Blog

GENITORI SPAZZANEVE

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Claudia Voltattorni

DATA: 30 novembre 2014

I genitori «spazzaneve», spianano la strada ai figli ma li danneggiano

 

snow-thrower-70035_640-spazzaneve

L’allarme di una preside inglese contro la tendenza a «spianare la strada ai figli»

Gli inglesi li chiamano «genitori spazzaneve». Perché «ripuliscono ogni cosa davanti ai loro figli in modo che nulla possa andare loro storto e possa minacciare la loro autostima». Succede a Londra, al collegio femminile di Saint Paul dove la direttrice Clarissa Farr, racconta al Times, ogni giorno si imbatte in madri e padri vittime di «ansia frenetica che fa loro rifiutare l’idea che i propri pargoli possano arrivare secondi». Il che si traduce in «bambini iperprotetti e incapaci di affrontare un fallimento». 
Succede anche in Italia. Dove schiere di genitori arrivano da insegnanti e presidi e «giustificano, minacciano, mentono perfino pur di proteggere gli amati figlioletti da una punizione». Succede all’asilo e si va avanti fino alle superiori. Perché «la scuola è il nemico». Riflette Daniela Scocciolini, per oltre quarant’anni insegnante e poi preside del liceo Pasteur di Roma: «La tendenza a prevenire ed evitare qualsiasi difficoltà ai figli è diventata patologica: padri e madri sono del tutto impreparati ad affrontare gli insuccessi dei figli, non ci si vogliono trovare perché non sanno come uscirne». È come se dicessero: «Non create problemi a mio figlio perché li create a me». E allora, «la soluzione più facile è dire sempre sì, spianare la strada: sono “genitori non genitori” che rinunciano a priori a educare i propri figli cercando di semplificare loro tutto». E la colpa di ogni insuccesso, dice Innocenzo Pessina, ex preside del liceo Berchet di Milano, 43 anni tra scuole di periferia e centro, «è data sempre alla scuola, così si arriva ai ricorsi al Tar per bocciature e brutti voti». Bisogna «insegnare ai ragazzi a confrontarsi con la realtà, aiutarli nelle strade in salita, faticose e impegnative, ma non sostituirsi a loro». I genitori, conferma anche Micaela Ricciardi, preside del liceo Giulio Cesare di Roma, sono «apprensivi e ai figli trasmettono una grande fragilità». L’unica strada è parlarci: «Dico loro di tenere la distanza: siate dei punti di riferimento, ma lasciateli sbagliare, solo così cresceranno responsabilizzati». 
Ma c’è anche «l’ansia frenetica» di far primeggiare i figli ad ogni costo, la «ricerca del successo» con l’idea che chi sbaglia sia un fallito: «Crea tanta infelicità tra i ragazzi» dice Silvia Vegetti Finzi, psicoterapeuta che dal blog «Psiche Lei» su Io Donna osserva ogni giorno genitori-figli-scuola: «Questo dilagare degli adulti sui figli fa solo male: si trasmettono aspettative e stereotipi per indirizzarli dando un’idea di competitività anziché di realizzazione di sé». E magari alla fine nessuno è contento: «Forse anche per la crisi economica - dice Vegetti Finzi - i genitori sono più ansiosi per il futuro e si sostituiscono ai figli, come se dicessero: “Scelgo io per te” e preparano loro le strade da seguire». E allora? «Lasciateli liberi - conclude la professoressa -, ritiratevi progressivamente lasciando la vita di vostro figlio a lui, inclusi fallimenti ed errori». 

Per i figli altro che punizioni. Meglio gli elogi (e gli abbracci)

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Giulia Ziino

 

DATA: 27 dicembre 2012

Madre tigre addio, ora vince l'approccio gentile. Si chiama «terapia di interazione tra genitori e figli» ma, più semplicemente, è la tendenza, propugnata da una parte degli psicologi infantili, ad accantonare le punizioni (per lo meno quelle troppo drastiche) e a privilegiare elogi e abbracci. In pratica, l'imperativo per i genitori è: non fissatevi sui comportamenti «cattivi» ma valorizzate quelli «buoni».

 

Negli Stati Uniti il dibattito lo ha aperto il Wall Street Journal : «Cominciate a elogiare i vostri figli e, di conseguenza, aumenterà la frequenza dei "buoni comportamenti"» è la sintesi fatta al quotidiano americano da Timothy Verduin, docente di Psichiatria dell'infanzia e dell'adolescenza all'Università di New York. Non solo: gli elogi - avvertono Verduin e altri esperti - devono essere accompagnati da abbracci o manifestazioni «fisiche» di affetto, per stabilire - e rinsaldare - il legame tra genitori e prole. Le tecniche di approccio «interattivo» vengono usate spesso con i ragazzi difficili, inclusi quelli con deficit di apprendimento o iperattivi, ma la filosofia di base che le guida può adattarsi anche agli altri bambini. E di tutte le età: anche se prima si comincia meglio è, perché, se non lo si è fatto prima, a 10-11 anni imporre la disciplina diventa più difficile.

PUNIZIONI - Punire o non punire? «La punizione rende aggressivi» dicono gli psicologi americani citando le statistiche che mettono in correlazione le sculacciate ricevute nell'infanzia con i comportamenti violenti e conflittuali in età adulta. Gli stessi medici, però, bocciano anche l'approccio dialettico: ragionare insieme, soprattutto quando si tratta di bambini molto piccoli, non serve (come, da grandi, non servono avvertimenti «ragionevoli» come quelli stampati sui pacchetti di sigarette).

