Blog

Il tipo di colazione incide sul rendimento scolastico della giornata degli studenti

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Silvia Turin

DATA: 3 maggio 2024

Una ricerca in Australia ha dimostrato che chi sceglie cibi malsani ha meno concentrazione e punteggi più bassi nei test, pari a chi non mangia nulla la mattina

La colazione è il carburante di cui il cervello e il corpo hanno bisogno per iniziare le proprie attività e funzionare al meglio durante la giornata.
Molti studi si sono concentrati su quale sia la colazione ideale e se sia necessario farla sempre.

Lo studio

Una nuova ricerca condotta da team prevenienti da tre diverse Università australiane e pubblicata da poco sul Journal of School Psychology, ha voluto mostrare i differenti impatti di tre tipi di colazione sulla motivazione degli studenti ad apprendere e sul loro rendimento, «scattando» in pratica un’istantanea di una giornata nella vita degli studenti.
Gli alunni presi in esame erano 648 australiani di scuola superiore provenienti da cinque istituti privati del Nuovo Galles del Sud. Due di queste scuole erano scuole maschili, due femminili e una mista. Gli studenti avevano un’età media di 13-14 anni.
Le abitudini alimentari messe a confronto hanno esaminato tre tipi di colazione:

  • una colazione definita «sana» secondo le linee guida dietetiche australiane pubblicate dal National Health;
  • una «malsana»;
  • una colazione totalmente saltata.

I test su scienze 

La colazione sana era composta, ad esempio, da pane tostato integrale con uova o carne magra, o yogurt a basso contenuto di grassi e a basso contenuto di zucchero, o yogurt naturale, muesli di avena con latte magro o frutta. L’opzione malsana era composta perlopiù da cibi e snack confezionati ricchi di grassi saturi, cibi e bevande ad alto contenuto di zucchero (ad esempio prodotti da forno dolci e bevande energetiche o zuccherate) o di sale.

I risultati scolastici sono stati valutati il giorno stesso della colazione durante le lezioni di scienze con questionari sulla motivazione, compreso quanto i ragazzi fossero sicuri nello svolgere i compiti di scienze, quanto apprezzassero la materia e quanto si concentrassero sull'apprendimento. Gli studenti hanno anche svolto un test basato sui contenuti del programma di scienze (in precedenza i ricercatori erano stati informati dei risultati precedenti degli alunni nella stessa materia).

I risultati

L’analisi ha riscontrato che gli studenti che avevano fatto una colazione sana la mattina dello studio avevano poi dimostrato livelli più elevati di motivazione e risultati.
Gli studenti che non avevano fatto colazione avevano avuto livelli più bassi. Più sorprendente: gli studenti che avevano l’abitudine di una colazione malsana avevano avuto risultati altrettanto bassi di coloro i quali non avevano mangiato nulla.

 

Le linee guida italiane 

Fare colazione è considerato uno stile di vita salutare tanto che è raccomandato in tutte le linee guida per una sana alimentazione, tra cui quelle italiane.
Una precedente revisione della letteratura scientifica su effetti cognitivi e performance scolastica associati alla prima colazione aveva mostrato in genere migliori risultati per memoria visiva, logica e creatività in presenza di apporti energetici per la prima colazione maggiori del 20% dell’energia totale della giornata (ne abbiamo parlato QUI).

La Società Italiana di Nutrizione Umana e quella di Scienze della Alimentazione hanno proposto alcuni esempi di colazioni equilibrate adatte ai bambini/ragazzi:

  1. una tazza di latte con un cucchiaino di cacao, biscotti frollini oppure cereali da prima colazione, un frutto fresco;
  2. uno yogurt, cereali da prima colazione, frutta fresca e frutta secca a guscio;
  3. una tazza di latte, un toast, un frutto;
  4. una spremuta di frutta fresca, una fetta di pane con ricotta e pomodoro.

Crepet: “Registro elettronico: una delle cose più abominevoli. Qual è il bisogno il bisogno di sapere dov’è tua figlia alle dieci del mattino?”

FONTE: Orizzonte Scuola

AUTORE: Redazione

DATA: 16 marzo 2024

Crepet: “Abbiamo inventato il registro elettronico che è una delle cose più abominevoli. Qual è il bisogno il bisogno di sapere dov’è tua figlia alle dieci del mattino?”

L’ansia, definita come una sensazione di preoccupazione o di timore eccessivo e persistente, è un disturbo che affligge un numero sempre crescente di persone.

Dietro a questa “grande paura dell’ansia”, come la definisce lo psichiatra Paolo Crepet, in un’intervista a Sky Tg24, si cela un vero e proprio mercato in cui proliferano diverse figure professionali, non tutte necessariamente competenti, che speculano sulla sofferenza altrui.

Un business che ruota attorno all’ansia

“C’è un mercato dell’ansia”, denuncia Crepet, sottolineando come questa dilagante paura generi profitti per molti: “Tanti che vorrebbero interpretarla professionalmente, tante persone che ci guadagnano e basta, tanti psicofarmaci…”. Il rischio è di cadere nelle mani di ciarlatani o di professionisti poco scrupolosi che, invece di fornire un reale aiuto, aggravano la situazione.

L’illusione del controllo nell’era digitale

L’ansia, secondo Crepet, è alimentata anche dalla cultura del controllo tipica della nostra società iperconnessa: “L’idea del controllo è stata intensificata con il digitale. Posso controllare chiunque, geolocalizzare chiunque. Abbiamo inventato il registro elettronico che è una delle cose più abominevoli. Qual è il bisogno il bisogno di sapere dov’è tua figlia alle dieci del mattino? Sarà dove sarà, se non è andata a scuola si sarà presa la sua responsabilità”.

Dall’estrema libertà all’estremo controllo

La generazione di oggi, cresciuta nell’era digitale, oscilla tra due estremi: da un lato l’estrema libertà e autonomia garantita dalla tecnologia, dall’altro l’ossessione del controllo che si traduce in ansia e paura. Un paradosso che genera una profonda insicurezza e una difficoltà a gestire le normali sfide della vita.

L’importanza di un approccio equilibrato

Per fronteggiare l’ansia è fondamentale trovare un equilibrio tra autonomia e responsabilità. I genitori, ad esempio, dovrebbero educare i figli a una sana indipendenza, evitando di controllarli ossessivamente. Allo stesso tempo, è importante imparare a gestire le proprie emozioni in modo sano, attraverso tecniche di rilassamento, attività fisica e, se necessario, il supporto di un professionista qualificato.

Scuola, il ritorno del corsivo. «Obbliga a usare il cervello». A Roma un alunno su 5 ha problemi nello scrivere

FONTE: Il Messaggero

AUTORE: Lorena Loiacono

DATA: 1 dicembre 2023

Scuola, il ritorno del corsivo. «Obbliga a usare il cervello». A Roma un alunno su 5 ha problemi nello scrivere

Diversi Stati Usa reintroducono per legge l’insegnamento della calligrafia. In Italia prof divisi. Lucisano (La Sapienza): «Ma per i bambini è fondamentale»

È arrivato il momento della rivincita del corsivo. Per anni è stato messo da parte, considerato fuori moda, vecchio, complicato. Superato dallo stile stampato che, tipico della scrittura digitale, è di certo più semplice e veloce da imparare. Un bambino su 5 non sa scrivere in corsivo. Ma adesso è il momento di tornare a usarlo. Lo teorizzano gli esperti e lo stanno mettendo in pratica diversi Stati americani a cominciare dalla California dove, a gennaio, entrerà in vigore una nuova legge che impone l’insegnamento del corsivo a tutti i bambini delle scuole elementari. Anche i legislatori del Michigan hanno promosso un disegno di legge per spingere le scuole a insegnare a scrivere in corsivo. Nascono anche concorsi ad hoc, come il Cursive Is Cool (“Corsivo è fico”) organizzato dalla Campaign for Cursive, un progetto dell’American Handwriting Analysis Foundation.

