Gli effetti dei traumi sui piccoli (terremoto,…)

FONTE: Almanacco della Scienza del CNR

AUTORE: Angelo Gemignani e Francesca Mastorci

DATA: novembre 2016

I bambini e gli adolescenti esposti a eventi stressanti possono riportare conseguenze gravi sia nel breve che nel lungo termine. E questo è vero anche per calamità naturali come i terremoti che negli ultimi mesi stanno colpendo l'Italia centrale.

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I bambini, come gli adulti, possono vivere l'esperienza traumatica in qualità di vittima, spettatore, persecutore o soccorritore, sebbene abbiano difficoltà a comprendere le conseguenze derivanti dal rivestire una posizione o un'altra. Nella maggior parte dei casi, la mente di un bambino non è in grado di registrare in modo chiaro gli eventi stressanti, soprattutto quando si ripetono nel tempo. Durante le normali esperienze di vita il sistema nervoso centrale acquisisce i fatti avvenuti e le relative esperienze emotive, ma questo meccanismo viene alterato nelle esperienze fortemente traumatiche. Ad aggravare la situazione c'è poi l'incapacità dei bambini a verbalizzare le loro emozioni, che esprimono invece con agitazione, irrequietezza, paura del buio, problemi del sonno, incubi e scoppi di rabbia.

Più il bambino è piccolo, più è probabile che le modalità percettive prevalenti siano differenti da quelle dell'adulto e, quindi, non sempre comprensibili. Il vero indicatore delle emozioni infantili rimane l'adulto di riferimento, rispetto al quale il piccolo manifesta comportamenti d'attaccamento: sarà proprio la sua capacità interpretativa la chiave di lettura che consentirà di dare il giusto supporto.

I bambini, come gli adulti, hanno bisogno che qualcuno li aiuti a parlare di quanto è accaduto, poiché il silenzio è un danno che si aggiunge a quello dell'esperienza traumatica in sé. È necessario spiegare ai bimbi quello che stanno vivendo utilizzando il loro linguaggio, ricorrendo ad esempio al cartone animato o a storie lette da personale esperto.

I bambini, poi, difficilmente sanno associare i loro sintomi di malessere all'esperienza subita e, a fronte di un evento traumatico, sono in genere il corpo e il comportamento a parlare al loro posto con un'ampia gamma di reazioni emotive. Si possono identificare tre principali categorie: quelli che si mostrano tristi e depressi, quelli che diventano più aggressivi e ostili, quelli che tendono a isolarsi. Prima dei sette anni, di solito, i bambini rispondono senza un'apparente reazione emotiva, non esteriorizzando i loro sentimenti. Campanello d'allarme è però la tendenza alla regressione, che si manifesta con comportamenti infantili che il bambino aveva superato: piangere, succhiarsi il pollice, chiedere che gli venga dato da mangiare o il mancato controllo degli sfinteri. Inoltre, possono comparire ridotta concentrazione in classe e calo nel rendimento scolastico.

Queste reazioni, non riconducibili a un comune Disturbo dell'adattamento, si manifestano generalmente entro un mese dall'evento e possono protrarsi anche per mesi o anni dopo il trauma, sfociando nel Disturbo post-traumatico da stress, caratterizzato da ricordi ricorrenti dell'esperienza traumatica vissuta, sogni in cui si ripete l'evento, insonnia, irritabilità, fino alla cosiddetta 'anestesia emozionale', ossia appiattimento della sensibilità del bambino, ritiro sociale e riduzione delle capacità di interazione ludica. I bambini possono quindi mostrare un minore interesse per le attività usuali e apparire distanti e distaccati dalla famiglia e dagli amici.

In conclusione, è necessario predisporre contesti sicuri, in cui i bambini possano trasformare la realtà emotiva di cui sono stati partecipi passivamente attraverso strumenti quali il disegno, la drammatizzazione e la narrazione. In riferimento al terremoto del Centro Italia, ciò conduce alla necessità di definire percorsi che riducano la sintomatologia e diventino programmi di prevenzione per gli esiti patologici in età adulta.

