Prof. Francesco Sabatini: «La scuola ha smesso di insegnare l’italiano»

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Francesco Sabatini

DATA: 23 settembre 2017

Il presidente onorario dell’Accademia della Crusca sottolinea i mali del sistema dell’istruzione che ignora il ruolo della nostra lingua nello sviluppo cognitivo

Stiamo assistendo a un fenomeno: i mali del nostro sistema di istruzione vengono spesso denunciati pubblicamente non dalla scuola, ma dall’Università e, a livelli più avanzati, dagli ordini professionali. Non si contano le lamentele dei professori di Giurisprudenza sull’incapacità degli studenti di quella Facoltà (la chiamo ancora così, anche se questa struttura è stata cancellata) di redigere la tesi o anche solo una tesina in un italiano accettabile. Alcuni docenti hanno deciso di eliminarle, perché sarebbero tutte da riscrivere. Fanno seguito le lamentele dei presidenti degli ordini forensi, nazionali e regionali, che denunciano l’impreparazione linguistica di molti giovani avvocati. Sui concorsi che riguardano questa categoria e anche quella degli aspiranti magistrati cali un velo pietoso (basta leggere le cronache dei giornali a ogni tornata di tali concorsi). Non si contano neppure le lagnanze per l’oscurità delle circolari ministeriali, dei testi normativi (perfino lo schema preliminare del decreto per l’esame di italiano nella maturità!), degli avvisi pubblici, criptici (che cos’è il «luogo dinamico di sicurezza» negli aeroporti, se non un «percorso di fuga» in caso di pericolo?) o pletorici (le Ferrovie dello Stato stanno consultando l’Accademia della Crusca per migliorarli).

A questo punto s’innesta la polemica sul numero chiuso per l’iscrizione alle Facoltà umanistiche deliberato dalla Statale di Milano. Motivazione: l’insufficienza numerica dei docenti e l’inadeguatezza delle strutture didattiche e di ricerca. Tutto vero, per il blocco dei «ricambi» nelle assunzioni e per i tagli profondi ai finanziamenti. Ma anche perché, è sottinteso, troppi giovani, scoraggiati dalle prove di accesso alle altre Facoltà, vedono nelle «dolci» discipline umanistiche (dolci purché non si tratti delle lingue classiche, della filosofia e delle discipline linguistiche più scientifiche) come anche nella Facoltà di Giurisprudenza i porti più aperti. Porti non difesi da precise corporazioni professionali gelose del proprio prestigio e/o dei possibili alti redditi. Altri Atenei si difendono di fatto dal forte afflusso con un altro deterrente: molti corsi sono in inglese e quindi bisogna superare anche il requisito di una forte anglofonia all’entrata e per tutto il percorso. Lasciamo la casistica e puntiamo al denominatore comune. L’Università da una parte, gli ordini professionali dall’altra giudicano, apertamente o indirettamente, un’ampia parte dei diplomati dalla nostra Scuola Secondaria impreparati per gli studi superiori, che richiedono una buona capacità di comprensione del linguaggio complesso. In altri termini: della lingua italiana nella sua forma più strutturata, prima che nelle sue specificità settoriali (alla cui base, non dimentichiamolo, c’è lo strato delle lingue classiche!).

L’italiano. Ogni tanto lo si proclama, nella nostra scuola, come la disciplina centrale e trasversale per tutti gli studi, ma di fatto non viene coltivato come tale, anche qui per molti motivi, ma tutti riconducibili a una causa profonda: manca ampiamente nel nostro mondo scolastico una cognizione scientifica del ruolo che ha la lingua prima nello sviluppo cognitivo generale dell’individuo. Tutto il curricolo di questo insegnamento (per l’uso parlato e ancor più per l’uso scritto) è inficiato da errori di impostazione che le scienze del linguaggio hanno messo da tempo in evidenza, ma che non vengono conosciuti e riconosciuti nelle sedi responsabili: la formazione universitaria dei futuri docenti; la tradizione dei nostri curricoli scolastici ispirati alle «Indicazioni» ministeriali, ogni tanto ritoccate, ma mai veramente ripensate; di conseguenza anche l’impostazione di molti dei libri di testo, che non osano scalfire l’esistente.

Molto dipende, se vogliamo andare più a fondo, dall’antica concezione retorico-letteraria dei fatti linguistici. L’esistenza del nostro Paese nella carta geopolitica d’Europa si deve ampiamente alla forza edificatrice delle nostre tradizioni letterarie e artistiche (queste ultime molto meno considerate nella scuola). Io stesso ho scritto, venti anni fa, un ampio saggio dal titolo L’italiano: dalla letteratura alla Nazione. Ma far dipendere da questo dato storico l’impostazione generale dell’insegnamento, che ha ragioni e radici antropologiche molto più profonde, conduce a una serie di distorsioni dell’attività didattica. Insomma, la nostra scuola deve ancora scoprire che l’italiano in Italia è la lingua prima, della quale il nostro cervello, se non vive in ambiente paritariamente bilingue, deve servirsi per «conoscere» nella maniera più ravvicinata e stabile il mondo: le cose e i fenomeni, e sviluppare su di essi i ragionamenti, da quelli elementari a quelli più complessi, che si sono formati in tutti i campi del sapere, specialmente attraverso la scrittura.

La scrittura. Nella scuola Primaria «modernizzata» viene insegnata in maniera sempre più approssimativa, per la mancata considerazione del complicato processo cerebrale che consente il suo apprendimento, attraverso l’attivazione, a fini linguistici, di un nuovo canale sensoriale, la vista, in aggiunta all’udito, con l’apporto fondamentale delle operazioni della mano. Una sottovalutazione che si accompagna da un lato alla convinzione che ormai serve solo la scrittura elettronica (si dimostra di ignorare che lo scrivere a mano coinvolge tutto il nostro corpo), dall’altro a un incontrollato desiderio di molti insegnanti di «andare avanti», per insegnare quanto prima la «grammatica», che ritengono necessaria fin dall’inizio (ma così non è) o per elevare il proprio ruolo e far bella figura con i docenti della Media e con i genitori. Intanto il bambinetto e la bambinetta leggono male e scrivono peggio, beccandosi a volte, a torto, le qualifiche di dislessici e disgrafici, che distorcono tutto il loro percorso scolastico successivo.

