Il sonno perduto dei bimbi: dormono un’ora di meno

FONTE: la Repubblica.it

AUTORE: Elena Dusi

DATA: 15 febbraio 2012

In un secolo televisione e internet hanno tolto tempo al sonno. La notte dei bambini si è ristretta: 73 minuti in meno ogni notte. Così le ore di riposo tra 0 e 18 anni ridotte in media a 9 ore e 10 minuti, di più fra gli adolescenti.

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"LA FRETTA e la tensione della vita moderna sono alla base dell'insonnia" scriveva il British Medical journal. Era il 1894, luce artificiale e libri erano accusati di disturbare il riposo dei bambini. E il nostro rapporto col sonno stava imboccando una china ripida. Se già un secolo fa ci si lamentava per la mancanza di sonno, oggi le notti dei bambini si sono accorciate di altri 73 minuti.

Lo hanno calcolato tre ricercatrici dell'università dell'Australia del sud ad Adelaide, preoccupate per il restringersi di una coperta - quella del riposo notturno - che avanza sempre più. E che pur essendo imputato alla vita moderna, è un fenomeno iniziato in realtà più di un secolo fa.

Le studiose guidate da Lisa Matricciani hanno ripescato dagli archivi medici tutti gli studi relativi a sonno e bambini: ore consigliate, disturbi più diffusi, durata effettiva del riposo. Da 300 resoconti hanno estratto i contorni di un fenomeno che procede inesorabile: la colonizzazione del tempo notturno che un secolo fa era imputata ai libri, poi fu attribuita alla radio ed ora vede come accusati internet, telefonini e tv.

I 73 minuti citati dallo studio pubblicato su Pediatrics sintetizzano quanto si è accorciata la notte dei bambini e dei ragazzi fra 0 e 18 anni. Rappresentano il valore medio di tutte le età, anche se nella realtà il sonno consigliato dai medici varia fra le 16 ore delle prime settimane di vita alle 8-9 ore dei 18 anni. Messi tutti insieme, i ragazzi del 1897 dormivano poco più di 10 ore e 20 minuti a notte, mentre oggi il riposo complessivo si è ridotto a 9 ore e 10 minuti.

Se si guarda all'interno delle fasce d'età, si scopre però che a ridurre le ore di sonno sono soprattutto gli adolescenti (91 minuti in meno tra 16 e 18 anni). Fra le varie regioni del mondo, Europa continentale, Stati Uniti e Canada amano le ore piccole più di Australia, Gran Bretagna e Scandinavia, dove invece il tempo dedicato al riposo è aumentato rispetto a un secolo fa.

Dormire poco rende i bambini irritabili, gli impedisce di concentrarsi a scuola e imparare. Ha effetti deleteri sulla bravura negli sport e indebolisce il sistema immunitario. Recentemente si è scoperto che la mancanza di sonno innesca anche un gioco di ormoni responsabile di aumento dell'appetito e obesità. Ma quanto effettivamente sia necessario riposare è un dato che continua a sfuggire agli scienziati.

Se nel 1897 i medici raccomandavano che un bimbo di 2 anni dormisse 16 ore, oggi i consigli variano tra le 11 e le 13,5 ore. E mentre nel 1933 per un ragazzino di 5 anni 12 ore erano ritenute ottimali, oggi ci si accontenta di 11 ore. Mettendo insieme tutti i consigli del secolo, le ricercatrici dimostrano che oltre al sonno effettivo, anche quello raccomandato è diminuito di 71 minuti.

Lo scarto fra sonno reale e sonno ottimale resta dunque costante: circa 37 minuti di ammanco nella media di tutte le età. E alla fine le scienziate australiane scelgono di affidarsi a un consiglio basato sui ritmi della natura che poco riflette gli sforzi di un secolo di medicina: "Un bambino dovrebbe svegliarsi da solo al mattino. Se non lo fa, occorre mandarlo a letto prima".

