Fine delle medie: 4 su 10 insuff. in matematica

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Lorella Carimali

DATA: 17 maggio 2019

Come insegnare la matematica alle maestre? La proposta della super prof Lorella Carimali, docente di matematica e fisica al liceo scientifico Vittorio Veneto di Milano, è stata candidata al Global Teacher Prize, il premio Nobel per l’insegnamento

 

Quattro studenti italiani su 10 che frequentano il terzo anno della scuola media non raggiungono un livello sufficiente di competenza numerica, con una prevalenza di ragazze al 41,7% contro il 38,5% dei ragazzi. Questi giovani sono destinati, per la maggior parte, a diventare da adulti degli analfabeti funzionali, incapaci di applicare le abilità matematiche nelle situazioni della vita quotidiana, di leggere e comprendere la società complessa nella quale si troveranno a vivere, di prendere decisioni autonome senza subire condizionamenti. Se a questi numeri aggiungiamo quelli della dispersione scolastica e dei NEET (quota di popolazione di età compresa tra i 15 e i 29 anni che non è né occupata né inserita in un percorso di istruzione o di formazione), la situazione diventa molto allarmante perché si tratta di una moltitudine di giovani a cui viene negata la speranza di poter progettare il proprio futuro, di sognare e di cambiare il proprio modo di vedere se stessi ed il mondo. Come diceva Tullio De Mauro, «l’alfabetizzazione di base, l’alfabetizzazione numerica e matematico-scientifica, le competenze di problem solving, le abilità informatiche, rappresentano elementi cruciali per vivere e lavorare nelle società moderne, caratterizzate da un crescente sviluppo delle tecnologie informatiche e della comunicazione, e al contempo diventano la chiave di accesso al mondo del lavoro e all’inclusione sociale». Come porre rimedio a tutto questo?

 

Per individuare il primo step da affrontare, citerei altri dati che sono apparsi sui giornali alcuni mesi fa. La Varkey Foundation, fondazione senza fini di lucro che opera nel campo dell’istruzione, conduce dal 2013 un’analisi sulla percezione sociale della figura dell’insegnante in 35 Paesi diversi, monitorando il legame tra lo status dei docenti e il rendimento degli alunni. Purtroppo lo status degli insegnanti in Italia è fra i peggiori. Solo Israele e Brasile si collocano più in basso. Il punteggio estremamente basso ottenuto dai docenti è in linea con il pessimo piazzamento degli studenti italiani nei test Ocse-Pisa. Se a questa ricerca uniamo la nostra conoscenza sul fatto che le insegnanti e gli insegnanti di qualsiasi ordine si sentono abbandonati a se stessi e in alcuni casi anche denigrati, capiamo che il primo imprescindibile passo è quello di ripartire dalla valorizzazione dei docenti. Ovviamente anche un adeguamento degli stipendi alla media europea sarebbe importante, ma in attesa del reperimento delle risorse si potrebbe partire intanto con soluzioni attuabili da subito.

 

 

A mio avviso, il primo atto dovrebbe essere quello che il governo convochi i sindacati per trovare insieme un modo per iniziare un percorso di riqualificazione del ruolo. Si potrebbe, ad esempio, introdurre finalmente una qualche forma di carriera. In particolare si potrebbe prevedere, per i docenti con maggiore esperienza e capacità innovativa, quelli dai 50 anni in su, una scansione oraria suddivisa per metà a scuola e per un’altra metà all’università, dove potrebbero mettere il loro know how a disposizione dei futuri insegnanti per evitare la formazione di quelli che vengono definiti «bias» cognitivi, cioè i costrutti fondati su percezioni errate o deformate, su pregiudizi e ideologie. Uno per tutti: l’idea che per l’apprendimento della matematica ci sia bisogno di un quid che solo alcune persone hanno, prevalentemente uomini.

 

Le prime vittime di questi condizionamenti sono le maestre: le statistiche ci dicono che chi sceglie il percorso di Scienze della formazione primaria (la laurea per diventare maestre, ndr) lo fa anche perché si ritiene non portata per seguire un percorso ad esempio scientifico. La psicologa americana Carol Dweck ci dice che questa convinzione passa senza saperlo attraverso azioni e parole anche alle studentesse e agli studenti, quindi è fondamentale invertire la rotta e far capire che questo è solo uno stereotipo. Con un insegnamento della matematica da parte di colleghe anche di ordini differenti potremmo invertire la rotta e far capire loro che le abilità cognitive non sono innate, ma sono il risultato delle stimolazioni ambientali e delle esperienze di apprendimento.

 

Grazie a questa ipotesi di valorizzazione del know how degli insegnanti ritengo che si potrebbero ottenere i seguenti importanti risultati:

gli insegnanti sarebbero valorizzati sia sul piano intellettuale sia sul piano economico;

-il costo dell’operazione sarebbe nullo, perché oggi le figure occorrenti sono già coperte da professori universitari (non intendo quindi un semi esonero con il solo ruolo da tutor come accade oggi);

-più giovani verrebbero attratti dalla professione di docente, con possibilità di carriera anche in università ai fini della ricerca;

-si otterrebbe il vantaggio di far crescere i docenti inclusi nel programma, di valorizzare il loro know-how per condividerlo con le nuove leve;

-si liberebbero posti di lavoro per l’inserimento dei giovani;

-la popolazione avrebbe la giusta percezione del lavoro del docente.

Scrivere a mano fa bene

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE:  Candida Morvillo

DATA:  4 gennaio 2019

Pare che stia tornando di moda scrivere a mano. Un’inchiesta del magazine americano Medium racconta che, ultimamente, molti professori di Harvard impongono agli studenti di prendere appunti manuali invece che su computer e tablet, e che in Arizona e North Carolina le scuole hanno lanciato campagne per insegnare correttamente il corsivo. In Cina, c’è un movimento per riappropriarsi della capacità di scrivere di proprio pugno: disabituarsi a maneggiare i loro difficili caratteri starebbe depauperando la memoria nazionale.

