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Dislessia: screening precoce «in famiglia»

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Daniela Natali

DATA: 17 marzo 2016

Giochi «mirati» insieme con i figli per capire se potrebbero essere dislessici

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Si è avviato il «Progetto digitale integrato per la dislessia» che vede collaborare Fondazione Telecom Italia, Ministero della Salute, dell’Istruzione, Istituto Superiore di Sanità , Ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma, Associazione italiana Dislessia. «Nei prossimi mesi - spiega Stefano Vicari, direttore dell’Unità complessa di Neuropsichiatria infantile, al Bambino Gesù - creeremo una piattaforma che permetterà ai genitori di collegarsi a un sito per fare giochi «mirati» insieme con i figli per capire se «potrebbero» essere dislessici. Il bambino , per esempio, sentirà pronunciare una lettera alla volta e dovrà poi dire la parola completa, oppure udrà una parola e dovrà ripeterla senza il suono iniziale. Chi è in età scolare potrà effettuare anche valutazioni “a distanza” elaborate da noi e intraprendere un percorso di recupero online. Non vogliamo incoraggiare i genitori a cimentarsi in diagnosi “fai da te”, né fornire un trattamento riabilitativo. Proponiamo piuttosto uno screening molto precoce ed eventuali attività di potenziamento». 

Dislessia, diagnosi precoce (in età prescolare) e videogiochi fin da piccoli per arginarla

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Daniela Natali

DATA: 17 marzo 2016 

In chi ha problemi con la lettura sono non di rado carenti le capacità visuospaziali che possono essere migliorate con specifici software ricreativi

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Quando di parla di dislessia, su un’affermazione sono tutti d’accordo: la diagnosi precoce è fondamentale. Sia per iniziare quanto prima un’azione di recupero, sia per evitare che i primi approcci con la scuola si traducano in una débacle tale da scoraggiare i bambini e farli sentire, una volta per tutte, inadeguati. Una dislessia «certificata» permette infatti ai bambini, o meglio ai loro genitori, di chiedere - e agli insegnanti di concedere - una serie di misure compensative: dal tempo in più per svolgere i compiti in classe, all’uso delle tabelline scritte, alla maggior attenzione al contenuto, che alla forma, dei primi “temi”. Ma se fino ad oggi le diagnosi arrivavano, in genere, tra la fine della prima e l’inizio della seconda elementare (e in alcuni casi solo alle medie o oltre), adesso un nuovo metodo promette di individuare i disturbi di apprendimento già a due, tre anni. «Diagnosi in fase prescolare in realtà già si possono fare - puntualizza Stefano Vicari, direttore della Unità operativa complessa di neuropsichiatria infantile del Bambino Gesù di Roma -, basandosi sulle difficoltà di linguaggio. Non si tratta di un generico parlare in modo troppo infantile per l’età cronologica, ma avere difficoltà metafonologiche, cioè nella distinzione dei diversi suoni - e quindi delle diverse future lettere - che compongono una parola». 

 

 

Un nuovo metodo

Non sempre però queste difficoltà sono in grado di predire una futura dislessia, e c’è anche chi non le ha, ma ugualmente diventerà un alunno dislessico. Ora un gruppo di studio - che fa capo al Developmental & Cognitive Neuroscience Laboratory dell’Università di Padova, guidato dal dottor Andrea Facoetti, in collaborazione con il professor Simone Gori dell’Università di Bergamo, entrambe ricercatori anche all’IRCCS Medea di Bosisio Parini - ha elaborato un nuovo metodo per individuare i disturbi di apprendimento che si basa sulla valutazione dell’attenzione visuospaziale. Cioè l’abilità ad estrarre da un contesto complesso le informazioni rilevanti, “oscurando” quelle irrilevanti. Abilità che si sviluppa a due anni e che si può valutare con semplici test. «Il nostro lavoro, pubblicato su Current Biology - spiega Facoetti - è nato da ricerche di psicofisiologia iniziate negli anni Ottanta, in cui si metteva in rilevo che chi legge male ha problemi anche nell’elaborazione visiva che avviene nella parte alta del cervello, il sistema dorsale; mentre il circuito cerebrale ventrale, legato all’ortografia, poteva non denotare problemi». Ma come può avere un ruolo la parte del cervello legata alla percezione del movimento con la lettura? I fogli stanno fermi... « Sì ,ma quando si impara a leggere - chiarisce Facoetti - si devono vedere le varie lettere come un “insieme” che compone la parola. E quando si passano a leggere delle frasi intere, si deve essere in grado di vedere la parola assieme a tante altre». Come si può migliorare l’abilità visuospaziale ? «Con un metodo certo non sgradito ai bambini: i videogiochi di movimento. A patto che non siano violenti, per ovvie ragioni, vanno bene anche quelli in commercio, ma ora nel nostro laboratorio - anche grazie a un finanziamento che si spera arrivi dalla Comunità europea - stiamo elaborandone alcuni mirati ai disturbi di apprendimento. Ci saranno video giochi per migliorare la capacità visiva, altri per imparare a segmentare le parole, altri ancora per accelerare la capacità di accedere dalla visione dell’oggetto al suo nome, un’abilità carente nei dislessici. I video saranno adatti a bambini dai quattro-cinque anni, usati prima dell’età scolare potrebbero prevenire la dislessia». 

