Per i figli altro che punizioni. Meglio gli elogi (e gli abbracci)

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Giulia Ziino

 

DATA: 27 dicembre 2012

Madre tigre addio, ora vince l'approccio gentile. Si chiama «terapia di interazione tra genitori e figli» ma, più semplicemente, è la tendenza, propugnata da una parte degli psicologi infantili, ad accantonare le punizioni (per lo meno quelle troppo drastiche) e a privilegiare elogi e abbracci. In pratica, l'imperativo per i genitori è: non fissatevi sui comportamenti «cattivi» ma valorizzate quelli «buoni».

 

Negli Stati Uniti il dibattito lo ha aperto il Wall Street Journal : «Cominciate a elogiare i vostri figli e, di conseguenza, aumenterà la frequenza dei "buoni comportamenti"» è la sintesi fatta al quotidiano americano da Timothy Verduin, docente di Psichiatria dell'infanzia e dell'adolescenza all'Università di New York. Non solo: gli elogi - avvertono Verduin e altri esperti - devono essere accompagnati da abbracci o manifestazioni «fisiche» di affetto, per stabilire - e rinsaldare - il legame tra genitori e prole. Le tecniche di approccio «interattivo» vengono usate spesso con i ragazzi difficili, inclusi quelli con deficit di apprendimento o iperattivi, ma la filosofia di base che le guida può adattarsi anche agli altri bambini. E di tutte le età: anche se prima si comincia meglio è, perché, se non lo si è fatto prima, a 10-11 anni imporre la disciplina diventa più difficile.

PUNIZIONI - Punire o non punire? «La punizione rende aggressivi» dicono gli psicologi americani citando le statistiche che mettono in correlazione le sculacciate ricevute nell'infanzia con i comportamenti violenti e conflittuali in età adulta. Gli stessi medici, però, bocciano anche l'approccio dialettico: ragionare insieme, soprattutto quando si tratta di bambini molto piccoli, non serve (come, da grandi, non servono avvertimenti «ragionevoli» come quelli stampati sui pacchetti di sigarette).

L'ELOGIO - La formula perfetta starebbe nell'elogio: ai genitori si chiede di identificare i comportamenti positivi che vogliono ottenere dai figli e, quando li vedono attuati, mandare ai piccoli un riscontro positivo. Ma se l'elogio serve ad aumentare l'autostima la demonizzazione a priori del castigo non trova tutti d'accordo. «Il castigo è un'arte, e molto difficile» spiega lo psicoterapeuta Gustavo Pietropolli Charmet. Che illustra il metodo: «Bisogna prima di tutto capire qual è la comunicazione implicita contenuta nella trasgressione della regola: nella violazione di un patto c'è sempre, nel bambino, una speranza di potersi affrancare, di crescere. Se capiamo questo suo desiderio e lo aiutiamo a realizzarlo non ripeterà il comportamento scorretto».

L'ARTE DEL CASTIGO - Ma come fare? «La sanzione non deve mortificare ma aiutare a crescere. Per esempio, se la trasgressione sta nel non apparecchiare la tavola, si potrebbe far frequentare al bimbo un corso di cucina, per sviluppare una competenza legata al cattivo comportamento». L'arte del castigo, insomma: «La punizione - nota Charmet - è un momento educativo molto alto: il bambino che trasgredisce non si aspetta di provare un dolore fisico o morale come conseguenza della sua azione, ma vuole vedere quale sarà la reazione degli adulti al suo superare i limiti fissati» Ecco perché il «buon» castigo conclude lo psicoterapeuta, «richiede tempo e astuzia». E non deve essere una sculacciata, «o un togliere ai figli i soldi, le uscite o l'uso del computer». Sì al castigo allora, ma con intelligenza.

L'AUTOSTIMA - E l'autostima? Secondo la psicoterapeuta Federica Mormando perché il genitore trasmetta al figlio un'idea positiva si sé non bastano gli elogi, ma serve un'azione a 360 gradi. Quanto alle sgridate è necessario andare alle radici del problema: «Non è questione di giudizi positivi o negativi dati da genitori ai figli - nota Mormando - quando di educazione: bisogna educare i bambini insegnando loro poche cose ma chiare e inesorabili. E difenderle con autorità: se il genitore non è autorevole, castigo o no, c'è poco da fare».

