Lo sport in adolescenza è il primo fattore protettivo per la salute di corpo e mente

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Chiara Bidoli

DATA: 19 settembre 2025

Praticare un’attività regolarmente, soprattutto se in team, migliora l’autostima e la capacità di relazionarsi con gli altri. Il rischio per i giovani è che il risultato e la perfomance rappresentino stimoli distruttivi e non benefici

Correre, saltare, giocare all’aria aperta sin dalla prima infanzia e poi praticare uno sport sono, insieme a una sana ed equilibrata alimentazione, i pilastri della salute a breve e a lungo termine. Secondo le linee guida dell’Oms (Organizzazione mondiale della sanità) fra i 3 e i 17 anni si dovrebbe praticare un’attività fisica quotidiana di intensità moderata-vigorosa per almeno un’ora al giorno. Il che significa, per i più piccoli gioco libero, che allenare naturalmente la coordinazione dei movimenti, e per i più grandi, scegliere un’attività sportiva che abbia effetti benefici non solo sulla salute fisica, ma anche mentale. In particolare, in pre-adolescenza e adolescenza, praticare uno sport, specie se di squadra, permette di aumentare l’autostima, di migliorare la gestione dei rapporti con i coetanei e ha impatti positivi sulla qualità del sonno, oltre a tenere lontane cattive abitudini come fumo e alcol.

Praticare sport in adolescenza può proteggere da dipendenze e isolamento ma, perché abbia un impatto significativo, dev’essere iniziato «prima»: è soprattutto nell’infanzia che si adottano abitudini che poi si consolideranno negli anni, ed è in questa fase della vita che si orientano le traiettorie di salute di una persona. Se guardiamo alla situazione in Italia i dati, però, non sono confortanti: il nostro Paese è tra i primi per obesità infantile (17%) e sovrappeso nei bambini fra i 7 e i 9 anni (39%) (fonte European health report 2024, Oms). Tra questi ultimi il 70% trascorre almeno due ore al giorno davanti a uno schermo, a scapito di un’attività motoria, percentuale che tende ad aumentare con l’età, soprattutto tra i soggetti più svantaggiati a livello socioeconomico.

Gioco di squadra contro ansia e frustrazioni

Praticare regolarmente un’attività fisica è fonte di benessere, e questo gli italiani sembrano averlo ben compreso. Negli ultimi 30 anni è in aumento la pratica sportiva continuativa che, per quasi metà del campione interpellato, corrisponde ad almeno un allenamento a settimana. Una consapevolezza che però sembra non appartenere agli adolescenti: il cosiddetto dropout sportivo riguarda soprattutto loro, ed è in aumento. Quali sono le ragioni per cui i ragazzi abbandonano lo sport, che nella fase di passaggio dall’infanzia all’età adulta può essere un’esperienza formativa? Rispondono al Corriere Ilaria Polenghi, specialista in Psicologia Clinica dell’Università Vita-Salute San Raffaele e Stefano Faletti, formatore nazionale del Csi (Centro Sportivo Italiano).

«Lo sport di squadra è un buon alleato nel periodo delicato dell’adolescenza perché promotore di benessere e salute ed è uno dei fattori protettivi per eccellenza rispetto ad alcune psicopatologie: aiuta a gestire ansia, rabbia e le fatiche tipiche di questa fase della crescita — spiega la psicologa —. In alcuni casi, però, può essere anche un fattore di rischio, specie in quelle situazioni in cui la comunicazione è poco sana, molto giudicante, in contesti estremamente performanti nei quali può anche diventare il fattore scatenante di alcune fragilità. Per questo è prioritario costruire una buona rete intorno ai ragazzi così da aiutarli nella regolazione delle emozioni».

Educatori prima di tutto

Al centro della rete di sostegno ci sono gli allenatori che hanno bisogno di strategie nuove per essere efficaci con i giovani di oggi.
«Il ruolo degli educatori sportivi è cambiato molto negli ultimi anni soprattutto perché dietro ai ragazzi, spesso, non ci sono più le famiglie e c’è una povertà di valori condivisi — spiega il formatore sportivo—. Fino a qualche anno fa quando si riprendeva un giocatore perché svogliato, la sgridata o la punizione serviva per stimolarlo a fare meglio. Oggi di fronte a un commento negativo è facile che il ragazzo preferisca cambiare o abbandonare».

Perché i giovani oggi di fronte alle difficoltà tendono a bloccarsi e scelgono di non mettersi alla prova?
«L’idea che mi sono fatto è che valori come spirito di sacrificio, solidarietà e propensione alla collaborazione stiano venendo meno e abbiano lasciato maggiore spazio a egocentrismo, egoismo e a una conclamata incapacità di rapportarsi con gli altri. Basta guardarli quando affrontano le sfide con i videogiochi. Lo fanno preferendo i livelli più bassi dove risultano sempre vincitori. Non c’è da stupirsi, quindi, se poi non riescono ad affrontare la frustrazione di un fallimento reale», continua l’esperto.

In adolescenza il livello sportivo si alza, spesso, a scapito del divertimento. «Con la crescita dei ragazzi ci si dimentica che, oltre alle prestazioni e agli obiettivi da raggiungere, conta in egual modo l’aspetto ludico — sottolinea Ilaria Polenghi —. E questo vale anche per i professionisti. Che significa prevedere degli attimi di relax intorno al momento della partita. Ne è un esempio Sinner che, prima di entrare in campo, è solito giocare a palla con il suo staff. La parte ludica è fondamentale perché è quella che tiene “agganciati” i ragazzi al contesto sportivo e permette di affrontare il match con la giusta serenità. Anche ai genitori va ricordato che ai giovani, oltre agli allenamenti, serve vivere dei momenti più leggeri, in grado di allentare la tensione e mantenere alta la motivazione».

 

La gestione della rabbia

Come gestire la frustrazione sul campo che, talvolta, si trasforma in rabbia?
«In presenza di un discontrollo emotivo di un giocatore che compie un’azione “eccessiva” durante il gioco è necessario che intervenga non solo lo staff sportivo, che dovrebbe avere gli strumenti corretti per gestire questo genere di episodi. Le cose funzionano di più quando riesce il gioco di squadra, non solo tra giocatori, ma tra allenatori, staff e genitori. Il ragazzo che ha sbagliato, o che ha subito un’azione violenta da parte di un avversario, può essere accompagnato, sia singolarmente che con il gruppo, nella rielaborazione dell’esperienza negativa vissuta. Allenatori e preparatori valuteranno che cosa è più efficace fare a livello educativo e in alcuni casi può essere necessario ricorrere a uno specialista, soprattutto se il livello di frustrazione rimane alto nel tempo. Non sempre, però, viene valutata questa possibilità. Si ricorre facilmente a un fisioterapista per un problema muscolare, mentre, molto meno, ci si rivolge a uno psicologo sportivo se il problema è di natura mentale», continua l’esperta.

