FONTE: Corriere della Sera
AUTORE: Benedetta Sangirardi
DATA: 26 luglio 2026
In cima alla lista amare i genitori ed essere loro grati. Secondo l'educatore, per costruire una relazione sana, deve valere la «legge della reciprocità»: la serenità di una famiglia non si costruisce solo sulla fatica degli adulti.
«Il buon senso c’era; ma se ne stava nascosto, per paura del senso comune». Con questa frase tratta dai I promessi sposi di Alessandro Manzoni, lo psicologo e psicoterapeuta Osvaldo Poli chiude il suo nuovo libro Anche i figli hanno dei doveri (Mondadori), perché descrive con precisione lo stato della cultura educativa di oggi. Il buon senso dei genitori esiste ancora, ma fatica a manifestarsi. Poli ribalta la narrativa più comune sull’educazione: è ovvio che i genitori abbiano doveri verso i figli — accudirli, proteggerli, sostenerli è diventato il centro esistenziale della genitorialità - ma occorre osservare anche un nuovo punto di vista cruciale, cioè i doveri che i figli hanno verso chi li ha cresciuti. «La cultura contemporanea insiste moltissimo sui diritti dei più giovani: il diritto a essere ascoltati, compresi, accolti in ogni sfumatura emotiva. Ma la legge della reciprocità, quella per cui le relazioni sane si costruiscono su uno scambio, non su un flusso a senso unico, sembra essersi smarrita lungo la strada» spiega l’autore.
Perché ci siamo dimenticati che anche i figli hanno dei doveri?
«Abbiamo riscoperto i diritti dei figli a essere ascoltati, protetti, rispettati nei loro bisogni e nelle loro emozioni. Tutto vero, tutto necessario. Ma poi abbiamo lasciato cadere l’altra metà della relazione: la reciprocità. Una parola che andrebbe richiamata dall’esilio. Le relazioni buone non vivono solo di diritti da una parte e di doveri dall’altra. Anche i figli desiderano una famiglia serena e felice, ma questa serenità non può essere costruita soltanto sulla fatica dei genitori. Una famiglia non può diventare un centro servizi affettivo, con cucina, lavanderia, trasporto, consulenza psicologica e pronto soccorso emotivo sempre aperti. La vita familiare richiede che anche i figli si assumano, proporzionalmente all’età e al loro carattere, la responsabilità — spesso non facile, come dicono i genitori — di “far andare bene le cose”. Dire che i figli hanno dei doveri non significa amarli meno. Significa ricordare che anche loro sono chiamati a rendere più bella, o almeno meno faticosa, la vita insieme».
Scrive che è importantissimo conoscere il carattere e la personalità dei figli per costruire la relazione fatta di reciprocità: come possiamo fare?
«Bisogna guardarli come sono davvero, non come li raccontiamo alla cena con gli amici. Senza paura di trovarli imperfetti: ammirevoli per alcuni aspetti, meno per altri. I figli nascono con un "software" preinstallato: il temperamento, l'indole. L’azione educativa non crea il figlio da zero, ma può amplificare o ridurre quelle tendenze, orientarle e, quando è possibile, correggerle. È qui che si colloca la responsabilità educativa dei genitori. Il carattere si capisce osservando le ricorrenze, non il singolo episodio. Come reagisce alla fatica? Sa perdere? Sa chiedere scusa? Accetta una correzione o vuole sempre avere ragione? Tende a fare la vittima anche quando non sarebbe il caso? È capace di vedere il bisogno degli altri o, a tavola, il boccone più buono è sempre il suo? Poi bisogna confrontarsi con l’altro genitore. L’altro spesso vede ciò che noi non vediamo, oppure corregge ciò che le nostre paure deformano. Una madre può cogliere sfumature che al padre sfuggono; un padre può ridimensionare drammi che nella mente materna diventano disperanti. La sintonia educativa nasce da questo confronto: non dal pensare sempre la stessa cosa, ma dal cercare insieme la verità del figlio».
Parla di "disagismo": la tendenza a spiegare qualsiasi comportamento negativo come l'espressione di un disagio interiore. Perché siamo arrivati ad assolvere sempre i figli?
«Perché il disagio è diventato la chiave universale che pretende di aprire tutte le porte. Solo che alcune non si aprono perché non sono quelle giuste. Oggi, se un figlio è aggressivo, maleducato, prepotente, manipolatorio, svogliato, si cerca subito la ferita nascosta: avrà un disagio, un bisogno non riconosciuto, una sofferenza da accogliere. Qualche volta è vero. Esistono sofferenze reali, ferite autentiche, situazioni difficili che vanno capite e rispettate. Il problema nasce quando questa lettura diventa automatica. Abbiamo paura di dire che un comportamento è sbagliato. Temiamo di sembrare moralisti, punitivi, poco empatici. Così non diciamo più che un figlio è prepotente: diciamo che "esprime un malessere". Non diciamo che evita la fatica: diciamo che "non è motivato". Non diciamo che manipola: diciamo che "cerca attenzione”. La verità è che non tutto ciò che non va nasce dal dolore. A volte nasce dall'egoismo, dalla pretesa, dalla superbia, dal rifiuto del limite. Il disagio va riconosciuto quando c'è. Ma non può diventare un lasciapassare morale. Non tutto ciò che nasce dal dolore diventa innocente. Educare significa distinguere: una ferita va curata, un difetto va corretto, una prepotenza va fermata».