Un ritorno al corsivo, da parte degli Stati americani, che rappresenta un dato significativo visto che proprio negli Stati Uniti, diversi stati decisero di mettere in un angolo la scrittura in corsivo. Era il 2010 quando il Common Core State Standards, una sorta di linee guida per rendere la scuola pubblica americana uguale in tutti gli Stati, ha messo da parte l’insegnamento del corsivo dai programmi e solo alcuni Paesi americani hanno continuato ad utilizzarlo. In Italia non c’è mai stata un’abolizione ufficiale ma, di fatto, gli esercizi di calligrafia sono sparito da molti anni, in gran parte delle classi elementari.

Molte insegnanti non chiedono più ai bambini di compilare pagine intere con la singola lettera dell’alfabeto, come si faceva una volta, per imparare a scriverla correttamente con le giuste proporzioni e l’attenzione nel restare nei margini. Un esercizio che, una volta, occupava le prime settimane della prima elementare e che, di fatto, oggi è sparito. O almeno non gli viene più dato tutto quello spazio. I bambini imparano a scrivere in stampatello maiuscolo e minuscolo, magari copiando lo stampato che leggono sul tablet o sullo smartphone.

 

LA CALLIGRAFIA

Il lavoro si semplifica, ma forse troppo. Per gli esperti, infatti, imparare a scrivere con una bella calligrafia porta diversi vantaggi: «Saper tenere in mano una matita con una punta ben curata o una penna - spiega Pietro Lucisano, presidente della Sird, la Società italiana di ricerca didattica, e professore di pedagogia sperimentale dell’università La Sapienza di Roma - significa essere capaci di portare avanti un esercizio di alta concentrazione. È fondamentale perché impariamo anche dai nostri movimenti: alcune attività, che comportano l’acquisizione di uno stile, hanno un impatto diretto sul cervello. Il corsivo obbliga ad usare il cervello. Così come saper dipingere usando con consapevolezza il pennello. Scrivere in corsivo rappresenta una seria complessità per un bambino di terza elementare ma gli insegna a maneggiare la penna con la giusta delicatezza. Se togliamo la gestualità togliamo anche il controllo e l’attenzione nei movimenti sottili e questo impatta sulla capacità di apprendere. È importante tornare ad insegnare a scrivere in corsivo, anche per educare i bambini al bello che, di fatto, è alla base del made in Italy che ci distingue nel mondo».

 

Oggi una percentuale sempre più ampia di alunni mostra seri problemi nella capacità di scrivere in corsivo. Uno studio portato avanti dai ricercatori del Policlinico Umberto I e dell’Università Sapienza di Roma dimostra come un bambino delle elementari su 5 non lo sa usare. Al suo posto ci sono lo stampatello e la digitazione sugli smartphone. La ricerca è stata pubblicata sulla rivista Occupational therapy in health care dagli studiosi Carlo Di Brina (neuropsichiatra infantile dell’Umberto I), Barbara Caravale (università La Sapienza) e Nadia Mirante (ospedale Bambino Gesù). «Abbiamo fotografato come scrive la popolazione scolastica dei bambini romani - hanno spiegato Di Brina e Caravale - e dopo quasi due anni abbiamo visto che il 21,6% di bambini è a rischio di sviluppare un problema di scrittura. Un 10% dei bambini ha una scrittura “disgrafica” ma si tratta di molti bambini: troppi per essere un disturbo».

Disagi giovanili: il male di vivere al tempo dei social

FONTE: Il Messaggero

AUTORE: Luca Ricolfi

DATA: 23 febbraio 2024

Di disagio giovanile si sta tornando a parlare da qualche tempo, perché i segnali sono tantissimi, sia prima, che durante, che dopo il covid: ansia, depressione, autolesionismo, disturbi alimentari, suicidi tentati e portati a termine. C’è un aspetto, però, che finora è rimasto un po’ in ombra: l’età e il genere delle vittime.
Se guardiamo ai dati internazionali, per lo più molto più ricchi, analitici e aggiornati di quelli italiani, quel che emerge con estrema nitidezza è che il disagio, pur colpendo la gioventù nel suo insieme, raggiunge il massimo di intensità nelle fasce di età più basse (dai 10 ai 19 anni), e in special modo fra le ragazze.
Sulle ragioni del disagio, da alcuni anni è in corso un dibattito molto acceso, specie negli Stati Uniti e nel Regno Unito. È un dibattito molto acceso, perché tocca questioni spinosissime, e ha il potenziale di colpire interessi enormi.

Nell’occhio del ciclone ci sono due scienziati sociali, Jonathan Haidt e Zach Rausch, che hanno fatto una scoperta strabiliante: tutti i principali indicatori di disagio svoltano all’inizio del decennio 2010-2020 e, qui sta il lato strabiliante della loro scoperta, lo fanno – simultaneamente – in tutti i Paesi di lingua inglese e in tutti i Paesi del Nord-Europa.

Come è possibile che i segni del disagio, e in particolare i suicidi, decollino tutti insieme, fra il 2010 e il 2012? La risposta degli studiosi è che il 2010 è l’anno di nascita dell’i-phone4, e il 2012 è l’anno in cui Zuckeberg, inventore di Facebook, spende un miliardo di dollari per acquisire Instagram, che già allora aveva raggiunto un’enorme diffusione.

Che cosa c’entra? Lo spiega Jonathan Haidt. L’i-phone 4 è il primo smartphone che permette un comodo accesso a internet e quindi ai social, e nello stesso tempo monta una camera frontale, che permette i selfie, e più in generale la diffusione di foto e immagini. L’acquisizione di Instagram completa l’opera.
D’ora in poi diventerà facilissimo costruire immagini di sé stessi, abbellirle con photoshop, includerle nel proprio profilo, farle circolare. E inondare il mondo di tweet, di like, di post, nonché far rimbalzare quelli altrui. Inizia l’età dell’oro dei social media.

Ognuno può tentare di pubblicizzare il suo ego, ma nel fare questo si espone alle critiche altrui, ma soprattutto alla (naturale) frustrazione di sentirsi surclassato da innumerevoli altri ego, più attraenti, più popolari, più capaci di attirare like.

Secondo Jonathan Haidt è precisamente questo che fa decollare il disagio giovanile. Quella sui social è una competizione cui nessuno, una volta che vi approda, è in grado di sottrarsi, che lo voglia oppure no.
Di qui insoddisfazione, malessere, disagio, invidia, frustrazione, che sarebbero alla radice dell’epidemia di cattiva salute mentale in corso in moltissimi Paesi da quando l’i-phone ha sostituto i vecchi flip-phone, telefoni cellulari privi di accesso a internet. E soprattutto ha sostituito le uscite con il gruppo di amici, il gioco all’aperto, le esperienze nel mondo reale, tutte cose cruciali nella formazione di un adolescente.

Supponiamo che Haidt abbia sostanzialmente ragione (visti gli argomenti dei suoi critici, propendo a pensare che la sua spiegazione sia valida), resta il problema: come mai, in questo disastro, a rimetterci sono soprattutto le ragazze, specie se adolescenti?

A prima vista sembra strano, visto che le ragazze – almeno sul piano cognitivo – da almeno 30 anni hanno sorpassato i ragazzi. Qui ci soccorre un’altra studiosa, la sociologia britannica Catherine Hakim, che giusto negli anni della svolta (2010-2012) ebbe a dare alle stampe un saggio e un libro fondamentali: Erotic Capital (2010), e Honey Money (sottotitolo: Perché essere attraenti è la chiave del successo). Lì si può trovare facilmente la chiave per capire il disagio esistenziale delle adolescenti dopo l’i-phone.