Livelli di performance

Dietro all’aggressività in campo, in molti casi, c’è la fragilità di chi non ha gli strumenti per affrontare le difficoltà e regolare le emozioni. «Ci troviamo di fronte, sempre più spesso, a “genitori spazzaneve” che cercano di liberare la strada del figlio dai problemi o sofferenze, ma questo non li allena ad affrontare i problemi della vita — spiega Faletti —. Ed è così che la fragilità può diventare rabbia, violenza, arroganza. Di fronte a un ostacolo i ragazzi di oggi rispondono malamente oppure si arrendono. In alcuni casi arrivano a cambiare squadra perché si sentono incompresi, ma nella maggior parte dei casi sono destinati a non trovare mai una realtà in linea con le loro, false, aspettative. E poi c’è il tema del ruolo. All’interno di una squadra, quello da “primo attore” è per pochi, ma non tutti accettano di essere al servizio del gruppo. In questi casi molti ragazzi anziché prendere ispirazione dai migliori, preferiscono rimuginare sulla loro condizione dando la colpa alla sorte o agli allenatori, per poi scegliere di cambiare squadra o abbandonare lo sport».

Ansia da prestazione

La «generazione ansiosa» descritta nel libro omonimo dallo psicologo statunitense Jonathan Haidt affronta con difficoltà le sfide, anche nell’ambito sportivo. Come aiutarla? «Per prima cosa occorre evitare di minimizzare le emozioni e il vissuto che sta provando il ragazzo ma, piuttosto, usare frasi empatiche come, per esempio, “dev’essere una sfida per te affrontare questa gara”, “è normale sentirsi così, ti capisco”, l’approccio dev’essere sempre positivo. Al posto di “calmati” si può dire “respira”, incoraggiando il ragazzo a visualizzare un ricordo positivo, una situazione in cui si è sentito bene, non necessariamente una vittoria, così che possa riprendere consapevolezza del proprio corpo e rilassarsi», consiglia la psicologa. E poi ci sono gli allenatori che devono, per primi, accettare gli errori dei loro atleti.

«Senza errori non si impara, ma se l’errore è vissuto solo come fallimento il ragazzo non può apprendere e questo genera ansia. Per insegnare a rialzarsi di fronte a una delusione andrebbe insegnato che cos’è “la vittoria”, che non è necessariamente, o solo, vincere la partita ma, come per i maratoneti, dare il proprio massimo e migliorare rispetto al proprio record personale, alle proprie capacità», sottolinea il formatore. Prima di ricominciare l’anno sportivo è importante che i genitori si interroghino su ciò che serve davvero ai figli. «Non tutti i giovani si sentono a proprio agio nell’agonismo e possono gestire serenamente prove ad alta intensità. Per questo è importante osservare il ragazzo che abbiamo davanti e pensare al suo benessere, assecondando le sue inclinazioni naturali. Il successo sportivo non è mai più importante del benessere psicologico, anche perché se il benessere psicologico viene meno, il successo sportivo non arriva o non dura. Non è il risultato sportivo a determinare il valore di un’atleta», conclude la Polenghi.

Consigli per gli allenatori

Un buon allenatore deve aiutare il ragazzo a individuare gli obiettivi, mantenendo un atteggiamento positivo. Un portiere, per esempio, dovrà concentrarsi sul parare un rigore, non sulla possibilità che l’attaccante sbagli. E poi bisogna aiutare i ragazzi a dare attenzione al momento, senza pensare al domani: la troppa frenesia porta a bruciare le tappe. Il miglioramento sportivo, è provato, avviene alternando lavoro e riposo ed è proprio il recupero che determina l’obiettivo. A livello mentale ci sono momenti in cui bisogna spingere e altri in cui è necessario staccare la spina. L’allenatore deve capire quando accelerare e quando consolidare ciò che si è appreso. E poi è necessario che ciascuno, compresi i genitori, accetti il suo ruolo senza invadere altri campi ma facendo sempre un gioco di squadra», spiega Stefano Faletti, formatore nazionale CSI.

Consigli per i genitori

«Il punto di vista dei genitori dev’essere sempre e solo fuori dal campo, che significa osservare quello che succede senza mai intervenire da un punto di vista tecnico. I genitori dovrebbero fare il tifo per i propri figli, osservare ed ascoltare. Valutare, in base alla situazione, se intervenire con un supporto attivo (fornendo consigli) o più improntato all’autonomia. I ragazzi hanno bisogno di tempo per elaborare un’esperienza per loro importante, devono avere un margine di autonomia in cui sperimentare delusioni e fallimenti. Solo quando sono in grado di tradurre le loro emozioni in parola possono essere guidati in una riflessione che li aiuti ad aumentare la consapevolezza di ciò che hanno vissuto. Può, invece, essere utile condividere i propri insuccessi con i figli. Uno dei modi migliori per trasmettere un “modello di resilienza” che li aiuti a capire che fa tutto parte del percorso di crescita», spiega Ilaria Polenghi psicologa, Univ. Vita-Salute San Raffaele.

Il ruolo di endorfine, serotonina e dopamina

Praticare uno sport o fare attività fisica regolarmente durante il periodo di crescita, in cui avvengono tanti cambiamenti fisici e psichici, ha un ruolo importante anche per lo sviluppo del cervello. «Da un punto di vista neurobiologico muoversi stimola il rilascio di endorfine, della serotonina e della dopamina, che sono neurotrasmettitori legati al benessere, alla regolazione dell’umore, alla parte cerebrale che attiva “la motivazione” che guida le nostre azioni — spiega la psicologa Ilaria Polenghi —. Tra gli effetti dello sport c’è anche la riduzione dell’ansia e dello stress tantoché muoversi ha un effetto ansiolitico, particolarmente utile per supportare le fragilità, in aumento, delle nuove generazioni. L’attività sportiva consente a corpo, mente ed emozioni di agire insieme e permette di vivere nel presente, nel mondo reale dell’offline, in cui poter rimanere concentrati sul “qui e ora” senza dover pensare al domani che, come sappiamo, è motivo di stress e incertezze per l’intera società, ma soprattutto per i più giovani.

