Quanto devono dormire bambini e adolescenti? Ecco le nuove linee guida

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Paola Arosio

DATA: 16 giugno 2016

Quante ore dovrebbe dormire un bambino per crescere in salute? Dipende dall’età. A stabilire una sorta di «vademecum del sonno» sono gli esperti dell’American academy of sleep medicine, sulla base delle raccomandazioni emanate dall’Accademia americana di pediatria pubblicate sulJournal of clinical sleep medicine.

 «Bambini e adolescenti dormono troppo poco – stigmatizza Stuart Chan, coautore del documento – a scapito di un corretto sviluppo di memoria e apprendimento». Concorda il presidente della Federazione italiana medici pediatri Giampietro Chiamenti: «Molti bambini soffrono di problemi di sonno e dormire poco aumenta i rischi di obesità, diabete, depressione, autolesionismo». Ecco, età per età, quanto tempo devono trascorrere i bimbi tra le braccia di Morfeo per stare bene.


Da 6 a 12 anni

In età scolare sono raccomandate 9-12 ore di sonno al giorno. Con l’ingresso in prima elementare, anche i bambini con un sonno regolare possono avere qualche difficoltà ad addormentarsi. Tra le cause, l’ansia per il cambiamento, la preoccupazione per i nuovi compagni e insegnanti, il cambio di ritmi e di abitudini. Una fase transitoria, destinata a stabilizzarsi nel giro di pochi mesi. Importante, invece, che il bambino non abbia in camera tv, tablet, computer e che eviti di usare il letto per attività varie, come fare i compiti, parlare al telefono, ascoltare musica.

Smartphone sempre acceso, risposte immediate alle email, cena davanti al pc: ecco i forzati dell’efficienza

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Michela Proietti

DATA: 5 marzo 2016

Lo psichiatra Mencacci: «Vivere con il telefono in mano costringe ad uno stato d’allerta permanente» . Una guida per non diventare schiavi del telefono e, se già lo siete, come uscirne

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Nel film-documentario «Dior and I» diretto da Frédéric Tcheng, lo stilista Raf Simons, arrivato alla corte di Lvmh, inizia bello-fresco e finisce con una crisi isterica. La pellicola è una discesa negli inferi della carriera: l’occasione di una vita - ovvero lavorare per un mostro sacro della moda - si rivela un tunnel di pressioni, turni straordinari, e-mail e messaggi subliminali a metà strada tra l’incoraggiamento e la pretesa del successo. La pellicola si chiude con Simons, dietro le quinte della sfilata, che piange, singhiozzando come un bambino: gioia incontenibile per una collezione applaudita o nervi saltati? Per come sono andate le cose, prende quota la seconda ipotesi: Simons, lo scorso 22 ottobre, ha annunciato le dimissioni «per motivi personali». Lo stilista ha spiegato di voler dedicarsi ad altre «passioni». Un lusso molto più grande del lusso che avrebbe dovuto rappresentare con i suoi abiti. Pochi giorni dopo, anche Alber Elbaz, il designer che ha rivoluzionato Lanvin, ha «svuotato» la sua scrivania, senza apparenti alternative. Due casi clamorosi che hanno mostrato quanto il re sia nudo: l’efficientismo portato alle estreme conseguenze, genera un corto circuito. 

La ricerca

Al tema dedica la copertina l’«Harvard Business Review» che parla di sovraccarico collaborativo. «I vostri dipendenti migliori rischiano l’esaurimento nervoso», scrive il foglio da sempre ritenuto la Bibbia delle aziende in ottima salute. La ricerca punta il dito contro la cattiva distribuzione del lavoro e l’eccesso di telefonate e di riunioni. Il toyotismo da ufficio - l’idea cioè di utilizzare le (poche) risorse disponibili nel modo più produttivo possibile - avanza e trasforma anche gli ex-beati-zaloniani del posto fisso in soldatini in ansia da performance, schiacciati da progetti, meeting e conference call. Proprio per questo i manager di Dropbox hanno cancellato per due settimane tutte le riunioni ricorrenti. «Ciò ha costretto i dipendenti a considerarne l’effettiva necessità», osserva l’Harvard Business Review. Ma il gigantismo delle riunioni, è solo un aspetto del problema. La rinascita dei Gordon Gekko, con le luci dell’ufficio accese 24h, le camicie e le mutande di ricambio accanto alla scrivania e la cena consumata a lume di pc, rinnova il dibattito sull’etica del lavoro. 