Con Abcd i bimbi autistici apprendono giocando

FONTE: Marina Buzzi , Istituto di informatica e telematica, Pisa, tel. 050/3152631, email marina.buzzi@iit.cnr.it

AUTORE: Anna Maria Carchidi

DATA: novembre 2016

Negli ultimi anni si è registrato un aumento di diagnosi di sindromi dello spettro autistico in tutto il mondo, fondamentale è un intervento tempestivo e attuato con strumenti mirati. "I bambini autistici hanno bisogno di metodologie di insegnamento diverse in quanto bisogna rendere comprensibili i compiti che vengono loro assegnati per facilitarne l'esecuzione", spiega Marina Buzzi dell'Istituto di informatica e telematica (Iit) del Cnr. "Gli studi dimostrano come un aiuto sin dai primi anni di vita porti a un risultato migliore rispetto a un intervento tardivo e non strutturato, probabilmente a causa della duttilità delle strutture cerebrali".

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Dai dati dell'Istituto superiore di sanità relativi al 2010-2011 sul Piemonte e l'Emilia Romagna, emerge una prevalenza della sindrome nella popolazione dai 6 ai 10 anni. Inoltre, l'incidenza maschile è di circa quattro volte superiore rispetto a quella femminile. "Quando si ha un caso di autismo a basso funzionamento, cioè quando è presente un deficit di attenzione e/o di comunicazione risulta efficace una terapia intensiva uno a uno personalizzata e monitorata nel tempo”, continua la ricercatrice. “Questo approccio prende il nome di Aba (Applied Behaviour Analysis), è effettuata da personale specializzato, con insegnamenti a 360 gradi (competenze scolastiche, comportamenti adeguati al contesto, linguaggio, interazione sociale, etc.) e prevede il coinvolgimento attivo di genitori e insegnanti. Da questa premessa nasce il software Abcd (Autistic Behavior & Ccomputer-based Didactic), un'applicazione che permette di utilizzare l'intervento Aba su strumenti elettronici, come portatili, tablet e cellulari. È necessaria una connessione internet in quanto le immagini degli esercizi e i dati di registrazione sono depositati in un server centrale; inoltre, l'interfaccia del bambino e quella del tutor sono tenute separate: è il tutor che avvia l'esercizio dal suo dispositivo, facendo sì che attraverso la rete si sincronizzi con il dispositivo utilizzato dal bambino".

È stata già fatta una sperimentazione nelle scuole di Lucca e Capannori dove, per un intero anno scolastico, sette bambini hanno ricevuto un intervento Aba, utilizzando la app nel secondo quadrimestre. “I bambini hanno lavorato da un iPad, dimostrando un miglioramento nelle aree della comunicazione e socializzazione”, precisa Buzzi. “Si parte con una prima fase di apprendimento nella quale, poiché non deve commettere errori, il bambino riceve un aiuto completo che viene progressivamente sfumato, finché non arriva a effettuare una prova indipendente e con successo: a quel punto riceve un premio, per esempio può utilizzare un gioco a lui particolarmente gradito”.

Ma non tutti i casi di autismo sono uguali, quindi la app può essere tarata. "Abcd si adatta alle abilità del bambino tramite una configurazione che prevede età, recettività e capacità espressive. I livelli aumentano a poco a poco e il bambino impara attraverso semplici prove ripetute e distinte”, conclude la studiosa. “L'applicazione è stata progettata per bambini piccoli, ma anche i più grandi possono usarla con buoni risultati. Grazie alla registrazione automatica dei dati da parte di Abcd e l'inserimento dei dati soggettivi da parte del tutor Aba, come per esempio il livello di aiuto fornito, si possono valutare i progressi o riscontrare i problemi in atto, permettendo al personale specializzato di mettere a punto un intervento ad hoc".

Il progetto Abcd nasce da una partnership tra Iit e Istituto di scienza e tecnologie dell'informazione 'A. Faedo' del Cnr e Università di Pisa, in collaborazione con l'Istituto di fisiologia clinica del Cnr per l'analisi dei dati ed è stato finanziato dalla Regione Toscana, con un contributo di Registro.it.

