Lista stupri al Giulio Cesare, Crepet: «Scuola e famiglie devono educare al rispetto»

FONTE: Il Messaggero

AUTORE: Laura Pace

DATA: 30 novembre 2025

Lista stupri al Giulio Cesare, Crepet: «Scuola e famiglie devono educare al rispetto. I social? Non creano il male ma lo amplificano»

Lo psichiatra: «I genitori spesso minimizzano o difendono certi gesti. Così si cresce senza freni e senza coscienza»

«Nei bagni del mio liceo, sessant’anni fa, accadeva esattamente la stessa cosa. Con una differenza enorme: allora non ci illudevamo di essere evoluti. Oggi sì». Paolo Crepet non si mostra sorpreso davanti alla “lista degli stupri” comparsa al liceo Giulio Cesare di Roma, con i nomi di nove studentesse scritti su un muro del bagno dei ragazzi. Anzi, il gesto gli appare come una tragica conferma. «La violenza non è una novità. È l’ipocrisia a esserlo». E oggi, aggiunge, quella violenza «è amplificata all’ennesima potenza dai social, che fanno da cassa di risonanza».

Psichiatra, sociologo e saggista, autore di decine di libri sulla crisi educativa e sul disagio emotivo delle nuove generazioni, Crepet collega l’episodio del Giulio Cesare a un fallimento più profondo: quello del mondo adulto.

Come si spiega che una generazione come quella Z ritenuta sensibile ai diritti e all’inclusione produca gesti così violenti?
«La generazione Z non esiste. È un’etichetta comoda che si appiccica a persone nate in un certo periodo. Si danno per scontati valori che in realtà non sono affatto assimilati. Si dice: questi ragazzi sono aperti, inclusivi, rispettosi. Ma sulla base di cosa? Di slogan? Di date di nascita? Conta ciò che fai, non l’anno in cui sei nato».
È un segnale dei tempi o una deriva che la scuola si porta dietro da decenni?
«Quelle scritte nei bagni c’erano anche ai miei tempi: numeri di telefono, frasi oscene. Una cosa antica, direi archeologica. Non è progresso questo. È ripetizione».
Il punto quindi non è generazionale ma educativo?
«Certo, mi chiedo sempre: quando questi ragazzi vengono chiamati a rispondere delle loro azioni, che cosa dicono i genitori? “È una ragazzata”? È questo il vero scandalo. Padri e madri pavidi, incapaci di assumersi la responsabilità educativa. Difendono, giustificano, minimizzano. Così si cresce senza freni e senza coscienza».
Quanto incide la violenza di genere in episodi come quello del Giulio Cesare?
«La violenza non è maschile o femminile. È umana. Nei bagni si sono espressi dei maschi, certo, ma raccontare tutto solo come questione di genere è riduttivo. Qui il problema è la mancanza di rispetto. Quel gesto è la firma dell’impotenza. L’uomo violento è un uomo debole, banale, ripetitivo. Chi minaccia, sbeffeggia, umilia è qualcuno che non ha strumenti interiori. E quegli strumenti o li insegni a casa o non arrivano più».
I social hanno una responsabilità diretta?
«I social non creano il male, lo amplificano. Sono come le piazze di una volta, ma cento volte più rumorose. Se vivessimo in un mondo che legge Leopardi o Pasolini, sarebbe diverso. Invece viviamo in un mondo violento e superficiale. E i social fanno da megafono a tutto questo. Se crediamo davvero che facciano così male, perché non li spegniamo? I genitori dicono che sono pericolosi e poi regalano alla prima occasione un telefono ai figli. È incoerenza pura».
Il fatto che tutto diventi contenuto condivisibile rende i ragazzi meno empatici?
«Probabilmente sì. Se tutto è pubblico, spettacolare, esposto, allora tutto diventa meno umano».
Serve ripensare l’intero modello educativo?
«Non è un’opzione: è il minimo. Abbiamo un enorme vuoto emotivo. E al posto di riempirlo con cultura, poesia, coscienza, lo stiamo consegnando alle macchine. L’intelligenza artificiale non educa, disabitua al pensiero. Nelle scuole servirebbero poeti, scrittori, figure morali. Servirebbero dei Don Milani».

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Galimberti: “Riempiamo la scuola di Letteratura e non di computer”, e sui docenti inadeguati: “Il ruolo va abolito”

FONTE: Orizzonte Scuola

DATA: 24 settembre 2025

Il sostegno si deve dare solo davanti a cose serie e invece alla scuola primaria sembrano tutti dei malati”. Così esordisce Umberto Galimberti al Festival della Filosofia di Modena davanti a una Piazza Grande gremita. Poi il filosofo e psicanalista rincara la dose. “Bisogna – chiarisce – che l’insegnante di sostegno non sia uno che non avendo avuto assegnata una cattedra di una materia abbia avuto una una di sostegno”. Deve insomma “sapere come si tratta un Asperger”. Poiché, “se non lo sa non sta sostenendo un bel niente”.

Secondo il filosofo “non bisogna dare il sostegno a bambini che non sono casi patologici: assegnarlo a bambini che non sono patologici non è una cosa buona poiché in questo caso si darebbe al bambino un segnale negativo e cioè che da solo non ce la farà mai”.

È un Galimberti che va a ruota libera nel suo ormai ripetitivo attacco agli insegnanti, almeno a quelli inadeguati. Specie a quelli della scuola secondaria di primo grado, poiché la primaria, assicura lui, è una delle migliori del mondo. “Magari mi daranno insulti sui social – avverte – ma io non ho social e dunque non me ne frega niente”. E insiste: “Non ho capito perché la scuola media sia un disastro e perché sia il peggior settore della scuola”. Ma poi la risposta gli viene. E la spiega in tempo reale: “Io penso – ecco la risposta al dilemma – che è perché gli insegnanti delle medie non hanno trovato un posto alle superiori”. Eppure, prosegue, “la scuola media è importante perché oggi abbiamo una sessualità anticipata e la sessualità ti cambia radicalmente la visione del mondo. Quando fa la comparsa la sessualità cambia tutto. Prima capitava a 14 anni e Freud diceva che la scuola deve fare qualcosa di più che evitare di spingere i giovani al suicidio”. Galimberti – aggiungiamo noi – allude a un brano del trattato intitolato “Contributi a una discussione sul suicidio” in “Opere”, Boringhieri Torino, 1963-1993, volume VI, pp. 301-302, laddove lo psicanalista austriaco scrive che la scuola deve creare in loro il piacere di vivere e offrire appoggio e sostegno in un periodo della loro esistenza in cui sono necessitati dalle condizioni del proprio sviluppo ad allentare i legami con la casa paterna e con la famiglia. Non è questa l’occasione di fare una critica della Scuola nella sua attuale struttura. Mi è tuttavia consentito di mettere l’accento su un singolo punto. La scuola non deve mai dimenticare di avere a che fare con individui ancora immaturi, ai quali non è lecito negare il diritto di indugiare in determinate fasi, seppur sgradevoli dello sviluppo. Essa non si deve assumere la prerogativa di inesorabilità propria della vita; non deve essere più che un gioco di vita»

La scuola come gioco, dunque. Ma con delle precisazioni, chiarisce Galimberti: “La scuola – conferma – non dev’essere l’ultima istanza della vita ma un gioco”. Ma il gioco, poi chiarisce, “ha delle regole che vanno rispettate. Tu a scuola impari le regole della vita e se le impari a scuola lo fai nell’ambito di una comunità che ti protegge, poi ti ritrovi nella società”.