Qui mi fermo e non procedo nel segnalare le lacune di scientificità e le deviazioni che penalizzano l’insegnamento dell’italiano nella Scuola Secondaria, di primo e di secondo grado. Accenno soltanto all’incapacità di lettura autonoma in cui si trovano i quindicenni, che a quel punto dovrebbero immergersi da soli nel mare di testi che li attendono, letterari, ma non solo; smarriti davanti alla effervescente letteratura contemporanea, ma anche incapaci di leggere testi scientifici e refrattari al linguaggio (più codificato) della matematica! Non ha senso parlarne in poche righe, di fronte all’insensibilità di tutti i nostri ministri «riformatori» della scuola, che non sono intervenuti in nessun modo in due direzioni: ottenere dall’Università (con il meccanismo «retroattivo» del controllo in sede di esame di concorso) una più appropriata formazione dei docenti di italiano in campo linguistico (proprio nei concorsi per l’ingresso in ruolo dei docenti la parte linguistica è quasi mancante!); rivedere con criteri più scientifici le «Indicazioni» d’indirizzo (verbose e perfino contraddittorie). Mentre l’attenzione dei riformatori va in altre direzioni: massimo potenziamento dello studio dell’inglese (necessario, per carità, ma non a scapito dell’italiano) e ogni altro possibile «allargamento», spesso sperimentale, delle discipline (ma una brutta fine ha fatto la geografia).

Il clima generale è in fondo creato dalle attese frettolose delle famiglie: soprattutto di quelle che chiedono di far studiare quello che, secondo loro, serve direttamente a trovar lavoro, meglio se all’estero; tanto, si sente dire da non pochi, «l’italiano prima o poi diventerà un dialetto europeo che non servirà a nessuno». E in questo modo si toglie al cervello dei nostri studenti, dai 6 ai 19 anni, in un contesto già pieno di altre suggestioni, la possibilità di sviluppare al meglio in sé la facoltà linguistico-cognitiva di base, propria ed esclusiva della nostra specie, facoltà ulteriormente evoluta con l’invenzione, estremamente significativa e impegnativa, della scrittura.

Leggere e non capire

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Annamaria Testa e Giuseppe Antonelli

DATA: 23 giugno 2017

Si chiamano “analfabeti funzionali” se la cavano con la lista della spesa ma non con un bollettino postale, cercano trucchi per nascondere la propria condizione. La colpa? Della scuola. E della pigrizia.

Confrontate queste due frasi: 1. Il gatto miagola. 2. Il gatto miagola perché vorrebbe il latte. Tra i due gatti, e le due frasi, c’è un confine. Separa le persone capaci di leggere e di capire una frase come la numero 2 e le persone che oltre la numero 1 non vanno. Sono gli analfabeti funzionali: quelli che possono decifrare un’insegna, un cartello stradale o un prezzo, ma non un bollettino postale, un grafico, un articolo come questo. Si tratta del 27,9 per cento degli italiani tra i 16 e i 65 anni. Cioè di quasi uno su tre, secondo i dati Ocse-Piaac del 2016. Sono circa 11 milioni di individui. Sono persone come noi: hanno un lavoro, un telefonino, una famiglia, un’automobile. Vanno in vacanza, fanno la spesa e parlano di politica con gli amici, ma possono informarsi solo per sentito dire. Sono ingegnose e mettono in atto complesse strategie per nascondere o compensare la propria condizione di analfabetismo funzionale. Magari, chiedono aiuto per leggere un modulo dicendo che hanno dimenticato gli occhiali. Intendiamoci: leggere (e soprattutto capire quel che si legge) è una prestazione tutt’altro che banale. In un bellissimo libro, intitolato Capire le parole, il linguista Tullio De Mauro dice che la parola scritta mette in gioco l’intera capacità di intelligenza e di vita di cui siamo dotati.
Quando leggiamo, il nostro cervello compie un lavoro complicatissimo, e lo fa in infinitesimi di secondo. Noi percepiamo e selezioniamo una catena di stimoli visivi (la forma delle lettere che compongono le parole sul foglio o sullo schermo) e li “fotografiamo” a gruppi con lo sguardo. Il nostro cervello li riconosce al volo, li decodifica (cioè risale al significato delle parole), li interpreta (cioè ricostruisce il senso che le parole hanno, messe assieme), li elabora (cioè connette ogni nuova frase con quelle che l’hanno preceduta) e si costruisce una rappresentazione dei contenuti del testo, mettendo in gioco tutte le sue capacità logiche, le sue memorie e le sue conoscenze. Fa tutto questo ininterrottamente e con fluidità, ma solo se è allenato. Altrimenti leggere è una fatica infernale. Per chi legge con facilità e con piacere, l’esempio dei gatti è sconcertante. Ma dobbiamo prenderlo sul serio: è tratto dal libro La cultura degli italiani, in cui Tullio De Mauro dice con forza quanto è pervasivo l’analfabetismo funzionale nel nostro Paese.

I dati Ocse-Piaac del 2016 ci dicono che il fenomeno non riguarda solo i più anziani, che sono andati poco a scuola e fanno mestieri non qualificati, ma anche un 9,6 per cento di ragazzi tra i 16 e i 24 anni che in gran parte non studiano e non lavorano, e un 15 per cento di giovani tra i 25 e i 34 anni. Si tratta di quasi due milioni e mezzo di persone. Il fenomeno riguarda anche un drammatico 20,9 per cento dei diplomati (uno su cinque!), e un incredibile 4,1 per cento di laureati. Ma come può succedere tutto questo? I motivi sono diversi. Il primo è che analfabeti funzionali si diventa. Lo conferma il pedagogista Benedetto Vertecchi: chi non esercita le competenze che ha imparato a scuola, nel tempo le perde. Disimpara a leggere e a scrivere chi non affronta mai testi più lunghi e complessi della lista della spesa. Disimpara a far di conto chi si affida solo alla calcolatrice del telefonino. Nel corso del 2016, secondo gli ultimi dati Aie, il 60 per cento degli italiani (laureati compresi) non ha aperto un libro di qualsiasi tipo: neanche un ricettario di cucina, una guida turistica, un manuale o un ebook. Il guaio è che, rinunciando a leggere, a scrivere e a far di conto, si disimpara anche a risolvere problemi e a pensare. E si torna indietro di almeno cinque anni di istruzione. In altre parole: anche chi ha fatto le scuole superiori può ritrovarsi con capacità di lettura, scrittura e calcolo da scuola media. E chi ha fatto le superiori proprio male, o le ha interrotte, precipita giù, giù fino alle elementari (continua nella card seguente)

Scheda 1 di 5

LEGGI LE  ALTRE  SCHEDE  SUL  CORRIERE

2

Nuove incompetenze

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Un brano per metterci tutti alla prova

4

E tu che analfabeta sei? (di Giuseppe Antonelli)

Conta più «cosa» si impara di «quanto» si sta a scuola

FONTE: Il Sole 24 Ore

AUTORE: Giovanni Brugnoli

DATA: 25 agosto 2017

La scuola lascia un segno profondo nella vita dei singoli e in quella della comunità, influenzandone le qualità e le possibilità civili ed economiche.