Popolo di scriventi

Anche l’Italia si sta scoprendo un popolo di scriventi oltre che di digitatori. Nel 2015 è nata l’associazione Smed (Scrivere a mano nell’era digitale). Riunisce insegnanti e calligrafi, organizza corsi da Roma in su, per «evitare un impoverimento della motricità fine, della memoria visuale e motoria, dell’organizzazione cognitiva della scrittura e della capacità di esprimere noi stessi in modo unico, immediato, personale». L’Aci, Associazione calligrafica italiana, sta registrando il boom d’iscrizioni ai suoi corsi, una cinquantina l’anno. Fenomeno, questo, globale, almeno da quando si sa che la duchessa Meghan Markle, da ragazza, per lavoro, scriveva inviti ai matrimoni. La vicepresidente dell’Aci Anna Schettin racconta al Corriere: «Scrivere in bella grafia è un’attività lenta e tutti abbiamo bisogno di rallentare. Le persone stanno scoprendo che la grafia è personale, lascia un segno di sé, può essere lieve, forte, calcata, parla della propria personalità». È come se a furia di digitare, e anche dettare agli smartphone, di usare faccine, scrittura predittiva che non contempla l’intero alfabeto del cuore e della mente, abbiamo cominciato a chiederci se non ci stiamo perdendo qualcosa.

Aiuta a pensare meglio

Ricerche scientifiche dimostrano che scrivere a mano aiuta a pensare meglio e l’Istituto grafologico internazionale di Urbino Girolamo Moretti si è adoperato affinché la scrittura a mano sia proclamata dall’Unesco patrimonio dell’umanità. Benedetto Vertecchi, professore emerito di Pedagogia all’Università Roma Tre, autore di oltre 600 pubblicazioni, è a capo di un gruppo di studio sui bambini e la scrittura manuale e spiega al Corriere: «I nostri test hanno dimostrato che scrivere a mano aumenta enormemente la capacità di usare il linguaggio. Non è solo questione di tracciare segni, ma del pensiero che corrisponde al segno che si traccia. Scrivendo sulla carta, il pensiero si esprime in modi molto più distesi e riflessivi che con altri mezzi». Le sue ricerche rilevano anche che usare la penna ha effetti positivi sulla manualità in generale: «Un bimbo che la tiene correttamente con pollice, indice e medio, invece che con due dita o impugnandola come una clava, è anche un bimbo che tipicamente sa allacciarsi le scarpe e usare bene un cucchiaio».

I convertiti

Molti che scrivono per mestiere non si sono mai convertiti al pc. James Ellroy scrive a mano i suoi libri, così le loro sceneggiature Quentin Tarantino e George Clooney, che assicura di essere un disastro nel «copia e incolla». Da oltre trent’anni, Maria Venturi produce best seller (l’ultimo libro, per HarperCollins, è Tanto cielo per niente) e lo fa sempre a mano. Dice: «Quando ero una giovane giornalista, ero anche una veloce dattilografa e ora so usare il computer, però ho sempre creato solo con carta e penna: è come se il pensiero mi scivolasse dalla testa lungo la mano destra. È un testa-mano continuo, ho un cervellino nelle dita che reggono la penna e mi correggono o mi dettano il sinonimo. Se in mezzo ci metto una macchina, vado lenta e la concentrazione si spezza. Per cui, scrivo a mano e poi copio al computer e mando».

Taccuino

Se s’incontra in aereo o in treno l’ex Miss Italia Martina Colombari, è facile vederla intenta a compilare un taccuino. Lei stessa lo spiega così al Corriere: «Scrivere a mano mi rende i pensieri più chiari e limpidi. Lo faccio se prendo appunti e, dopo aver seguito i seminari di meditazione, metto su carta le mie riflessioni. È un momento per stare con me stessa che non sarebbe uguale se avessi per filtro una tastiera. Anche quando devo dire qualcosa d’importante a una persona cara, scrivo lettere, non email». Il professor Vertecchi suggerisce un esercizio pensato per i più piccoli, ma utile anche agli adulti. Lo si trova nel suo libro I bambini e la scrittura (Franco Angeli editore, 2016) ed è l’esperimento intitolato a una frase di Plinio il Vecchio, «Nulla dies sine linea», «Nessun giorno senza un segno». Basta scrivere ogni giorno poche righe — gli scolari di quinta ne hanno scritte sei — ogni volta esercitandosi su un semplice tema, tipo «com’è il tempo oggi». In quattro mesi, si scopre che sono migliorati la qualità del linguaggio e del pensiero. Provare per credere.

Perché l’ascensore sociale è bloccato

FONTE: Il Sole 24 Ore

AUTORE: Quirino Camerlengo

DATA: 16 maggio 2018

La ricerca condotta dagli analisti di Bankitalia sull’ascensore sociale è l’occasione per ritornare alle riflessioni già svolte alcuni mesi fa. Qual è la conclusione cui perviene questo documento? Le condizioni di partenza sono determinanti per la posizione sociale degli individui, alla luce di fattori ambientali quali il quartiere di provenienza, le scuole frequentate, vincoli familiari e legami di amicizia. Ancora una volta, dunque, si denuncia il brusco rallentamento, o meglio, il consolidato blocco dell’ascensore sociale.

RAPPORTO SULLA SITUAZIONE DEL PAESE

Istat: il Pil migliora ma l’ascensore sociale è bloccato. Il ruolo della famiglia

L’immobilità sociale svuota di significato quel principio di eguaglianza sostanziale, consacrato nel secondo comma dell’articolo 3 della Costituzione, che richiede un impegno delle istituzioni repubblicane per un pieno (non incompiuto o parziale) sviluppo della personalità e una effettiva (non simbolica o passiva) partecipazione di tutti alla vita comunitaria. L’immobilità sociale è anche fonte di antagonismi sociali, di rancore verso chi possiede ricchezza e opportunità grazie a una buona sorte. L’immobilità sociale, infine, fomenta il populismo, che intercetta il malessere dei soggetti deboli traducendoli in provvedimenti dettati dalla demagogia e della strumentalizzazione del popolo stesso.

Destra e sinistra hanno condiviso lo stesso errore: ignorare le tante richieste di promozione sociale provenienti dagli strati più deboli della popolazione. Gli schieramenti che hanno governato sino a pochi mesi fa hanno privilegiato, in modo miope, la strada della liberazione dal bisogno economico, con misure di sostegno che si sono rivelate il più delle volte forme eleganti di elemosina e di carità. Questi strati, invece, hanno sempre invocato opportunità di crescita e di riscatto sociale, percependo l’aiuto dello Stato come precondizione e non come risultato di tale impegno.

