Lo sport in adolescenza è il primo fattore protettivo per la salute di corpo e mente

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Chiara Bidoli

DATA: 19 settembre 2025

Praticare un’attività regolarmente, soprattutto se in team, migliora l’autostima e la capacità di relazionarsi con gli altri. Il rischio per i giovani è che il risultato e la perfomance rappresentino stimoli distruttivi e non benefici

Correre, saltare, giocare all’aria aperta sin dalla prima infanzia e poi praticare uno sport sono, insieme a una sana ed equilibrata alimentazione, i pilastri della salute a breve e a lungo termine. Secondo le linee guida dell’Oms (Organizzazione mondiale della sanità) fra i 3 e i 17 anni si dovrebbe praticare un’attività fisica quotidiana di intensità moderata-vigorosa per almeno un’ora al giorno. Il che significa, per i più piccoli gioco libero, che allenare naturalmente la coordinazione dei movimenti, e per i più grandi, scegliere un’attività sportiva che abbia effetti benefici non solo sulla salute fisica, ma anche mentale. In particolare, in pre-adolescenza e adolescenza, praticare uno sport, specie se di squadra, permette di aumentare l’autostima, di migliorare la gestione dei rapporti con i coetanei e ha impatti positivi sulla qualità del sonno, oltre a tenere lontane cattive abitudini come fumo e alcol.

Praticare sport in adolescenza può proteggere da dipendenze e isolamento ma, perché abbia un impatto significativo, dev’essere iniziato «prima»: è soprattutto nell’infanzia che si adottano abitudini che poi si consolideranno negli anni, ed è in questa fase della vita che si orientano le traiettorie di salute di una persona. Se guardiamo alla situazione in Italia i dati, però, non sono confortanti: il nostro Paese è tra i primi per obesità infantile (17%) e sovrappeso nei bambini fra i 7 e i 9 anni (39%) (fonte European health report 2024, Oms). Tra questi ultimi il 70% trascorre almeno due ore al giorno davanti a uno schermo, a scapito di un’attività motoria, percentuale che tende ad aumentare con l’età, soprattutto tra i soggetti più svantaggiati a livello socioeconomico.

Gioco di squadra contro ansia e frustrazioni

Praticare regolarmente un’attività fisica è fonte di benessere, e questo gli italiani sembrano averlo ben compreso. Negli ultimi 30 anni è in aumento la pratica sportiva continuativa che, per quasi metà del campione interpellato, corrisponde ad almeno un allenamento a settimana. Una consapevolezza che però sembra non appartenere agli adolescenti: il cosiddetto dropout sportivo riguarda soprattutto loro, ed è in aumento. Quali sono le ragioni per cui i ragazzi abbandonano lo sport, che nella fase di passaggio dall’infanzia all’età adulta può essere un’esperienza formativa? Rispondono al Corriere Ilaria Polenghi, specialista in Psicologia Clinica dell’Università Vita-Salute San Raffaele e Stefano Faletti, formatore nazionale del Csi (Centro Sportivo Italiano).

«Lo sport di squadra è un buon alleato nel periodo delicato dell’adolescenza perché promotore di benessere e salute ed è uno dei fattori protettivi per eccellenza rispetto ad alcune psicopatologie: aiuta a gestire ansia, rabbia e le fatiche tipiche di questa fase della crescita — spiega la psicologa —. In alcuni casi, però, può essere anche un fattore di rischio, specie in quelle situazioni in cui la comunicazione è poco sana, molto giudicante, in contesti estremamente performanti nei quali può anche diventare il fattore scatenante di alcune fragilità. Per questo è prioritario costruire una buona rete intorno ai ragazzi così da aiutarli nella regolazione delle emozioni».

Educatori prima di tutto

Al centro della rete di sostegno ci sono gli allenatori che hanno bisogno di strategie nuove per essere efficaci con i giovani di oggi.
«Il ruolo degli educatori sportivi è cambiato molto negli ultimi anni soprattutto perché dietro ai ragazzi, spesso, non ci sono più le famiglie e c’è una povertà di valori condivisi — spiega il formatore sportivo—. Fino a qualche anno fa quando si riprendeva un giocatore perché svogliato, la sgridata o la punizione serviva per stimolarlo a fare meglio. Oggi di fronte a un commento negativo è facile che il ragazzo preferisca cambiare o abbandonare».