Le nuove tecnologie, la robotizzazione e i processi di digitalizzazione della società e dell’economia, pongono alla scuola nuove sfide. Servono nuovi saperi e maggiori competenze in ambiti scientifici. In Italia occorre disseminare questi saperi sin dai primi gradi della scuola per dare, ad un numero crescente di studenti, la possibilità di affrontare quei percorsi scolastici e universitari di natura tecnico-scientifica che offrono maggiori opportunità di occupazione. Non solo materie scientifiche ma serve tornare ad insegnare la logica. Le tecnologie, infatti, ci hanno permesso di affidarla alle macchine, ai computer, e così, la generazione dei nativi digitali rischia, paradossalmente, di perdere la capacità di ragionare che è, invece, da sempre il motore del progresso. Del resto non è un caso che i test di ingresso delle migliori scuole, italiane e straniere, siano proprio basati sulla valutazione della capacità logiche e di ragionamento. Dobbiamo, rapidamente, portare la scuola italiana su questa strada, investendo sul merito degli insegnanti e mettendo finalmente gli studenti al centro delle nostre attenzioni.

Occorre evitare alle future generazioni e alla nostra società le conseguenze di un drammatico mismatch fra ciò che si sa, o si è in grado di imparare e ciò che serve sapere o saper fare. Un’economia globalizzata, infatti, muove investimenti e crea lavoro in quei territori che offrono le migliori opportunità e, non vi è dubbio, che nuove produzioni e nuovi servizi richiederanno saperi, competenza e talento. La questione, dunque, non riguarda certo il “quanto” si sta a scuola, ma, piuttosto, il “cosa” vi si impara. Se il “cosa” non diventa utile ad affrontare il futuro, stare in classe fino a 18 anni non servirà a granché. In questa ottica, non risolve, ma certo aiuta, costruire una relazione virtuosa ed equilibrata fra scuola e mondo del lavoro.

La seconda questione riguarda la riduzione da 5 a 4 anni della durata della scuola superiore. L’idea non è di oggi. Nella maggior parte dei Paesi europei, infatti, il percorso scolastico dura 12 anni mentre da noi gli anni sono 13, cosicché gli studenti italiani possono accedere all’ Università un anno dopo rispetto ai loro coetanei europei. Una sperimentazione era stata già avviata alcuni anni fa in un numero di scuole molto circoscritto ma era stata presto interrotta, anche a causa delle resistenze di chi, per convinzione o convenienza, era contrario.

Ora, meritoriamente, la Ministra Fedeli ci riprova e mostrando coraggio allarga la sperimentazione a un numero più significativo di scuole. Sulla proposta sono state già sollevate le solite obiezioni: si svilisce il bagaglio culturale degli studenti; si mette troppa enfasi sull’inserimento lavorativo. Sono argomenti sensati che vanno tenuti in conto ma che non possono impedire la sperimentazione. Alcune esperienze, peraltro, ci sono già: il Liceo Guido Carli di Brescia e l’Istituto Tecnico Tosi di Busto Arsizio e ciò dimostra che anche da noi si può fare come già fanno molti altri Paesi simili al nostro.

In ultimo, la questione più delicata e complessa che riguarda l’elevazione del cosiddetto “obbligo scolastico”. La discussione sul punto va affrontata senza pregiudizi guardando in faccia la realtà. Oggi, il 98% dei licenziati della scuola media prosegue nelle superiori e, ben oltre l’80% arriva al diploma di obbligo scolastico.

Negli anni 60, a malapena, il 30% degli studenti arrivava a terminare la scuola media. Nonostante ciò abbiamo un livello di disoccupazione giovanile sopra il 30%, fra i più elevati in Europa e sono oltre 2 milioni i cosiddetti Neet (vedi nel blog), giovani che non studiano e non lavorano. L’età media di ingresso nel mondo del lavoro nei paesi più avanzati è attorno ai 22-23 anni mentre da noi supera i 28. In questo quadro discutere della mera elevazione dell’obbligo scolastico, certo, non aiuta. Sarebbe, invece, più utile ragionare sul fatto che la scuola italiana, in molte aree del Paese, continua a non avere quel livello di qualità che permette agli studenti, alla fine dei loro percorsi di studio, di pareggiare le differenze sociali, valorizzando il merito.

Dobbiamo riconoscere che la nostra scuola rischia di diventare un fattore di divaricazione delle opportunità: chi ha più possibilità alla partenza, molto spesso termina il proprio percorso educativo con un vantaggio ancora maggiore. Chi aveva meno possibilità, si trova ancor più distaccato dagli altri. Non si risolve un problema di questa portata limitandosi a tenere in classe i ragazzi fino a 18 anni. Serve, come del resto suggerisce anche la ministra Fedeli, un lavoro paziente che metta ordine nell’offerta formativa; eviti sovrapposizioni e conflitti, come quello fra lauree professionalizzanti e formazione tecnica superiore (ITS); elevi finalmente la qualità media del nostro sistema educativo che va considerato nelle sue due fondamentali componenti: scuola e formazione professionale. Su questi temi Confindustria pone da sempre grande attenzione. Ricordo il dossier dell’ottobre del 2014, con analisi e proposte a tutto tondo e, da ultimo, il documento, “Giovani, impresa, futuro”, presentato a giugno di questanno, con una proposta organica per realizzare un sistema scolastico duale anche in Italia. Sono questioni complesse ma vanno affrontate con rapidità, determinazione e, soprattutto, grande senso pratico se davvero si vuole dare effettività ai diritti.

Eccessivo fervore per la tecnologia

FONTE: Il Sole 24 Ore

AUTORE: Pietro Bordo

DATA: 19 maggio 2017

Da molti anni i test d’ingresso delle superiori dimostrano che il 70% dei ragazzi ha competenze linguistiche scarse.

