Il dilemma dei compiti a casa

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Gianna Fregonara e Orsola Riva

DATA: 15 ottobre 2016

Gli Italiani studiano il triplo dei finlandesi ma vanno molto peggio nei
test Pisa.

I compiti servono ma nella giusta quantità e non ai bambini delle elementari

che fanno il tempo pieno. Ma soprattutto accentuano le differenze fra ricchi e poveri

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Le mamme di Varese che hanno mandato una petizione al sindaco per chiedere una scuola senza compiti sono solo l’ultimo caso. Impossibile star dietro al diluvio di appelli in rete di genitori affranti per il dopo lavoro pomeridiano dei propri figli. Sì, perché i compiti sono diventati un affare di famiglia: con i piccoli che, già stremati dal tempo pieno, implorano l’aiuto di mamma e papà, e loro, i grandi, che rientrando a casa alle sette di sera si ritrovano ostaggio delle divisioni a due cifre o delle invasioni doriche in Grecia nel XII secolo avanti Cristo. Una materia incandescente dove l’emotività rischia di prendere il sopravvento sulla ragione. Mentre di compiti bisognerebbe parlarne non per chiedere unilateralmente degli sconti, come quel babbo che non ha fatto fare quelli delle vacanze al figlio tredicenne perché «quest’estate gli ho insegnato a vivere» ma per cercare di valutarne i pro e i contro da un punto di vista pedagogico.

Prof e studenti: «I compiti in fondo fanno bene». Ma i genitori protestano: «Troppi»

Gli italiani, che sgobboni

L’obiezione più comune è che un problema ci dev’essere se i quindicenni italiani fanno il triplo – nove ore alla settimana - dei compiti dei ragazzi finlandesi dai quali vengono surclassati nei test Pisa: in Finlandia si studia a casa per una mezzoretta al giorno salvo negli ultimi due anni di superiori quando i compiti fanno parte del programma. Ma è pure vero che gli studenti più bravi al mondo, cioè i cinesi di Shanghai, sono anche i più sgobboni (17 ore alla settimana). E quindi? Quindi studiare serve ma in generale i risultati dei ragazzi dipendono molto più dalla qualità dell’offerta formativa e dalla preparazione dei docenti che della mole dei compiti. Un’ora in più chini sui libri vale in media 5 punti in più nei test di matematica, in Italia addirittura il triplo: 15 punti, il che vuol dire che con due ore di studio in più alla settimana si assiste a un miglioramento del rendimento scolastico equivalente a 9 mesi di lezione in classe. Tuttavia il beneficio dello studio a casa tende a diminuire – lo sostengono gli analisti dell’Ocse - se l’impegno giornaliero supera i 60 minuti: il massimo rendimento si ottiene con quattro ore alla settimana, poi comincia a calare. Oltre un certo limite di ore il miglioramento dovuto al lavoro pomeridiano diventa impercettibile.

L’Ocse: i compiti servono ma aumentano la forbice fra ricchi e poveri

Non va dimenticato infine che i compiti hanno una grande controindicazione nei sistemi scolastici: accentuano la diseguaglianza fra ricchi e poveri e dunque diventano discriminatori. Un argomento cavalcato con forza dal presidente francese François Hollande nei primi mesi all’Eliseo quando, richiamandosi a una vecchia normativa repubblicana, aveva proposto di vietare i compiti almeno alle elementari in nome dell’égalité. Fu anche uno dei suoi primi passi falsi visto che i francesi si ribellarono a quest’eventualità: giù le mani dai dévoirs à la maison – gli mandarono a dire soprattutto i giovani e laureati -: i compiti s’hanno da fare, ora e sempre. Soprattutto alle superiori : «Continuiamo ad alleggerire la scuola da ogni fatica – dice la scrittrice Paola Mastrocola, professoressa di liceo –. Ma la scuola esige studio e concentrazione, vorrei sapere che cosa diremmo di un atleta che si presenta ad una gara senza allenamento. La scuola è lo stesso, pretende allenamento quotidiano della mente».