In estrema sintesi. Prima dell’i-phone 4, una adolescente poteva cercare di costruire la propria identità e il proprio successo valorizzando le qualità più diverse: la bellezza, certamente, ma anche l’intelligenza, la simpatia, la socievolezza, l’eccellenza in qualche materia, le doti sportive, l’abilità in qualche campo specifico.
E, soprattutto, lo poteva fare in una cerchia ristretta, e almeno in parte selezionata. Dopo l’i-phone4 non è più così: giusto o sbagliato che sia, la competizione è soprattutto sulla bellezza e l’avvenenza, e avviene in mare aperto, perché tutti vedono il tuo profilo e tu puoi vedere il profilo di tutti.

Ma la bellezza (o “capitale erotico”, per stare alla terminologia della Hakim) è una delle risorse più iniquamente distribuite, e – ahimé – è difficilmente modificabile, se non con la costosa e pericolosa chirurgia estetica (forse non a caso esplosa nell’ultimo decennio).

Di qui il dramma delle adolescenti, che sono costrette a correre una gara da cui solo una minoranza può ragionevolmente attendersi di uscire vincitrice.

Che fare? Si potrebbe domandare un padre o una madre di una quindicenne. Niente, mi verrebbe da dire, la forza del “così fan tutte” è soverchiante e invincibile. Però una piccola cosa, forse, si potrebbe anche tentare: far balenare il pensiero che, accanto alla paura di essere tagliati fuori, esiste anche la felicità di mettersi al riparo dalla macchina infernale dei social, una scelta audace che da tempo si usa chiamare JOMO, Joy of missing out, la gioia di restarne fuori (ne ha indirettamente parlato la giovane scrittrice Francesca Manfredi nel suo romanzo “Il periodo del silenzio”, appena uscito).

Una scelta controcorrente, che però si può compiere anche in modo equilibrato e saggio, riscoprendo i telefonini tradizionali, che costano pochissimo, ci risparmiano la competizione sui social e, forse non casualmente, stanno tornando di moda.

www.fondazionehume.it

New York City fa causa ai social media per danni alla salute mentale dei giovani

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Roberto Cosentino 

DATA: 17 febbraio 2024

Arriva la causa contro a TikTok, Instagram, Facebook, Google e Snapchat, a meno di un mese dal discorso annuale del sindaco di New York, Eric Adams.

Dalle parole ai fatti. Lo scorso 24 gennaio il sindaco di New York, Eric Adams, nel corso del consueto discorso annuale, lanciò un’accusa pubblica ai social media. Definiti dallo stesso primo cittadino delle «tossine ambientali», a meno di un mese di distanza nel corso di una conferenza, ecco l'annuncio dell'avvio di una vera causa legale. I motivi per cui è stata intentata sono, secondo l'amministrazione di Nyc, i danni provocati alla salute mentale dei più giovani. «È giunto il momento di ritenerli responsabili di aver alimentato la crisi nazionale della salute mentale giovanile, e questo è il primo passo», ha affermato Eric Adams dal proprio profilo su X.

La città di New York ha sporto denuncia contro TikTokMetaSnap Alphabet. La conferma arriva dallo stesso sindaco, in un comunicato condiviso lo scorso mercoledì. Insieme alla Big Apple, anche il Dipartimento dell’Istruzione di New York e dalla New York City Health and Hospital Corporation. Questo è solo uno degli ultimi atti che vedono le piattaforme dover presenziare al banco degli imputati. Poche settimane fa le stesse sono comparse al Senato degli Stati Uniti, dove sono state accusate di avere le mani «sporche di sangue».

La causa

I capi di accusa sono tre e prevedono negligenza, negligenza grave e disturbo alla quiete pubblica. I social sarebbero infatti responsabili di aver manipolato i più giovani e aver intenzionalmente creato in loro una dipendenza tale per cui la loro attenzione venisse mantenuta sui social media. Le parti che hanno intentato causa richiedono un processo con giuria, che possa portare ad un cambio nella condotta di queste aziende, a cui dovranno anche seguire sanzioni pecuniarie.

I motivi delle richieste sono stati spiegati nel corso della conferenza stampa indetta dal primo cittadino newyorkese. La condotta delle società ha rappresentato non solo una crisi per la Grande Mela, ma anche un onere finanziario. Questo perché quanto causato dalle società si riversa sugli ospedali, nelle scuole e in altre comunità. Il sindaco Adams descrive gli adolescenti di New York costantemente disperati, incollati agli schermi dei telefoni e afflitti da una condotta scolastica negativa. Inoltre, mancano di abilità sociali a causa della dipendenza dai social media.

Le parole del sindaco

«La nostra città è costruita sull'innovazione e sulla tecnologia, ma molte piattaforme di social media finiscono per mettere in pericolo la salute mentale dei nostri figli, promuovendo la dipendenza e incoraggiando comportamenti non sicuri», ha riferito il Adams, che prosegue: «Stiamo intraprendendo azioni coraggiose per conto di milioni di newyorkesi per ritenere queste aziende responsabili del loro ruolo in questa crisi, e stiamo sviluppando il nostro lavoro per affrontare questo pericolo per la salute pubblica».

E ancora: «Questa causa e il piano d'azione fanno parte di una resa dei conti più ampia che plasmerà la vita dei nostri giovani, della nostra città e della nostra società negli anni a venire».  Laddove legislazione e burocrazia hanno il passo lento, ci pensano dunque i distretti scolastici, i gruppi di genitori e le città stesse a prendere l’iniziativa, i quali affermano che i giovani sono stati danneggiati dai social media.

La risposta dei social media

Di diverso avviso le piattaforme interessate. Andy Stone, portavoce di Meta, ha affermato che: «Vogliamo che gli adolescenti abbiano esperienze online sicure e adatte all'età, e disponiamo di oltre 30 strumenti e funzionalità per supportare loro e i loro genitori. Abbiamo trascorso un decennio lavorando su questi problemi e assumendo persone che hanno dedicato le loro carriere per garantire la sicurezza e il sostegno dei giovani online».

Alle sue parole seguono quelle di José Castañeda, portavoce di Google. «Offrire ai giovani un'esperienza online più sicura e più sana è sempre stato fondamentale per il nostro lavoro. In collaborazione con esperti di salute mentale e genitorialità, abbiamo creato servizi e politiche per dare ai giovani un'esperienza più sana e sicura online. Esperienze appropriate e controlli solidi da parte dei genitori. Le accuse contenute in questa denuncia semplicemente non sono vere».

I precedenti

Vero o no, non c'è giorno che i social non siano ritenuti colpevoli della condizione faticosa in cui versano i giovani statunitensi, secondo le parole del sindaco Adams. Difficile non ricordare le scuse di Zuckerberg che hanno avuto luogo all'inizio del mese al Senato degli Stati Uniti. Inoltre, la città di New York è, per quanto grande, più circoscritta dei 40 Stati Usa che hanno fatto causa a Meta per via di Instagramadducendo i medesimi motivi.

A questa si aggiunge la causa che vede Meta accusata di violare una legge federale, raccogliendo dati dei minori. Nuovo processo in vista, dunque. Porterà a qualcosa di concreto questo "primo passo" menzionato dal sindaco Adams, o ad un semplice "forte messaggio", come quello auspicato dal senatore Dick Durbin? Intanto, come riporta il Washington Post, il Kids Online Safety Act trova nuovi sostenitori al Senato, ma è ancora incerta l'approvazione della Camera degli Stati Uniti.

