Con Abcd i bimbi autistici apprendono giocando

FONTE: Marina Buzzi , Istituto di informatica e telematica, Pisa, tel. 050/3152631, email marina.buzzi@iit.cnr.it

AUTORE: Anna Maria Carchidi

DATA: novembre 2016

Negli ultimi anni si è registrato un aumento di diagnosi di sindromi dello spettro autistico in tutto il mondo, fondamentale è un intervento tempestivo e attuato con strumenti mirati. "I bambini autistici hanno bisogno di metodologie di insegnamento diverse in quanto bisogna rendere comprensibili i compiti che vengono loro assegnati per facilitarne l'esecuzione", spiega Marina Buzzi dell'Istituto di informatica e telematica (Iit) del Cnr. "Gli studi dimostrano come un aiuto sin dai primi anni di vita porti a un risultato migliore rispetto a un intervento tardivo e non strutturato, probabilmente a causa della duttilità delle strutture cerebrali".

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Dai dati dell'Istituto superiore di sanità relativi al 2010-2011 sul Piemonte e l'Emilia Romagna, emerge una prevalenza della sindrome nella popolazione dai 6 ai 10 anni. Inoltre, l'incidenza maschile è di circa quattro volte superiore rispetto a quella femminile. "Quando si ha un caso di autismo a basso funzionamento, cioè quando è presente un deficit di attenzione e/o di comunicazione risulta efficace una terapia intensiva uno a uno personalizzata e monitorata nel tempo”, continua la ricercatrice. “Questo approccio prende il nome di Aba (Applied Behaviour Analysis), è effettuata da personale specializzato, con insegnamenti a 360 gradi (competenze scolastiche, comportamenti adeguati al contesto, linguaggio, interazione sociale, etc.) e prevede il coinvolgimento attivo di genitori e insegnanti. Da questa premessa nasce il software Abcd (Autistic Behavior & Ccomputer-based Didactic), un'applicazione che permette di utilizzare l'intervento Aba su strumenti elettronici, come portatili, tablet e cellulari. È necessaria una connessione internet in quanto le immagini degli esercizi e i dati di registrazione sono depositati in un server centrale; inoltre, l'interfaccia del bambino e quella del tutor sono tenute separate: è il tutor che avvia l'esercizio dal suo dispositivo, facendo sì che attraverso la rete si sincronizzi con il dispositivo utilizzato dal bambino".

È stata già fatta una sperimentazione nelle scuole di Lucca e Capannori dove, per un intero anno scolastico, sette bambini hanno ricevuto un intervento Aba, utilizzando la app nel secondo quadrimestre. “I bambini hanno lavorato da un iPad, dimostrando un miglioramento nelle aree della comunicazione e socializzazione”, precisa Buzzi. “Si parte con una prima fase di apprendimento nella quale, poiché non deve commettere errori, il bambino riceve un aiuto completo che viene progressivamente sfumato, finché non arriva a effettuare una prova indipendente e con successo: a quel punto riceve un premio, per esempio può utilizzare un gioco a lui particolarmente gradito”.

Ma non tutti i casi di autismo sono uguali, quindi la app può essere tarata. "Abcd si adatta alle abilità del bambino tramite una configurazione che prevede età, recettività e capacità espressive. I livelli aumentano a poco a poco e il bambino impara attraverso semplici prove ripetute e distinte”, conclude la studiosa. “L'applicazione è stata progettata per bambini piccoli, ma anche i più grandi possono usarla con buoni risultati. Grazie alla registrazione automatica dei dati da parte di Abcd e l'inserimento dei dati soggettivi da parte del tutor Aba, come per esempio il livello di aiuto fornito, si possono valutare i progressi o riscontrare i problemi in atto, permettendo al personale specializzato di mettere a punto un intervento ad hoc".

Il progetto Abcd nasce da una partnership tra Iit e Istituto di scienza e tecnologie dell'informazione 'A. Faedo' del Cnr e Università di Pisa, in collaborazione con l'Istituto di fisiologia clinica del Cnr per l'analisi dei dati ed è stato finanziato dalla Regione Toscana, con un contributo di Registro.it.

Dislessia: screening precoce «in famiglia»

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Daniela Natali

DATA: 17 marzo 2016

Giochi «mirati» insieme con i figli per capire se potrebbero essere dislessici

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Si è avviato il «Progetto digitale integrato per la dislessia» che vede collaborare Fondazione Telecom Italia, Ministero della Salute, dell’Istruzione, Istituto Superiore di Sanità , Ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma, Associazione italiana Dislessia. «Nei prossimi mesi - spiega Stefano Vicari, direttore dell’Unità complessa di Neuropsichiatria infantile, al Bambino Gesù - creeremo una piattaforma che permetterà ai genitori di collegarsi a un sito per fare giochi «mirati» insieme con i figli per capire se «potrebbero» essere dislessici. Il bambino , per esempio, sentirà pronunciare una lettera alla volta e dovrà poi dire la parola completa, oppure udrà una parola e dovrà ripeterla senza il suono iniziale. Chi è in età scolare potrà effettuare anche valutazioni “a distanza” elaborate da noi e intraprendere un percorso di recupero online. Non vogliamo incoraggiare i genitori a cimentarsi in diagnosi “fai da te”, né fornire un trattamento riabilitativo. Proponiamo piuttosto uno screening molto precoce ed eventuali attività di potenziamento». 