«A questo si aggiunge il valore che un’attività sportiva dà a livello relazionale e identitario. Lo sport offre uno spazio in cui i ragazzi possono mettersi alla prova, affrontare le proprie insicurezze, sviluppare capacità come resilienza, gestione della frustrazione, disciplina. Se poi si pratica un’attività di squadra, è lo spazio ideale per imparare a comunicare, a collaborare, a rispettare il proprio ruolo e quello degli altri, così come è un’esperienza che obbliga ad accettare regole e decisioni che poi tornano utili dentro e fuori dal campo di gioco. Perché si possa beneficiare degli effetti dello sport ha un ruolo cruciale l’allenatore che deve vedere il singolo anche nel gruppo e tenere presente che ognuno ha le sue sensibilità. Alcuni ragazzi hanno bisogno di toni più decisi, con altri è più efficace ritagliare un momento dedicato per confidarsi e commentare il da farsi, ma a bassa voce. In generale contano soprattutto i gesti, che non devono mai essere aggressivi, giudicanti e poco empatici».

Le sfide del Centro Sportivo Italiano

«Oggi più che mai, il CSI è chiamato ad affrontare sfide cruciali, prima fra tutte quella del contrasto alla sedentarietà, fenomeno in crescita, anche tra i più giovani, nonostante una maggiore consapevolezza sugli stili di vita sani. Con circa 14 mila società attive in tutta Italia, il Centro Sportivo Italiano apre ogni giorno le porte a tutti, indipendentemente da abilità, provenienza o condizione sociale: questo impegno per un’inclusione concreta nasce dalla nostra visione dello sport come strumento di giustizia sociale. Ma perché questi obiettivi possano essere raggiunti, occorre prima di tutto difendere la tenuta dei valori sportivi autentici: rispetto, gioco di squadra e lealtà. Restituire ai bambini e ai ragazzi il diritto di giocare, crescere e divertirsi attraverso la pratica sportiva significa promuovere il loro benessere fisico e psicologico e, allo stesso tempo, difendere il futuro dello sport stesso», ha dichiarato Vittorio Bosio, presidente nazionale del CSI.

13 settembre 2025

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Attività extrascolastiche al via: guida per la scelta tra i desideri di genitori e bambini

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Valentina Rorato

DATA: 15 settembre 2025

Tennis, basket, calcio e gli altri: quali criteri adottare? Divertimento o apprendimento? I consigli della pedagogista per non privilegiare solo le aspettative degli adulti

A settembre si torna a scuola, ma riprendono anche tutte le attività extrascolastiche. Corsi inglese, di musica, di tennis, per diventare dei piccoli Sinner, di danza, calcio e tutto ciò che possa aiutare lo sviluppo di passioni, talenti e competenze trasversali fondamentali.

La scelta giusta

Ma come si scelgono? Bisogna assecondare i desideri dei bambini o il genitore deve cercare di imporre le soluzioni, a suo avviso, migliori? «È fondamentale ricordare, specialmente agli adulti, che il divertimento e l'aspetto ludico dovrebbero essere al primo posto. Sebbene queste attività possano anche favorire l'apprendimento e lo sviluppo di talenti o competenze specifiche, la priorità assoluta dev'essere sempre la dimensione ludica e sociale», racconta Giovanna Giacomini, pedagogista, formatrice e ideatrice del portale Edu-wow.com.
«Un compito cruciale per i genitori è distinguere tra le proprie aspettative e i reali bisogni dei figli. La società odierna, spesso veicolata da social media e video, ci propone un'immagine di genitore ideale che offre infinite opportunità ai figli, portandoli a eccellere in ogni campo. Questo contesto rischia di farci proiettare sui bambini desideri e ansie che non sono i loro, perdendo di vista la dimensione dell'infanzia e l'individualità di ogni piccolo».

 

Coltivare ascolto e osservazione

Il modo migliore per scegliere l’attività «giusta» è osservando i bambini, che comunicano i loro bisogni anche senza parole: momenti improvvisi di irritabilità potrebbero indicare stanchezza e necessità di più riposo o gioco libero, mentre un bambino che cerca molta attenzione potrebbe aver bisogno di sfide più adatte a lui.
I genitori devono evitare di proiettare i propri sogni, le proprie ambizioni e anche le frustrazioni sui figli, che hanno il diritto di viversi un’esperienza libera da condizionamento. «Non aver paura se tuo figlio non eccelle o non ama determinate attività; non significa aver fallito come genitore. Molte generazioni, inclusa la nostra, sono cresciute senza la miriade di attività extrascolastiche di oggi, raggiungendo comunque serenità e successo nella vita. È essenziale distinguere la felicità della performance», aggiunge Giacomini.
«Questo implica anche abbandonare la competizione tra famiglie basata sulla quantità di attività e risultati. Dobbiamo concentrarci su ciò che serve a quel bambino, in quel momento della sua vita. I quattro anni di un figlio non torneranno più e ogni età ha il suo tempo. È essenziale ridefinire i nostri valori di base e ricordarci che i bambini hanno il diritto di vivere la propria infanzia».

Il vademecum

Esistono diversi elementi chiave, secondo la pedagogista, che si possono valutare per scegliere l’attività giusta:

  • Interessi emergenti. «Ascoltare attentamente gli interessi che il proprio figlio esprime. Se è ancora piccolo, osservalo: cosa gli riesce facile e spontaneo? Quali attività lo assorbono senza fatica? Spesso, proprio in questi momenti emerge un talento naturale che merita di essere coltivato».
  • Considerare l’unicità di ogni bambino. «Ogni bambino è unico. Se l'amico del cuore frequenta un'attività e nostro figlio desidera seguirlo, non è detto che sia la scelta giusta per le sue inclinazioni».
  • Non forzare il bambino a fare qualcosa solo perché «gli fa bene» o perché è di moda.
  • Età e sviluppo. «Considerare sempre l'età e il grado di sviluppo. Per i bambini più piccoli, attività propedeutiche come la psicomotricità o quelle puramente ludiche sono più indicate. L'obiettivo principale, in questa fase, è il gioco, non l'apprendimento formale. Dai 6 anni in su, si possono introdurre sport o corsi specifici, basandosi sulle preferenze espresse e sui talenti che iniziano a manifestarsi».
  • Obiettivi educativi. «Prima di iscrivere un bambino a una qualsiasi attività è fondamentale chiedersi: "Cosa vogliamo che tragga da questa attività?". Può essere un'esperienza meravigliosa sotto molti aspetti, ma il contesto è fondamentale. Un ambiente tossico, un allenatore svalutante, standard troppo elevati o valori in contrasto con quelli della famiglia possono annullare qualsiasi beneficio. Informati sul gruppo e sugli educatori: l'ambiente deve essere inclusivo, stimolante e accogliente per tutti, riflettendo i valori che guidano la vostra famiglia».
  • Fattibilità logistica. Inutile considerare attività che non sono compatibili a livello pratico con gli impegni della famiglia.

