno, Dipartimento Psicologia Processi Sviluppo e Socializzazione dell’Università La Sapienza di Roma, nonché curatore dello studio -. È necessario avviare una campagna di informazione che sensibilizzi l’opinione pubblica, fermo restando che i bambini che presentano uno specifico disturbo del sonno dovrebbero essere visti da uno specialista».

 

 

 

 

Il cervello dei bambini è più sensibile alle radiazioni del Wi-Fi

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Redazione Salute Online

DATA: 14 gennaio 2015

Uno studio lancia l’allarme sull’uso dei tablet da parte dei più piccoli. In realtà l’argomento è controverso: le onde Wi-Fi hanno una potenza molto bassa

 

Il cervello dei bambini è più sensibile al Wi-Fi perché i loro tessuti assorbono più radiazioni di quelli degli adulti. Lo sostiene un rapporto, pubblicato sul Journal of Microscopy e Ultrastructure, che sta facendo il giro del mondo e suggerisce a mamme e papà di limitare l’esposizione della prole al Wi-Fi.

Lo studio

Lo studio sostiene che, siccome i crani dei bambini sono più sottili e la loro dimensione relativa è più piccola, sono più a rischio rispetto agli adulti quando esposti alle radiazioni come a qualsiasi altro agente cancerogeno. E le onde emesse dal Wi-Fi potrebbero provocare la degenerazione della guaina mielinica protettiva che circonda i neuroni cerebrali. Infine ricorda che le stesse case produttrici di computer portatili e tablet suggeriscono di non superare la distanza minima dal corpo di 20 cm e raccomanda alle donne incinte di non portare addosso, nei vestiti o in tasca, i telefoni cellulari.

Wi-Fi ha una potenza radio molto bassa

Il rapporto in realtà è controverso come lo è l’argomento dei danni causati dalle radiazioni emesse dal Wi-Fi, che sono quelle trasmesse da televisori, forni a microonde e telefoni cellulari. Per fare un paragone: l’intensità della radiazione Wi-Fi però è 100 mila volte inferiore a quella di un forno a microonde domestico. Queste radiazioni quindi aumentano sì la temperatura dei tessuti esposti, ma a livelli molto elevati di esposizione: la cosiddetta “interazione termica”. 
La britannica Health Protection Agency in particolare sta monitorando da tempo la sicurezza del Wi-Fi. Secondo gli ultimi dati i segnali radio emessi dai dispositivi hanno una potenza molto bassa: per esempio sedere vicino a un dispositivo Wi-Fi per un anno intero equivale a ricevere la stessa dose di onde radio di una chiamata di 20 minuti al telefonino.

I bambini a scuola? Ferrari guidate come Cinquecento

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Pietro Bordo

DATA: 8 aprile 2015

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Pubblichiamo la lettera che l’insegnante Pietro Bordo ha inviato al presidente del Consiglio, Matteo Renzi e che propone una riflessione sui mali della scuola primaria pubblica. Tra questi, il cosiddetto “sei politico” per i ragazzi – ovvero la “tradizione  culturale di matrice socialista e comunista che tende a ritenere i processi di selezione come meccanismi di esclusione sociale” – e l’assenza del criterio meritocratico tra gli insegnanti che “li spinge ad appiattirsi su ciò che fanno gli altri”.

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Egregio presidente Renzi,
ho insegnato per trentacinque anni nella scuola parificata e nella paritaria d’elite; quello in corso è il mio settimo anno nella scuola primaria pubblica.

Ho letto la sintesi dei suoi propositi di riforma della scuola primaria. Ho notato con vivo piacere che lei vuole dare importanza al merito.

Relativamente a questo argomento, mi sono accorto però che nessuno, neanche lei, mai parla esplicitamente e con riferimenti precisi di un macigno che zavorra la nostra scuola primaria ed impedisce i cambiamenti: la tradizione, la consuetudine, ormai diventata legge intoccabile.

Per quanto riguarda il merito degli alunni, la tradizione culturale di matrice socialista e comunista, fortemente egualitarista, che permea da sempre la nostra scuola, tende a ritenere i processi di selezione come meccanismi di esclusione sociale, sottolineando come chi gode di una situazione economica di privilegio sia fatalmente favorito a scuola rispetto a chi proviene da situazioni di svantaggio.

