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Smartphone e famiglia: tutti insieme (silenziosamente)

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Cristina Marrone

DATA: 14 maggio 2019

Cellulari e tablet hanno rivoluzionato il modo di comunicare anche fra genitori e figli, ma se non usati con attenzione si corre il pericolo di essere iperconnessi (ma soli)

Ma quanto tempo passano oggi i ragazzi incollati a tablet e telefonini? E quali conseguenze può avere per la loro crescita? Il tema, da tempo, tormenta i genitori. Che devono accettare un dato di fatto: la tecnologia ormai fa parte della famiglia e ha cambiato il modo di comunicare. Non necessariamente in meglio. Tra gli esperti che considerano negativo l’impatto del digitale sulle relazioni c’è Sherry Turkle, sociologa e psicologa americana che anni fa ha dato a un suo libro un titolo che non ha bisogno di spiegazioni: Alone together, «Soli insieme». Un recente studio inglese pubblicato sul Journal of Marriage and Family ha fatto il punto sulle difficili interazioni tra membri della stessa famiglia. Killian Mullan, docente di Sociologia e politica alla Aston University e Stella Chatztheochari, che insegna sociologia all’Università di Warwick, hanno analizzato i «diari del tempo» raccolti da genitori e bambini fra i gli 8 e i 16 anni nel 2000 e poi nel 2015, periodo in cui è esploso il cambiamento tecnologico. Con sorpresa è emerso che i ragazzini trascorrevano più tempo a casa nel 2015 rispetto al 2000: una mezz’ora in più, un’ora tra i 14 e i 16 anni. Peccato che abbiano anche ammesso di essere «soli» in questo tempo. E i dati hanno mostrato che figli e genitori hanno trascorso la stessa quantità di tempo (circa 90 minuti) utilizzando i dispositivi mobili quando erano insieme.

 

Incuriosisce che gli adolescenti siano diventati più casalinghi.«C’è molta più preoccupazione per la sicurezza dei figli, quindi si cerca di iper proteggerli , anche se alla fine si rischia di renderli più fragili» ipotizza Laura Turuani, psicologa e psicoterapeuta del centro milanese Il Minotauro, che si occupa di disagio adolescenziale e dipendenze. «Il “codice materno” richiede vicinanza e controllo e i mezzi di oggi consentono forme di sorveglianza che nessuna generazione precedente poteva immaginare. In ogni momento, grazie alle app di geolocalizzazione, sappiamo dove sono i ragazzi o che social stanno usando. Il registro elettronico comunica in tempo reale i voti: un ragazzo che prende un 5 non può neppure provare a tenerlo nascosto, nella speranza di recuperare con un 7. Più facile che quando torna a casa trovi già a disposizione il professore per le ripetizioni, sempre nell’ottica di anticipare i bisogni. Il mondo diventa sempre più iper protetto, a partire dall’infanzia. Gli scivoli dei bambini sono fuori norma senza i tappetini anticadute; è solo di pochi mesi fa la polemica sul fatto che le scuole medie non volevano lasciare uscire da soli neppure i ragazzi di terza. Se uno studente sarà bocciato, oggi arriva a casa una lettera degli insegnanti che invita i genitori a prepararlo alla brutta notizia».

 

Frammenti di dialogo

La casa, dunque, è vista come un ambiente sicuro. Ma almeno tra le camerette bunker e la cucina passano le informazioni? «Si comunica in modo diverso» aggiunge Turuani, che è anche co-autrice de Il ritiro sociale negli adolescenti. La solitudine di una generazione iperconnessa (Cortina editore). «Il dialogo è spezzettato, spesso scritto o con messaggi vocali nel corso della giornata. Si resta costantemente in contatto. Difficile arrivare a casa la sera e scoprire che è successo qualcosa di importante in giornata, ci si è mandati di sicuro un messaggio prima». Questa forma di comunicazione non dovrebbe sostituirsi del tutto al tradizionale “faccia a faccia”, anche se la comodità degli smartphone condiziona. Niente di troppo diverso dalla vecchia e diffusa abitudine di cenare con la tv accesa o di parcheggiare i bambini davanti ai cartoni per consentire. Tuttavia nello stare “soli insieme” di oggi c’è una differenza rispetto alla visione della tv di un tempo: prima davanti allo schermo si stava in un luogo e per un periodo circoscritto, oggi siamo sempre connessi, raggiungibili ovunque e quindi è facilissimo «distrarci».