Perché i giovani oggi di fronte alle difficoltà tendono a bloccarsi e scelgono di non mettersi alla prova?
«L’idea che mi sono fatto è che valori come spirito di sacrificio, solidarietà e propensione alla collaborazione stiano venendo meno e abbiano lasciato maggiore spazio a egocentrismo, egoismo e a una conclamata incapacità di rapportarsi con gli altri. Basta guardarli quando affrontano le sfide con i videogiochi. Lo fanno preferendo i livelli più bassi dove risultano sempre vincitori. Non c’è da stupirsi, quindi, se poi non riescono ad affrontare la frustrazione di un fallimento reale», continua l’esperto.

In adolescenza il livello sportivo si alza, spesso, a scapito del divertimento. «Con la crescita dei ragazzi ci si dimentica che, oltre alle prestazioni e agli obiettivi da raggiungere, conta in egual modo l’aspetto ludico — sottolinea Ilaria Polenghi —. E questo vale anche per i professionisti. Che significa prevedere degli attimi di relax intorno al momento della partita. Ne è un esempio Sinner che, prima di entrare in campo, è solito giocare a palla con il suo staff. La parte ludica è fondamentale perché è quella che tiene “agganciati” i ragazzi al contesto sportivo e permette di affrontare il match con la giusta serenità. Anche ai genitori va ricordato che ai giovani, oltre agli allenamenti, serve vivere dei momenti più leggeri, in grado di allentare la tensione e mantenere alta la motivazione».

 

La gestione della rabbia

Come gestire la frustrazione sul campo che, talvolta, si trasforma in rabbia?
«In presenza di un discontrollo emotivo di un giocatore che compie un’azione “eccessiva” durante il gioco è necessario che intervenga non solo lo staff sportivo, che dovrebbe avere gli strumenti corretti per gestire questo genere di episodi. Le cose funzionano di più quando riesce il gioco di squadra, non solo tra giocatori, ma tra allenatori, staff e genitori. Il ragazzo che ha sbagliato, o che ha subito un’azione violenta da parte di un avversario, può essere accompagnato, sia singolarmente che con il gruppo, nella rielaborazione dell’esperienza negativa vissuta. Allenatori e preparatori valuteranno che cosa è più efficace fare a livello educativo e in alcuni casi può essere necessario ricorrere a uno specialista, soprattutto se il livello di frustrazione rimane alto nel tempo. Non sempre, però, viene valutata questa possibilità. Si ricorre facilmente a un fisioterapista per un problema muscolare, mentre, molto meno, ci si rivolge a uno psicologo sportivo se il problema è di natura mentale», continua l’esperta.

Livelli di performance

Dietro all’aggressività in campo, in molti casi, c’è la fragilità di chi non ha gli strumenti per affrontare le difficoltà e regolare le emozioni. «Ci troviamo di fronte, sempre più spesso, a “genitori spazzaneve” che cercano di liberare la strada del figlio dai problemi o sofferenze, ma questo non li allena ad affrontare i problemi della vita — spiega Faletti —. Ed è così che la fragilità può diventare rabbia, violenza, arroganza. Di fronte a un ostacolo i ragazzi di oggi rispondono malamente oppure si arrendono. In alcuni casi arrivano a cambiare squadra perché si sentono incompresi, ma nella maggior parte dei casi sono destinati a non trovare mai una realtà in linea con le loro, false, aspettative. E poi c’è il tema del ruolo. All’interno di una squadra, quello da “primo attore” è per pochi, ma non tutti accettano di essere al servizio del gruppo. In questi casi molti ragazzi anziché prendere ispirazione dai migliori, preferiscono rimuginare sulla loro condizione dando la colpa alla sorte o agli allenatori, per poi scegliere di cambiare squadra o abbandonare lo sport».