Scuola media come tempo di scoperta della sessualità. La scoperta delle pulsioni sessuali arriva oggi a 13 anni “perché la sessualità è stata anticipata. Le ragazze dopo pochi mesi che navigano in rete scoprono il porno. Ma il porno fa vedere solo la sessualità e allora i bambini vedono i gesti ma la loro psiche non è all’altezza per comprendere. E quando si propone di introdurre l’educazione sessuale a scuola loro sanno già tutto. Il problema è che non collegano le pulsioni e la gestualità alle emozioni, poi crescono e vivono la solitudine della sessualità: le statistiche svelano che oggi i giovani non fanno molto sesso, c’è un declino del desiderio”.

L’educazione è scandita da alcune tappe, dice Galimberti: “La prima è a livello pulsionale ed è a tempo indeterminato. Serve dunque l’educazione, ma non basta: servono istituzioni capaci di ridurre la conflittualità. C’è rispetto per le leggi? No”. C’è anche bullismo, nelle scuole. “Il bullo – spiega Galimberti – è un ragazzo molto debole costretto a gesti violenti tutti i giorni perché se lui fosse forte il bullismo non servirebbe. E cosa fa la scuola in questi casi? Li sospende. E invece occorre tenerli a scuola il doppio del tempo in modo che abbiano la risonanza emotiva e una consapevolezza immediata dei loro comportamenti. Non è vero che i ragazzi conoscono la differenza tra corteggiare e stuprare e questo lo vediamo nei processi: non hanno la risonanza emotiva che va insegnata altrimenti diventano persone pericolose”. E la scuola fa qualcosa? si chiede. “No – risponde – I ragazzi dovrebbero arrivare ai sentimenti, che sono la tappa successiva dell’educazione. Sono prodotti culturali, i sentimenti, noi non nasciamo con i sentimenti”. E allora? “E allora abbiamo uno strumento straordinario che è la letteratura. La letteratura ti fa conoscere il dolore, l’amore, la speranza, il coraggio, la disperazione, la noia, e quando la persona è presa dalla crisi ha un articolato a cui aggrapparsi, altrimenti è dura”. E dunque? “E dunque occorre riempire la scuola di letteratura e non di computer. Lo scopo della scuola è quello della formazione di un uomo perché se non lo diventi entro quell’età non lo diventerai mai più”. E a scuola si fa? “Nulla di questo succede a scuola”. Ti pareva. Tecnologie al posto della letteratura? È davvero questo ciò che sta succedendo nelle nostre aule? “Chi ha inventato le tecnologie – spiega Galimberti – dice che un quarto d’ora di lezione frontale non equivale a due ore di tecnologie”.

Scuola e cattivi maestri. Insegnanti non all’altezza? Talvolta succede e “se uno ha un cattivo insegnante si dovrebbe potere ovviare”. Come? “Si cacciano”. E invece “se sei un insegnante scadente hai il diritto di rovinare una classe per 40 anni”. E ancora: “Non mi disturba che il docente plagi i ragazzi. Pericolosa sarebbe semmai la sua demotivazione”. Galimberti ammette di essere “per la scuola pubblica al cento per cento. È una scuola che ammette in classe alunni di ogni colore, di ogni religione e ceto sociale, con gli occhi a mandorla o di ogni altro tipo. La scuola pubblica abitua a quello che sarà il futuro”. Però? “Però – segnala il filosofo – le scuole private funzionano meglio”. E sapete perché? “Perché il preside svolge vari colloqui con i professori prima di assumerli a tempo indeterminato ma può anche licenziarli. Nella scuola pubblica gli insegnanti che entrano in ruolo hanno un contratto a tempo indeterminato come succede in tutti gli altri settori produttivi. Perché lo Stato non li licenzia se sono inadeguati? Perché li paga poco. Li paga poco ma per tutta la vita”. Che fare? “Il ruolo va abolito”, è la soluzione del filosofo. Quanto ai genitori, “dovrebbero essere espulsi dalla scuola superiore perché si sostituiscono ai figli. Se i figli diciottenni hanno i genitori come difensori quando si emancipano? Con le madri che puliscono la stanza? Ma scherziamo? A scuola i ragazzi non possono tenere pulite le proprie aule? I bidelli sono inutili alle scuole superiori. Possibile che i ragazzi non siano in grado di mantenere un ordine in aula, che poi diventerebbe un ordine mentale?” Per altri versi, prosegue Galimberti, “affinché la scuola funzioni le classi siano di 12 alunni. Quando invece abbiamo uno Stato che costruisce classi di 28, 30 alunni significa che non vuole educare”.

Ma quale educazione? “La scuola italiana educa all’intelligenza logico-matematica ma ci sono tante altre intelligenze, quelle psicologiche, quelle somatiche, quelle musicali, quelle relazionali e tante altre. Non esistono solo quelle logico-matematiche”. Quelle usate anche per i test d’ingresso universitari, tanto per intenderci. E invece? “E invece, se i vostri studenti non ci arrivano, non dovete pensare che siano dei ritardati, significa semplicemente che servirebbe loro più tempo. Abbiamo un Paese che accoglie milioni di turisti per l’arte ma i nostri studenti non sanno nulla di storia dell’arte.”

Quale futuro per i nostri ragazzi? “Dai 15 ai 30 anni – spiega Galimberti – i giovani hanno il massimo di potenza sessuale ma non quella generativa. Per generare devi uscire di casa, devi aver un mutuo e una casa e per cui per aumentare la natalità non devi dare mille euro per fare il terzo figlio, li devi dare per il primo figlio e se non c’è natalità il Paese va in mano ha chi ha più forza”, Si allude agli stranieri, ai musulmani, contro i quali il paese pensa di chiudersi a riccio a differenza di altri Stati come l’Inghilterra dove tanti stranieri sono diventati sindaci e ministri: “Noi siamo capaci forse di promuovere a sindaco o a ministro un pakistano? No, perché siamo vittime di un ritardo antropologico. Gli stranieri sono più forti di noi e quindi ci domineranno. Abbiamo la forza biologica e psicologica per impedirlo? No. È la biologia a decidere chi deve governare la storia”.

E tornando ai giovani, per concludere: “Durante l’età del massimo della loro potenza ideativa gli facciamo fare le fotocopie. In questo modo non si può avere un futuro”. Quale futuro? “Una volta la società era di due generazioni, padre e figlio. Ora quando muore il nonno la casa va al padre del figlio”. Non è un Paese per figli.

Crepet ai genitori: “Trattate i figli come degli scemi, così gli impedite di crescere”

FONTE: Orizzonte Scuola

AUTORE: Redazione

DATA:  22 settembre 2025

Nel corso di un reel pubblicato sul proprio profilo, Paolo Crepet ha puntato il dito contro un atteggiamento sempre più diffuso tra i genitori: la tendenza a proteggere i figli in maniera eccessiva, fino a toglier loro la possibilità di crescere.

L’illusione di una vita senza sconfitte

Perché nella vita si perde e si vince. Ma noi abbiamo pensato che ci debba essere una terza cosa. La terza cosa si chiama NC, non classificabile” dice Crepet, ironizzando sulla pretesa di annullare ogni esperienza negativa per i ragazzi. Secondo lo psichiatra, molti genitori sembrano incapaci di accettare che la vita comporti inevitabilmente anche fallimenti, e cercano di trasformare ogni esito in un territorio neutro, mai troppo netto, mai davvero sfidante.

L’eccesso di cure quotidiane

Crepet sottolinea poi il paradosso della routine familiare: sveglie anticipate, orari da rispettare, colazioni preparate con meticolosità. “Avete girato lo zucchero dentro il caffe” osserva, sottolineando come ogni gesto finisca per diventare un atto di sostituzione. Non c’è spazio per l’autonomia, perché il figlio deve essere sollevato da qualsiasi responsabilità, anche la più piccola.