I ragazzini e la tecnologia: «Hanno in mano una Ferrari, ma non sanno dove andare»

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Laura Cuppini

DATA: 27 luglio 2016

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Estate non vuol dire solo vacanze. Per i genitori che lavorano significa anche inventarsi qualcosa perché i figli non patiscano la noia, la solitudine e (per quanto possibile) il caldo afoso. I centri estivi – delle scuole o privati – possono essere una soluzione, ma il venir meno delle abitudini invernali, inclusa la frequentazione dei compagni di classe e degli amici del quartiere, può favorire un fenomeno che negli ultimi anni sta crescendo a dismisura: l’uso di strumenti tecnologici (tablet e smartphone), videogiochi, social network fin dalla più tenera età e senza regole né di orario, né di contenuto.

Una questione che rischia di essere affrontata in modo ideologico, ovvero con i genitori più «tradizionali» da una parte (che organizzano per i figli giornate al museo, attività creative, sport, vietando o limitando le tecnologie) e quelli «smanettoni» che passano, loro per primi, molto tempo attaccati allo smartphone (giocando, chattando, sui social) e dunque non vedono motivo di negare tale possibilità ai propri bambini.

Per superare questa contrapposizione, che di certo non porta a nulla (soprattutto se un genitore la pensa in un modo e il marito/moglie all’opposto), c’è chi ha pensato di stilare delle regole – pratiche e facili – per fare in modo che l’estate non si traduca in un’immersione libera (e potenzialmente pericolosa) nel mondo virtuale, ma sia un’occasione – grazie anche al maggior tempo che si trascorre con i figli – per dare e darsi delle norme di comportamento, mettere in guardia sui rischi, far sì che lo stare «connessi» sia più costruttivo possibile e adeguato all’età del bambino. Perché anche solo far finta che il problema non esista è impossibile. E quei genitori che pensano «la cosa non mi riguarda, mio figlio non è interessato a quelle cose», potrebbero scontrarsi con il problema l’anno successivo.

Il vademecum è stato messo a punto da Pepita Onlus (cooperativa sociale impegnata in interventi educativi e sociali, percorsi di formazione e attività di animazione che opera in tutta Italia, con due sedi a Milano e a Bari), in collaborazione conRadiomamma, sito milanese di informazioni e servizi «family friendly».

«Durante i nostri incontri parliamo a bambini e ragazzini dai 9 anni in su, che usano abitualmente gli strumenti tecnologici – spiega Ivano Zoppi, presidente di Pepita Onlus -. Ciò che più colpisce è il loro grado di inconsapevolezza: sono persone che hanno in mano una Ferrari e la sanno guidare benissimo (meglio di noi adulti), ma non sanno assolutamente che strada devono fare, non hanno riferimenti. Fin da piccoli usano tante app, postano foto e video e sono del tutto ignari dei rischi, del fatto di poter fare del male a se stessi o agli altri. Per questo dico che il vero problema da affrontare non è il cyberbullismo (che è solo una conseguenza estrema), ma la quotidianità di questi ragazzi. I nostri figli, al contrario di noi, non hanno visto un mondo senza cellulari, smartphone e tablet; quando sono nati queste cose esistevano già, non concepiscono le proprie vite senza tali strumenti e non ne hanno alcuna paura. Per darsi un appuntamento si mandano un messaggio su WhatsApp anche se magari sono sotto casa dell’amico e potrebbero benissimo usare il citofono. Bisogna partire da qui. Durante gli incontri alcuni di loro mi dicono che se postano una foto che non riceve abbastanza “like”, dopo un po’ la tolgono. Come dire: solo ciò che pubblico online esiste, è oggetto di affermazione sociale (se riceve i giusti apprezzamenti). È una questione di autostima e di riconoscimento della propria identità. Per questo dico loro: ognuno di voi è un’opera d’arte, unica e irripetibile, dovete averne cura».

Le reazioni che Zoppi vede nei bambini e ragazzi che incontra sono positive: «Se sentono che l’adulto ascolta il loro vissuto e tenta di indicargli una strada, accettano di stare al gioco. Da parte nostra, seguiamo i gruppi nel tempo per capire se ci sono stati cambiamenti nel rapporto con le tecnologie e quali. Non basta dire le cose una volta e poi sparire, qui parliamo di continuità educativa. Per questo organizziamo incontri anche con genitori, insegnanti e allenatori sportivi, ovvero tutti coloro che hanno un ruolo nella crescita degli adulti di domani».

Ecco dunque cosa devono sapere i genitori che vogliono essere attenti (e consapevoli).

Innanzitutto – spiegano gli esperti – è importante che gli adulti visualizzino i rischi cui i ragazzi possono andare incontro usando in particolare i social network (Instagram, WhatsApp, Snapchat, Ask.fm, Facebook sono i più diffusi).

Cosa potrebbero vedere o fare:
• eccessiva condivisione di informazioni personali;
• visionare o condividere contenuti violenti o non appropriati;
• essere coinvolti più o meno consapevolmente in comportamenti inappropriati;
• recepire informazioni non veritiere, non verificate;
• creare una reputazione digitale che potrebbe creare problemi in futuro (condivisione di contenuti inappropriati).

Chi potrebbero incontrare:
• bulli o persone che vogliono intimidire, insultare;
• persone con profili falsi che hanno intenzione di fare stalking, estorsioni, furto di identità o di informazioni personali, adescamento.