Perché soltanto noi italiani accompagniamo i bambini a scuola

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Antonio Pascale

DATA: 14 marzo 2013

Noi genitori italiani accompagniamo i nostri figli a scuola. Siamo in tanti, una moltitudine, rispetto agli altri Paesi. Lo conferma anche lo studio dell’Istc-Cnr promosso dal Policy Studies Institute di Londra — un’indagine che riguarda 15 Paesi del mondo, tra cui Italia e Germania. Ebbene, l’autonomia di spostamento dei bambini italiani nell’andare a scuola è passata dall’11% nel 2002 al 7% nel 2010.Per fornire un metro di paragone l’autonomia dei bimbi inglesi è al 41% e quella dei tedeschi al 40%.

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È uno dei pochi casi di studi superflui. Basta osservare le dinamiche del traffico in orario scolastico. Noi italiani causiamo ingorghi a croce uncinata e spesso posteggiamo le macchine in doppia fila perché non ci basta avvicinare i ragazzi alla scuola, no, desideriamo portarli per mano fino in classe. E non finisce qui.

Noi genitori italiani ci azzuffiamo nei consigli di classe con i professori se lo zaino dei nostri figli supera un certo peso. Non siamo rubricati tra i lettori forti di studi medici e scientifici ma siamo pronti a citare i risultati degli ultimi report che spiegano perché uno zaino troppo pesante potrebbe causare irreversibili danni psicofisici ai nostri figli.

Noi genitori italiani parcheggiamo in doppia fila, causiamo ingorghi — oltre a produrre smadonnamenti e urla di disperazione degli altri cittadini — e in questo bailamme, noi, con calma zen aspettiamo che escono da scuola i nostri pargoli e ci accolliamo il loro zaino, così che possano fare i cento metri che separano scuola da casa liberi da pesi ingombranti. Noi genitori italiani parliamo continuamente di cibo e vogliamo che i nostri figli assaggino solo quello sano, genuino e biologico, sempre a chilometro zero, però come ci piace cucinare per loro porzioni abbondanti, come se il cibo «sano» non contenesse calorie, e come poco ci piace, invece, costringerli a muoversi a piedi: no, poveri figli, piove, nevica, c’è l’uragano, copriamoli bene e accompagniamoli, in macchina che tra l’altro lo zaino è pesante.

Noi genitori italiani, naturalmente riconosciamo che sì, accompagnare i figli è motivo di stress per noi e per il traffico italiano, però riuniti inconciliaboli nei bar (macchina in doppia fila) dopo aver accompagnato i figli a scuola, discutiamo e stabiliamo che purtroppo, vista e considerata la situazione odierna, non c’è rimedio: i nostri figli a scuola a piedi no, proprio no. Ma naturalmente siamo lirici: ah, ai nostri tempi, allora sì che la città era sicura e si poteva andare a piedi, non come oggi.

Noi genitori eravamo forti e tosti, giocavamo nella terra, facevamo a botte (ancora oggi facciamo a gara: chi ha più punti per ferite da sassaiole), sfidavamo maniaci e altri loschi figuri e purtroppo, ora, i nostri figli tutto questo non possono farlo: la città è così trafficata si può finire sotto una macchina (vero, visto tutti i genitori che accompagnano i figli a scuola), dovunque zingari, strane figure, e lestofanti vari. Niente, ci tocca proteggerli, chiuderli in macchina. Purtroppo.

Poi a qualcuno di noi genitori a volte capita di finire in Germania, in Inghilterra, in Francia e di notare lunghe file di bambini e ragazzi che vanno a scuola, da soli, fin da piccoli, a piedi. Che sorpresa. Forse, pensiamo, in quelle città civili non esistono criminali per le strade e tutto è più ordinato e civile. Poi ci rendiamo conto che lì, sì, è tutto più civile, perché nei consigli di classe invece di pesare con bilance al quarzo lo zaino dei figli, si lotta anche e soprattutto per avere più bus in alcune fasce orarie, per ottenere percorsi protetti per bambini, o ci si organizza per il trasporto con mezzi comuni.

Anni fa, quando nacque mio figlio e spingevo di notte la culla per farlo addormentare, mi capitò di vedere in tv un’intervista a Colin Ward. Gli chiedevano del pensiero utopistico, se esisteva o non esisteva. Lui rispose sì, esiste, ma si occupa di tre cose, le città, come le costruiamo e per chi le costruiamo, i bambini e le automobili (come fare a prenderle il meno possibile). L’utopia dunque si sposava con buone pratiche quotidiane, e quest’ultime, purtroppo, dipendono da noi e non da generici altri: tocca muoverci, quindi. A piedi, si intende.