Qualche anno fa il MIUR ha condotto uno studio scientifico sugli elaborati di lingua italiana degli studenti della maturità ed ha rilevato che il 75% di loro non sa scrivere bene; anzi, scrive male.

In un paese normale la logica conseguenza di quanto appena detto sarebbe stata un’indagine sull’insegnamento della lingua italiana dai sei ai quattordici anni, con qualche conseguenza significativa per cambiare qualcosa che evidentemente non va.

Invece nella scuola italiana c’è soprattutto un gran fervore sull’argomento tecnologia, sempre più presente nei collegi docenti e nei pensieri del Miur. Sembra che grazie ad essa il futuro sarà radioso per tutti.

Ma è proprio così?

L’ultimo rapporto OCSE, settembre 2015,  Students, Computer and Learning, dice, in pratica, che i paesi che hanno fatto grandi investimenti nelle dotazioni tecnologiche delle loro scuole non hanno risultati apprezzabili nelle performance in lettura, matematica o scienze. E la tecnologia non ha avuto neanche effetti rilevanti per quanto riguarda l’inclusione e nel recupero degli studenti più poveri e disagiati.  

“Technology can amplify great teaching but great technology cannot replace poor teaching”.

Paesi che hanno un uso più capillare del digitale a scuola hanno visto addirittura un peggioramento nelle capacità di lettura.

La scuola digitale quindi non mantiene fede alle promesse della tecnologia.

Anche se, sempre l’Ocse, non c'è dubbio che le competenze digitali rappresentino un elemento fondamentale per l'inclusione in una società in cui la tecnologia è sempre più pervasiva.

Quindi – è il consiglio dell'Ocse – bisogna investire ancora di più nell'istruzione e nella didattica: la tecnologia non è efficace se utilizzata in maniera sostitutiva rispetto alla didattica. Riempire le aule di computer, insomma, risulta alla fine di scarsa utilità.

Ricordiamo la recente lettera aperta di 600 docenti universitari al Presidente del Consiglio, alla Ministra dell'Istruzione e al Parlamento italiano, promossa dal Gruppo di Firenze per la scuola del merito e della responsabilità. «È chiaro ormai da molti anni che alla fine del percorso scolastico troppi ragazzi scrivono male in italiano, leggono poco e faticano a esprimersi oralmente. Da tempo i docenti universitari denunciano le carenze linguistiche dei loro studenti (grammatica, sintassi, lessico), con errori appena tollerabili in terza elementare. Nel tentativo di porvi rimedio, alcuni atenei hanno persino attivato corsi di recupero di lingua italiana».

E non dimentichiamoci una frase di Socrate, che diceva più o meno così: “Se soffre la grammatica soffre l’anima”.

Infine, un barlume di speranza: l’iniziativa della ministra dell’Istruzione Valeria Fedeli, febbraio 2017, di “promuovere nelle scuole una riflessione su come migliorare la conoscenza della lingua italiana, che è alla base del nostro sentirci una comunità”. Anche poiché la conoscenza della lingua italiana è propedeutica a tutti gli altri apprendimenti.

Certo, al fine di migliorare tale conoscenza non aiuta il fatto che in tante scuole primarie italiane è previsto che allo studio della lingua italiana siano dedicate sole sei delle quaranta ore che i bambini settimanalmente passano a scuola.

Incredibile, ma vero.

Mio figlio ha disturbi specifici dell’apprendimento (DSA)?

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Silvia Turin

DATA: 12 aprile 2017

I DSA coinvolgono dal 3 al 5% della popolazione italiana e sono disturbi del neuro-sviluppo che riguardano le capacità di leggere, scrivere o calcolare. Fondamentale la diagnosi precoce perché i bambini che fanno il loro ingresso nella scuola non si sentano inadeguati. Con l’aiuto dell’Istituto Serafico di Assisi e la collaborazione di Giacomo Guaraldi, Elisabetta Genovese ed Enrico Ghidoni del Servizio Accoglienza Studenti con DSA dell’Università di Modena e Reggio Emilia, abbiamo stilato l’elenco dei segnali cui fare attenzione e dei singoli disturbi, con un focus su cosa fare e cosa prevede la legge italiana

I numeri

I “Disturbi Specifici dell’Apprendimento” (DSA) sono disturbi del neuro-sviluppo che riguardano le capacità di leggere, scrivere o calcolare. A livello internazionale l’incidenza di tutti i DSA varia dal 5 al 10% in relazione alle diverse lingue. In Italia sono meno frequenti (tra il 3 ed il 5% della popolazione) grazie alle caratteristiche dell’italiano in cui a ogni suono corrisponde sempre e solo una lettera e che rende ai dislessici la vita meno difficile. Più che di «sovradiagnosi» quindi, nel nostro Paese si dovrebbe parlare di «sottodiagnosi». 

I DSA non hanno le caratteristiche tipiche di una malattia: dipendono dalle peculiari modalità di funzionamento delle reti neuronali coinvolte nei processi delle abilità. Possono essere considerati caratteristiche specifiche dell’individuo, così come altri aspetti del comportamento (quali l’orecchio musicale o il senso dell’orientamento). Non è tanto il tipo di errore a caratterizzare il disturbo, ma la frequenza e costanza degli errori.

 Dislessia

Si manifesta con una difficoltà nell’automatizzare la lettura, cioè ad attivare in maniera fluente e senza affaticamento tutte quelle operazioni mentali necessarie per leggere. 

- Errori tipici sono dovuti alla difficoltà nel riconoscere grafemi che differiscono visivamente per piccoli particolari: “m” con “n”, “c” con “e”, “f” con “t”. 
- In altri casi la difficoltà riguarda suoni simili: “F/V”, “T/D”, “P/B”, “C/G”, “L/R”, “M/N”, “S/Z”. 
- Un altro aspetto riguarda la capacità di procedere metodicamente da sinistra a destra e dall’alto in basso con lo sguardo: nella persona dislessica rimane un ostacolo che si protrae nel tempo. 
- Altri errori tipici sono le omissioni di parti di parole: “pato” invece che “prato”, “futo” invece che “fiuto”. Possono verificarsi salti di intere parole o addirittura di righe intere. 
- Altre volte la sequenza dei grafemi viene invertita: “la” al posto di “al”, “cimena” al posto di “cinema”. 
- A volte ci può essere un’aggiunta di un grafema o di una sillaba: “tavovolo” al posto di “tavolo”. 
- Un altro segnale è dato dalla tendenza a completare la parola in modo intuitivo e a procedere con parole di fatto inventate.

