La manomissione delle Parole

AUTORE: Pietro Bordo

DATA: novembre 2011

Estratto da “La Manomissione delle Parole”, di Gianrico Carofiglio” (Rizzoli, 2013)

(La manomissione nell’antica Roma era l’atto con il quale il dominus (padrone) proclamava libero il suo schiavo, rinunciando alla potestà, o manus, che aveva su di lui e facendogli acquistare la libertà e la cittadinanza, con gli annessi diritti civili e politici)

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Gustavo Zagrebelsky* ha detto: “Il numero di parole conosciute e usate è direttamente proporzionale al grado di sviluppo della democrazia e dell'uguaglianza delle possibilità. Poche parole e poche idee, poche possibilità e poca democrazia; più sono le parole che si conoscono, più ricca è la discussione politica e, con essa, la vita democratica".

Nel suo ideale decalogo dell'etica democratica egli ha incluso la fede in qualcosa, la cura delle personalità individuali, lo spirito del dialogo, il senso dell'uguaglianza, l'apertura verso la diversità, la diffidenza verso le decisioni irrevocabili, l'atteggiamento sperimentale, la responsabilità dell'essere maggioranza e minoranza, l'atteggiamento altruistico; e, a concludere il decalogo, la cura delle parole.

In nessun altro sistema di governo le parole sono importanti come in democrazia: la democrazia è discussione, è ragionamento comune, si fonda sulla circolazione delle opinioni e delle convinzioni. E - osserva Zagrebelsky - lo strumento privilegiato di questa circolazione sono le parole.

Il rapporto fra ricchezza delle parole e ricchezza di possibilità (e dunque di democrazia) è dimostrato anche dalla ricerca scientifica medica e criminologica: i ragazzi più violenti possiedono strumenti linguistici scarsi e inefficaci, sul piano del lessico, della grammatica, della sintassi. Non sono capaci di gestire una conversazione, non riescono a modulare lo stile della comunicazione - il tono, il lessico, l’andamento - in base agli interlocutori e al contesto, non fanno uso dell'ironia e della metafora. Non sanno sentire, non sanno nominare le proprie emozioni. Spesso, non sanno raccontare storie. Mancano della necessaria coerenza logica. Non hanno abilità narrativa: una carenza che può produrre conseguenze tragiche nel rapporto con l'autorità, quando è indispensabile raccontare, descrivere, dare conto delle ragioni, della successione, della dinamica di un evento.

La povertà della comunicazione, insomma, si traduce in povertà dell'intelligenza, in doloroso soffocamento delle emozioni.

Questo vale a tutti i livelli della gerarchia sociale, ma soprattutto ai gradini più bassi. Quando, per ragioni sociali, economiche, familiari, non si dispone di adeguati strumenti linguistici; quando le parole fanno paura, e più di tutte proprio le parole che dicono la paura, la fragilità, la diffe­renza, la tristezza; quando manca la capacità di nominare le cose e le emozioni, manca un mec­canismo fondamentale di controllo sulla realtà e su se stessi.

La violenza incontrollata è uno degli esiti possibili, se non probabili, di questa carenza.

I ragazzi sprovvisti delle parole per dire i loro sentimenti di tristezza, di rabbia, di frustrazio­ne hanno un solo modo per liberarli e liberarsi di sofferenze a volte insopportabili: la violenza fisica. Chi non ha i nomi per la sofferenza la agisce, la esprime volgendola in violenza, con conseguenze spesso tragiche. Nelle scienze cognitive questo fenomeno – la mancanza di parole, e dunque di idee e modelli di interpretazione della realtà, esteriore e inte­riore ‑ è chiamato ipocognizione. Si tratta di un concetto elaborato a seguito degli studi condotti negli anni cinquanta dall'antropologo Bob Levy. Nel tentativo di individuare la ragione dell'altis­simo numero di suicidi registrati a Tahiti, Levy scoprì che i tahitianí avevano le parole per in­dicare il dolore fisico, ma non quello psichico. Non possedevano il concetto di dolore spiritua­le, e pertanto quando lo provavano non erano in grado di identificarlo. La conseguenza di questa incapacità, nei casi di sofferenze intense e (per loro) incomprensibili, era spesso il drammatico cortocircuito che portava al suicidio.

“I limiti del mio linguaggio significano i limiti del mio mondo" ha scritto Ludwig Wittgenstein. La caduta del linguaggio - si può arrivare a dire - è la caduta dell'uomo.