Bimbi infelici, le scuole insegnino ai genitori come crescere i figli

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Caterina Belloni

DATA: 25 giugno 2016

In Gran Bretagna un bambino su 10 soffre di disturbi psicologici. L’appello del direttore della Facoltà di Salute Pubblica: «Troppi piccoli ansiosi, anoressici o obesi»

In Gran Bretagna un bambino su dieci soffre di problemi psicologici, dall’ansia all’anoressia o all’obesità. Ad annunciarlo è una ricerca condotta dalla Fph, la Faculty of Public Health, organismo di riferimento per la programmazione degli interventi di salute e benessere cui fanno riferimento oltre tremila professionisti del Regno Unito. Secondo il presidente di Fph John Ashton il problema è grave e per risolverlo occorre intervenire sulla famiglia. Perché i genitori svolgono un ruolo chiave nella prevenzione dei disturbi psicologici e mentali, anche se spesso non se ne rendono conto. Per questo Ashton ha proposto che nelle scuole vengano promosse lezioni per mamme e papà, in modo da prepararli a scoprire i sintomi del disagio e ad intervenire, soli o insieme a degli specialisti, per curare il problema.

A scuola di genitorialità

L’idea delle lezioni per i genitori è stata accolta positivamente dal corpo docente ed è allo studio del governo, anche perché trovare una soluzione ai problemi di carattere psicologico significherebbe risparmiare sulle spese sanitarie, voce sempre in affanno nel bilancio britannico. I problemi mentali e psicologici hanno un peso, anche in termini economici, pari a quello delle malattie fisiche e lasciano spesso segni peggiori. Secondo la ricerca del Fph molti studenti in difficoltà non ricevono abbastanza attenzione da istituzione scolastica e familiari. Come ha dichiarato pubblicamente il professor Ashton «negli ultimi 70 anni si è lavorato molto per far nascere e crescere bambini sani, ma non altrettanto si sta facendo sul fronte psicologico». Al punto che, quando lascia la scuola a sedici anni, il quindici per cento dei ragazzi ha problemi di ansia, stress, disordini alimentari. Insomma, va bene lavorare sul fronte della salute e della prevenzione in chiave fisica, ma non bisogna dimenticarsi che anche la mente deve essere sana.

 

Intervento a tutto tondomedia

Soprattutto i primi mille giorni del bambino hanno un’influenza sul suo benessere, ma spesso ai genitori mancano degli strumenti adeguati per capire come agire per il meglio. Quindi, spazio ai corsi a scuola ma non solo. Secondo il professor Ashton i network e i social media potrebbero diventare uno strumento di diffusione di buone pratiche per la salute dei figli, ma anche la rete di visite mediche promosse nelle scuole, con le infermiere che periodicamente vanno nei diversi istituti per incontrare i ragazzi. Infine la creazione di una linea telefonica di supporto, attiva 24 ore al giorno, sette giorni su sette, viene guardata come un elemento positivo, soprattutto nella fase complicata e delicata dell’adolescenza. Gli specialisti della Fph sono pronti a mettersi in gioco per questo intervento a 360 gradi in favore delle nuove generazioni, che punterà su programmi integrati, da promuovere nelle scuole, negli studi dei medici di famiglia, nei centri sociali di quartiere ma anche nei luoghi di lavoro. Se mamma e papà non possono lasciare l’ufficio per seguire le lezioni a scuola.

Il test del marshmallow e i nostri figli La ricetta del successo senza stress

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Orsola Riva

DATA: 2 settembre 2016

Psicologi e neuroscienziati americani concordano: il pressing eccessivo dei genitori può essere dannoso. Per andar bene a scuola e nella vita conta di più l’autocontrollo

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Come possiamo aiutare i nostri figli ad avere successo negli studi e nella vita senza stressarli eccessivamente? La risposta è: insegnando loro l’autocontrollo. E’ la ricetta del «test del marshmallow», un celeberrimo studio sul comportamento dei bambini in età prescolare condotto dall’università di Stanford usando come esca proprio quei dolcetti americani bianchi e spugnosi che sono la delizia dei più piccoli. Eseguito alla fine degli anni 60, è durato la bellezza di quattro decenni. L’esperimento originale consisteva nel mettere dei bambini in 4-6 anni, cioè in età pre scolare, di fronte alla scelta fra mangiare un marshmallow subito oppure aspettare un quarto d’ora e in cambio poterne mangiare due. Il campione testato in quel primo Anni dopo, quando ormai erano degli adolescenti, quelli che all’epoca avevano saputo resistere alla tentazione di mangiare subito il marshmallow potevano vantare dei risultati scolastici molto migliori degli altri. I partecipanti al test sono stati monitorati fin quasi ai nostri giorni sempre con gli stessi risultati. Conclusione: i bambini che dimostrano un maggiore self-control tendono ad avere più successo degli altri nella vita. L’autocontrollo non solo incide positivamente sullo sviluppo e la crescita ma è un indicatore di successo due volte più sicuro del quoziente di intelligenza, che pure gli americani tengono in grandissimo conto.