La reperibilità

La reperibilità, parola chiave degli efficientisti, è stata da poco messa in discussione in Francia, dove un accordo sindacale consente al personale informatico delle società di scollegarsi e non ricevere chiamate o messaggi di lavoro dopo la fine del proprio turno. Alasdhair Willis, fondatore della rivista Wallpaper*, stilista e padre di quattro figli avuti da Stella McCartney, sintetizza così il segreto della sua pienezza esistenziale: «A tavola con mia moglie non parlo di lavoro e mantengo i weekend work-free. Non bisogna rispondere alle mail di sabato e domenica, l’azienda non fallirà». Per un capo illuminato, ce ne sono però altri che «esercitano il delirio di onnipotenza torturando i sottoposti con messaggi anche in camera da letto», spiega il sociologo del lavoro Domenico De Masi, autore del libro-cult «Ozio Creativo». Il timore di essere sorpassati da colleghi giovani e performanti, e ora persino dalle intelligenze artificiali, rende fragile la base della piramide lavorativa. «Lo spettro dei tagli è un’arma nelle mani dei capi, che mina la nostra dignità», spiega De Masi, fresco di un divertente esperimento. «Ho invitato quattro partecipanti di un mio corso, muniti di telefonino di reperibilità, a mettere il vivavoce: le informazioni scambiate erano inutilissime, ma facevano sentire il capo un Golem e il dipendente un “prescelto” ». 

Lo stato di preallerta permanente

Gli yes-men degli anni Novanta hanno gemmato tanti nipotini «ontici»: la loro qualità principale è esserci. «Gli uffici dopo le 18 diventano dei gay-pride, pieni di uomini che fanno compagnia al capo, che a sua volta è lì mentre forse la moglie lo tradisce con un altro. Gli efficienti, non scordiamolo, sono anche i più cornuti», sintetizza efficientemente De Masi. Anders Ericsson, psicologo della University of Florida che studia i top-performers ha scoperto che i migliori del mondo, dai sollevatori di pesi ai pianisti, lavorano sotto sforzo solo per 4-5 ore al giorno: il riposo fa parte dell’allenamento. «Senza riposo il nostro cervello si svuota - scrive Daniel Goleman nel volume «Piccolo manuale di intelligenza emotiva» - .Gli indicatori sono distrazione, irritabilità e la tendenza ad andare su Facebook». Il superlavoro, dunque, non solo nuoce a chi lo subisce, ma anche a chi lo impone: ad un certo punto non ci si alza dalla sedia perché si lavora, ma perché nessuno dei nostri colleghi lo ha ancora fatto. «Vivere con lo smartphone in mano significa costringersi ad uno stato d’allerta permanente - spiega lo psichiatra Claudio Mencacci -, che porta a modificazioni di carattere cognitivo: diminuisce la concentrazione, cresce la paura di sbagliare fino ad arrivare al burn-out, lo stato anestetico- emozionale che fa coincidere il lavoro con una seccatura». Tra gli effetti c’è l’«asimmetria da contatto»: ogni chiamata, viene anticipatamente vissuta come un altro carico. «Il corpo sotto continuo stimolo vive scompensi cardiocircolatori: sale la pressione e aumentano le infiammazioni croniche». La soluzione c’è, ed è dire no. «Difronte agli esami che non finiscono mai, dobbiamo soffocare la parte storta di noi che, solo dicendo sempre sì, permette all’autostima di crescere». 