Ansia da prestazione

La «generazione ansiosa» descritta nel libro omonimo dallo psicologo statunitense Jonathan Haidt affronta con difficoltà le sfide, anche nell’ambito sportivo. Come aiutarla? «Per prima cosa occorre evitare di minimizzare le emozioni e il vissuto che sta provando il ragazzo ma, piuttosto, usare frasi empatiche come, per esempio, “dev’essere una sfida per te affrontare questa gara”, “è normale sentirsi così, ti capisco”, l’approccio dev’essere sempre positivo. Al posto di “calmati” si può dire “respira”, incoraggiando il ragazzo a visualizzare un ricordo positivo, una situazione in cui si è sentito bene, non necessariamente una vittoria, così che possa riprendere consapevolezza del proprio corpo e rilassarsi», consiglia la psicologa. E poi ci sono gli allenatori che devono, per primi, accettare gli errori dei loro atleti.

«Senza errori non si impara, ma se l’errore è vissuto solo come fallimento il ragazzo non può apprendere e questo genera ansia. Per insegnare a rialzarsi di fronte a una delusione andrebbe insegnato che cos’è “la vittoria”, che non è necessariamente, o solo, vincere la partita ma, come per i maratoneti, dare il proprio massimo e migliorare rispetto al proprio record personale, alle proprie capacità», sottolinea il formatore. Prima di ricominciare l’anno sportivo è importante che i genitori si interroghino su ciò che serve davvero ai figli. «Non tutti i giovani si sentono a proprio agio nell’agonismo e possono gestire serenamente prove ad alta intensità. Per questo è importante osservare il ragazzo che abbiamo davanti e pensare al suo benessere, assecondando le sue inclinazioni naturali. Il successo sportivo non è mai più importante del benessere psicologico, anche perché se il benessere psicologico viene meno, il successo sportivo non arriva o non dura. Non è il risultato sportivo a determinare il valore di un’atleta», conclude la Polenghi.

Consigli per gli allenatori

Un buon allenatore deve aiutare il ragazzo a individuare gli obiettivi, mantenendo un atteggiamento positivo. Un portiere, per esempio, dovrà concentrarsi sul parare un rigore, non sulla possibilità che l’attaccante sbagli. E poi bisogna aiutare i ragazzi a dare attenzione al momento, senza pensare al domani: la troppa frenesia porta a bruciare le tappe. Il miglioramento sportivo, è provato, avviene alternando lavoro e riposo ed è proprio il recupero che determina l’obiettivo. A livello mentale ci sono momenti in cui bisogna spingere e altri in cui è necessario staccare la spina. L’allenatore deve capire quando accelerare e quando consolidare ciò che si è appreso. E poi è necessario che ciascuno, compresi i genitori, accetti il suo ruolo senza invadere altri campi ma facendo sempre un gioco di squadra», spiega Stefano Faletti, formatore nazionale CSI.

Consigli per i genitori

«Il punto di vista dei genitori dev’essere sempre e solo fuori dal campo, che significa osservare quello che succede senza mai intervenire da un punto di vista tecnico. I genitori dovrebbero fare il tifo per i propri figli, osservare ed ascoltare. Valutare, in base alla situazione, se intervenire con un supporto attivo (fornendo consigli) o più improntato all’autonomia. I ragazzi hanno bisogno di tempo per elaborare un’esperienza per loro importante, devono avere un margine di autonomia in cui sperimentare delusioni e fallimenti. Solo quando sono in grado di tradurre le loro emozioni in parola possono essere guidati in una riflessione che li aiuti ad aumentare la consapevolezza di ciò che hanno vissuto. Può, invece, essere utile condividere i propri insuccessi con i figli. Uno dei modi migliori per trasmettere un “modello di resilienza” che li aiuti a capire che fa tutto parte del percorso di crescita», spiega Ilaria Polenghi psicologa, Univ. Vita-Salute San Raffaele.