L’indifferenza degli attori politici ha vanificato l’anelito progressista sotteso ai princìpi costituzionali di eguaglianza sostanziale e di giustizia sociale. Non sono mai neppure state immaginate politiche di lungo periodo o riforme strutturali idonee a stimolare la mobilità sociale. Ma la colpa non è soltanto delle istituzioni pubbliche.

IL COMMENTO

La mobilità sociale è di destra o di sinistra?

Sin dagli studi di Mosca, Pareto, Michels, teorici delle élites, si riscontrava una diffusa tendenza all’autoreclutamento delle élites stesse: azioni di cooptazione, come bene ha chiarito Antonio de Lillo, volte a garantire la trasmissione ereditaria del potere agli stessi appartenenti ai ceti dominanti. Quanto di più nocivo vi può essere per la mobilità sociale se non questo meccanismo autoreferenziale di selezione della classe dirigente? Più alte sono le barriere erette all’ingresso nei centri di poteri, tanto minore e fluida sarà la mobilità sociale.

Quanto di più nocivo vi può essere per la mobilità sociale se non questo meccanismo autoreferenziale di selezione della classe dirigente?”

Non è, quindi, azzardato imputare a questa forma di selezione una incidenza diretta nel blocco dell’ascensore sociale. Occorre così uno sforzo, serio e responsabile, da parte della stessa classe dirigente italiana per rimuovere quelle barriere che impediscono una reale, corretta, equa concorrenza. Ne trarrebbe giovamento la democrazia, con una più fluida circolazione del potere tra ceti e gruppi sociali. Ne trarrebbe giovamento la società, in quanto il ricambio così promosso potrebbe rivelarsi fonte di progresso. Ne trarrebbero giovamento gli individui, messi davvero nelle condizioni di credere nel merito quale motore di promozione e di riscatto sociale. Il merito, appunto.

L’ANALISI

Il più potente ascensore sociale

Contro la meritocrazia è il titolo di un saggio di Kwame Anthony Appiah, che ha denunciato l’uso distorto del merito quale matrice di nuove élites di privilegiati. A suo tempo, Michael Young (The Rise of the Meritocracy, 1958), stigmatizzò il merito basato su di una selezione dell’élite in base al quoziente intellettivo. Ebbene, questi esempi di critica al merito, quale criterio di selezione, non fanno che enfatizzare i rischi di una degenerazione di un modello che, se applicato virtuosamente, potrebbe contribuire a rendere meno intollerabili le diseguaglianze.

IL RAPPORTO CENSIS

Rapporto Censis: un paese deluso che non vede il cambiamento

Se i ceti dominanti rinunciassero a definire essi stessi i parametri per misurare il merito delle persone, se nel contempo le persone stesse accettassero di essere giudicate per l’impegno profuso, i sacrifici sopportati, il talento coltivato nel tempo, se si creasse un sistema sociale informato davvero alla pari dignità sociale di tutti, con interventi di solidarietà per chi non riesce nella «gara della vita» (Bobbio), il merito potrebbe funzionare senza destare queste obiezioni e paure. Del resto, non è forse vero che la nostra Costituzione, quando si occupa di diritto allo studio, presta una particolare attenzione verso i capaci e meritevoli che, anche se privi di mezzi, aspirano a raggiungere i gradi più alti dell’istruzione?

PIETRO: QUASI NESSUNO HA IL CORAGGIO DI DIRE CHE LA SCUOLA PUBBLICA, NELLA QUALE OPERO DA UNDICI ANNI, GENERALMENTE Dà UN CONTRIBUTO DETERMINANTE A TUTTE LE NEGATIVITà SOPRA DETTE; NON PENSO CASUALMENTE, NONOSTANTE LE MIGLIORI INTENZIONI DI ALCUNI DOCENTI.

Prof. di Yale e di Milano: lavoretti inutili

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Antonella De Gregorio

DATA: 24 aprile 2017

«I lavoretti scolastici? Inutili». La prof di Yale: «Non aiutano la creatività». Secondo Erika Christakis nelle scuole dell’infanzia (americane) si punta troppo sull’approccio formale e sul prodotto finito.

E in Italia? Susanna Mantovani: «Il lavoretto è superato, ma si può fare ancora molto per stimolare in modo adeguato i bambini»

Conigli di Pasqua, alberelli di Natale, cuoricini di stoffa per la Festa della mamma, cravatte di carta coi brillantini colorati per quella del papà, nonni di pastafrolla da appendere sul frigorifero. Alzi la mano chi non ha mai sollevato un sopracciglio ricevendo dal proprio pargolo un ben confezionato «lavoretto» prodotto in classe per qualcuna delle sempre più numerose feste comandate. Ma mentre si pensa a dove custodire il piccolo orrore, forse si può sfogliare il libro scritto da una mamma americana, Erika Christakis - che è anche educatrice e docente all’università di Yale - in cui condensa la sua teoria sull’importanza di un apprendimento che parta dal gioco. «The importance of being little» boccia innanzitutto l’approccio formale, meccanico e prestazionale sempre più diffuso, addirittura a partire dalla scuola materna. E non solo negli Stati Uniti. «Sovraccarica il cervello e fa perdere di vista ciò che conta veramente», dice la studiosa: cioè i bambini e le nostre relazioni con loro. In secondo luogo, le obiezioni di Christakis si spostano sulla questione dei lavoretti fatti a mano, forme di artigianato infantile che si traducono troppo spesso in un’esibizione di abilità delle maestre e in un modo per i genitori per toccare con mano quello che il loro bambino fa a scuola. Attenzione a che il prodotto finale non diventi l’obiettivo - mette in guardia la docente - sacrificando la naturale curiosità e la spontaneità dei bambini. Che devono essere lasciati liberi di sperimentare forme, colori e uno «stile» personale, anziché limitarsi a riprodurre o assemblare quanto proposto dalla maestra: una messinscena senza alcun valore educativo.