Tutti i vantaggi di mettere i figli a letto presto (intorno alle 20)

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Laura Cuppini

DATA: 13 luglio 2016

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Cena, eventualmente cartoni animati, lavaggio dei denti, un libro, nanna. Il rituale quotidiano serale di chi ha figli piccoli ha un copione (giustamente) rigido, che lascia poco spazio alla fantasia. Ma sull’orario di messa a letto dei bambini c’è grande varietà: trovi la mamma che si lamenta del fatto che il figlio/a non dorme prima di mezzanotte e quella che allo scoccare delle 20 può dedicarsi ad altro perché la prole dorme beatamente. Chi ha ragione? Premesso che ogni bambino è fatto a modo suo (e dunque anche la quantità di sonno necessaria può essere diversa), uno studio americano, del Penn State College of Medicine, pubblicato sulla rivista Jama Pediatrics, sottolinea i benefici dell’andare a letto presto fin da piccoli.

Il principale è legato alla salute futura dei bambini stessi: i bambini che hanno una buona routine sonno-veglia sono risultati più protetti dal rischio di sovrappeso a un anno di età, un aspetto fondamentale se si considera che chi accumula chili nei primi anni di vita ha molte più possibilità di essere obeso nel corso dell’esistenza e andare quindi incontro a diabete e disturbi cardiovascolari. Gli studiosi americani hanno preso in esame 250 bambini e le loro mamme, che hanno ricevuto visite periodiche da parte di un gruppo di ostetriche. Alcune mamme hanno ricevuto consigli sul sonno dei piccoli e sull’alimentazione, compreso l’invito a metterli a nanna presto e a non intervenire subito se piangevano nel corso della notte correndo ad allattarli. Ed ecco i risultati dello studio: i bambini di 9 mesi che andavano a letto intorno alle 20 dormivano un’ora e mezza più dei coetanei. E a un anno di vita le loro probabilità di essere sovrappeso risultavano dimezzate rispetto al resto del campione. «È importante stabilire buone abitudini di sonno sin dai primi anni di vita per motivi di salute, compresa la prevenzione dell’obesità, ma anche per il benessere emotivo della famiglia – spiega Ian Paul, primo autore della ricerca -. I neo genitori non pensano all’obesità: il nostro obiettivo è prevenirla senza dover parlare esplicitamente del peso del loro bambino». Senza contare il fatto che se i bambini vanno a letto presto, i genitori hanno qualche ora da dedicare a se stessi, e questo va senza dubbio a vantaggio di tutta la famiglia.

E pensare che, secondo una ricerca presentata da Assirem (Associazione scientifica italiana per la ricerca e l’educazione nella medicina del sonno), il 50% dei bambini dorme meno di quanto dovrebbe. Lo studio «Come dormono i bambini in Italia» ha preso in esame 365 bambine e altrettanti bambini di 8 anni, scoprendo appunto che la metà non riposa abbastanza (nella fascia 6/11 anni servono tra le 9 e le 12 ore di sonno). Se un bambino su tre (31,7%) non vorrebbe andare a dormire, il 9,6% ha difficoltà nell’addormentamento e di questi il 7,3% per la presenza di ansia, agitazione o per paura. Il 7,2% si sveglia durante la notte più di due volte, con difficoltà a riaddormentarsi nel 5,4% dei casi. Il sonno agitato risulta presente nel 26,7% dei casi. Nell’insieme, il sonno insufficiente o la scarsa qualità del riposo portano il 26,1% dei bambini a svegliarsi con difficoltà e il 15,2% a svegliarsi stanchi. Un altro rilevante fattore negativo è rappresentato dai disturbi respiratori: il 17% russa, il 9,7% non respira bene, il 4,6% ha apnee notturne.