Esistono dei segnali precoci anche negli anni che precedono la scolarizzazione e che possono essere considerati degli indicatori di rischio: ritardi e incertezze nello sviluppo del linguaggio (per esempio, alcuni tra i bambini che a 24 mesi producono meno di 50 parole svilupperanno difficoltà ad apprendere la lettura con l’inizio della scuola) o del metalinguaggio, cioè la capacità di giocare con i suoni che compongono le parole, di individuarli e manipolarli intenzionalmente. Altri fattori di rischio riguardano l’attenzione visiva e la capacità di denominare rapidamente i nomi delle cose.

 

Discalculia

La Discalculia, o Disturbo dell’Apprendimento del Calcolo, può essere considerata l’equivalente matematico della Dislessia. È una condizione che può riguardare fino al 3% della popolazione scolastica. Come si manifesta? I bambini con Disturbo dell’Apprendimento del Calcolo non riescono a fare calcoli in modo automatico, non riescono a fare numerazioni progressive e/o regressive, a imparare le procedure delle principali operazioni aritmetiche e a memorizzare quelli che vengono definiti “fatti matematici”, come per esempio le tabelline o altre combinazioni come le somme nell’ambito delle prime due decine (7+5, 9+8, etc.).

Per questi bambini non c’è differenza tra 25 e 52, oppure tra 427 e 40027 (quattrocento ventisette) o 724 in quanto, pur conoscendo i singoli numeri, non riescono a cogliere il significato dato dalla posizione di ognuno di loro all’interno della cifra totale. Alla base della Discalculia, oltre alle specifiche difficoltà in ordine alla compromissione della cognizione numerica, possiamo ritrovare anche carenze relative alle abilità visuo-spaziali, percettivo-motorie o alla memoria di lavoro. Spesso sono presenti anche lentezza nel processo di simbolizzazione, difficoltà prassiche e di organizzazione spazio-temporale.

 

Aiutare un discalculico

Per il raggiungimento degli obiettivi e l’avvio del percorso verso l’autonomia nello studio, sono disponibili diversi strumenti informatici (software e nuove tecnologie) e metodologie educativo-riabilitative. Due in particolare le strategie di intervento: 

1. la mediazione educativa, per guidare lo studente verso l’acquisizione di un metodo di studio basato su strategie in grado di promuovere l’autonomia nel calcolo, nella comprensione della quantità, nella comprensione dell’aspetto semantico, sintattico e lessicale del numero.

  1. l’approccio di tipo meta-cognitivo, per permettere ad ogni studente di riflettere sui propri processi cognitivi, accrescendo la propria consapevolezza in merito alle difficoltà e soprattutto, alle proprie potenzialità. Tale approccio prevede anche la proposta di specifiche modalità di organizzazione dello studio per ottimizzare l’uso delle risorse attenitive e migliorare la gestione del tempo. Per favorire l’apprendimento dello studente discalculico è possibile, dopo averlo fatto esercitare, permettergli di utilizzare la calcolatrice di base e concedergli un tempo maggiorato in sede di verifica.

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I segreti del successo a scuola

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Redazione scuola

DATA: 25 ottobre 2016

Che cosa fanno i ragazzi che vanno bene a scuola: 8 regole per diventare bravi.Studiare, dormire, annoiarsi e fuggire dalle mamme tigre. Ecco i risultati degli ultimi studi sul successo scolastico degli adolescenti nel mondo.

I segreti del successo a scuola

Come usano il loro tempo gli studenti che vanno bene a scuola? E come dovrebbero usarlo? A queste due domande che preoccupano spesso i genitori degli adolescenti hanno provato a rispondere alcuni studi pubblicati negli ultimi mesi nelle riviste che si occupano di educazione e anche testate autorevoli come il Time.

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10.000 ore di studio

Secondo il sociologo canadese Malcolm Gladwell per imparare bene una qualsiasi disciplina è necessario un decennio di studio e pratica: in totale 10.000 ore.

Dormire

Secondo lo studio americano pubblicato sul giornale americano «Gifted Child Quarterly», gli studenti che hanno migliori risultati dichiarano di dormire più di otto ore per notte.

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Stare da soli

Secondo il Time, coloro che diventeranno dei leader durante l’adolescenza passano molto tempo da soli. Questo permetterebbe loro di esplorare, imparare, immaginare e anche di sognare.

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Leggere, leggere e ancora leggere

Che cosa può rendere «elastica» la vostra immaginazione? Nient’altro che la lettura, e più varia è la scelta di libri che leggete, maggiori sono le possibilità che diventiate un adulto di successo. Sempre secondo il Time, si può leggere dalla Bibbia, ai fumetti, dalla mitologia classica ai saggi di politica cercando autori anche fuori da quelli «istituzionali» suggeriti di solito dalle scuole. Anche l’enciclopedia può essere un utile esercizio, forse un po’ datato.

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Annoiarsi

Stare da soli, non fare nulla. Uscire dalla pressione della scuola e della competizione sociale che spesso durante gli anni delle superiori diventa più forte. Non usare tutto il tempo libero per fare sposrt o attività organizzate insieme agli altri. Recuperare «l’ozio» di tradizione latina, insomma annoiarsi per trovare la forza interiore per essere creativi.

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Creatività versus consumismo

Leggere, guardare un film, studiare, ascoltare musica. Sono tutte attività per divertirsi e passare il tempo, ma sono tutte «passive». Sempre secondo l’indagine del Time, gli «adulti di successo» quando erano ragazzini hanno passato una gran parte del loro tempo a costruire, creare, fare. E disfare.

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Compiti

Studiare a casa fa bene al proprio curriculum scolastico, anche se è faticoso. Lo conferma l’ultimo studio pubblicato sul blog del World Economic Forum. Avendo paragonato i migliori studenti di seconda media americani e indiani, i ricercatori hanno trovato che i ragazzini americani passano in media sette ore in più a settimana dei loro coetanei indiani giocando con videogiochi o facendo altre attività ludiche. Al contrario in India studiano un’ora in più al giorno.

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Fuggire dalle mamme tigre

Per essere degli studenti di successo però bisogna fuggire dalle mamme tigre. E’ uno degli elementi su cui concordano gli studi sui comportamenti degli adolescenti. Sia il confronto tra ragazzi americani e indiani dimostra che questi ultimi godono nei momenti di liberà di molta maggiore autonomia dei loro «colleghi» americani. Gli studenti americani che hanno voti alti di solito sono molto seguiti dai genitori (le mamme soprattutto) ma questo non rende le loro performance migliori di quelle dei ragazzi del Paese asiatico.