Quando la «squadra» è meglio 

É meglio scegliere le attività organizzate basate sulla socializzazione o individuali? «Le attività di gruppo, in particolare quelle con uno scopo divertente, rafforzano la fiducia in sé, promuovono lo sviluppo del carattere, l'empatia e la compassione. Sentirsi connessi con gli altri, uscire dalla propria dimensione individuale per entrare in relazione, sono aspetti fondamentali che queste esperienze nutrono. Attività di volontariato, ad esempio, non solo sviluppano competenze pratiche (come la sostenibilità ambientale nel caso della raccolta della plastica), ma promuovono anche un senso di agire attivo e proattivo per il benessere collettivo», conferma la pedagogista, che però sottolinea come siano così efficaci solo se il bambino partecipa con serenità.

Integrare le attività nella settimana scolastica

É molto importante oltre a scegliere un’attività che il bambino possa svolgere con piacere, anche inserire il corso in un contesto adeguato e non sovraccarico. Si consiglia quindi di stabilire una routine settimanale e quotidiana chiara. «Organizzare i giorni in modo da bilanciare gli impegni (come gli allenamenti di lunedì e giovedì) con pomeriggi completamente liberi. Si può adottare la regola del due, limitando le attività extrascolastiche a un massimo di due, in giorni distinti, almeno fino a una certa età (due giorni al di là del weekend)». I bambini devono avere il tempo di fare i compiti, ma anche di non fare nulla. Semplicemente, di riposare e giocare liberamente.

Per quanto, poi, sia difficile per i genitori modificare in corso la pianificazione settimanale, non bisogna dimenticarsi di essere flessibili e di «rallentare i ritmi se li vediamo sopraffatti, eliminare attività o, al contrario, introdurne di nuove se si percepisce svogliatezza. L'obiettivo è calibrare gli impegni sul benessere di tutti, genitori inclusi». E, il modo migliore per farlo, è osservando i bambini.

Segnali come stanchezza, calo di entusiasmo, difficoltà di concentrazione, cambiamenti nei risultati scolastici, alterazioni nei ritmi sonno-veglia o nelle abitudini possono indicare un sovraccarico.

15 settembre 2025 ( modifica il 15 settembre 2025 | 15:44)

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Tutti matti per gli scacchi

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Giorgio Fontana

DATA: 18 agosto 2015

Tutti matti per gli scacchi

Fanno bene (ai genitori)

Gli scacchi affinano il pensiero, sviluppano la concentrazione. E sono poco impegnativi per chi deve assistere alle partite dei figli

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Da ragazzino partecipai a qualche torneo di scacchi: ricordo bene la mia disperazione dopo una sconfitta - ma mio padre ricorda meglio il mio sguardo feroce e ciò che gli dissi prima di lanciare un attacco vincente: «Adesso gli salto al collo, a quello lì». Già. Gli scacchi conservano qualcosa che trascende il mero gioco: una volontà irriducibile di sopraffare l’avversario.
In un divertente articolo pubblicato sul Financial Times , Matthew Engel vede proprio negli scacchi lo sport ideale cui incoraggiare i figli, dal punto di vista dei genitori: combina costi e rischi bassissimi (difficilmente ci si sloga un polso muovendo un alfiere) con la libertà per padri e madri di non dover assistere alle partite (i litigi furibondi fra parenti, un classico del calcio giovanile, non son diffusi).
Di più: gli scacchi aiutano lo sviluppo della concentrazione, affinano il pensiero per immagini, ed educano alla responsabilità - sulle sessantaquattro caselle la fortuna praticamente non esiste, vittoria e sconfitta dipendono unicamente dalla qualità delle mosse. Anche per questi motivi, lo scorso febbraio il Parlamento spagnolo ne ha introdotto lo studio in diversi percorsi scolastici.
Ma c’è una ragione se Duchamp lo definiva uno sport violento - e se il Grande Maestro Nigel Short ha rincarato la dose dicendo che per questa attività «devi essere pronto a uccidere». La solitudine, l’astrazione e la mancanza dell’elemento corporale possono logorare i nervi di chiunque: e il genitore che vede il figlio tranquillo e assorto di fronte alla scacchiera non dovrebbe dimenticarlo. Nella sua introduzione a La psicologia del giocatore di scacchi di Reuben Fine, Giuseppe Pontiggia scriveva di questo gioco: «mobile e inafferrabile, esso elude tutti i tentativi di chiuderlo in quella gabbia, in cui finisce con l’aggirarsi il giocatore». Nel tesserne l’elogio, vorrei ricordare l’ossessione che lo anima: la lotta per dominarla, del resto, è parte del suo fascino.

Giocare per crescere, dieci regole per aiutare i bambini a esplorare l’ambiente e le proprie emozioni

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Valentina Rorato

DATA: 25 ago 2025

Antonio di Pietro, pedagogista ludico: «Con il gioco i nostri figli apprendono l’autoregolazione, la risoluzione dei problemi, la gestione del rischio e molte altre competenze che migliorano la qualità della vita»

«È naturale che l’anima del fanciullo abbia bisogno di gioco. I fanciulli sono per natura portati a inventare giochi e basta che si ritrovino insieme perché il più delle volte ne scoprano uno», insegna Platone, tratteggiando con una semplicità incredibile il senso del gioco per i bambini, che non è solo piacere e divertimento ma è una palestra per crescere, essendo un’esperienza vitale. Perché è così importante? Lo abbiamo chiesto ad Antonio di Pietro, pedagogista ludico, referente pedagogico del coordinamento regionale di Nati per la musica Toscana e collaboratore del Centro per la salute delle bambine e dei bambini (Csb onlus). «Come prima cosa direi che il gioco è importante "semplicemente" perché per i bambini è importante. Basta osservarli: giocano ogni qualvolta se ne crei l'occasione, giocano senza che nessuno glielo chieda. Poi quando giocano lo fanno con tanto impegno. Allo stesso tempo il gioco genera divertimento, ovvero un piacere che permette di ricercare, scoprire e conoscere qualcosa di nuovo rispetto a sé stessi, agli altri, al mondo intorno a noi».