Un secondo "virus culturale” è il determinismo educativo, la convinzione che ogni comportamento di un figlio sia il risultato delle scelte educative dei genitori. È l'errore degli errori che un genitore commette?
«L'educazione conta moltissimo. Nessuno può negarlo. Ma non determina tutto. I figli non sono il nostro prodotto, né la nostra pagella. Il determinismo educativo funziona così: se il figlio va bene, il genitore si sente bravo; se il figlio va male, il genitore si sente sbagliato. È una visione che cancella il temperamento, il carattere, la libertà del figlio, la sua maggiore o minore disponibilità ad accogliere ciò che gli viene insegnato. Chi ha più figli lo sa bene: stessa casa, stessi genitori, stessa cucina, e a volte esiti completamente diversi. Non tutti i figli rispondono allo stesso modo all'amore ricevuto. Questo errore pesa soprattutto sulle madri. Se qualcosa non va, molte aprono subito un processo interiore: ho lavorato troppo, ho capito poco, ho insistito troppo, non ho insistito abbastanza, non ho colto il suo disagio».
È il senso di colpa?
«Se il figlio non studia, pensano: "Non l’abbiamo seguito abbastanza". Se è triste: "Non l'abbiamo capito". Se sbaglia: "Non l'abbiamo educato bene". Se risponde male: "Forse siamo stati noi a generare questa rabbia". Il senso di colpa funziona spesso così: prende ogni inciampo del figlio e lo appende al chiodo delle proprie imperfezioni. È un meccanismo silenzioso, che non chiede il permesso per insediarsi: si attiva da solo, ogni volta, prima ancora di capire cosa sia realmente accaduto. Mettersi in discussione sì; sentirsi necessariamente in colpa, no. Un genitore deve poter riconoscere i propri errori senza diventare la causa universale di tutto ciò che non funziona nel figlio. Il figlio migliora quando riconosce la propria responsabilità e accetta la fatica di cambiare».
Insomma, i figli dobbiamo tenerceli per quello che sono?
«I figli nascono imperfetti, come tutti. La differenza è che, quando sono nostri, facciamo più fatica ad ammetterlo. Dire che un figlio ha dei difetti non significa condannarlo. Significa guardarlo con realismo. Un difetto è un tratto che rende difficile andare d'accordo, fa star male chi vive accanto, toglie piacevolezza alla vita insieme. La permalosità, la prepotenza, il vittimismo, l’evitamento della fatica, il bisogno di avere sempre ragione, l'incapacità di sopportare il limite: sono aspetti che, se non vengono riconosciuti, finiscono per governare le relazioni. Non dobbiamo "tenerceli così". Dobbiamo accoglierli per come sono e, proprio per questo, aiutarli a non avere paura della fatica necessaria per diventare persone migliori. Il problema è negare l’imperfezione o attribuirla sempre e necessariamente a qualche "mancanza d'amore" da parte dei genitori».
Andiamo ai doveri dei figli: quali sono?
«I doveri non sono imposizioni arbitrarie, ma condizioni oggettive necessarie per vivere rapporti giusti e amorevoli. Il primo è rendersi amabili. Non significa diventare perfetti, né sempre accondiscendenti. Significa lavorare sui propri difetti per non rendere troppo faticosa la convivenza. Un figlio deve imparare a chiedersi: "Il mio modo di reagire, pretendere, lasciare le fatiche agli altri, rende la vita familiare più bella o più pesante?". Il secondo è amare i genitori. Sembra una frase ovvia, ma oggi non lo è più. I genitori non devono solo amare: sono anche persone da amare. Amare un genitore significa tenere conto della sua fatica, della sua dignità, dei suoi limiti, del suo bisogno di non essere trattato come un distributore automatico di prestazioni».
Il terzo dovere, la virtù dimenticata: la gratitudine. Nonostante tutto quello che facciamo per loro, i figli non sanno essere grati?