Quali reazioni potrebbero derivare:
• paura di essere tagliati fuori e quindi eccessiva esposizione/utilizzo;
• insicurezza su come comportarsi in relazione a contenuti inappropriati, offensivi;
• tenere comportamenti rischiosi o essere spinti a farlo;
• sviluppare idee distorte rispetto alla propria immagine, alla percezione del proprio corpo.

Quindi i consigli pratici per mamma e papà (e anche nonni, insegnanti, educatori):

  1. favorite il dialogo e il confrontocon i ragazzi rispetto all’utilizzo dei social. Cercate di spiegare loro quali sono le opportunità e le potenzialità della Rete, ma anche a quali rischi potrebbero andare incontro. Invitateli a confrontarsi con voi o con altri adulti di riferimento nel caso dovessero imbattersi in contenuti inappropriati o persone insistenti, che chiedono informazioni troppo personali;
  2. verificate le impostazioni della privacysui social. Rendeteli consapevoli sui dati personali che non devono essere condivisi. Meno dati personali si condividono in Rete e meglio è. Sconsigliate l’utilizzo della geolocalizzazione (è una funzione degli smartphone che permette di comunicare la propria posizione in qualunque momento). Questa funzione può essere utile (in certe applicazioni permette di ricevere informazioni immediate rispetto a un luogo da visitare o a un locale da frequentare) e divertente (per far sapere ai tuoi amici dove ti trovi, se sei in vacanza o nelle vicinanze), ma non è sempre una buona idea far sapere a tutti il luogo in cui ci si trova;
  3. spiegate il potere delle parole. Chiarite con loro quale comportamento vi aspettate da loro nell’utilizzo dei social network. È importante farli riflettere: prima di scrivere/postare/condividere qualcosa in Ret occorre che si fermino e pensino a quali potrebbero essere le conseguenze di quello che stanno per inviare (sto scrivendo qualcosa che potrebbe offendere o disturbare qualcuno? È un contenuto imbarazzante?);
  4. monitorate le foto che postano online. Occorre far capire loro che ogni dato che viene pubblicato in Rete è «perso», non è più solo nostro. È fondamentale far capire questo valore soprattutto per la condivisione delle immagini e dei selfie. Bisogna spiegare ai ragazzi che la propria identità va protetta e custodita con cura;
  5. parlate loro della reputazione digitale. Quello che pubblicano oggi rimane sulla Rete per sempre. Prima di condividere/postare è quindi necessario riflettere sulle conseguenze di quello che si fa, non solo a breve ma anche e soprattutto a lungo termine. Sempre più spesso, per esempio, chi si occupa di selezione del personale fa riferimento alle ricerche su internet per ottenere informazioni su di noi;
  6. siate informati sui social networkpiù diffusi. Partecipate alla vita digitale dei figli;
  7. siate un buon esempio. Se chiedete loro un utilizzo responsabile dei social network e degli smartphone, sappiate essere voi prima di tutto responsabili;
  8. provate a concretizzare questi consigliin una serie di regole condivise su smartphone e social network: le password devono essere conosciute anche da voi (non è necessario accedere davvero, ma è bene che i ragazzi sappiano che potete farlo); definite gli orari in cui stare connessi non è necessario (per esempio, dopo un certo orario alla sera); definite i momenti in cui lo smartphone può stare in un luogo distante da voi e da loro (per esempio durante i pasti).

In conclusione, secondo Pepita Onlus e Radiomamma, «i social media (ovvero le applicazioni che permettono di creare e scambiare contenuti sul web) sono preziosi strumenti di comunicazione che possono trasformarsi in armi se non vengono utilizzati con attenzione e consapevolezza. Educare i nostri figli a riflettere prima di postare o condividere pensieri e immagini, fa la differenza: occorre essere informati, tenersi al passo con loro, interagire e mostrare interessamento quando hanno qualcosa da raccontarci. Fondamentale è non perdere mai il contatto con loro».

E questo è un consiglio prezioso, che vale per ogni aspetto della vita (anche quelli non digitali).

Bambini più sicuri al parco che davanti al computer

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Emanuela Di Pasqua

DATA: 18 aprile 2013 

Un report britannico indica nuovi e vecchi pericoli per i minori: i rischi emergenti vengono dal mondo digitale

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MILANO - Solo un bambino su nove tra i 520mila bambini maltrattati o offesi in Gran Bretagna annualmente in ambiente domestico viene aiutato e protetto dalla autorità competenti. Le violenze sui minori, di tipo fisico e psicologico, sono un’emergenza globale, ma un recente studio britannico dimostra come le minacce stiano provenendo da direzioni differenti rispetto al passato. E che alla fine, se non si è preparati a questo epocale cambiamento, può essere più pericoloso per i bambini giocare con il telefonino anziché andare al parco da soli.

CARAMELLE DAGLI SCONOSCIUTI - L’orco è in casa, non è ai giardinetti. Non distribuisce più caramelle pericolose né rapisce i bambini, ma li aggancia in rete, in chat o sullo smartphone. Il bullo non aspetta più la sua vittima fuori dalla scuola per prenderlo a botte, ma la abborda attraverso i social network, in un modo più subdolo e persino più nocivo, come dimostrano i tragici episodi di suicidi di ragazzini violati e derisi in modo virale su Fb, presi di mira nella propria privacy e nella propria dignità a un’età in cui si è troppo fragili e vulnerabili. E poi ci sono i pericoli intesi come tutte le immagini o le parole che possono traumatizzare un bambino, ferendone nel profondo la psiche. Anche se la ferita non si vede.