Autonomia

Giocare è una motivazione a saperne sempre di più, che permette al bambino di esplorare l’ambiente, acquisendo il senso del tempo e dello spazio, imparando a conoscere il proprio corpo, ad allenare la fantasia, a regolare le sue emozioni e a confrontarsi con gli altri. È un’attività estremamente complessa con cui il piccolo allena la coordinazione mano-occhio, assimila modelli comportamentali adulti grazie all’imitazione. È consigliabile lasciarli giocare da soli o è meglio che siano guidati nelle attività ludiche? «Se pensiamo ai giochi della nostra infanzia molto probabilmente ricordiamo maggiormente i giochi autonomi, quelli sufficientemente lontani dallo sguardo degli adulti. Se la nostra memoria mantiene queste immagini un motivo deve pur esserci. Significa che il gioco autonomo è importante quanto quello condotto da un adulto - prosegue il pedagogista -. In una giornata con una forte presenza dell'adulto è fondamentale che i bambini si dedichino ampiamente al gioco autonomo, un tempo dove cavarsela da soli, accordarsi con gli amici, sentirsi liberi di partecipare. Aspetti da considerare anche quando si conduce un gioco».

Il decalogo

Per guidare bambini e genitori nella buona pratica del gioco, il pedagogista ha stilato un decalogo:

Andiamo dove ci porta il gioco. «Proponiamo i giochi della nostra infanzia: un bel modo per condividere le storie di vita, tenere accesa la propria giocosità e per apprezzare il giocare con "niente" (con le mollette per i panni, con la terra). Proponiamo nuovi giochi e giocattoli scegliendoli in base ai valori che rispecchiano. E poi andiamo dove ci porta il gioco, seguendo il "flusso" dello stare bene insieme».

Garantiamo giochi di tutti i generi. «Il gioco è una forma di nutrimento per la crescita e gli apprendimenti dei bambini. E una buona "dieta ludica", è quella sana e varia. Garantiamo un equilibrio sia fra la qualità dei materiali di gioco (legno, metallo, tessuto), sia fra le diverse tipologie di gioco (narrazione, strategia, movimento), evitando l'etichetta "giochi da maschi" e "giochi da femmine"».

Giochiamo sul serio. «Facciamoci caso, i bambini giocano con impegno e serietà. Giochiamo con loro impegnandoci anche noi nello stare al gioco. Se ne accorgono se siamo sinceramente interessati a giocare. Prendiamoci del tempo per stare ludicamente connessi ai figli, staccando da tutto il resto (pensieri, messaggi, social), disponibili esclusivamente in una "modalità gioco"».

Mettiamoci in gioco con gli schermi. «Scegliamo con cura i giochi con gli schermi, facendo attenzione ai contenuti (tematiche, grafica) e ai tempi: l'Organizzazione mondiale della sanità e l'Accademia americana dei pediatri indicano di non utilizzare i device prima dei due anni, massimo 60 minuti a sei anni, poi non più di due ore. Fondamentale, quando i bambini utilizzano gli schermi (anche per giocare), è stargli accanto».

Costruiamo congegni ludici. «Meravigliosi, nella loro "imperfezione" e nel loro significato affettivo, sono i giochi e i giocattoli auto-costruiti. Realizziamo oggetti di gioco, tavolieri per i figli, costruendoli con loro. Ricerchiamo materiali e strumenti per far sì che i bambini possano creare con le proprie mani i loro congegni ludici».

Organizziamo incontri giocosi. «I bambini adorano giocare con altri bambini, ne hanno bisogno. Organizziamoci in modo che si possano incontrare fra loro per condividere il tempo libero giocando insieme, sia a casa (propria e dei compagni) sia all'aperto sia in spazi organizzati (ludoteche, parchi pubblici). Ci sorprenderanno».

Accogliamo la scintilla ludica della noia. «Sentirsi dire dai figli "mi annoio" potrebbe indurci a pensare di non fare abbastanza per loro, per poi correre ai "ripari" riempiendoli di cose da avere e da fare. I bambini hanno necessità di spazi con poche cose e di qualità, di tempi liberi e liberati, di calma e lentezza. Una sana noia è una scintilla che fa nascere idee giocose».

Giochiamo all'aperto. «Per salvaguardare la salute fisica, mentale e sociale, i bambini dovrebbero trascorrere ogni anno almeno mille ore all'aperto. Sono sempre più noti i molteplici benefici dello stare fuori. Facciamo giocare i bambini all'aperto, ancor meglio se in ambienti naturali, durante tutte le stagioni vestendoli in modo adeguato».

Lasciamoli giocare. «Negli ultimi anni si sono moltiplicati gli studi sull'importanza del gioco autonomo. Teniamo conto che i bambini per crescere hanno bisogno di cavarsela anche un po' da soli. Oggi il gioco autonomo è sempre più considerato un indicatore di qualità della vita. Ci sono ricerche che evidenziano una correlazione fra gioco autonomo durante l'infanzia e uno stare bene in adolescenza».

Giochiamo tanto per giocare. «Giochiamo tanto, nel senso di dedicare tempo al gioco a tutte le età. Ricordiamoci che quando giochiamo con i figli e quando loro giocano da soli o con i compagni, i bambini giocano per il gusto di giocare, quindi la finalità è il gioco stesso. In questo modo apprendono l’autoregolazione, la risoluzione dei problemi, la gestione del rischio e molte altre competenze che migliorano la qualità della vita».

24 agosto 2025

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Quale attività sportiva scegliere per i figli?