«Le conseguenze si vedono a livello sia fisico che mentale – spiega il presidente di Assirem, Pierluigi Innocenti -, perché durante il sonno vengono prodotti degli ormoni, in particolare quello della crescita. Quindi se un bambino dorme meno, lo sviluppo ne risente. Il sonno ridotto può determinare conseguenze anche nella quotidianità, soprattutto nel rendimento scolastico, nella capacità di concentrazione, così come dal punto di vista comportamentale: i ragazzini che non dormono vanno incontro a uno stato di ipereccitabilità e spesso sono considerati “ragazzi difficili”, mentre semplicemente non riposano abbastanza. La deprivazione di sonno incide anche sull’alimentazione: i lavori degli ultimi anni ci dimostrano come, durante il sonno, viene prodotto un ormone che si chiama leptina, che regola il nostro senso di sazietà. Se dormiamo meno ne produciamo meno e siamo più predisposti ad avere una maggiore fame. La deprivazione di sonno comporta un maggior uso del cosiddetto ‘cibo spazzatura’, che tende a farci ingrassare. Oggi sta esplodendo il problema dell’obesità e le due cose sembrano molto correlate».

«Prima di tutto bisognerebbe cercare di anticipare l’orario di addormentamento non oltre le 22, poi parlare con il pediatra della possibilità che dietro i disturbi accusati dal bambino possa esserci un problema di sonno – conclude il professor Oliviero Bruni del Centro del Sonno, Dipartimento Psicologia Processi Sviluppo e Socializzazione dell’Università La Sapienza di Roma, nonché curatore dello studio -. È necessario avviare una campagna di informazione che sensibilizzi l’opinione pubblica, fermo restando che i bambini che presentano uno specifico disturbo del sonno dovrebbero essere visti da uno specialista».

 

 

 

 

Il cervello dei bambini è più sensibile alle radiazioni del Wi-Fi

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Redazione Salute Online

DATA: 14 gennaio 2015

Uno studio lancia l’allarme sull’uso dei tablet da parte dei più piccoli. In realtà l’argomento è controverso: le onde Wi-Fi hanno una potenza molto bassa

 

Il cervello dei bambini è più sensibile al Wi-Fi perché i loro tessuti assorbono più radiazioni di quelli degli adulti. Lo sostiene un rapporto, pubblicato sul Journal of Microscopy e Ultrastructure, che sta facendo il giro del mondo e suggerisce a mamme e papà di limitare l’esposizione della prole al Wi-Fi.

Lo studio

Lo studio sostiene che, siccome i crani dei bambini sono più sottili e la loro dimensione relativa è più piccola, sono più a rischio rispetto agli adulti quando esposti alle radiazioni come a qualsiasi altro agente cancerogeno. E le onde emesse dal Wi-Fi potrebbero provocare la degenerazione della guaina mielinica protettiva che circonda i neuroni cerebrali. Infine ricorda che le stesse case produttrici di computer portatili e tablet suggeriscono di non superare la distanza minima dal corpo di 20 cm e raccomanda alle donne incinte di non portare addosso, nei vestiti o in tasca, i telefoni cellulari.

Wi-Fi ha una potenza radio molto bassa

Il rapporto in realtà è controverso come lo è l’argomento dei danni causati dalle radiazioni emesse dal Wi-Fi, che sono quelle trasmesse da televisori, forni a microonde e telefoni cellulari. Per fare un paragone: l’intensità della radiazione Wi-Fi però è 100 mila volte inferiore a quella di un forno a microonde domestico. Queste radiazioni quindi aumentano sì la temperatura dei tessuti esposti, ma a livelli molto elevati di esposizione: la cosiddetta “interazione termica”. 
La britannica Health Protection Agency in particolare sta monitorando da tempo la sicurezza del Wi-Fi. Secondo gli ultimi dati i segnali radio emessi dai dispositivi hanno una potenza molto bassa: per esempio sedere vicino a un dispositivo Wi-Fi per un anno intero equivale a ricevere la stessa dose di onde radio di una chiamata di 20 minuti al telefonino.