La giusta distanza dei genitori

D’altra parte, mentre l’Ocse benedice i compiti nella misura in cui dovrebbero servire a promuovere l’autonomia dei ragazzi, la loro capacità di organizzare il tempo e mettere a punto un metodo di studio individuale, oggi purtroppo i genitori tendono a sostituirsi ai figli. Non solo in Italia. Qualche mese fa ha suscitato scalpore una ricerca inglese da cui risultava che due genitori su tre aiutano i figli nei compiti mentre in un caso su sei addirittura li fanno al posto loro. Niente di più sbagliato. Come ha dimostrato una volta per tutte lo studio americano The broken compass (La bussola rotta: coinvolgimento parentale nell’educazione dei figli), i genitori che assillano i propri figli non li aiutano a migliorare le proprie performance, al contrario li danneggiano rendendoli più insicuri. Non che si debbano fare da parte, tutt’altro: ma quello che conta semmai è comunicare ai propri figli l’importanza dello studio e della scuola.

Elementari, medie e scuole superiori

Nella classifica stilata da John Hattie in “Visible Learning” (monumentale raccolta di oltre 50 mila ricerche che hanno coinvolto 80 milioni di studenti) su quali fattori hanno un maggior impatto nell’apprendimento dei ragazzi, gli “homeworks” stanno all’88esimo posto su 138 voci: ciò che più conta invece è quello che succede a scuola, la dinamica dei rapporti fra docente e studenti e degli studenti fra loro. E comunque ci sono compiti e compiti. “Lo studio – spiega Raffaele Mantegazza – docente di Pedagogia generale alla Bicocca di Milano – non può sostituire il lavoro in classe. Ha senso che un bambino delle elementari faccia le divisioni a casa? No, la didattica si fa a scuola. Se dopo 8 ore in classe, devi ancora studiare, vuol dire che il tempo pieno ha fallito il suo obiettivo”. Alle medie si può incominciare a dare pochi compiti mirati, ma per non più di un’ora al giorno. E anche alle superiori è assurdo caricarli come dei muli costringendoli magari ad abbandonare gli sport o lo studio di uno strumento musicale che fino a quel momento li aveva appassionati.

Ci sono compiti e compiti

“Ma soprattutto i compiti devono rappresentare un momento di riflessione, non di ripetizione meccanica. Ma lo sanno o no i professori che quando danno una versione di latino a casa, i ragazzi ci mettono meno di dieci minuti a procurarsi la traduzione in quella fogna che è Internet? Molto meglio allora proporre una riflessione sull’attualità di Tacito. Quando lui dice “Dove hanno fatto il deserto, ora lo chiamano pace” sta parlando anche della tragedia di Aleppo di questi ultimi mesi”. Esistono anche soluzioni più radicali, come per esempio il modello della “scuola capovolta” – flipped classroom – che, nato negli Stati Uniti, si è diffuso velocemente in Francia, soprattutto alle medie, e che anche da noi in Italia viene sperimentato ormai in poco meno di mille istituti. Le lezioni si seguono da casa, via pc o tablet, mentre i compiti si fanno in classe lavorando insieme, divisi per gruppi, con la supervisione del docente.

Giù le mani dall’autonomia didattica

Ma un conto sono le avanguardie didattiche che i professori decidono di sposare per libera scelta e con profonda convinzione, tutt’altro è appellarsi ai sindaci o al governo per vietare i compiti. Come ha ricordato anche il ministro Stefania Giannini: «Non si possono cancellare i compiti per legge. La libertà di insegnare è sacra». E comunque il conflitto permanente fra genitori e docenti non solo è un segno di debolezza da entrambe le parti ma alla fine non può che danneggiare i ragazzi. Il vero segreto della ricetta finlandese – se ce n’è uno – non sta nell’abolizione dei compiti – come banalizzando ha raccontato nel suo ultimo film Michael Moore – ma nel la centralità della figura docente, nel rispetto di cui maestri e professori godono in quella società. Come ha ricordato anche Papa Francesco, di fronte all’emergenza educativa di questi giorni, non è immaginabile altra via d’uscita che un nuovo patto scuola-famiglia. Con o senza i compiti.

