La manomissione delle Parole

AUTORE: Pietro Bordo

DATA: novembre 2011

Estratto da “La Manomissione delle Parole”, di Gianrico Carofiglio” (Rizzoli, 2013)

(La manomissione nell’antica Roma era l’atto con il quale il dominus (padrone) proclamava libero il suo schiavo, rinunciando alla potestà, o manus, che aveva su di lui e facendogli acquistare la libertà e la cittadinanza, con gli annessi diritti civili e politici)

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Gustavo Zagrebelsky* ha detto: “Il numero di parole conosciute e usate è direttamente proporzionale al grado di sviluppo della democrazia e dell'uguaglianza delle possibilità. Poche parole e poche idee, poche possibilità e poca democrazia; più sono le parole che si conoscono, più ricca è la discussione politica e, con essa, la vita democratica".

Nel suo ideale decalogo dell'etica democratica egli ha incluso la fede in qualcosa, la cura delle personalità individuali, lo spirito del dialogo, il senso dell'uguaglianza, l'apertura verso la diversità, la diffidenza verso le decisioni irrevocabili, l'atteggiamento sperimentale, la responsabilità dell'essere maggioranza e minoranza, l'atteggiamento altruistico; e, a concludere il decalogo, la cura delle parole.

In nessun altro sistema di governo le parole sono importanti come in democrazia: la democrazia è discussione, è ragionamento comune, si fonda sulla circolazione delle opinioni e delle convinzioni. E - osserva Zagrebelsky - lo strumento privilegiato di questa circolazione sono le parole.

Il rapporto fra ricchezza delle parole e ricchezza di possibilità (e dunque di democrazia) è dimostrato anche dalla ricerca scientifica medica e criminologica: i ragazzi più violenti possiedono strumenti linguistici scarsi e inefficaci, sul piano del lessico, della grammatica, della sintassi. Non sono capaci di gestire una conversazione, non riescono a modulare lo stile della comunicazione - il tono, il lessico, l’andamento - in base agli interlocutori e al contesto, non fanno uso dell'ironia e della metafora. Non sanno sentire, non sanno nominare le proprie emozioni. Spesso, non sanno raccontare storie. Mancano della necessaria coerenza logica. Non hanno abilità narrativa: una carenza che può produrre conseguenze tragiche nel rapporto con l'autorità, quando è indispensabile raccontare, descrivere, dare conto delle ragioni, della successione, della dinamica di un evento.

La povertà della comunicazione, insomma, si traduce in povertà dell'intelligenza, in doloroso soffocamento delle emozioni.

Questo vale a tutti i livelli della gerarchia sociale, ma soprattutto ai gradini più bassi. Quando, per ragioni sociali, economiche, familiari, non si dispone di adeguati strumenti linguistici; quando le parole fanno paura, e più di tutte proprio le parole che dicono la paura, la fragilità, la diffe­renza, la tristezza; quando manca la capacità di nominare le cose e le emozioni, manca un mec­canismo fondamentale di controllo sulla realtà e su se stessi.

La violenza incontrollata è uno degli esiti possibili, se non probabili, di questa carenza.

I ragazzi sprovvisti delle parole per dire i loro sentimenti di tristezza, di rabbia, di frustrazio­ne hanno un solo modo per liberarli e liberarsi di sofferenze a volte insopportabili: la violenza fisica. Chi non ha i nomi per la sofferenza la agisce, la esprime volgendola in violenza, con conseguenze spesso tragiche. Nelle scienze cognitive questo fenomeno – la mancanza di parole, e dunque di idee e modelli di interpretazione della realtà, esteriore e inte­riore ‑ è chiamato ipocognizione. Si tratta di un concetto elaborato a seguito degli studi condotti negli anni cinquanta dall'antropologo Bob Levy. Nel tentativo di individuare la ragione dell'altis­simo numero di suicidi registrati a Tahiti, Levy scoprì che i tahitianí avevano le parole per in­dicare il dolore fisico, ma non quello psichico. Non possedevano il concetto di dolore spiritua­le, e pertanto quando lo provavano non erano in grado di identificarlo. La conseguenza di questa incapacità, nei casi di sofferenze intense e (per loro) incomprensibili, era spesso il drammatico cortocircuito che portava al suicidio.

“I limiti del mio linguaggio significano i limiti del mio mondo" ha scritto Ludwig Wittgenstein. La caduta del linguaggio - si può arrivare a dire - è la caduta dell'uomo.