La protezione che diventa controllo

Secondo Crepet, questo modo di accudire i bambini non nasce dalla loro fragilità, ma dalle paure degli adulti. “Siccome sono scemi, bisogna proteggerli. Ma è ovvio. Cosa volete? Che vadano a scuola con il loro zainetto? Ma no, ci deve pensare la mamma, la nonna, la zia” dice con tono provocatorio. L’eccesso di premure, continua, non si limita alle questioni pratiche: diventa un’ansia collettiva che impedisce ai figli di sperimentarsi.

Genitori sotto pressione

Psicolabili. Oddio, siamo noi che non reggiamo” aggiunge Crepet, ribaltando la prospettiva. Non sono i ragazzi a non sopportare il peso della vita, ma i genitori che, incapaci di gestire le proprie ansie, finiscono per trasmetterle ai figli. Il risultato è una generazione a cui viene negato il diritto di sbagliare e di imparare dai propri errori.

Galimberti: “Troppi alunni con diagnosi, scuole come cliniche”

FONTE: tg24.sky.it

AUTORE: Redazione

DATA: 25 febbraio 2025

Il filosofo e psicanalista prende posizione sull'aumento delle diagnosi che riguardano i Disturbi dell'apprendimento tra gli studenti già alle elementari: "La colpa è dei genitori, non interessa la formazione ma la promozione"ta articolo

"La scuola elementare sembra che sia diventata una clinica psichiatrica, sono tutti discalculici, disgrafici, dislessici, asperger, autistici, ma chi l’ha detto? Ai tempi miei non c’erano queste condizioni, c’era uno che era più bravo e quell’altro un po’ meno bravo che poi si esercitava e diventava bravo. Perché patologizzare tutte le insufficienze?" Sono le parole pronunciate del noto filosofo e psicanalista Umberto Galimberti di fronte a un pubblico di genitori e imprenditori durante un evento sulla scuola organizzato da Confartigianato Vicenza, che stanno facendo discutere in queste ore.

"È la strada dell'ignoranza, purché siano promossi"

Per Galimberti l’aumento esponenziale delle certificazioni per i Disturbi specifici dell’apprendimento (Dsa) tra gli studenti sarebbe dovuto più all’interesse dei genitori nell’agevolare il percorso scolastico dei figli piuttosto che a reali difficoltà. “È la strada dell’ignoranza, purché siano promossi - ha concluso - perché ai genitori interessa questo, non la formazione“. Parole che, come prevedibile, hanno acceso un polverone online: in molti hanno chi criticato il suo pensiero, definendolo semplicistico e superficiale, e difeso l’importanza delle certificazioni per garantire un percorso scolastico adeguato agli studenti con Bes (bisogni educativi speciali).

Cosa passa nella mente degli adolescenti?

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Chiara Bidoli

DATA: 19 maggio 2024

Il loro cervello è una lente di ingrandimento sul mondo, particolarmente sensibile a cogliere gli stimoli dall’esterno e a vivere nuove esperienze, in un equilibrio precario tra potenzialità ancora inespresse e fragilità

È un periodo unico nella vita dell’individuo in cui si fanno scelte (e rinunce) che definiranno la persona che si sarà in età adulta. L’adolescenza descrive il passaggio dall’infanzia alla completa maturazione, che biologicamente avviene tra gli 11 e i 25 anni, caratterizzato dalla trasformazione corporea e dallo sviluppo dei sistemi neurobiologici (quelli che determinano l’elaborazione delle informazioni e orientano i comportamenti). Questi processi portano a una riorganizzazione strutturale e funzionale del cervello che andrà a definire molte delle capacità, abilità e modalità che costituiranno il modo di agire e pensare «da grandi».

La nostra identità, come ragioniamo e ci rapportiamo con gli altri trova le sue basi in questa fase della vita ricca di potenzialità, ma anche delicatissima, in cui molto di ciò che viviamo e sperimentiamo, che è in costante rapporto «dialettico» con il nostro patrimonio genetico, ha effetti strutturali a lungo termine. L’esposizione a «fattori positivi», di tipo fisiologico (sonno, alimentazione, attività fisica), relazionale (legami affettivi ed educativi) ed esperienziale (scuola, viaggi, attività), così come quella a «fattori tossici» (utilizzo di sostanze stupefacenti, alcol, insonnia, psicopatologie non trattate) non solo orientano ma plasmano e scolpiscono il cervello. Gli stimoli ricevuti durante l’infanzia generano la formazione di reti neurali che consentono l’apprendimento delle abilità, ma è poi in adolescenza che avviene il fenomeno dell’use it or lose it in cui si sceglie che cosa rinforzare e che cosa «potare» (il fenomeno è detto pruning sinaptico), una selezione che andrà a determinare chi saremo in età adulta.

Se l’adolescenza è un passaggio fisiologico all’età adulta caratterizzato dalla trasformazione corporea e da una profonda riorganizzazione strutturale e funzionale del cervello, che è particolarmente malleabile, plastico e portato all’apprendimento, quella di oggi, che riguarda la cosiddetta Generazione Z, è considerata particolarmente a rischio. Secondo i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità sono tra il 10 e il 20% i bambini, ma soprattutto gli adolescenti, che soffrono dal punto di vista psichico, con il 75% delle patologie che esordisce prima dei 25 anni e la metà che presenta sintomi entro i 14 anni, in particolare depressione, ansia e disturbi comportamentali.

 

Perché la Generazione Z è così in crisi? Colpa della pandemia di Covid?

«Quello a cui assistiamo non dipende solo dall’esperienza vissuta durante la pandemia, che certo ha inciso negativamente sulla psiche dei ragazzi. Occorre innanzitutto riconoscere che la nostra epoca è caratterizzata da profonde trasformazioni di “tempo e spazio” a causa dello sviluppo iperbolico e rapidissimo della tecnologia, — spiega Giovanni Migliarese, psichiatra direttore SC Salute Mentale Lomellina Asst Pavia e segretario della sezione lombarda della Società Italiana di Psichiatria —. Negli ultimi anni c’è stato uno stravolgimento degli “assi cartesiani” su cui si basa la nostra esistenza e, come società, siamo ancora in piena trasformazione. Gli spazi sono diventati fluidi, non ci sono confini, il tempo è accelerato: la iper-connessione ci porta a non “staccare mai” e a essere sempre sotto stimolo. Ciò ha un impatto sulla salute psichica di tutti, ma soprattutto dei giovani. Basti pensare che il mondo in cui i ragazzi imparano, giocano e interagiscono è cambiato di più negli ultimi 15 anni che nei 500 precedenti e anche il ritmo di penetrazione dei dispositivi tecnologici è senza precedenti: 38 anni per la radio, 20 per il telefono e solo 2 anni per il tablet.

«Ciò incide particolarmente sui giovani perché le nuove tecnologie rispondono alle tipiche esigenze del periodo adolescenziale: desiderio di condivisione tra pari, volontà a essere sempre “connessi”, tendenza alla sperimentazione, ricerca delle novità. La specifica responsività adolescenziale del sistema del piacere viene costantemente stimolata da social network, giochi online, video e dagli altri prodotti digitali multisensoriali. Il rischio per il cervello è un’iperstimolazione sensoriale, mentre avrebbe bisogno di selezionare le informazioni e avere periodi di riposo (i cosidetti resting state) necessari per elaborare gli inputriorganizzare le reti neurali ed eliminare le scorie prodotte. Di solito questa attività avviene di notte, ma qui c’è un altro punto dolente: il sonno degli adolescenti, per colpa, anche dell’iper-connessione, è spesso disturbato con effetti che riguardano non solo l’aumento del livello di stress ma anche modificazioni sistemiche, tra cui alterazioni degli equilibri ormonali e immunitari», risponde lo psichiatra.