Dipendenza da schermo per i bambini: cosa fare

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Eva Perasso

DATA: 12 luglio 2015 

Fino a 8 ore al giorno su diversi schermi e poco controllo dei genitori. I tempi davanti a smartphone e tablet si sono allungati. Lasciando molti dubbi sulle conseguenze sulla loro salute

 Bambini sovraesposti

Esposizione agli schermi: quanto è salutare per i piccoli e quanto impatta sul loro quotidiano? Molti studi medici hanno indagato sul rapporto tra personal computer, tablet, smartphone, televisore e console per videogame e la salute dei bambini e ragazzi, tracciando un quadro spesso preoccupante.

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Le ore al giorno passate talvolta in solitudine davanti a uno di questi apparecchi tecnologici sono sempre più alte, con scarso controllo genitoriale, sia dal punto di vista dei contenuti che delle modalità di fruizione, mentre anche i piccolissimi - sotto i due anni di età - iniziano a fare esperienze tecnologiche molto presto. Non sempre comunque si tratta di esperienze da condannare: anzi le tecnologie digitali possono trasformarsi in opportunità di apprendimento, se ben dosate e controllate, ma soprattutto alternate alla vita fuori dallo schermo. 

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Due ore al giorno (e poi all'aperto)

Per i bambini dai tre anni in su, fino all'adolescenza, il consiglio è di concedere non più di due ore totali di esposizione agli schermi per motivi di intrattenimento (dai programmi televisivi ai videogame ai social network dunque) cercando comunque di lavorare sui contenuti stessi: che siano sempre controllati, di alta qualità, non violenti.

La rivoluzione dei ritmi scolastici dalla parte dei ragazzi

FONTE: Corriere della Sera 

AUTORE: Emanuela Di Pasqua, Carola Traverso Saibante

DATA: 10 gennaio 2015

Da Parigi agli Usa: la rivoluzione dei ritmi scolastici dalla parte dei ragazzi

I bambini hanno bisogno di lezioni corte e pause lunghe, i teenager di dormire di più. E in Italia? Tempo pieno per i più piccoli e sei ore di lezione frontale alle medie

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Risveglio mentale, sonnolenza, momento della concentrazione, momento della memorizzazione: ogni funzione ha il suo tempo ideale, e ogni fascia anagrafica anche, poiché i ritmi biologici di un adolescente sono ben diversi da quello di un bimbo di sei anni. «La salute del bambino a scuola deve prevalere su ogni altra considerazione – afferma il professor Yvan Touitou, esperto di cronobiologia e membro dell’Accademia di Medicina in Francia, patria di questa disciplina —. Gli insegnanti constatano che i loro alunni sono stanchi e hanno difficoltà d’apprendimento, cosa che i cronobiologi spiegano con il concetto di «desincronizzazione», cioè l’alterazione del funzionamento dell’orologio biologico quando questo non è più tarato con i fattori ambientali, il che compromette l’attenzione e le performance degli studenti». Per risincronizzarlo al meglio bisogna tarare l’offerta formativa sui ritmi di apprendimento dei bambini e degli adolescenti. L’organizzazione famigliare e altri fattori funzionali agli adulti sono argomenti che secondo gli esperti dovrebbero venire dopo, molto dopo, ai ritmi biologici dei bambini e dei ragazzi, al motto di «studiare meno e imparare meglio».

I ritmi biologici diversi di adolescenti e bambini

Occorre innanzitutto distinguere i ragazzi dai bambini: i primi dovrebbero poter dormire fino a tardi, e andare a scuola dopo aver avuto la possibilità di carburare. I secondi invece sono bisognosi, quanto più sono piccoli, di tante pause, periodi di apprendimento non troppo prolungati e possibilmente vacanze non troppo lunghe, onde impedire la regressione. «Gli orari scolastici convenzionali non sono adatti alle capacità di concentrazione dei bambini, che vengono sottoposti a giornate troppo cariche da cui escono stravolti e spesso demotivati. È assurdo chiedere 4 o 5 ore d’attenzione di fila quando si sa che il picco di quella di un bambino di 10-11 anni si situa nella seconda parte della mattinata tra le 10 e le 11», spiega Touitou. Il sistema-scuola è sempre più attento a questo aspetto bio-cronologico della formazione; dibattiti e sperimentazioni sono accesi in vari punti del Pianeta. Mettiamo qualche Paese a confronto rispetto all’organizzazione scolastica e dei ritmi studio/riposo.