Nella “Città di vetro” di Paul Auster, Daniel Quinn va nella biblioteca della Columbia University e legge il libro di Peter Stillman padre, Il Giardino e la Torre:

Nel paradiso terrestre il solo compito di Adamo e stato inventare il linguaggio, dare il proprio nome a ogni oggetto e creatura. In tale condizione d'inncenza, la lingua era penetrata direttamente nel vivo del mondo. Le parole non si erano semplicemente applicate alle cose che vedeva: ne avevano svelato essenze, le avevano letteralmente vivificate. La cosa e il nome erano intercambíabili. Dopo la caduta questo non valeva più. i nomi cominciarono a staccarsi dalle cose; le parole degenerarono in un ammasso di segni arbitrari; il linguaggio era disgiunto da Dio. Dunque la storia del Giardino non ricorda soltanto la caduta dell'uomo, ma quella del linguaggio. Se la caduta dell'uomo implicava anche una caduta del linguaggio, non era logico presumere che si sarebbe potuta ribaltare la caduta stessa, e capovolgerne gli effetti, se si ribaltava la caduta del linguaggio, impegnandosi a ricreare quello parlato nell'Eden? Se l'uomo fosse riuscito ad apprendere la lingua originale dell'innocenza, non ne conseguiva che in quel modo, dentro di sé, si sarebbe riappropriato di tutta una condizione d'innocenza?

L’abbondanza, la ricchezza delle parole è dunque una condizione del dominio sul reale: e diventa, inevitabilmente, strumento del potere politico. Per questo - argomenta Zagrebelsky- è necessario che la conoscenza, il possesso delle parole siano esenti da discriminazioni, e garantiti da una scuola eguale per tutti. Ma il numero delle parole conosciute non ne esaurisce lo straordinario potere sugli uomini sulle cose. Un ulteriore segnale del grado di sviluppo di una democrazia e, in generale, della qualità della vita pubblica, si può desumere dalla qualità delle parole: dal loro stato di salute, da come sono utilizzate, da quello che riescono a significare.

Tutti possiamo verificare, ogni giorno, che lo stato di salute delle parole è quanto meno preoccupante, la loro capacità di indicare con precisione cose e idee gravemente menomata.

Le parole devono - dovrebbero - aderire alle cose, rispettarne la natura. Scrive T.S. Eliot nel quinto tempo dell'ultimo dei Quattro quartetti:

 

[ ... ] E ogni frase e sentenza che sia giusta,

dove ogni parola è a casa, e prende il suo posto

per sorreggere le altre,

la parola non diffidente né ostentante,

agevolmente partecipe del vecchio e del nuovo,

la comune parola esatta senza volgarità,

la formale parola precisa ma non pedante,

perfetta consorte unita in una danza) [ ... ]

 

Socrate, negli ultimi istanti della sua vita, raccomanda a Critone: "Tu sai bene che il parlare scorretto non solo è cosa per sé sconveniente, ma fa male anche alle anime". E tuttavia il “parlare scorretto", la progressiva perdita di aderenza delle parole ai concetti e alle cose, è un fenomeno sempre più diffuso, in forme ora nascoste e sottili, ora palesi e drammaticamente visibili.

George Steiner ha osservato che le ideologie cosiddette competitive, come il nazismo - e io aggiungerei: il fascismo e altre, meno palesemente totalitarie - non producono lingue creative, e solo di rado elaborano nuovi termini. Molto più spesso "saccheggiano e decompongono la lingua della comunità", manipolandola e usandola come un'arma. Questa caratteristica della Lingua Tertii Imperií", l'essere oppressiva e parassitaria insieme, emerge con tragica evidenza dalle pagine del Taccuino di Klemperer. 'Il Terzo Reich ha coniato pochissimi termini nuovi, forse verosimilmente addirittura nessuno. La lingua nazista in molti casi si rifà a una lingua straniera, per il resto quasi sempre al tedesco prehitleriano: però muta il valore delle parole e la loro frequenza, trasforma in patrimonio comune ciò che prima apparteneva a un singolo o a un gruppuscolo, requisisce per il partito ciò che era patrimonio comune e in complesso impregna del suo veleno parole, gruppi di parole e struttura delle frasi, asservisce la lingua al suo spaventoso sistema."