Meglio un marshmallow (anzi due) del coding

L’esperimento del marshmallow viene ora riproposto dalla rivista americanaThe Atlantic come antidoto al modello ultra prestazionale imperante ai nostri giorni e soprattutto al sovraccarico di stress per i nostri figli che ne consegue. Basta con i seminari sul coding!, dice l’autrice dell’articolo, la psicologa e «parent coach» Erica Reischer. Smettetela di pressarli nello studio e in ogni altra attività che fanno, organizzando perfino i loro spazi di gioco. Provate invece con un approccio indiretto che miri a sviluppare la loro capacità di autocontrollo. Come? Reischer, citando anche le conclusioni di alcuni neuroscienziati americani, fa diversi esempi: nei bambini più piccoli funziona particolarmente bene il cosiddetto gioco immaginativo, quello in cui fanno finta di essere principesse o draghi, il paziente o il dottore. Loro dettano le regole e decidono di rispettarle. Perché? Semplice: perché si divertono. Il divertimento, la gratificazione è la molla che li spinge ad autocontrollarsi. La pedagogia italiana, con Maria Montessori, ci era arrivata già agli inizi del Novecento.

Meno controlli, più autocontrollo

Per i ragazzi più grandi, Reischer consiglia di lasciarli liberi di coltivare i loro interessi, dalla musica ai fumetti, anche se a noi genitori possono sembrare laterali rispetto allo studio dell’algebra o della chimica. Non c’è infatti miglior modo di sviluppare l’autocontrollo che quando esso serve a raggiungere uno scopo che ci si è dati da soli. La capacità di governare gli impulsi così acquisita servirà loro anche quando dovranno mettersi a studiare matematica. In fondo, è quanto dimostra il test del marshmallow: quello che motiva i bambini a non mangiarlo subito non è la paura di essere puniti o il desiderio di essere lodati ma la prospettiva di poterne mangiare un secondo se riescono a trattenersi.

 

 

 

Perché soltanto noi italiani accompagniamo i bambini a scuola

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Antonio Pascale

DATA: 14 marzo 2013

Noi genitori italiani accompagniamo i nostri figli a scuola. Siamo in tanti, una moltitudine, rispetto agli altri Paesi. Lo conferma anche lo studio dell’Istc-Cnr promosso dal Policy Studies Institute di Londra — un’indagine che riguarda 15 Paesi del mondo, tra cui Italia e Germania. Ebbene, l’autonomia di spostamento dei bambini italiani nell’andare a scuola è passata dall’11% nel 2002 al 7% nel 2010.Per fornire un metro di paragone l’autonomia dei bimbi inglesi è al 41% e quella dei tedeschi al 40%.

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È uno dei pochi casi di studi superflui. Basta osservare le dinamiche del traffico in orario scolastico. Noi italiani causiamo ingorghi a croce uncinata e spesso posteggiamo le macchine in doppia fila perché non ci basta avvicinare i ragazzi alla scuola, no, desideriamo portarli per mano fino in classe. E non finisce qui.

Noi genitori italiani ci azzuffiamo nei consigli di classe con i professori se lo zaino dei nostri figli supera un certo peso. Non siamo rubricati tra i lettori forti di studi medici e scientifici ma siamo pronti a citare i risultati degli ultimi report che spiegano perché uno zaino troppo pesante potrebbe causare irreversibili danni psicofisici ai nostri figli.