Le parole di Pietro Bordo al Convegno sulla Scuola, Sala Tatarella, Camera dei Deputati

FONTE: Pietro Bordo

AUTORE: Pietro Bordo

DATA: 16 novembre 2023

Avevo previsto un intervento di 11 minuti. Lì ho saputo che avevo solo 3 minuti.

Prima dell’intervento ho tagliato molto, ma il mio modo partecipato di esporre ha allungato i tempi del mio intervento. L’on.le Russo a provato a fermarmi due volte…

Alla fine ha detto (Loredana, mia moglie, aveva interrotto la registrazione): dopo 8 minuti e mezzo… (lunga pausa), ma bellissimi e intensissimi…

Quello che segue è l’intervento integrale, quello che avevo preparato, senza tagli.

Mi chiamo Pietro Bordo. Ad un passo dalla laurea quinquennale in ingegneria elettronica il vento impetuoso ed imprevedibile della vita mi ha portato dietro la cattedra della scuola elementare. Ne ho avuto di conseguenza una vita felice. Ho insegnato per quarantasette anni: alla parificata, alla privata, alla paritaria e gli ultimi anni alla pubblica.

Ritengo che possa essere utile a tutti, al di là di tanta teoria, pur importante, sentire concretamente a cosa porta un uso appropriato del voto a scuola, anche se molto brutto.

A tal fine vorrei leggervi, in pochi minuti, un racconto dei tanti che ho scritto, con la speranza che diventino un libro; che non essendo pervaso dall’ideologia della sinistra, ancora imperante a scuola e non solo, ha possibilità quasi nulle di essere pubblicato.

 

Matias, dal “3 -20” al “10”, per la vita

Matias venne nella mia classe in seconda elementare. La prima l’aveva frequentata in un’altra scuola.

Piccolino, magrolino, timido, simpatico, educatissimo, con gli occhietti curiosi che brillavano per la voglia di sapere, di imparare.

Durante le partite di calcio della ricreazione si scatenava e non evitava contrasti anche molto duri con compagni molto più alti e robusti di lui.

I compagni avevano fatto in prima un notevole lavoro per la correttezza ortografica, Matias no. In conseguenza, al primo dettato commise moltissimi errori. Così tanti che lo portarono a prendere il voto “3”, con l’aggiunta di un “-20”, che indicava quanti errori avrebbe dovuto evitare per avere un “3” pieno.

Prima di dargli il voto gli parlai in privato. “Matias, in questo momento non sei bravo nei dettati, ma lo diventerai. Sta’ tranquillo, ho fiducia in te, ti aiuterò e diventerai bravissimo in tutto”.

Poi gli diedi il quaderno con il voto ed il bambino, appena l’ebbe visto, mi disse “La prossima volta…”, stringendo il pugno e portandolo ripetutamente verso di sé. Intendeva, ovviamente, che si sarebbe impegnato molto di più.

Qualche giorno dopo i genitori vennero a scuola per un colloquio e mi dissero con grande stupore e soddisfazione che a casa il bambino li aveva tranquillizzati per quel “3 -20” nel dettato, dicendo loro che indicava la situazione di quel momento e lui sarebbe diventato bravissimo.

Alla fine della quinta praticamente non commetteva più alcun errore di ortografia, anche in dettati molto lunghi e complessi e nelle composizioni. Ed era bravissimo in tutto.

Episodi come quello descritto me ne sono capitati molti, anche se raramente con un’escursione così clamorosa dall’insufficienza gravissima all’eccellenza.

Matias ora ha più di trent’anni e qualche mese fa su un social mi ha scritto che ogni volta che ha un problema serio ripensa al suo ingresso in seconda elementare, prende il quadernone con la raccolta di tutti i quaderni di allora, che ha gelosamente conservato, e vede quel “3 -20”. Poi prende il quaderno dove si trova l’ultimo dettato di classe quinta, vede il voto, “10” e si dice: “Come tanti anni fa sei passato dall’insufficienza gravissima all’eccellenza (da “3 -20” a “10”) così ora risolverai il problema che ti affligge”.

Al di là di tante parole, c’è il brutto voto che affossa ed il brutto voto che fotografa la situazione e stimola, se spiegato. Ma per stimolare ci deve essere una relazione significativa fra docente e discente. Che quasi nessun docente cerca. Perché non ne sa nulla.

Siamo tutti qui perché abbiamo a cuore la scuola italiana e vorremmo migliorarla. Non posso quindi fare a meno di dire quanto segue, in estrema sintesi. Anche perché la caratura dei miei ascoltatori (la piaggeria non è fra i miei difetti) mi dà la speranza che le mie parole non restino solo onde sonore. Potrei parlare a braccio per ore, ma sarò brevissimo.

Per cambiare sul serio la scuola tutti i docenti e gli operatori scolastici dovrebbero ricordarsi che ogni alunno è prima di tutto una persona, con tutti i suoi problemi; che quando entra in aula non lascia fuori della porta.

Da decenni per risolvere i problemi che affliggono la scuola si cercano soluzioni mirabolanti, straordinarie, geniali, innovative; generalmente basate sui miracoli della tecnologia, nuova “religione” per tantissime persone. Chiarisco: nulla contro la tecnologia, ma va ben usata. Quante volte ho visto alunni disabili che giocavano al computer ed i loro insegnanti di sostegno che conversavano amabilmente, disinteressandosi dei bambini.

Ci si dimentica la vera soluzione, che ha il gravissimo torto di non essere moderna, ma è antichissima e non richiede l’uso della tecnologia, ma del cuore, ovviamente supportato dalla mente: l’uomo.

Sì, l’uomo docente e le persone genitori sono la soluzione. Il rapporto personale fra di loro e col futuro uomo, l’attuale ragazzo, rappresentano la vera soluzione dei tanti problemi della scuola e, di conseguenza, della società.

Con la premessa appena fatta, ecco i tre fattori specifici che, nel medio termine, concretamente, possono migliorare radicalmente la situazione nella scuola primaria e negli altri ordini di grado, oltre alle ordinarie competenze professionali specifiche.

 

1° fattore: Migliorare di molto la collaborazione scuola-famiglia, che produrrebbe effetti sinergici incredibili sulla crescita del ragazzo.

Scuola e famiglia si devono scambiare informazioni, formulare diagnosi, progettare interventi mirati per ogni singola necessità del bambino. Ho sempre constatato che la maggior parte dei ragazzi sono dei Giano Bifronte: un volto a casa ed uno a scuola.

È evidente, ineludibile, che tocca ai docenti creare un buon rapporto con le famiglie, a qualsiasi costo.

Un rapporto stretto, possibilmente cordiale, con i genitori. Soprattutto con quei genitori con i quali possa sembrare impossibile il solo parlare. Credetemi: si può fare! Son riuscito a farlo anche a Tor Bella Monaca, quartiere di Roma che non gode di buona fama. E io non sono né un genio, né un santo.

 

2° fattore:   Impegno dei docenti a realizzare una relazione significativa con tutti gli alunni, fatta non solo di insegnamenti ed informazioni, ma di comprensione ed accoglienza.

Prima dell’inizio del mio primo giorno d’insegnamento il direttore mi disse: “Ricordati che non potrai insegnare nulla ai bambini se non li amerai. Ma non basta: loro lo dovranno capire; aiutali a capirlo”. Mi sembrava un’affermazione esagerata, ma nel corso degli anni ho sperimentato che era vera.

In varie relazioni scientifiche ho letto che per insegnare al meglio agli alunni, a tutti, è indispensabile che fra il docente e il discente si instauri una relazione significativa per la quale il bambino capisce che è accolto, accettato, amato a prescindere da qualsiasi altra considerazione.