Il computer in classe «da solo» non migliora il rendimento degli studenti. Ma per l’Ocse è questione di tempo

FONTE: Il Sole 24 Ore

DATA: 15 settembre 2015

Link: http://www.infodata.ilsole24ore.com/2015/09/15/internet-e-computer-non-aiutano-a-migliorare-le-performance-degli-studenti-ma-e-questione-di-tempo/

 

La scuola digitale non mantiene fede alle promesse della tecnologia. Almeno per ora. Perché finora non ci sono evidenze che dimostrino che l'introduzione del digitale nelle aule scolastiche porti automaticamente a un miglioramento del rendimento scolastico degli studenti.

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I Paesi che hanno fatto grandi investimenti nelle dotazioni tecnologiche delle loro scuole non hanno risultati apprezzabili nelle performance in lettura, matematica o scienze. E la tecnologia non ha avuto neanche effetti rilevanti per quanto riguarda l'inclusione e nel recupero degli studenti più poveri e disagiati. È una fotografia deludente per i fautori della tecnologia quella che esce dal primo rapporto compilato dall'Ocse sulle Digital skills e pubblicato oggi. Anche se la stessa organizzazione consigliano prudenza e auspicano una maggior attenzione nell'utilizzo del digitale in chiave di didattica innovativa. Invece finora le tecnologie sono state interpretate prevalentemente come strumenti da affiancare (o sovrapporre) a una didattica tradizionale

Le competenze digitali 
Non c'è dubbio che le competenze digitali rappresentino un elemento fondamentale per l'inclusione in una società in cui la tecnologia è sempre più pervasiva: chi non ha le conoscenze di base per navigare e orientarsi nel mondo del web non sarà in grado di partecipare in maniera attiva alla vita economica, sociale e culturale del mondo del futuro prossimo. Questa è una certezza da cui parte l'Ocse. 

Il dato di fatto è però che queste competenze vengono acquisite sempre più spesso in maniera informale al di fuori della scuola. Nel 2012, anno a cui si riferiscono i dati Ocse, il 96% dei quindicenni nei Paesi più ricchi del mondo dichiaravano di avere un computer a casa, ma solo il 72% ne aveva a disposizione in aula.

Una competenza fondamentale è, per esempio, il digital reading, la capacità cioè di saper non solo leggere testi su internet, che non ha differenze rispetto alla carta, ma sapersi orientare tra le fonti e filtrare le notizie rilevanti e autorevoli dall'oceano del web. Due Paesi come Corea del Sud e Singapore, che hanno buone performance nel “digital reading” dei ragazzi, hanno senz'altro buone infrastrutture digitali, ma non sono certo in testa per l'uso di internet nelle scuole. 

Il rendimento scolastico 
Gli stessi studenti coreani hanno buone performance per quanto riguarda la matematica sulla base della classifica Pisa dell'Ocse, oltre al digital reading, anche se solo il 42% di loro utilizza computer a scuola. Mentre, al contrario, Paesi che hanno un uso più capillare del digitale a scuola hanno visto addirittura un peggioramento nelle capacità di lettura. Insomma, sostiene l'Ocse, l'impatto dell'introduzione delle tecnologie sulla performance scolastica non è chiara e non ci sono evidenze di una correlazione positiva. I paesi che hanno fatto ingenti investimenti in tecnologia a fini didattici sono rimasti ampiamente delusi. Un uso moderato può anche portare a risultati migliori, ma al contrario un uso troppo frequente porta a un deterioramento dei risultati: le curve delineate dall'Ocse sulle performance dimostrano che oltre un certo limite l'uso del digitale diventa addirittura controproducente. Così i ragazzi che stanno online per più di sei ore al giorno, prevalentemente al di fuori della scuola, non solo sono più a rischio di disturbi derivanti dalla solitudine, ma accusano anche ritardi a livello scolastico.