Noi genitori italiani parcheggiamo in doppia fila, causiamo ingorghi — oltre a produrre smadonnamenti e urla di disperazione degli altri cittadini — e in questo bailamme, noi, con calma zen aspettiamo che escono da scuola i nostri pargoli e ci accolliamo il loro zaino, così che possano fare i cento metri che separano scuola da casa liberi da pesi ingombranti. Noi genitori italiani parliamo continuamente di cibo e vogliamo che i nostri figli assaggino solo quello sano, genuino e biologico, sempre a chilometro zero, però come ci piace cucinare per loro porzioni abbondanti, come se il cibo «sano» non contenesse calorie, e come poco ci piace, invece, costringerli a muoversi a piedi: no, poveri figli, piove, nevica, c’è l’uragano, copriamoli bene e accompagniamoli, in macchina che tra l’altro lo zaino è pesante.

Noi genitori italiani, naturalmente riconosciamo che sì, accompagnare i figli è motivo di stress per noi e per il traffico italiano, però riuniti inconciliaboli nei bar (macchina in doppia fila) dopo aver accompagnato i figli a scuola, discutiamo e stabiliamo che purtroppo, vista e considerata la situazione odierna, non c’è rimedio: i nostri figli a scuola a piedi no, proprio no. Ma naturalmente siamo lirici: ah, ai nostri tempi, allora sì che la città era sicura e si poteva andare a piedi, non come oggi.

Noi genitori eravamo forti e tosti, giocavamo nella terra, facevamo a botte (ancora oggi facciamo a gara: chi ha più punti per ferite da sassaiole), sfidavamo maniaci e altri loschi figuri e purtroppo, ora, i nostri figli tutto questo non possono farlo: la città è così trafficata si può finire sotto una macchina (vero, visto tutti i genitori che accompagnano i figli a scuola), dovunque zingari, strane figure, e lestofanti vari. Niente, ci tocca proteggerli, chiuderli in macchina. Purtroppo.

Poi a qualcuno di noi genitori a volte capita di finire in Germania, in Inghilterra, in Francia e di notare lunghe file di bambini e ragazzi che vanno a scuola, da soli, fin da piccoli, a piedi. Che sorpresa. Forse, pensiamo, in quelle città civili non esistono criminali per le strade e tutto è più ordinato e civile. Poi ci rendiamo conto che lì, sì, è tutto più civile, perché nei consigli di classe invece di pesare con bilance al quarzo lo zaino dei figli, si lotta anche e soprattutto per avere più bus in alcune fasce orarie, per ottenere percorsi protetti per bambini, o ci si organizza per il trasporto con mezzi comuni.

Anni fa, quando nacque mio figlio e spingevo di notte la culla per farlo addormentare, mi capitò di vedere in tv un’intervista a Colin Ward. Gli chiedevano del pensiero utopistico, se esisteva o non esisteva. Lui rispose sì, esiste, ma si occupa di tre cose, le città, come le costruiamo e per chi le costruiamo, i bambini e le automobili (come fare a prenderle il meno possibile). L’utopia dunque si sposava con buone pratiche quotidiane, e quest’ultime, purtroppo, dipendono da noi e non da generici altri: tocca muoverci, quindi. A piedi, si intende.

Intelligenza emotiva

AUTORE: Pietro Bordo

DATA: 1 settembre 1998, ma attualissimo

 

 

Probabilmente sarà capitato anche ad ognuno di voi di trovarvi in situazioni emotivamente forti e di esservi detti: "Non riesco a pensare". Ed immagino che in molte altre situazioni di leggera alterazione emotiva vi sarà capitato di aver avuto difficoltà a concentrarvi, o ad essere totalmente razionali; per, magari, poi pentirvi… di esservi lasciati andare, con tutte le conseguenze negative che avreste volentieri evitate.

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Sono esperienze comuni a tutti gli uomini e negli ultimi trent'anni alcune università degli USA ne hanno fatto oggetto di studi scientifici seri ed approfonditi. E questi studi hanno dimostrato come l'incapacità di riconoscere e controllare le alterazioni emotive sia un fattore negativo determinante nella vita delle persone. Ciò riguarda soprattutto i bambini, sia nel momento dello studio che in quelli del gioco e delle altre relazioni sociali e famigliari.

Le emozioni hanno un ruolo importante ai fini della razionalità.