Meno tennis e cinese, più «no» ai nostri figli

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Rita Querzè

DATA: 31 dicembre 2013

La «valigia giusta» per crescere? La psicologa: «Troppe aspettative fanno male. Meglio insegnare il sacrificio»

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I figli, questi sconosciuti. Almeno per noi genitori. E non parliamo delle incomprensioni con ragazzi ormai adolescenti. Il problema c’è già dalle elementari, quando i nostri piccoli cominciano a mostrare la propria identità. Al bambino piace giocare a calcio? Noi siamo convinti che l’ideale per lui sia il basket. Il ragazzo è poco portato per la matematica? Secondo noi ha un futuro legato ai numeri. A scuola ha risposto con una parolaccia alla maestra? E’ lei ad aver capito male. L’elenco potrebbe continuare e ciascuno ha una propria casistica. Sempre legata, però, agli atteggiamenti dei genitori dei compagni di classe. Perché quando guardiamo gli altri, allora tutto risulta chiaro: «La mamma di Piergiorgio? Sta tirando su un teppista e non se ne rende conto». Noi, invece, siamo convinti di saperla lunga. Di conoscere alla perfezione di che pasta è fatto nostro figlio. Ma poi accade l’imprevisto. Un richiamo da parte di un insegnante, la telefonata di un altro genitore. La reprimenda di un vicino di casa. E ai più coraggiosi sorge qualche dubbio: «Mi sta sfuggendo qualcosa?». Urge il consulto di un esperto.

GUARDARE I FIGLI CON LE LENTI DELLE PROPRIE AMBIZIONI - «Il problema esiste, molto spesso i genitori guardano i figli indossando gli occhiali deformanti delle proprie speranze/aspettative - diagnostica Anna Oliverio Ferraris, psicologa dell’età evolutiva -. I genitori dovrebbero fare uno sforzo e rispettare la natura e la personalità dei figli. Purtroppo spesso questo non avviene». A discolpa di mamme e papà c’è il fatto che i bambini in quanto tali sono esseri in divenire, con inclinazioni non ancora chiare e definite. Se davvero– chessò – sogni di avere una figlia ballerina classica non è poi così difficile convincersi che la ragazza abbia la stoffa per esibirsi sulle punte. «E’ una debolezza comprensibile. E c’è di più: è giusto proporre ai bambini stimoli e opportunità. Ma poi bisogna osservare le reazioni. Saper fare un passo indietro e lasciare lo spazio perché la loro indole si manifesti», continua Ferraris. Possibile che noi genitori siamo così egoisti? Non era la felicità dei nostri figli il primo degli obiettivi?

ASPIRAZIONI O STEREOTIPI? - Azzardiamo un’ipotesi. Il benessere e le sovrastrutture della società in cui viviamo aumentano il livello di attese rispetto ai nostri piccoli. E più la classe sociale dei genitori è elevata, più le aspettative crescono. Si tratta di aspirazioni spesso legate a stereotipi: il nostro ragazzo da grande dovrà essere laureato, «smart», suonare il pianoforte, parlare due lingue tra cui il cinese. E, naturalmente, eccellere nel tennis. E se invece volesse fare l’elettricista e si appassionasse al podismo? Va anche detto che di questi tempi noi genitori di soddisfazioni ne abbiamo pochine. Al lavoro (quando c’è) mediamente non va un granché bene. Di soldi ne girano pochi. Bisogna fare bene i conti e spendere meno. E’ in questo contesto che la mamma di Andrea ti prende da parte davanti alla scuola per informarti che tuo figlio ha fatto un occhio nero al suo piccolino, del tutto innocente. E’ umano che la prima cosa che ti viene alla mente sia la seguente: «Innocente un corno, Andrea se la sarà cercata». «Come no, tutta la comprensione per i genitori, ma un buon educatore deve prima di tutto saper leggere in se stesso e non farsi confondere dalle proprie aspettative», insiste Oliverio Ferraris, che volentieri si presta allo scomodo ruolo di grillo parlante. Per poi aggiungere: «Attenzione, se stiamo facendo degli errori meglio accorgercene subito». In fondo se la luce dei nostri occhi in seconda elementare ha fatto un occhio nero ad Andrea ancora si può rimediare. Con una bella reprimenda e spiegando che così non si fa. E poi chi l’ha detto che la laurea, il tennis, il pianoforte e il cinese facciano la felicità? Nessuno oggi sa cosa servirà davvero ai nostri figli per cavarsela nel mondo quando saranno adulti, tra 15-20 anni. Anzi, un attrezzo utile da mettere nella loro valigia forse ci sarebbe. Uno solo, ma preziosissimo. Si potrebbe definire così: «Determinazione, serenità e spirito di sacrificio in abbondanza per perseguire obiettivi complessi in un contesto difficile». Ma forse è proprio quello che ci stiamo dimenticando.