LO STUDIO - Il report della charity National Society for the Prevention of Cruelty to Children (NSPCC) sottolinea infatti ancora una volta come la nuova frontiera del pericolo per i più piccoli sia rappresentata da internet. Il rapporto, stilato incrociando dati ufficiali e sondaggi, ricorda che le violenze sui bambini avvengono con il doppio di probabilità in casa. A proposito del web invece viene evidenziato che un quarto dei ragazzini tra gli undici e i dodici anni vede ogni giorno qualcosa che li turba su internet. Il trenta per cento dei giovanissimi compresi tra gli 11 e i 16 anni è stato vittima di cyberbullismo o attraverso il web o via smartphone e più del 10 per cento ha ricevuto messaggi di carattere esplicitamente sessuale. Infine il trenta per cento ha avuto contatti con estranei e il 25 per cento dei sedicenni ha visto immagini o video a carattere sessuale nel corso dell'ultimo anno.

NUOVI E VECCHI PERICOLI - Lisa Hawker, autrice dello studio, vuole rimarcare anche le buone notizie che emergono da questo report e insiste su un altro aspetto della ricerca, che mostra come per quanto riguarda i pericoli più tradizionali i piccoli siano invece più al sicuro al giorno d’oggi. Lo scorso anno in Gran Bretagna si sono verificati 21.500 episodi di molestie sessuali sui minori e seimila tra questi episodi sono sfociati in stupri. Ma nonostante questi dati sconfortanti, nel lungo periodo la violenza sui bimbi sta calando. Gli omicidi che coinvolgono minori dal 1980 sono scesi del 30 per cento e si è registrato anche un declino dei suicidi. I classici rischi ai quali erano esposti un tempo i più piccoli si sono ridimensionati e si può parlare di vecchi pericoli in declino a fronte di pericoli emergenti in aumento ai quali la società non è ancora preparata. Il problema è l’inconsapevolezza dei grandi, che spesso non si rendono conto di quanto i propri figli siano esposti ai rischi, nonostante siano chiusi nelle proprie case calde e rassicuranti. Mentre al parco, dove molti genitori non si fidano a lasciarli andare da soli, i malintenzionati sono sempre meno. L’iper protezione insomma è dannosa, ma soprattutto spesso è orientata nella direzione sbagliata. Basterebbe un atteggiamento più vigile da parte degli adulti di fronte al mondo digitale e una guida consapevole, che aiuti grandi e piccini a difendersi dalle nuove minacce usando precisi ed efficaci accorgimenti.

L’ANONIMATO - È molto difficile sottrarsi alle molestie, alle aggressioni o agli inviti ambigui, soprattutto a causa dell’anonimato dietro al quale, generalmente, si nascondono questi fenomeni online. Dallo studio britannico emerge infatti che uno dei pericoli più frequenti tra i ragazzi che frequentano internet sono il cyberbullismo e il sexting, nuove modalità di aggressione e di molestie mediante cellulari e rete, con una piccola ma significativa differenza rispetto ai fenomeni vecchio stile: l’anonimato. Stesso discorso vale per ogni tipo di atteggiamento disturbato che si cela dietro a un’identità nascosta. Forse bisognerebbe iniziare da qui per proporre un uso educato di internet. Ai tempi della rete della prima ora circolava in rete una deliziosa vignetta che ritraeva un cagnetto intento a chattare mentre pensava tra sé e sé: «Il bello di internet è che nessuno sa che sono un cane». Ma quell’anonimato sinonimo di libertà ha purtroppo anche un altro volto che non ha a che fare con la libertà e che ha molto a che fare con nuovi tipi di minacce. Mentre al parco forse si potrebbe qualche caramella da sconosciuti, che non sono sempre cattivi. «A fronte dei pericoli emergenti - sottolinea lo studio - rivestono un importante ruolo la società, le comunità e le famiglie che hanno il dovere di collaborare con le istituzioni che non possono gestire il problema da sole. E forse il primo passo è l’informazione.

Tv, tablet, cibi pesanti e giochi vivaci: i nemici del sonno di bimbi e ragazzi

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Margherita De Bac

DATA: 23 febbraio 2016

I pediatri «assolvono» il lettone (solo per i bambini più grandi) ma circa il 40% dei bambini non riposa in modo regolare. Uno studio ha indagato abitudini ed errori più comuni: stilato un vademecum

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E’ la rivincita del lettone. Demonizzato per anni, considerato dannoso per lo sviluppo dei bambini perché rischiava di mettere un freno alla loro autonomia e alla capacità di stare da soli, oggi riceve una sorta di riabilitazione dai pediatri. Due bambini su dieci (la percentuale sale nelle Regioni del sud) all’età di otto anni e anche oltre dormono fra i genitori, ben piazzati nel mezzo. E non deve essere un problema se la dolce, rassicurante abitudine perdura fino a dopo le elementari. Significa che non è arrivato il momento dell’indipendenza. Ovviamente questa sorta di sdoganamento riguarda i più grandicelli, non certo per neonati e bambini molto piccoli E’ assodato che per il bebè fare la nanna fra gli adulti è un pericolo, una delle cause di «morte in culla» per soffocamento.