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Inglese: Italia penultima in Europa. Peggio solo i francesi. Al top i Paesi Bassi

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Francesco Tortora 

DATA: 15 novembre 2016

Secondo l'English Proficiency Index raggiungiamo a malapena la sufficienza nella lingua di Shakespeare. I migliori in Lombardia e Friuli, i peggiori in Umbria, Calabria e Sicilia

 

Come ogni anno Education First, società svedese leader internazionale nel settore della formazione linguistica all'estero e degli scambi culturali, ha pubblicato l'English Proficiency Index, studio che calcola il livello medio di conoscenza della lingua inglese in 72 paesi del mondo.

Come mostra la mappa pubblicata dall'azienda, in Europa i Paesi che raggiungono risultati ottimi (colore blu - Very high proficiency) sono solo l'Olanda e i paesi scandinavi. Se si esclude il Portogallo, tutti i paesi latini, invece, presentano un livello a malapena sufficiente (colore verde - moderate). Alla fine tra i paesi dell'Unione Europea peggio degli italiani fanno solo i francesi, mentre se consideriamo l'interno continente in fondo alla classifica troviamo ucraini e turchi.

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SULLA PAGINA DEL CORRIERE I DETTAGLI DEI VARI PAESI

 

Stop a voti e bocciature? Appello a Renzi: «Danno a ragazzi e docenti»

FONTE: Corriere della Sera

AUTORI: Valerio Vagnoli, Dirigente scolastico Alberghiero Saffi Sergio Casprini, Insegnante di Storia dell’Arte Andrea Ragazzii

DATA: 20 ottobre 2016

Pubblichiamo l’appello di alcuni docenti fiorentini al presidente del Consiglio sulle misure previste, secondo le anticipazioni, nel decreto legislativo sulla valutazione scolastica.

 

Gentile presidente Renzi,
come insegnanti e come cittadini sentiamo la responsabilità e l’urgenza di scriverle su un’importante questione riguardante la scuola, il cui buon funzionamento, come lei ha spesso sottolineato, è decisivo per il futuro del Paese. Di recente sono stati anticipati i punti più importanti del decreto legislativo sulla valutazione.
Dobbiamo purtroppo constatare che anche questo provvedimento è ispirato al principio base della pedagogia ministeriale degli ultimi decenni: facilitare sempre di più il percorso scolastico, minimizzare o ridurre a un pro forma i momenti di verifica. 

In sintesi si prevede: 
-l’abolizione delle bocciature nella scuola primaria, oggi rarissime (forse il 2 per mille) e sicuramente ben ponderate nell’interesse del bambino, anche perché consentite solo con l’unanimità del Consiglio di classe. Nella scuola media saranno possibili solo in casi eccezionali. Ma eccezionali già lo sono; e certo non decise a cuor leggero.
-la riduzione del numero di prove scritte nei due esami di Stato: da cinque a due in terza media, da tre a due nell’esame di «Maturità», per il quale si ipotizza anche il ritorno alle commissioni tutte interne;
-l’abolizione del voto numerico in tutto il primo ciclo e il ritorno alle mai rimpiante lettere, per «evitare di limitare l’azione valutativa alla mera registrazione del successo o dell’insuccesso di ogni giovane allievo». Dove si fa passare l’idea che gli insegnanti si siano comportati finora come notai, non interessati a incoraggiare e a valorizzare gli allievi.

Nell’ultima puntata di Politics, su Raitre, Lei ha giustamente affermato che si è perso il rispetto sociale per la figura degli insegnanti. Di conseguenza si è indebolita agli occhi degli studenti la loro autorevolezza, essenziale per la relazione didattica e educativa. Questa svalutazione è testimoniata dalla sempre più aggressiva interferenza di molti genitori nelle questioni di competenza dei docenti, così come da molte sentenze della magistratura, che spesso appare pregiudizialmente dalla parte degli studenti e delle loro famiglie, a sostegno di rivendicazioni di ogni tipo, anche prive di fondamento. È una deriva che si deve anche a documenti ministeriali e dichiarazioni di pedagogisti che in modo ideologico e semplicistico addebitano agli insegnanti la responsabilità di qualunque insuccesso scolastico. Manca sempre, e il testo di questo decreto non fa eccezione, un qualsiasi richiamo al contributo di responsabilità e di impegno degli allievi, senza di cui non c’è possibilità di vero «successo formativo». In altre parole manca la consapevolezza che se la scuola vuole essere un «ascensore sociale» per i ragazzi economicamente e culturalmente svantaggiati, è indispensabile che sia seria e rigorosa sia sul piano didattico che su quello educativo.
Negli ultimi anni abbiamo spesso letto e commentato con i nostri allievi lo splendido discorso che il presidente degli Stati Uniti Barack Obama rivolse agli studenti americani nel settembre del 2009, in occasione del primo giorno di scuola, e il cui senso può essere riassunto dalla frase riportata qui accanto. Ci piacerebbe molto che gli studenti italiani potessero finalmente ascoltare parole come queste.

Grazie, presidente, per la sua attenzione.

 

 

 

 

Educare i bambini in famiglia

AUTORE: Pietro Bordo

DATA: marzo 2003

 

 

Relazione proposta ai Genitori degli alunni dello Iunior International Institute (scuola paritaria primaria di primo e secondo grado)

 

Fino a circa cinquant’anni fa erano presenti, in generale, vari fattori educativi positivi

Nell’ambito familiare:

  1. almeno un genitore sempre molto presente in casa;
  2. nonni molto presenti;
  3. zii ed altri parenti pure.

 

Nella società:

  1. molti, per strada ed altrove, si preoccupavano di controllare ed eventualmente rimproverare chi sbagliasse;
  2. la scuola educava ai valori comuni, senza l’impreparazione, il lassismo e la tolleranza oggi piuttosto diffusi.

 

Oggi sono presenti vari fattori diseducativi (parlo sempre in generale):

 

Nell’ambito famigliare:

  1. un genitore presente in casa è un sogno per la maggior parte dei bambini;
  2. i nonni sono presenti in poche famiglie;
  3. i contatti con zii ed altri parenti sono molto limitati, rispetto al passato;
  4. alcuni bambini sono abituati a trattare con atteggiamento di superiorità gli adulti che lavorano per la famiglia, pensando poi di poter esportare tale comportamento con gli altri adulti con i quali entrano in contatto (minacce di far licenziare…).