Nella “Città di vetro” di Paul Auster, Daniel Quinn va nella biblioteca della Columbia University e legge il libro di Peter Stillman padre, Il Giardino e la Torre:

Nel paradiso terrestre il solo compito di Adamo e stato inventare il linguaggio, dare il proprio nome a ogni oggetto e creatura. In tale condizione d'inncenza, la lingua era penetrata direttamente nel vivo del mondo. Le parole non si erano semplicemente applicate alle cose che vedeva: ne avevano svelato essenze, le avevano letteralmente vivificate. La cosa e il nome erano intercambíabili. Dopo la caduta questo non valeva più. i nomi cominciarono a staccarsi dalle cose; le parole degenerarono in un ammasso di segni arbitrari; il linguaggio era disgiunto da Dio. Dunque la storia del Giardino non ricorda soltanto la caduta dell'uomo, ma quella del linguaggio. Se la caduta dell'uomo implicava anche una caduta del linguaggio, non era logico presumere che si sarebbe potuta ribaltare la caduta stessa, e capovolgerne gli effetti, se si ribaltava la caduta del linguaggio, impegnandosi a ricreare quello parlato nell'Eden? Se l'uomo fosse riuscito ad apprendere la lingua originale dell'innocenza, non ne conseguiva che in quel modo, dentro di sé, si sarebbe riappropriato di tutta una condizione d'innocenza?

L’abbondanza, la ricchezza delle parole è dunque una condizione del dominio sul reale: e diventa, inevitabilmente, strumento del potere politico. Per questo - argomenta Zagrebelsky- è necessario che la conoscenza, il possesso delle parole siano esenti da discriminazioni, e garantiti da una scuola eguale per tutti. Ma il numero delle parole conosciute non ne esaurisce lo straordinario potere sugli uomini sulle cose. Un ulteriore segnale del grado di sviluppo di una democrazia e, in generale, della qualità della vita pubblica, si può desumere dalla qualità delle parole: dal loro stato di salute, da come sono utilizzate, da quello che riescono a significare.

Tutti possiamo verificare, ogni giorno, che lo stato di salute delle parole è quanto meno preoccupante, la loro capacità di indicare con precisione cose e idee gravemente menomata.

Le parole devono - dovrebbero - aderire alle cose, rispettarne la natura. Scrive T.S. Eliot nel quinto tempo dell'ultimo dei Quattro quartetti:

 

[ ... ] E ogni frase e sentenza che sia giusta,

dove ogni parola è a casa, e prende il suo posto

per sorreggere le altre,

la parola non diffidente né ostentante,

agevolmente partecipe del vecchio e del nuovo,

la comune parola esatta senza volgarità,

la formale parola precisa ma non pedante,

perfetta consorte unita in una danza) [ ... ]

 

Socrate, negli ultimi istanti della sua vita, raccomanda a Critone: "Tu sai bene che il parlare scorretto non solo è cosa per sé sconveniente, ma fa male anche alle anime". E tuttavia il “parlare scorretto", la progressiva perdita di aderenza delle parole ai concetti e alle cose, è un fenomeno sempre più diffuso, in forme ora nascoste e sottili, ora palesi e drammaticamente visibili.

George Steiner ha osservato che le ideologie cosiddette competitive, come il nazismo - e io aggiungerei: il fascismo e altre, meno palesemente totalitarie - non producono lingue creative, e solo di rado elaborano nuovi termini. Molto più spesso "saccheggiano e decompongono la lingua della comunità", manipolandola e usandola come un'arma. Questa caratteristica della Lingua Tertii Imperií", l'essere oppressiva e parassitaria insieme, emerge con tragica evidenza dalle pagine del Taccuino di Klemperer. 'Il Terzo Reich ha coniato pochissimi termini nuovi, forse verosimilmente addirittura nessuno. La lingua nazista in molti casi si rifà a una lingua straniera, per il resto quasi sempre al tedesco prehitleriano: però muta il valore delle parole e la loro frequenza, trasforma in patrimonio comune ciò che prima apparteneva a un singolo o a un gruppuscolo, requisisce per il partito ciò che era patrimonio comune e in complesso impregna del suo veleno parole, gruppi di parole e struttura delle frasi, asservisce la lingua al suo spaventoso sistema."