 

Di cosa ha bisogno un ragazzo in questa particolare fase della vita?

«L’adolescente deve poter sperimentare per imparare a conoscersi, per comprendere chi è, domanda centrale del suo compito evolutivo. Ma dovrebbe poter effettuare una sperimentazione reversibile, da cui possa tornare indietro. Un conto è sbagliare e poter rimediare, un conto è fare un errore con conseguenze irrimediabili. Compito dei genitori è, quindi, quello di favorire uno spazio di sperimentazione sufficientemente protetto».

«È inoltre importante che l’adolescente senta che gli si vuole bene. Va precisato che l’adolescenza non arriva all’improvviso, va “preparata prima”, creando un legame affettivo nell’infanzia che significa, molto semplicemente, avere il piacere di “fare cose” insieme e mantenere, negli anni, queste abitudini. Aver creato semplici routine che permettono la condivisione di spazi o momenti è un prezioso investimento nel tempo. Qualsiasi tradizione familiare, come per esempio vedere le partite o un film insieme, diventa un’ancora che, anche nei momenti più conflittuali, consente di “rimanere attaccati” ai figli. È un modo efficace per esserci reciprocamente, anche in quei momenti in cui è più difficile parlare perché si isolano o alzano un muro», dice Migliarese.

 

Se si isolano come si può comunicare con loro?

«Gli adolescenti sono emotivamente molto sensibili e possono avere reazioni spropositate di fronte a situazioni neutre. Quando sono all’interno di una “tempesta emotiva”, che è fisiologica, è inutile cercare di essere razionali e farli ragionare. Occorre reagire senza amplificare la crisi, lasciando che le questioni siano affrontate quando è tornata la calma. Così li si allena al contenimento emotivo, che aiuta a gestire frustrazioni ed emozioni», consiglia l'esperto.

Perché è importante prendersi cura della salute mentale degli adolescenti?

«In adolescenza l’influsso di fattori biologici, psicologici e sociali scolpisce il cervello, potenziando alcune competenze (fisiche, cognitive, relazionali, affettive ed emotive): quello che costruiamo in questi anni varrà poi per tutta la vita, per questo va considerato come un periodo su cui investire e su cui porre particolare attenzione perché è una fase di vulnerabilità neuro-psicologica. «È nel periodo adolescenziale, infatti, che esordiscono la maggior parte delle patologie psichiche che, se non riconosciute e curate, possono influenzare il percorso di vita. L’adolescenza è come la primavera: se si investe bene i fiori si rinforzeranno e durante l’estate (l’età adulta) si potranno cogliere i risultati della semina», spiega Migliarese.

 

I segnali da monitorare

Come capire se certi comportamenti in età adolescenziale sono fisiologici o rientrano in un campo patologico? «Se diventano di una certa intensità e frequenza o se impattano sulla qualità della vita meglio approfondire. Un altro elemento da monitorare è quello delle “reazioni immodificabili”. Si tratta di una sorta di “loop comportamentali” che non consentono al ragazzo di trovare vie di uscita. A tutti capita di affrontare delle difficoltà ma il nostro obiettivo, con il tempo e l’esperienza, è maturare quelle capacità che ci permettono di superarle. Nel corso del nostro sviluppo, e in generale per tutta la vita, perfezioniamo il nostro modo di adattarci e trovare soluzioni alternative. Ci sono alcune difese che funzionano bene fino a un certo momento e poi non funzionano più e occorre diversificare. Se questo non avviene e i problemi si estendono a tutti ambiti è bene parlarne con uno specialista», commenta lo psichiatra.

 

A chi rivolgersi in caso di dubbi o problemi?

«In prima battuta al proprio medico di famiglia, che di solito ha una sufficiente esperienza sulle problematiche di salute mentale e ha un approccio che parte dalla valutazione dei sintomi. In generale, poi, è meglio che il percorso terapeutico abbia un approccio integrato, che possa prevedere la presenza di diverse figure (neuropsichiatra infantile, psichiatra, psicologo...), che ci sia continuità nelle cure durante la crescita e che coinvolga i genitori. Un adolescente in difficoltà riversa sull’ambiente le proprie problematiche e ha bisogno di un supporto ampio che va oltre il momento della “terapia”. E poi che ci siano degli step: avere dei tempi per valutare dove si sta andando permette ai ragazzi di sentirsi “in controllo” nel percorso di cura e ai curanti di valutare gli esiti, evitando pericolose perdite di tempo», conclude Migliarese.

«Svogliato», «disordinato», ma anche «intelligente»: le etichette influenzano lo sviluppo della personalità di un bambino

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Silvia Turin

DATA: 19 maggio 2024

Esiste un'alta probabilità che le aspettative o i giudizi degli adulti diventino «profezie che si auto-avverano»: etichettare un figlio significa bloccarlo. Perché succede e come evitarlo

Le parole hanno un impatto diretto sulla formazione dell'identità di un bambino.

I contenitori che definiscono

Quando un genitore commenta le azioni del figlio con termini che etichettano la sua persona, come «pigro», «disordinato», «monello», le parole usate (spesso sempre le medesime) possono creare involontariamente una gabbia che condizionerà l'autostima e la percezione di sé del bambino.
Il bambino si aspetterà lo stesso risultato da se stesso in situazioni simili: «Non sono bravo in matematica, quindi, so già che non capirò l’esercizio» e questo potrebbe condizionare la sua crescita riducendo le possibilità e, anzi, portandolo ad avverare quel che ci si aspetta dai giudizi su di lui, la classica «profezia che si auto-avvera».

Problemi anche con i complimenti

Le etichette sono negative, però, anche quando partono da giudizi positivi (come: «sei bravo», «sei intelligente», «sei il migliore»), perché?
Come si possono esprimere giudizi senza classificare la persona?
Abbiamo chiesto di fare chiarezza su questo tema ad Elisa Fazzi, Direttore della Neuropsichiatria dell'infanzia e dell'adolescenza ASST Spedali Civili di Brescia, professore ordinario di Neuropsichiatria infantile dell'Università di Brescia e attuale presidente della Società italiana di neuropsichiatria dell'infanzia e dell'adolescenza.

Che cosa si intende per «etichetta»?
«Sono giudizi o attribuzione di valori che i genitori (e talvolta gli insegnanti) danno ai figli e che vengono utilizzati per descrivere comportamenti, emozioni, caratteristiche dei ragazzi».

Come influiscono sulla personalità di un bambino?
«L’etichetta non è qualche cosa che può essere considerato esaustivo di una persona: non deve stigmatizzare l'individuo, ma può stigmatizzare un comportamento o, meglio, un comportamento in un contesto».

Quindi esistono etichette anche «valide»?
«Più che etichette saranno considerazioni pedagogiche: da un lato c’è un aspetto psicologico relativo alle etichette, dall'altro un aspetto educativo. Le etichette possono cristallizzare, predire, indirizzare dal lato psicologico, ma non possiamo impedire a un genitore o a un professore di formulare espressioni che abbiano una valenza pedagogica”.

Com'è possibile che alcuni giudizi condizionino addirittura la personalità?

«Perché possono innescare due meccanismi: il bambino si ribella e diventa oppositivo, oppure interiorizza l’aspetto negativo e quindi si adatta e “realizza” l’etichetta, con moltissimi problemi di insicurezza. Lo vediamo nei bambini che hanno problemi di deficit di attenzione o disturbi dell’apprendimento: la continua svalutazione ("tanto non ce la fai, tanto sei svogliato”) porta il bambino a viversi proprio in questo modo».