L'ELOGIO - La formula perfetta starebbe nell'elogio: ai genitori si chiede di identificare i comportamenti positivi che vogliono ottenere dai figli e, quando li vedono attuati, mandare ai piccoli un riscontro positivo. Ma se l'elogio serve ad aumentare l'autostima la demonizzazione a priori del castigo non trova tutti d'accordo. «Il castigo è un'arte, e molto difficile» spiega lo psicoterapeuta Gustavo Pietropolli Charmet. Che illustra il metodo: «Bisogna prima di tutto capire qual è la comunicazione implicita contenuta nella trasgressione della regola: nella violazione di un patto c'è sempre, nel bambino, una speranza di potersi affrancare, di crescere. Se capiamo questo suo desiderio e lo aiutiamo a realizzarlo non ripeterà il comportamento scorretto».

L'ARTE DEL CASTIGO - Ma come fare? «La sanzione non deve mortificare ma aiutare a crescere. Per esempio, se la trasgressione sta nel non apparecchiare la tavola, si potrebbe far frequentare al bimbo un corso di cucina, per sviluppare una competenza legata al cattivo comportamento». L'arte del castigo, insomma: «La punizione - nota Charmet - è un momento educativo molto alto: il bambino che trasgredisce non si aspetta di provare un dolore fisico o morale come conseguenza della sua azione, ma vuole vedere quale sarà la reazione degli adulti al suo superare i limiti fissati» Ecco perché il «buon» castigo conclude lo psicoterapeuta, «richiede tempo e astuzia». E non deve essere una sculacciata, «o un togliere ai figli i soldi, le uscite o l'uso del computer». Sì al castigo allora, ma con intelligenza.

L'AUTOSTIMA - E l'autostima? Secondo la psicoterapeuta Federica Mormando perché il genitore trasmetta al figlio un'idea positiva si sé non bastano gli elogi, ma serve un'azione a 360 gradi. Quanto alle sgridate è necessario andare alle radici del problema: «Non è questione di giudizi positivi o negativi dati da genitori ai figli - nota Mormando - quando di educazione: bisogna educare i bambini insegnando loro poche cose ma chiare e inesorabili. E difenderle con autorità: se il genitore non è autorevole, castigo o no, c'è poco da fare».

Perché soltanto noi italiani accompagniamo i bambini a scuola

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Antonio Pascale

DATA: 14 marzo 2013

Noi genitori italiani accompagniamo i nostri figli a scuola. Siamo in tanti, una moltitudine, rispetto agli altri Paesi. Lo conferma anche lo studio dell’Istc-Cnr promosso dal Policy Studies Institute di Londra — un’indagine che riguarda 15 Paesi del mondo, tra cui Italia e Germania. Ebbene, l’autonomia di spostamento dei bambini italiani nell’andare a scuola è passata dall’11% nel 2002 al 7% nel 2010.Per fornire un metro di paragone l’autonomia dei bimbi inglesi è al 41% e quella dei tedeschi al 40%.

school-1665534_640

 

È uno dei pochi casi di studi superflui. Basta osservare le dinamiche del traffico in orario scolastico. Noi italiani causiamo ingorghi a croce uncinata e spesso posteggiamo le macchine in doppia fila perché non ci basta avvicinare i ragazzi alla scuola, no, desideriamo portarli per mano fino in classe. E non finisce qui.

Noi genitori italiani ci azzuffiamo nei consigli di classe con i professori se lo zaino dei nostri figli supera un certo peso. Non siamo rubricati tra i lettori forti di studi medici e scientifici ma siamo pronti a citare i risultati degli ultimi report che spiegano perché uno zaino troppo pesante potrebbe causare irreversibili danni psicofisici ai nostri figli.

Noi genitori italiani parcheggiamo in doppia fila, causiamo ingorghi — oltre a produrre smadonnamenti e urla di disperazione degli altri cittadini — e in questo bailamme, noi, con calma zen aspettiamo che escono da scuola i nostri pargoli e ci accolliamo il loro zaino, così che possano fare i cento metri che separano scuola da casa liberi da pesi ingombranti. Noi genitori italiani parliamo continuamente di cibo e vogliamo che i nostri figli assaggino solo quello sano, genuino e biologico, sempre a chilometro zero, però come ci piace cucinare per loro porzioni abbondanti, come se il cibo «sano» non contenesse calorie, e come poco ci piace, invece, costringerli a muoversi a piedi: no, poveri figli, piove, nevica, c’è l’uragano, copriamoli bene e accompagniamoli, in macchina che tra l’altro lo zaino è pesante.

Noi genitori italiani, naturalmente riconosciamo che sì, accompagnare i figli è motivo di stress per noi e per il traffico italiano, però riuniti inconciliaboli nei bar (macchina in doppia fila) dopo aver accompagnato i figli a scuola, discutiamo e stabiliamo che purtroppo, vista e considerata la situazione odierna, non c’è rimedio: i nostri figli a scuola a piedi no, proprio no. Ma naturalmente siamo lirici: ah, ai nostri tempi, allora sì che la città era sicura e si poteva andare a piedi, non come oggi.