 

È così? I «lavoretti» non servono a niente, anzi possono limitare la creatività dei bambini? «Va detto innanzitutto che il “lavoretto” in Italia è un po’ superato - risponde Susanna Mantovani, professore ordinario di Pedagogia all’Università Bicocca di Milano -. Resiste nelle scuole più tradizionali, dove ancora si mettono in mano ai bambini dei cartoncini ritagliati dalla maestra e loro si limitano magari ad incollarli. Questo, certo, è la negazione della creatività. Ma gli insegnanti più giovani e aggiornati sanno come mettere a frutto il naturale amore dei piccoli per la manipolazione, l’assemblare, il costruire. Non dimentichiamo che fino ai 6-7 anni l’apprendimento ha una fortissima componente sensoriale ed è importante che lo sviluppo coinvolga tutto il corpo». Bambini guidati nell’osservazione di un campo fiorito, o di insetti, o piccoli animali «quando si troveranno della creta tra le mani la utilizzeranno probabilmente per riprodurre qualcosa che hanno visto, magari qualcosa che duri nel tempo». Senza il sovrappiù di frustrazione di un manufatto che non corrisponde al modello proposto dalla maestra o a quello prodotto dal compagno. «Piace ai bambini e alle famiglie il portfolio dei lavori fatti durante l’anno, magari con foto e racconti che consentono di rivedere, far domande, costruire una memoria senza cristallizzare l’attività in un prodotto da portare a casa», suggerisce la docente. Che, senza demonizzare i lavoretti («dipende da quanti se ne fanno e con quale spirito», dice), suggerisce di sperimentare anche altro: «L’origami, per esempio. O un bel disegno: fatto tutti insieme, poi ciascuno ne porta a casa una copia. La fotografia. Le interviste ai nonni in occasione della loro festa».

Scuola: servirà l’ok dei due genitori per gite, gender, sport…

FONTE: Il Messaggero

AUTORE: Scuola

DATA: 25 novembre 2018

Scuola, servirà l’ok dei due genitori anche per gite e sport

ROMA Parlare a scuola di omosessualità, aborto, divorzio o gender non è possibile per i ragazzi se mamma e papà non vogliono. In base a una circolare diramata dal ministero dell’istruzione agli uffici scolastici regionali, infatti, tutte le attività extracurricolari dovranno ricevere il consenso delle famiglie. Ma si rischia così di incontrare continui blocchi alle attività e di mettere in contrasto scuola e famiglia. La nota infatti, da un lato, ha suscitato l’entusiasmo di numerose associazioni per la famiglia ma, dall’altro, ha incontrato la protesta dei sindacati della scuola: «Così si lede l’autonomia scolastica, chiediamo subito un incontro al ministro Bussetti».

 

LA CIRCOLARE

La circolare della discordia si riferisce alla compilazione del piano triennale dell’offerta formativa, specificando che le famiglie devono conoscerne i contenuti prima dell’iscrizione e devono esprimere il consenso per la partecipazione dei ragazzi alle varie attività extracurricolari. Si tratta, ad esempio di corsi di lingua, laboratori di scienze, concerti, lezioni di musica e teatro, viaggi di istruzione e attività sportive, di incontri legati alla salute, alla psicologia, allo sviluppo emotivo degli adolescenti, al concetto di famiglia o di identità sessuale: spesso si tratta di temi, quindi, legati alle dinamiche del bullismo e della violenza di genere. Non sempre però questi incontri sono stati apprezzati da tutti i genitori. Tanto da scatenare proteste contro la teoria del “gender” arrivate in piazza anche per il Family day. Ora il ministero ha sottolineato la necessità del consenso delle famiglie per la partecipazione dello studente: senza firma di mamma e papà il ragazzo viene esonerato, tutto ciò che arriva ai ragazzi, al di fuori dei programmi strettamente scolastici, deve essere approvato dai genitori.

LE REAZIONI

«Una vittoria storica per i diritti dei genitori italiani - ha commentato Chiara Iannarelli, vicepresidente di Articolo 26 - da oggi, in particolare per quei temi più delicati e sensibili, legati alle scelte educative delle famiglie come affettività, sessualità, educazione “di genere”, i genitori non potranno più veder loro imposti progetti non condivisi, spesso senza alcuna informazione, e che per i loro contenuti sono invece da sottoporre alle scelte educative delle singole famiglie, anche se svolti nel normale orario scolastico». Una vittoria dunque, per le associazioni, mal digerita però dai sindacati che rivendicano il diritto all’autonomia delle scuole e ribadiscono che la partecipazione dell’intera scuola alle scelte educative è già prevista: «Chiediamo al ministro un incontro urgente - spiegano Francesco Sinopoli della Flc Cgil, Maddalena Gissi della Cisl scuola e Pino Turi della Uil scuola - per un confronto di merito su questa circolare, i cui contenuti rischiano di essere lesivi dell’autonomia professionale dei docenti e dell’autonomia scolastica, entrambe costituzionalmente garantite. Le procedure di definizione dell’offerta formativa sono fortemente democratiche e partecipative, richiedono la delibera del Consiglio di istituto e un’ampia fase di consultazione e proposta anche nei consigli di classe. Il Piano dell’offerta formativa, quindi, costituisce il momento più alto di espressione dell’autonomia scolastica: il rapporto con la collettività scolastica non può essere inteso come adesione ad un servizio a domanda individualizzata».

 

I PRESIDI

Che cosa ne pensano i presidi, che rischiano di trovarsi alle prese con un continuo braccio di ferro tra i genitori per avere un’attività a scuola o per abrogarla? «Facciamo chiarezza - spiega Antonello Giannelli, presidente dell’Associazione nazionale dei presidi - se la scuola decide di trattare, ad esempio, l’educazione sessuale durante l’ora di scienze curricolare e la inserisce nel piano triennale dell’offerta formativa, i ragazzi seguiranno queste lezioni senza possibilità di essere esonerati. Se invece si tratta di un’attività extracurricolare, quindi facoltativa, la famiglia può decidere di non far partecipare lo studente. Ma la scuola comunque, da parte sua, porta avanti le lezioni come meglio crede».