 

 

Perché i bambini piccoli non vogliono dormire

Come far dormire i bambini da 3 a 6 anni

«L’igiene del sonno»: come riuscire a riposare in modo corretto (a tutte le età)

 

 

La salute vien di notte

Per la prima volta un’indagine condotta in modo scientifico ha analizzato il comportamento di grandi e piccini quando si fa sera. Obiettivo del progetto «Ci piace sognare» è la prevenzione, correggere sul nascere stili di vita sbagliati che possono incidere sulla salute notturna dell’adulto. Chi è insonne da piccolo lo resta da grande, affermano i medici delle due società che hanno curato lo studio, la società italiana di pediatria preventiva e sociale (Sipps) e la società delle cure primarie pediatriche (Sicupp).

Di quanto sonno abbiamo bisogno?

Problemi di sonno negli adolescenti: come intervenire?

Cosa ostacola il sonno degli adolescenti

Abitudini errate

Le mamme e i papà hanno compilato dei questionari online affiancati dal medico dei loro figli per un totale di 2030 schede valide raccolte tra nord, centro e sud. «Appena il 68% dei nostri giovanissimi hanno una durata del sonno corrispondente alle raccomandazioni internazionali. Tra la fine della scuola elementare e le medie la metà scarsa dei pre adolescenti fanno una tirata notturna di almeno 9 ore», dice Marina Picca, presidente Sicupp. Sostiene il progetto Michela Vittoria Brambilla, presidente della commissione bicamerale per l’infanzia: «Il sonno non è tempo perso, è salute. Tra l’ultima chat e l’arrivo di Morfeo dovrebbe passare più di un’ora.». A 1-2 anni 4 bambini su 10 si addormentano nel lettone, a 3-4 anni la percentuale scende di 12 punti, a 5-6 anni quasi tre piccoli su 10 mantengono questo privilegio che si riduce di poco a 7-9 anni (due casi su 10) e scende con decisione solo all’inizio della scuola media. Il presidente di Sipps Giuseppe Di Mauro: «Il 13% dei bimbi cambiano letto nel corso della notte, la maggioranza va dal proprio a quello matrimoniale ma esiste anche il percorso inverso. Il fenomeno non è esclusivo della prima infanzia. La notte a casa c’è un gran traffico specialmente se la famiglia ha più figli».

 

 

Biberon non ti lascio

Cambiamenti che, da soli, non influiscono sulla qualità del sonno. Laura Reali, responsabile ricerca dell’Associazione culturale pediatri, è benevola:«Oggi la vita è cambiata. Madri e padri lavorano magari tornano tardi e avere con sé i figli fra le lenzuola è una specie di compensazione. Un piacere per tutti. Prima o poi il bambino deciderà di addormentarsi nella sua stanza e di restarci. Segno che si sente pronto. E noi mamme lo vivremo come un abbandono». I veri alleati dell’insonnia sono videogiochi, televisione, ipad, cellulare se utilizzati fino a poco prima di spegnere la luce. Poi l’alimentazione: il 27,5% dei mini intervistati bevono latte, succo di frutta o altro quando è l’ora di andare a letto, elemento associato a una minore durata del sonno. E il 5% tra 5-6 anni si attaccano al biberon, oggetto rassicurante per loro ma non per l’igiene del sonno che ne risentirà negativamente.

 

Perché il registro elettronico è un’ illusione educativa

FONTE: repubblica.it

AUTORE: MARIAPIA VELADIANO

DATA: 2 gennaio 2013

Voti e assenze online permettono ai genitori di controllare tutto in tempo reale e da casa, ma così si smaterializzano i rapporti e vengono meno l'incontro e la fiducia

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Sembra una formula magica di minaccia, invece è un progetto di innovazione che coinvolge tutta la scuola italiana. Prevede iscrizioni e certificati online, pagelle elettroniche, registri di classe e personali in formato elettronico. Si chiama "Piano per la dematerializzazione delle procedure amministrative in materia di istruzione, università e ricerca e dei rapporti con le comunità dei docenti, del personale, studenti e famiglie". Da questo anno scolastico tutto ciò è obbligatorio, però nel modo in cui sono obbligatorie le innovazioni in Italia, ovvero "senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica". Il che vuol dire che abbiamo tutto il tempo di farci sopra una riflessione.

Si può parlar male del registro elettronico? O almeno guardar dentro a qualche suo effetto collaterale?
La domanda non è se funziona o non funziona. Alla fine certo che sì. Dopo aver trovato le risorse per acquistare o affittare i notebook per tutte le aule di tutte le scuole del regno e per pagare i contratti alle aziende incaricate di risolvere i pluriquotidiani problemi tecnici e di garantire assistenza continua, dopo aver formato tutti gli insegnanti, governato le rivolte per lo stress iniziale da voti scomparsi e da password smarrita, blindato il sistema contro allievi-piccoli-hacker informatici, alla fine funziona. Poi è un attimo trovare il quadro complessivo dei voti, la media della classe, della scuola, per materia, per provenienza geografica, per sesso, le assenze, le note, i ritardi, ancora per materia e per sesso. Per appartenenza religiosa e situazione sanitaria in teoria no, perché son dati sensibili. Ma il resto sì.

Fin qui siamo (tutti) contenti. Si chiama efficienza ed è proprio da conoscere quello che vorrebbe compilare le pagelle a mano come pochi anni fa ancora capitava. Scrivere i voti uno a uno, e anche le assenze, decine di volte in decine di documenti. No no. Mai più. I voti e le assenze. Il registro elettronico permette di vedere online i voti e le assenze. I genitori dei ragazzi accedono con password e sanno in diretta, in tempo reale, se il figlio è a scuola o no, quale voto ha preso, in quale materia, la media, le note disciplinari, gli esiti intermedi e finali. Tutto tutto. Quel che altrimenti o comunque avrebbero saputo andando a colloquio con i docenti. Lo sanno da casa. Dall'ufficio. Da smartphone.