I figli? Vanno elogiati, ma con misura

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Simona Regina

DATA: 4 ottobre 2013

MEGLIO LODARE L’IMPEGNO CHE I RISULTATI
Secondo alcuni la lode può minare la fiducia in se stessi, secondo altri è un fondamentale incoraggiamento

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«Come sei brava!». «Che bel disegno». «Quanto sei intelligente!». «Sei davvero un campione». Alla lunga lodare i propri figli è un bene o un male? A chi sostiene che l’uso delle ricompense, tra cui la lode, possa essere una pratica educativa dannosa per i bambini, fa eco chi al contrario sottolinea che i più piccoli hanno bisogno dell’approvazione e dell’elogio degli adulti.

STOP ALLE LODI - Alfie Kohn, per esempio, educatore e autore di libri su pregi e difetti di diversi metodi educativi, mette in guardia genitori e insegnanti: a suo avviso la lode rischia di trasmettere ai bambini l’idea che siano amati solo quando si comportano in modo consono alle aspettative dei grandi. Sostiene inoltre che, alla lunga, la lode può minare la fiducia in se stessi e scalfire le motivazioni personali, perché il fare bene una cosa smette di essere un piacere e una soddisfazione di per sé, ma solo un modo per essere apprezzati dell’adulto, col rischio di innescare una sorta di dipendenza dall’approvazione di mamma, papà o dell’insegnante. Oltre a far sentire i più piccoli sempre sotto giudizio, tanto da renderli insicuri nell’esprimere le proprie idee e scoraggiarli nel mettersi alla prova, perché preoccupati di essere all’altezza della situazione.

NUTRIENTE ESSENZIALE - Di tutt’altro avviso è lo psicologo infantile Kenneth Barish, professore di psicologia al Weill Medical College della Cornell University. «A mio avviso - scrive su Psycology Today - il bisogno di un figlio di essere elogiato e ricevere l’approvazione da parte degli adulti non è una ricompensa “estrinseca”. Lo sono le paghette in denaro. Ma la lode, come un sorriso o uno sguardo di approvazione, è tutt’altra cosa. È un bisogno umano fondamentale e non è una “tecnica “ per allevare bambini obbedienti». Anche perché, secondo l’autore di Pride and Joy, in fondo nel corso di tutta la vita siamo interessati alle opinioni altrui, e quando abbiamo lavorato duro e fatto un buon lavoro ci fa piacere che gli altri riconoscano e apprezzino il nostro impegno. «La lode dunque non è una forma di controllo, ma un incoraggiamento». Per cui, in definitiva, perché privare i più piccoli del piacere di essere elogiati per quello che hanno fatto con passione e impegno? In fondo, che sia un disegno, un gioco o i compiti di scuola, quando sono orgogliosi e soddisfatti per quello che hanno fatto, i bambini ci guardano, vogliono coinvolgerci, suscitare il nostro interesse e ricevere la nostra approvazione. La lode, dunque, per Barish non è come lo zucchero, qualcosa che i bambini amano e desiderano ma che a lungo termine può essere nocivo per la loro salute. «È più come un nutriente essenziale. Non è certo l’unico o il più essenziale, ma ne abbiamo bisogno tutti, e in particolare i bambini: hanno bisogno di sapere che siamo orgogliosi di loro. E questa certezza è un prezioso sostegno emotivo».

MEGLIO ELOGIARE L’IMPEGNO - In definitiva, però, meglio elogiare l’impegno, lo sforzo con cui i piccoli di casa fanno un disegno, un puzzle, una costruzione più che il risultato o il loro talento, e lasciarsi coinvolgere dal loro entusiasmo, in modo che si sentano amati e non giudicati, perché «è questa l’attenzione di cui il vostro bambino ha bisogno» consiglia la psicologa Laura Markham. Del resto, dopo anni di ricerche, la psicologa di Stanford Carol Dweck suggerisce ai genitori di non elogiare i propri figli perché intelligenti, nella convinzione di accrescere la loro autostima. In questo modo, infatti - lo ha spiegato su Scientific American e lo ribadisce in un nuovo articolo pubblicato su Child Development - la lode rischia di essere controproducente: di renderli più fragili in caso di fallimenti, insicuri di fronte alle difficoltà e tendenzialmente restii a mettersi in gioco per migliorare i propri punti deboli. Perché lo sforzo è percepito come meno importante dell’essere intelligenti. Ma a scuola, come nella vita, ogni tipo di traguardo è una sfida e richiede impegno, quindi meglio elogiare i bambini per le qualità che possono controllare (come l’impegno appunto), affinché considerino le nuove sfide come opportunità per imparare e crescere, nella convinzione che si possa sempre migliorare.