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Chiara Daina

DATA: 11 settembre 2024

Quali sono gli sport più indicati a seconda dell'età, quanto tempo dedicare, come organizzare le giornate tra studio e svago. I consigli dell'esperta

Ricominciato l'anno scolastico tante famiglie si stanno per cimentare con la scelta dell’attività sportiva a cui iscrivere i figli. «Educare sin da piccoli i bambini ad avere uno stile di vita attivo significa promuovere il loro benessere fisico e mentale e prevenire in adolescenza e da adulti chili in eccesso, obesità e altre patologie croniche come diabete e disturbi cardiovascolari» sottolinea Giulia Cafiero, medico del servizio di medicina dello sport dell’ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma. Qualsiasi tipo di attività va bene purché bambini e ragazzi non restino sedentari e non siano lasciati davanti agli schermi per troppo tempo durante il giorno. «Non è necessario frequentare un corso presso un centro sportivo, fare movimento vuol dire anche giocare al parco, fare delle partite a calcio, basket o pallavolo con gli amici, andare a scuola in bicicletta o a piedi. L’importante è che tutti i giorni bambini e adolescenti pratichino attività fisica» puntualizza la dottoressa.

La sedentarietà tra i più giovani nel nostro Paese è una brutta piaga. Secondo il sistema di sorveglianza Passi dell’Istituto superiore di sanitàtra i bambini di 8-9 anni quasi due su dieci sono in sovrappeso e circa uno su dieci è obeso. Una prevalenza tra le più alte in Europa. Il ministero della Salute nelle linee d’indirizzo sull’attività fisica raccomanda: almeno tre ore al giorno di movimento spontaneo ai bambini di età compresa tra 1 e 2 anni (il che vuol dire non lasciarli seduti sul passeggino e farli giocare liberamente nello spazio); idem a quelli di 3-4 anni, ma per almeno un’ora dovrebbero avere la possibilità di compiere attività motoria più energica, come correre, saltare, salire e scendere dallo scivolo; e, dai 5 ai 17 anni, una media di 60 minuti di attività fisica quotidiana di intensità moderata-vigorosa, con esercizi di rafforzamento muscolare almeno tre volte a settimana. La dottoressa Cafiero, specialista in medicina dello sport, descrive per ciascuna fascia di età quali sono le attività sportive più indicate.

In età prescolare

«I bambini piccoli hanno ancora difficoltà di coordinazione motoria e non riescono a svolgere gesti tecnici. Fino a 4-5 anni l’attività fisica va proposta sotto forma di gioco. Per aiutarli ad acquisire consapevolezza del proprio corpo nello spazio e le abilità motorie di base si può iscriverli a corsi propedeutici di atletica, danza o nuoto. Possono, per esempio, imparare a fare le bolle sott’acqua e a stare a galla, a saltare piccoli ostacoli, fare le capriole».

Da 5 a 11 anni

«Crescendo il bambino ha innanzitutto bisogno di strutturare il movimento. Molti genitori sono convinti che non appena il figlio inizia la scuola elementare vada iscritto a uno sport di squadra per imparare a relazionarsi con i coetanei. In realtà, è meglio che il bambino prima rafforzi le sue capacità motorie attraverso esercizi individuali, praticati comunque insieme a un gruppo di coetanei. È importante che impari a lanciare e calciare correttamente la palla, a correre, a camminare con andature diverse, a saltare. Solo se è in grado di coordinare bene i movimenti dei vari distretti corporei, mantenendo l’equilibrio, riuscirà a passare la palla al compagno e a coordinare le azioni con il resto della squadra. Fino agli 8 anni si consiglia, quindi, di iscriverlo a corsi sportivi di gruppo che diano una preparazione fisica completa per aumentare agilità e reattività. Vanno bene attività come atletica leggera, ginnastica artistica e ritmica, danza, arti marziali, nuoto, pattinaggio, anche il tennis, lo scherma e la scuola calcio, a patto che i corsi prevedano esercizi di consolidamento dei singoli movimenti e non si concentrino solo sull’affinamento del gesto tecnico richiesto dalla specifica disciplina. Una volta acquisiti i movimenti di base il bambino sarà pronto ad affrontare uno sport di squadra: dalla pallavolo al basket e al calcio, o attività più impegnative come l’equitazione e il canottaggio».

Quale attività scegliere

«Quella che più piace e incuriosisce il bambino, tenendo conto dell’offerta di infrastrutture sportive nella propria città. Va trovato un compromesso tra gli interessi del figlio e la facilità di raggiungimento della struttura, altrimenti se gli orari sono poco compatibili con gli impegni della famiglia e il centro è troppo lontano, nel giro di pochi mesi si abbandona l’attività per troppo stress».

A quanti corsi iscrivere il figlio?

«Se il bambino dorme e mangia in modo adeguato, ha le energie sufficienti per dedicarsi a più attività contemporaneamente e sostenere allenamenti quotidiani. Si consiglia al massimo la frequentazione di due discipline sportive diverse per consentire al bambino di coltivare anche altri interessi, come un corso di musica, fumetto, teatro o lingua straniera. Le attività extrascolastiche non sottraggono tempo allo studio, ma anzi favoriscono una migliore organizzazione del tempo, una concentrazione maggiore nei compiti e una più alta resa scolastica».

Cosa fare se il bambino vuole interrompere l’attività?

«Se ovviamente non subentrano esigenze o difficoltà incompatibili con la frequentazione dell’attività, bisogna incentivare il bambino a concludere il corso, ormai pagato, perché la passione potrebbe svilupparsi anche dopo qualche mese e serve un po’ di tempo per acquisire con scioltezza il gesto tecnico. Quando il bambino impara a muoversi meglio, ottiene più soddisfazione dall’allenamento e si diverte di più».

In adolescenza

«C’è un grande problema di drop out sportivo (cioè di abbandono, ndr) nel passaggio dall’infanzia all’adolescenza. Per evitare che il ragazzo smetta di fare sport è importante che venga incoraggiato a praticare un’attività di suo interesse e che non venga forzato a fare quello che piace soltanto ai genitori. Inoltre, per stare in movimento l’adolescente non deve necessariamente iscriversi a un corso in palestra o a un centro sportivo. Può svolgere attività fisica liberamente, andando in bicicletta, sullo skateboard, correndo, nuotando, giocando a calcio, tennis o padel con gli amici, ricordandosi di fare esercizio fisico per almeno un’ora tutti i giorni».

Perché è importante fare sport a tutte le età?