L’America fa dietrofront: più conoscenze, meno competenze

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Orsola Riva

DATA: 17 aprile 2018

Le conclusioni di un panel di esperti consultati dall’Ente nazionale di valutazione americano: gli studenti non imparano più a leggere perché a scuola si fanno solo test e si trascurano storia e letteratura, arte e scienze

Perché gli studenti americani non riescono a migliorare le loro capacità di lettura nonostante tutti gli investimenti fatti negli ultimi due decenni proprio per rafforzare questa competenza strategica? Per tentare di rispondere a questa domanda il Naep, l’Invalsi americano, la settimana scorsa ha convocato un gruppo di esperti a Washington. E la risposta finale è stata: perché leggere non è come andare in bicicletta. Non basta saper pedalare: per capire un testo bisogna poter contare su un solido bagaglio di conoscenze, mentre il sistema scolastico americano da vent’anni a questa parte ha puntato tutto e solo sulle competenze, a scapito della ricchezza del curriculum. Era il 2001 - presidente George W. Bush - quando il Congresso americano approvò con un voto bipartisan la legge chiamata No child left behind che, almeno nelle intenzioni, doveva servire a dare a tutti i ragazzi - ricchi o poveri - delle solide competenze in lettura e matematica grazie a un sistema di test diventato negli anni sempre più pervasivo. Dai risultati di queste prove standardizzate, infatti, dipendeva una buona parte dei fondi federali, cosicché le scuole pian piano finirono per appiattire i programmi sui test (il cosiddetto «teaching to the test») impoverendo la qualità della didattica. Risultato: i livelli dei ragazzi sono rimasti gli stessi mentre la forbice fra ricchi e poveri si è ulteriormente allargata tanto che nel 2015 - presidente Barack Obama - la vecchia legge è stata sostituita dal nuovo Every Student Succeeds Act, che ha modificato (delegandoli ai singoli Stati) ma non eliminato il sistema di test standardizzati obbligatori in tutte le scuole dal terzo all’ottavo grado (cioè dalla quarta elementare alla terza media).

«Don’t know much about history»

La storia di questo fallimento educativo è stata ricostruita da The Atlantic in un lungo e documentato articolo in cui si rimarca come il meccanismo perverso dei test abbia agito negativamente soprattutto sulle scuole dei distretti più poveri, quelle che avevano più difficoltà a raggiungere i traguardi prefissati dal governo e che dunque erano più facilmente esposte al rischio di tagliare materie come la storia e la letteratura, l’arte o la scienza che, non essendo misurate dai test governativi, venivano considerate dei rami secchi, per concentrarsi solo sui test. Col risultato paradossale che così finivano per moltiplicare lo svantaggio di chi non aveva alle spalle una famiglia con un patrimonio culturale da trasmettergli. Perché la lettura è un’abilità complessa che richiede non solo la capacità di decodificare un testo ma quella assai più articolata di comprenderlo. E nella comprensione di un brano scritto conta più il nostro bagaglio di conoscenze che le cosiddette abilità di lettura - le reading skills misurate dalle prove standardizzate. Come ha spiegato uno degli esperti che hanno partecipato alla riunione di martedì scorso, lo psicologo cognitivo Daniel Willingham, il fatto che i lettori capiscano o meno un testo dipende molto di più dalle loro conoscenze e dalla ricchezza del loro vocabolario che da quanto si sono esercitati con domande del tipo «Qual è l’argomento principale del testo?» o «Che conclusioni trai dalla lettura di questo brano?». Se un ragazzo arriva alle superiori senza sapere nulla della Guerra civile americana perché non l’ha mai studiata a scuola, non importa quanti test abbia fatto: farà molta più fatica a rispondere a qualsiasi domanda relativa a quell’argomento di un suo collega più colto anche se magari meno allenato di lui nei quiz.

Ma non basta. Come osservato da Timothy Shanahan, professore emerito all’Università dell’Illinois e autore di oltre 200 pubblicazioni sulla «reading education», il sistema dei test commette un altro errore gravissimo: quello di misurare le capacità dei ragazzi usando dei brani considerati alla loro altezza. Mentre al contrario diverse ricerche dimostrano che gli studenti imparano molto di più quando leggono testi che sono al di sopra del loro livello di competenze e che proprio per questa ragione li portano a sforzarsi arricchendo il loro vocabolario e le loro capacità di comprensione. Perciò se vogliamo davvero migliorare le capacità di lettura degli alunni piantiamola di farli esercitare con i bugiardini dei farmaci o le istruzioni degli elettrodomestici. E semmai puntiamo su un curriculum ricco in storia scienze letteratura e arte che fornisca ai ragazzi una cassetta degli attrezzi - intesa come un sistema di conoscenze e un vocabolario articolato - servibile per ogni occasione.

Quattro zampe terapeutiche

FONTE: Almanacco CNR

AUTORE: Antonio Cerasa

DATA: ottobre 2017

I gattini hanno invaso internet da decenni e assicurano visibilità e viralità al proprio profilo. Perché abbiamo così bisogno di vivere insieme agli animali, trasformandoli in compagni di vita, al punto che i soggetti più fotografati, condivisi, taggati, twittati del web sono proprio loro? Prima di tutto l'animale domestico è veramente un compagno di vita, al punto che come ha dimostrato uno studio pubblicato qualche mese fa su 'Plos One' i cani possono arrivare a condividere lo stesso profilo di personalità dei loro padroni. Misurando i livelli di cortisolo, l'ormone dello stress, in 132 coppie di proprietari e cani in situazioni difficili i ricercatori dell'Università di Vienna hanno scoperto che gli animali con padroni agitati, lo sono altrettanto, mentre quelli con umani che gestiscono bene lo stress rispondono meglio agli imprevisti.

Ma il ruolo degli animali domestici può addirittura essere quello di ripristinare l'equilibrio emotivo della famiglia. Cani e gatti percepiscono le conflittualità famigliari e intervengono assorbendo la rabbia e aggressività dei padroni amplificando la gioia e felicità con comportamenti che favoriscono il gioco, stimolando il contatto quando avvertono tristezza. Un recente lavoro scientifico ha confermato che soprattutto i cani sono in grado di riconoscere i nostri stati emotivi. In uno studio pubblicato su Biol Letters, alcuni ricercatori hanno sottoposto un gruppo di amici a quattro zampe a un semplice test in cui venivano proiettate fotografie di umani che esprimevano gioia o rabbia, abbinando loro il suono di parole concordanti o discordanti. È emerso che gli animali passavano più tempo a osservare i visi la cui emotività era congruente con l'espressione verbale.