SBAGLIANDO SI IMPARA - Insomma, le lodi servono in alcuni momenti, ma ci vuole misura nel complimentarsi con i propri figli per i piccoli o grandi successi quotidiani. «Uno, perché l’eccesso di lode alla lunga perde di significato. Due, per non espropriali del piacere di fare qualcosa puramente per il piacere di farlo, senza pensare di doverlo fare per appagare il proprio genitore. E infine, per non gonfiare in maniera eccessiva il loro io» precisa Anna Oliverio Ferraris, docente di psicologia dello sviluppo alla Sapienza di Roma. «Il bimbo o la bimba che si sente continuamente dire “come sei brava” o ”come sei intelligente”, può perdere il senso della realtà, pensare di riuscire sempre bene in tutto e potrebbe di conseguenza avere difficoltà ad accettare gli errori, da cui invece si impara molto». «Elogiare continuamente i propri figli, farlo fuori luogo, senza motivo, e allo stesso tempo pretendere sempre il massimo, può in effetti comportare una sollecitazione eccessiva con conseguente difficoltà a tollerare le frustrazioni connesse agli insuccessi che nella vita inevitabilmente arrivano» sostiene Giorgio Rossi, direttore della neuropsichiatria infantile dell’Ospedale del Ponte di Varese. «L’importante è essere rassicuranti, dare cure continue ed essere disponibili sul piano affettivo, in modo da offrire il sostegno di cui hanno bisogno».

ACCETTARE LE SCONFITTE - Anche secondo Sabrina Bonichini, professoressa di psicologia della salute del bambino all’Università di Padova, dietro troppi elogi c’è il rischio che i bambini non sappiano accettare le sconfitte, alimentando al contrario una fragilità narcisistica. «Gli elogi, dunque, sono importanti ma vanno motivati e devono essere specifici. È bene quindi sottolineare l’impegno che ha permesso di raggiungere la meta e non solo il risultato, perché altrimenti si rischia di demotivarli, attribuendo il successo a una caratteristica intrinseca, per esempio l’intelligenza, più che alla caparbietà e alla perseveranza». E la stessa cosa vale per i rimproveri: «devono essere mirati al comportamento e non sulla persona: quindi, per esempio, è meglio non dire al proprio figlio “sei cattivo”, ma “hai fatto una cosa sbagliata” e spiegargli il perché».

Pietro Bordo: “Ricordo che il mio primo direttore mi disse che un elogio vale più di mille rimproveri. In tanti anni d’insegnamento ho sperimentato che è proprio vero”.

Si parla molto e si comunica poco. Che fare se i figli «non ascoltano»

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Marta Ghezzi

DATA: 16 maggio 2014

Le parole che educano sono poche. L’errore più frequente? Mortificare 
Per educare non è sufficiente parlare, serve l’esempio e la regola

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La frase è nota. Un refrain comune a nove genitori su dieci: «Mio figlio non mi ascolta». Il ragazzo con le orecchie sigillate ha, in genere, un’età in zona adolescenza, ma con sempre più frequenza il «disturbo» colpisce, stranamente, anche la prima infanzia. Non c’è tono, pacato, normale, stridulo, acuto, imperioso, che riesca a raggiungere, e superare, la barriera del timpano filiale. È una cosa che diverte molto il pedagogista Daniele Novara. Nel suo simpatico accento emiliano ricorda a mamme e papà che: 
A. l’idea non ha base scientifica. 
B. al contrario, i bambini sono normalmente portati ad ascoltare i genitori.
La prova? Il bilinguismo. Se in casa si parlano lingue diverse, i piccoli le acquisiscono prestando attenzione alle parole dei genitori. 

Novara sa, però, che il tema comunicazione con i figli è un terreno minato. Delicatissimo. In queste settimane riparte un nuovo ciclo di incontri della Scuola Genitori, ideato dal CPP, Centro PsicoPedagogico per l’Educazione e la Gestione dei Conflitti e sponsorizzato da Doremi Baby, e l’esperto ha deciso portare in cattedra l’argomento. «Farsi ascoltare! Come comunicare efficacemente con i figli» è il tema del suo intervento del 7 aprile alla Sala Provincia, via Corridoni 16 a Milano.

Perché i figli «non ascoltano»? 
«È un problema di natura educativa. I genitori di oggi hanno un modello educativo tipo peluche: morbido, compiacente, servizievole. Così si è creato l’equivoco che per educare sia sufficiente parlare. Un errore serio, perché l’educazione è esattamente il contrario: non si insegna con l’eccesso verbale, tipico delle nuove generazioni, ma con l’esempio e la regola. I problemi sorgono se si sostituisce una buona e chiara organizzazione educativa con le parole». 