Noi genitori eravamo forti e tosti, giocavamo nella terra, facevamo a botte (ancora oggi facciamo a gara: chi ha più punti per ferite da sassaiole), sfidavamo maniaci e altri loschi figuri e purtroppo, ora, i nostri figli tutto questo non possono farlo: la città è così trafficata si può finire sotto una macchina (vero, visto tutti i genitori che accompagnano i figli a scuola), dovunque zingari, strane figure, e lestofanti vari. Niente, ci tocca proteggerli, chiuderli in macchina. Purtroppo.

Poi a qualcuno di noi genitori a volte capita di finire in Germania, in Inghilterra, in Francia e di notare lunghe file di bambini e ragazzi che vanno a scuola, da soli, fin da piccoli, a piedi. Che sorpresa. Forse, pensiamo, in quelle città civili non esistono criminali per le strade e tutto è più ordinato e civile. Poi ci rendiamo conto che lì, sì, è tutto più civile, perché nei consigli di classe invece di pesare con bilance al quarzo lo zaino dei figli, si lotta anche e soprattutto per avere più bus in alcune fasce orarie, per ottenere percorsi protetti per bambini, o ci si organizza per il trasporto con mezzi comuni.

Anni fa, quando nacque mio figlio e spingevo di notte la culla per farlo addormentare, mi capitò di vedere in tv un’intervista a Colin Ward. Gli chiedevano del pensiero utopistico, se esisteva o non esisteva. Lui rispose sì, esiste, ma si occupa di tre cose, le città, come le costruiamo e per chi le costruiamo, i bambini e le automobili (come fare a prenderle il meno possibile). L’utopia dunque si sposava con buone pratiche quotidiane, e quest’ultime, purtroppo, dipendono da noi e non da generici altri: tocca muoverci, quindi. A piedi, si intende.

Tre regole per la corretta alimentazione dei bambini

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Maurizio Tucci

DATA: 10 maggio 2013 

Varietà dei cibi, evitare gli spuntini tra un pasto e l'altro e proporre pasti equilibrati, senza sovralimentare i piccoli

table-1631564_640-colazione

 

MILANO - In un momento storico in cui sovrappeso e obesità infantile sono, in Italia, un fenomeno che ha assunto le caratteristiche di una vera e propria epidemia, rispetto delle regole, varietà ed equilibrio sono le tre linee guida indicate ai genitori da Andrea Vania, presidente dell’ECOG (European Childhood Obesity Group), intervenuto al 69esimo Congresso Nazionale della Società Italiana di Pediatria che in corso a Bologna. «Rispetto delle regole - spiega l’esperto - nel senso che devono essere i genitori e non i figli a decidere cosa mangiare, mentre oggi assistiamo sempre di più a una sorta di dannosissimo menu a la carte proposto ai bambini, anche piccoli, per assecondare le loro voglie e i loro desideri alimentari. Invece, i bambini devono abituarsi a mangiare quello che i genitori ritengono opportuno che si mangi, in base a scelte operate con criteri diversi rispetto al solo "mi piace - non mi piace". Varietà, perché uno degli elementi essenziali di una buona dieta, in particolare per un soggetto in età evolutiva, è proprio il non fossilizzarsi su un numero ristretto di alimenti, anche se scelti secondo criteri nutrizionalmente ineccepibili. Equilibrio, infine, perché oggi è molto diffusa la tendenza da parte dei genitori a sovralimentare i bambini anche quando è del tutto evidente che non ce n’è alcun bisogno».

Ma come mai ancora sopravvive nei genitori questa mania di rimpinzare i figli oltre misura?
«Da un lato - spiega Vania - c’è sempre l’insano confronto con l’amichetto o l’amichetta che mangia di più, senza tener presente che il fabbisogno nutrizionale è assolutamente individuale; dall’altro lato, a volte è vero che molti bambini, ai pasti, rifiutano la "porzione" anche se è quantitativamente corretta, ma questo è spesso frutto del fatto che hanno mangiato disordinatamente tra un pasto e l’altro e che arrivano a tavola senza più appetito. Anche evitare questa cattiva abitudine fa parte di quel rispetto delle regole che invoco e che prescinde dal tipo di alimenti. Intendo dire che se tra un pasto e l’altro, invece di merendine e dolciumi, si mangia ogni ora una mela, ugualmente non è un fatto positivo, perché una corretta alimentazione significa un mix corretto tra alimenti, quantità e tempi».

Altra tendenza alimentare è quella del biologico. Bio è buono?
«Innanzitutto - precisa Vania - è bene essere consapevoli di cosa significa biologico: prodotto agroalimentare realizzato con un utilizzo nullo o bassissimo di additivi chimici e utilizzando tecniche rispettose degli equilibri e dei ritmi naturali. Per capirci, un carciofo prodotto in serra senza additivi chimici non è un vero prodotto biologico. Il prodotto biologico dovrebbe avere una totale tracciabilità e rintracciabilità su luoghi, metodi, componenti utilizzati, filiera del trasporto. Ad oggi, seppure la legislazione che regola tutto questo ambito esista, l’applicazione delle norme e il controllo è ancora molto vaga con un’eccezione per le carni, che sono certamente più controllate. Fatta questa doverosa premessa - continua Vania - un prodotto biologico è certamente più sano: basti solo pensare che la "durata" di un alimento ottenuto attraverso coltivazioni biologiche è minore e quindi deve essere necessariamente consumato più fresco, il che preserva maggiormente le qualità organolettiche e nutrizionali».