Come conseguenza di questo assunto gli insegnanti perseguono obiettivi minimi, facilmente raggiungibili da tutti. E pure a chi non vi arriva il “sei politico” è garantito, anche se la carenza dipende solo da scarso impegno. Così i bambini imparano con i fatti, nella loro prima importante esperienza in società, che anche se non si impegnano i risultati arrivano lo stesso, con le devastanti conseguenze facilmente immaginabili sulla loro mentalità, e quindi sul loro futuro di uomini e di cittadini.

Per quanto riguarda il merito degli insegnanti, chiunque entri nel gruppo docente di una scuola, sempre per la consuetudine, e poiché “tutti gli altri fanno così e non puoi farteli nemici”, si adegua ad avere una “programmazione di istituto”, con gli obiettivi minimi di cui sopra. Questo fatto non stimola gli insegnanti a dare il meglio di sé, ma li spinge ad appiattirsi su ciò che fanno gli altri.

Cinque anni fa una collega della scuola pubblica verso la fine dell’anno scolastico mi disse che in classe prima non potevo spiegare le moltiplicazioni, anche se avevo già svolto bene tutto il programma della scuola. Così quando uscivo dalla classe cancellavo con cura dalla lavagna ogni traccia della mia colpa!

Tenga inoltre presente che l’obiettivo principale di tanti dirigenti scolastici (lo so da tante colleghe precarie che hanno insegnato in tante scuole) è di non aver problemi con le famiglie e pertanto non vogliono differenze di preparazione fra le classi parallele della scuola (ad esempio fra tutte le prime), per non avere lamentele di genitori che vedessero che il figlio dei loro amici è molto più preparato del loro.

Ecco perché, a mio avviso, il merito vero degli alunni e dei docenti non emerge.

Molti bambini sono delle Ferrari, e vengono “guidate” come delle Cinquecento! Ed è un miracolo che alla fine del ciclo scolastico qualche Ferrari sia rimasta tale.

Basterebbe lasciar libero ogni gruppo docente di preparare una sua programmazione per ogni singola classe, in funzione delle capacità di quel gruppo, e di quelle dei docenti. Magari attingendo da indicazioni nazionali, proposte per vari livelli di approfondimento.

Poi ovviamente servirebbe una verifica nazionale per tutte le classi, o magari solo per le seconde e le quinte, per verificare il livello di preparazione raggiunto mediamente dagli alunni di ogni singola classe e quindi il merito degli insegnanti.

Sogno inoltre una scuola nella quale gli alunni possano spostarsi con continuità da una classe parallela all’altra, a metà o alla fine dell’anno scolastico, in funzione dei risultati conseguiti, al fine di stimolare sempre al massimo i migliori e di aiutare al massimo quelli più deboli, o non ancora abbastanza bravi.

Sogno una scuola dove gli alunni “con problemi” abbiano vere pari opportunità, non uguali, in funzione del loro livello di partenza.

Questo consentirebbe il miglioramento dei livelli di competenza di tutti gli alunni e realizzerebbe una reale integrazione di tutti i soggetti della comunità scolastica, non il livellamento verso il basso.

Ed i benefici per il nostro Paese sarebbero enormi.

Avendo già avuto modo di apprezzare la mia nuova dirigente, sono sicuro che questo mio piccolo contributo per migliorare la scuola non mi creerà dei problemi personali. La ringrazio per l’attenzione e le auguro un buon, proficuo lavoro.

Pietro Bordo

Dislessia, meno diagnosi e più bravi maestri

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Pietro Bordo

DATA: 3 novembre 2016


Pubblichiamo l’intervento dell’insegnante Pietro Bordo
che ripropone l’allarmesull’eccesso di diagnosi di dislessia e di terapia verso i bambini che hanno problemi di apprendimento a scuola.

Siamo all’interno di un dibattito che prosegue da tempo e che contrappone due schieramenti: chi solleva dubbi sulle troppe diagnosi (arrivate a sfiorare il 5% della popolazione scolastica) e chi ribadisce, invece, l’indiscutibile conquista della legge 170 del 2010 che, avendo dato un nome a questi disturbi, ha finalmente aiutato bambini e insegnanti.

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Questo in corso è il mio 44esimo anno di insegnamento nella scuola primaria (la scuola elementare; quattordici anni nella parificata, ventuno nella paritaria “d’elite” e otto nella pubblica), tutti a Roma. Con la mia esperienza vorrei evidenziare quello che è l’errore che, secondo me, oggi rischia di danneggiare tanti bambini.

Il mondo scolastico è ormai caratterizzato da un tecnicismo esasperato (DSA, BES,…), per il quale a volta invece che di bambini mi sembra di parlare di robotini, con i relativi software disciplinari e comportamentali.