Più bravi in matematica con un ormone materno

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Redazione Salute online

DATA: 26 agosto 2015

Ricerca su quasi 2000 bambini seguiti dalla pancia alle elementari: la mancanza dell’ormone tiroxina in gravidanza crea problemi nelle capacità matematiche

Se vai male in matematica è “colpa” di un ormone materno. Uno studio olandese ha esaminato e seguito un gruppo di bambini dalla nascita ai 5 anni riscontrando che, in particolare, la mancanza dell’ormone tiroxina nelle loro mamme durante la gravidanza sarebbe stato poi legato a un ridotto sviluppo cognitivo dei piccoli, specie nelle capacità matematiche.

La misurazione dell’ormone tiroxina

La ricerca, pubblicata sull’European Journal of Endocrinology, condotta dal team di Martijn Finken del VU University Medical Center ha studiato 1.196 bambini sani, seguendoli dalla nascita a 5 anni. A 12 settimane di gravidanza il gruppo di studiosi ha registrato i livelli di tiroxina materni, mentre in seguito i ricercatori hanno esaminato i risultati dei test di linguaggio e capacità matematiche fatti a scuola. Gli scienziati avevano già scoperto che livelli relativamente bassi dell’ormone tiroxina nelle donne in gravidanza erano legati a un ridotto sviluppo cognitivo dei bambini. Ma finora non era chiaro in che modo questo si riflettesse sulle performance scolastiche.

I risultati dello studio

I figli delle donne con livelli bassi di quell’ormone sono risultati almeno due volte più inclini a prendere brutti voti nei test di aritmetica. Quando i ricercatori hanno tenuto conto dello status socio-economico familiare e dello stato di salute alla nascita, il rischio è sceso un po’: i bambini avevano il 60% in più di probabilità di incappare in un punteggio basso.
Nessun problema, invece, per i test sul linguaggio. «Resta da vedere - afferma Finken - se questi problemi persistono nell’età adulta. E’ possibile che questi bambini beneficino di integratori ormonali per aiutare il loro sviluppo mentale in utero - suggerisce - . Un simile trattamento però è stato tentato in passato, ma non aveva migliorato le abilità cognitive».

Tre regole per la corretta alimentazione dei bambini

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Maurizio Tucci

DATA: 10 maggio 2013 

Varietà dei cibi, evitare gli spuntini tra un pasto e l'altro e proporre pasti equilibrati, senza sovralimentare i piccoli

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MILANO - In un momento storico in cui sovrappeso e obesità infantile sono, in Italia, un fenomeno che ha assunto le caratteristiche di una vera e propria epidemia, rispetto delle regole, varietà ed equilibrio sono le tre linee guida indicate ai genitori da Andrea Vania, presidente dell’ECOG (European Childhood Obesity Group), intervenuto al 69esimo Congresso Nazionale della Società Italiana di Pediatria che in corso a Bologna. «Rispetto delle regole - spiega l’esperto - nel senso che devono essere i genitori e non i figli a decidere cosa mangiare, mentre oggi assistiamo sempre di più a una sorta di dannosissimo menu a la carte proposto ai bambini, anche piccoli, per assecondare le loro voglie e i loro desideri alimentari. Invece, i bambini devono abituarsi a mangiare quello che i genitori ritengono opportuno che si mangi, in base a scelte operate con criteri diversi rispetto al solo "mi piace - non mi piace". Varietà, perché uno degli elementi essenziali di una buona dieta, in particolare per un soggetto in età evolutiva, è proprio il non fossilizzarsi su un numero ristretto di alimenti, anche se scelti secondo criteri nutrizionalmente ineccepibili. Equilibrio, infine, perché oggi è molto diffusa la tendenza da parte dei genitori a sovralimentare i bambini anche quando è del tutto evidente che non ce n’è alcun bisogno».