Il supporto psicologico che gli animali possono dare all'essere umano non si evince solo dalla vita in famiglia, ma anche in settori come la riabilitazione motoria o psichiatrica. Chi non si è sentito bene accarezzando un gatto peloso, dando da mangiare a un coniglio o cavalcando un puledro? Esistono numerose prove scientifiche degli effetti positivi della pet therapy. Una recente revisione apparsa sulla rivista Frontiers in Psychology ha concluso che l'intervento assistito da animali può rivelarsi una buona opzione complementare per una serie di traumi psicologici come fobie o disturbo post-traumatico, così come per alcuni disturbi neurologici.

In centomila chiusi nelle loro stanze. Neet, ragazzi che si ritirano dalla società

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Dario Di Vico

DATA: 6 novembre 2016

Sono i più fragili tra chi non studia né lavora: più esposti i maschi, educati alla regola del successo. Li chiamano Neet, si barricano nella loro cameretta, il computer sempre acceso, musica e libri, i pasti consumati lì.

neet

Ritiro sociale è un’espressione ancora poco nota. La utilizzano psicologi e operatori delle Onlus per definire i comportamenti del segmento più fragile dei Neet, i giovani che non studiano e non lavorano. Per avere un’immagine immediata di cosa significhi il ritiro sociale si può pensare a un ragazzo barricato nella sua cameretta con le tapparelle abbassate, il computer sempre acceso, musica e libri, il cibo consumato lì in una segregazione auto-imposta. Il fenomeno è molto conosciuto in Giappone — li chiamano hikikomori — ed è iniziato negli anni 80. Riguarda per lo più maschi primogeniti e il primo sintomo è la rinuncia a frequentare la scuola. Motivo: la pressione della società che chiede una competizione alla quale il giovane risponde negandosi. Le stime nipponiche variano da 400 mila a 2 milioni di coinvolti, il trend però è in crescita. Anche da noi la prima manifestazione del ritiro sociale è l’auto-esclusione dalla scuola, annunciata ai genitori una mattina a sorpresa senza segnali premonitori. Le stime italiane sono di 100 mila ragazzi — un altro primato europeo di cui non essere fieri — ma ovviamente non è facile elaborare dati così delicati. A monitorare il fenomeno sono realtà come la cooperativa Minotauro, che ha pubblicato di recente un testo dedicato ai ritirati e dal titolo eloquente: «Il corpo in una stanza». Anche in Italia a essere colpiti sono molto più i maschi perché a loro è stata trasmessa un’identità fortemente condizionata dal ruolo sociale e dal successo lavorativo.

L’annuncio a sorpresa

I corpi in una stanza non hanno «voce» e l’unica strada per capirne di più è riannodare il filo partendo dai racconti dei genitori. Così abbiamo fatto, organizzando un focus group nella sede del Corriere a Milano. Rompe il ghiaccio Carmen: «Una sera che non dimenticherò mai, Sandro si è seduto sul mobile della cucina e mi ha detto: da domani a scuola non ci vado più, e così è stato. Era in quarta liceo. Per tre anni è vissuto nella sua camera, ha piantato il calcio, è diventato vegano e ha smesso anche di mangiare a tavola con la famiglia». Racconta Giulia, un’altra mamma: «Marco ha finito il liceo regolarmente, i guai sono arrivati dopo. Ha lavorato come venditore per un’azienda, ma dopo diversi mesi non gli hanno voluto riconoscere un contratto e non l’hanno pagato. E da lì ha spento la luce, si è rifiutato di continuare gli studi e ha introiettato un senso di vergogna e inadeguatezza. Voleva fare il deejay e adesso l’unica compagnia che ha scelto è la musica». Si inserisce Nicoletta: «Francesco un giorno mi ha confessato che andare a scuola era diventato un incubo quotidiano. Si è ritirato in camera e si è costruito una rete di amici virtuali in diverse città, ha perfezionato l’inglese ubriacandosi di serie tv e non ne ha voluto più sapere dell’istituto turistico. L’ultima delusione è stata l’impossibilità di essere assunto in un hotel, che pure lo avrebbe preso, perché ancora minorenne». Le storie raccolte si assomigliano molto e evidenziano il fallimento del rapporto con la scuola, l’assenza dei padri, la vergogna nei confronti dei compagni di classe, la creazione di circuiti di socializzazione a distanza.

Genitori e insegnanti

«La scuola non raccoglie il dolore» sostiene Carmen. I giovani che per qualche motivo incontrano la sofferenza negli anni della crescita — un incidente, una malattia, la separazione conflittuale dei genitori — rimangono segnati e il sistema scuola non riesce a reincluderli, aumentando le loro probabilità di diventare Neet. Nel focus group il giudizio sulla scuola è stato materia incandescente: i genitori raccontano episodi di insensibilità degli insegnanti, di demotivazione professionale, di trasmissione di un senso di inadeguatezza e la conseguenza è l’aumento del tasso di dispersione. L’abbandono scolastico è la prima fabbrica di Neet e infatti cresce (è al 15%) in corrispondenza con l’aumento del tasso di disoccupazione. Secondo la ricerca della onlus WeWorld denominata «Ghost», proprio perché dedicata ai ragazzi-fantasma, un quarto di loro ha alle spalle iter scolastici accidentati. Se i conflitti con la scuola potevamo prevederli il focus group ha evidenziato un’altra costante: la totale assenza dei padri. Il genitore maschio di fronte al ritiro sociale del figlio si scopre impotente e cede spesso alla tentazione di squalificarlo. Lo considera un fannullone, un incapace, un «disfunzionale». In uno dei casi il padre ha addirittura diseredato il figlio e persino sul sostegno economico i papà si eclissano. La gestione del ritiro pesa tutta sulle madri, che delle volte trovano maggiore aiuto nei nuovi compagni di vita, più disponibili dei veri padri. Ci sono anche casi in cui le donne maturano un senso di auto-colpevolizzazione, come Nicoletta che si chiede «se non ho sbagliato, è come se l’avessi tenuto nella pancia anche dopo la nascita impedendogli così di crescere». «Economicamente è stato un disastro — riepiloga Giulia — ho dovuto vendere una casa che avevamo ereditato e tentare di costruire un percorso formativo. Un curriculum di speranza che lo aiutasse un giorno a reinserirsi». Se è vero che i padri latitano, una funzione di supplenza la ricoprono le Onlus del terzo settore, che partono dal sostegno psicologico e poi si incaricano di stimolare il ragazzo per fargli recuperare interesse per il mondo reale fuori dalle quattro mura. In questo modo sperano di farlo transitare negli altri segmenti di Neet, i ragazzi che fanno volontariato oppure che si aggrappano alla pratica sportiva per socializzare . «Attacchiamoli alla vita» è il leitmotiv degli operatori.