 

Non è colpa dei ragazzi

Un errore frequente è colpevolizzare i ragazzi, che non parlerebbero perché troppo presi dai loro cellulari. Sicuri che sia così? Allora come si spiega che sono spesso proprio loro a chiedere ai grandi di spegnere il telefono o il pc quando sono insieme? «I genitori sono modelli di identificazione e devono essere coerenti» ricorda Turuani. «La mail di lavoro sottrae lo stesso tempo di un messaggio della fidanzata, il risultato emotivo è lo stesso per il figlio: vi state occupando di altro, non di lui. In molti Paesi i componenti di una famiglia cenano separati, chi davanti alla televisione, chi al computer, chi a studiare, ma sarebbe importante mantenere la tradizione di riunirsi a tavola e passare una mezz’ora insieme, per condividere le esperienze della giornata e rafforzare il legame affettivo. Preservare alcuni momenti familiari senza tecnologie è il primo passo per concedersi un tempo “sconnesso” che va riempito con scambi di opinioni e confidenze». Senza illudersi però, che basti spegnare i dispositivi digitali per avere una buona comunicazione in casa.

“Danni neurologici ai bimbi italiani”. Allarme a scuola: che cosa li rovina

FONTE: Libero Quotidiano.it

AUTORE: 

DATA: 22 gennaio 2016

 

tablet

 

I tablet a scuola? Provocano "demenza digitale" e gravi danni neurologici ai bambini, incapaci di scrivere a mano, specialmente in corsivo, e soggetti più facilmente a cali di attenzione e di autostima.  

Posizioni - Tra i tecno-diffidenti c'è il regista Michael Moore, secondo cui il corsivo è uno stimolo alla creatività: "Non ci togliete l'unica cosa che tutti siamo in grado di fare ed è unica per ciascuno di noi. Il corsivo è l'impronta digitale della nostra creatività". Anche uno dei riferimenti accademici italiani, il professor Benedetto Vertecchi, difende a spada tratta la scrittura a mano. L'ha scritto in un recente dossier Alfabeto aperto. A proposito dei cosiddetti "nativi digitali", ovvero quelli nati dopo il '95 in poi, il neuroscienziato Manfred Spitzer coniò l'espressione "demenza digitale": "Quando si dichiara che a scuola si studia meglio grazie ai media digitali, non bisogna dimenticarsi che non esistono dimostrazioni di questa tesi. Anzi. Ci sono molte più ricerche che affermano quanto l'apporto della tecnologia informatica abbia un effetto negativo sull'istruzione". Il Giorno, che si è occupato della questione, ha sottolineato come il tema della scrittura a mano è delicatissimo e non si tratta di fare crociate contro i supporti digitali, ma di preservare le abilità e le competenze legate all'esplorazione fisica e mentale del mondo.

Scrivere a mano - Migliora la capacità di leggere e contare, potenzia l'attenzione e la facoltà di apprendimento. Stimola il pensiero critico, aiuta a costruire buone relazioni, incoraggia ad uscire dall'anonimato, migliora le capacità motorie e tante altri sono gli effetti positivi che la scrittura a mano si porta dietro. La diagnosi diventa difficile ma "l'uso dei mezzi digitali comporta l'attenuazione e talvolta la perdita delle capacità di coordinare il pensiero con l'attività necessaria per tracciare i segni", aggiunge Il Giorno.

Usa - Ma l'allarme "spaventoso" arriva dagli Usa. I bimbi non sanno più leggere il corsivo, viene insegnato solo in prima elementare. In seguito a questa ricerca che ha rilevato segnali negativi dopo l'introduzione dei tablet nelle scuole è stata creata una campagna per il corsivo proprio contro la linea federale in corso negli Usa. Sheila Lowe - scrittrice, grafologa e portavoce della Campagna per il corsivo - ha rilasciato un'intervista a Il Giorno sulla tragica questione: "La direttiva federale è stata adottata da molti stati. Alcuni, consapevoli del "danno" stanno indietreggiando e noi stiamo cercando di incoraggiarli a non smettere di insegnare il corsivo". "La scuola l'ha rifiutato perché a sua volta anche gli insegnanti hanno difficoltà con la scrittura e così si rifiutano di insegnarlo" - dice la portavoce - "Gli insegnanti non conoscono i rischi. Negli ultimi anni c'è stato un enorme aumento dei disturbi di apprendimento nei bambini". Alla domanda se esistono prove scientifiche di quanto si sta dicendo, la scrittrice menziona gli studi diVirginia Berninger e Karin James: hanno dimostrato che il cervello si "illumina" in più aree quando si scrive in corsivo, al contrario di quando si scrive con la tastiera. Sheila non esclude lo zampino dell'industria informatica, rispetto alla questione: "Mi risulta che Bill Gates abbia fatta pressione sul sistema educativo per spingerlo a utilizzare maggiormente il computer". La questione è tenere - per la portavoce - un posto per la scrittura a mano e un posto per i dispositivi elettronici".