Nel complesso rapporto fra sentimento e pensiero, la facoltà emozionale guida le nostre decisioni momento per momento, in stretta collaborazione con la mente razionale, consentendo il pensiero logico o rendendolo impossibile. Allo stesso modo, il cervello razionale ha un ruolo dominante sulle nostre emozioni, con la sola eccezione di quei momenti in cui le emozioni eludono il controllo e prendono, per così dire, il sopravvento, di prepotenza.

In un certo senso, abbiamo due cervelli, due menti; e due diversi tipi di intelligenza: quella razionale e quella emotiva. Il nostro modo di comportarci nella vita è determinato da entrambe: non dipende solo dal quoziente di intelligenza, ma anche dall'intelligenza emotiva, in assenza della quale l'intelletto non può funzionare al meglio.

Ecco perché ho studiato molto per realizzare un programma che insegni ai bambini quella che sopra ho chiamato intelligenza emotiva, un termine che include l'autocontrollo, l'entusiasmo e la perseveranza, nonché la capacità di automotivarsi. Così essi saranno messi nella condizione per far fruttare qualunque talento intellettuale la genetica abbia dato loro.

Ci sono prove crescenti del fatto che nella vita atteggiamenti fondamentalmente morali derivino anche dalle capacità emozionali elementari. Chi è alla mercé dell'impulso, chi manca di autocontrollo, è affetto da una carenza morale: la capacità di controllare gli impulsi è alla base della volontà e del carattere. Per lo stesso motivo l'altruismo non può prescindere dall'empatia, ossia dalla capacità di leggere le emozioni negli altri. Senza la percezione delle esigenze o della disperazione altrui non può esserci preoccupazione per loro.

Attualmente l'educazione emozionale è lasciata al caso, con risultati spesso disastrosi. Mentre, come ho già detto, l'emozione può rivelarsi un motore potente, capace di dare maggiore efficacia ai nostri sforzi, ad esempio nel trovare la motivazione per insistere e provare -provare ancora- nonostante gli insuccessi o nonostante la cosa non sia gradevole.

Oggi tanti bambini -ed adulti- sono affetti da dissemia, l'incapacità di comprendere i messaggi non verbali, senza che essa venga diagnosticata e quindi curata. E questo li danneggia molto, poiché raramente le emozioni dell'individuo vengono verbalizzate; molto più spesso esse sono espresse attraverso altri segni. La chiave per comprendere i sentimenti altrui sta nella capacità di leggere i messaggi che viaggiano su canali di comunicazione non verbale: il tono di voce, i gesti, l'espressione del volto e simili. Naturalmente con la dissemia non può esservi l'empatia. E questo, è dimostrato, danneggia il rendimento scolastico e le relazioni sociali.

L'empatia si sviluppa sin dai primi giorni di vita di un bambino e dipende soprattutto dal modo in cui i genitori riprendono i figli e dalla "sintonia" fra di loro (bambino-genitori). E una situazione negativa in tal senso si può riparare, a casa ed a scuola.

In aula, se l'insegnante sa stabilire un rapporto di sincronia fra lui e l'alunno, che poi vuol dire una coordinazione degli stati d'animo, versione adulta della importantissima sintonizzazione della madre con il neonato, può migliorare di molto i risultati del suo lavoro. Pertanto noi insegnanti non possiamo più disinteressarci dell'analfabetismo emozionale.

Quante crisi adolescenziali sono determinate anche dall'incapacità di individuare i sentimenti dolorosi e di controllarli, senza cadere nei disturbi alimentari (anoressia e bulimia). Quanti matrimoni vanno a rotoli anche per mancanza di intelligenza emotiva. Ad esempio per la mancanza della capacità di tenere a freno i propri sentimenti negativi o di saper ascoltare l'altro; oltre, soprattutto, opinione personale, alla scarsa percezione della sacralità della relazione e quindi alla mancanza di vero amore e di rispetto. Quante relazioni interpersonali non si sviluppano adeguatamente, o si interrompono bruscamente, o non si realizzano affatto, per analfabetismo emozionale.

Già in passato, senza un progetto organico razionale e conoscenze specifiche approfondite sull'argomento, ho realizzato attività che, me ne rendo conto ora, aiutano lo sviluppo dell'intelligenza emotiva. Ad esempio, il "gioco delle offese", durante il quale un alunno alla volta si mette in piedi davanti ai compagni per mostrare la sua capacità di autocontrollo davanti agli insulti che a turno i compagni gli proferiscono. Oppure l'invitare i due bambini che hanno appena litigato a dire davanti a tutti i compagni se in quel momento provano sensazioni di felicità; e a valutare se hanno agito correttamente per prevenire la lite, che ha portato loro tante spiacevoli conseguenze.