Quando rievoca le modalità della propaganda nazista, nel tentativo di capirne l'efficacia, Klemperer osserva:

"No, l'effetto maggiore non era provocato dai discorsi e neppure da articoli, volantini, manífesti e bandiere, da nulla che potesse essere percepito da un pensiero o da un sentimento consapevoli. Invece il nazismo si insinuava nella carne e nel sangue della folla attraverso le singole parole, le locuzioni, la forma delle frasi ripetute milionì di volte, imposte a forza alla massa e da questa accetta meccanicamente e inconsciamente…

Ma la lingua non si limita a creare e pensare per me. Dirige anche il mio sentire, indirizza tutto il mio essere spirituale quanto più naturalmente, più inconsciamente mi abbandono a lei. E se la lingua colta formata di elementi tossici è stata resa portatrice di tali elementi? Le parole possono essere come minime dosi di arsenico: ingerite senza saperlo sembrano non avere alcun effetto, ma dopo qualche tempo ecco rivelarsi l'effetto tossico".

Le parole come minime dosi di arsenico dall'effetto lentamente, inesorabilmente tossico: questo è il pericolo delle lingue del potere e dell'oppressione, e soprattutto del nostro uso e riuso, inconsapevole e passivo.

Per questo è necessaria la cura, l'attenzione, la perizia da disciplinati artigiani della parola, non solo nell'esercizio attivo della lingua - quando parliamo, quando scriviamo - ma ancor più in quello passivo: quando ascoltiamo, quando leggiamo.

La lingua del Terzo Reich, pericolosa come un veleno, è una lingua di "estrema povertà" (un intero capitolo del Taccuino, il terzo, si intitola “Caratteristica fondamentale: povertà”). Perché si fonda su un sistema tirannico pervasivo; perché impone un unico modello di pensiero; perché, "nella sua limitatezza autoímposta, poteva esprimere solo un lato della natura umana".

La lingua, "se può muoversi liberamente", è per natura ricca, perché si piega a esprimere, a dire tutte le esigenze, tutti i sentimenti umani: e dunque, come contravveleno, converrà ricordare che - non per pedanteria fìlologica, ma per autoconservazione - bisogna combattere l'impoverimento della lingua, la sciatteria dell'omologazione, la scomparsa delle parole.

E una lingua, quella nazista, costruita sulle frasi fatte, e forte della loro ripetizione stolida: perché, ammonisce Klemperer, "proprio le frasi fatte si impadroniscono di noi".

Di noi e, aggiungerei, della politica, di entrambi gli schieramenti, che, negli ultimi vent'anni, nel nostro Paese è stata più che mai dominata dalla ripetizione di slogan volgari, trivíali e di metafore grossolane: “la Lega ce l'ha duro"; “la discesa in campo"; "il presidente eletto dal popolo"; "i magistrati comunisti”; “lasciatelo lavorare"; e infine quello più triviale e pericoloso, nella sua apparente, innocua banalità: “la politica del fare"; “È tutta colpa di Berlusconi!”; “Se c'era la Sinistra al governo vedevi”.

D'altra parte, scriveva Primo Levi, "quante sono le menti umane capaci di resistere alla lenta, feroce, incessante, impercettibile forza penetrazione dei luoghi comuni?".

La ripetizione continua, ossessiva, è uno dei sistemi principali di una lingua totalitaria, laddove il totalitarismo della lingua non va sempre e necessariamente insieme al totalitarismo della forma di governo. Quella totalitaria è una lingua gonfia di odio e di isterismo, che si appropria delle parole e le usurpa, nutrendo con esso le minacce, le allusioni a complotti, i tentativi di creare e seminare tensione; una lingua che dice per poi negare di aver detto; che disprezza i cittadini allo stesso modo degli avversari politici.

Nella lingua del Terzo Reich, tronfia e urlata, “lo stile obbligatorio per tutti era quello dell'imbonitore".

Forse non solo in quella lingua, non solo allora.

 

*Gustavo Zagrebelsky, giudice della Corte costituzionale, insegna diritto costituzionale all'Università di Torino. Ha pubblicato presso Einaudi Il diritto mite (1992), Il «crucifige!» e la democrazia (1995 e 2007), La domanda di giustizia, insieme con Carlo Maria Martini (2003), Principî e voti(2005), Imparare democrazia (2007), Intorno alla legge (2009), Sulla lingua del tempo presente (2010) e Giuda  (2011).