«La scuola digitale? Un disastro» In Francia monta il fronte del no

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Stefano Montefiori

DATA: 8 settembre 2016

Un pamphlet contro il piano digitale del governo Hollande mette in guardia sui rischi dell’«utopia tecnologico-pedagogica»: non migliora le competenze e accentua le differenze sociali. E’ quanto sosteneva già il focus Ocse-Pisa del 2015

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PARIGI La fiducia nelle nuove tecnologie, irrinunciabile orizzonte di progresso, accompagna gli europei e i loro governi da molti anni, dalle famose tre «i» di Berlusconi - Inglese, Impresa, Informatica, era il 2001 - al più concreto «Piano per il digitale nelle scuole» varato dal presidente francese François Hollande nel 2014. Gli obiettivi fondamentali dell’iniziativa francese sono collegare le scuole alla banda larga, formare gli insegnanti, incoraggiare gli editori di libri scolastici a pubblicarne una versione digitale e equipaggiare 3,3 milioni di allievi con un tablet. Ma nei giorni del rientro nelle classi, fa discutere un libro che contesta la moda digitale e sottolinea i vantaggi dell’apprendimento tradizionale.

Per una scuola senza schermi

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L’insegnante di storia Karine Mauvilly e l’ingegnere Philippe Bihouix hanno scritto «Le Désastre de l’école numérique. Plaidoyer pour une école sans écrans» (Seuil) in cui descrivono il «disastro» della scuola digitale e auspicano il ritorno a classi «senza schermi». I due autori fanno proprie alcune delle critiche rivolte sempre più spesso alle tecnologie digitali in generale: rendono difficile la concentrazione, diminuiscono la capacità di riflessione e di calcolo, non stimolano la creatività. L’opposto di certe pubblicità che associano computer, smartphone o tablet a un trionfo di idee e colori che ci dovrebbero rendere tutti musicisti, pittori, scienziati. Secondo gli autori, la svolta digitale è innanzitutto una scorciatoia per mascherare il fallimento di decenni di riforme scolastiche, che non sono riuscite a rendere la scuola francese più egalitaria. Un tempo vanto della società francese, la «scuola repubblicana» è accusata di non essere più in grado di favorire l’ascensore sociale, ma anzi di essere una delle cause del suo blocco.

Le disparità

Il problema della diseguaglianza è affrontato anche dall’economista Thomas Piketty, che in un intervento su Le Monde sottolinea come nella capitale, Parigi, gli istituti seguano perfettamente e rigidamente la geografia economica della città, con gli allievi più ricchi che si concentrano nelle scuole dei quartieri più fortunati e quelli con meno mezzi a disposizione radunati negli altri istituti, senza la possibilità di venire in contatto. Mauvilly e Bihoux sostengono che le nuove tecnologie e in particolare i tablet tradiscono la promessa originaria di livellamento verso l’alto di tutta la società, e al contrario tendono a perpetuare le differenze di classe. «Il tasso di equipaggiamento dei gadget elettronici è superiore presso i figli cresciuti in famiglia meno fortunate - dice Philippe Bihouix a Libération -. Usano gli smartphone prima, spesso hanno il computer e la tv in camera, mentre nelle famiglie più ricche i genitori limitano l’uso degli schermi e ritardano l’arrivo del telefono cellulare (…). Lottare veramente contro le disuguaglianza non è fornire a tutti dei tablet ma offrire ai bambini dei corsi di violino, di teatro».

L’apprendimento

Soprattutto, gli autori del libro sostengono che nessuna ricerca dimostra quel che molti trovano intuitivo, e cioè che usare i mezzi più moderni favorisca l’apprendimento. Il rapporto Pisa 2015, redatto dall’Ocse che ha un’impostazione di solito piuttosto favorevole alla sfera digitale, indica invece che più si è esposti agli schermi meno si comprendono i testi scritti. Karine Mauvilly e Philippe Bihoux si inseriscono in una corrente di pensiero sempre più frequentata negli ultimi tempi, che mette in discussione l’utilità e la convenienza degli strumenti digitali nelle nostre vite.

 

 

 

Leggere ad alta voce in classe:buona pedagogia

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Emanuele Trevi

DATA: 2 ottobre 2015

Leggere in classe ad alta voce è buona pedagogia.