«La gratitudine è a capacità di riconoscere il bene ricevuto, di vedere che dietro molte cose apparentemente normali c'è qualcuno che ha dato tempo, energie, attenzione, rinunce. Molti figli non provano gratitudine perché ricevono molto, ma non colgono il donatore. La gratitudine nasce quando il bene ricevuto smette di essere solo una cosa e diventa il segno dell’amore di chi dona. Per questo va educata aiutando i figli a vedere: “Ti sei accorto che tuo padre è venuto a prenderti anche se era stanco?”. “Hai notato che tua sorella ti ha prestato il suo maglione preferito?”. “Hai capito che questa cosa è stata possibile perché qualcuno ha fatto una fatica?”. Senza gratitudine, tutto diventa dovuto e nulla è più dono. È importante amare i figli, ma è ancora più importante aiutarli ad accorgersi di essere amati. Altrimenti, invece di ringraziare, valutano la qualità della prestazione».
I doveri più concreti ?
«Collaborare in casa, rispettare le regole, non scaricare sugli altri la propria parte di fatica. È necessario collegare il dovere alla responsabilità delle relazioni. “Se lasci tutto in giro, qualcuno raccoglie al posto tuo.” “Se rispondi così, ferisci.” “Se non collabori, la tua comodità diventa la fatica di un altro.” “Se pretendi sempre, qualcuno si sente sfruttato.” Il dovere diventa comprensibile quando il figlio si accorge che il suo comportamento ha effetti nella vita degli altri».
Che cosa esigere dai figli senza alcun ripensamento?
«I doveri relazionali: non manipolare, non ricattare affettivamente, non usare il senso di colpa come un telecomando per dirigere i genitori. Si può esigere che un figlio abbia il coraggio di essere sincero con se stesso, di ammettere i punti deboli del proprio carattere e di avere cura delle relazioni familiari, proporzionalmente alla sua età e conformemente al suo carattere. Si può esigere rispetto per la giustizia: riconoscere agli altri gli stessi diritti che pretende per sé. Non si può chiedere comprensione e non offrirne mai; chiedere rispetto e non rispettare; pretendere ascolto e non ascoltare nessuno. Si può esigere che non viva parassitando la fatica altrui, trattando i genitori come bancomat, camerieri, tassisti, psicologi gratuiti o colpevoli di tutto ciò che non va nella sua vita. La famiglia non è solo il luogo dove si ricevono cure, ma quello in cui si impara a diventare capaci di amare. È la prima palestra del carattere: prepara a vivere relazioni equilibrate, sane, conformi all’amore. Infine, si può esigere che abbia l'intelligenza e la capacità di accettare l’imperfezione dei genitori. Un figlio può contrastare i loro possibili errori educativi, può criticarli, può anche soffrirne, sottrarsi a essi. Ma deve giudicarli con equilibrio e giustizia, tenendo insieme le luci e le ombre. Nessun genitore dovrebbe essere assolto sempre; ma nessun genitore dovrebbe essere condannato a vita».
L'eccesso di affetto rovina i figli?
«L’affetto è importantissimo, ma non è sufficiente per rendere buoni i rapporti. Perché una relazione sia buona non basta chiedersi: "Ci vogliamo bene?". Bisogna chiedersi anche: "Stiamo rispettando la verità? Stiamo rispettando la giustizia? Molte relazioni familiari diventano faticose, e talvolta tossiche, proprio perché manca questa tensione alla verità e alla giustizia: il più fragile viene colpevolizzato, il più prepotente viene accontentato, chi manipola ottiene, chi si adatta paga il conto. L’amore educativo non coincide con l’accontentare il figlio, né con il proteggerlo da ogni fatica. Amare un figlio significa cercare il suo bene educativo reale, non il suo gradimento immediato. La famiglia è la prima palestra del carattere: il luogo in cui un figlio impara, attraverso la fatica della reciprocità, a vivere relazioni equilibrate, sane, conformi all’amore. L'amore senza verità diventa complicità, copre ciò che va corretto. L’amore senza giustizia diventa debolezza».
Che cosa le chiedono più di ogni cosa i genitori e come si spiega questa grande attenzione quando si parla di rapporto tra figli e genitori?
«I genitori chiedono di essere capiti nelle loro fatiche. La relazione educativa è diventata psicologicamente molto complicata. Chiedono di essere aiutati a comprendere la situazione problematica, a sciogliere i dubbi sulle cause, a ritrovare fiducia nel loro buon senso. Si sentono spesso soli e cercano un confronto. Arrivano stanchi e confusi. Chiedono di uscire dalla nebbia interpretativa: "Sto vedendo bene? Come devo interpretare quel comportamento? Ho ragione a preoccuparmi? Sono io che sbaglio tutto o posso pensare che, almeno qualche volta, sia mio figlio a sbagliare, senza sentirmi cattivo o incapace di capire il suo disagio?”. Spesso dubitano della loro capacità di capire e di giudicare il comportamento del figlio. Hanno paura di essere autoritari se chiedono, poco empatici se correggono, antiquati se parlano di doveri. Così finiscono per appaltare la comprensione del figlio agli esperti e il loro giudizio morale all’approvazione del figlio stesso».