Naturalmente questo ha un costo che viene mediamente stimato tra il 50 e il 100% in più rispetto all’omologo non biologico. Anche senza entrare nel merito, sia pure molto importante, se questo incremento di costi sia equo o speculativo, la domanda che ci si pone, specie in un momento di grande difficoltà economica per le famiglie, è capire quanto sia importante per il benessere dei propri figli questo innegabile sacrificio economico.
«Anche se non ci fosse alcuna barriera economica - premette il presidente ECOG - la produzione biologica potrebbe coprire solo una piccolissima parte della domanda. Avere un’alimentazione totalmente biologica è quindi pressoché impossibile, per cui: niente fanatismi. Sul rapporto costi/benefici per quanto concerne, in generale, l’alimentazione dell’infanzia, specie in una situazione economica molto pregiudicata, ciò che in coscienza mi sento di dire è che, in assenza di latte materno, anticipare l’introduzione del latte vaccino nella dieta di un lattante togliendogli prematuramente i latti per l’infanzia (certamente più costosi) procura un danno al bambino. Potergli offrire una mela biologica è un regalo in più che gli si fa. Partendo da questi parametri, ogni famiglia sarà poi in grado di fare ciò che ragionevolmente può permettersi».

Bambini più sicuri al parco che davanti al computer

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Emanuela Di Pasqua

DATA: 18 aprile 2013 

Un report britannico indica nuovi e vecchi pericoli per i minori: i rischi emergenti vengono dal mondo digitale

playground-1383133_640-parco

 

MILANO - Solo un bambino su nove tra i 520mila bambini maltrattati o offesi in Gran Bretagna annualmente in ambiente domestico viene aiutato e protetto dalla autorità competenti. Le violenze sui minori, di tipo fisico e psicologico, sono un’emergenza globale, ma un recente studio britannico dimostra come le minacce stiano provenendo da direzioni differenti rispetto al passato. E che alla fine, se non si è preparati a questo epocale cambiamento, può essere più pericoloso per i bambini giocare con il telefonino anziché andare al parco da soli.

CARAMELLE DAGLI SCONOSCIUTI - L’orco è in casa, non è ai giardinetti. Non distribuisce più caramelle pericolose né rapisce i bambini, ma li aggancia in rete, in chat o sullo smartphone. Il bullo non aspetta più la sua vittima fuori dalla scuola per prenderlo a botte, ma la abborda attraverso i social network, in un modo più subdolo e persino più nocivo, come dimostrano i tragici episodi di suicidi di ragazzini violati e derisi in modo virale su Fb, presi di mira nella propria privacy e nella propria dignità a un’età in cui si è troppo fragili e vulnerabili. E poi ci sono i pericoli intesi come tutte le immagini o le parole che possono traumatizzare un bambino, ferendone nel profondo la psiche. Anche se la ferita non si vede.

LO STUDIO - Il report della charity National Society for the Prevention of Cruelty to Children (NSPCC) sottolinea infatti ancora una volta come la nuova frontiera del pericolo per i più piccoli sia rappresentata da internet. Il rapporto, stilato incrociando dati ufficiali e sondaggi, ricorda che le violenze sui bambini avvengono con il doppio di probabilità in casa. A proposito del web invece viene evidenziato che un quarto dei ragazzini tra gli undici e i dodici anni vede ogni giorno qualcosa che li turba su internet. Il trenta per cento dei giovanissimi compresi tra gli 11 e i 16 anni è stato vittima di cyberbullismo o attraverso il web o via smartphone e più del 10 per cento ha ricevuto messaggi di carattere esplicitamente sessuale. Infine il trenta per cento ha avuto contatti con estranei e il 25 per cento dei sedicenni ha visto immagini o video a carattere sessuale nel corso dell'ultimo anno.

NUOVI E VECCHI PERICOLI - Lisa Hawker, autrice dello studio, vuole rimarcare anche le buone notizie che emergono da questo report e insiste su un altro aspetto della ricerca, che mostra come per quanto riguarda i pericoli più tradizionali i piccoli siano invece più al sicuro al giorno d’oggi. Lo scorso anno in Gran Bretagna si sono verificati 21.500 episodi di molestie sessuali sui minori e seimila tra questi episodi sono sfociati in stupri. Ma nonostante questi dati sconfortanti, nel lungo periodo la violenza sui bimbi sta calando. Gli omicidi che coinvolgono minori dal 1980 sono scesi del 30 per cento e si è registrato anche un declino dei suicidi. I classici rischi ai quali erano esposti un tempo i più piccoli si sono ridimensionati e si può parlare di vecchi pericoli in declino a fronte di pericoli emergenti in aumento ai quali la società non è ancora preparata. Il problema è l’inconsapevolezza dei grandi, che spesso non si rendono conto di quanto i propri figli siano esposti ai rischi, nonostante siano chiusi nelle proprie case calde e rassicuranti. Mentre al parco, dove molti genitori non si fidano a lasciarli andare da soli, i malintenzionati sono sempre meno. L’iper protezione insomma è dannosa, ma soprattutto spesso è orientata nella direzione sbagliata. Basterebbe un atteggiamento più vigile da parte degli adulti di fronte al mondo digitale e una guida consapevole, che aiuti grandi e piccini a difendersi dalle nuove minacce usando precisi ed efficaci accorgimenti.