Ma come mai ancora sopravvive nei genitori questa mania di rimpinzare i figli oltre misura?
«Da un lato - spiega Vania - c’è sempre l’insano confronto con l’amichetto o l’amichetta che mangia di più, senza tener presente che il fabbisogno nutrizionale è assolutamente individuale; dall’altro lato, a volte è vero che molti bambini, ai pasti, rifiutano la "porzione" anche se è quantitativamente corretta, ma questo è spesso frutto del fatto che hanno mangiato disordinatamente tra un pasto e l’altro e che arrivano a tavola senza più appetito. Anche evitare questa cattiva abitudine fa parte di quel rispetto delle regole che invoco e che prescinde dal tipo di alimenti. Intendo dire che se tra un pasto e l’altro, invece di merendine e dolciumi, si mangia ogni ora una mela, ugualmente non è un fatto positivo, perché una corretta alimentazione significa un mix corretto tra alimenti, quantità e tempi».

Altra tendenza alimentare è quella del biologico. Bio è buono?
«Innanzitutto - precisa Vania - è bene essere consapevoli di cosa significa biologico: prodotto agroalimentare realizzato con un utilizzo nullo o bassissimo di additivi chimici e utilizzando tecniche rispettose degli equilibri e dei ritmi naturali. Per capirci, un carciofo prodotto in serra senza additivi chimici non è un vero prodotto biologico. Il prodotto biologico dovrebbe avere una totale tracciabilità e rintracciabilità su luoghi, metodi, componenti utilizzati, filiera del trasporto. Ad oggi, seppure la legislazione che regola tutto questo ambito esista, l’applicazione delle norme e il controllo è ancora molto vaga con un’eccezione per le carni, che sono certamente più controllate. Fatta questa doverosa premessa - continua Vania - un prodotto biologico è certamente più sano: basti solo pensare che la "durata" di un alimento ottenuto attraverso coltivazioni biologiche è minore e quindi deve essere necessariamente consumato più fresco, il che preserva maggiormente le qualità organolettiche e nutrizionali».

Naturalmente questo ha un costo che viene mediamente stimato tra il 50 e il 100% in più rispetto all’omologo non biologico. Anche senza entrare nel merito, sia pure molto importante, se questo incremento di costi sia equo o speculativo, la domanda che ci si pone, specie in un momento di grande difficoltà economica per le famiglie, è capire quanto sia importante per il benessere dei propri figli questo innegabile sacrificio economico.
«Anche se non ci fosse alcuna barriera economica - premette il presidente ECOG - la produzione biologica potrebbe coprire solo una piccolissima parte della domanda. Avere un’alimentazione totalmente biologica è quindi pressoché impossibile, per cui: niente fanatismi. Sul rapporto costi/benefici per quanto concerne, in generale, l’alimentazione dell’infanzia, specie in una situazione economica molto pregiudicata, ciò che in coscienza mi sento di dire è che, in assenza di latte materno, anticipare l’introduzione del latte vaccino nella dieta di un lattante togliendogli prematuramente i latti per l’infanzia (certamente più costosi) procura un danno al bambino. Potergli offrire una mela biologica è un regalo in più che gli si fa. Partendo da questi parametri, ogni famiglia sarà poi in grado di fare ciò che ragionevolmente può permettersi».

Meno sale contro l’obesità infantile

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Mia Mantovani

DATA: 5 agosto 2013

Chi eccede tende a esagerare anche con le bevande caloriche. Prima dei due anni il sale andrebbe escluso dall'alimentazione
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MILANO - Abituate i bambini a una dieta poco ricca di sale. Questo alimento non solo alza la pressione, ma favorisce anche lo sviluppo dell'obesità infantile. Lo dimostra uno studio australiano condotto presso la Deakin University e pubblicato suPediatrics. I ricercatori, osservando il comportamento di 4.283 bambini tra i 2 e i 16 anni, hanno visto che maggiore è il consumo di sale e più è alto quello di bibite zuccherate, succhi di frutta, acque aromatizzate ed energy drink. La predilezione per il gusto salato si accompagnerebbe, quindi, a comportamenti alimentari poco corretti, con un più elevato rischio di diventare obesi.

LA RICERCA - «I risultati sono interessanti ma non conclusivi», commenta Claudio Maffeis, professore associato di pediatria all'Università di Verona ed esperto in nutrizione infantile. «La dieta dei bambini che hanno partecipato all'indagine è stata valutata due volte tra febbraio e agosto 2007: inizialmente con un colloquio faccia a faccia, poi con un'intervista telefonica. In queste occasioni è stato indagato il loro comportamento alimentare nelle 24 ore precedenti, ma senza che quanto riferito sull’assunzione di liquidi, cosa di per sé non facile, fosse alla fine verificato con metodi più accurati. Un aspetto che va tenuto in conto».