 

Scrittori affronteranno il più imprevedibile dei pubblici: una classe scolastica. Una volta l’insegnante otteneva il silenzio degli allievi con «Il barone rampante» di Calvino

calvino

Promuovere un generico amore per «i libri» o per «la lettura» non è mai stata un’idea pedagogica buona, tantomeno efficace. Sono convinto che tra leggere un brutto libro e non leggere affatto la seconda opzione rimanga la migliore, in tutte le età della vita. Proprio per questo motivo, è da lodare chi ha inventato un’iniziativa come «Libriamoci», basata su quell’infallibile prova del nove del valore di un singolo libro che è la lettura ad alta voce. Dal 26 al 31 ottobre, gli scrittori e gli artisti coinvolti affronteranno il più difficile e imprevedibile dei pubblici: una classe scolastica. Non sarà affatto necessario, per loro, cercare di essere «bravi» come in un teatro. Semmai, risvegliando i fantasmi che sonnecchiano nel libro che hanno scelto, avranno la possibilità di creare una suggestione, un contagio. La voce umana, come dice un personaggio di Thomas Pynchon, è un «miracolo». Personalmente, devo a qualcosa di molto simile nientemeno che la scoperta del potere dell’immaginazione letteraria.

Quando ero in prima media, all’inizio degli anni Settanta, erano i singoli insegnanti a inventarsi, per così dire, il loro «Libriamoci» quotidiano. I professori di oggi fanno fatica anche solo a immaginare cosa voleva dire governare delle classi che potevano arrivare a quaranta ragazzini, conseguenza diretta del più grande boom demografico della storia d’Italia. Credo che la cosa più bella della scuola di quell’epoca fosse l’assenza di quel gergo pseudo-scientifico che in seguito ha ammorbato i programmi e le strategie della Pubblica Istruzione. I professori non ragionavano in termini di «competenze linguistiche», per fare un esempio tra mille, perché i sani imperativi del leggere, scrivere e far di conto non avevano bisogno di parafrasi velleitarie e altisonanti scopiazzate dai manuali di linguistica.

E’ in questa cornice di beato empirismo che colloco il sortilegio della nostra professoressa di italiano. Questa donna intelligente (faceva Toro di cognome, come un famoso liquore alle erbe), quando voleva ottenere una classe totalmente assorta e silenziosa, tirava fuori dalla borsa un libro, e cominciava a leggerlo dal punto in cui era interrotta la volta precedente. E Il barone rampante funzionava, accidenti se funzionava. Ho detto che era una donna intelligente: mai si sarebbe sognata di usare quel capolavoro come pretesto di assurdi esercizi semiologici e narratologici, che hanno il solo scopo di trasformare a vita un adolescente in un nemico giurato dei libri e delle librerie. Probabilmente, non perdeva nemmeno tempo a ripeterci ogni volta il nome di Italo Calvino. Cosa ce ne poteva importare, dell’autore delle avventure di Cosimo Piovasco di Rondò, che un bel giorno decise di andare a vivere sugli alberi e non mise mai più i piedi sulla terra? L’essenziale era ben altro. Bastava una frase, e la magia ricominciava. Entravamo tutti insieme in un mondo poetico. Un mondo, vale a dire, dove si realizza una coincidenza perfetta della libertà e del destino, o se si preferisce del mondo e della capacità di ognuno di immaginarlo.

L’impressione prodotta di quell’avventura mentale è stata così indelebile che ho ancora davanti agli occhi il colore rosso del libro (doveva trattarsi di un vecchio «Struzzo» Einaudi senza la sovraccoperta). Sono passati quarant’anni, ma non credo di esagerare affermando che tutto, per me, è iniziato da lì. Ricordo addirittura che alcune pagine la professoressa Toro non ce le volle leggere. Perché a un certo punto della sua vita, come si sa, Cosimo fa anche l’amore, senza per questo abbandonare i suoi alberi. «Lo leggerete da grandi», ci spiegò la professoressa. E forse fu questo il suo trucco più sublime, una maniera di suggerirci una felicità ulteriore, che sarebbe durata ben oltre il suono della campanella dell’una e trenta. Solo i metodi semplici hanno valore ed efficacia in queste delicate imprese educative. Davvero basta un bel libro e la voglia di leggerlo ad alta voce: il resto è ipocrisia e provincialismo.

Steve Jobs non voleva che i figli usassero i suoi iPhone e iPad: ecco perché

FONTE: Il Messaggero

AUTORE: 

DATA: 26 febbraio 2016

Steve Jobs ha cambiato il mondo con la sua tecnologia e costruito un impero, ma non voleva che i suoi figli usassero iPod, iPad e iPhone.

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Nella sua casa non amava circondare la sua famiglia di strumenti tecnologici e sottolineava come i figli fossero lontani dal comprendere il funzionamento e le caratteristiche dei dispositivi lanciati di volta in volta sul mercato. "Non li conoscono. Dobbiamo limitare l'uso della tecnologia dentro casa da parte dei nostri bambini", diceva in un intervista al New York Times del 2010 l'amministratore delegato e fondatore di Apple dopo il lancio del primo iPad. 