L’ANONIMATO - È molto difficile sottrarsi alle molestie, alle aggressioni o agli inviti ambigui, soprattutto a causa dell’anonimato dietro al quale, generalmente, si nascondono questi fenomeni online. Dallo studio britannico emerge infatti che uno dei pericoli più frequenti tra i ragazzi che frequentano internet sono il cyberbullismo e il sexting, nuove modalità di aggressione e di molestie mediante cellulari e rete, con una piccola ma significativa differenza rispetto ai fenomeni vecchio stile: l’anonimato. Stesso discorso vale per ogni tipo di atteggiamento disturbato che si cela dietro a un’identità nascosta. Forse bisognerebbe iniziare da qui per proporre un uso educato di internet. Ai tempi della rete della prima ora circolava in rete una deliziosa vignetta che ritraeva un cagnetto intento a chattare mentre pensava tra sé e sé: «Il bello di internet è che nessuno sa che sono un cane». Ma quell’anonimato sinonimo di libertà ha purtroppo anche un altro volto che non ha a che fare con la libertà e che ha molto a che fare con nuovi tipi di minacce. Mentre al parco forse si potrebbe qualche caramella da sconosciuti, che non sono sempre cattivi. «A fronte dei pericoli emergenti - sottolinea lo studio - rivestono un importante ruolo la società, le comunità e le famiglie che hanno il dovere di collaborare con le istituzioni che non possono gestire il problema da sole. E forse il primo passo è l’informazione.

L’«etichetta» che protegge i bambini davanti alla tv

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Renato Franco

DATA: 19 gennaio 2013

Un sito aiuta i genitori a capire se programmi o film sono adatti: sei criteri stabiliscono l'età consigliata per la visione

moviekids

Aiutare i genitori a valutare i film al cinema, le serie tv e l'entertainment che si «consuma» in casa. È l'obiettivo di movieforkids.it , il sito che si mette dalla parte dei genitori per capire che cosa far vedere ai figli. Movieforkids.it propone un'«etichetta» utile per comprendere a colpo d'occhio quali sono i contenuti di un film o un cartone animato. Grazie a Movie Eco (acronimo che sta per Età consigliata), è stato messo a punto un criterio di valutazione in sei parametri: violenza, paura, volgarità, sesso (con un livello a crescere che va da 0 a 5), età consigliata e fattore Artax. L'età consigliata «assegna» un'età minima per la visione del film secondo le fasce: 3+ (tre anni o più), 7+, 12+. Questi criteri sono stati in parte mutuati dal sistema di classificazione Pegi (Pan-european game information-Informazioni paneuropee sui giochi) che è quello utilizzato per i videogiochi e rappresenta un'indicazione affidabile sull'adeguatezza del contenuto del gioco in termini di protezione dei minori.

Per rendere ancora più minuziosa la classificazione, movieforkids.it ha ideato con una pedagogista un ulteriore criterio chiamato fattore Artax (dal nome del cavallo della Storia infinita ) che dà un voto al livello di «drammaticità»: una scala numerica da 0 a 5 che indica quanto il senso del dramma è presente nel film. Quanto, insomma, il film è in grado di proporre anche temi seri, riflessioni, suggerimenti, emozioni e quindi riesce a essere qualcosa che va oltre il semplice intrattenimento. 
«C'è un'esigenza reale da parte dei genitori più attenti di capire cosa far guardare ai propri figli - spiega Vito Sinopoli, presidente di Editoriale Duesse che oltre a movieforkids.it pubblica anche le riviste di settore Best Movie e BoxOffice -. Le recensioni sono fatte solo da giornalisti che si occupano di cinema e che hanno figli, e raccontano anche la reazione dei bambini durante la visione di un film o un cartone animato al cinema o in dvd. Siamo appena partiti e, senza campagna pubblicitaria, prevediamo di arrivare per marzo a 100 mila utenti. Il 30% del nostro traffico arriva da Facebook, dunque grazie al passaparola virtuale, significa che le persone si segnalano movieforkids come strumento utile per orientarsi». Così Frankenweenie , il film in stop motion di Tim Burton, in cui la storia di Frankenstein viene cucita su un cane, è consigliato a bambini over 7 anni: violenza 2, paura 3, volgarità 1, sesso 0, fattore Artax 4, mentre un vecchio cartone animato come l' Uomo Tigre pur molto datato (è del 1969) viene considerato adatto a un pubblico di ragazzi over 12 perché realisticamente violento: violenza 4, paura 3, volgarità 1, sesso 1, fattore Artax 4.

Meno sale contro l’obesità infantile

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Mia Mantovani

DATA: 5 agosto 2013

Chi eccede tende a esagerare anche con le bevande caloriche. Prima dei due anni il sale andrebbe escluso dall'alimentazione
sale-180x140
MILANO - Abituate i bambini a una dieta poco ricca di sale. Questo alimento non solo alza la pressione, ma favorisce anche lo sviluppo dell'obesità infantile. Lo dimostra uno studio australiano condotto presso la Deakin University e pubblicato suPediatrics. I ricercatori, osservando il comportamento di 4.283 bambini tra i 2 e i 16 anni, hanno visto che maggiore è il consumo di sale e più è alto quello di bibite zuccherate, succhi di frutta, acque aromatizzate ed energy drink. La predilezione per il gusto salato si accompagnerebbe, quindi, a comportamenti alimentari poco corretti, con un più elevato rischio di diventare obesi.