Francia

In Francia da quest’anno tutto è cambiato: la riforma dei ritmi scolastici, sperimentata lo scorso anno a macchia di leopardo nel Paese, è diventata universale. Per i prossimi tre anni i dirigenti di materne ed elementari potranno sperimentare nuove formule che riguardano i ritmi settimanali/annuali di studio/riposo, con alcune regole di base da rispettare. E cioè: settimana di massimo 24 ore ripartite su almeno 5 mattine per un totale di almeno 8 mezze giornate alla settimana; giornata scolastica di una durata massima di 6 ore consecutive e mezza giornata che non può superare le tre ore e mezza. Il dibattito sulla bontà della riforma, che va avanti da due anni, non retrocede. Secondo i suoi sostenitori, rispecchia meglio i ritmi dei bimbi grazie soprattutto all’eliminazione della settimana di 4 giorni, una «eccezione francese»: con un minimo di 4 giorni e mezzo settimanali, il bambino ha più tempo d’assimilare la materia e la desincronizzazione da inizio settimana rispetto ai ritmi del weekend risulta meno violenta. Ci vorrà qualche anno, comunque, per capire gli effetti di questa riforma.

Italia

Nella scuola primaria si può scegliere tra moduli o tempo pieno: la scuola a moduli prevede un orario dalle 27 alle 30 ore settimanali, mentre la scuola a tempo pieno prevede un orario di 40 ore settimanali. I moduli vengono spesso considerati più adatti ai tempi dei piccolissimi. Nella scuola secondaria di primo grado l’orario scolastico dipende invece da scuola a scuola per un monte ore complessivo di 30 ore. Alcune scuole distribuiscono l’orario dal lunedì al venerdì lasciando liberi sabato e domenica e considerando le ore di 55 minuti, altre hanno una frequenza di 5 ore giornaliere dal lunedì al sabato e altre ancora hanno un orario di cinque ore giornaliere più rientri al pomeriggio. In generale con l’autonomia scolastica si registra un’ampia varietà di soluzioni, mentre nella secondaria di secondo grado l’orario può essere spalmato su 5 o 6 giorni settimanali, (a Genova quest’anno si è verificata la chiusura al sabato di ottanta istituti superiori gestiti dalla Provincia di Genova «per contenere i costi del riscaldamento e dell’energia elettrica»). L’Italia è il Paese con il più lungo periodo di pausa estiva e sicuramente il clima gioca un ruolo importante.

Germania

Per gli italiani sarebbe un abominio: gli studenti tedeschi hanno «solo» sei settimane di vacanza d’estate. La settimana scolastica è generalmente corta (ma alcuni Länder hanno introdotto anche il sabato mattina); le ore settimanali si concentrano tradizionalmente in lunghe mattinate (di solito 5 ore, con intervalli tra una lezione e l’altra variabili tra i 5 e i 20 minuti a seconda dell’istituto scolastico). I pomeriggi sono dunque in generale liberi, anche se ultimamente sempre più scuole tengono le porte aperte fino alle 16 o 17: una scelta promossa dal governo federale, ma più pensata per le madri lavoratrici che per i figli.

Corea del Sud

E’ famosa per le performance dei suoi studenti, al top delle classifiche internazionali, un sistema scolastico lodato persino da Obama, che tre anni fa suggeriva di «ispirarsi ai sudcoreani che hanno ricostruito la loro nazione grazie alle riforme educative». E’ però famosa anche, insieme a Cina e Giappone, per il «forcing» nei ritmi scolastici imposti ai bambini fin dalla tenera età. In realtà le classi durano fino alle 3 del pomeriggio al massimo: il punto sono i carichi che si abbattono sul doposcuola privato: per stare al passo con compiti e programmi di studio, gli allievi passano da una ripetizione all’altra, al punto che il sindaco di Seoul ha proibito che si svolgano dopo le 10 di sera. E solo 6 studenti su 10 si dichiarano soddisfatti del sistema, contro gli 8 degli altri Paesi asiatici. La Corea del Sud detiene un record: il più alto numero al mondo di giorni di scuola all’anno.