Nei colloqui in privato con i bambini è emerso di tutto, che i genitori non sapevano. In un colloquio seppi di molestie sessuali subite dal bambino in ambito familiare, senza che i genitori neanche immaginassero…

Giovanni Bollea, padre della neuropsichiatria infantile italiana, ma anche un umanista, diceva che le relazioni umane curano. Se ci pensate, anche voi ne avete esperienza.

Nel mondo scolastico ormai caratterizzato da un tecnicismo esasperato (DSA, BES,…), per il quale a volta invece che di bambini mi sembra di parlare di robotini, con i relativi software (uno per ogni materia), purtroppo tanti si dimenticano che il primo e più importante lavoro si compie nel "cuore dell'uomo" (Giovanni Paolo II, “Centesimus Annus”) e il modo con cui questi si impegna a costruire il proprio futuro, fin da bambino, dipende del rapporto instaurato con chi lo dovrebbe aiutare a crescere, sotto tutti i punti di vista, rispettando la sua libertà; e dipende anche dalla concezione che ha maturato di se stesso e del suo destino.

Le relazioni significative di cui sopra durano nel tempo. Io mi vedo con continuità, a tu per tu ed in gruppo, con miei ex alunni, con età compresa fra i 20 ed i 50 anni.

 

3° fattore:   Sforzo che devono fare i genitori per trovare il tempo di parlare con i figli.

Il terzo fattore, che in realtà è una parte significativa del primo, per migliorare radicalmente la situazione nella scuola primaria e anche negli altri ordini di grado, è la comunicazione genitori-figli.  I genitori devono essere aiutati a capire che devono fare qualsiasi sforzo per trovare il tempo di parlare con i figli, tutti i giorni possibilmente, anche solo cinque-dieci minuti. Ciò per conoscerli, quindi capire i loro problemi appena insorgono ed aiutarli. Ed avere la grande gioia di comunicare con loro.

Così facendo i genitori difficilmente rischieranno di trovarsi davanti a comportamenti gravissimi dei loro figli, che li costringerebbero ad ammettere di “non conoscerli”.

Ovviamente la maggior parte dei genitori ignorano i fattori suddetti. Devono essere i docenti ad informarli. Io nelle assemblee dei genitori parlavo di questi argomenti.

 

Utilizzando i tre fattori suddetti si può migliorare molto la qualità della vita degli studenti, i loro apprendimenti e ridurre drasticamente gli episodi di abbandono scolastico e di bullismo.

Infine una curiosità, molto indicativa: sapete quante ore, sulle quaranta della settimana di tempo pieno nella scuola primaria, l’elementare, sono dedicate alla lingua italiana? Provate a dare una risposta.

Quella giusta è sei! Sei ore su 40 e non vi devo spiegare l’assurdità della situazione. Anche se così c’è il vantaggio che si possono fare tanti progetti, ad esempio quello che mi è stato proposto sui canti e sulle danze dei Maori; utilissimo…

La conoscenza della lingua italiana è propedeutica a tutti gli altri apprendimenti; ed anche allo sviluppo del pensiero.

 

Sintesi di tutto quanto ho detto.

Primo: qualsiasi intervento sulla realtà scolastica avrà sicuramente un'efficacia limitatissima se tutti quelli che si occupano di scuola, a qualsiasi livello, non comprendono che lo scolaro è prima di tutto una persona, con tutti i suoi problemi che ne condizionano la vita, e quindi l'apprendimento. Problemi che non lascia fuori della scuola.

Secondo: una relazione positiva fra docente, discente e genitori è la chiave che può aprire la porta delle soluzioni per quasi tutti i problemi degli alunni, con le ovvie conseguenze. Tutto sperimentato per decenni.

Grazie per l’attenzione.

 

Chi parla ai giovani di sesso e relazioni?

FONTE: Famiglia Cristiana

AUTORE: Orsola Vetri

DATA: 20 ottobre 2023

Chi parla ai giovani di sesso e relazioni?

I casi di stupri di gruppo e abusi tra coetanei che sempre più spesso ri­empiono le pagine di cronaca ci costringono a interrogarci su dove nasca un così difficile rapporto dei nostri figli con la sessualità. Ne parliamo con lo psichiatra e psicoterapeuta Tonino Cantelmi, docente presso la Gregoriana di Roma.

 

È la mancanza di educazione sessuale la causa dei casi di violenza di gruppo? Siamo di fronte a un’emergenza?

«Mi sembra una situazione davvero problematica: i nostri figli subiscono una erotizzazione precoce già nell’infanzia (vengono a contatto con contenuti sessuali precocemente e troppo persistentemente) e inoltre la pornografia ha sfondato il limite degli 11 anni. Perciò ricevono una educazione sessuale da Pornhub e Youporn, per citare solo 2 delle piattaforme più invasive del Web. Secondo voi dove hanno imparato i comportamenti predatori e crudeli di cui tanto si è parlato?»


Un tempo il sesso era tabù, non se ne parlava con i genitori, poco con gli amici. È un bene o un male che ora si affronti così esplicitamente?

«È un male. L’erotizzazione precoce compromette la capacità di gestire l’intimità in modo più sano e ampio. Non a caso i cortocircuiti sessuali e aggressivi sono troppo frequenti nei ragazzini e negli adolescenti. Inoltre l’erotizzazione precoce è un fenomeno che si correla a un maggior rischio di disagio psichico, in modo particolare alla loneliness, cioè a quella dolorosa percezione di solitudine che accompagna molti adolescenti e soprattutto quelli più smart sui social».

Parlando di sessualità c’è un confine oltre il quale i genitori non dovrebbero andare per rispetto dei figli?

«Magari noi genitori parlassimo di sessualità e di educazione affettiva! Purtroppo i nostri figli non hanno davvero adulti di riferimento autorevoli: spesso, infatti, più che di adulti dovremmo parlare di adultescenti, cioè adulti che non hanno ancora risolto i temi adolescenziali e si comportano in modo assai incoerente con il ruolo genitoriale».

Quanta influenza ha la fami¬glia e quale è il suo ruolo nell’edu¬cazione sessuale? E la scuola?

«Verso gli 11 anni i ragazzini perdono fiducia negli adulti. A quell’età si completa la “smartphonizzazione” di quasi tutti i figli. Cosicché i ragazzini partecipano a comunità virtuali nelle quali, anche attraverso influencer e youtubers, costruiscono il loro sapere, in modo svincolato dagli adulti. Così si creano due mondi paralleli: la famiglia, la scuola, l’oratorio, i catechisti da un lato e i social e il Web dall’altro. Quale dei due mondi sarà più influente sullo sviluppo dei nostri figli? Eppure non c’è da perdersi d’animo: un adulto autorevole, coerente e affascinante è al momento ancora più attrattivo dei social!».

L’educazione sessuale va affrontata diversamente con i maschi e con le femmine?

«No, va affrontata insieme e soprattutto va inserita nell’ampio tema dello sviluppo psicoaffettivo. Che senso ha parlare di sesso senza insegnare la costruzione di relazioni affettive e senza imparare il gusto dell’intimità, della condivisione e della reciprocità? A parlare di sesso e basta ci pensa la pornografia e a banalizzare la sessualità ci pensano i social. Solo questo può aiutare i maschi a imparare il rispetto dell’altro sesso».

Quali sono i danni della pornografia?

«La pornografia insegna il disprezzo, la manipolazione finalizzata al piacere anonimo, la crudeltà. L’intimità, invece, è empatia e reciprocità. E della pornografia sono vittime anche le ragazzine: imparano a sottomettersi e a considerarsi solo oggetto di piacere. Guardate il proliferare di pornografia light sui social: alcuni profili di ragazzine sono impressionanti per l’inconsapevolezza del loro agire. I social hanno aumentato il gender gap e sono pieni di luoghi comuni orribili».