Il ruolo di endorfine, serotonina e dopamina

Praticare uno sport o fare attività fisica regolarmente durante il periodo di crescita, in cui avvengono tanti cambiamenti fisici e psichici, ha un ruolo importante anche per lo sviluppo del cervello. «Da un punto di vista neurobiologico muoversi stimola il rilascio di endorfine, della serotonina e della dopamina, che sono neurotrasmettitori legati al benessere, alla regolazione dell’umore, alla parte cerebrale che attiva “la motivazione” che guida le nostre azioni — spiega la psicologa Ilaria Polenghi —. Tra gli effetti dello sport c’è anche la riduzione dell’ansia e dello stress tantoché muoversi ha un effetto ansiolitico, particolarmente utile per supportare le fragilità, in aumento, delle nuove generazioni. L’attività sportiva consente a corpo, mente ed emozioni di agire insieme e permette di vivere nel presente, nel mondo reale dell’offline, in cui poter rimanere concentrati sul “qui e ora” senza dover pensare al domani che, come sappiamo, è motivo di stress e incertezze per l’intera società, ma soprattutto per i più giovani.

«A questo si aggiunge il valore che un’attività sportiva dà a livello relazionale e identitario. Lo sport offre uno spazio in cui i ragazzi possono mettersi alla prova, affrontare le proprie insicurezze, sviluppare capacità come resilienza, gestione della frustrazione, disciplina. Se poi si pratica un’attività di squadra, è lo spazio ideale per imparare a comunicare, a collaborare, a rispettare il proprio ruolo e quello degli altri, così come è un’esperienza che obbliga ad accettare regole e decisioni che poi tornano utili dentro e fuori dal campo di gioco. Perché si possa beneficiare degli effetti dello sport ha un ruolo cruciale l’allenatore che deve vedere il singolo anche nel gruppo e tenere presente che ognuno ha le sue sensibilità. Alcuni ragazzi hanno bisogno di toni più decisi, con altri è più efficace ritagliare un momento dedicato per confidarsi e commentare il da farsi, ma a bassa voce. In generale contano soprattutto i gesti, che non devono mai essere aggressivi, giudicanti e poco empatici».

Le sfide del Centro Sportivo Italiano

«Oggi più che mai, il CSI è chiamato ad affrontare sfide cruciali, prima fra tutte quella del contrasto alla sedentarietà, fenomeno in crescita, anche tra i più giovani, nonostante una maggiore consapevolezza sugli stili di vita sani. Con circa 14 mila società attive in tutta Italia, il Centro Sportivo Italiano apre ogni giorno le porte a tutti, indipendentemente da abilità, provenienza o condizione sociale: questo impegno per un’inclusione concreta nasce dalla nostra visione dello sport come strumento di giustizia sociale. Ma perché questi obiettivi possano essere raggiunti, occorre prima di tutto difendere la tenuta dei valori sportivi autentici: rispetto, gioco di squadra e lealtà. Restituire ai bambini e ai ragazzi il diritto di giocare, crescere e divertirsi attraverso la pratica sportiva significa promuovere il loro benessere fisico e psicologico e, allo stesso tempo, difendere il futuro dello sport stesso», ha dichiarato Vittorio Bosio, presidente nazionale del CSI.

13 settembre 2025

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Intelligenza emotiva

AUTORE: Pietro Bordo

DATA: 1 settembre 1998, ma attualissimo

 

 

Probabilmente sarà capitato anche ad ognuno di voi di trovarvi in situazioni emotivamente forti e di esservi detti: "Non riesco a pensare". Ed immagino che in molte altre situazioni di leggera alterazione emotiva vi sarà capitato di aver avuto difficoltà a concentrarvi, o ad essere totalmente razionali; per, magari, poi pentirvi… di esservi lasciati andare, con tutte le conseguenze negative che avreste volentieri evitate.

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Sono esperienze comuni a tutti gli uomini e negli ultimi trent'anni alcune università degli USA ne hanno fatto oggetto di studi scientifici seri ed approfonditi. E questi studi hanno dimostrato come l'incapacità di riconoscere e controllare le alterazioni emotive sia un fattore negativo determinante nella vita delle persone. Ciò riguarda soprattutto i bambini, sia nel momento dello studio che in quelli del gioco e delle altre relazioni sociali e famigliari.