«L’attività motoria eseguita con regolarità fin da quando si è bambini previene sovrappeso e obesità e riduce i fattori di rischio delle malattie croniche, da quelle cardiovascolari e metaboliche al cancro, in età adulta. Anche un bambino o ragazzo magro ma sedentario, rispetto ai coetanei attivi, avrà sempre una probabilità maggiore di ammalarsi in futuro. Lo sport, inoltre, migliora l’umore, poiché comporta il rilascio di vari ormoni, tra cui endorfine, serotonina e dopamina, che funzionano da antidepressivi naturali. E aumenta l’autostima: superare i limiti e raggiungere obiettivi a livello sportivo aiuta ad avere fiducia in se stessi e a essere più performanti in classe. L’attività sportiva, non da ultimo, insegna al rispetto delle regole e del prossimo e ad avere costanza per conquistare nuovi traguardi».

Bambini e ragazzi con malattie croniche

Anche il minore affetto da patologie croniche, come cardiopatia, diabete, asma, deve essere spronato a fare esercizio fisico. «In generale - sottolinea la dottoressa Cafiero - non ci sono controindicazioni all’attività motoria. Ci deve essere l’autorizzazione da parte del medico specialista che lo ha in cura per la patologia, che può eventualmente valutare di modificare la terapia a seconda dello sforzo fisico richiesto. Poi il pediatra o ancora meglio il medico di medicina dello sport potranno indicare l’attività fisica più adatta alle sue condizioni. Il movimento è una medicina anche per i malati cronici, poiché previene le complicanze e aiuta a tenere sotto controllo i sintomi» conclude la dottoressa del Bambino Gesù.

Il certificato di idoneità sportiva

Per praticare una qualsiasi attività sportiva (presso un centro di una società o associazione dilettantistica affiliata alla Federazione sportiva nazionale o a un ente di promozione sportiva) è sempre necessario presentare un certificato di idoneità sportiva non agonistica, rilasciato dal medico o pediatra di famiglia, dagli specialisti di medicina dello sport o quelli tesserati alla Federazione medico sportiva italiana, dopo una visita e l’esecuzione di un’elettrocardiogramma a riposo. Mentre per chi fa sport a livello agonistico è obbligatorio il certificato medico per il tipo di attività agonistica scelta, che può essere richiesto solo ai medici specialisti in medicina dello sport (presso i servizi di medicina dello sport dell’Asl o ambulatori privati autorizzati). Per valutare l’idoneità alla disciplina, l’atleta verrà sottoposto a una serie di accertamenti cardio-respiratori e ad altri controlli medici in base alla specifica attività che dovrà svolgere.

Sport e disabilità

Lo sport può essere d’aiuto a tutti, inclusi i bambini e i ragazzi con disabilità motoria, intellettiva e comportamentale, che devono essere esortati a svolgere attività fisica al pari degli altri. «La famiglia può mettersi in contatto con una delle sedi territoriali del Centro sportivo italiano o del Comitato italiano paralimpico, per una valutazione clinica delle capacità motorie del bambino e individuare la disciplina sportiva adattata più idonea. Lo stesso servizio viene offerto anche dall’unità di neuroriabilitazione e attività sportiva adattata del Bambino Gesù di Roma - spiega Gessica Della Bella, responsabile del servizio dell’ospedale romano -. Tra gli sport adattati più comuni ci sono: il tiro con l’arco, il tennis da tavolo, il basket in carrozzina e il baskin (la versione con persone normodotate, ndr), il ciclismo, l’handbike e il nuoto. Ai bambini con disabilità comportamentale, affetti per esempio da un disturbo dello spettro autistico, potranno essere consigliati la corsa, il nuoto, l’equitazione, il surf, lo scherma per migliorare il loro benessere psicofisico».

Come scegliere lo sport giusto

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Elena Meli

DATA: 19 settembre 2016

I più piccoli vanno spronati a camminare: via il passeggino dai tre anni. Ma lo sport non sostituisce il movimento quotidiano. Gli sport di squadra meglio dai 6-7 anni

sport

Settembre è il momento in cui anche i giovanissimi, oltre a tornare a scuola, riprendono a praticare un po’ di sport. Come scegliere l’attività giusta a seconda delle diverse età? «Prima di tutto i genitori devono sapere che esiste una differenza fra l’attività fisica generica e lo sport organizzato: la prima è fondamentale tanto quanto una dieta corretta e va incentivata nella vita quotidiana, promuovendo uno stile di vita «in movimento» — risponde Gianni Bona, vicepresidente della Società Italiana di Pediatria Preventiva e Sociale —. Quando i piccoli iniziano a camminare occorre spronarli a farlo e dai tre anni il passeggino non va più usato; è bene abituare i bimbi ad andare a scuola a piedi fin dalla materna e intorno ai quattro o cinque anni, quando imparano ad andare in bici, sfruttare ogni occasione per utilizzare le due ruote. Poi, crescendo, si dovrà fare in modo di spostarsi il più possibile a piedi o in bicicletta perché nella routine giornaliera ci sia sempre una buona dose di moto.

Nuotare fa davvero bene a (quasi) tutti

I benefici del nuoto

Lo sport come un gioco: come sceglierlo

Solo dopo si può pensare allo sport, inteso come attività organizzata che integra ma non sostituisce il movimento quotidiano: non va bene, in altri termini, pensare di aver risolto la quota di esercizio fisico con due o tre ore di sport a settimana se per il resto del tempo il bimbo resta seduto». Prima dei quattro anni è impossibile parlare di un vero sport, fra i quattro e i sei, sette anni si possono pensare attività individuali perché il bimbo non è ancora pronto agli sport di squadra. «Più tardi, intorno ai sette, otto anni si può scegliere uno sport più specifico e l’ideale sarebbe favorire le attività che vengono “naturali”, come il nuoto o il calcio. È importante che il bambino viva lo sport come un gioco, esasperare la dimensione agonistica nell’infanzia rischia di portare al rifiuto dello sport — sottolinea Bona —. L’agonismo andrebbe spostato più avanti possibile così come gli sport molto specifici, per esempio perché sono asimmetrici, richiedono competenze di equilibrio o altro: per capire se lo sport che vorremmo far provare a nostro figlio sia adatto alla sua età si possono consultare le tabelle del CONI, che indicano l’età più opportuna per iniziare ogni disciplina». «Una visita da uno specialista in medicina dello sport può essere utile per indirizzare le scelte tenendo conto delle caratteristiche di ciascun bimbo — aggiunge Maurizio Casasco, presidente della Federazione Medico Sportiva Italiana —. Valutando eventuali problemi ortopedici, endocrini, cardiologici potrà essere indicata la disciplina con minori rischi e maggiori vantaggi».