Le differenze economico-sociali 
Una volta superato il digital divide legato all'accesso alla rete, la capacità di utilizzare in maniera efficace gli strumenti digitali per l'apprendimento personale dipende ancora in maniera significativa dalle differenti condizioni socio-economiche e, quindi, dalle diverse competenze di alfabetizzazione di base. Quindi – è il consiglio dell'Ocse – per ridurre le capacità digitali bisogna investire ancora di più nell'istruzione e nella didattica. Perché appare sempre più chiaro dalla statistiche che la tecnologia non è efficace se utilizzata in maniera sostitutiva rispetto alla didattica: riempire le aule di computer, insomma, risulta alla fine di scarsa utilità.

Ma se gli insegnanti sono formati da parte loro all'utilizzo delle risorse digitali, i ragazzi percepiscono un approccio più mirato a un apprendimento personalizzato e al lavoro collaborativo e imparano a lavorare in una logica di problem solving: quando la rete viene utilizzata per migliorare l'approfondimento e le capacità di studio, anche la performance degli studenti migliora.

 

Internet e computer non aiutano a migliorare le performance degli studenti. Ma è questione di tempo

FONTE: Il Sole 24 Ore

AUTORE: Luca Tremolada

DATA: 15 settembre 2015

Le scuole devono ancora sfruttare il potenziale della tecnologia in aula per affrontare il divario digitale e dare ad ogni studente le competenze necessarie nel mondo connesso di oggi. E’ questa la prima conclusione a cui si arriva dopo aver letto il rapporto Students, Computer and Learning dell’Ocse. In pratica, i Paesi che hanno fatto grandi investimenti nelle dotazioni tecnologiche delle loro scuole non hanno risultati apprezzabili nelle performance in lettura, matematica o scienze. E la tecnologia non ha avuto neanche effetti rilevanti per quanto riguarda l’inclusione e nel recupero degli studenti più poveri e disagiati.  Più nello specifico i quindicenni che usano moderatamente i computer a scuola tendono ad avere un miglior apprendimento dei coetanei che lo usano poco o nulla, ma quelli che lo utilizzano in modo massiccio tendenzialmente peggiorano nella lettura, in matematica e nelle scienze. Si legga l’articolo su Nova24tech.   È quello sotto, intitolato   Il computer in classe «da solo» non migliora il rendimento degli studenti. Ma per l'Ocse è questione di tempo

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L’interpretazione dei dati. Secondo l’Ocse una interpretazione di questi risultati è legata a un deficit nell’interazione tra studenti e insegnanti. La tecnologia, scrivono nel report,  “sometimes distracts from this valuable (prezioso) human engagement (“fidanzamento”). Another interpretation is that we have not yet become good enough at the kind of pedagogies that make the most of technology; that adding 21st-century technologies to 20th-century teaching practices will just dilute the effectiveness of teaching. If students use smartphones to copy and paste prefabricated answers to questions, it is unlikely to help them to become smarter. If we want students to become smarter than a smartphone, we need to think harder about the pedagogies we are using to teach them. Technology can amplify great teaching but great technology cannot replace poor teaching”.

Dipendenza da schermo per i bambini: cosa fare

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Eva Perasso

DATA: 12 luglio 2015 

Fino a 8 ore al giorno su diversi schermi e poco controllo dei genitori. I tempi davanti a smartphone e tablet si sono allungati. Lasciando molti dubbi sulle conseguenze sulla loro salute

 Bambini sovraesposti

Esposizione agli schermi: quanto è salutare per i piccoli e quanto impatta sul loro quotidiano? Molti studi medici hanno indagato sul rapporto tra personal computer, tablet, smartphone, televisore e console per videogame e la salute dei bambini e ragazzi, tracciando un quadro spesso preoccupante.