Il problema della memoria di lavoro

«Teniamo anche presente - aggiunge Giacomo Stella, professore di psicologia clinica alla Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Modena e Reggio Emilia - che in chi soffre di dislessia, oltre a esserci problemi di attenzione visuospaziale, c’è un problema di memoria di lavoro . Faccio un esempio: se scriviamo una parola sul bagnasciuga, la sabbia, compattata, “trattiene” quello che scriviamo. Il dislessico è come se scrivesse sulla sabbia asciutta, i segni si cancellano mentre vengono tracciati. Se l’insegnante dice: “scrivete duemilatrecentosessantacinque”, il dislessico sbaglia perché, mentre scrive, dalla sua memoria di lavoro scompare la prima parte del numero. E non va certo meglio nella comprensione del testo: si perdono per strada le parole e le frasi. Migliorare le capacità di lettura con la logopedia è utile, ma non basta. Esiste però il brain training, un lavoro, in parte svolto al computer, in parte con carta e penna, che serve a potenziare la memoria di lavoro». 

Disarmonie

«Adesso in letteratura i disturbi del calcolo - aggiunge Daniela Lucangeli , docente di Psicologia dello Sviluppo all’Università di Padova - sono considerati disarmonie dello sviluppo, con componenti genetiche e soprattutto epigenetiche. Poiché questa disarmonia nasce da un incrocio tra geni e ambiente, quello su cui possiamo agire è l’ambiente. E quindi il modo con cui si insegna. Se noi diciamo la parole “aria” e poi la ripetiamo al contrario otteniamo “aira”: qualcosa privo di senso. Viceversa se scriviamo “123” e poi lo capovolgiamo, ottenendo “321”, abbiamo qualcosa di sensato. Insegnare la matematica come se fosse una lingua porta ai risultati terribili che hanno i nostri studenti nei test ed è “veleno” per i dislessici che diventano automaticamente anche discalculici, mentre la discalculia vera che è una totale “cecità al numero”, ed è innata, è rarissima. Meno calcolo scritto e più a mente aiuterebbe a comprendere il concetto di quantità, ma nelle nostre scuole il calcolo a mente sta a quello scritto in un rapporto di 1 a 10. Si imparano automaticamente procedure di calcolo ma non le si “intendono”». 

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Dislessia: l’Olanda vieta calcolatrici e correttori a scuola

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Luigi Offeddu

DATA: 9 febbraio 2016 

Il governo olandese: «Gli esami sono uguali per tutti» e ha avvertito: «Chi userà gli “aiuti” perderà punti nel giudizio finale. Le polemiche e il dibattito

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In Olanda il governo ha deciso e comunicato ufficialmente che «gli esami sono uguali per tutti». E che dunque gli studenti dislessici non potranno più usare i correttori automatici che li aiutano nelle prove scolastiche. Se qualcuno di loro insisterà nel farlo, la sua scuola dovrà informare l’ispettorato competente, e il «colpevole» si vedrà dedurre dei punti nel giudizio finale. «È un’iniquità», hanno protestato la maggioranza dei partiti in Parlamento, e le associazioni che raccolgono le famiglie dei ragazzi dislessici. Ma il ministero dell’Educazione è deciso a non mollare: un’ingiustizia, si afferma, sarebbe favorire alcuni ragazzi a scapito di altri, e comunque «i punti deducibili dal giudizio sono limitati».

I dislessici in Europa

In Europa ci sono circa 23 milioni di persone che soffrono di disturbi di tipo dislessico, in Italia un milione e mezzo-due milioni. Questi disturbi hanno un’origine neurobiologica, e non sono legati in alcun modo all’intelligenza. Possono causare differenze e difficoltà di apprendimento nel leggere (dislessia, appunto), nello scrivere (disgrafia e disortografia), nel calcolo dei numeri (discalculia), nel coordinamento dei movimenti (disprassia). Ma ormai sono ben conosciuti da scuola e società in quasi tutti i Paesi sviluppati, e in genere non impediscono una vita produttiva, serena, a volte anche di grande fama e successo: erano dislessici, secondo una nozione comune, geni come Leonardo da Vinci, Albert Einstein, Thomas Edison, Pablo Picasso e molti altri.