Un approccio protettivo che lo accomunava ad altri guru della tecnologia. Chris Anderson, ex direttore del magazine Wired e coofondatore di Robotica 3D, ha dichiarato: "Conosco i pericoli della tecnologia, li ho vissuti sulla mia pelle e non voglio che accada lo stesso ai miei figli".
Lo stesso per Evan Williams, fondatore di Twitter, e sua moglie Sara Williams che hanno circondato i figli di libri e non di tecnologia. Tutto dipende dall'età: è necessario che non siano dipendenti e che un po' più grandi conoscano dei limiti nel loro utilizzo. 

La riforma della scuola è avere buoni professori

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: prof. Nuccio Ordine

DATA: 2 settembre 2017

Serve un sistema di reclutamento che possa garantire un percorso chiaro e sicuro: ogni anno, a prescindere dal colore dei governi, un concorso nazionale (come si fa in molti Paesi)

Ora che le scuole riaprono dopo la pausa estiva, per capire la vera essenza dell’insegnamento bisognerebbe rileggere con attenzione la commovente lettera che Albert Camus – poche settimane dopo la vittoria del Nobel (19 novembre 1957) – scrisse al suo maestro di Algeri, Louis Germain: «Caro signor Germain, ho aspettato che si spegnesse il baccano che mi ha circondato in tutti questi giorni, prima di venire a parlarle con tutto il cuore. Mi hanno fatto un onore davvero troppo grande che non ho né cercato, né sollecitato. Ma quando mi è giunta la notizia, il mio primo pensiero, dopo che per mia madre, è stato per lei. Senza di lei, senza quella mano affettuosa che lei tese a quel bambino povero che ero, senza il suo insegnamento e il suo esempio, non ci sarebbe stato nulla di tutto questo».

Adesso che i riflettori rimarranno accesi ancora per qualche giorno sull’inizio del nuovo anno scolastico, sarebbe importante concentrare il dibattito su due figure essenziali: gli studenti e i professori. Eppure – dopo i numerosi «terremoti» che hanno scosso le fondamenta del nostro sistema educativo – sembra che la relazione maestro-allievo non occupi più quella centralità che dovrebbe avere. Ai professori, infatti, non si chiede di studiare e di preparare lezioni. Si chiede, al contrario, di svolgere funzioni burocratiche che finiscono per assorbire gran parte del loro tempo e del loro entusiasmo. Le ore dedicate a riempire carte su carte potrebbero essere invece investite per leggere classici, per approfondire le proprie conoscenze e per cercare di insegnare con passione.

Dopo decenni di devastanti tagli all’istruzione, l’unico importante investimento economico (un miliardo di euro) degli ultimi anni è stato destinato alla cosiddetta «scuola digitale», con l’illusione che le nuove tecnologie possano garantire un salto di qualità. Ma ne siamo veramente sicuri, in un momento in cui mancano le risorse destinate a riqualificare la qualità dell’insegnamento? A cosa serve un computer senza un buon docente? Il caos di ogni inizio anno e le incertezze del reclutamento dei professori stanno sotto gli occhi di tutti. La «buona scuola» non la fanno né le lavagne connesse, né i tablet su ogni banco, né un’organizzazione manageriale degli istituti e ancor meno leggi che rendano l’istruzione ancella del mercato: la «buona scuola» la fanno solo e soltanto i buoni professori. Basterebbe leggere le dichiarazioni del Presidente Macron per capire l’orientamento della Francia: non più di 12 alunni per classe nelle aree considerate a rischio «economicamente» e «socialmente», proprio per dare, attraverso uno straordinario potenziamento dei docenti, più centralità al rapporto diretto con gli studenti.

Dai professori bisognerebbe partire. Che fare? Come formarli? Come selezionarli? La nostra scuola non ha bisogno di ulteriori riforme. Non ha bisogno dell’alternanza scuola-lavoro così come viene applicata (le ore non sarebbe meglio investirle in conoscenze di base?). Non ha bisogno di commissioni che studiano la riammissione degli smartphone in classe (perché, al contrario, non aiutare gli studenti, che li usano tutto il giorno, a «disintossicarsi» e a vincere la «dipendenza»?) o che propongono la riduzione di un anno della scuola secondaria (la fretta non aiuta a formare alunni migliori: la frutta maturata con ritmi veloci non ha lo stesso sapore di quella che cresce sull’albero). La peggiore delle riforme con buoni professori darà buoni risultati. E, al contrario, la migliore delle riforme con pessimi professori darà pessimi risultati. C’è bisogno di un sistema di reclutamento che possa garantire un percorso chiaro e sicuro: ogni anno, a prescindere dal colore dei governi, un concorso nazionale (come si fa in molti Paesi). E non l’alea dei concorsoni decennali e dei percorsi improvvisati che hanno prodotto infinite tipologie di precari: una matassa talmente ingarbugliata che nessun miracoloso algoritmo arriverà a sbrogliare.