Come fare allora? Ad esempio per sottolineare un comportamento che consideriamo negativo?
«È esattamente questo il modo: è il comportamento a essere negativo. Non bisogna esprimere giudizi come fossero una caratteristica del soggetto, ma come una contestualizzazione legata al comportamento. “Non sei distratto, pigro o lazzarone, ma forse oggi non ti sei impegnato abbastanza, magari lo sai fare perché in altre occasioni l'hai fatto”. Non dare al rimprovero o alla sottolineatura il valore di racchiudere l'individuo, ma contestualizzarlo all’azione e quindi alla modificabilità, perché l'etichetta cristallizza e impedisce di pensare a un margine di miglioramento. “La camera è disordinata? Vediamo se saprai fare meglio domani”».

Anche fare complimenti, però, condiziona. In che senso?
«In questo caso perché non aiuta nella crescita. Sottolineare sempre aspetti positivi non corrisponde alla realtà, questa immagine di perfezione che vogliamo trasmettere ai nostri figli non lascia spazio all’errore, che invece fa parte dell'umanità e può riguardare anche il più bravo, il più dotato, il più sostenuto dei ragazzi. Ecco che allora, se il ragazzo è stato sempre accompagnato dall’idea di essere il migliore, la caduta inevitabile sarà ancora più catastrofica. Altro problema, i complimenti dopo una buona prestazione (sia un voto o una medaglia sportiva) possono portarlo a credere che un fallimento nelle prestazioni corrisponda a un suo fallimento come persona».

Come possono i genitori usare le giuste parole rispetto alle proprie aspettative e giudizi?
«Se avere aspettative sul bambino attribuendogli delle caratteristiche vuol dire pensarlo, definirlo, desiderarlo e amarlo è positivo; se invece è un attribuirgli un'etichetta che possa in qualche modo condizionarlo o limitarlo non va bene. L’etichetta inquadra e classifica, è una lapide che non si muove più, invece, parliamo di bambini che un giorno sono bravi, un giorno meno. Cerchiamo di mantenere viva la possibilità di migliorare o di accettare la caduta. I bambini per loro definizione cambiano e un'etichetta non può bloccare un essere che è in movimento per definizione».

Si può «tornare indietro» oppure, dopo una certa età, ormai «il danno» è fatto?
«Voglio togliere a queste considerazioni ogni aspetto di senso di colpa. Certo che si può tornare indietro. Il consiglio è non rinunciare a dare il proprio giudizio pedagogico, ma bisogna contestualizzarlo al qui e ora, non farlo diventare un'etichetta che impedisce il cambiamento. In pratica, quando facciamo l'osservazione negativa inseriamo la possibilità che possa andare diversamente in un'altra occasione, diamo una seconda chance. Oppure, nel momento in cui valorizziamo un aspetto positivo, ricordiamo sempre che, se un giorno dovesse andare peggio, non sarà grave».

19 maggio 2024

Disagi giovanili: il male di vivere al tempo dei social

FONTE: Il Messaggero

AUTORE: Luca Ricolfi

DATA: 23 febbraio 2024

Di disagio giovanile si sta tornando a parlare da qualche tempo, perché i segnali sono tantissimi, sia prima, che durante, che dopo il covid: ansia, depressione, autolesionismo, disturbi alimentari, suicidi tentati e portati a termine. C’è un aspetto, però, che finora è rimasto un po’ in ombra: l’età e il genere delle vittime.
Se guardiamo ai dati internazionali, per lo più molto più ricchi, analitici e aggiornati di quelli italiani, quel che emerge con estrema nitidezza è che il disagio, pur colpendo la gioventù nel suo insieme, raggiunge il massimo di intensità nelle fasce di età più basse (dai 10 ai 19 anni), e in special modo fra le ragazze.
Sulle ragioni del disagio, da alcuni anni è in corso un dibattito molto acceso, specie negli Stati Uniti e nel Regno Unito. È un dibattito molto acceso, perché tocca questioni spinosissime, e ha il potenziale di colpire interessi enormi.

Nell’occhio del ciclone ci sono due scienziati sociali, Jonathan Haidt e Zach Rausch, che hanno fatto una scoperta strabiliante: tutti i principali indicatori di disagio svoltano all’inizio del decennio 2010-2020 e, qui sta il lato strabiliante della loro scoperta, lo fanno – simultaneamente – in tutti i Paesi di lingua inglese e in tutti i Paesi del Nord-Europa.

Come è possibile che i segni del disagio, e in particolare i suicidi, decollino tutti insieme, fra il 2010 e il 2012? La risposta degli studiosi è che il 2010 è l’anno di nascita dell’i-phone4, e il 2012 è l’anno in cui Zuckeberg, inventore di Facebook, spende un miliardo di dollari per acquisire Instagram, che già allora aveva raggiunto un’enorme diffusione.

Che cosa c’entra? Lo spiega Jonathan Haidt. L’i-phone 4 è il primo smartphone che permette un comodo accesso a internet e quindi ai social, e nello stesso tempo monta una camera frontale, che permette i selfie, e più in generale la diffusione di foto e immagini. L’acquisizione di Instagram completa l’opera.
D’ora in poi diventerà facilissimo costruire immagini di sé stessi, abbellirle con photoshop, includerle nel proprio profilo, farle circolare. E inondare il mondo di tweet, di like, di post, nonché far rimbalzare quelli altrui. Inizia l’età dell’oro dei social media.

Ognuno può tentare di pubblicizzare il suo ego, ma nel fare questo si espone alle critiche altrui, ma soprattutto alla (naturale) frustrazione di sentirsi surclassato da innumerevoli altri ego, più attraenti, più popolari, più capaci di attirare like.

Secondo Jonathan Haidt è precisamente questo che fa decollare il disagio giovanile. Quella sui social è una competizione cui nessuno, una volta che vi approda, è in grado di sottrarsi, che lo voglia oppure no.
Di qui insoddisfazione, malessere, disagio, invidia, frustrazione, che sarebbero alla radice dell’epidemia di cattiva salute mentale in corso in moltissimi Paesi da quando l’i-phone ha sostituto i vecchi flip-phone, telefoni cellulari privi di accesso a internet. E soprattutto ha sostituito le uscite con il gruppo di amici, il gioco all’aperto, le esperienze nel mondo reale, tutte cose cruciali nella formazione di un adolescente.

Supponiamo che Haidt abbia sostanzialmente ragione (visti gli argomenti dei suoi critici, propendo a pensare che la sua spiegazione sia valida), resta il problema: come mai, in questo disastro, a rimetterci sono soprattutto le ragazze, specie se adolescenti?

A prima vista sembra strano, visto che le ragazze – almeno sul piano cognitivo – da almeno 30 anni hanno sorpassato i ragazzi. Qui ci soccorre un’altra studiosa, la sociologia britannica Catherine Hakim, che giusto negli anni della svolta (2010-2012) ebbe a dare alle stampe un saggio e un libro fondamentali: Erotic Capital (2010), e Honey Money (sottotitolo: Perché essere attraenti è la chiave del successo). Lì si può trovare facilmente la chiave per capire il disagio esistenziale delle adolescenti dopo l’i-phone.