Ma non bastano queste iniziative: serve un corso organico, razionale e ben preparato, da svolgere in ambito scolastico, durante le normali ore di lezione. E del quale sarà parte integrante il ricordare ai genitori che debbono curare la loro intelligenza emotiva, se vogliono dare ai propri figli sin dalla nascita una eccezionale gamma di benefici e vantaggi che interessa tutto lo spettro dell'intelligenza emotiva e si spinge ad interessare tutte le componenti della vita.

Lo ripeto: dati sempre più numerosi dimostrano che il successo scolastico e la successiva vita da adulto dipendono in misura sorprendente dalle caratteristiche emotive formatesi negli anni precedenti all'ingresso del bambino nella scuola e che si può rimediare ad eventuali problemi affrontandoli razionalmente, sia a casa che a scuola, con le competenze necessarie.

Lezioni di intelligenza emotiva si svolgono da parecchi anni in scuole degli USA. Ed esse si fondono con materie quali letteratura, scrittura, scienze, studi sociali, religione. I programmi di arte ed immagine della scuola elementare italiana prevedono esplicitamente lo sviluppo di alcune capacità che costituiscono parte, seppur piccola, del bagaglio di competenze emotive indispensabili per ogni essere umano.

Per risultare più efficaci gli insegnamenti emozionali devono essere legati allo sviluppo del bambino e vanno ripetuti in diverse età in modi adatti alle mutevoli capacità di comprensione del ragazzo e alle nuove sfide che deve affrontare, anche perché allora il cervello li accoglie come percorsi consolidati, come abitudini neurali a cui ricorrere in momenti di costrizione, di frustrazione e di sofferenza.

Il programma funziona al meglio, come già accennato, quando le lezioni a scuola sono coordinate con quello che avviene a casa.

Il programma di alfabetizzazione emozionale dovrebbe comprendere quindi anche corsi speciali per i genitori, per insegnare loro ciò che i figli stanno imparando a scuola. E lo scopo non è soltanto quello di consentire ai papà ed alle mamme di integrare ciò che viene impartito ai ragazzi in aula, ma anche quello di aiutare coloro i quali sentono il bisogno di rapportarsi in maniera più efficace con la vita emotiva dei figli. In tal modo i ragazzi ricevono messaggi coerenti di competenza emozionale in ogni ambito della loro vita.

Queste linee parallele di rafforzamento delle lezioni emozionali -non solo in classe, ma anche sul campo di gioco; non solo a scuola, ma anche a casa- danno risultati ottimali. Si aumenta la probabilità che ciò che i ragazzi imparano nei corsi di alfabetizzazione emozionale non rimanga una semplice esperienza scolastica, ma venga messo alla prova, praticato e affinato nelle sfide reali della vita. E tutto ciò è ormai dimostrato.

Quelli che seguono sono gli obiettivi principali del curriculum della "scienza del sé", il programma per lo sviluppo dell'intelligenza emotiva. Dei tredici obiettivi fondamentali qui ne ho sviluppati, ed in parte, soltanto due.

1-Essere autoconsapevoli: osservare se stessi e riconoscere i propri sentimenti; costruire un vocabolario per i sentimenti; conoscere il rapporto tra pensieri, sentimenti e reazioni (migliorare quindi la capacità di comprendere le cause dei sentimenti e di riconoscere la differenza fra sentimenti ed azioni).

2-Decidere  personalmente: ...

3-Controllare i sentimenti: ...

4-Controllare lo stress: ...

5-Essere empatici: ...

6-Comunicare: ...

7-Essere aperti: ...

8-Essere perspicaci: identificare modelli tipici nella propria vita emotiva e nelle proprie reazioni, valutarli e imparare a migliorarli; riconoscere modelli simili negli altri e valutare quindi conseguentemente i loro comportamenti; migliorare la capacità di assumere il loro punto di vista; migliorare l'empatia e la sensibilità verso i sentimenti degli altri; migliorare la capacità di ascoltarli; aiutarli a migliorarsi, con tatto e delicatezza.