Decine e decine di migliaia di precari (con ormai un’età media veramente preoccupante) potranno entrare in classe con entusiasmo? Potranno insegnare con passione? Selezionare i buoni professori (eliminando completamente il precariato) e ridare dignità al lavoro di insegnante (anche sul piano economico, visto che gli stipendi italiani sono molto bassi rispetto alla media europea) è ormai una necessità. Solo così potremo riportare la scuola alla sua vera essenza, alla centralità del rapporto docente-allievo.

In alcune scuole del nord e del sud, ogni giorno, questo miracolo già accade. Riposa sulle spalle di singoli insegnanti appassionati che dedicano, controcorrente, la loro vita agli studenti. Che cercano di far capire ai ragazzi che a scuola ci si iscrive soprattutto per diventare migliori e che la letteratura e le scienze non si studiano per prendere un voto, o per esercitare solo una professione, ma perché ci aiutano a vivere. Per fortuna, nonostante leggi e circolari assurde, non mancano fino ad oggi allievi che hanno visto cambiare la loro vita grazie all’incontro con un professore. Proprio come il maestro Germain, in Algeria, era riuscito a cambiare il destino di uno scolaro, orfano di padre e molto povero, come Albert Camus. Ma, se non si frena il declino, per quanti anni ancora la scuola potrà contare su quei docenti (ormai sempre più rari) in grado di compiere miracoli?

«Ho lasciato la chat dei genitori E sono tornato un uomo felice»

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Lorenzo Salvia

DATA: 28 gennaio 2017

Essere connessi in tempo reale con gli altri papà e le altre mamme trasforma ogni piccolo episodio in un caso. E scatena un’ansia da prestazione che ci fa sentire tutti inadeguati. Uscite dal gruppo: la vostra vita migliorerà. Per le cose serie basta la mail

Non è per le faccine di risposta a ogni messaggio. Non è per quelli che la usano per chiacchierare con una persona sola: «Per la mamma di Valeria, allora ti aspetto all’uscita :-)», «Ok, grz :-):-)». Non è nemmeno per quelli che chiedono i compiti, poi l’aiutino per i compiti, poi ancora il confronto dei compiti, alla fine la soluzione dei compiti. Ho lasciato la chat su WhatsApp dei genitori della scuola di mio figlio. E sono tornato un uomo felice. Ma non l’ho fatto per gli effetti collaterali, che pure sono fastidiosi. L’ho fatto perché la chat, in sé, è gravemente dannosa per la salute. Peggio delle sigarette.

 

Nuoce alla salute (anche con i genitori migliori)

Tutto dipende da come viene usata, dicono. Falso, la chat fa male a prescindere. Essere connessi H 24 e in tempo reale con gli altri genitori genera un incubatore di ansia da prestazione che rovinerebbe la mamma o il papà più zen del mondo. Anche se tutti i genitori sono, come nel caso della scuola elementare di mio figlio, persone per bene, intelligenti e pure simpatiche. La chat nuoce gravemente alla salute per due motivi.

 

Amplifica le piccole cose

Il primo è che trasforma ogni refolo di vento in una tempesta. Un esempio? A scuola fa freddo dopo le festa di Natale. Uno solleva il caso, un altro minimizza. Un altro ancora attacca la maestra, poi c’è quello che la difende, quello che se la prende con la preside. Dopo un po’ arriva quello che ricorda i tempi della nonna, quello che tira in ballo il sindaco, quella che difende il sindaco. Alla fine non si risolve nulla. Anche senza la chat non si risolve nulla. Ma almeno non c’è quella sfilza di squilli e vibrazioni che ti fa dimenticare l’unica cosa davvero importante da fare: chiedere a tuo figlio (non alla chat) se a scuola fa freddo. E in caso mettergli una maglia più pesante.

 

L’ansia da prestazione del genitore perfetto

Il secondo motivo per cui la chat fa male è quella che gli esperti chiamano vetrinizzazione della identità. Cosa vuol dire? Spesso chi interviene non lo fa per dare il suo contributo alla soluzione di un problema, ma per essere sicuro di dare l’immagine giusta di sé. Una gara senza vincitori dove tutti siamo perdenti: ognuno vuole sembrare presente e premuroso, quando parla della merenda bio, della festa della domenica o del pomeriggio con gli amichetti. Alla fine, davanti a tanta premura, tutti finiamo per sentirci inadeguati. A parte la super mamma perfetta che c’è in ogni classe ma che, tranquilli, di solito fa solo finta.