Cosa è previsto in Italia

Oggi, però, la scuola in Olanda si pone — e in prospettiva pone alle altre scuole d’Europa — un presunto problema didattico e anche etico di equità, di «uguaglianza». In molti Stati i controllori-correttori automatici supportano normalmente gli studenti dislessici negli esami che richiedono un giudizio sulla grafia, ortografia, e compitazione, e sono uno strumento di sostegno universalmente accettato. Come tanti altri. In Italia, per esempio, la legge prevede per gli alunni con «Dsa» (disturbi specifici di apprendimento) piani didattici personalizzati con un’ampia serie di «strumenti compensativi»: dalla calcolatrice ai programmi di videoscrittura con correttore ortografico, al registratore che può risparmiare all’alunno la compilazione degli appunti, a formulari e tabelle. Quanto ai dubbi olandesi sull’«uguaglianza», i testi del nostro ministero dell’Istruzione sembrano tagliarli alla radice: «Tali strumenti sollevano l’alunno o lo studente con Dsa da una prestazione resa difficoltosa dal disturbo, senza peraltro facilitargli il compito dal punto di vista cognitivo». Ci sono anche le cosiddette «misure dispensative»: sono interventi «che consentono all’alunno di non svolgere alcune prestazioni che, a causa del disturbo, risultano particolarmente difficoltose e che non migliorano l’apprendimento. Per esempio, non è utile far leggere a un alunno con dislessia un lungo brano, in quanto l’esercizio, per via del disturbo, non migliora la sua prestazione nella lettura». Ancora, sono previste le interrogazioni programmate, l’uso del vocabolario e «forme di verifica e valutazione personalizzata». E a quanto pare, alla fine anche qui «gli esami sono uguali per tutti», proprio come esigono i professori dell’Aia.

Docenti e didattica vanno ripensati. Non scarichiamo le colpe sui presidi

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Claudia Voltattorni

DATA: 3 settembre 2016

Gli istituti scolastici non devono essere per due terzi della giornata dei mausolei vuoti ma delle fabbriche della cultura

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Presidi con funzioni manageriali. Più insegnanti assunti. Prof scelti direttamente dalle scuole a seconda del bisogno. Premi a chi fa meglio il proprio lavoro. Studenti nel mondo del lavoro già durante l’anno. Professor De Mauro, il 2017 sarà l’anno in cui finalmente la scuola italiana farà un passo in avanti? 
Linguista, ministro dell’Istruzione con il governo Amato, professore e presidente della Fondazione Bellonci, Tullio De Mauro sorride: «Oggi (ieri per chi legge, ndr ) è Sant’Elpidio, che, come dice il nome, è il santo della speranza. Dunque, si può sperare che il nuovo anno non sia peggiore dei precedenti. Ciò che chiamiamo scuola è dappertutto un organismo complicato e diversificato, tanto più in un Paese con realtà per conto loro altrettanto diverse ed eterogenee. Le norme della “buona scuola” erano e sono assai lontane dall’aver tenuto conto di questo. Vedremo i singoli interventi previsti e in parte ora in via di attuazione che rimbalzi avranno in concreto nelle diverse realtà». 

Gli studenti italiani trarranno dei benefici reali da tutte queste novità? Cioè: avranno davvero prof più preparati, lezioni più interessanti, saranno più motivati? 

«Gli studenti delle scuole dell’infanzia e delle elementari hanno avuto finora, e dagli Anni 80, una delle migliori scuole del mondo, come, per le elementari, dicono i risultati delle indagini comparative internazionali (e come troppi dimenticano). Per le scuole dei gradi ulteriori, in particolare per le superiori, avere insegnanti più preparati e lezioni più interessanti richiede un ripensamento radicale dei modi di formazione e di aggiornamento in servizio degli insegnanti in funzione di un altrettanto radicale ripensamento dei contenuti didattici e dei modi di farne oggetto di reale e durevole apprendimento. In Francia con modi più bruschi, in Finlandia con saggia cautela, si sta andando su questa via. Questo sforzo di chiamata a raccolta di esperienze pratiche e di studio è mancato ai provvedimenti governativi. Prima o poi dovremo deciderci a farlo». 

In Italia l’immagine degli insegnanti continua a essere non all’altezza della sua importanza per la vita degli individui. Stipendi tra i più bassi d’Europa e scarsa considerazione dall’opinione pubblica. C’è un modo per cambiare tutto ciò in profondità? 

«Cambierà se e quando il Parlamento e un governo decideranno di fare dell’istruzione scolastica e dello stato della cultura di adulte e adulti un oggetto specifico e periodico della loro attività e, come c’è ogni anno la discussione e definizione di una finanziaria, ci sarà annualmente una “culturale”».

I presidi sono uno dei nodi della riforma: hanno un ruolo sempre più centrale e manageriale. Farà bene alla scuola tutto ciò? 

«In omaggio a Sant’Elpidio, si può sperare che non faccia troppo male. E che non si scarichi sui presidi la responsabilità di quanto non funzionerà nelle scuole». 

Contro la dispersione scolastica la ministra Giannini pensa di aprire sempre più la scuola anche oltre l’orario di lezione. È d’accordo? 