Dove il registro elettronico c'è da un po', capita che i genitori non si facciano più vedere ai colloqui con i docenti o alle riunioni della Consulta, basta il voto letto sul video, la media la sanno fare da sé. Come se la valutazione fosse cosa di numeri: niente storia di una conquista da raccontare e condividere, niente alleanza educativa da concordare. La scuola in numeri: quattro-cinque-sei. Oppure i genitori a scuola ci vanno, ma vanno a fine quadrimestre e a fine anno, a contestare il voto in pagella, perché non rispetta la media dei voti monitorata per mesi online. Come se il processo di apprendimento e crescita potesse diventare un numero appunto.

Con bel margine di paradosso, in anni in cui la crisi di partecipazione investe la scuola come tutta la realtà sociale e in cui nascono progetti per riportare i genitori a sentire la scuola realtà propria, a sentire che il "noi" della scuola comprende tutti, noi e loro. Questa iperconnessione sembra ratificare che quel che resta sono i rapporti immateriali. Una spiritualizzazione tecnologica. Fede in una tecnologia che sostituisce la relazione con la connessione. Sicuri che questo sia bene?

È possibile che senza ben pensarci si stia avvalorando un vuoto tremendo. Vuoto di parole dette, di fiducia conquistata. Di fiducia. Non solo fra scuola e famiglie, ma forse e di più fra genitori e figli. Anche se il figlio non parla di scuola, con il registro elettronico il genitore comunque "sa" quel che conta. Il voto. L'assenza. Il marinare la lezione. Subito. L'istante che ci domina. Non c'è per il ragazzo quel tempo sospeso tra ciò che capita e il momento in cui se ne deve o può parlare. Il tempo di pensare, il dispiacere per il voto preso, il proposito di rimediare, il dire sì, è un brutto voto, ma con la promessa già pronta: sto studiando, domani mi faccio interrogare. O sperare che l'impulso di una mattina in fuga da scuola non sia scoperto. Capire da sé che non va bene. Poter ricominciare da un voto non scoperto e riparato, da un bigiare di cui ci si dispiace da soli. Come non c'è per i genitori il tempo per dedicare attenzione a quel che capita, interpretare i segnali, le parole non dette, aspettare quelle che possono arrivare se si lascia il tempo, appunto, e decidere che va bene, stavolta passa, perché il figlio ha capito, e poi vediamo.

Sapere tutto subito placa l'ansia ma non sostituisce la fiducia. Codifica un terreno di ambigua trasparenza. In cui abita anche lo studente che infrange le regole. Uno studente che manometteva o bruciava il registro di classe cartaceo era limpidamente un mascalzone. Uno che viola il registro elettronico è in una confusa posizione di genialità male utilizzata. La notizia recente è che uno di questi studenti nello stesso giorno ha ricevuto, per il suo gesto di hackeraggio scolastico, dalla scuola una sanzione e da un'azienda informatica un'offerta di lavoro.

In una scuola che ha soprattutto bisogno di alleanze concretissime di idee, persone e risorse, il registro elettronico può diventare un abbaglio che ci permette ancora una volta di non vedere quel che capita. Una fondamentale vita di relazioni che si perde. Chi lavora a scuola conosce l'importanza di guardare dritto dritto lo studente, a me gli occhi, nel momento in cui si scopre la firma falsa sull'assenza. Il decidere se dirlo o non dirlo al genitore o al ragazzo stesso, se far capire che si è capito, con lo sguardo che parla al posto delle parole, e basta quello, per sempre.

Più avanza il possibile della tecnologia, più bisogna custodire la materialità delle relazioni. La relazione educativa è incontro. Incontrarsi è un argine all'idea che tutto possa esaurirsi nella virtualità di un rapporto online. Forse è di moda lasciarsi con un sms, a volte anche senza nemmeno quello. Di certo sarebbe indecente bocciare un ragazzo attraverso una comunicazione via web.

La smaterializzazione (orrenda parola, vorrà dire qualcosa il fatto che sia così brutta la parola? Le parole contano, eccome) della scuola può andar bene per l'efficientamento (e qui il lessico vira verso l'horror, ma sta scritto proprio così) delle carte e procedure, certo non per i rapporti, che hanno bisogno del corpo. Gli occhi che scappano, le mani che da adolescenti non si sa dove mettere, la voce che dice la verità, le parole che spiegano, tante parole che spiegano come la fiducia è qualcosa che si costruisce fra persone che si incontrano e parlano, non su un computer che ci denuncia.