 

Meglio la mail, che usiamo con più attenzione

Il risultato finale è che sulla chat passa quello che non serve. E non passa quello che serve. L’altro giorno, quando c’è stato il terremoto e la scuola è stata evacuata, noi genitori siamo stati avvertiti via mail. Nessuna risposta tanto per rispondere, solo la comunicazione di quella santa donna della nostra efficientissima rappresentante di classe. Alla fine, sulla mail, l’ansia da prestazione scatta più difficilmente. E le piccole cose tendono a rimanere quello che sono, piccole cose. Io sono fuori dal tunnel, di nuovo felice. Urge un intervento che salvi gli altri genitori: un divieto generale per decreto con tanti saluti a quel che resta dello Stato liberale.

P.s. Cari colleghi genitori. Ci si vede domani al bar per il caffè post campanella. Ci facciamo una bella chiacchierata. Ripeto: chiacchierata, non chat.

Sei buone abitudini per prevenire i malanni invernali nei bambini

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: 

DATA: 31 gennaio 2016

Dai lavaggi nasali frequenti alla temperatura in casa non troppo alta: ecco alcuni consigli (in sei schede) contro raffreddore, tosse, mal di gola e otite. I disturbi delle vie respiratorie superiori, molto comuni nei bambini, hanno spesso origine virale e non vanno trattati con farmaci, perché si risolvono spontaneamente nel giro di pochi giorni.

Le schede sono consultabili cliccando sul link

 

Microsoft: la penna batte la tastiera, se scrivi a mano impari di più

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Antonella De Gregorio

DATA: 12 settembre 2016

I risultati di una ricerca neuropsicologica: l’utilizzo della penna (anche digitale) per prendere appunti, stimola le capacità cerebrali e l’apprendimento più della tastiera.

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Scrivere a mano aiuta a imparare. Più che «smanettare» su una tastiera. Lo dice una ricerca di Microsoft Italia, che ha condotto uno studio neuro-scientifico con il supporto di ricercatori della Norwegian University of Science and Technology di Trondheim.

Penna o tastiera

Ispirandosi a studi precedenti da cui risulta che prendere appunti scrivendo a mano comporta una maggiore elaborazione e selezione delle informazioni, gli esperti - Audrey van der Meer e Ruud van der Weel - hanno coinvolto un gruppo di studenti in un progetto di ricerca di due mesi, con l’obiettivo di individuare eventuali differenze nell’attività cerebrale dovute all’uso di una tastiera rispetto alla presa di appunti con la penna (anche elettronica) e le implicazioni sulla capacità di apprendimento del soggetto. Venti studenti hanno partecipato a compiti di digitazione, scrittura e di disegno, e hanno completato i lavori utilizzando i dispositivi «Microsoft Surface Pro 4» - che prevedono l'utilizzo sia della tastiera che della penna digitale - e indossando degli speciali copricapi muniti di circa 250 sensori per il rilevamento dei segnali cerebrali avanzati, per sondare le zone del cervello attivate nel corso dei compiti.

Cervello più attivo

Lo studio ha confermato che quando i soggetti utilizzavano la penna digitale si «accendevano» più parti del cervello rispetto a quando utilizzavano la tastiera. Inoltre, secondo la ricerca l’utilizzo della penna attiva aree del cervello più profonde, e questo ha effetti positivi sulla memoria e sull’apprendimento.

«La penna non deve sparire»

In un’epoca in cui sempre più studenti utilizzano ormai solamente il portatile con la tastiera per prendere appunti, gli studiosi ora consigliano di reintrodurre la presa di appunti a mano nelle scuole di tutto il mondo: «Prendere appunti a mano rende il cervello molto più efficace nell’elaborare l’apprendimento - ha dichiarato Audrey van der Meer, docente di neuropsicologia presso il Dipartimento di Psicologia della NTNU -. Spero sinceramente che questa ricerca contribuisca a riportare nelle classi l’uso della penna durante le lezioni». «Le implicazioni di questo studio sono fondamentali per gli educatori e per chi lavora nel campo dell’istruzione - ha dichiarato Alexa Joyes, Direttore di Policy, Teaching & Learning, Worldwide Education Microsoft -. Ci sarà perdonato l’errore commesso qualche anno fa, quando si pensava che la penna potesse scomparire dal nostro mondo ossessionato dalla tastiera: in realtà, è evidente che si tratta di uno strumento tuttora indispensabile, così come lo è stato per molte generazioni prima di noi».

Un bravo prof di matematica insegna a risolvere i problemi. E a sbagliare.