L’aiuto della Rete

È poi singolare come di fronte alle sconfitte dei soggetti «caldi» — la famiglia e la scuola — il «freddo» Internet, l’elettronica impersonale e mangia-privacy, diventi una ciambella di salvataggio, un assistente sociale h24. La virtualità attenua la vergogna sociale, ne riduce l’impatto fisico, il filtro del computer rassicura e lascia sempre aperta la via di fuga. Smaterializza le amicizie e riduce il rischio delle delusioni. Sono nate così pagine Facebook e chat di Skype per gli hikikomori italiani con più di mille iscritti. «Francesco ha sempre subito le dinamiche di gruppo perché maturo di testa e piccolo nel fisico, sulla Rete invece ha trovato amici a Firenze, Bari e Roma. Più grandi di lui con i quali gestisce ore e ore di chiacchiere al computer» racconta Nicoletta. La spiegazione degli psicologi è che nella dimensione virtuale i giovani ottengono le gratificazioni che la vita reale ha negato loro. Come l’offesa di non ricevere nemmeno una risposta formale agli Sos che inviano a pioggia sotto forma di curriculum e lettere di presentazione ad aziende, centri per l’impiego e possibili datori di lavoro. Gli stessi studiosi motivano il carattere prevalentemente maschile del ritiro sociale — le ragazze in Giappone sono solo il 10% — con la trasmissione al femminile di un’idea di realizzazione del sé più larga e sfaccettata e non riconducibile agli stereotipi del successo/identità lavorativa. È un lascito di genere — e non un’esperienza maturata sul campo — che però funziona da anticorpo, evita di aggiungere esclusione a esclusione.

Ragazze e maternità

Non vuol dire che l’intero universo Neet — oltre i ritirati — non sia colorato di rosa, ma le traiettorie sono differenti: incide molto la maternità attorno ai 20 anni, la scelta di restare a casa con i figli e non presentarsi sul mercato del lavoro. Se i genitori dei ritirati sociali di fronte al compito che si para loro davanti lottano per non disperarsi, anche gli altri padri e madri dell’universo Neet finiscono per essere spaesati. Come sintetizza Lucia Tagliabue di Jointly, una rete di orientamento professionale: «Non sanno che consigli dare ai loro ragazzi perché il mondo del lavoro viaggia a una velocità diversa e temono di risultare iperprotettivi o eccessivamente rigidi nelle imposizioni ai ragazzi».

P.S. Dal ritiro sociale fortunatamente si può uscire. Oggi Sandro ha 29 anni e fa l’insegnante di Tai chi.

Macché matematica e scienze, a scuola si insegna la felicità

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Caterina Belloni

DATA: 15 marzo 2017

Il benessere dei bambini diventa fondamentale, tanto che conta per valutare presidi e istituti: E arrivano i corsi di meditazione per gli adolescenti

La matematica serve, come la grammatica inglese, ma quello che conta è il benessere degli studenti. Tanto che nei prossimi anni le scuole britanniche verranno classificate sulla base anche di questo parametro, considerato così fondamentale da stare al pari di quelli accademici, se non addirittura più in alto. La svolta del sistema scolastico inizierà con un progetto pilota per insegnare agli allievi la felicità, che non dipende da qualche sussulto hippy degli eletti in Parlamento, ma dalla constatazione che le nuove generazioni anglosassoni hanno problemi con la serenità. Secondo dati recenti, infatti, il dieci per cento dei minorenni soffre di disagio psicologico o di malattie mentali, mentre un’indagine della Varkey Foundation ha rivelato che i giovani britannici sono tra i più insoddisfatti al mondo. Quasi uno su due si dichiara infelice e solo il Giappone li precede in una classifica realizzata a livello internazionale per fotografare aspettative, paure e stati d’animo dei millennials.  

A lezione di meditazione

Insomma, la ricerca della felicità sta diventando un’emergenza Oltremanica e il governo, che se ne dispiace e soprattutto paga i conti della spesa sanitaria per i giovani in difficoltà, ha deciso di intervenire. La prima mossa del Ministero dell’istruzione è stata quella di lanciare un programma pilota di benessere, che partirà a maggio e coinvolgerà duecento scuole in tutto il paese, per un periodo di almeno due anni. Ai bambini dagli otto anni in su verranno impartite in classe lezioni di felicità, attraverso diverse tecniche. Anzitutto verranno istruiti sulle varie forme di respirazione, che aiutano a contenere l’ansia e a gestirla; poi riceveranno istruzioni su come perseguire il proprio benessere con attività da svolgere a casa o a scuola; ancora saranno invitati a esercitare l'empatia, condividendo sensazioni e problemi dei loro simili; infine verranno formati a praticare la «mindfulness», metodica di liberazione della mente dalle preoccupazioni, che è molto in voga nel Regno Unito. Tutte strade da percorrere, per cercare di raggiungere la serenità perduta. 