 

Per gli asmatici

Quali controlli prima di iniziare? «L’elettrocardiogramma viene imposto se si fa attività agonistica ma è utile per riconoscere solo una minima parte di disturbi cardiaci — risponde Bona —. Basta però una visita pediatrica approfondita per certificare il buono stato di salute e valutare patologie specifiche da segnalare alla società sportiva». L’asma che colpisce dal 5 al 10 per cento dei bimbi, è fra i problemi più diffusi ma, al contrario di quanto temono molti genitori, lo sport non fa affatto male, anzi fa decisamente bene, come ha appena segnalato la Società Italiana di Allergologia e Immunologia Pediatrica. «La sedentarietà è un rischio per i piccoli asmatici, che possono praticare quasi tutte le attività e non solo il nuoto come pensano molti», sottolinea Marzia Duse, presidente SIAIP. Ancora più diffusi e da “curare”, proprio con lo sport, il sovrappeso e l’obesità, come spiega Bona: «In questi casi è essenziale aumentare l’attività fisica quotidiana e consigliare sport adatti: il nuoto per esempio va benissimo, perché in acqua si annulla il fattore deleterio del peso in eccesso».

Come scegliere lo sport per i bambini

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Antonella Sparvoli

DATA: 7 giugno 2017 

Tra le buone abitudini da instaurare sin dalla più tenera età c’è l’attività fisica e sportiva, che porta benefici immediati e nel futuro. Fare sport fa bene al corpo e alla mente del bambino, ma non deve essere un’attività esclusiva. Il gioco libero durante l’infanzia è altrettanto importante. Non ha senso poi fare due ore di ginnastica alla settimana se per il resto del tempo si sta seduti in poltrona a giocare ai videogiochi. Ecco come scegliere al meglio evitando qualche rischio.

1.

I vantaggi psicologici-educativi

Lo sport è un elemento fondamentale per il sano sviluppo dei bambini, così come il gioco libero, con cui va sempre alternato. Fare sport sin da piccoli permette di acquisire un bagaglio di esperienze motorie prezioso per tutta la vita. Questi i principali vantaggi: - valore formativo: permette di prendere coscienza delle proprie capacità e limiti. Stimola il bambino a impegnarsi per ottenere risultati e a riconoscere e rispettare le regole; - strumento di crescita: la pratica dello sport favorisce l’autostima e un adeguato concetto di sé, attraverso la conoscenza e il confronto. Incoraggia la responsabilità nei confronti del gruppo; - comportamento e personalità: favorisce un buon controllo emotivo, l’adattabilità e una maggiore tolleranza alle frustrazioni. Migliora la capacità di socializzazione e offre la possibilità di esprimersi, rilassarsi, scaricare le tensioni.

LEGGI LE ALTRE  SCHEDE  SUL  CORRIERE (CLIK)

2

I vantaggi fisici

3

I rischi dell’agonismo precoce

4

Come e quando

5

I pregi di alcuni sport comuni - Atletica leggera

6

Arti marziali

7

Ginnastica

8

Nuoto

9

Basket

10

Calcio

 

L’«etichetta» che protegge i bambini davanti alla tv

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Renato Franco

DATA: 19 gennaio 2013

Un sito aiuta i genitori a capire se programmi o film sono adatti: sei criteri stabiliscono l'età consigliata per la visione

moviekids

Aiutare i genitori a valutare i film al cinema, le serie tv e l'entertainment che si «consuma» in casa. È l'obiettivo di movieforkids.it , il sito che si mette dalla parte dei genitori per capire che cosa far vedere ai figli. Movieforkids.it propone un'«etichetta» utile per comprendere a colpo d'occhio quali sono i contenuti di un film o un cartone animato. Grazie a Movie Eco (acronimo che sta per Età consigliata), è stato messo a punto un criterio di valutazione in sei parametri: violenza, paura, volgarità, sesso (con un livello a crescere che va da 0 a 5), età consigliata e fattore Artax. L'età consigliata «assegna» un'età minima per la visione del film secondo le fasce: 3+ (tre anni o più), 7+, 12+. Questi criteri sono stati in parte mutuati dal sistema di classificazione Pegi (Pan-european game information-Informazioni paneuropee sui giochi) che è quello utilizzato per i videogiochi e rappresenta un'indicazione affidabile sull'adeguatezza del contenuto del gioco in termini di protezione dei minori.

Per rendere ancora più minuziosa la classificazione, movieforkids.it ha ideato con una pedagogista un ulteriore criterio chiamato fattore Artax (dal nome del cavallo della Storia infinita ) che dà un voto al livello di «drammaticità»: una scala numerica da 0 a 5 che indica quanto il senso del dramma è presente nel film. Quanto, insomma, il film è in grado di proporre anche temi seri, riflessioni, suggerimenti, emozioni e quindi riesce a essere qualcosa che va oltre il semplice intrattenimento. 
«C'è un'esigenza reale da parte dei genitori più attenti di capire cosa far guardare ai propri figli - spiega Vito Sinopoli, presidente di Editoriale Duesse che oltre a movieforkids.it pubblica anche le riviste di settore Best Movie e BoxOffice -. Le recensioni sono fatte solo da giornalisti che si occupano di cinema e che hanno figli, e raccontano anche la reazione dei bambini durante la visione di un film o un cartone animato al cinema o in dvd. Siamo appena partiti e, senza campagna pubblicitaria, prevediamo di arrivare per marzo a 100 mila utenti. Il 30% del nostro traffico arriva da Facebook, dunque grazie al passaparola virtuale, significa che le persone si segnalano movieforkids come strumento utile per orientarsi». Così Frankenweenie , il film in stop motion di Tim Burton, in cui la storia di Frankenstein viene cucita su un cane, è consigliato a bambini over 7 anni: violenza 2, paura 3, volgarità 1, sesso 0, fattore Artax 4, mentre un vecchio cartone animato come l' Uomo Tigre pur molto datato (è del 1969) viene considerato adatto a un pubblico di ragazzi over 12 perché realisticamente violento: violenza 4, paura 3, volgarità 1, sesso 1, fattore Artax 4.