Una ricerca nelle scuole romane pubblicata cinque anni fa mostrava, ad esempio, che il numero di bambini dislessici è sovrastimato. Ne consegue un spreco di risorse ma soprattutto, per il bambino. un’inutile medicalizzazione; anzi, a volte mi sono accorto che è un danno.

“È grave il problema dell’eccesso di diagnosi spesso errate”. Lo ha dichiarato il direttore dell’Istituto di Ortofonologia (IdO) di Roma, Federico Bianchi di Castelbianco, dopo un’indagine condotta qualche anno fa in numerose scuole materne ed elementari per individuare i bambini a rischio di Dsa. Dalla ricerca è emerso che nelle scuole materne ed elementari di Roma circa il 23% dei bambini viene erroneamente indicato a rischio di tali disturbi, ovvero con significative difficoltà nella lettura, scrittura e nel ragionamento matematico.In realtà secondo gli esperti in questa percentuale vi sono anche bambini con difficoltà di tipo minore, definibili come secondarie, o a basso rendimento scolastico, e non come Dsa. Una precisazione che abbassa la percentuale dei bambini a rischio al 4%.
«Segnalare come dislessici bambini che in realtà non lo sono comporta due gravi rischi», ha spiegato Federico Bianchi di Castelbianco. «Innanzitutto i bambini vengono dirottati su percorsi alternativi come portatori di una disabilità che non hanno, con oneri economici non sostenibili e totalmente inutili. Inoltre il loro problema non solo non verrà affrontato ma lascerà un vuoto di conoscenze che si ripercuoterà pesantemente sul loro curriculum scolastico».

La scuola, spiega Bianchi di Castelbianco, «può avere un ruolo fondamentale nell’evitare di inviare dagli specialisti bambini che non hanno davvero problemi di apprendimento. Per questo serve la formazione degli insegnanti. Anche per evitare che loro stessi vedano come soggetti a rischio bimbi che non lo sono».

Anche Daniela Lucangeli, presidente del Cnis, professore ordinario di psicologia dello sviluppo e dell’educazione dell’università di Padova, in un articolo pubblicato qualche anno fa su ‘Il Giornale di Vicenza’, non ha esitato a definire allarmante il notevole numero di diagnosi di disgrafia, dislessia e discalculia.  Parla di troppe diagnosi affrettate, troppe certificazioni Dsa (disturbi specifici dell’apprendimento). Dice che molto più spesso invece si tratta di bambini con difficoltà di apprendimento che possono migliorare, e di molto, semplicemente cambiando metodo di insegnamento.

E quante volte ho dovuto variare metodologia nei miei anni in cattedra: lo stesso modo di insegnare non può andare bene per tutti gli allievi. Purtroppo, generalmente, non si va ad indagare sui metodi didattici utilizzati dall’insegnante. Una delle cause di così tanti errori e difficoltà degli alunni è stata individuata da molti specialisti, ad esempio, nel Metodo Globale, ora utilizzato da molti maestri nella scuola elementare. E pochi parlano delle classi pollaio, che quindi vanno bene: è l’alunno che è affetto da “disturbi”.

Ricordiamoci che nel Manuale Statistico e Diagnostico, il testo utilizzato per le diagnosi delle malattie mentali, dove tra l’altro sono riportati anche i DSA, tutte le malattie mentali sono indicate come disturbi.

A mio avviso, bisognerenne  fare un passo indietro sulla legge 170/2010 sui Disturbi Specifici dell’Apprendimento se non si vuole creare un generazione di incapaci, insicuri, ignoranti e facilmente manovrabili, come ha scritto Frank Furedi, Professore di Sociologia: «Se l’attuale tendenza continua, presto ci sarà poca differenza tra una scuola e una clinica per malattie mentali… se consideriamo le sfide della vita come un’esperienza cui i bambini non possono far fronte, i ragazzi raccoglieranno il messaggio e le considereranno con terrore. Tuttavia, se la finiamo di giocare a fare il dottore ed il paziente e aiutiamo invece i bambini a sviluppare la loro forza attraverso l’insegnamento creativo, allora i piccoli inizieranno a tener testa alle situazioni… proteggere i bambini dalla pressione e dalle nuove esperienze rappresenta una mancanza di fiducia nel loro potenziale di sviluppo attraverso nuove sfide». (F. Furedi, The Express, 20 maggio 2004).