«Sarebbe, anzi è assolutamente necessario che l’Italia attivi, come fanno altri Paesi e come da anni ci chiede con insistenza l’Ocse, un sistema organico di educazione degli adulti che svolga le sue attività negli istituti scolastici, nei due terzi della giornata in cui sono un mausoleo vuoto e devono invece diventare, come è stato detto, “fabbriche della cultura”. Le condizioni della popolazione adulta italiana, in cui assai più di due terzi hanno difficoltà a leggere un qualunque testo scritto, non possono non riflettersi su ragazze e ragazzi e ostacolare gravemente il lavoro della scuola, oltre che pesare negativamente sull’intera vita sociale». 

Cosa pensa dell’alternanza scuola-lavoro con studenti che trascorrono dei giorni di scuola nelle aziende o negli uffici? 

«L’idea è buona, ad avviso di molti. Ma le modalità di attuazione richiedono di essere collegate a quel ripensamento cui ho accennato. Altrimenti rischia di far solo confusione. Anche qui, però, sarebbe stato e sarebbe necessario considerare quel che avviene altrove nel mondo e quel che di positivo si è realizzato in Italia in anni passati negli istituti tecnici». 

I ragazzini e la tecnologia: «Hanno in mano una Ferrari, ma non sanno dove andare»

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Laura Cuppini

DATA: 27 luglio 2016

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Estate non vuol dire solo vacanze. Per i genitori che lavorano significa anche inventarsi qualcosa perché i figli non patiscano la noia, la solitudine e (per quanto possibile) il caldo afoso. I centri estivi – delle scuole o privati – possono essere una soluzione, ma il venir meno delle abitudini invernali, inclusa la frequentazione dei compagni di classe e degli amici del quartiere, può favorire un fenomeno che negli ultimi anni sta crescendo a dismisura: l’uso di strumenti tecnologici (tablet e smartphone), videogiochi, social network fin dalla più tenera età e senza regole né di orario, né di contenuto.

Una questione che rischia di essere affrontata in modo ideologico, ovvero con i genitori più «tradizionali» da una parte (che organizzano per i figli giornate al museo, attività creative, sport, vietando o limitando le tecnologie) e quelli «smanettoni» che passano, loro per primi, molto tempo attaccati allo smartphone (giocando, chattando, sui social) e dunque non vedono motivo di negare tale possibilità ai propri bambini.

Per superare questa contrapposizione, che di certo non porta a nulla (soprattutto se un genitore la pensa in un modo e il marito/moglie all’opposto), c’è chi ha pensato di stilare delle regole – pratiche e facili – per fare in modo che l’estate non si traduca in un’immersione libera (e potenzialmente pericolosa) nel mondo virtuale, ma sia un’occasione – grazie anche al maggior tempo che si trascorre con i figli – per dare e darsi delle norme di comportamento, mettere in guardia sui rischi, far sì che lo stare «connessi» sia più costruttivo possibile e adeguato all’età del bambino. Perché anche solo far finta che il problema non esista è impossibile. E quei genitori che pensano «la cosa non mi riguarda, mio figlio non è interessato a quelle cose», potrebbero scontrarsi con il problema l’anno successivo.

Il vademecum è stato messo a punto da Pepita Onlus (cooperativa sociale impegnata in interventi educativi e sociali, percorsi di formazione e attività di animazione che opera in tutta Italia, con due sedi a Milano e a Bari), in collaborazione conRadiomamma, sito milanese di informazioni e servizi «family friendly».

«Durante i nostri incontri parliamo a bambini e ragazzini dai 9 anni in su, che usano abitualmente gli strumenti tecnologici – spiega Ivano Zoppi, presidente di Pepita Onlus -. Ciò che più colpisce è il loro grado di inconsapevolezza: sono persone che hanno in mano una Ferrari e la sanno guidare benissimo (meglio di noi adulti), ma non sanno assolutamente che strada devono fare, non hanno riferimenti. Fin da piccoli usano tante app, postano foto e video e sono del tutto ignari dei rischi, del fatto di poter fare del male a se stessi o agli altri. Per questo dico che il vero problema da affrontare non è il cyberbullismo (che è solo una conseguenza estrema), ma la quotidianità di questi ragazzi. I nostri figli, al contrario di noi, non hanno visto un mondo senza cellulari, smartphone e tablet; quando sono nati queste cose esistevano già, non concepiscono le proprie vite senza tali strumenti e non ne hanno alcuna paura. Per darsi un appuntamento si mandano un messaggio su WhatsApp anche se magari sono sotto casa dell’amico e potrebbero benissimo usare il citofono. Bisogna partire da qui. Durante gli incontri alcuni di loro mi dicono che se postano una foto che non riceve abbastanza “like”, dopo un po’ la tolgono. Come dire: solo ciò che pubblico online esiste, è oggetto di affermazione sociale (se riceve i giusti apprezzamenti). È una questione di autostima e di riconoscimento della propria identità. Per questo dico loro: ognuno di voi è un’opera d’arte, unica e irripetibile, dovete averne cura».