Finlandia

E’ il sistema scolastico che sforna gli studenti più preparati d’Europa, e pertanto i ritmi scolastici sono morbidi: a livello settimanale, è la scuola più corta dei 34 Paesi OCSE e tutti gli alunni hanno diritto a una pausa di un quarto d’ora ogni 45 minuti di lezione. La scuola apre dal lunedì al venerdì, e chiude al massimo alle 3 del pomeriggio. Durante l’anno scolastico, sono quattro in totale le settimane di vacanza (oltre alle feste comandate), mentre dopo il duro inverno del nord, gli studenti se ne vanno in vacanza alla fine di maggio, per rientrare a fine agosto, dopo 10 o 11 settimane di vacanza.

Stati Uniti

Negli Stati Uniti la giornata scolastica nella scuola primaria in genere va dalle 8 alle 15-15.30, con un’ora di pausa pranzo. Nei cicli superiori l’orario va dalle 7.30 alle 14-14.30 e comprende sei lezioni da un’ora o quattro da 90 minuti, con 5 minuti di pausa tra le lezioni e una pausa pranzo di 30 minuti. Le attività extra curricolari e gli sport si svolgono nel pomeriggio. Nelle scuole pubbliche si fa lezione dal lunedì al venerdì. Chi frequenta gli «extra periods» – lezioni supplementari — entra alle 6.30 ed esce alle 15.30. Ai sessanta minuti di lezioni vengono sottratti sei minuti per consentire agli alunni di spostarsi nelle varie classi e per la pausa pranzo. E’ tra le nazioni, insieme all’Italia, che ha la pausa estiva più lunga.

Gran Bretagna

In Gran Bretagna la principale vacanza scolastica dura più o meno sei settimane in estate e molte decisioni sull’organizzazione scolastica sono prese in ambito locale. Il governo ha stabilito delle linee guida per quel che riguarda gli orari e le ore di lezione settimanali, con un minimo 24 ore per gli alunni con un’età compresa tra gli 11 e i 16 anni. Quasi tutte le scuole superiori garantiscono almeno 25 ore di lezione alla settimana. Le giornate scolastiche sono organizzate in modo autonomo dalle singole scuole, ma normalmente le lezioni si svolgono dalle 9 alle 12, con una pausa pranzo e altre due ore di lezione nel pomeriggio.

Più attenzione ai teenager

I due Paesi anglosassoni hanno in comune una forte volontà di cambiamento nel segmento della «high school» e un’attenzione elevata verso il problema del sonno, soprattutto per quanto riguarda gli adolescenti. In America si sta pensando infatti da tempo di regalare qualche ora di riposo in più ai teenager, proprio per amore dei loro ritmi di apprendimento e della loro salute. «I teenager hanno un orologio biologico differente, dice Terra Ziporyn Snider, cofondatrice di «Start School Later» (Cominciare la scuola più tardi), un gruppo sorto spontaneamente. In Gran Bretagna a iniziare la scuola più tardi qualcuno c’è già riuscito davvero: l’Università di Oxford ha promosso un esperimento che coinvolge oltre 30mila studenti tra i 14 e i 16 anni, che cominceranno le lezioni progressivamente più tardi, fino ad arrivare alle 10 di mattino. Nei test-pilota l’inizio posticipato delle lezioni ha provocato un miglioramento nelle performance accademiche degli studenti tra il 19% e il 50%. Lo studio, dalla durata di quattro anni, potrebbe costituire una vera e propria rivoluzione copernicana nel mondo della scuola.