A che età iniziano i ragazzi ad avere i primi approcci e poi rapporti?

«L’erotizzazione precoce ha precocizzato anche gli approcci sessuali. Durante la pandemia abbiamo avuto lo sfondamento del limite di 11 anni tra gli utenti della pornografia. E soprattutto non c’è gradualità. La conseguenza è il furto della felicità scambiata con stereotipi: i maschi debbono essere un po’ predatori e le femmine debbono accontentarli. Non ci crederete, ma i nostri figli vivono continuamente stereotipi di questo tipo, alimentati da social e porno».

Quali sono le parole giuste di un genitore al figlio adolescente che ha iniziato ad avere una vita sessuale e affettiva?

«Le parole non servono: il problema è che spesso la relazione affettiva tra i genitori è così scadente e deludente che nessuna parola può essere efficace. La miglior risposta? Una relazione affettiva felice tra mamma e papà».

SCARICA IL PDF

Il caso Don Milani. La visione della scuola distorta dall’ideologia

FONTE: Il Messaggero

AUTORE: Luca Ricolfi

DATA: 26 maggio 2023

Il caso Don Milani. La visione della scuola distorta dall’ideologia

Don Milani detestava il gioco, il pallone, il biliardo, il divertimento, la televisione, persino la ricreazione scolastica. Considerava egoistico persino avere una ragazza, farsi una famiglia, studiare all’università, aspirare a una professione come chirurgo o ingegnere. Le uniche professioni che considerava degne di stima erano, nell’ordine: prete, maestro, sindacalista, politico. La sua scuola era durissima, senza pause, e non disdegnava il ricorso alle maniere forti.

Inevitabilmente, in questi giorni in cui ricorre il centenario della nascita di don Milani, si moltiplicheranno le celebrazioni del suo pensiero, della sua opera, della sua perdurante attualità. Non so se sia il modo giusto di ricordarlo, se sia questo il modo migliore per onorare i grandi del passato. Provo sempre un po’ di disagio, quando un autore classico viene usato per fargli dire quel che piace a noi, che viviamo in un’epoca completamente diversa. Dante era di destra? Manzoni ci invita a non parlare di etnie? Don Milani ci dice come dovrebbe essere la scuola oggi? Proprio per questo, ho accolto con sollievo l’uscita, giusto in questi giorni, di un libriccino di Adolfo Scotto di Luzio, che parla del Priore e della sua opera in un modo diverso, non agiografico né strumentale, e che definirei semplicemente rispettoso (L’equivoco don Milani, Einaudi). Rispettoso perché filologico, perché si sforza – attraverso gli scritti – di farci entrare nella testa del Priore, con le sue ansie, i suoi sogni, il suo modo di vedere le cose.

Il risultato dell’operazione è spiazzante, perché non ci fornisce affatto – come spesso si presume – una soluzione ai problemi della scuola di oggi. Ma semmai ci rivela la radicale inattualità del pensiero di don Milani, una inattualità che, fin da subito, fu pienamente intuita da Pasolini, e da pochissimi altri. Lettera a una professoressa, spiega Scotto di Luzio, “è un pressante invito ad abbandonare ambizioni e illusioni del moderno”. Don Milani detestava il gioco, il pallone, il biliardo, il divertimento, la televisione, persino la ricreazione scolastica. Considerava egoistico persino avere una ragazza, farsi una famiglia, studiare all’università, aspirare a una professione come chirurgo o ingegnere. Le uniche professioni che considerava degne di stima erano, nell’ordine: prete, maestro, sindacalista, politico. La sua scuola era durissima, senza pause, e non disdegnava il ricorso alle maniere forti. Se avesse potuto vedere la scuola (e la gioventù) di oggi, don Milani ne avrebbe avuto orrore. Consumismo e volontà di autorealizzazione, cardini del nostro tempo, erano per lui debolezze piccolo-borghesi: solo la dedizione totale agli altri rendeva una vita degna di essere vissuta.
Ma qual era l’idea di scuola pubblica del Priore? Fondamentalmente, poggiava su tre cardini. Primo, la cultura popolare, e contadina in particolare, fatta di esperienza e saperi pratici, ha pari dignità rispetto alla cultura alta, formale, borghese, insegnata nelle scuole. Secondo, la scuola dell’obbligo dovrebbe riconoscere il pieno valore della cultura popolare, e rinunciare a trasmettere conoscenze prive di utilità pratica (matematica, letteratura, filosofia, ecc.), puntando tutte le carte sull’attualità (leggere i giornali) e sul controllo della lingua (non solo italiana). Terzo, l’orario scolastico dovrebbe essere molto più lungo, perché è nelle ore di non-scuola che i figli dei ricchi acquisiscono un vantaggio rispetto a quelli dei poveri, costretti a lavorare quando non sono a scuola.
Da questo complesso di idee derivava una conseguenza fondamentale. Diversamente da Gramsci, da Concetto Marchesi, e dallo stesso Togliatti, don Milani non vedeva l’accesso alla cultura alta come strumento di elevazione ed emancipazione degli strati popolari. Per lui, come per Pierre Bourdieu pochi anni dopo, la cultura alta era uno strumento di dominio, che imponeva saperi arbitrari, fatti apposta per consentire ai ricchi di umiliare ed escludere i poveri. Come tale, andava lasciata ai ceti alti e a quanti, fra i poveri, preferivano tradire la loro classe di origine, sottomettendosi alla scuola borghese e frequentando quelle che don Milani spregiativamente considerava “Scuole di Servizio dell’Io”, università e licei in particolare.

In questa sua visione dei compiti dell’istruzione, don Milani si situa agli antipodi del pensiero dei Padri Costituenti, in particolare di Piero Calamandrei. Per loro la scuola doveva rompere il monopolio borghese della cultura, facendo sì che la nuova classe dirigente dell’Italia repubblicana potesse attingere alle forze migliori di ogni ceto sociale. Era a questo alto compito che guardava l’articolo 34 della Costituzione, che al comma 2 recita: “I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di accedere ai gradi più alti degli studi”.
Piero Calamandrei considerava quell’articolo il più importante della Costituzione. Don Milani, invece, detestava l’articolo 34. Per lui, diventando chirurgo o ingegnere, il povero perdeva la sua purezza, il suo legame con i compagni, l’appartenenza al magico universo della cultura popolare. Premiare i “capaci e meritevoli ma privi di mezzi” non era la strada giusta. E infatti non fu seguita. Le borse di studio che l’articolo 34 prometteva sono rimaste in gran parte sulla carta: don Milani ha vinto, Piero Calamandrei ha perso. Fu un bene? Fu un male? Su questo, fra una celebrazione e l’altra, forse varrebbe la pena riflettere.

 

La grafologa: “Scrivere a mano accende il nostro cervello, ma non dite ai bambini di scrivere come vogliono. Ecco perché”

FONTE: www.orizzontescuola.it

DATA: 12 maggio 2023

La grafologa: “Scrivere a mano accende il nostro cervello, ma non dite ai bambini di scrivere come vogliono. Ecco perché”

“Una cosa che riscontro molto e che mi fa arrabbiare è che nella scuola primaria molti insegnanti dicono ai bambini: scrivete come volete. Il fatto è che questo crea una gran confusione nei bambini, che non sono in grado di valutare ciò che è importante fare e scelgono quello che sembra più semplice.