Le reazioni che Zoppi vede nei bambini e ragazzi che incontra sono positive: «Se sentono che l’adulto ascolta il loro vissuto e tenta di indicargli una strada, accettano di stare al gioco. Da parte nostra, seguiamo i gruppi nel tempo per capire se ci sono stati cambiamenti nel rapporto con le tecnologie e quali. Non basta dire le cose una volta e poi sparire, qui parliamo di continuità educativa. Per questo organizziamo incontri anche con genitori, insegnanti e allenatori sportivi, ovvero tutti coloro che hanno un ruolo nella crescita degli adulti di domani».

Ecco dunque cosa devono sapere i genitori che vogliono essere attenti (e consapevoli).

Innanzitutto – spiegano gli esperti – è importante che gli adulti visualizzino i rischi cui i ragazzi possono andare incontro usando in particolare i social network (Instagram, WhatsApp, Snapchat, Ask.fm, Facebook sono i più diffusi).

Cosa potrebbero vedere o fare:
• eccessiva condivisione di informazioni personali;
• visionare o condividere contenuti violenti o non appropriati;
• essere coinvolti più o meno consapevolmente in comportamenti inappropriati;
• recepire informazioni non veritiere, non verificate;
• creare una reputazione digitale che potrebbe creare problemi in futuro (condivisione di contenuti inappropriati).

Chi potrebbero incontrare:
• bulli o persone che vogliono intimidire, insultare;
• persone con profili falsi che hanno intenzione di fare stalking, estorsioni, furto di identità o di informazioni personali, adescamento.

Quali reazioni potrebbero derivare:
• paura di essere tagliati fuori e quindi eccessiva esposizione/utilizzo;
• insicurezza su come comportarsi in relazione a contenuti inappropriati, offensivi;
• tenere comportamenti rischiosi o essere spinti a farlo;
• sviluppare idee distorte rispetto alla propria immagine, alla percezione del proprio corpo.

Quindi i consigli pratici per mamma e papà (e anche nonni, insegnanti, educatori):

  1. favorite il dialogo e il confrontocon i ragazzi rispetto all’utilizzo dei social. Cercate di spiegare loro quali sono le opportunità e le potenzialità della Rete, ma anche a quali rischi potrebbero andare incontro. Invitateli a confrontarsi con voi o con altri adulti di riferimento nel caso dovessero imbattersi in contenuti inappropriati o persone insistenti, che chiedono informazioni troppo personali;
  2. verificate le impostazioni della privacysui social. Rendeteli consapevoli sui dati personali che non devono essere condivisi. Meno dati personali si condividono in Rete e meglio è. Sconsigliate l’utilizzo della geolocalizzazione (è una funzione degli smartphone che permette di comunicare la propria posizione in qualunque momento). Questa funzione può essere utile (in certe applicazioni permette di ricevere informazioni immediate rispetto a un luogo da visitare o a un locale da frequentare) e divertente (per far sapere ai tuoi amici dove ti trovi, se sei in vacanza o nelle vicinanze), ma non è sempre una buona idea far sapere a tutti il luogo in cui ci si trova;
  3. spiegate il potere delle parole. Chiarite con loro quale comportamento vi aspettate da loro nell’utilizzo dei social network. È importante farli riflettere: prima di scrivere/postare/condividere qualcosa in Ret occorre che si fermino e pensino a quali potrebbero essere le conseguenze di quello che stanno per inviare (sto scrivendo qualcosa che potrebbe offendere o disturbare qualcuno? È un contenuto imbarazzante?);
  4. monitorate le foto che postano online. Occorre far capire loro che ogni dato che viene pubblicato in Rete è «perso», non è più solo nostro. È fondamentale far capire questo valore soprattutto per la condivisione delle immagini e dei selfie. Bisogna spiegare ai ragazzi che la propria identità va protetta e custodita con cura;
  5. parlate loro della reputazione digitale. Quello che pubblicano oggi rimane sulla Rete per sempre. Prima di condividere/postare è quindi necessario riflettere sulle conseguenze di quello che si fa, non solo a breve ma anche e soprattutto a lungo termine. Sempre più spesso, per esempio, chi si occupa di selezione del personale fa riferimento alle ricerche su internet per ottenere informazioni su di noi;
  6. siate informati sui social networkpiù diffusi. Partecipate alla vita digitale dei figli;
  7. siate un buon esempio. Se chiedete loro un utilizzo responsabile dei social network e degli smartphone, sappiate essere voi prima di tutto responsabili;
  8. provate a concretizzare questi consigliin una serie di regole condivise su smartphone e social network: le password devono essere conosciute anche da voi (non è necessario accedere davvero, ma è bene che i ragazzi sappiano che potete farlo); definite gli orari in cui stare connessi non è necessario (per esempio, dopo un certo orario alla sera); definite i momenti in cui lo smartphone può stare in un luogo distante da voi e da loro (per esempio durante i pasti).