In estrema sintesi. Prima dell’i-phone 4, una adolescente poteva cercare di costruire la propria identità e il proprio successo valorizzando le qualità più diverse: la bellezza, certamente, ma anche l’intelligenza, la simpatia, la socievolezza, l’eccellenza in qualche materia, le doti sportive, l’abilità in qualche campo specifico.
E, soprattutto, lo poteva fare in una cerchia ristretta, e almeno in parte selezionata. Dopo l’i-phone4 non è più così: giusto o sbagliato che sia, la competizione è soprattutto sulla bellezza e l’avvenenza, e avviene in mare aperto, perché tutti vedono il tuo profilo e tu puoi vedere il profilo di tutti.

Ma la bellezza (o “capitale erotico”, per stare alla terminologia della Hakim) è una delle risorse più iniquamente distribuite, e – ahimé – è difficilmente modificabile, se non con la costosa e pericolosa chirurgia estetica (forse non a caso esplosa nell’ultimo decennio).

Di qui il dramma delle adolescenti, che sono costrette a correre una gara da cui solo una minoranza può ragionevolmente attendersi di uscire vincitrice.

Che fare? Si potrebbe domandare un padre o una madre di una quindicenne. Niente, mi verrebbe da dire, la forza del “così fan tutte” è soverchiante e invincibile. Però una piccola cosa, forse, si potrebbe anche tentare: far balenare il pensiero che, accanto alla paura di essere tagliati fuori, esiste anche la felicità di mettersi al riparo dalla macchina infernale dei social, una scelta audace che da tempo si usa chiamare JOMO, Joy of missing out, la gioia di restarne fuori (ne ha indirettamente parlato la giovane scrittrice Francesca Manfredi nel suo romanzo “Il periodo del silenzio”, appena uscito).

Una scelta controcorrente, che però si può compiere anche in modo equilibrato e saggio, riscoprendo i telefonini tradizionali, che costano pochissimo, ci risparmiano la competizione sui social e, forse non casualmente, stanno tornando di moda.

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Dipendenze comportamentali e adolescenti: a rischio circa due milioni per cibo, social e videogiochi

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Chiara Bidoli

DATA:   29 marzo 2023

Dipendenze comportamentali e adolescenti: a rischio circa due milioni per cibo, social e videogiochi

Dalla prima indagine sulle «Dipendenze comportamentali nella Generazione Z» dell’Istituto Superiore di Sanità è emerso che i giovani sono sempre più soli e hanno difficoltà nelle relazioni, anche con i genitori

La generazione Z, la prima generazione di nativi digitali, è a rischio di dipendenze comportamentali. A provarlo uno studio realizzato dall’Istituto Superiore di Sanità su un campione rappresentativo di ragazzi tra gli 11 e i 17 anni che ha fotografato i preadolescenti e gli adolescenti italiani che risultano essere sempre più soli pronti a riempire i «vuoti» relazionali con cibo, social e videogiochi.
In realtà basterebbe che i giovani «facessero una vita “normale”, socialmente gratificante, dove le sfide sono compatibili con l’adattamento sociale e non necessariamente occasioni di trasgressione. Dobbiamo puntare a questa normalità, che nei ragazzi in età adolescenziale significa mettersi alla prova e uscire dal nido, ed è ciò che li salva nella crescita», spiega Daniele Novara, pedagogista, counselor e fondatore del Centro Psicopedagogico per l’educazione e la gestione dei conflitti (CPP).

 

Dipendenza da cibo

È quella del cibo la dipendenza più diffusa: riguarda oltre un milione e 150mila ragazzi (in maggioranza di sesso femminile delle scuole superiori) e in 1 caso su 10 è in una forma considerata grave. «Le dipendenze legate agli alimenti c’entrano con la pandemia, con l’aver trascorso un periodo molto lungo chiusi in casa. Il mangiare è diventato un’attività compensativa che facciamo ancora fatica a lasciare alle spalle», puntualizza Novara che continua. «Il cervello preadolescenziale e adolescenziale è un cervello compensativo, ovvero ha un bisogno sistematico di «compensarsi» nelle aree del piacere. È un cervello che è alla ricerca continua di gratificazioni e che, per natura, è opportunistico sul piano dei compiti sociali e molto sensibile sul piano della compensazione dell’area celebrale del piacere. Qui si tratta però di riflettere su cos’è pericoloso e cosa non lo è. Per esempio, lo sport è una classica attività di compensazione che non è pericolosa, anzi positiva. Permette ai ragazzi di vivere l’età, con le sue caratteristiche, senza metterli in pericolo.
Viceversa il tipico abbassamento del senso di pericolo, che riguarda alcuni giovani, potrebbe portali ad affrontare situazioni pericolose, oppure anche il fenomeno di isolamento sociale (noto come Hikikomori ) mette i ragazzi a rischio».

 

Dipendenza da videogiochi

Al secondo posto dei comportamenti a rischio di dipendenza ci sono i videogiochi.
Il problema vede coinvolto il 12% degli studenti (con una prevalenza nei maschi delle scuole secondarie di primo grado per i quali la percentuale arriva al 18%), con effetti legati a una maggiore incidenza di depressione, aggressività e ansia sociale.
«Qui la difficoltà è generata dalla tendenza che hanno i genitori, e in parte anche gli insegnanti, alla condivisione con gli adolescenti piuttosto che all’educazione degli adolescenti», spiega Novara. «Le pratiche educative, fatte di regole e limiti, sono state sostituite dalle pratiche di cura semplice e condivisione di tempo e/o interessi e questo porta a dei problemi. Pensiamo all’utilizzo notturno dei dispositivi digitali, che è una delle abitudini più negative che ci sia, per gli esiti scolastici ma anche perché favorisce irritabilità e disturbi alimentari. Spesso i genitori anziché intervenire sono compiacenti, aspettano che sia il ragazzo a decidere di non usare più i videogiochi di notte e questo è impossibile. Una volta che il cervello si “aggancia” alle sue aree di piacere, come nel caso di utilizzo prolungato di un device, non è più in grado di avere funzioni reversibili, ossia di fare retromarcia. Per cui il problema è ancora una volta nel mondo degli adulti. Non possiamo semplicemente condividere il tempo con gli adolescenti e compiacerli, abbiamo un ruolo educativo», dice l’esperto.

 

Dipendenza da social

La dipendenza dai social media riguarda, invece, un ragazzo su 40 (con una prevalenza nelle ragazzine over 14) con conseguenze sul piano dell’ansia sociale e una maggiore incidenza di impulsività. «Il Covid ha portato un fenomeno di cui vediamo gli affetti: il prolungamento dell’accudimento materno in adolescenza.
In questa fase della crescita l’attaccamento materno, che è una forma di cura tipica dell’infanzia, diventa deleteria per i ragazzi che hanno bisogno di sentire e provare le “sfide” della vita», spiega il pedagogista. «I figli vanno accompagnati nella crescita e guidati, soprattutto nell’adolescenza. Per quanto riguarda i social, basterebbe rispettare il decreto che ne vieta l’utilizzo sotto i 14 anni. Che senso ha che dei ragazzini frequentino lo smartphone come e quanto frequentano la scuola (o anche di più)? Significa che c’è una deroga da parte delle famiglie e dei genitori che poi produce una serie di situazioni potenzialmente pericolose», dice Novara.