LA RICERCA - «I risultati sono interessanti ma non conclusivi», commenta Claudio Maffeis, professore associato di pediatria all'Università di Verona ed esperto in nutrizione infantile. «La dieta dei bambini che hanno partecipato all'indagine è stata valutata due volte tra febbraio e agosto 2007: inizialmente con un colloquio faccia a faccia, poi con un'intervista telefonica. In queste occasioni è stato indagato il loro comportamento alimentare nelle 24 ore precedenti, ma senza che quanto riferito sull’assunzione di liquidi, cosa di per sé non facile, fosse alla fine verificato con metodi più accurati. Un aspetto che va tenuto in conto».

OBESITÀ IN ITALIA - L'indagine mette in relazione l'eccessivo consumo di sale fin da piccoli con la nascita di abitudini alimentari scorrette e il rischio di sviluppare obesità. Un fenomeno ben conosciuto anche in Italia. Nel nostro Paese si contano, infatti, un milione di bambini in sovrappeso, di cui 400 mila obesi. Una situazione a cui è necessario porre rimedio visti anche i problemi di salute connessi: malattie metaboliche come diabete, ipertensione e arteriosclerosi che possono insorgere ancor prima dell’età adulta.

EDUCAZIONE AL GUSTO - In funzione preventiva, è importante abituare i bambini a un'alimentazione equilibrata dalla prima infanzia, il che significa anche non eccedere con il sale per non favorire consuetudini dietetiche sbagliate. «I piccoli non dovrebbero vederlo per i primi 12 mesi, come suggerito dai pediatri. Talora, invece, finisce nelle loro pappe già durante lo svezzamento», dice Claudio Maffeis. Nei primi anni è molto importante educare i bambini al gusto dei diversi cibi, limitando sia quelli troppo dolci sia quelli eccessivamente salati. E qui giocano un ruolo determinante i genitori che devono dare il buon esempio e prestare attenzione a ciò che portano in tavola.

MODERAZIONE E VARIETÀ - L'importante è non abbondare con le porzioni, variare il menù e tener conto dell'apporto calorico di alimenti e bevande per assicurare ai bambini una dieta equilibrata, senza eccessi né carenze. «Ovviamente è meglio l'acqua delle bibite zuccherate e frutta e verdura dei cibi grassi, ma questo non significa demonizzare particolari alimenti», precisa l'esperto. «Le proibizioni non funzionano». Le bevande caloriche possono essere offerte eccezionalmente, basta che non diventino la regola e non si sostituiscano all'acqua. Lo stesso vale per i cibi dolci: non bisogna esagerare.

BANDO AI FUORIPASTO - Troppi snack a distanza di poco tempo sono del tutto sconsigliati. Creano disordine nella dieta del bambino. La sua giornata dev'essere scandita da cinque pasti principali: colazione, spuntino, pranzo, merenda e cena. «La colazione va fatta possibilmente insieme ai familiari e senza fretta», dice l'esperto. «Il consiglio è di puntare la sveglia un po' prima la mattina e abituare il piccolo ad andare a letto presto la sera». Per quanto riguarda lo spuntino e la merenda, «l'importante è che contengano una buona quota di carboidrati, che, tra l’altro, aiutano a tenere sveglia l'attenzione. La frutta è sempre l'ideale, ma può essere alternata con crackers, fette biscottate, una fettina di torta fatta in casa o una merendina leggera non farcita».

salt-51973_640

RACCOMANDAZIONI SIP - La Società Italiana di Pediatria ha ribadito recentemente le indicazioni per prevenire sovrappeso e obesità nei bambini: il consiglio è di allattarli esclusivamente al seno fino ai sei mesi, non eccedere con le proteine nei primi ventiquattro e sottoporli a visite periodiche dal pediatra per controllarne l'accrescimento. E ancora: bandire la tivù per i primi due anni, imporre un limite di un paio d'ore giornaliere successivamente e, dai cinque anni, assicurare loro almeno 60 minuti al giorno di attività fisica.

 

Meno tennis e cinese, più «no» ai nostri figli

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Rita Querzè

DATA: 31 dicembre 2013

La «valigia giusta» per crescere? La psicologa: «Troppe aspettative fanno male. Meglio insegnare il sacrificio»

valigia-kuid-398x174corriere-web-sezioni

 

I figli, questi sconosciuti. Almeno per noi genitori. E non parliamo delle incomprensioni con ragazzi ormai adolescenti. Il problema c’è già dalle elementari, quando i nostri piccoli cominciano a mostrare la propria identità. Al bambino piace giocare a calcio? Noi siamo convinti che l’ideale per lui sia il basket. Il ragazzo è poco portato per la matematica? Secondo noi ha un futuro legato ai numeri. A scuola ha risposto con una parolaccia alla maestra? E’ lei ad aver capito male. L’elenco potrebbe continuare e ciascuno ha una propria casistica. Sempre legata, però, agli atteggiamenti dei genitori dei compagni di classe. Perché quando guardiamo gli altri, allora tutto risulta chiaro: «La mamma di Piergiorgio? Sta tirando su un teppista e non se ne rende conto». Noi, invece, siamo convinti di saperla lunga. Di conoscere alla perfezione di che pasta è fatto nostro figlio. Ma poi accade l’imprevisto. Un richiamo da parte di un insegnante, la telefonata di un altro genitore. La reprimenda di un vicino di casa. E ai più coraggiosi sorge qualche dubbio: «Mi sta sfuggendo qualcosa?». Urge il consulto di un esperto.