Qualche anno fa operavo in modalità di prevalenza oraria su una singola classe (avevo tutte le materie, escluse motoria, musica ed inglese). Durante un incontro di formazione di insegnanti della scuola primaria, ad un insigne neuropsichiatra, direttore di un istituto di Firenze, che aveva detto che in ogni classe c’è generalmente almeno un alunno affetto da dislessia, rivolsi questa domanda: “Perché  io non ho mai avuto alunni dislessici?”. La risposta, intellettualmente onesta, fu che in modalità di prevalenza un forte motivatore, professionalmente preparato, in grado di stabilire una relazione significativa con l’alunno, poteva portarlo, in sintonia e quindi in sinergia con i genitori, a superare le sue difficoltà non gravi senza altri interventi esterni.

So che se questo testo sarà pubblicato mi farò molti nemici. Ma non nella mia scuola dove per me e per tante bravissime colleghe, come per la mia Preside, che lo ripete ad ogni inizio di anno scolastico, al primo posto ci sono i bambini.

Pietro Bordo

Il dilemma dei compiti a casa

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Gianna Fregonara e Orsola Riva

DATA: 15 ottobre 2016

Gli Italiani studiano il triplo dei finlandesi ma vanno molto peggio nei
test Pisa.

I compiti servono ma nella giusta quantità e non ai bambini delle elementari

che fanno il tempo pieno. Ma soprattutto accentuano le differenze fra ricchi e poveri

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Le mamme di Varese che hanno mandato una petizione al sindaco per chiedere una scuola senza compiti sono solo l’ultimo caso. Impossibile star dietro al diluvio di appelli in rete di genitori affranti per il dopo lavoro pomeridiano dei propri figli. Sì, perché i compiti sono diventati un affare di famiglia: con i piccoli che, già stremati dal tempo pieno, implorano l’aiuto di mamma e papà, e loro, i grandi, che rientrando a casa alle sette di sera si ritrovano ostaggio delle divisioni a due cifre o delle invasioni doriche in Grecia nel XII secolo avanti Cristo. Una materia incandescente dove l’emotività rischia di prendere il sopravvento sulla ragione. Mentre di compiti bisognerebbe parlarne non per chiedere unilateralmente degli sconti, come quel babbo che non ha fatto fare quelli delle vacanze al figlio tredicenne perché «quest’estate gli ho insegnato a vivere» ma per cercare di valutarne i pro e i contro da un punto di vista pedagogico.

Prof e studenti: «I compiti in fondo fanno bene». Ma i genitori protestano: «Troppi»

Gli italiani, che sgobboni

L’obiezione più comune è che un problema ci dev’essere se i quindicenni italiani fanno il triplo – nove ore alla settimana - dei compiti dei ragazzi finlandesi dai quali vengono surclassati nei test Pisa: in Finlandia si studia a casa per una mezzoretta al giorno salvo negli ultimi due anni di superiori quando i compiti fanno parte del programma. Ma è pure vero che gli studenti più bravi al mondo, cioè i cinesi di Shanghai, sono anche i più sgobboni (17 ore alla settimana). E quindi? Quindi studiare serve ma in generale i risultati dei ragazzi dipendono molto più dalla qualità dell’offerta formativa e dalla preparazione dei docenti che della mole dei compiti. Un’ora in più chini sui libri vale in media 5 punti in più nei test di matematica, in Italia addirittura il triplo: 15 punti, il che vuol dire che con due ore di studio in più alla settimana si assiste a un miglioramento del rendimento scolastico equivalente a 9 mesi di lezione in classe. Tuttavia il beneficio dello studio a casa tende a diminuire – lo sostengono gli analisti dell’Ocse - se l’impegno giornaliero supera i 60 minuti: il massimo rendimento si ottiene con quattro ore alla settimana, poi comincia a calare. Oltre un certo limite di ore il miglioramento dovuto al lavoro pomeridiano diventa impercettibile.

L’Ocse: i compiti servono ma aumentano la forbice fra ricchi e poveri

Non va dimenticato infine che i compiti hanno una grande controindicazione nei sistemi scolastici: accentuano la diseguaglianza fra ricchi e poveri e dunque diventano discriminatori. Un argomento cavalcato con forza dal presidente francese François Hollande nei primi mesi all’Eliseo quando, richiamandosi a una vecchia normativa repubblicana, aveva proposto di vietare i compiti almeno alle elementari in nome dell’égalité. Fu anche uno dei suoi primi passi falsi visto che i francesi si ribellarono a quest’eventualità: giù le mani dai dévoirs à la maison – gli mandarono a dire soprattutto i giovani e laureati -: i compiti s’hanno da fare, ora e sempre. Soprattutto alle superiori : «Continuiamo ad alleggerire la scuola da ogni fatica – dice la scrittrice Paola Mastrocola, professoressa di liceo –. Ma la scuola esige studio e concentrazione, vorrei sapere che cosa diremmo di un atleta che si presenta ad una gara senza allenamento. La scuola è lo stesso, pretende allenamento quotidiano della mente».