Quando rievoca le modalità della propaganda nazista, nel tentativo di capirne l'efficacia, Klemperer osserva:

"No, l'effetto maggiore non era provocato dai discorsi e neppure da articoli, volantini, manífesti e bandiere, da nulla che potesse essere percepito da un pensiero o da un sentimento consapevoli. Invece il nazismo si insinuava nella carne e nel sangue della folla attraverso le singole parole, le locuzioni, la forma delle frasi ripetute milionì di volte, imposte a forza alla massa e da questa accetta meccanicamente e inconsciamente…

Ma la lingua non si limita a creare e pensare per me. Dirige anche il mio sentire, indirizza tutto il mio essere spirituale quanto più naturalmente, più inconsciamente mi abbandono a lei. E se la lingua colta formata di elementi tossici è stata resa portatrice di tali elementi? Le parole possono essere come minime dosi di arsenico: ingerite senza saperlo sembrano non avere alcun effetto, ma dopo qualche tempo ecco rivelarsi l'effetto tossico".

Le parole come minime dosi di arsenico dall'effetto lentamente, inesorabilmente tossico: questo è il pericolo delle lingue del potere e dell'oppressione, e soprattutto del nostro uso e riuso, inconsapevole e passivo.

Per questo è necessaria la cura, l'attenzione, la perizia da disciplinati artigiani della parola, non solo nell'esercizio attivo della lingua - quando parliamo, quando scriviamo - ma ancor più in quello passivo: quando ascoltiamo, quando leggiamo.

La lingua del Terzo Reich, pericolosa come un veleno, è una lingua di "estrema povertà" (un intero capitolo del Taccuino, il terzo, si intitola “Caratteristica fondamentale: povertà”). Perché si fonda su un sistema tirannico pervasivo; perché impone un unico modello di pensiero; perché, "nella sua limitatezza autoímposta, poteva esprimere solo un lato della natura umana".

La lingua, "se può muoversi liberamente", è per natura ricca, perché si piega a esprimere, a dire tutte le esigenze, tutti i sentimenti umani: e dunque, come contravveleno, converrà ricordare che - non per pedanteria fìlologica, ma per autoconservazione - bisogna combattere l'impoverimento della lingua, la sciatteria dell'omologazione, la scomparsa delle parole.

E una lingua, quella nazista, costruita sulle frasi fatte, e forte della loro ripetizione stolida: perché, ammonisce Klemperer, "proprio le frasi fatte si impadroniscono di noi".

Di noi e, aggiungerei, della politica, di entrambi gli schieramenti, che, negli ultimi vent'anni, nel nostro Paese è stata più che mai dominata dalla ripetizione di slogan volgari, trivíali e di metafore grossolane: “la Lega ce l'ha duro"; “la discesa in campo"; "il presidente eletto dal popolo"; "i magistrati comunisti”; “lasciatelo lavorare"; e infine quello più triviale e pericoloso, nella sua apparente, innocua banalità: “la politica del fare"; “È tutta colpa di Berlusconi!”; “Se c'era la Sinistra al governo vedevi”.

D'altra parte, scriveva Primo Levi, "quante sono le menti umane capaci di resistere alla lenta, feroce, incessante, impercettibile forza penetrazione dei luoghi comuni?".

La ripetizione continua, ossessiva, è uno dei sistemi principali di una lingua totalitaria, laddove il totalitarismo della lingua non va sempre e necessariamente insieme al totalitarismo della forma di governo. Quella totalitaria è una lingua gonfia di odio e di isterismo, che si appropria delle parole e le usurpa, nutrendo con esso le minacce, le allusioni a complotti, i tentativi di creare e seminare tensione; una lingua che dice per poi negare di aver detto; che disprezza i cittadini allo stesso modo degli avversari politici.

Nella lingua del Terzo Reich, tronfia e urlata, “lo stile obbligatorio per tutti era quello dell'imbonitore".

Forse non solo in quella lingua, non solo allora.

 

*Gustavo Zagrebelsky, giudice della Corte costituzionale, insegna diritto costituzionale all'Università di Torino. Ha pubblicato presso Einaudi Il diritto mite (1992), Il «crucifige!» e la democrazia (1995 e 2007), La domanda di giustizia, insieme con Carlo Maria Martini (2003), Principî e voti(2005), Imparare democrazia (2007), Intorno alla legge (2009), Sulla lingua del tempo presente (2010) e Giuda  (2011).