OBESITÀ IN ITALIA - L'indagine mette in relazione l'eccessivo consumo di sale fin da piccoli con la nascita di abitudini alimentari scorrette e il rischio di sviluppare obesità. Un fenomeno ben conosciuto anche in Italia. Nel nostro Paese si contano, infatti, un milione di bambini in sovrappeso, di cui 400 mila obesi. Una situazione a cui è necessario porre rimedio visti anche i problemi di salute connessi: malattie metaboliche come diabete, ipertensione e arteriosclerosi che possono insorgere ancor prima dell’età adulta.

EDUCAZIONE AL GUSTO - In funzione preventiva, è importante abituare i bambini a un'alimentazione equilibrata dalla prima infanzia, il che significa anche non eccedere con il sale per non favorire consuetudini dietetiche sbagliate. «I piccoli non dovrebbero vederlo per i primi 12 mesi, come suggerito dai pediatri. Talora, invece, finisce nelle loro pappe già durante lo svezzamento», dice Claudio Maffeis. Nei primi anni è molto importante educare i bambini al gusto dei diversi cibi, limitando sia quelli troppo dolci sia quelli eccessivamente salati. E qui giocano un ruolo determinante i genitori che devono dare il buon esempio e prestare attenzione a ciò che portano in tavola.

MODERAZIONE E VARIETÀ - L'importante è non abbondare con le porzioni, variare il menù e tener conto dell'apporto calorico di alimenti e bevande per assicurare ai bambini una dieta equilibrata, senza eccessi né carenze. «Ovviamente è meglio l'acqua delle bibite zuccherate e frutta e verdura dei cibi grassi, ma questo non significa demonizzare particolari alimenti», precisa l'esperto. «Le proibizioni non funzionano». Le bevande caloriche possono essere offerte eccezionalmente, basta che non diventino la regola e non si sostituiscano all'acqua. Lo stesso vale per i cibi dolci: non bisogna esagerare.

BANDO AI FUORIPASTO - Troppi snack a distanza di poco tempo sono del tutto sconsigliati. Creano disordine nella dieta del bambino. La sua giornata dev'essere scandita da cinque pasti principali: colazione, spuntino, pranzo, merenda e cena. «La colazione va fatta possibilmente insieme ai familiari e senza fretta», dice l'esperto. «Il consiglio è di puntare la sveglia un po' prima la mattina e abituare il piccolo ad andare a letto presto la sera». Per quanto riguarda lo spuntino e la merenda, «l'importante è che contengano una buona quota di carboidrati, che, tra l’altro, aiutano a tenere sveglia l'attenzione. La frutta è sempre l'ideale, ma può essere alternata con crackers, fette biscottate, una fettina di torta fatta in casa o una merendina leggera non farcita».

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RACCOMANDAZIONI SIP - La Società Italiana di Pediatria ha ribadito recentemente le indicazioni per prevenire sovrappeso e obesità nei bambini: il consiglio è di allattarli esclusivamente al seno fino ai sei mesi, non eccedere con le proteine nei primi ventiquattro e sottoporli a visite periodiche dal pediatra per controllarne l'accrescimento. E ancora: bandire la tivù per i primi due anni, imporre un limite di un paio d'ore giornaliere successivamente e, dai cinque anni, assicurare loro almeno 60 minuti al giorno di attività fisica.

 

Bambini, i trucchi per farli mangiare sano

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Elena Meli

DATA: 3 gennaio 2014

I bimbi hanno gusti difficili: come convincerli a mangiare le verdure e a non rimpinzarsi di schifezze? Il decalogo dei pediatri americani

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Una lotta. Senza mezzi termini, spesso è proprio una vera battaglia quella che si combatte attorno al tavolo da pranzo quando in casa ci sono bambini: difficile convincerli a mangiare frutta e verdura, complicato far capire loro le poche, basilari regole del mangiar sano. Come far capitolare di fronte a insalata e carote anche il più schizzinoso dei pargoli? I pediatri americani hanno appena stilato un decalogo, a detta loro infallibile, pubblicato sul sito dell’American Heart Association: non è un caso, perché un bimbo che non impara a nutrirsi in modo corretto può diventare un adulto con uno stile di vita sbagliato, che più facilmente andrà incontro a problemi di salute.