È la cultura dell’impunità che genera le baby gang

FONTE: Il Sole 24 Ore

AUTORE: Pietro Bordo*

DATA: 9 febbraio 2018

Ancora più della repressione, manca un’educazione adeguata e per i ragazzi gli elementi diseducativi sono i preferiti, in quanto molto attraenti. I genitori e la scuola si rivelano molto spesso incapaci di rispondere al proprio ruolo.

Il problema delle bande di bambini, in questi giorni all'attenzione della cronaca, non ha nella repressione l'elemento risolutivo fondamentale, che è invece l'eliminazione, o l'attenuazione, della cultura dell'impunità.

La cultura dell'impunità si sviluppa in tenera età in famiglia e nella società, soprattutto, a scuola. Il ministro Minniti ne ha parlato qualche giorno fa a Napoli, ma con una visione teorica, non concreta, in quanto non è il suo lavoro sapere cosa accade nelle scuole e quanto ciò che accade nella società influenza i ragazzi.

Tutti in Italia potremmo scrivere un elenco infinito di comportamenti negativi tenuti con la quasi certezza dell'impunità, o della prescrizione. Ecco alcuni di quelli che tutti i giorni attirano la nostra attenzione, dai più gravi a quelli apparentemente meno, passando per quelli incredibili.

I politici, i dirigenti o i funzionari ad ogni livello che chiedono esplicitamente o meno percentuali o altre dazioni per favori di ogni genere, a danno della collettività.
Il cittadino che butta la spazzatura fuori dei cassonetti, anche se non sono pieni; parcheggia come gli pare e butta carta o altro per strada.
I padroni dei cani che lasciano sui marciapiedi gli escrementi del loro animale.
Gli evasori fiscali che non solo non pagano la loro parte per i servizi che ricevono dai vari enti, ma ottengono “precedenze” in vari servizi pubblici rispetto a chi dichiara onestamente tutto. Caso tipico: il figlio dell'evasore va all'asilo pubblico, quello del vicino di casa onesto (che conosce bene lo stile di vita dell'altro) no.
Gli automobilisti che non lasciano passare i pedoni sulle strisce (in Spagna, ad esempio, non devi avvicinarti alla strada, altrimenti si fermano tutti pensando che tu debba attraversare).
E così via…
Uno dei motivi che determinano tale situazione è che la nostra società è ormai abituata alla mancanza di rispetto per le regole.

Perché? Ancor più della repressione, manca un'educazione adeguata e per i ragazzi (che poi diventano uomini) gli elementi diseducativi sono i preferiti, in quanto molto attraenti.

Fino a circa cinquant'anni fa erano presenti nella società, in generale, vari fattori educativi positivi.
Nell'ambito familiare, c'era almeno un genitore sempre molto presente in casa. Il ragazzo non era quasi mai da solo. Anche i nonni erano molto presenti, ed anche altri parenti. E quasi tutti educavano. Oggi i ragazzi sono spesso soli, con il cellulare ed il computer.
Un genitore presente in casa il pomeriggio è oggi un sogno per tanti ragazzi. Considerando che fino a cinquant'anni fa tale condizione è stata la norma per gli esseri umani per milioni di anni, è facilmente comprensibile come tale situazione alteri in maniera deleteria il loro equilibrio affettivo, togliendo loro serenità.

I nonni sono presenti in poche famiglie. I contatti con zii ed altri parenti sono molto limitati, rispetto al passato. Alcuni bambini sono abituati a trattare alla pari gli adulti con cui sono in contatto o che lavorano per la famiglia, pensando poi di poter esportare tale comportamento con gli altri adulti con i quali entrano in rapporto (ad esempio con i docenti).
Ed evidenziamo che i padri, per troppo lavoro, o ignoranza, spesso trascurano l'educazione dei figli e si interessano poco alla loro istruzione.
Quasi tutti si dimenticano che ciò che più vogliono i ragazzi è l'amore dei genitori, accompagnato dalla loro presenza fisica.
Nella società, molti adulti, per strada ed altrove, fino a non molti decenni fa si preoccupavano di controllare ed eventualmente rimproverare chi sbagliasse.