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Nicola Di Turi

DATA: 12 settembre 2015

CONVEGNO A SIENA
Un bravo prof di matematica insegna a risolvere i problemi. E a sbagliare
Rosetta Zan (Università di Pisa): «La matematica è una palestra che rende i ragazzi più forti. L’errore non è un fallimento ma il percorso necessario per arrivare alla soluzione»
di Nicola Di Turi

matematica
Siena - «Dovremmo osare di più e avere fiducia nell’intelligenza dei ragazzi. Invece continuiamo a banalizzare e a risparmiargli problemi. Ma è proprio questo che li porterà ad andare in crisi nella vita». La ricetta della professoressa Rosetta Zan non prevede alternative. Così come viene insegnata oggi, la matematica non lascia il segno. E invece dovrebbe rappresentare una sorta di palestra per la vita. Presidente della Commissione Italiana per l’Insegnamento della Matematica (CIIM) e docente di Matematica all’Università di Pisa, Rosetta Zan è intervenuta a Siena nella sei giorni di eventi organizzata dall’Unione Matematica Italiana (UMI) per il XX° Congresso dell’istituzione.
Conferenze e seminari scientifici sulle ultime frontiere della ricerca matematica, con oltre 500 scienziati e 12 conferenze generali ospitate dall’Università di Siena dal 7 al 12 settembre, a quattro anni dall’ultimo congresso dell’Unione Matematica Italiana. «Dal punto di vista didattico, a scuola si tende ad assegnare e a correggere esercizi tutti uguali, insegnando un percorso da seguire per non sbagliare. L’insegnante tende a evitare la complessità, invece la matematica è porsi problemi, argomentare, e mettere in atto processi di pensiero più importanti della soluzione finale», spiega al Corriere della Sera Rosetta Zan. Per invitare a pensare, spesso basterebbe solo riservare più spazio all’allievo e meno all’insegnante. Stimolare la discussione, anziché assegnare decine di esercizi. E scacciare anche la percezione dell’errore come fallimento.
Spiega il presidente Zan: «Nell’esercizio, l’errore è semplicemente l’indicatore di un fallimento, la prova di aver fatto qualcosa che non andava. Affrontando un problema più complesso, invece, si prova una situazione nuova, senza una procedura da seguire. Così l’errore è messo nel conto, e se da un lato è percepito come inevitabile, dall’altro si pensa già a come superarlo. Questo assegna responsabilità ai ragazzi e li prepara alle sfide della vita». Una differenza d’approccio, insomma, che dovrebbe coinvolgere anche l’insegnante. D’altra parte, «smettendo di considerare l’errore solo come un dramma da correggere, la sua interpretazione aiuterebbe l’insegnante a comprendere gli strumenti per intervenire», ragiona la professoressa Zan.
Al contrario, secondo la docente dell’Università di Pisa, gli insegnanti spesso tendono a risparmiare agli studenti la proposizione di problemi ritenuti complessi. Ma questo approccio non aiuta i ragazzi a formarsi. «Naturalmente è più semplice proporre esercizi ai ragazzi e insegnar loro dieci volte come si fa a risolverli. Ma in una società come questa, se i problemi vengono loro risparmiati, i ragazzi non sono attrezzati al fallimento, restano fragili e anziché interpretare un fallimento, vanno in crisi. La matematica e l’approccio per problemi hanno un valore formativo che va al di là della didattica», ragiona ancora il presidente della Commissione Italiana per l’Insegnamento della Matematica.
Ma evitare di problematizzare, puntando sulla reiterazione di fredde esercitazioni, non fa altro che accentuare anche il rapporto negativo con la matematica che molti conservano per tutta la vita. Responsabilità soprattutto dell’approccio prescrittivo, che restituisce un’immagine della matematica come di una scienza che prevede un prontuario di regole da applicare, per giungere alla soluzione finale senza incorrere in fastidiosi intoppi. «Il rapporto negativo di molti con la matematica nasce dall’idea che la materia sia un insieme di norme da seguire, senza uno spazio riservato alla creatività. Ma questa è solo una particolare visione della matematica, che naturalmente sta stretta a molti perché non incoraggia né lascia spazio alla persona», conferma Rosetta Zan.
Al contrario, secondo i risultati degli studi condotti dalla stessa Unione Matematica Italiana, gli insegnanti che provano a proporre situazioni più complesse ai ragazzi, riscontrano maggiore partecipazione soprattutto dagli allievi più passivi, scoprendo potenzialità inaspettate proprio da chi solitamente resta ai margini. «Se si dà loro un ruolo più centrale e ci si fida della capacità di muoversi da soli, tutta la classe diventa più reattiva e i ragazzi lavorano volentieri. Spesso l’insegnante pensa di aiutarli porgendo richieste banali e semplici, invece sono proprio queste ad annoiare e togliere spazio alla creatività personale. Il consiglio è di osare di più e avere fiducia nella loro intelligenza».
@nicoladituri