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Le ore al giorno passate talvolta in solitudine davanti a uno di questi apparecchi tecnologici sono sempre più alte, con scarso controllo genitoriale, sia dal punto di vista dei contenuti che delle modalità di fruizione, mentre anche i piccolissimi - sotto i due anni di età - iniziano a fare esperienze tecnologiche molto presto. Non sempre comunque si tratta di esperienze da condannare: anzi le tecnologie digitali possono trasformarsi in opportunità di apprendimento, se ben dosate e controllate, ma soprattutto alternate alla vita fuori dallo schermo. 

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Due ore al giorno (e poi all'aperto)

Per i bambini dai tre anni in su, fino all'adolescenza, il consiglio è di concedere non più di due ore totali di esposizione agli schermi per motivi di intrattenimento (dai programmi televisivi ai videogame ai social network dunque) cercando comunque di lavorare sui contenuti stessi: che siano sempre controllati, di alta qualità, non violenti.

La rivoluzione dei ritmi scolastici dalla parte dei ragazzi

FONTE: Corriere della Sera 

AUTORE: Emanuela Di Pasqua, Carola Traverso Saibante

DATA: 10 gennaio 2015

Da Parigi agli Usa: la rivoluzione dei ritmi scolastici dalla parte dei ragazzi

I bambini hanno bisogno di lezioni corte e pause lunghe, i teenager di dormire di più. E in Italia? Tempo pieno per i più piccoli e sei ore di lezione frontale alle medie

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Risveglio mentale, sonnolenza, momento della concentrazione, momento della memorizzazione: ogni funzione ha il suo tempo ideale, e ogni fascia anagrafica anche, poiché i ritmi biologici di un adolescente sono ben diversi da quello di un bimbo di sei anni. «La salute del bambino a scuola deve prevalere su ogni altra considerazione – afferma il professor Yvan Touitou, esperto di cronobiologia e membro dell’Accademia di Medicina in Francia, patria di questa disciplina —. Gli insegnanti constatano che i loro alunni sono stanchi e hanno difficoltà d’apprendimento, cosa che i cronobiologi spiegano con il concetto di «desincronizzazione», cioè l’alterazione del funzionamento dell’orologio biologico quando questo non è più tarato con i fattori ambientali, il che compromette l’attenzione e le performance degli studenti». Per risincronizzarlo al meglio bisogna tarare l’offerta formativa sui ritmi di apprendimento dei bambini e degli adolescenti. L’organizzazione famigliare e altri fattori funzionali agli adulti sono argomenti che secondo gli esperti dovrebbero venire dopo, molto dopo, ai ritmi biologici dei bambini e dei ragazzi, al motto di «studiare meno e imparare meglio».

I ritmi biologici diversi di adolescenti e bambini

Occorre innanzitutto distinguere i ragazzi dai bambini: i primi dovrebbero poter dormire fino a tardi, e andare a scuola dopo aver avuto la possibilità di carburare. I secondi invece sono bisognosi, quanto più sono piccoli, di tante pause, periodi di apprendimento non troppo prolungati e possibilmente vacanze non troppo lunghe, onde impedire la regressione. «Gli orari scolastici convenzionali non sono adatti alle capacità di concentrazione dei bambini, che vengono sottoposti a giornate troppo cariche da cui escono stravolti e spesso demotivati. È assurdo chiedere 4 o 5 ore d’attenzione di fila quando si sa che il picco di quella di un bambino di 10-11 anni si situa nella seconda parte della mattinata tra le 10 e le 11», spiega Touitou. Il sistema-scuola è sempre più attento a questo aspetto bio-cronologico della formazione; dibattiti e sperimentazioni sono accesi in vari punti del Pianeta. Mettiamo qualche Paese a confronto rispetto all’organizzazione scolastica e dei ritmi studio/riposo.