GUARDARE I FIGLI CON LE LENTI DELLE PROPRIE AMBIZIONI - «Il problema esiste, molto spesso i genitori guardano i figli indossando gli occhiali deformanti delle proprie speranze/aspettative - diagnostica Anna Oliverio Ferraris, psicologa dell’età evolutiva -. I genitori dovrebbero fare uno sforzo e rispettare la natura e la personalità dei figli. Purtroppo spesso questo non avviene». A discolpa di mamme e papà c’è il fatto che i bambini in quanto tali sono esseri in divenire, con inclinazioni non ancora chiare e definite. Se davvero– chessò – sogni di avere una figlia ballerina classica non è poi così difficile convincersi che la ragazza abbia la stoffa per esibirsi sulle punte. «E’ una debolezza comprensibile. E c’è di più: è giusto proporre ai bambini stimoli e opportunità. Ma poi bisogna osservare le reazioni. Saper fare un passo indietro e lasciare lo spazio perché la loro indole si manifesti», continua Ferraris. Possibile che noi genitori siamo così egoisti? Non era la felicità dei nostri figli il primo degli obiettivi?

ASPIRAZIONI O STEREOTIPI? - Azzardiamo un’ipotesi. Il benessere e le sovrastrutture della società in cui viviamo aumentano il livello di attese rispetto ai nostri piccoli. E più la classe sociale dei genitori è elevata, più le aspettative crescono. Si tratta di aspirazioni spesso legate a stereotipi: il nostro ragazzo da grande dovrà essere laureato, «smart», suonare il pianoforte, parlare due lingue tra cui il cinese. E, naturalmente, eccellere nel tennis. E se invece volesse fare l’elettricista e si appassionasse al podismo? Va anche detto che di questi tempi noi genitori di soddisfazioni ne abbiamo pochine. Al lavoro (quando c’è) mediamente non va un granché bene. Di soldi ne girano pochi. Bisogna fare bene i conti e spendere meno. E’ in questo contesto che la mamma di Andrea ti prende da parte davanti alla scuola per informarti che tuo figlio ha fatto un occhio nero al suo piccolino, del tutto innocente. E’ umano che la prima cosa che ti viene alla mente sia la seguente: «Innocente un corno, Andrea se la sarà cercata». «Come no, tutta la comprensione per i genitori, ma un buon educatore deve prima di tutto saper leggere in se stesso e non farsi confondere dalle proprie aspettative», insiste Oliverio Ferraris, che volentieri si presta allo scomodo ruolo di grillo parlante. Per poi aggiungere: «Attenzione, se stiamo facendo degli errori meglio accorgercene subito». In fondo se la luce dei nostri occhi in seconda elementare ha fatto un occhio nero ad Andrea ancora si può rimediare. Con una bella reprimenda e spiegando che così non si fa. E poi chi l’ha detto che la laurea, il tennis, il pianoforte e il cinese facciano la felicità? Nessuno oggi sa cosa servirà davvero ai nostri figli per cavarsela nel mondo quando saranno adulti, tra 15-20 anni. Anzi, un attrezzo utile da mettere nella loro valigia forse ci sarebbe. Uno solo, ma preziosissimo. Si potrebbe definire così: «Determinazione, serenità e spirito di sacrificio in abbondanza per perseguire obiettivi complessi in un contesto difficile». Ma forse è proprio quello che ci stiamo dimenticando.

I figli? Vanno elogiati, ma con misura

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Simona Regina

DATA: 4 ottobre 2013

MEGLIO LODARE L’IMPEGNO CHE I RISULTATI
Secondo alcuni la lode può minare la fiducia in se stessi, secondo altri è un fondamentale incoraggiamento

children-1661803_640

 

«Come sei brava!». «Che bel disegno». «Quanto sei intelligente!». «Sei davvero un campione». Alla lunga lodare i propri figli è un bene o un male? A chi sostiene che l’uso delle ricompense, tra cui la lode, possa essere una pratica educativa dannosa per i bambini, fa eco chi al contrario sottolinea che i più piccoli hanno bisogno dell’approvazione e dell’elogio degli adulti.

STOP ALLE LODI - Alfie Kohn, per esempio, educatore e autore di libri su pregi e difetti di diversi metodi educativi, mette in guardia genitori e insegnanti: a suo avviso la lode rischia di trasmettere ai bambini l’idea che siano amati solo quando si comportano in modo consono alle aspettative dei grandi. Sostiene inoltre che, alla lunga, la lode può minare la fiducia in se stessi e scalfire le motivazioni personali, perché il fare bene una cosa smette di essere un piacere e una soddisfazione di per sé, ma solo un modo per essere apprezzati dell’adulto, col rischio di innescare una sorta di dipendenza dall’approvazione di mamma, papà o dell’insegnante. Oltre a far sentire i più piccoli sempre sotto giudizio, tanto da renderli insicuri nell’esprimere le proprie idee e scoraggiarli nel mettersi alla prova, perché preoccupati di essere all’altezza della situazione.