La giusta distanza dei genitori

D’altra parte, mentre l’Ocse benedice i compiti nella misura in cui dovrebbero servire a promuovere l’autonomia dei ragazzi, la loro capacità di organizzare il tempo e mettere a punto un metodo di studio individuale, oggi purtroppo i genitori tendono a sostituirsi ai figli. Non solo in Italia. Qualche mese fa ha suscitato scalpore una ricerca inglese da cui risultava che due genitori su tre aiutano i figli nei compiti mentre in un caso su sei addirittura li fanno al posto loro. Niente di più sbagliato. Come ha dimostrato una volta per tutte lo studio americano The broken compass (La bussola rotta: coinvolgimento parentale nell’educazione dei figli), i genitori che assillano i propri figli non li aiutano a migliorare le proprie performance, al contrario li danneggiano rendendoli più insicuri. Non che si debbano fare da parte, tutt’altro: ma quello che conta semmai è comunicare ai propri figli l’importanza dello studio e della scuola.

Elementari, medie e scuole superiori

Nella classifica stilata da John Hattie in “Visible Learning” (monumentale raccolta di oltre 50 mila ricerche che hanno coinvolto 80 milioni di studenti) su quali fattori hanno un maggior impatto nell’apprendimento dei ragazzi, gli “homeworks” stanno all’88esimo posto su 138 voci: ciò che più conta invece è quello che succede a scuola, la dinamica dei rapporti fra docente e studenti e degli studenti fra loro. E comunque ci sono compiti e compiti. “Lo studio – spiega Raffaele Mantegazza – docente di Pedagogia generale alla Bicocca di Milano – non può sostituire il lavoro in classe. Ha senso che un bambino delle elementari faccia le divisioni a casa? No, la didattica si fa a scuola. Se dopo 8 ore in classe, devi ancora studiare, vuol dire che il tempo pieno ha fallito il suo obiettivo”. Alle medie si può incominciare a dare pochi compiti mirati, ma per non più di un’ora al giorno. E anche alle superiori è assurdo caricarli come dei muli costringendoli magari ad abbandonare gli sport o lo studio di uno strumento musicale che fino a quel momento li aveva appassionati.

Ci sono compiti e compiti

“Ma soprattutto i compiti devono rappresentare un momento di riflessione, non di ripetizione meccanica. Ma lo sanno o no i professori che quando danno una versione di latino a casa, i ragazzi ci mettono meno di dieci minuti a procurarsi la traduzione in quella fogna che è Internet? Molto meglio allora proporre una riflessione sull’attualità di Tacito. Quando lui dice “Dove hanno fatto il deserto, ora lo chiamano pace” sta parlando anche della tragedia di Aleppo di questi ultimi mesi”. Esistono anche soluzioni più radicali, come per esempio il modello della “scuola capovolta” – flipped classroom – che, nato negli Stati Uniti, si è diffuso velocemente in Francia, soprattutto alle medie, e che anche da noi in Italia viene sperimentato ormai in poco meno di mille istituti. Le lezioni si seguono da casa, via pc o tablet, mentre i compiti si fanno in classe lavorando insieme, divisi per gruppi, con la supervisione del docente.

Giù le mani dall’autonomia didattica

Ma un conto sono le avanguardie didattiche che i professori decidono di sposare per libera scelta e con profonda convinzione, tutt’altro è appellarsi ai sindaci o al governo per vietare i compiti. Come ha ricordato anche il ministro Stefania Giannini: «Non si possono cancellare i compiti per legge. La libertà di insegnare è sacra». E comunque il conflitto permanente fra genitori e docenti non solo è un segno di debolezza da entrambe le parti ma alla fine non può che danneggiare i ragazzi. Il vero segreto della ricetta finlandese – se ce n’è uno – non sta nell’abolizione dei compiti – come banalizzando ha raccontato nel suo ultimo film Michael Moore – ma nel la centralità della figura docente, nel rispetto di cui maestri e professori godono in quella società. Come ha ricordato anche Papa Francesco, di fronte all’emergenza educativa di questi giorni, non è immaginabile altra via d’uscita che un nuovo patto scuola-famiglia. Con o senza i compiti.