REGOLE - Quali sono allora le regole d’oro per non cedere le armi quando alla sera, stanchi dopo una giornata di lavoro, l’ultima cosa di cui si avrebbe voglia è lottare perché i nostri figli mangino un po’ di verdura? La prima “legge” è introdurre cibi sani all’interno di piatti che il bimbo già conosce e apprezza: se ad esempio il piccolo mangia con gusto il risotto lo si può arricchire con pezzettini di verdura, se le patate al forno sono gradite si possono aggiungere nella teglia bocconcini di pomodoro o altri vegetali. Poi, può essere una buona idea coinvolgere i bambini il più possibile nella preparazione dei pasti, fin dall’acquisto degli ingredienti: se infatti sanno di aver dato un contributo ai piatti proveranno ad assaggiarli più volentieri. Terza e semplice regola, non acquistare i cibi che non vorremmo far mangiare ai bambini: se in casa non ci sono sacchetti di patatine, merendine, bevande zuccherate i figli inevitabilmente dovranno farne a meno. «In caso di fame, se proprio non riescono ad aspettare di arrivare al pasto, mangeranno quello che c’è: una carota, una mela. Un’altra buona regola è proprio quella di lasciare a disposizione dei bambini, in casa, cibo che possono mangiucchiare liberamente: ai piccoli piacciono gli snack, basta far sì che ne abbiano sotto mano soltanto di salutari», raccomandano gli esperti.

TRUCCHI - Un altro “trucco” per dare ai figli buone regole di alimentazione è stabilire orari precisi per i pasti e attenervisi: «I bambini amano la routine - spiegano gli statunitensi -. Se imparano che possono avere il cibo solo in determinati orari e non al di fuori dei pasti e delle merende, sarà più facile evitare che si abituino a introdurre calorie di troppo in modo incontrollato durante l’arco della giornata». È buona norma, quindi, aggiungere colore al piatto: mangiare verdure di diversi colori aiuta infatti a fare il pieno di nutrienti essenziali e può essere insegnato come un “gioco” ai più piccolini (con i grandicelli già abituati a schifare insalata, carote e pomodori, invece, è un trucco destinato al fallimento). «Un’altra buona regola è non esagerare nel salutismo a tutti i costi: un po’ di gelato o dei biscotti non fanno male - avvertono gli esperti -. Eliminare tutte le golosità può essere controproducente: alla prima occasione in cui potrà mangiare ciò che a casa gli viene proibito, il bambino quasi certamente tenderà a esagerare. Bisogna insegnare ai figli la moderazione, spiegando che anche un cibo non proprio sanissimo può essere parte della dieta, sporadicamente». Il decalogo prosegue ricordando che è bene non mangiare mai davanti alla televisione perché i bimbi, distratti dalle immagini, non si rendono bene conto se sono sazi o meno e finiscono per mangiare più del dovuto. Inoltre, sì a porzioni adeguate e no alla regola del “piatto pulito” per cui i bambini devono finire tutto ciò che è stato loro servito: mangiare anche quando non si ha più fame è uno dei motivi principali per cui si introducono troppe calorie e i bimbi, se non li forziamo, sanno invece capire assai bene quando sono sazi. «Infine, la regola più importante: i genitori devono essere un buon esempio per i loro figli, perché questi imparano per imitazione. Non ci si può aspettare che un bambino mangi l’insalata se noi siamo i primi a non toccarla», concludono gli esperti.