Smartphone sempre acceso, risposte immediate alle email, cena davanti al pc: ecco i forzati dell’efficienza

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Michela Proietti

DATA: 5 marzo 2016

Lo psichiatra Mencacci: «Vivere con il telefono in mano costringe ad uno stato d’allerta permanente» . Una guida per non diventare schiavi del telefono e, se già lo siete, come uscirne

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Nel film-documentario «Dior and I» diretto da Frédéric Tcheng, lo stilista Raf Simons, arrivato alla corte di Lvmh, inizia bello-fresco e finisce con una crisi isterica. La pellicola è una discesa negli inferi della carriera: l’occasione di una vita - ovvero lavorare per un mostro sacro della moda - si rivela un tunnel di pressioni, turni straordinari, e-mail e messaggi subliminali a metà strada tra l’incoraggiamento e la pretesa del successo. La pellicola si chiude con Simons, dietro le quinte della sfilata, che piange, singhiozzando come un bambino: gioia incontenibile per una collezione applaudita o nervi saltati? Per come sono andate le cose, prende quota la seconda ipotesi: Simons, lo scorso 22 ottobre, ha annunciato le dimissioni «per motivi personali». Lo stilista ha spiegato di voler dedicarsi ad altre «passioni». Un lusso molto più grande del lusso che avrebbe dovuto rappresentare con i suoi abiti. Pochi giorni dopo, anche Alber Elbaz, il designer che ha rivoluzionato Lanvin, ha «svuotato» la sua scrivania, senza apparenti alternative. Due casi clamorosi che hanno mostrato quanto il re sia nudo: l’efficientismo portato alle estreme conseguenze, genera un corto circuito. 

La ricerca

Al tema dedica la copertina l’«Harvard Business Review» che parla di sovraccarico collaborativo. «I vostri dipendenti migliori rischiano l’esaurimento nervoso», scrive il foglio da sempre ritenuto la Bibbia delle aziende in ottima salute. La ricerca punta il dito contro la cattiva distribuzione del lavoro e l’eccesso di telefonate e di riunioni. Il toyotismo da ufficio - l’idea cioè di utilizzare le (poche) risorse disponibili nel modo più produttivo possibile - avanza e trasforma anche gli ex-beati-zaloniani del posto fisso in soldatini in ansia da performance, schiacciati da progetti, meeting e conference call. Proprio per questo i manager di Dropbox hanno cancellato per due settimane tutte le riunioni ricorrenti. «Ciò ha costretto i dipendenti a considerarne l’effettiva necessità», osserva l’Harvard Business Review. Ma il gigantismo delle riunioni, è solo un aspetto del problema. La rinascita dei Gordon Gekko, con le luci dell’ufficio accese 24h, le camicie e le mutande di ricambio accanto alla scrivania e la cena consumata a lume di pc, rinnova il dibattito sull’etica del lavoro. 

La reperibilità

La reperibilità, parola chiave degli efficientisti, è stata da poco messa in discussione in Francia, dove un accordo sindacale consente al personale informatico delle società di scollegarsi e non ricevere chiamate o messaggi di lavoro dopo la fine del proprio turno. Alasdhair Willis, fondatore della rivista Wallpaper*, stilista e padre di quattro figli avuti da Stella McCartney, sintetizza così il segreto della sua pienezza esistenziale: «A tavola con mia moglie non parlo di lavoro e mantengo i weekend work-free. Non bisogna rispondere alle mail di sabato e domenica, l’azienda non fallirà». Per un capo illuminato, ce ne sono però altri che «esercitano il delirio di onnipotenza torturando i sottoposti con messaggi anche in camera da letto», spiega il sociologo del lavoro Domenico De Masi, autore del libro-cult «Ozio Creativo». Il timore di essere sorpassati da colleghi giovani e performanti, e ora persino dalle intelligenze artificiali, rende fragile la base della piramide lavorativa. «Lo spettro dei tagli è un’arma nelle mani dei capi, che mina la nostra dignità», spiega De Masi, fresco di un divertente esperimento. «Ho invitato quattro partecipanti di un mio corso, muniti di telefonino di reperibilità, a mettere il vivavoce: le informazioni scambiate erano inutilissime, ma facevano sentire il capo un Golem e il dipendente un “prescelto” ». 

Lo stato di preallerta permanente

Gli yes-men degli anni Novanta hanno gemmato tanti nipotini «ontici»: la loro qualità principale è esserci. «Gli uffici dopo le 18 diventano dei gay-pride, pieni di uomini che fanno compagnia al capo, che a sua volta è lì mentre forse la moglie lo tradisce con un altro. Gli efficienti, non scordiamolo, sono anche i più cornuti», sintetizza efficientemente De Masi. Anders Ericsson, psicologo della University of Florida che studia i top-performers ha scoperto che i migliori del mondo, dai sollevatori di pesi ai pianisti, lavorano sotto sforzo solo per 4-5 ore al giorno: il riposo fa parte dell’allenamento. «Senza riposo il nostro cervello si svuota - scrive Daniel Goleman nel volume «Piccolo manuale di intelligenza emotiva» - .Gli indicatori sono distrazione, irritabilità e la tendenza ad andare su Facebook». Il superlavoro, dunque, non solo nuoce a chi lo subisce, ma anche a chi lo impone: ad un certo punto non ci si alza dalla sedia perché si lavora, ma perché nessuno dei nostri colleghi lo ha ancora fatto. «Vivere con lo smartphone in mano significa costringersi ad uno stato d’allerta permanente - spiega lo psichiatra Claudio Mencacci -, che porta a modificazioni di carattere cognitivo: diminuisce la concentrazione, cresce la paura di sbagliare fino ad arrivare al burn-out, lo stato anestetico- emozionale che fa coincidere il lavoro con una seccatura». Tra gli effetti c’è l’«asimmetria da contatto»: ogni chiamata, viene anticipatamente vissuta come un altro carico. «Il corpo sotto continuo stimolo vive scompensi cardiocircolatori: sale la pressione e aumentano le infiammazioni croniche». La soluzione c’è, ed è dire no. «Difronte agli esami che non finiscono mai, dobbiamo soffocare la parte storta di noi che, solo dicendo sempre sì, permette all’autostima di crescere». 