NUTRIENTE ESSENZIALE - Di tutt’altro avviso è lo psicologo infantile Kenneth Barish, professore di psicologia al Weill Medical College della Cornell University. «A mio avviso - scrive su Psycology Today - il bisogno di un figlio di essere elogiato e ricevere l’approvazione da parte degli adulti non è una ricompensa “estrinseca”. Lo sono le paghette in denaro. Ma la lode, come un sorriso o uno sguardo di approvazione, è tutt’altra cosa. È un bisogno umano fondamentale e non è una “tecnica “ per allevare bambini obbedienti». Anche perché, secondo l’autore di Pride and Joy, in fondo nel corso di tutta la vita siamo interessati alle opinioni altrui, e quando abbiamo lavorato duro e fatto un buon lavoro ci fa piacere che gli altri riconoscano e apprezzino il nostro impegno. «La lode dunque non è una forma di controllo, ma un incoraggiamento». Per cui, in definitiva, perché privare i più piccoli del piacere di essere elogiati per quello che hanno fatto con passione e impegno? In fondo, che sia un disegno, un gioco o i compiti di scuola, quando sono orgogliosi e soddisfatti per quello che hanno fatto, i bambini ci guardano, vogliono coinvolgerci, suscitare il nostro interesse e ricevere la nostra approvazione. La lode, dunque, per Barish non è come lo zucchero, qualcosa che i bambini amano e desiderano ma che a lungo termine può essere nocivo per la loro salute. «È più come un nutriente essenziale. Non è certo l’unico o il più essenziale, ma ne abbiamo bisogno tutti, e in particolare i bambini: hanno bisogno di sapere che siamo orgogliosi di loro. E questa certezza è un prezioso sostegno emotivo».

MEGLIO ELOGIARE L’IMPEGNO - In definitiva, però, meglio elogiare l’impegno, lo sforzo con cui i piccoli di casa fanno un disegno, un puzzle, una costruzione più che il risultato o il loro talento, e lasciarsi coinvolgere dal loro entusiasmo, in modo che si sentano amati e non giudicati, perché «è questa l’attenzione di cui il vostro bambino ha bisogno» consiglia la psicologa Laura Markham. Del resto, dopo anni di ricerche, la psicologa di Stanford Carol Dweck suggerisce ai genitori di non elogiare i propri figli perché intelligenti, nella convinzione di accrescere la loro autostima. In questo modo, infatti - lo ha spiegato su Scientific American e lo ribadisce in un nuovo articolo pubblicato su Child Development - la lode rischia di essere controproducente: di renderli più fragili in caso di fallimenti, insicuri di fronte alle difficoltà e tendenzialmente restii a mettersi in gioco per migliorare i propri punti deboli. Perché lo sforzo è percepito come meno importante dell’essere intelligenti. Ma a scuola, come nella vita, ogni tipo di traguardo è una sfida e richiede impegno, quindi meglio elogiare i bambini per le qualità che possono controllare (come l’impegno appunto), affinché considerino le nuove sfide come opportunità per imparare e crescere, nella convinzione che si possa sempre migliorare.

SBAGLIANDO SI IMPARA - Insomma, le lodi servono in alcuni momenti, ma ci vuole misura nel complimentarsi con i propri figli per i piccoli o grandi successi quotidiani. «Uno, perché l’eccesso di lode alla lunga perde di significato. Due, per non espropriali del piacere di fare qualcosa puramente per il piacere di farlo, senza pensare di doverlo fare per appagare il proprio genitore. E infine, per non gonfiare in maniera eccessiva il loro io» precisa Anna Oliverio Ferraris, docente di psicologia dello sviluppo alla Sapienza di Roma. «Il bimbo o la bimba che si sente continuamente dire “come sei brava” o ”come sei intelligente”, può perdere il senso della realtà, pensare di riuscire sempre bene in tutto e potrebbe di conseguenza avere difficoltà ad accettare gli errori, da cui invece si impara molto». «Elogiare continuamente i propri figli, farlo fuori luogo, senza motivo, e allo stesso tempo pretendere sempre il massimo, può in effetti comportare una sollecitazione eccessiva con conseguente difficoltà a tollerare le frustrazioni connesse agli insuccessi che nella vita inevitabilmente arrivano» sostiene Giorgio Rossi, direttore della neuropsichiatria infantile dell’Ospedale del Ponte di Varese. «L’importante è essere rassicuranti, dare cure continue ed essere disponibili sul piano affettivo, in modo da offrire il sostegno di cui hanno bisogno».

ACCETTARE LE SCONFITTE - Anche secondo Sabrina Bonichini, professoressa di psicologia della salute del bambino all’Università di Padova, dietro troppi elogi c’è il rischio che i bambini non sappiano accettare le sconfitte, alimentando al contrario una fragilità narcisistica. «Gli elogi, dunque, sono importanti ma vanno motivati e devono essere specifici. È bene quindi sottolineare l’impegno che ha permesso di raggiungere la meta e non solo il risultato, perché altrimenti si rischia di demotivarli, attribuendo il successo a una caratteristica intrinseca, per esempio l’intelligenza, più che alla caparbietà e alla perseveranza». E la stessa cosa vale per i rimproveri: «devono essere mirati al comportamento e non sulla persona: quindi, per esempio, è meglio non dire al proprio figlio “sei cattivo”, ma “hai fatto una cosa sbagliata” e spiegargli il perché».

Pietro Bordo: “Ricordo che il mio primo direttore mi disse che un elogio vale più di mille rimproveri. In tanti anni d’insegnamento ho sperimentato che è proprio vero”.