 

 

Tv, tablet, cibi pesanti e giochi vivaci: i nemici del sonno di bimbi e ragazzi

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Margherita De Bac

DATA: 23 febbraio 2016

I pediatri «assolvono» il lettone (solo per i bambini più grandi) ma circa il 40% dei bambini non riposa in modo regolare. Uno studio ha indagato abitudini ed errori più comuni: stilato un vademecum

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E’ la rivincita del lettone. Demonizzato per anni, considerato dannoso per lo sviluppo dei bambini perché rischiava di mettere un freno alla loro autonomia e alla capacità di stare da soli, oggi riceve una sorta di riabilitazione dai pediatri. Due bambini su dieci (la percentuale sale nelle Regioni del sud) all’età di otto anni e anche oltre dormono fra i genitori, ben piazzati nel mezzo. E non deve essere un problema se la dolce, rassicurante abitudine perdura fino a dopo le elementari. Significa che non è arrivato il momento dell’indipendenza. Ovviamente questa sorta di sdoganamento riguarda i più grandicelli, non certo per neonati e bambini molto piccoli E’ assodato che per il bebè fare la nanna fra gli adulti è un pericolo, una delle cause di «morte in culla» per soffocamento.

 

 

Perché i bambini piccoli non vogliono dormire

Come far dormire i bambini da 3 a 6 anni

«L’igiene del sonno»: come riuscire a riposare in modo corretto (a tutte le età)

 

 

La salute vien di notte

Per la prima volta un’indagine condotta in modo scientifico ha analizzato il comportamento di grandi e piccini quando si fa sera. Obiettivo del progetto «Ci piace sognare» è la prevenzione, correggere sul nascere stili di vita sbagliati che possono incidere sulla salute notturna dell’adulto. Chi è insonne da piccolo lo resta da grande, affermano i medici delle due società che hanno curato lo studio, la società italiana di pediatria preventiva e sociale (Sipps) e la società delle cure primarie pediatriche (Sicupp).

Di quanto sonno abbiamo bisogno?

Problemi di sonno negli adolescenti: come intervenire?

Cosa ostacola il sonno degli adolescenti

Abitudini errate

Le mamme e i papà hanno compilato dei questionari online affiancati dal medico dei loro figli per un totale di 2030 schede valide raccolte tra nord, centro e sud. «Appena il 68% dei nostri giovanissimi hanno una durata del sonno corrispondente alle raccomandazioni internazionali. Tra la fine della scuola elementare e le medie la metà scarsa dei pre adolescenti fanno una tirata notturna di almeno 9 ore», dice Marina Picca, presidente Sicupp. Sostiene il progetto Michela Vittoria Brambilla, presidente della commissione bicamerale per l’infanzia: «Il sonno non è tempo perso, è salute. Tra l’ultima chat e l’arrivo di Morfeo dovrebbe passare più di un’ora.». A 1-2 anni 4 bambini su 10 si addormentano nel lettone, a 3-4 anni la percentuale scende di 12 punti, a 5-6 anni quasi tre piccoli su 10 mantengono questo privilegio che si riduce di poco a 7-9 anni (due casi su 10) e scende con decisione solo all’inizio della scuola media. Il presidente di Sipps Giuseppe Di Mauro: «Il 13% dei bimbi cambiano letto nel corso della notte, la maggioranza va dal proprio a quello matrimoniale ma esiste anche il percorso inverso. Il fenomeno non è esclusivo della prima infanzia. La notte a casa c’è un gran traffico specialmente se la famiglia ha più figli».

 

 

Biberon non ti lascio

Cambiamenti che, da soli, non influiscono sulla qualità del sonno. Laura Reali, responsabile ricerca dell’Associazione culturale pediatri, è benevola:«Oggi la vita è cambiata. Madri e padri lavorano magari tornano tardi e avere con sé i figli fra le lenzuola è una specie di compensazione. Un piacere per tutti. Prima o poi il bambino deciderà di addormentarsi nella sua stanza e di restarci. Segno che si sente pronto. E noi mamme lo vivremo come un abbandono». I veri alleati dell’insonnia sono videogiochi, televisione, ipad, cellulare se utilizzati fino a poco prima di spegnere la luce. Poi l’alimentazione: il 27,5% dei mini intervistati bevono latte, succo di frutta o altro quando è l’ora di andare a letto, elemento associato a una minore durata del sonno. E il 5% tra 5-6 anni si attaccano al biberon, oggetto rassicurante per loro ma non per l’igiene del sonno che ne risentirà negativamente.