Come parlare ai figli? 
«Quando sono piccoli, in modo chiaro e semplice. Se gli si chiede di fare una cosa o gli si affida un compito bisogna evitare la comunicazione ridondante, ricca di dettagli. Gratifica molto il genitore ma crea confusione nel figlio. Viceversa, quando sono adolescenti, bisogna imparare a tenersi a distanza. Dosare le parole per evitare il conflitto, per non farsi trascinare nella bagarre emotiva». 

Le parole dei figli possono essere taglienti. O accendere campanelli d’allarme. Come valutarle?
«Mai prendere troppo alla lettera quello che dicono i figli. Fino ai dieci anni il bambino ha una propensione al pensiero magico. Frasi preoccupanti come “a scuola mi rubano le matite” o “non mi regali mai niente” indicano un’autoreferenzialità che ha ancora caratteristiche magiche. Se ci si attiene solo al senso, si rischia di incagliarsi. L’adolescente, invece, parla spinto dall’enfasi emotiva, per svincolarsi dal controllo genitoriale. Quindi esagera ed esplode con frasi come “se non mi lasci uscire te la faccio pagare”. Il consiglio, quindi, è di ascoltare e cercare di capire cosa si nasconde dietro a una comunicazione magica o enfatica». 

Quale è l’errore più comune che blocca la comunicazione con i figli?
«Mai mortificare. Frasi, purtroppo frequenti, come “sei sempre il solito”,’“non capisci niente”,”non mi posso proprio fidare” sono deleterie. Minano l’autostima e hanno implicazioni negative sulla relazione genitori-figli. Non si arriva al rispetto delle regole con urla e sgridate». 

Per non essere soffocanti e rigidi si sceglie la carta dell’amicizia. Mossa giusta o sbagliata?
«Un clima amichevole in famiglia è piacevole. Ma attenzione: mamme e papà devono accettare la privacy dei figli e il fatto che è giusto che i ragazzi non dicano tutto. Oggi c’è questa nuova genitorialità-online, che permette di seguire, controllare, spiare. Non va bene: si alimenta una morbosità sbagliata, la pretesa di essere i migliori confidenti dei figli è un errore». 

Che fare quando si è esasperati e prossimi a “esplodere”? 
«Sono sempre molto scettico riguardo alle punizioni. Regole chiare e semplici sono lo strumento più efficace per arrivare a un buon livello di comunicazione. Se serve una pausa, penso sia utile provare con la tattica del silenzio attivo. Esplicitato. Di brevissima durata per i piccoli, quattro-cinque minuti al massimo durante i quali i genitori non parlano. Più lungo, ma mai eccessivo, se si tratta di adolescenti fino ai 15-16 anni».

TECNOLOGIE A SCUOLA

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Antonella De Gregorio

DATA: 12 ottobre 2016

Se voti, note e assenze arrivano sul telefonino. L’effetto sms in famiglia

Registro elettronico in classe per 7 scuole su 10, ma solo l’8% usa gli sms per comunicare i voti. Il pedagogista Mantegazza: «La relazione genitori-figli deve essere costante e diretta. Con la mediazione delle tecnologie si rischia di snaturarla»

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«Quando la scuola di mio figlio ha adottato il registro elettronico e ho ricevuto la password per entrare – racconta Daniela Vetrino, mamma di un 16enne, liceo scientifico a Como - mi è sembrato di avere la chiave del suo diario segreto. Finalmente potrò sapere se lo interrogano, se segue le lezioni, se dietro a certi malumori si nascondono problemi a scuola, ho pensato. Poi, però, una sera, quando mi sono trovata a snocciolargli quello che aveva fatto, materia per materia, i compiti che gli erano stati assegnati, il voto dell’interrogazione di Matematica… mi sono sentita improvvisamente a disagio. Ho capito che la confidenza con il suo mondo che pretendevo di esibire, in realtà lo faceva sentire messo a nudo, la viveva come un’intromissione». 
Irene, sul blog «mammeacrobate» benedice invece la tecnologia: «Io che ho sempre fatto fatica a farmi dire i voti da mia figlia, ora l’ho messa in competizione con il registro elettronico: “Fanno a gara” a chi mi informa prima…».
Poi c’è il papà che ha accettato di ricevere via sms avvisi su voti e presenze. Ma quando lo smartphone ha vibrato durante una riunione e aprendo il messaggio ha letto «4 in Latino», avrebbe scaraventato il telefono fuori dalla finestra.