9-Autoaccettarsi: ...

10-Essere personalmente responsabili: ...

11-Essere sicuri di sé: ...

12-Saper entrare nella dinamica di gruppo: ...

13-Saper risolvere i conflitti: ...­

C'è una parola tradizionale per designare quell'insieme di abilità che sono rappresentate dall'intelligenza emotiva: il carattere.

Il carattere, scrive Amitrai Etzioni, teorico sociale della George Washington University, è il "muscolo psicologico richiesto dalla condotta morale". Possiamo sicuramente dire che l'educazione morale diventa molto efficace quando le lezioni vengono impartite non astrattamente, ma in presenza di accadimenti reali: è questo il modo dell'alfabetizzazione emozionale. E l'intelligenza emotiva rafforza il carattere.

La base del carattere è la disciplina; la vita virtuosa si basa sull'autocontrollo, come i filosofi, a partire da Aristotele, hanno sempre osservato. E l'intelligenza emotiva rafforza l'autocontrollo.

Un altro capisaldo del carattere è la capacità di motivare e guidare se stessi in ogni azione, dal fare i compiti, al portare a termine un lavoro, all'alzarsi dal letto al mattino. E l'intelligenza emotiva rafforza la capacità di automotivarsi.

Quella che fino ad oggi è chiamata volontà è un'altra serie di abilità emozionali elementari: la capacità di rinviare la gratificazione, di controllare ed incanalare i propri impulsi ad agire.

Abbiamo bisogno di saper controllare noi stessi, i nostri appetiti e le nostre passioni, per comportarci giustamente verso gli altri, oltre al riconoscerli come nostri fratelli. E l'intelligenza emotiva aiuta molto verso questi obiettivi.

La capacità di accantonare gli impulsi egoistici presenta benefici sociali: apre la strada all'empatia, all'ascolto degli altri, all'assunzione della prospettiva altrui. E l'empatia aiuta ad andare verso la benevolenza, l'altruismo, la compassione. Veder le cose dal punto di vista altrui infrange gli stereotipi ed i pregiudizi e alimenta perciò la tolleranza e l'accettazione delle differenze.

La scuola, insieme alla famiglia, può svolgere un ruolo importante nella maturazione del carattere, inculcando la disciplina e l'empatia, che a loro volta consentono un sincero impegno in difesa dei valori morali e civili.

A questo scopo non basta tenere ai ragazzi lezioni sui valori: hanno bisogno di metterle in pratica, e ciò avviene solo quando riescono a costruire le abilità emozionali e sociali essenziali.

In questo senso, l'alfabetizzazione emozionale va di pari passo con la formazione del carattere, con l'educazione alla crescita morale e con l'educazione civica, obiettivi che la nostra scuola dovrebbe perseguire con determinazione, con uno strumento a mio avviso fondamentale, come il pollice per la mano di un uomo: l'intelligenza emotiva.

Naturalmente non ho la presunzione di pensare di poter rapidamente risolvere tutti i problemi degli alunni, ma di aiutarli sul serio sì; ovviamente con la collaborazione dei genitori e con l'aiuto di uno psicologo. Anche perché mi son reso conto che empiricamente, episodicamente, sto lavorando da molti anni nella giusta direzione.

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I bambini a scuola? Ferrari guidate come Cinquecento

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Pietro Bordo

DATA: 8 aprile 2015

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Pubblichiamo la lettera che l’insegnante Pietro Bordo ha inviato al presidente del Consiglio, Matteo Renzi e che propone una riflessione sui mali della scuola primaria pubblica. Tra questi, il cosiddetto “sei politico” per i ragazzi – ovvero la “tradizione  culturale di matrice socialista e comunista che tende a ritenere i processi di selezione come meccanismi di esclusione sociale” – e l’assenza del criterio meritocratico tra gli insegnanti che “li spinge ad appiattirsi su ciò che fanno gli altri”.

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Egregio presidente Renzi,
ho insegnato per trentacinque anni nella scuola parificata e nella paritaria d’elite; quello in corso è il mio settimo anno nella scuola primaria pubblica.