Francia

In Francia da quest’anno tutto è cambiato: la riforma dei ritmi scolastici, sperimentata lo scorso anno a macchia di leopardo nel Paese, è diventata universale. Per i prossimi tre anni i dirigenti di materne ed elementari potranno sperimentare nuove formule che riguardano i ritmi settimanali/annuali di studio/riposo, con alcune regole di base da rispettare. E cioè: settimana di massimo 24 ore ripartite su almeno 5 mattine per un totale di almeno 8 mezze giornate alla settimana; giornata scolastica di una durata massima di 6 ore consecutive e mezza giornata che non può superare le tre ore e mezza. Il dibattito sulla bontà della riforma, che va avanti da due anni, non retrocede. Secondo i suoi sostenitori, rispecchia meglio i ritmi dei bimbi grazie soprattutto all’eliminazione della settimana di 4 giorni, una «eccezione francese»: con un minimo di 4 giorni e mezzo settimanali, il bambino ha più tempo d’assimilare la materia e la desincronizzazione da inizio settimana rispetto ai ritmi del weekend risulta meno violenta. Ci vorrà qualche anno, comunque, per capire gli effetti di questa riforma.

Italia

Nella scuola primaria si può scegliere tra moduli o tempo pieno: la scuola a moduli prevede un orario dalle 27 alle 30 ore settimanali, mentre la scuola a tempo pieno prevede un orario di 40 ore settimanali. I moduli vengono spesso considerati più adatti ai tempi dei piccolissimi. Nella scuola secondaria di primo grado l’orario scolastico dipende invece da scuola a scuola per un monte ore complessivo di 30 ore. Alcune scuole distribuiscono l’orario dal lunedì al venerdì lasciando liberi sabato e domenica e considerando le ore di 55 minuti, altre hanno una frequenza di 5 ore giornaliere dal lunedì al sabato e altre ancora hanno un orario di cinque ore giornaliere più rientri al pomeriggio. In generale con l’autonomia scolastica si registra un’ampia varietà di soluzioni, mentre nella secondaria di secondo grado l’orario può essere spalmato su 5 o 6 giorni settimanali, (a Genova quest’anno si è verificata la chiusura al sabato di ottanta istituti superiori gestiti dalla Provincia di Genova «per contenere i costi del riscaldamento e dell’energia elettrica»). L’Italia è il Paese con il più lungo periodo di pausa estiva e sicuramente il clima gioca un ruolo importante.

Germania

Per gli italiani sarebbe un abominio: gli studenti tedeschi hanno «solo» sei settimane di vacanza d’estate. La settimana scolastica è generalmente corta (ma alcuni Länder hanno introdotto anche il sabato mattina); le ore settimanali si concentrano tradizionalmente in lunghe mattinate (di solito 5 ore, con intervalli tra una lezione e l’altra variabili tra i 5 e i 20 minuti a seconda dell’istituto scolastico). I pomeriggi sono dunque in generale liberi, anche se ultimamente sempre più scuole tengono le porte aperte fino alle 16 o 17: una scelta promossa dal governo federale, ma più pensata per le madri lavoratrici che per i figli.

Corea del Sud

E’ famosa per le performance dei suoi studenti, al top delle classifiche internazionali, un sistema scolastico lodato persino da Obama, che tre anni fa suggeriva di «ispirarsi ai sudcoreani che hanno ricostruito la loro nazione grazie alle riforme educative». E’ però famosa anche, insieme a Cina e Giappone, per il «forcing» nei ritmi scolastici imposti ai bambini fin dalla tenera età. In realtà le classi durano fino alle 3 del pomeriggio al massimo: il punto sono i carichi che si abbattono sul doposcuola privato: per stare al passo con compiti e programmi di studio, gli allievi passano da una ripetizione all’altra, al punto che il sindaco di Seoul ha proibito che si svolgano dopo le 10 di sera. E solo 6 studenti su 10 si dichiarano soddisfatti del sistema, contro gli 8 degli altri Paesi asiatici. La Corea del Sud detiene un record: il più alto numero al mondo di giorni di scuola all’anno.