Comunicazioni elettroniche

Compiti su Whatsapp, giustificazioni a computer, voti via sms: per molti genitori, soprattutto quelli che lavorano, è una manna dal cielo. Ma ci sono mamme e papà cresciuti in scuole analogiche che faticano ad adattarsi alle novità. Che son diffuse, ma non ancora universali. Nonostante una legge del 2012 (voluta dai ministri Brunetta e Gelmini) che prevede, oltre all’obbligo di introduzione del registro elettronico, anche l’invio di informazioni agli alunni e alle famiglie in formato elettronico, la comunicazione digitale interessa infatti solo sei/sette scuole su dieci. Secondo le ultime rilevazioni del Miur, il 73,6% degli insegnanti utilizza il registro elettronico, mentre il registro (elettronico) di classe è usato nel 69,2% degli istituti. Presenze, assenze, compiti da svolgere e note vengono registrati sei volte su dieci solo su fogli elettronici e, nel 14% dei casi, scritti con carta e penna. Il Paese, al solito, è spaccato a metà, dice Skuola.net: al Nord le comunicazioni scuola-famiglia sono per il 70% “elettroniche”, al Sud si precipita al 38%. Con più di un ragazzo del Meridione su cinque che ammette di non aver mai visto nella propria classe il registro digitale. Mentre sia a nord che a sud il 10% degli studenti ammette che i prof meno tecnologici lasciano a loro il compito di compilare il registro. Con buona pace della privacy e della sicurezza.

Sms per pochi

Per tutti, poi, l’invio di sms è un’eccezione: pratica adottata dall’8% delle scuole. «Non possiamo essere troppo “accudenti”», commenta Monica Galloni, preside del liceo scientifico Righi di Roma, dove per via elettronica viaggiano però anche le giustificazioni e ai ragazzi non viene più consegnato il libretto su cui segnare assenze e ritardi.

I costi

Ci sono scuole che faticano ad adeguarsi per mancanza di fondi. Come il Majorana di Avola (Sr), che ha pubblicato un avviso sul sito dell’istituto chiedendo un contributo a tutti i genitori che desiderino vedere i voti del proprio figlio online: solo esibendo la ricevuta di pagamento si ricevono le credenziali d’accesso. «Pago il registro elettronico seimila euro l’anno, per dare un servizio extra ai genitori», ha dichiarato il dirigente, Fabio Navanteri. «Conti in rosso, zero aiuti economici: è un costo che non riesco a sostenere». 
Ma è anche un’opportunità che divide le famiglie: c’è chi sottolinea i vantaggi delle pagelle via sms (risparmio di tempo e tempestività delle comunicazioni), e chi teme che l’uso di Internet e del cellulare elimini del tutto il già difficile rapporto faccia a faccia con i propri figli.

La relazione

«Una relazione che deve essere costante e diretta, per quanto faticosa», sostiene Raffaele Mantegazza, docente di Pedagogia alla Bicocca di Milano. Che vede il rischio che il registro elettronico «fornisca la scusa a chi non vuole avere rapporti con la scuola: già gli insegnanti si lamentano della scarsa comunicazione con le famiglie: non partecipano alle riunioni, non si presentano se convocati». Automatizzare tutto, dice, «rischia di offrire la sponda alle famiglie che vogliono isolarsi dalla scuola, e viceversa». Meglio un dialogo franco, sincero e interessato, piuttosto che informazioni asettiche, in tempo reale, su pc o telefonino. E il brutto voto, la trasgressione «va bene anche che li si tenga nascosti», dice. Può trattarsi di uno scivolone: solo all’interno della relazione lo si può contestualizzare. Il rischio, dice il pedagogista, è che la mediazione umana, che è fondamentale, esca relativizzata, svalutata.

Contro il registro elettronico e i gruppi Whatsapp dei genitori

FONTE: Il Sole 24 Ore

AUTORE: Monica D'Ascenzo

DATA: 6 gennaio 2016

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Ma l’esercizio di matematica era a pagina 33 o 35?”. “Mi mandate per favore la foto della pagina da studiare di storia che non abbiamo il libro a casa”. “I soldi per la gita vanno portati entro domani?”. Purtroppo non è il gruppo whatsapp fra compagni di classe, ma quello fra genitori. Una moda che sta diventando contagiosa, dal nido al liceo. Per carità, per i genitori che lavorano è una manna dal cielo: sai in tempo reale tutto quello che sapresti andando a prendere tuo figlio all’uscita da scuola. E riesci anche a parare qualche colpo: almeno la maestra non ti scriverà sul diario che ha dovuto anticipare i soldi del pullman o che al bambino manca il materiale didattico. Eppure c’è qualcosa che non mi convince.