Ho letto la sintesi dei suoi propositi di riforma della scuola primaria. Ho notato con vivo piacere che lei vuole dare importanza al merito.

Relativamente a questo argomento, mi sono accorto però che nessuno, neanche lei, mai parla esplicitamente e con riferimenti precisi di un macigno che zavorra la nostra scuola primaria ed impedisce i cambiamenti: la tradizione, la consuetudine, ormai diventata legge intoccabile.

Per quanto riguarda il merito degli alunni, la tradizione culturale di matrice socialista e comunista, fortemente egualitarista, che permea da sempre la nostra scuola, tende a ritenere i processi di selezione come meccanismi di esclusione sociale, sottolineando come chi gode di una situazione economica di privilegio sia fatalmente favorito a scuola rispetto a chi proviene da situazioni di svantaggio.

Come conseguenza di questo assunto gli insegnanti perseguono obiettivi minimi, facilmente raggiungibili da tutti. E pure a chi non vi arriva il “sei politico” è garantito, anche se la carenza dipende solo da scarso impegno. Così i bambini imparano con i fatti, nella loro prima importante esperienza in società, che anche se non si impegnano i risultati arrivano lo stesso, con le devastanti conseguenze facilmente immaginabili sulla loro mentalità, e quindi sul loro futuro di uomini e di cittadini.

Per quanto riguarda il merito degli insegnanti, chiunque entri nel gruppo docente di una scuola, sempre per la consuetudine, e poiché “tutti gli altri fanno così e non puoi farteli nemici”, si adegua ad avere una “programmazione di istituto”, con gli obiettivi minimi di cui sopra. Questo fatto non stimola gli insegnanti a dare il meglio di sé, ma li spinge ad appiattirsi su ciò che fanno gli altri.

Cinque anni fa una collega della scuola pubblica verso la fine dell’anno scolastico mi disse che in classe prima non potevo spiegare le moltiplicazioni, anche se avevo già svolto bene tutto il programma della scuola. Così quando uscivo dalla classe cancellavo con cura dalla lavagna ogni traccia della mia colpa!

Tenga inoltre presente che l’obiettivo principale di tanti dirigenti scolastici (lo so da tante colleghe precarie che hanno insegnato in tante scuole) è di non aver problemi con le famiglie e pertanto non vogliono differenze di preparazione fra le classi parallele della scuola (ad esempio fra tutte le prime), per non avere lamentele di genitori che vedessero che il figlio dei loro amici è molto più preparato del loro.

Ecco perché, a mio avviso, il merito vero degli alunni e dei docenti non emerge.

Molti bambini sono delle Ferrari, e vengono “guidate” come delle Cinquecento! Ed è un miracolo che alla fine del ciclo scolastico qualche Ferrari sia rimasta tale.

Basterebbe lasciar libero ogni gruppo docente di preparare una sua programmazione per ogni singola classe, in funzione delle capacità di quel gruppo, e di quelle dei docenti. Magari attingendo da indicazioni nazionali, proposte per vari livelli di approfondimento.

Poi ovviamente servirebbe una verifica nazionale per tutte le classi, o magari solo per le seconde e le quinte, per verificare il livello di preparazione raggiunto mediamente dagli alunni di ogni singola classe e quindi il merito degli insegnanti.

Sogno inoltre una scuola nella quale gli alunni possano spostarsi con continuità da una classe parallela all’altra, a metà o alla fine dell’anno scolastico, in funzione dei risultati conseguiti, al fine di stimolare sempre al massimo i migliori e di aiutare al massimo quelli più deboli, o non ancora abbastanza bravi.

Sogno una scuola dove gli alunni “con problemi” abbiano vere pari opportunità, non uguali, in funzione del loro livello di partenza.

Questo consentirebbe il miglioramento dei livelli di competenza di tutti gli alunni e realizzerebbe una reale integrazione di tutti i soggetti della comunità scolastica, non il livellamento verso il basso.

Ed i benefici per il nostro Paese sarebbero enormi.

Avendo già avuto modo di apprezzare la mia nuova dirigente, sono sicuro che questo mio piccolo contributo per migliorare la scuola non mi creerà dei problemi personali. La ringrazio per l’attenzione e le auguro un buon, proficuo lavoro.

Pietro Bordo