Lezioni per prevenire depressione e suicidi

Quanto agli adolescenti, seguiranno oltre a queste lezioni, anche dei seminari mirati a proposito del bullismo, dell’ansia e della depressione e saranno invitati a ragionare sui rischi che corrono nell’ambiente in cui vivono e a capire che il suicidio non è mai un’alternativa praticabile. Secondo gli educatori e i presidi, infatti, negli ultimi anni la scuola si è concentrata molto sui risultati accademici e la valutazione dell’apprendimento, lasciando in secondo piano lo sviluppo psicologico e comportamentale degli allievi. Che invece deve diventare un punto di riferimento e, alla fine della sperimentazione, sarà anche uno dei parametri fondamentali considerati dall’Ofsted, l’organismo regolatore del sistema scolastico britannico, che classifica gli istituti e in base alla cui valutazione vengono erogati fondi oppure chiusi corsi. Alcuni ispettori, in realtà, già oggi tengono conto nelle loro valutazioni sul campo del benessere e della serenità dei bambini, che talvolta appare così rilevante da controbilanciare un ritardo nella competenza in matematica o scienze. Ma forse ancora non basta. La scuola deve formare l’individuo e non solo l’allievo, assicurando benessere e serenità. Anche se per riuscirci bisogna stare seduti in cerchio, ad occhi chiusi, pensando ai problemi e ai pensieri negativi e immaginandoli come degli autobus, che arrivano ma poi ripartono. Lasciando la mente libera dalle preoccupazioni e aperta a un futuro pieno di possibilità. 

 

MI PARE CHE IL MINISTERO DELL’ISTRUZIONE BRITANNICO, DA LODARE PER L’INIZIATIVA, DIMENTICHI IL FATTORE FONDAMENTALE PER AVERE SERENITà, FELICITà A SCUOLA: LA CAPACITà DEL DOCENTE DI SAPER CREARE, INSIEME AI BAMBINI, UN CLIMA DI AMICIZIA, PUR NELLA DIVERSITà DEI RUOLI, FRA TUTTI COLORO CHE VIVONO INSIEME TANTE ORE.

Disabili in classe? Sì, ma con docenti preparati

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Federica Mormando

DATA: 24 marzo 2014

 

 Nel 1977 si comincia a parlare dei diritti dei disabili e si decreta che siano tutti inseriti nelle classi comuni. Quindi si pensa che l’ambiente sintono con la maggioranza dei bambini sia il migliore per tutti. Non ci si è accorti che per un bambino autistico i rumori e la molteplicità di stimoli di una classe «normale» sono terrorizzanti. Che un piccolo con ritardo cognitivo è umiliato dal non poter seguire il percorso degli altri. Che gli stili relazionali sono relativi alla struttura psichica e che quelli «normali» possono sconvolgere bambini con disturbi della personalità.

Infatti sono molte le classi con bambini che saltano sui banchi, urlano, picchiano, pur non essendo bulli.
Non si è dato peso all’evidenza che, rallentando il ritmo dell’insegnamento, si negano possibilità di apprendimento ai normali e a quelli ad alto potenziale intellettivo.

E neppure agli insegnanti, per cui può essere impossibile insegnare bene in una classe in cui i disabili sono del tipo sopra citato.

Per risolvere tutto spunta l’insegnante di sostegno. Definito per la classe, non per il singolo caso.

Senza entrare nel merito della loro preparazione, i «sostegni» lavorano in un ambiente generalmente non sintono con i ragazzi di cui dovrebbero occuparsi, e per sostenere loro, la classe e anche se stessi spesso se li portano fuori. In aule apposite? Più spesso nei corridoi, non per colpa loro.

La confusione di pari opportunità con identiche opportunità ha come punto di partenza e conseguenza la negazione dell’individualità. I bisogni di un bambino «normale» sono profondamente diversi da quelli di un bambino con grave ritardo cognitivo, o asperger, o iperattivo. E diversi da quelli di un bambino ad alto o altissimo potenziale intellettivo.

In conclusione, questa scuola non dà a nessuno quanto promette e deve. Il disagio è evidente a chiunque frequenti in modo consapevole molti bambini. I disabili sono a disagio, non imparano quanto potrebbero, né in cultura né in abilità relazionali, e la loro autostima ne è ferita.

Il disagio si fa più evidente nei casi di disabilità specifica, per i quali erano stati messi a punto metodi  atti a permettere loro di comunicare  nel modo più adeguato possibile. Parlo dei sordi, oggi detti non udenti – e dei ciechi – oggi detti non vedenti. I primi isolati in classi di udenti, visto che è mancata loro la possibilità di rapporto e comunicazione con gli altri bambini sordi, e relativo scambio di esperienze ed emozioni, essenziali per lo sviluppo cognitivo e psicologico, linguistico e sociale.

Ricordo di essermi accorta, molti anni fa, che un architetto era sordo soltanto quando gli ho parlato dietro le spalle, tanto era perfetta la sua lettura labiale. Oggi si va diffondendo la «lingua dei segni», che permette ai sordi di comunicare solo con chi la conosce, oltre che di capire i TG. Stesso problema per i non vedenti, una volta perfetti conoscitori del braille, forse qualcuno ricorda i centralinisti perfetti nel loro lavoro.

Quanto ai bambini ad altissimo potenziale intellettivo, sono frustrati e depressi perché per loro, non esiste ancora nulla nelle scuole. Così, camuffata da uguaglianza, la negazione del diverso persiste.

Eppure sarebbe possibile una scuola in cui gruppi di allievi possano riunirsi per competenza e livello, in spazi differenziati sia per aree del sapere sia per tipologia dei bambini. I momenti di apprendimento devono rispettare le possibilità, i tempi e i modi di ognuno.

In questa scuola che non c’è, esistono momenti comuni, cui non devono essere obbligati quelli che non o mal li sopportano, dedicati non all’apprendimento, ma alle relazioni e al riconoscimento, lì sì, delle diverse abilità.

 

La Dott.ssa Federica Normando è una psichiatra e psicoterapeuta che offre consulenze a bambini, adolescenti e adulti per disturbi psichici di diversa origine e tipologia, dai problemi di coppia, alla prevenzione dell'Alzheimer, fino ai disturbi di natura alimentare.

 

In particolare la Dott.ssa Mormando è specializzata nell'individuazione e nella gestione della superdotazione e della precocità intellettiva infantile e si occupa di problemi scolastici e di orientamento professionale.

Giornalista pubblicista, la Dott.ssa organizza seminari e corsi per genitori e insegnanti e si occupa di didattica personalizzata.

 

MORMANDO DR.SSA FEDERICA - EUROTALENT - PSICHIATRA PSICOANALISTA - VIA CAVALIERI BONAVENTURA 8 - 20121 - MILANO (MI) 
Tel: 02 29061564 | E-mail: fmormando@fastwebnet.it  f.mormando@gmail.com