Se vengono date delle indicazioni fin dall’inizio possiamo avere invece una scrittura funzionale”. La netta presa di posizione della grafologa Giorgia Filossi, grafologa dell’età evolutiva, prende le mosse dalla nostra intervista al professor Piero Crispianiprofessore onorario all’Università di Macerata e professore straordinario Link Campus University di Roma, da anni uno dei più convinti assertori dell’indispensabilità del corsivo per la formazione completa dell’individuo. Crispiani nell’affermare l’importanza dello scrivere in corsivo aveva aggiunto, in coda all’intervista, che “basta dare fogli e penne e far scrivere senza curare – all’inizio – la grafia, ma il senso, la destinazione, ovvero la base della umanità stessa e della cultura”, dando in parte l’idea che sia sufficiente far scrivere liberamente in corsivo, abbracciando una posizione spontaneistica, insomma lasciando ai bambini la libertà di scrivere come vogliono. “E’ una posizione che io non condivido”, ci spiega Giorgia Filossi: “Imparare a scrivere – precisa – è un apprendimento complesso che necessita di precise indicazioni”.

Giorgia Filiossi vive a Modena. E’ grafologa dell’età evolutiva e giudiziaria, educatrice del gesto grafico e rieducatrice della scrittura. Lavora come libera professionista, ha uno studio nella città geminiana, collabora con “Progetto Crescere” di Reggio Emilia, e in generale con scuole e associazioni culturali ed educative. Si occupa di bambini e ragazzi con difficoltà grafomotorie o disgrafie accompagnandoli in percorsi individuali di educazione e rieducazione del gesto grafico e della scrittura. Organizza e conduce corsi di formazione per insegnanti delle scuole d’infanzia, primarie e secondarie e laboratori per gli studenti. E’ docente di Educazione del gesto grafico alla scuola di grafologia “Arigraf Milano”. E’ consulente peritale di studi legali e promuove attività di orientamento per studenti e insegnanti delle scuole secondarie. E’ pure referente regionale per l’Emilia Romagna del Cesiog che ha tra i suoi obiettivi primari la costituzione di un albo per i grafologi e il riconoscimento del rieducatore della scrittura come professione sanitaria.

“La scrittura manuale – spiega Giorgia Filossi – è frutto dell’interazione tra sistema nervoso, sensoriale e motorio. L’uso della mano mantiene in forma il cervello: l’esercizio quotidiano della scrittura rafforza le aree cerebrali tanto che l’attività grafica è consigliata anche per rallentare gli effetti dell’invecchiamento cognitivo”. Una bella scommessa nell’epoca dei computer e delle tastiere. “Scrivendo a mano impariamo di più e più rapidamente. Ma non ne farei una battaglia ideologica tra mano e computer”, dice. “Preferisco soffermarmi sui tanti vantaggi della scrittura. I bambini, per esempio, imparano a leggere meglio se contestualmente viene insegnato loro a scrivere. Una parola scritta viene memorizzata e riconosciuta facilmente, cosa che non avviene digitandola soltanto. Vale anche per gli adulti. Nel prendere appunti, per esempio, selezioniamo le informazioni e le trascriviamo con parole nostre elaborandole in maniera personale. Scrivere a mano ci aiuta anche a sviluppare creatività e capacità di sintesi, a migliorare l’autocontrollo e la gestione delle emozioni”.

Il problema, secondo la professionista emiliana, riguarda soprattutto bambini e ragazzi. Esistono dei criteri ben precisi per stabilire se una scrittura va rieducata: la scarsa leggibilità, la poca fluenza e rapidità e, in alcuni casi, anche l’insorgere di dolori e affaticamento: “Credo – aggiunge – sia non più differibile la formazione specifica del personale educativo, a partire almeno dalla scuola dell’infanzia, per dare ai bambini quel patrimonio fondamentale di abilità e competenze che costituiscono i cosiddetti pre-requisiti. Alla scuola primaria, poi, andrebbe dedicato più tempo all’apprendimento del gesto grafico ad oggi sottovalutato rispetto ai contenuti linguistici.

Imparare a scrivere non avviene spontaneamente, ci vuole tempo, pazienza, gradualità e una didattica corretta, aspetti oggi molto trascurati. A scuola si scrive poco. Mancano direttive chiare che favoriscano approcci corretti e univoci. Dispensare un bambino dallo scrivere oltre che penalizzante per la sua crescita è spesso inutile: noi professionisti del gesto grafico siamo al servizio di famiglie e scuole per accompagnare e dare le corrette informazioni. Non possiamo delegare ad un tablet, uno smartphone o un pc tutta la nostra attività mentale. Cogliamo il senso di un calcolo aritmetico se lo facciamo a mente, cosa che non avviene utilizzando la calcolatrice.

Usare il correttore automatico riduce la consapevolezza dell’errore ortografico. Abusare del copia e incolla ci priva della capacità di ragionare su ciò che stiamo scrivendo. Questo vale a maggior ragione nei bambini perché influisce negativamente sul cervello in piena evoluzione, finendo per provocare difficoltà di attenzione, di memoria, di concentrazione, ansia e generale declino delle capacità di apprendimento. Scrivere a mano accende il nostro cervello molto più che digitare sulla tastiera: scrivendo su carta, gli occhi e i movimenti della mano seguono la creazione della lettera. Il corsivo è un carattere sviluppato per correre sul foglio con fluidità grazie a collegamenti che favoriscono il pensiero consequenziale.

E’ l’unico carattere realmente personalizzabile perché si impregna di tutti i vissuti e gli stati d’animo, rappresentando in maniera unica e irripetibile gli aspetti intellettivi e caratteriali dello scrivente. Lo stampatello, invece, è lento e spersonalizzato perché i tratti grafici richiedono continui stacchi della penna dal foglio.Ci sono tanti modi per mantenere viva e attiva la nostra abilità scrittoria. L’importante è non privarci del piacere di scrivere: lettere, appunti, note, scarabocchi, disegni. Non deleghiamo tutto ad un computer, ma difendiamo la prerogativa di distinguerci anche attraverso il gesto grafico”.

Dottoressa Giorgia Filossi, lei non condivide l’idea che il bambino debba essere lasciato libero di imparare a scrivere in corsivo in maniera spontanea, senza regole. E’ così?

“Non condivido quando si afferma che sia sufficiente far scrivere in corsivo abbracciando una posizione spontaneistica, perché imparare a scrivere è un apprendimento complesso che necessita di precise indicazioni. Il professor Crispiani, che conosco, avendo seguito vari seminari, ribadisce questo concetto, ma nella parte finale dell’intervista fa capire che è importante che i ragazzi scrivano indipendentemente dal fatto che debbano seguire una metodologia. Io mi trovo in contrasto con questa tesi. Per il percorso duale che ho fatto, sia di studio, sia di rieducazione della scrittura, io vedo che la didattica è fondamentale, perché la scrittura si può personalizzare”.

Ci faccia capire meglio

“La scrittura attraversa tre fasi fondamentali. La prima è la pre-calligrafica, che è dedicata all’apprendimento, segue il modello presentato a scuola e dura i primi due anni. Poi c’è la fase calligrafica in cui il bambino sperimenta il modello, si rafforza e diventa sempre più abile, tanto che in virtù di questo passa alla fase post-calligrafica. Se però nelle fasi precedenti ci sono stati degli intoppi, cioè se il modello non è stato acquisito, se non sono state superate quelle difficoltà, allora non si riesce a passare alla fase della personalizzazione, perché le difficoltà non consentono l’automatizzazione della scrittura perché nel momento in cui la scrittura è automatizzata non pensiamo più a come eseguiamo i grafemi, in quel momento la nostra scrittura si impregna degli aspetti emotivi individuali della persona, segue un percorso neurologico nuovo, diventa una scrittura capace di esprimere la personalità dell’autore”.

Un po’ come nella lettura?