Nella società:

  • la TV, la diseducatrice per eccellenza, che quando reca poco danno intorpidisce la mente ed il cuore, generalmente propone modelli tremendamente affascinanti e vincenti, che portano i ragazzi (soli per ore a casa, o in compagnia di baby-sitter che se ne disinteressano) a considerare come obiettivi fondamentali della loro vita il successo, il denaro ed il sesso, tutto a qualsiasi prezzo; naturalmente tutto cambia con la presenza dei genitori e la visione di buoni programmi;
  • le riviste, per le quali vale quanto detto per la TV, anche se con minore efficacia;
  • internet, dove in un mare infinito insieme ad informazioni utili puoi trovare, mi dicono, quanto di peggio si possa immaginare, ed anche di più. Ed immaginiamo dove la curiosità possa portare anche il migliore dei bambini, magari solo per ore ed ore a casa;
  • scuola (dati ottenuti dai miei nipoti e da altre centinaia di alunni e genitori di altre scuole): non raramente scarse qualità umane e professionali degli insegnanti; cattivi loro esempi e dei compagni; mancanza di regole positive; certezza della quasi impunità, qualunque sia il loro comportamento, sia per insegnanti che per gli alunni (quasi nessuno controlla la qualità del lavoro prodotto; tanti “9” e “10” consentono a genitori, che hanno tanto da fare, ed ad insegnanti, che poco vogliono fare, di vivere felici e tranquilli);
  • abitudine dei ragazzi ad avere tutto: molti genitori lo fanno per ignoranza, altri per “comprare” con il denaro il tempo. Che è poi ciò che loro non danno ai propri figli e che essi più desiderano. E crescendo, a volte soprattutto fisicamente, potranno sempre avere tutto?

 

Dopo questa introduzione penso appaia evidente l’importantissimo, direi vitale, vostro ruolo di educatori dei vostri figli. Molto più importante che in passato.

Vorrei proseguire la conversazione usando parole o frasi chiave, quelle più ricorrenti nei miei trenta anni di azione educativa (ho rivisto gli appunti tutoriali di alcune quinte classi precedenti) ed argomentando diffusamente su ognuna.

 

Confronti fra fratelli e sorelle, addirittura fra padre e figlio (ogni persona è diversa e deve percorrere il suo cammino)

Azione educativa individuale (minuti da solo con il papà, o mamma, anche pochi; si può fare anche con sette figli)

Coerenza (parolacce… pure quando è calmo; Messa (il maestro e.. affermano che è importante e poi non ci andiamo; verità…: l’ho sentito dire che…; fumo: se papà non ce la fa anch’io posso non farcela; c’è differenza fra ciò che si dice e quello che si fa)

Giustizia (senza “processo” è facile sbagliare e dare punizioni a chi non le merita; ci soffrono molto e perdono un po’ di stima e fiducia nei genitori; mia sorella mi disturba sempre; papà interviene, ma lei ricomincia; non sappiamo cosa fare! Incredibile!)

Autorevolezza (la si conquista sul campo e la si rafforza giorno dopo giorno; “trasferirla” ai “delegati”: insegnanti, nonni, collaboratori domestici; con dichiarazione formale)

Critiche ai “delegati”: no davanti al bambino. Producono gravi danni poiché il bambino potrebbe estendere a tutta la persona il giudizio negativo sul singolo argomento (o potrebbero disorientarlo; Luca, buono, attento, intelligente, inspiegabilmente comincia ad andare male; ho saputo perché: mancanza di fiducia dei genitori negli insegnanti; esplicitata situazione ai genitori; parlatene col bambino; dal giorno dopo voti da 5 e 6 a tutti 8 o 9! Incredibile)

Critiche al coniuge: effetti devastanti. Il bambino può perdere certezze importanti.

Discutere senza litigare (bambino: la sera quando vado a dormire penso alle liti dei miei genitori e prego e piango)

Mantenere le promesse (se non è possibile spiegarglielo, altrimenti ci soffrirebbe molto e genitore perderebbe parte della stima)

Ci pensa mia moglie (assenza di polso, il maschietto può approfittarsene; inizia a voler discutere tutte le decisioni della mamma che non lo soddisfano; inoltre: dai dodici anni in su con chi parlerà di certi argomenti se non è abituato a farlo quasi quotidianamente almeno dai sette-otto anni?)

I bambini vengono educati soprattutto quando i genitori non pensano ad educarli: con l’esempio di vita

Tutti uguali, tutti diversi (…)

Non trattate sempre i bambini da piccoletti, altrimenti così si comporteranno; già a sei-sette anni fateli diventare elementi attivi della famiglia. Darà loro molta soddisfazione, li aiuterà a crescere e vi toglierà qualche incombenza;

I bambini imitano il papà soprattutto nei comportamenti meno belli, ad esempio durante discussioni con la moglie. Attenzione!

In famiglia aiuti reciproci, anche dai bambini agli adulti (vedere tutti impegnati a migliorarsi, a dare ed accettare aiuti, li stimola molto a crescere) (a scuola funziona…)

Regole chiare

Eccezioni: confermano la regola (possono creare un approfondimento incredibile del rapporto affettivo; sperimentato a scuola)

Scuola-parcheggio (maestri, anche i migliori, poco possono fare senza collaborazione con la famiglia; è come scrivere sulla sabbia; invece insieme si ottiene un effetto sinergico)

Coordinamento fra genitori: sono abilissimi nel sapere a chi rivolgersi per avere maggiori probabilità di risposta positiva alla richiesta, ma sono disorientati dalle differenze

Chi sbaglia paga (non come nella mafia! Non per vendetta, ma per aiutare a migliorare; esplicitarlo; in classe accettano qualsiasi punizione; comunque è bene non esagerare)

Verità: sempre o tacere. Senza dare gravi punizioni a chi ha il coraggio di dirla. A scuola funziona. Mi dicono, penso, tutto. A volte io dico loro: “Questi sono argomenti particolari; parlane col papà; domani mi dirai se l’hai fatto”. Ammettono anche mancanze gravi se si fidano dell’interlocutore, conoscono il suo equilibrio, la sua comprensione e sanno che darà loro buoni consigli per cercare di non ripetere l’errore;

Elogi a chi si sforza di migliorare: uno vale più di mille rimproveri (io a volte a scuola li invento)