Io non ho ricordo dei miei che chiamassero i genitori dei compagni per avere conferma della pagina da studiare o per chiedere se il giorno dopo ci sarebbe stato un compito. Se avevo scritto sul diario i compiti esatti allora andavo a scuola preparata, altrimenti rischiavo la figuraccia, il brutto voto o la nota sul diario. Certo la sensazione non era piacevole, ma di sicuro serviva a farmi stare più attenta la volta successiva. Oggi mandiamo i bambini a scuola con la rete di protezione. Se cadono, rimbalzano e non si fanno male. A volte anche più della rete: li bardiamo con salvagente, giubbotto gonfiabile, scarpe antiscivolo, parastinchi e casco. Ci assicuriamo che non si facciano male, ma non rischiamo che poi se ne facciano di più crescendo, quando non potremo fare più il gruppo whatsapp con i genitori dei compagni di università o poi con quelli dei colleghi d’ufficio?

E l’aberrazione non finisce qui. Da quest’anno anche la scuola elementare di mio figlio ha adottato il registro elettronico. Alla comunicazione di nome utente e password ho sentito un leggero fastidio, poi dopo qualche settimana, al primo ingresso nel sistema, il fastidio si è trasformato velocemente in disagio. Nel registro scolastico oltre alle assenze, i genitori possono consultare quanto fatto in classe in ogni singola materia, i compiti assegnati e (orrore!) i voti del proprio figlio. Ho chiuso in fretta il tutto come se mi fosse capitato in mano il suo diario dei pensieri.
Ma che roba è? Posso in qualunque momento sapere cosa fa mio figlio prima ancora che lui pensi anche solo se raccontarmelo o meno. Che fine fanno le chiacchiere da cena: cosa avete fatto oggi? Com’è andata la giornata? Ti ha interrogato?

Dove è finita la possibilità di scelta del bambino di raccontare o meno se è stato interrogato o se la maestra ha fatto una verifica a sorpresa? Dove è finita la libertà di confessare a un genitore un’insufficienza o invece decidere di gestirla da solo magari studiando, recuperando la volta successiva e spuntando una sufficienza in pagella?

Li abbiamo deresponsabilizzati con i gruppi di whatsapp e ora togliamo loro anche la scuola della scuola dove si impara a gestire il fallimento, il successo, la comunicazione con i genitori e i rapporti con gli insegnanti. Poi però pretendiamo che siano responsabili, consapevoli, autonomi e pienamente indipendenti quando vanno alle superiori o quando si iscrivono all’università e si devono autogestire.

A scuola in prima elementare si studia l’alfabeto e in quinta si fa l’analisi logica. Allo stesso modo esiste una crescita progressiva delle capacità personali non didattiche. Perché stiamo facendo questo ai nostri figli? Perché stiamo togliendo loro la possibilità di gestire le informazioni che riguardano la loro vita?

La soluzione? Non ne ho. Nel mio piccolo cerco di non chiedere mai conferma dei compiti o di quanto fatto a scuola agli altri genitori e ho spiegato a mio figlio che guarderemo il registro elettronico sempre e solo insieme e quando me lo chiederà lui. Correremo il rischio di non avere una media scolastica da lode, di beccare qualche nota e qualche rimprovero dalle maestre (uso il noi, perché le maestre oggi se la prendono anche con i genitori) e di non essere impeccabili. Ma accidenti se sarà meno noioso. E magari ci guadagnerà anche il nostro rapporto in termini di fiducia reciproca.

AVVERTENZE: causa numerosi commenti, scrivo qui un’aggiunta al post in modo da fugare ogni dubbio: NON E’ UN POST CONTRO LA TECNOLOGIA E L’INNOVAZIONE, CHE SONO ASSOLUTAMENTE DA ASSECONDARE E INCENTIVARE. E’ UN POST SULL’EDUCAZIONE DEI FIGLI E SU COME LI PREPARIAMO ALLA VITA FUTURA, CHE NON AVRA’ LE RETI DI SALVATAGGIO che ci sono oggi a scuola. Se un’astronauta (donna!) deve andare nello spazio fa un percorso fisico e psicologico per affrontare la missione. Se un calciatore deve affrontare la finale di Champions, si sottopone a una preparazione fisica e psicologica per la partita. La domanda che MI faccio e che VI faccio è: stiamo preparando i nostri figli alla partita che dovranno giocare o alla missione che dovranno affrontare?