In conclusione, secondo Pepita Onlus e Radiomamma, «i social media (ovvero le applicazioni che permettono di creare e scambiare contenuti sul web) sono preziosi strumenti di comunicazione che possono trasformarsi in armi se non vengono utilizzati con attenzione e consapevolezza. Educare i nostri figli a riflettere prima di postare o condividere pensieri e immagini, fa la differenza: occorre essere informati, tenersi al passo con loro, interagire e mostrare interessamento quando hanno qualcosa da raccontarci. Fondamentale è non perdere mai il contatto con loro».

E questo è un consiglio prezioso, che vale per ogni aspetto della vita (anche quelli non digitali).

La felicità secondo papa Francesco

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"Puoi aver difetti, essere ansioso e vivere qualche volta irritato, ma non dimenticare che la tua vita è la più grande azienda al mondo. Solo tu puoi impedirle che vada in declino. In molti ti apprezzano, ti ammirano e ti amano. Mi piacerebbe che ricordassi che essere felice, non è avere un cielo senza tempeste, una strada senza incidenti stradali, lavoro senza fatica, relazioni senza delusioni.

Essere felici è trovare forza nel perdono, speranza nelle battaglie, sicurezza sul palcoscenico della paura, amore nei disaccordi.

Essere felici non è solo apprezzare il sorriso, ma anche riflettere sulla tristezza. Non è solo celebrare i successi, ma apprendere lezioni dai fallimenti. Non è solo sentirsi allegri con gli applausi, ma essere allegri nell'anonimato. Essere felici è riconoscere che vale la pena vivere la vita, nonostante tutte le sfide, incomprensioni e periodi di crisi. Essere felici non è una fatalità del destino, ma una conquista per coloro che sono in grado viaggiare dentro il proprio essere.

Essere felici è smettere di sentirsi vittima dei problemi e diventare attore della propria storia. È attraversare deserti  fuori di sé, ma essere in grado di trovare un'oasi nei recessi della nostra anima.

È ringraziare Dio ogni mattina per il miracolo della vita. Essere felici non è avere paura dei propri sentimenti.

È saper parlare di sé.

È aver coraggio per ascoltare un "No".

È sentirsi sicuri nel ricevere una critica, anche se ingiusta.

È baciare i figli, coccolare i genitori, vivere momenti poetici con gli amici, anche se ci feriscono.

Essere felici è lasciar vivere la creatura che vive in ognuno di noi, libera, gioiosa e semplice.

È aver la maturità per poter dire: “Mi sono sbagliato”.

È avere il coraggio di dire: “Perdonami”.

È avere la sensibilità per esprimere: “Ho bisogno di te”.

È avere la capacità di dire: “Ti amo”.

Che la tua vita diventi un giardino di opportunità per essere felice ...

Che nelle tue primavere sii amante della gioia.

Che nei tuoi inverni sii amico della saggezza.

E che quando sbagli strada, inizi tutto daccapo.

Poiché così sarai più appassionato per la vita.

E scoprirai che essere felice non è avere una vita perfetta. Ma usare le lacrime per irrigare la tolleranza.

Utilizzare le perdite per affinare la pazienza.

Utilizzare gli errori per scolpire la serenità.

 

Utilizzare gli ostacoli per aprire le finestre dell'intelligenza.

Non mollare mai ....

Non rinunciare mai alle persone che ami.

Non rinunciare mai alla felicità, poiché la vita è uno spettacolo incredibile!"

In classe divisi per livello. «Modello sbagliato». «No, attento ai singoli»

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Orsola Riva

DATA: 17 gennaio 2016

La polemica sulla circolare del ministero che dà facoltà ai presidi di suddividere i ragazzi in base alle competenze raggiunte

livelli

Un fantasma si aggira nelle scuole italiane. E’ bastato leggerne il nome in un documento del Miur poco prima di Natale perché sulla rete si scatenasse il panico: «Vogliono dividere gli studenti in bravi e asini». La pietra dello scandalo si nasconde in una riga della circolare dell’11 dicembre scorso in cui il ministero spiegava ai presidi che, nella stesura del nuovo Piano triennale dell’offerta formativa, potranno immaginare non solo di spezzare la rigidità dell’orario annuale di ciascuna disciplina articolandolo in moduli, ma anche di rompere il moloch della classe organizzando il lavoro per «gruppi di livello». Nel primo caso un dirigente potrebbe decidere, per assecondare i ritmi di apprendimento dei ragazzi, di concentrare tutte le ore di una materia nel primo quadrimestre, usando il successivo per un’altra disciplina. Nel secondo caso, pur facendo riferimento a «didattiche cooperative basate sulla modalità peer-to-peer (da pari a pari)» ovvero al fatto che chi è più avanti aiuti chi è rimasto indietro, si introduce esplicitamente la possibilità di lavorare appunto su gruppi di diverso livello.