Si parla molto e si comunica poco. Che fare se i figli «non ascoltano»

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Marta Ghezzi

DATA: 16 maggio 2014

Le parole che educano sono poche. L’errore più frequente? Mortificare 
Per educare non è sufficiente parlare, serve l’esempio e la regola

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La frase è nota. Un refrain comune a nove genitori su dieci: «Mio figlio non mi ascolta». Il ragazzo con le orecchie sigillate ha, in genere, un’età in zona adolescenza, ma con sempre più frequenza il «disturbo» colpisce, stranamente, anche la prima infanzia. Non c’è tono, pacato, normale, stridulo, acuto, imperioso, che riesca a raggiungere, e superare, la barriera del timpano filiale. È una cosa che diverte molto il pedagogista Daniele Novara. Nel suo simpatico accento emiliano ricorda a mamme e papà che: 
A. l’idea non ha base scientifica. 
B. al contrario, i bambini sono normalmente portati ad ascoltare i genitori.
La prova? Il bilinguismo. Se in casa si parlano lingue diverse, i piccoli le acquisiscono prestando attenzione alle parole dei genitori. 

Novara sa, però, che il tema comunicazione con i figli è un terreno minato. Delicatissimo. In queste settimane riparte un nuovo ciclo di incontri della Scuola Genitori, ideato dal CPP, Centro PsicoPedagogico per l’Educazione e la Gestione dei Conflitti e sponsorizzato da Doremi Baby, e l’esperto ha deciso portare in cattedra l’argomento. «Farsi ascoltare! Come comunicare efficacemente con i figli» è il tema del suo intervento del 7 aprile alla Sala Provincia, via Corridoni 16 a Milano.

Perché i figli «non ascoltano»? 
«È un problema di natura educativa. I genitori di oggi hanno un modello educativo tipo peluche: morbido, compiacente, servizievole. Così si è creato l’equivoco che per educare sia sufficiente parlare. Un errore serio, perché l’educazione è esattamente il contrario: non si insegna con l’eccesso verbale, tipico delle nuove generazioni, ma con l’esempio e la regola. I problemi sorgono se si sostituisce una buona e chiara organizzazione educativa con le parole». 

Come parlare ai figli? 
«Quando sono piccoli, in modo chiaro e semplice. Se gli si chiede di fare una cosa o gli si affida un compito bisogna evitare la comunicazione ridondante, ricca di dettagli. Gratifica molto il genitore ma crea confusione nel figlio. Viceversa, quando sono adolescenti, bisogna imparare a tenersi a distanza. Dosare le parole per evitare il conflitto, per non farsi trascinare nella bagarre emotiva». 

Le parole dei figli possono essere taglienti. O accendere campanelli d’allarme. Come valutarle?
«Mai prendere troppo alla lettera quello che dicono i figli. Fino ai dieci anni il bambino ha una propensione al pensiero magico. Frasi preoccupanti come “a scuola mi rubano le matite” o “non mi regali mai niente” indicano un’autoreferenzialità che ha ancora caratteristiche magiche. Se ci si attiene solo al senso, si rischia di incagliarsi. L’adolescente, invece, parla spinto dall’enfasi emotiva, per svincolarsi dal controllo genitoriale. Quindi esagera ed esplode con frasi come “se non mi lasci uscire te la faccio pagare”. Il consiglio, quindi, è di ascoltare e cercare di capire cosa si nasconde dietro a una comunicazione magica o enfatica». 

Quale è l’errore più comune che blocca la comunicazione con i figli?
«Mai mortificare. Frasi, purtroppo frequenti, come “sei sempre il solito”,’“non capisci niente”,”non mi posso proprio fidare” sono deleterie. Minano l’autostima e hanno implicazioni negative sulla relazione genitori-figli. Non si arriva al rispetto delle regole con urla e sgridate». 

Per non essere soffocanti e rigidi si sceglie la carta dell’amicizia. Mossa giusta o sbagliata?
«Un clima amichevole in famiglia è piacevole. Ma attenzione: mamme e papà devono accettare la privacy dei figli e il fatto che è giusto che i ragazzi non dicano tutto. Oggi c’è questa nuova genitorialità-online, che permette di seguire, controllare, spiare. Non va bene: si alimenta una morbosità sbagliata, la pretesa di essere i migliori confidenti dei figli è un errore». 

Che fare quando si è esasperati e prossimi a “esplodere”? 
«Sono sempre molto scettico riguardo alle punizioni. Regole chiare e semplici sono lo strumento più efficace per arrivare a un buon livello di comunicazione. Se serve una pausa, penso sia utile provare con la tattica del silenzio attivo. Esplicitato. Di brevissima durata per i piccoli, quattro-cinque minuti al massimo durante i quali i genitori non parlano. Più lungo, ma mai eccessivo, se si tratta di adolescenti fino ai 15-16 anni».