 

Difficoltà nelle relazioni

I ragazzi tra gli 11-13 anni con un rischio di “dipendenza social” dichiarano una difficoltà comunicativa con i genitori nel 75,9%, quelli che soffrono di “dipendenza da videogiochi” nel 58,6%, quelli con una “disturbo alimentare” grave nel 68,5%. Percentuale che arriva al 77,7% nei ragazzi delle scuole superiori che presentano una tendenza rischiosa al ritiro sociale. «C’è una difficoltà comunicativa nei ragazzi, è la paura di trovare una resistenza nell’altro. Ed è il tema tipico della gestione dei conflitti: cosa fare quando gli altri non fanno quello che tu desideri che facessero e capita, soprattutto, nei giovani che hanno avuto un maternage (accudimento materno) prolungato. I ragazzi hanno bisogno di affrontare le sfide, non di essere sostituiti in tutto per tutto dai genitori che, invece, dovrebbero accettare il loro allontanamento e gestirlo il meglio possibile. Se i ragazzi vogliono uscire, fare esperienze fuori dal nucleo familiare è normale, così come è giusto che in adolescenza considerino la casa un “albergo” , c’è da preoccuparsi se dovesse accadere il contrario. Il problema delle relazioni, però non riguarda solo il rapporto con i genitori ma anche quello tra pari. I giovani devono imparare a relazionarsi, a gestire frustrazioni e le comunicazioni “difficili” con i coetanei», spiega Novara.

 

Cosa deve preoccupare i genitori

I genitori si devono allarmare se vedono che il figlio tende a isolarsi, o se inizia a sottrarsi agli impegni. «Non volere andare a scuola, per esempio, è un segnale molto negativo», dice l'esperto. «Prima di guadare le dipendenze esplicite, bisognerebbe guardare se l’adolescente sta sfidando la vita o se si sottrae. Se si sottrae, prima o poi, si metterà nei guai. L’isolamento è l’anticamera delle dipendenze, per esempio dai videogiochi. I genitori di solito sono preoccupati dalle cattive compagnie ma, in realtà, il problema più grosso è la mancanza di compagnia. Le cattive compagnie ci sono, ma sono rare, la mancanza di compagnie si lega a un elemento depressivo che sta diventando molto comune tra i ragazzi e le ragazze di oggi. Se un giovane non ha interessi, si ritira, finisce in un vuoto che verrà prima o poi riempito da qualcosa, e spesso quel qualcosa sono dipendenze dannose» conclude Daniele Novara.

Violenze e social, ecco la società senza veri genitori

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE:  Antonio Polito

DATA:  2 giugno 2019

Massimo Ammaniti: «Violenze e social, ecco la società senza (veri) genitori

Lo psicoanalista: «È in crisi l’asse centrale della famiglia: fare figli e allevarli. Noi umani siamo dotati di un sistema che serve a prendersi cura dei piccoli, è un fatto biologico»

Professore Massimo Ammaniti, ci aiuti. Qui c’è bisogno di uno psicanalista. Che sta succedendo nelle famiglie italiane? Un tempo, neanche troppo tempo fa, eravamo campioni mondiali di familismo, la famiglia era al centro di tutto, nel bene dell’accudimento amorevole che dura una vita, dei legami di solidarietà e di affetto; e anche nel male del familismo amorale, del nepotismo, del paternalismo. Oggi invece della famiglia si parla solo in campagna elettorale e nella cronaca nera, perché dalle famiglie provengono alcune tra le storie più dolorose e ripugnanti. «È andato in sofferenza l’asse centrale e cruciale della istituzione-famiglia, la sua legge fondamentale: la scelta della procreazione, l’impegno che comporta l’allevamento, le rinunce e i sacrifici, sembrano sempre più ostacoli alla ricerca della felicità individuale, alla cultura del narcisismo, che mette al centro della vita la soddisfazione dei propri desideri. Abbiamo visto, nel giro di poche settimane, nella periferia di Milano, nella provincia piemontese, in un paese del Frusinate, tre vicende di maltrattamenti e abusi nei confronti dei figli piccoli da parte di genitori in condizioni di grave marginalità sociale, con storie di droga e alcol, padri e madri irascibili e violenti o acquiescenti e complici, che hanno preso a botte i figli fino a farli morire. E perché? Perché piangevano, si lamentavano, davano fastidio, impedivano il sonno o l’intimità dei genitori. Avrà notato che si tratta sempre di bambini intorno ai due anni. È il momento in cui un neonato, che va solo nutrito e pulito, diventa un essere umano che si muove, cammina, ha caldo e freddo, fa richieste continue. Alla prima prova con il duro mestiere di genitore, queste persone non hanno retto. Sono solo la punta dell’iceberg. I dati sugli abusi nei confronti dei minori ci dicono che otto casi su dieci si verificano in famiglia. È lì che vive l’orco delle favole».

Questa è la patologia dell’abbandono, della deprivazione. Ma la normalità? A me pare che il problema più grande delle famiglie italiane è che di figli ne fanno ormai davvero pochi. E chi se ne lamenta, segnalandolo come il problema principe della nostra comunità, viene subito trattato come un reazionario, un tradizionalista, un cripto-fondamentalista.
«La laicissima Francia ha preso di petto il problema della natalità, e ha messo in campo negli anni delle politiche di aiuto alle famiglie che hanno avuto ottimi risultati, tanto che oggi la natalità è più o meno sul tasso di rimpiazzo demografico, due figli per ogni donna in età fertile; mentre noi siamo a 1,32, praticamente il Paese dell’Occidente dove si fanno meno bambini. E — sono d’accordo — non è solo un problema sociale o economico. Anche se occupazione femminile, sgravi fiscali, asili nido, tempo parziale, contributi per il baby sitting, sono fattori decisivi per consentire a chi vuole generare di provarci. Ma poi ci sono anche quelli che non vogliono figli perché trovano più bella una vita senza, o li vogliono il più tardi possibile, e spesso è troppo tardi. E questo è un fatto culturale. I figli sono considerati problemi, impegni, condizionamenti, in conflitto con la realizzazione dei propri desideri. L’ha scritto anche il Papa nell’esortazione Amoris laetitia, e secondo me ha ragione, che c’è in giro troppo individualismo. Nel rapporto 2016 l’Istat calcola che il 34% delle famiglie italiane non ha figli. E del rimanente 66% con prole, il 46 per cento ha un solo figlio. È scomparso un mondo, quello dei fratelli e delle sorelle. Un mondo che consentiva ai ragazzi di non essere adultizzati fin dalla nascita, di avere un’infanzia. Se non partiamo da questo epocale cambiamento non comprendiamo niente. Una società che non fa figli si spegne».

Con la denatalità muoiono anche idee e valori del passato. Come si fa a spiegare la «fraternità» a una generazione di figli unici?
«Inoltre un bambino che cresce solo con gli adulti è spesso vittima di una iperstimolazione, che è l’altra faccia dell’abbandono, ma ha effetti negativi sullo sviluppo infantile. Li ha visti tutti questi bambini tenuti al ristorante fino a ora tarda? E tutte quelle che io chiamo le protesi educative? Il tablet già nel passeggino, il video per i viaggi in treno, YouTube a colazione, come se avessimo assunto una balia elettronica per essere un po’ lasciati in pace. Ci sono ricerche che dicono che già a otto mesi un bimbo cui vengano offerti un pupazzo e uno schermo rivolge la sua attenzione allo schermo. Così si mettono le basi per forme patologiche di dipendenza dal video. Un bambino che va a letto con la storia letta dai genitori invece ne trae un vantaggio non solo in termini di sviluppo del linguaggio, ma anche di abilità sociale, perché impara il gioco dei significati del comportamento umano, il codice della crescita».