Il sistema inglese

Una pratica corrente nel mondo anglosassone nel quale le lezioni sono differenziate a seconda delle abilità dei bambini: chi ha il pallino della matematica sta nel «top set» e macina più tabelline, chi invece ha qualche inciampo finisce nel «bottom set». «A me - commenta Raffaele Mantegazza, docente di pedagogia generale alla Bicocca di Milano – i gruppi di livello fanno tornare in mente le classi differenziali di infausta memoria. L’idea che i bravi devono stare con i bravi, gli scarsi con gli scarsi». Mantegazza ci tiene a precisare che lui non tifa certo per il mantenimento dell’unità classe così com’è. «Qualunque intervento sensato che spezzi questo totem sarebbe il benvenuto - spiega -. Lavorare per classi aperte anche per diverse fasce d’età è non solo utile ma necessario. Altro però è spaccare la classe a seconda dei livelli per potenziare i più bravi e recuperare i meno bravi. Cosa vuol dire più bravi e meno bravi? Nei 100 metri è più bravo chi è più veloce ma a scuola non si va solo per imparare, si va per socializzare il sapere. Un bimbo portato per la matematica che si mette a disposizione di chi ne sa meno di lui non solo aiuta l’amico, ma cresce lui. La scuola deve insegnare la democrazia. Il modello rampante inglese,che punta alla competitività, è contrario alla nostra Costituzione».

Ottimo matematico, pessimo cittadino

Non la pensa così Giuseppe Bertagna, docente di pedagogia generale all’Università di Bergamo, già consulente del ministro dell’Istruzione Letizia Moratti e autore di una proposta che prevedeva la costituzione di gruppi di livello. «Intanto nessuno è bravo in tutto. Nel sistema inglese lo stesso bambino può rientrare fra i più talentuosi in una materia e essere fra gli ultimi in un’altra. E poi il gruppo come lo vedo io si articola su più piani: c’è il gruppo di compito in cui si insegna a rifare il letto, quello per progetto, come l’allestimento di uno spettacolo, i gruppi elettivi - a me piace il calcio, a te il basket -, e infine il gruppo di livello che, contrariamente a quello che dicono i suoi detrattori, è uno strumento di integrazione perché serve agli insegnanti per tarare le lezioni non sulla base del programma ma dei bisogni del singolo, che dipendono appunto dal livello raggiunto». La suddivisione in gruppi per Bertagna non esclude affatto la possibilità di socializzare il sapere: chi è più avanti deve aiutare chi è più indietro. Certo - riconosce Bertagna - ci vuole molta sapienza da parte degli insegnanti, altrimenti si rischia di trasformare gli eccellenti in disadattati. «Cosa me ne faccio di un ottimo matematico se poi è un pessimo marito, padre o cittadino?».

Aiutare gli altri serve di più

Il punto è che la formazione di classi eterogenee non è solo più giusta ma anche più efficace. Nella classifica di ciò che funziona di più a scuola stilata da John Hattie in Visible Learning (una raccolta di oltre 50 mila ricerche che hanno coinvolto 80 milioni di studenti), la divisione per gruppi di abilità sta al 121esimo posto su 138. Il lavoro in piccoli gruppi in cui i ragazzi si aiutano reciprocamente al 24esimo.

 

 

 

Il test del marshmallow e i nostri figli La ricetta del successo senza stress

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Orsola Riva

DATA: 2 settembre 2016

Psicologi e neuroscienziati americani concordano: il pressing eccessivo dei genitori può essere dannoso. Per andar bene a scuola e nella vita conta di più l’autocontrollo

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Come possiamo aiutare i nostri figli ad avere successo negli studi e nella vita senza stressarli eccessivamente? La risposta è: insegnando loro l’autocontrollo. E’ la ricetta del «test del marshmallow», un celeberrimo studio sul comportamento dei bambini in età prescolare condotto dall’università di Stanford usando come esca proprio quei dolcetti americani bianchi e spugnosi che sono la delizia dei più piccoli. Eseguito alla fine degli anni 60, è durato la bellezza di quattro decenni. L’esperimento originale consisteva nel mettere dei bambini in 4-6 anni, cioè in età pre scolare, di fronte alla scelta fra mangiare un marshmallow subito oppure aspettare un quarto d’ora e in cambio poterne mangiare due. Il campione testato in quel primo Anni dopo, quando ormai erano degli adolescenti, quelli che all’epoca avevano saputo resistere alla tentazione di mangiare subito il marshmallow potevano vantare dei risultati scolastici molto migliori degli altri. I partecipanti al test sono stati monitorati fin quasi ai nostri giorni sempre con gli stessi risultati. Conclusione: i bambini che dimostrano un maggiore self-control tendono ad avere più successo degli altri nella vita. L’autocontrollo non solo incide positivamente sullo sviluppo e la crescita ma è un indicatore di successo due volte più sicuro del quoziente di intelligenza, che pure gli americani tengono in grandissimo conto.