Le emozioni hanno un ruolo importante ai fini della razionalità.

Nel complesso rapporto fra sentimento e pensiero, la facoltà emozionale guida le nostre decisioni momento per momento, in stretta collaborazione con la mente razionale, consentendo il pensiero logico o rendendolo impossibile. Allo stesso modo, il cervello razionale ha un ruolo dominante sulle nostre emozioni, con la sola eccezione di quei momenti in cui le emozioni eludono il controllo e prendono, per così dire, il sopravvento, di prepotenza.

In un certo senso, abbiamo due cervelli, due menti; e due diversi tipi di intelligenza: quella razionale e quella emotiva. Il nostro modo di comportarci nella vita è determinato da entrambe: non dipende solo dal quoziente di intelligenza, ma anche dall'intelligenza emotiva, in assenza della quale l'intelletto non può funzionare al meglio.

Ecco perché ho studiato molto per realizzare un programma che insegni ai bambini quella che sopra ho chiamato intelligenza emotiva, un termine che include l'autocontrollo, l'entusiasmo e la perseveranza, nonché la capacità di automotivarsi. Così essi saranno messi nella condizione per far fruttare qualunque talento intellettuale la genetica abbia dato loro.

Ci sono prove crescenti del fatto che nella vita atteggiamenti fondamentalmente morali derivino anche dalle capacità emozionali elementari. Chi è alla mercé dell'impulso, chi manca di autocontrollo, è affetto da una carenza morale: la capacità di controllare gli impulsi è alla base della volontà e del carattere. Per lo stesso motivo l'altruismo non può prescindere dall'empatia, ossia dalla capacità di leggere le emozioni negli altri. Senza la percezione delle esigenze o della disperazione altrui non può esserci preoccupazione per loro.

Attualmente l'educazione emozionale è lasciata al caso, con risultati spesso disastrosi. Mentre, come ho già detto, l'emozione può rivelarsi un motore potente, capace di dare maggiore efficacia ai nostri sforzi, ad esempio nel trovare la motivazione per insistere e provare -provare ancora- nonostante gli insuccessi o nonostante la cosa non sia gradevole.

Oggi tanti bambini -ed adulti- sono affetti da dissemia, l'incapacità di comprendere i messaggi non verbali, senza che essa venga diagnosticata e quindi curata. E questo li danneggia molto, poiché raramente le emozioni dell'individuo vengono verbalizzate; molto più spesso esse sono espresse attraverso altri segni. La chiave per comprendere i sentimenti altrui sta nella capacità di leggere i messaggi che viaggiano su canali di comunicazione non verbale: il tono di voce, i gesti, l'espressione del volto e simili. Naturalmente con la dissemia non può esservi l'empatia. E questo, è dimostrato, danneggia il rendimento scolastico e le relazioni sociali.

L'empatia si sviluppa sin dai primi giorni di vita di un bambino e dipende soprattutto dal modo in cui i genitori riprendono i figli e dalla "sintonia" fra di loro (bambino-genitori). E una situazione negativa in tal senso si può riparare, a casa ed a scuola.

In aula, se l'insegnante sa stabilire un rapporto di sincronia fra lui e l'alunno, che poi vuol dire una coordinazione degli stati d'animo, versione adulta della importantissima sintonizzazione della madre con il neonato, può migliorare di molto i risultati del suo lavoro. Pertanto noi insegnanti non possiamo più disinteressarci dell'analfabetismo emozionale.

Quante crisi adolescenziali sono determinate anche dall'incapacità di individuare i sentimenti dolorosi e di controllarli, senza cadere nei disturbi alimentari (anoressia e bulimia). Quanti matrimoni vanno a rotoli anche per mancanza di intelligenza emotiva. Ad esempio per la mancanza della capacità di tenere a freno i propri sentimenti negativi o di saper ascoltare l'altro; oltre, soprattutto, opinione personale, alla scarsa percezione della sacralità della relazione e quindi alla mancanza di vero amore e di rispetto. Quante relazioni interpersonali non si sviluppano adeguatamente, o si interrompono bruscamente, o non si realizzano affatto, per analfabetismo emozionale.