“No. Mentre la lettura è un apprendimento che può avvenire spontaneamente, qui questo non succede: qui ci vuole un insegnamento, che significa dare delle regole di esecuzione che riguardano il punto di partenza, la direzione, i collegamenti tra le lettere e dove eseguire gli stacchi. Tutto questo però va fatto secondo un criterio, altrimenti, se lasciato al caso, succede che la scrittura viene eseguita come se si trattasse di un disegno. Solo se diamo delle regole iniziali possiamo ottenere poi una scrittura funzionale. Che non significa bella. Significa scorrevole, significa avere una scrittura che non crea fatica, che non crea dolore in chi scrive, che sia leggibile”.

Le scuole, secondo lei, sono consapevoli di questa necessità?

“Una cosa che riscontro molto e che mi fa arrabbiare è che nella scuola primaria molti insegnanti dicono: scrivete come volete. Ma questo crea una gran confusione nei bambini, che non sono in grado di valutare ciò che è importante fare ma scelgono quello che sembra più semplice. Se vengono date delle indicazioni fin dall’inizio possiamo avere una scrittura funzionale”.

Ci sono però dei bambini che presentano evidenti difficoltà

“E’ vero, ci sono dei bambini che hanno delle oggettive difficoltà. Ma a quel punto, quando sono stati individuati, abbiamo ripulito il quadro facendo una netta distinzione tra quelli che hanno una didattica corretta e hanno imparato e quelli che nonostante la didattica corretta hanno delle difficoltà. In questi casi è doveroso fare una valutazione di disgrafia, perché significa che il bambino ha delle caratteristiche a livello neurobiologico che rendono difficile raggiungere un livello funzionale di scrittura”.

E a quel punto quanto si può fare per questi bambini?

“Diciamo che oggi ci sono moltissimi bambini che hanno difficoltà. Ci sono quelli che non hanno avuto una didattica adeguata – aggiungiamoci anche i problemi causati dal Covid – e poi ci sono quelli che hanno delle difficoltà che sono superabili. Con tutti si riesce ad avere risultati, ma alcuni non riusciranno ad avere una scrittura funzionale nonostante i miglioramenti. Questi avranno bisogno di un’attenzione diversa e misure dispensative e compensative”.

Quanto conta avere frequentato la scuola giusta, da questo punto di vista?

“Io vedo una differenza tra bambini che hanno avuto la fortuna di fare un percorso scolastico buono – e in questo caso si vede che il bambino ha una buona gestione dello spazio del foglio, adotta delle direzioni funzionali nello scrivere – e bambini che sono completamente disorientati del tutto. Che non si sanno muovere nello spazio del foglio. Ad esempio non rispettano le righe e i quadretti, con il risultato di avere un foglio molto confuso. Il sapersi muovere male nello spazio del foglio ha sempre come corrispettivo una difficoltà di muoversi nello spazio in cui ci si muove normalmente”.

Che cosa vuol dire?

“La partenza dell’apprendimento dovrebbe partire nella scuola dell’infanzia, con il muoversi nell’ambiente circostante come prerequisito per muoversi sul foglio”.

Lo si fa?

“Lo si fa in maniera poco consapevole. Si fanno tante attività casuali e non sempre consapevoli. Ma il lavoro che si fa all’infanzia è fondamentale per poter lavorare bene alla primaria. Prendiamo ad esempio il problema dell’impugnatura: questo è un aspetto che non viene considerato, e invece andrebbe impostato già dalla scuola dell’infanzia, ma non solo insegnando al bambino come si fa ma facendo fare attività che gli rendano naturale impugnare in maniera corretta, si apprende attraverso l’esperienza”.

Lei ritiene che occorra iniziare a scrivere nell’età della scuola dell’infanzia?

“No, a quell’età occorre creare i prerequisiti per arrivare alla scuola primaria con un bagaglio valido, in modo che diventi più semplice. Invece oggi i bambini non sanno più usare le mani perché nel frattempo non giocano fuori, fanno giochi tecnologici e tocca poi a chi fa rieducazione farglieli fare. Occorrere praticare giochi di manipolazione che rendano le mani più abili, fare dei nodi o anche semplicemente strappare lo scotch con le dita ma non lo sanno fare. Il bambino inoltre viene spesso imboccato dalle mamme. E invece è importante imparare a impugnare correttamente una posata. Se non s’insegna a impugnare bene una posata un bambino non saprà impugnare una matita. Un po’ il genitore si sostituisce al bambino per motivi di fretta o di timore, i genitori sono apprensivi e questo fa sì che il bambino sperimenti sempre meno cose”.

Servirebbe una cultura diffusa su questi temi

“Come associazione professionale dei grafologi, il Cesiog, stiamo lavorando sul fronte dell’informazione ai docenti e ai genitori. E anche sul fronte del lavoro di rieducazione della scrittura. La nostra è una professione spesso sconosciuta mentre ci sarebbero le possibilità di recupero di tante difficoltà evitando tante diagnosi di disgrafia, che invece lievitano. Dopo la diagnosi di disgrafia spesso si dice: scrivete come volete, usate il pc…Tante volte sarebbe sufficiente invece fare un recupero e un potenziamento della scrittura e ci sarebbero meno costi sociali perché appena ci sono delle difficoltà vengono attivate le visite presso la Neuropsichiatria.

Ma anche in quell’ambito la nostra figura non viene riconosciuta e allora che succede?”

Che cosa succede?

“Il bambino viene visitato da uno psicologo, viene fatta la diagnosi ma la figura non solo non viene coinvolta ma nemmeno viene suggerita. La professione viene riconosciuta, certo, ma non è vista come una professione sanitaria. La nostra associazione da anni si batte perché venga istituito un albo dei grafologi, mentre in altri ambiti come quello forense la professione è riconosciuta e apprezzata”.

Il tutto si inserisce in un’epoca che vede come protagonisti i pc, le tastiere, gli schermi, le tecnologie sempre più sofisticate…

“E’ ovvio che l’utilizzo del pc è per tutti fondamentale, ma questo non significa che il pc debba sostituire la scrittura. Il fatto è che dobbiamo far usare meno schede, meno penne cancellabili e dobbiamo invece fare usare strumenti più idonei. Nella scuola dell’infanzia ci vogliono meno pennarelli perché non aiutano a imparare la gestione della pressione e l’accuratezza del gesto. I bambini colorano senza stare attenti al rispetto dei bordi: con degli strumenti più idonei si sarebbe un aiuto maggiore ai bambini anche perché alla primaria non ci sono indicazioni sui quaderni da usare, nel senso che ci sono insegnanti che insegnano lo stampato sulla riga e il corsivo nel quadretto perché non ci sono delle direttive”.

All’università queste cose vengono insegnate?

“All’università non ci sono esami che riguardino la didattica della scrittura e questo ce lo dicono le insegnanti che sono preparate sul tema”.

Proviamo a dare un paio di consigli utili ai genitori

“Innanzitutto occorrerebbe dare ai bambini l’opportunità di fare le cose da soli in funzione dell’età. Un bambino deve imparare ad allacciare le scarpe con gradualità, diamo il tempo di mangiare da soli, di infilare il bottone nell’asola, ci sono tanti giochi che sviluppano anche l’intelligenza, anche il gioco della palla va bene, occorre insegnare al bambino a diventare via via più autonomo. Pelare la frutta sarebbe importante ma non so quanti bambini lo sappiano fare. Certo è che nel momento in cui un bambino si sa muovere bene a livello spaziale nel proprio ambiente, acquisisce la capacità di sapersi muovere nei testi che legge e nello studiare in maniera più efficace”.

MIO COMMENTO: Lo dice anche Microsoft…      Potete trovare su questo blog l’articolo “Microsoft: la penna batte la tastiera, se scrivi a mano impari di più” nella categoria “Apprendimento”