Meglio un marshmallow (anzi due) del coding

L’esperimento del marshmallow viene ora riproposto dalla rivista americanaThe Atlantic come antidoto al modello ultra prestazionale imperante ai nostri giorni e soprattutto al sovraccarico di stress per i nostri figli che ne consegue. Basta con i seminari sul coding!, dice l’autrice dell’articolo, la psicologa e «parent coach» Erica Reischer. Smettetela di pressarli nello studio e in ogni altra attività che fanno, organizzando perfino i loro spazi di gioco. Provate invece con un approccio indiretto che miri a sviluppare la loro capacità di autocontrollo. Come? Reischer, citando anche le conclusioni di alcuni neuroscienziati americani, fa diversi esempi: nei bambini più piccoli funziona particolarmente bene il cosiddetto gioco immaginativo, quello in cui fanno finta di essere principesse o draghi, il paziente o il dottore. Loro dettano le regole e decidono di rispettarle. Perché? Semplice: perché si divertono. Il divertimento, la gratificazione è la molla che li spinge ad autocontrollarsi. La pedagogia italiana, con Maria Montessori, ci era arrivata già agli inizi del Novecento.

Meno controlli, più autocontrollo

Per i ragazzi più grandi, Reischer consiglia di lasciarli liberi di coltivare i loro interessi, dalla musica ai fumetti, anche se a noi genitori possono sembrare laterali rispetto allo studio dell’algebra o della chimica. Non c’è infatti miglior modo di sviluppare l’autocontrollo che quando esso serve a raggiungere uno scopo che ci si è dati da soli. La capacità di governare gli impulsi così acquisita servirà loro anche quando dovranno mettersi a studiare matematica. In fondo, è quanto dimostra il test del marshmallow: quello che motiva i bambini a non mangiarlo subito non è la paura di essere puniti o il desiderio di essere lodati ma la prospettiva di poterne mangiare un secondo se riescono a trattenersi.

 

 

 

Bimbi a lezione di empatia, per avere adulti più felici

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Elmar Burchia

DATA: 11 settembre 2016

Nelle scuole danesi c’è un'ora di “Klassens tid” alla settimana, dove gli alunni imparano a riconoscere e condividere le proprie emozioni e a mettersi nei panni degli altri

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L’empatia, cioè la capacità di un individuo di comprendere in modo immediato i pensieri e gli stati d'animo di un'altra persona, è una dote cruciale nelle nostre vite e fondamentale per lo sviluppo dei più giovani. Tuttavia, l’empatia è in declino. Come ha dimostrato anche un recente studio dell’Università del Michigan condotto su 14.000 studenti: i ricercatori hanno infatti rivelato un drastico calo nei livelli di empatia tra i giovani americani, il 40 per cento in meno rispetto agli alunni negli anni Ottanta e Novanta. L'aumento di narcisismo e la perdita di empatia sono le ragioni chiave per cui oggi quasi un terzo dei ragazzi negli Usa sono depressi o hanno problemi di salute mentale. C’è però un Paese, la Danimarca, quello con gli abitanti più felici al mondo, che prende molto seriamente l’empatia. Nelle scuole danesi è stata inserita fra le materie proprio l’empatia, disciplina che i ragazzi dai 6 ai 16 anni studiano un’ora la settimana.

I temi delle lezioni

Durante “Klassens Tid”, o tempo di classe, i ragazzi parlano di problemi personali o di gruppo; della difficoltà che provano nel rapportarsi con la famiglia, con i compagni, con gli amici. E anche di emozioni: imparano a comprenderle, ad esprimerle a regolarle. «La classe cerca di rispettare ogni aspetto dei problemi degli alunni e - dopo uno scambio di opinioni, di consigli e di solidarietà - prova a trovare una soluzione», dice Iben Sandahl, psicoterapeuta, ex insegnante e autrice del libro «The Danish Way of Parenting: A Guide To Raising The Happiest Kids in the World». L’obiettivo è quello di creare un‘atmosfera accogliente, piacevole, intima. I danesi la chiamano «hygee». Il termine risale al 19° secolo e deriva dalla parola germanica «hyggja» che significa «pensare o sentirsi soddisfatti», anche non ci sono traduzioni esatte che spieghino il suo significato in una sola parola.

La torta al cioccolato

Per rendere quest’ora di empatia più piacevole i bambini mangiano una fetta di torta al cioccolato, la «Klassen Time kage», preparata da loro stessi. La disciplina esiste sin dall’Ottocento; nel 1993 è diventata materia scolastica, e negli anni è stata poi ampliata. Oggi è considerata uno strumento fondamentale per avere adulti felici e sereni.