Già in passato, senza un progetto organico razionale e conoscenze specifiche approfondite sull'argomento, ho realizzato attività che, me ne rendo conto ora, aiutano lo sviluppo dell'intelligenza emotiva. Ad esempio, il "gioco delle offese", durante il quale un alunno alla volta si mette in piedi davanti ai compagni per mostrare la sua capacità di autocontrollo davanti agli insulti che a turno i compagni gli proferiscono. Oppure l'invitare i due bambini che hanno appena litigato a dire davanti a tutti i compagni se in quel momento provano sensazioni di felicità; e a valutare se hanno agito correttamente per prevenire la lite, che ha portato loro tante spiacevoli conseguenze.

Ma non bastano queste iniziative: serve un corso organico, razionale e ben preparato, da svolgere in ambito scolastico, durante le normali ore di lezione. E del quale sarà parte integrante il ricordare ai genitori che debbono curare la loro intelligenza emotiva, se vogliono dare ai propri figli sin dalla nascita una eccezionale gamma di benefici e vantaggi che interessa tutto lo spettro dell'intelligenza emotiva e si spinge ad interessare tutte le componenti della vita.

Lo ripeto: dati sempre più numerosi dimostrano che il successo scolastico e la successiva vita da adulto dipendono in misura sorprendente dalle caratteristiche emotive formatesi negli anni precedenti all'ingresso del bambino nella scuola e che si può rimediare ad eventuali problemi affrontandoli razionalmente, sia a casa che a scuola, con le competenze necessarie.

Lezioni di intelligenza emotiva si svolgono da parecchi anni in scuole degli USA. Ed esse si fondono con materie quali letteratura, scrittura, scienze, studi sociali, religione. I programmi di arte ed immagine della scuola elementare italiana prevedono esplicitamente lo sviluppo di alcune capacità che costituiscono parte, seppur piccola, del bagaglio di competenze emotive indispensabili per ogni essere umano.

Per risultare più efficaci gli insegnamenti emozionali devono essere legati allo sviluppo del bambino e vanno ripetuti in diverse età in modi adatti alle mutevoli capacità di comprensione del ragazzo e alle nuove sfide che deve affrontare, anche perché allora il cervello li accoglie come percorsi consolidati, come abitudini neurali a cui ricorrere in momenti di costrizione, di frustrazione e di sofferenza.

Il programma funziona al meglio, come già accennato, quando le lezioni a scuola sono coordinate con quello che avviene a casa.

Il programma di alfabetizzazione emozionale dovrebbe comprendere quindi anche corsi speciali per i genitori, per insegnare loro ciò che i figli stanno imparando a scuola. E lo scopo non è soltanto quello di consentire ai papà ed alle mamme di integrare ciò che viene impartito ai ragazzi in aula, ma anche quello di aiutare coloro i quali sentono il bisogno di rapportarsi in maniera più efficace con la vita emotiva dei figli. In tal modo i ragazzi ricevono messaggi coerenti di competenza emozionale in ogni ambito della loro vita.

Queste linee parallele di rafforzamento delle lezioni emozionali -non solo in classe, ma anche sul campo di gioco; non solo a scuola, ma anche a casa- danno risultati ottimali. Si aumenta la probabilità che ciò che i ragazzi imparano nei corsi di alfabetizzazione emozionale non rimanga una semplice esperienza scolastica, ma venga messo alla prova, praticato e affinato nelle sfide reali della vita. E tutto ciò è ormai dimostrato.

Quelli che seguono sono gli obiettivi principali del curriculum della "scienza del sé", il programma per lo sviluppo dell'intelligenza emotiva. Dei tredici obiettivi fondamentali qui ne ho sviluppati, ed in parte, soltanto due.