Attenzione alle comunicazioni (sei sempre il solito…; sei uno stupido! No: oggi ti sei comportato da stupido)

Ma la parola più importante di tutte quelle finora usate è

Presenza      (molti genitori, specialmente papà, pensano di liberarsi del problema della loro latitanza dalla famiglia rifugiandosi nell’ipocrisia della qualità del tempo, quasi sempre vero e proprio esilio volontario della mente; oppure si rifugiano nelle presunte necessità della famiglia. Dico presunte con dati oggettivi alla mano, perché in tanti casi stare tutto il giorno fuori casa serve alla carriera o ad incrementare il lusso nel quale vive la famiglia. E poiché uno dei fattori fondamentali di crescita di un bambino è il processo di identificazione, con chi si identificherà? Con la mamma? Con il maestro? È questo che vuole il papà?)
Estrema risorsa che ho dovuto usare per convincere papà ad occuparsi del figlio: Suo figlio è oggettivamente orfano di padre dal lunedì al venerdì; a volte per periodi ancora più lunghi.

Sto per concludere con un’altra parola chiave:

Fiducia: con la tutoria (stretta coordinazione scuola-famiglia ed elaborazione di un progetto formativo comune per il bambino), se ben fatta, si possono cambiare tutte le situazioni meno positive, sia a casa che a scuola. Ne ho tanti di esempi di genitori che per amore dei figli hanno fatto cambiamenti significativi nella loro vita, senza stravolgerla ma rimodulando la scala delle priorità e cercando, anche con un po’ di fantasia, quella che prima sembrava l’impossibile quadratura del cerchio (esempi: uscire un’ora dopo la mattina, aspettare pomeriggio figlio a casa; telefonata personalizzata; colazione separata, da uomo ad uomo o da donna a donna)

E ricordatevi che senza cambiamenti dei genitori difficilmente cambiano i figli.

 

Parlando di educazione dei figli penso si debba concludere con due citazioni autorevolissime.

La prima dalla “Centesimus annus”: "Il primo e più importante lavoro si compie nel "cuore dell'uomo", e il modo con cui questi si impegna a costruire il proprio futuro dipende dalla concezione che ha di se stesso e del suo destino”. Infatti in quarta elementare si cambiano le motivazioni da dare ai bambini per lo studio. Si cominciano a proporre quelle etiche: riceverai una chiamata, sii pronto a rispondere, qual essa sia, studiando molto. Il piccolo Karol non sapeva quale chiamata avrebbe ricevuto, ma era pronto. E li abitua a pensare in grande, ma non per avere successo e soldi, ma per poter dare il massimo contributo all’umanità. A volte in aula dico: “Chissà chi di voi inventerà il motore ad acqua, o la cura per…”

La seconda da un discorso pronunciato qualche anno fa dal Santo Padre: “(i bambini) …sono minacciati dall’egoismo e dalla corsa al benessere materiale che talora affascina i genitori, sottraendoli al dovere di una presenza educativa, fatta di premurosa vicinanza ai figli e di ascolto dei problemi connessi con la loro crescita” (13 dicembre 1999).

Chiesi ad un bambino: “Qual è la cosa più bella che ti piace fare col papà? “… stiamo lì per terra a giocare ...”. Ed il viso gli si illuminava di felicità.

IL MAESTRO NON C’È PIÙ: ALLE ELEMENTARI IN CATTEDRA SOLO DONNE

FONTE: Il Messaggero

AUTORE:  ANNA OLIVERIO FERRARIS

DATA: 3 ottobre 2004

LE STATISTICHE più recenti ci dicono che nella scuola dell'obbligo gli insegnanti di sesso maschile sono sempre più rari. La presenza delle donne nelle materne e nelle elementari si avvicina al 100% e nelle medie al 70%: il fenomeno, che non riguarda soltanto il nostro paese ma anche altre nazioni europee, da noi raggiunge il massimo nelle regioni del Centro Italia.

 

Com'è noto, la carenza di maschi all'interno della scuola è in primo luogo dovuta ai modesti stipendi dei maestri e dei professori, cosicché gli uomini per svariati motivi tendono a orientarsi fin dall'inizio verso attività più redditizie. Un secondo fattore che ha contribuito a femminilizzare la scuola è legato al fatto che l'insegnamento lascia più tempo libero di altre attività lavorative e consente di godere di vacanze estive più lunghe, il che si concilia meglio con gli impegni domestici e la cura dei figli.
Ma questo forte squilibrio nel rapporto maschi-femmine tra gli insegnanti, può avere degli effetti sugli alunni, oppure il sesso dell'insegnante non incide sull'apprendimento e sul buon andamento delle classi? Ovviamente la preparazione culturale e didattica dei docenti è l'aspetto più rilevante della questione; non bisogna però sottovalutare altri fattori che contribuiscono ad aumentare o ridurre la motivazione allo studio e a far sentire a proprio agio bambini e ragazzi.
La scuola è per gli alunni anche un luogo di vita molto importante, in cui essi vengono a contatto non solo con altri bambini e ragazzi ma anche con adulti diversi, ognuno con il proprio bagaglio di esperienze, la propria cultura e le proprie caratteristiche individuali: la presenza di adulti dei due sessi la rende più ricca perché c'è una maggiore varietà di modelli, una differenza di comportamenti e di interessi, e anche perché lo sviluppo dei bambini e dei ragazzi si basa su processi di identificazione con figure del proprio sesso. Si aggiunga a ciò il fatto che in numerose famiglie, a causa della separazione dei genitori, i padri sono meno presenti e quindi la disponibilità di un maestro o di un professore può servire a ridurre questa carenza. Il che vale sia per gli alunni che per le alunne: anche queste ultime traggono vantaggio da un confronto con insegnanti dell'uno e dell'altro sesso.
Per i maschi, poi, il fatto di non incontrare mai uomini tra le mura scolastiche può, inconsciamente, convincerli che una buona parte delle attività che si svolgono in classe - come leggere, scrivere, disegnare - siano "femminili" e che quindi non sia consono al loro sesso impegnarvisi a fondo. In più, man mano che si avvicinano all'adolescenza, molti maschi mal tollerano di essere guidati o disciplinati da figure femminili, mentre una figura maschile viene percepita più simile a loro e quindi dotata di una maggior presa, anche quando si tratta di controllare la loro aggressività.
In sostanza, ci sono buoni motivi per cercare di incrementare la presenza di docenti di sesso maschile a scuola.