TECNOLOGIE A SCUOLA

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Antonella De Gregorio

DATA: 12 ottobre 2016

Se voti, note e assenze arrivano sul telefonino. L’effetto sms in famiglia

Registro elettronico in classe per 7 scuole su 10, ma solo l’8% usa gli sms per comunicare i voti. Il pedagogista Mantegazza: «La relazione genitori-figli deve essere costante e diretta. Con la mediazione delle tecnologie si rischia di snaturarla»

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«Quando la scuola di mio figlio ha adottato il registro elettronico e ho ricevuto la password per entrare – racconta Daniela Vetrino, mamma di un 16enne, liceo scientifico a Como - mi è sembrato di avere la chiave del suo diario segreto. Finalmente potrò sapere se lo interrogano, se segue le lezioni, se dietro a certi malumori si nascondono problemi a scuola, ho pensato. Poi, però, una sera, quando mi sono trovata a snocciolargli quello che aveva fatto, materia per materia, i compiti che gli erano stati assegnati, il voto dell’interrogazione di Matematica… mi sono sentita improvvisamente a disagio. Ho capito che la confidenza con il suo mondo che pretendevo di esibire, in realtà lo faceva sentire messo a nudo, la viveva come un’intromissione». 
Irene, sul blog «mammeacrobate» benedice invece la tecnologia: «Io che ho sempre fatto fatica a farmi dire i voti da mia figlia, ora l’ho messa in competizione con il registro elettronico: “Fanno a gara” a chi mi informa prima…».
Poi c’è il papà che ha accettato di ricevere via sms avvisi su voti e presenze. Ma quando lo smartphone ha vibrato durante una riunione e aprendo il messaggio ha letto «4 in Latino», avrebbe scaraventato il telefono fuori dalla finestra.

Comunicazioni elettroniche

Compiti su Whatsapp, giustificazioni a computer, voti via sms: per molti genitori, soprattutto quelli che lavorano, è una manna dal cielo. Ma ci sono mamme e papà cresciuti in scuole analogiche che faticano ad adattarsi alle novità. Che son diffuse, ma non ancora universali. Nonostante una legge del 2012 (voluta dai ministri Brunetta e Gelmini) che prevede, oltre all’obbligo di introduzione del registro elettronico, anche l’invio di informazioni agli alunni e alle famiglie in formato elettronico, la comunicazione digitale interessa infatti solo sei/sette scuole su dieci. Secondo le ultime rilevazioni del Miur, il 73,6% degli insegnanti utilizza il registro elettronico, mentre il registro (elettronico) di classe è usato nel 69,2% degli istituti. Presenze, assenze, compiti da svolgere e note vengono registrati sei volte su dieci solo su fogli elettronici e, nel 14% dei casi, scritti con carta e penna. Il Paese, al solito, è spaccato a metà, dice Skuola.net: al Nord le comunicazioni scuola-famiglia sono per il 70% “elettroniche”, al Sud si precipita al 38%. Con più di un ragazzo del Meridione su cinque che ammette di non aver mai visto nella propria classe il registro digitale. Mentre sia a nord che a sud il 10% degli studenti ammette che i prof meno tecnologici lasciano a loro il compito di compilare il registro. Con buona pace della privacy e della sicurezza.

Sms per pochi

Per tutti, poi, l’invio di sms è un’eccezione: pratica adottata dall’8% delle scuole. «Non possiamo essere troppo “accudenti”», commenta Monica Galloni, preside del liceo scientifico Righi di Roma, dove per via elettronica viaggiano però anche le giustificazioni e ai ragazzi non viene più consegnato il libretto su cui segnare assenze e ritardi.

I costi

Ci sono scuole che faticano ad adeguarsi per mancanza di fondi. Come il Majorana di Avola (Sr), che ha pubblicato un avviso sul sito dell’istituto chiedendo un contributo a tutti i genitori che desiderino vedere i voti del proprio figlio online: solo esibendo la ricevuta di pagamento si ricevono le credenziali d’accesso. «Pago il registro elettronico seimila euro l’anno, per dare un servizio extra ai genitori», ha dichiarato il dirigente, Fabio Navanteri. «Conti in rosso, zero aiuti economici: è un costo che non riesco a sostenere». 
Ma è anche un’opportunità che divide le famiglie: c’è chi sottolinea i vantaggi delle pagelle via sms (risparmio di tempo e tempestività delle comunicazioni), e chi teme che l’uso di Internet e del cellulare elimini del tutto il già difficile rapporto faccia a faccia con i propri figli.

La relazione

«Una relazione che deve essere costante e diretta, per quanto faticosa», sostiene Raffaele Mantegazza, docente di Pedagogia alla Bicocca di Milano. Che vede il rischio che il registro elettronico «fornisca la scusa a chi non vuole avere rapporti con la scuola: già gli insegnanti si lamentano della scarsa comunicazione con le famiglie: non partecipano alle riunioni, non si presentano se convocati». Automatizzare tutto, dice, «rischia di offrire la sponda alle famiglie che vogliono isolarsi dalla scuola, e viceversa». Meglio un dialogo franco, sincero e interessato, piuttosto che informazioni asettiche, in tempo reale, su pc o telefonino. E il brutto voto, la trasgressione «va bene anche che li si tenga nascosti», dice. Può trattarsi di uno scivolone: solo all’interno della relazione lo si può contestualizzare. Il rischio, dice il pedagogista, è che la mediazione umana, che è fondamentale, esca relativizzata, svalutata.