Finlandia

E’ il sistema scolastico che sforna gli studenti più preparati d’Europa, e pertanto i ritmi scolastici sono morbidi: a livello settimanale, è la scuola più corta dei 34 Paesi OCSE e tutti gli alunni hanno diritto a una pausa di un quarto d’ora ogni 45 minuti di lezione. La scuola apre dal lunedì al venerdì, e chiude al massimo alle 3 del pomeriggio. Durante l’anno scolastico, sono quattro in totale le settimane di vacanza (oltre alle feste comandate), mentre dopo il duro inverno del nord, gli studenti se ne vanno in vacanza alla fine di maggio, per rientrare a fine agosto, dopo 10 o 11 settimane di vacanza.

Stati Uniti

Negli Stati Uniti la giornata scolastica nella scuola primaria in genere va dalle 8 alle 15-15.30, con un’ora di pausa pranzo. Nei cicli superiori l’orario va dalle 7.30 alle 14-14.30 e comprende sei lezioni da un’ora o quattro da 90 minuti, con 5 minuti di pausa tra le lezioni e una pausa pranzo di 30 minuti. Le attività extra curricolari e gli sport si svolgono nel pomeriggio. Nelle scuole pubbliche si fa lezione dal lunedì al venerdì. Chi frequenta gli «extra periods» – lezioni supplementari — entra alle 6.30 ed esce alle 15.30. Ai sessanta minuti di lezioni vengono sottratti sei minuti per consentire agli alunni di spostarsi nelle varie classi e per la pausa pranzo. E’ tra le nazioni, insieme all’Italia, che ha la pausa estiva più lunga.

Gran Bretagna

In Gran Bretagna la principale vacanza scolastica dura più o meno sei settimane in estate e molte decisioni sull’organizzazione scolastica sono prese in ambito locale. Il governo ha stabilito delle linee guida per quel che riguarda gli orari e le ore di lezione settimanali, con un minimo 24 ore per gli alunni con un’età compresa tra gli 11 e i 16 anni. Quasi tutte le scuole superiori garantiscono almeno 25 ore di lezione alla settimana. Le giornate scolastiche sono organizzate in modo autonomo dalle singole scuole, ma normalmente le lezioni si svolgono dalle 9 alle 12, con una pausa pranzo e altre due ore di lezione nel pomeriggio.

Più attenzione ai teenager

I due Paesi anglosassoni hanno in comune una forte volontà di cambiamento nel segmento della «high school» e un’attenzione elevata verso il problema del sonno, soprattutto per quanto riguarda gli adolescenti. In America si sta pensando infatti da tempo di regalare qualche ora di riposo in più ai teenager, proprio per amore dei loro ritmi di apprendimento e della loro salute. «I teenager hanno un orologio biologico differente, dice Terra Ziporyn Snider, cofondatrice di «Start School Later» (Cominciare la scuola più tardi), un gruppo sorto spontaneamente. In Gran Bretagna a iniziare la scuola più tardi qualcuno c’è già riuscito davvero: l’Università di Oxford ha promosso un esperimento che coinvolge oltre 30mila studenti tra i 14 e i 16 anni, che cominceranno le lezioni progressivamente più tardi, fino ad arrivare alle 10 di mattino. Nei test-pilota l’inizio posticipato delle lezioni ha provocato un miglioramento nelle performance accademiche degli studenti tra il 19% e il 50%. Lo studio, dalla durata di quattro anni, potrebbe costituire una vera e propria rivoluzione copernicana nel mondo della scuola.