 

Prima parlavamo dei dati Istat. Ma secondo lei è «famiglia» anche un nucleo senza figli? Gli inglesi dicono «household» che è un termine più neutro e generale, indica i gruppi umani che vivono insieme, non necessariamente legati da rapporti di sangue.
«Dal punto di vista statistico, in Italia vengono definite famiglie anche i nuclei composti da una sola persona, cioè i single. E non voglio certo discutere qui dello stile di vita che ciascuno si sceglie. Ma è un fatto indiscutibile che noi umani siamo dotati di un apposito sistema di care-giving predisposto dall’evoluzione nella corteccia orbito-frontale, e che serve a prendersi cura dei piccoli della specie. È una esigenza, diciamo così, biologica. Dal punto di vista sociale, poi, dobbiamo sapere che in una famiglia con figli è più agevole l’acquisizione di quella caratteristica cruciale dell’essere umano, il suo vero successo evolutivo, che chiamiamo “mentalizzazione”, e cioè la capacità di vedere il punto di vista degli altri, di capire che il comportamento dei simili nasce da stati d’animo simili ai nostri. Vale per i ragazzi, che se non fanno questa esperienza in famiglia poi arriveranno senza maturità all’incontro con il gruppo dei coetanei; ma vale anche per gli adulti, che diventando genitori imparano a vedere il mondo attraverso gli occhi dei figli, una singolare e travolgente esperienza di trasformazione. E la “mentalizzazione” è contagiosa, è una scuola di educazione al vivere in società».

Adesso che me lo dice capisco che cosa è che non va nei «social»: mancano persone disposte a mettersi nei panni dell’altro, per vedere le ragioni altrui, che è poi la condizione sine qua non della società aperta e della discussione pubblica. Ma che succede a un adolescente se in famiglia non riesce ad apprendere questa skill della «mentalizzazione»?
«Succede quello che è successo a Manduria, o a quel gruppo di giovani della periferia romana che hanno preso a sassate un rider di colore che si pagava l’università consegnando la pizza. Succede che alla logica della società, che è inclusiva, si sostituisce quella del gruppo, o peggio del branco, che è esclusiva. Sempre più spesso anche il social network è un branco. In quella logica si è inclusi se si esclude il fragile, il goffo, il timido, il malato, il disabile, il nero, chiunque sia in una condizione di vulnerabilità. L’Unicef calcola al 37% la percentuale dei ragazzi che sono stati in un modo o nell’altro vittima di episodi di bullismo. Perché i deboli, a quella età, sono tanti. E la socializzazione malata, priva della educazione che avviene in famiglia, è spietata nel rifiutare la debolezza».

 

Se ho capito bene lei sta dicendo che gli adolescenti narcisisti di oggi sono la prima generazione di bambini cresciuti in famiglie narcisiste?
«Esattamente. Escludere l’altro per sentirsi incluso. Questo è il contrario della socializzazione, è la tribù. L’esperienza del rifiuto è poi drammatica per chi la subisce. Ha conseguenze serie sullo sviluppo del carattere e genera stati d’ansia e di depressione. Io osservo nella mia esperienza che questo meccanismo è ormai prassi nelle scuole superiori; anche, e forse perfino di più, nei migliori licei delle grandi città, dove i professori sembrano disarmati, e i genitori distratti. E guardi che ciò che succede nelle discoteche dei quartieri borghesi di Roma, dove di recente è stata violentata una ragazza etiope da tre giovanissimi, alcol, sostanze, pasticche, viene sempre più spesso iscritto alla categoria dello “sballo”, come se fosse una forma naturale, e solo un po’ più esuberante, di divertimento. Arancia meccanica di Kubrick era la storia di un gruppo di psicopatici. Ma quanto profetico è stato quel film nello svelare il sottile piacere della sopraffazione, della intimidazione e della violenza che dorme in ciascuno di noi, e che solo quella raffinatissima forma di educazione che è la cultura può dominare. Ciò che è successo a Manduria a quel povero sessantenne, morto al culmine di un calvario di cattiveria gratuita e di sevizie, è l’arancia meccanica dei giorni nostri».

Cosa ci può salvare? Cosa è rimasto di buono nella famiglia italiana? Cosa dovremmo fare, oltre che fare più figli, stare di più con loro, saper correre il rischio educativo?

«Ci può salvare l’impegno. L’etica della responsabilità. Un bene comune da perseguire. Ci sono milioni di volontari in Italia. Quella è la cura. Ci sono 150.000 scout, quella è la palestra. Ma l’impegno civile potrebbe vivere in mille altri modi. Le racconto un episodio che ho vissuto di persona, e non dimentico. Dopo il terremoto dell’Aquila, un gruppo di università italiane pensò di replicare ciò che l’ateneo di Harvard aveva fatto in Giappone, a Kobe, dopo il terribile sisma che l’aveva colpita. Proponemmo al ministero dell’Istruzione un progetto per coinvolgere i ragazzi delle scuole nella ricostruzione, dedicandovi due pomeriggi alla settimana in cambio di un piccolo salario. L’esperienza di Kobe aveva dimostrato che un impegno collettivo poteva aiutare a combattere quei fenomeni di spaesamento, depressione, isolamento sociale, che spesso si accompagnano alle catastrofi nel comportamento dei giovani. Ci risposero che erano troppo giovani per quel tipo di cose, che i ragazzi andavano piuttosto tirati su di morale, che nelle scuole avrebbero invece mandato i clown. Ecco che cosa intendo: non li prendiamo mai sul serio, non crediamo che possano diventare adulti, forse perché noi genitori rifiutiamo di esserlo, e ormai siamo già cinquantenni quando loro diventano adolescenti, e così si somma la nostra crisi di invecchiamento alla loro di crescita. Ci capita addirittura di entrare in competizione, quasi invidiandone la gioventù. Si formano così famiglie liquide, un magma dove le generazioni non si distinguono più, e nelle quali inevitabilmente l’autorità deperisce e svanisce, perché nessuno se la sente più di incarnarla».

Ma esercitare la propria autorità con i figli è diventato pericoloso. Chi prova a mettere regole in casa si trova di fronte alla contestazione classica: ma gli altri lo fanno. Se resisti sull’acquisto del telefonino ti mostrano i compagni che ce l’hanno. Abbiamo paura di essere odiati dai figli, di non essere buoni genitori...
«E invece i genitori questo devono fare, se sono adulti e non adultescenti. Un genitore buono è un genitore finito, che ha rinunciato al suo compito di educatore. Le regole non possono più essere certamente imposte come accadeva quando eravamo ragazzi noi. Non è più il tempo per padri padroni, ma questo non vuol dire che non ci sia bisogno di regole. Discusse, frutto di mediazioni, costruite per quanto possibile con il consenso, ma servono. Sono gli stessi ragazzi, inconsciamente, a chiederci una guida. Altrimenti, senza una leadership, neanche la ribellione è possibile, e invece è la cosa più sana che possa succedere a quella età».

 

Un tempo i ragazzi avevano fretta di crescere e di andarsene, proprio per emanciparsi dall’autorità paterna, fare di testa propria, costruirsi la libertà e l’intimità di cui un adulto ha bisogno. Oggi questa fretta non c’è anche perché i genitori non esercitano più tanta autorità, li trattano come fratelli e li proteggono come se ne fossero i sindacalisti?
«I genitori devono fare il possibile perché i figli conquistino la loro autonomia e vadano via di casa, a cominciare la loro vita. Attenzione ai falsi sentimentalismi. Troppo spesso li tratteniamo dicendo a noi stessi che sono loro a voler restare. Convivenze eccessivamente lunghe tra generazioni diverse sono innaturali. Io scolpirei sullo stipite di ogni porta, in ogni casa, una frase di Erik Erikson, lo psichiatra che negli anni 60 studiò il tema della identità: “Se i genitori non accettano la propria morte, i figli non potranno entrare nella vita”. Il più delle volte sbagliamo proprio per questa paura inconscia. Oscuramente avvertiamo che la loro crescita si accompagna alla nostra fine. E proviamo a impedire entrambe. Perché l’uomo del Duemila, nel suo delirio di onnipotenza, pretende di vivere come se fosse immortale».