1-Essere autoconsapevoli: osservare se stessi e riconoscere i propri sentimenti; costruire un vocabolario per i sentimenti; conoscere il rapporto tra pensieri, sentimenti e reazioni (migliorare quindi la capacità di comprendere le cause dei sentimenti e di riconoscere la differenza fra sentimenti ed azioni).

2-Decidere  personalmente: ...

3-Controllare i sentimenti: ...

4-Controllare lo stress: ...

5-Essere empatici: ...

6-Comunicare: ...

7-Essere aperti: ...

8-Essere perspicaci: identificare modelli tipici nella propria vita emotiva e nelle proprie reazioni, valutarli e imparare a migliorarli; riconoscere modelli simili negli altri e valutare quindi conseguentemente i loro comportamenti; migliorare la capacità di assumere il loro punto di vista; migliorare l'empatia e la sensibilità verso i sentimenti degli altri; migliorare la capacità di ascoltarli; aiutarli a migliorarsi, con tatto e delicatezza.

9-Autoaccettarsi: ...

10-Essere personalmente responsabili: ...

11-Essere sicuri di sé: ...

12-Saper entrare nella dinamica di gruppo: ...

13-Saper risolvere i conflitti: ...­

C'è una parola tradizionale per designare quell'insieme di abilità che sono rappresentate dall'intelligenza emotiva: il carattere.

Il carattere, scrive Amitrai Etzioni, teorico sociale della George Washington University, è il "muscolo psicologico richiesto dalla condotta morale". Possiamo sicuramente dire che l'educazione morale diventa molto efficace quando le lezioni vengono impartite non astrattamente, ma in presenza di accadimenti reali: è questo il modo dell'alfabetizzazione emozionale. E l'intelligenza emotiva rafforza il carattere.

La base del carattere è la disciplina; la vita virtuosa si basa sull'autocontrollo, come i filosofi, a partire da Aristotele, hanno sempre osservato. E l'intelligenza emotiva rafforza l'autocontrollo.

Un altro capisaldo del carattere è la capacità di motivare e guidare se stessi in ogni azione, dal fare i compiti, al portare a termine un lavoro, all'alzarsi dal letto al mattino. E l'intelligenza emotiva rafforza la capacità di automotivarsi.

Quella che fino ad oggi è chiamata volontà è un'altra serie di abilità emozionali elementari: la capacità di rinviare la gratificazione, di controllare ed incanalare i propri impulsi ad agire.

Abbiamo bisogno di saper controllare noi stessi, i nostri appetiti e le nostre passioni, per comportarci giustamente verso gli altri, oltre al riconoscerli come nostri fratelli. E l'intelligenza emotiva aiuta molto verso questi obiettivi.

La capacità di accantonare gli impulsi egoistici presenta benefici sociali: apre la strada all'empatia, all'ascolto degli altri, all'assunzione della prospettiva altrui. E l'empatia aiuta ad andare verso la benevolenza, l'altruismo, la compassione. Veder le cose dal punto di vista altrui infrange gli stereotipi ed i pregiudizi e alimenta perciò la tolleranza e l'accettazione delle differenze.

La scuola, insieme alla famiglia, può svolgere un ruolo importante nella maturazione del carattere, inculcando la disciplina e l'empatia, che a loro volta consentono un sincero impegno in difesa dei valori morali e civili.

A questo scopo non basta tenere ai ragazzi lezioni sui valori: hanno bisogno di metterle in pratica, e ciò avviene solo quando riescono a costruire le abilità emozionali e sociali essenziali.

In questo senso, l'alfabetizzazione emozionale va di pari passo con la formazione del carattere, con l'educazione alla crescita morale e con l'educazione civica, obiettivi che la nostra scuola dovrebbe perseguire con determinazione, con uno strumento a mio avviso fondamentale, come il pollice per la mano di un uomo: l'intelligenza emotiva.

Naturalmente non ho la presunzione di pensare di poter rapidamente risolvere tutti i problemi degli alunni, ma di aiutarli sul serio sì; ovviamente con la collaborazione dei genitori e con l'aiuto di uno psicologo. Anche perché mi son reso conto che empiricamente, episodicamente, sto lavorando da molti anni nella giusta direzione.

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