Dieci consigli per coltivare l’amore per la lettura nei nostri figli

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Cristina Marrone

DATA: 26 giugno 2016

I bambini diventano lettori per tutta la vita per svariate ragioni. A volte c’è un libro fondamentale che cattura la loro immaginazione. Altre volte sono gli insegnanti a proporre libri molto amati e in alcuni casi sono gli stessi genitori a influenzare l’amore per i libri andando spesso in libreria o in biblioteca, leggendo prima di andare a letto o valutando insieme i libri da leggere per le vacanze. Ecco qualche consiglio per coltivare l’amore per la lettura nei nostri figli, un piacere che può durare un’intera vita, suggeriti per la Cnn da Regan McMahon, giornalista di Common Sense Media

Leggere ad alta voce

Leggere ad alta voce può risultare naturale per molti neo genitori, ma è importante tenere il passo e proseguire nel tempo con questa buona abitudine. I bambini potranno goderne più a lungo di quanto si pensi. È molto piacevole ed emozionante leggere a un neonato o a un bambino che ci stanno rannicchiati addosso e condividere con loro immagini e parole. Vostro figlio potrebbe chiedervi di leggere lo stesso libro anche un centinaio di volte, ci vuole pazienza! Da grande si ricorderà sia la vicinanza fisica , sia la storia. È ideale cercare di assecondare le preferenze, quindi scegliere libri su pirati, vichinghi, animali, spazio, qualunque cosa interessi il bambino.

GLI ALTRI 9 CONSIGLI CLICCANDO SUL LINK DEL CORRIERE

 

Bambini o robotini? La relazione significativa

AUTORE: Pietro Bordo

DATA: 11 novembre 2016

 

 

Questo appena trascorso è stato il mio quarantatreesimo anno di insegnamento nella scuola primaria (la scuola elementare; quattordici anni nella parificata, ventuno nella paritaria “d’elite” e otto nella pubblica), tutti a Roma. Con il testo che segue vorrei semplicemente evidenziare quello che è, a mio avviso, oltre alle ordinarie competenze professionali specifiche, l’elemento fondamentale per riuscire ad insegnare qualcosa ai bambini: una buona relazione significativa fra docente e discente.

 

Prima dell’inizio del mio primo anno d’insegnamento il direttore della parificata mi disse: “Ricordati che non potrai insegnare nulla ai bambini se non li amerai. Ma non basta: loro lo dovranno capire; aiutali a capirlo”.

Mi sembrava un’affermazione esagerata, ma nel corso degli anni ho sperimentato che era vera.

Qualche anno dopo non mi ha stupito leggere una relazione scientifica che diceva che è praticamente impossibile insegnare qualcosa agli alunni se fra docente e discente non si instaura una relazione significativa per la quale il bambino capisce che è accolto, accettato, amato a prescindere da qualsiasi altra considerazione.

Ho imparato che per realizzare questa relazione bisogna parlare al bambino individualmente, dandogli attestati di affetto, stima e fiducia. Soprattutto bisogna saperlo ascoltare, rispettando i suoi tempi comunicativi. Ogni bambino con il quale l’ho fatto (sono ormai migliaia) ne è stato felice e successivamente lui mi ha chiesto di parlare in privato, confidandomi problemi e gioie, piccole e grandi, di scuola e di casa. Ovviamente le gioie le abbiamo condivise e per i problemi abbiamo cercato insieme le possibili soluzioni. Ed i genitori sono stati informati di questi colloqui, dai quali spesso sono venuti a sapere ciò che nemmeno immaginavano, soprattutto paure del bambino che spesso non avevano motivo razionale di esistere ma lo angosciavano. Quanto detto si realizza già in prima, con i bambini di sei anni, ed il contributo alla crescita personale e culturale del bambino è straordinario. I risultati scolastici hanno sempre tratto grande beneficio da questa relazione significativa, che non fa miracoli ma aiuta molto i bambini a dare il meglio di sé, poiché li motiva fortemente, li fa sentire importanti e sicuri che c’è chi è disposto ad aiutarli, a casa ed a scuola.

Ho trovato l’ennesima conferma di quanto le relazioni umane siano importanti anche a scuola studiando, e quindi “conoscendo”, Giovanni Bollea, un umanista della neuropsichiatria, padre riconosciuto della neuropsichiatria italiana, morto nel 2011.

In effetti Bollea attribuiva una grandissima importanza all’azione educativa degli adulti (insegnanti e genitori); considerava la società e il mondo degli adulti come responsabili nel prevenire il disagio, la sofferenza e anche le psicopatologie nello sviluppo dei bambini e degli adolescenti. Giovanni Bollea aveva una concezione aperta e globale del suo stesso lavoro clinico e credeva molto in un approccio integrato tra neuropsichiatria, educazione e azione sociale. Senza trascurare una analisi dei fattori neurobiologici per comprendere il comportamento dei bambini, attribuiva tuttavia una attenzione particolare agli aspetti psico-affettivi e socio-relazionali del suo sviluppo. Dimostrò sempre un vivo interesse per l’educazione e la relazione adulti/bambini/adolescenti. Pensava che insegnanti e genitori possono fare molto per prevenire il disagio e le psicopatologie. Non a caso i suoi due libri Le madri non sbagliano mai I genitori grandi maestri di felicità sono diventati due bestseller. Essi affrontano la questione dell’educazione dei bambini e degli adolescenti con l’ottica di prevenire il disagio e i percorsi destrutturanti della personalità. Questi testi sono scritti anche in modo accessibile al grande pubblico senza tuttavia cadere nella banalità e la superficialità.

Giovanni Bollea a più riprese cita l’opera di grandi educatori come Maria Montessori e anche l’educatore sovietico Anton Makarenko. A proposito di quest’ultimo scriverà: «Mi ha sempre colpito l’affermazione del grande pedagogista Anton Makarenko, secondo cui lo scopo dell’educazione è “la gioia di vivere insieme”. Ciò è molto di più del semplice educare, del guidare verso uno sviluppo armonico della personalità o l’acquisizione di una buona cultura».

  1. Bollea staccò la neuropsichiatria infantile dalla medicina pediatrica mostrando che la sofferenza del bambino non è mai del tutto riconducibile ad una base organica. Secondo lui sono le relazioni umane a curare e ad avere bisogno di essere curate; e questo anche quando la malattia ha un’origine organica e genetica. Attribuiva una grandissima importanza alle relazioni sociali e affettive in qualsiasi progetto psicoterapeutico».

Bollea credeva molto nel ruolo educativo e anche terapeutico del contesto di vita. Giovanni Bollea consiglia ai genitori, ed immagino anche ai docenti, di parlare con i ragazzi e di ascoltarli; raccomanda anche ai genitori di fare il racconto della loro vita, di creare davvero una relazione basata sul dialogo.

Nel mondo scolastico ormai caratterizzato da un tecnicismo esasperato (DSA, BES,…), per il quale a volta invece che di bambini mi sembra di parlare di robotini, con i relativi software disciplinari, purtroppo tanti si dimenticano che il primo e più importante lavoro si compie nel "cuore dell'uomo" e il modo con cui questi si impegna a costruire il proprio futuro, fin da bambino, dipende del rapporto instaurato con chi lo dovrebbe aiutare a crescere, sotto tutti i punti di vista, rispettando la sua libertà; e dipende anche dalla concezione che ha maturato di se stesso e del suo destino.