Oggi sono presenti vari fattori diseducativi.
Nella società, la TV, la diseducatrice per eccellenza, che quando reca poco danno intorpidisce la mente ed il cuore, generalmente propone modelli tremendamente affascinanti e vincenti, che portano i ragazzi a considerare come obiettivi fondamentali della loro vita il successo, il denaro ed il sesso, da ottenere a qualsiasi prezzo. Ovviamente se i bambini sono soli per ore a casa, o in compagnia di baby-sitter che se ne disinteressano o di nonni incapaci di gestirli, ne vedono quanta vogliono.
Internet, oggi ancor più “educante” della TV, un mare infinito, dove insieme ad informazioni utili puoi trovare, mi dicono, quanto di peggio si possa immaginare, ed anche di più. Ed immaginiamo dove la curiosità possa portare anche il migliore dei bambini, magari solo per ore ed ore a casa.

La scuola in passato educava come oggi ai valori positivi comuni, ma senza il buonismo e la tolleranza eccessivi attuali, che consentono a tanti bambini di fare tutto senza praticamente averne conseguenze significative. Oltretutto questo frustra quelli che rispettano le regole e li induce, o almeno stimola, a non farlo.
A scuola (i dati che uso li ho ottenuti dai miei nipoti; da centinaia di colleghe e da altre centinaia di alunni e genitori di varie scuole; dalle mie osservazioni dirette, poiché insegno nella scuola primaria da quarantatrè anni) i ragazzi vedono spesso cattivi esempi dei compagni e la mancanza di un intervento adeguato affinché tutti rispettino le regole positive.
Ciò che più produce danni nei ragazzi e nei docenti è l'acquisizione della consapevolezza della quasi impunità, qualunque sia il loro comportamento, poiché pochi se ne occupano sul serio, anche perché non hanno strumenti per farlo. E tanti “9” e “10” consentono a genitori, che hanno tanto da fare, ed agli insegnanti, che poco vogliono fare, o non vogliono problemi con i genitori, di vivere felici e tranquilli.

Un altro fattore diseducativo è l'abitudine di tanti genitori di superare il senso di colpa derivante dalla consapevolezza di stare poco con i figli “comprando” la loro gratitudine, abituandoli quindi ad avere subito, a prescindere dall'averli meritati, oggetti materiali, spesso costosi ed inutili. Molti genitori stanno poco con i figli per ignoranza, altri perché non possono proprio farlo, dovendo lavorare per sopravvivere. Peccato che il tempo che loro non danno ai propri figli è ciò che essi più desiderano. I bambini crescendo, a volte soprattutto o soltanto fisicamente, potranno sempre avere tutto?
Penso appaia evidente l'importantissimo, direi vitale, ruolo dei genitori e dei docenti, che dovrebbero insieme collaborare, con sicuro effetto sinergico, per educare ed istruire i bambini.

*docente scuola primaria

Tigre, elicottero o spazzaneve. E tu che genitore sei?

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: 

DATA: 26 dicembre 2017

Le nuove definizioni delle tipologie di genitori, a seconda della loro relazione con i figli: quelli che sono troppo amici, quelli super-severi. Ecco il catalogo

 

Genitori spazzaneve

Gli anglosassoni li chiamano «genitori spazzaneve», perché - letteralmente - «ripuliscono ogni cosa davanti ai loro figli in modo che nulla possa andare loro storto e possa minacciare la loro autostima». Ma ormai i genitori spazzaneve fanno parte della letteratura scientifica che indaga sui rapporti intrafamiliari. Sono iperprotettivi e eccessivamente desiderosi di evitare qualsiasi fatica e/o imprevisto ai figli sul cammino della vita. Di solito vogliono evitare gli insuccessi dei figli perché sono incapaci di affrontarli e gestirli.

 

Genitori elicottero

I genitori elicottero rappresentano l’iperpadre e l’ipermadre: sono quei genitori che trasformano il desiderio legittimo di successo dei figli in un’ossessione per se stessi e per questi ultimi. La loro sindrome è molto evidente nell’ambito della carriera scolastica dei figli, che ritengono debba funzionare al meglio senza ostacoli ma soprattutto senza considerare desideri e inclinazioni dei ragazzi. Così facendo di solito creano le condizioni per frustrazione e infelicità alla prole.

 

Mamme tigre

Prima e fortunata formula creata ormai sei anni fa dalla cinese Amy Chua nel suo best seller autobiografico «Battle Hymn of the Tiger Mother», la mamma Tigre definisce le mamme che vogliono figli super-performanti seguendo la regola dello studio matto e disperatissimo, che non concede spazio ad attività che non siano educative già dall’infanzia. Dopo una dibattito acceso la mamma Tigre è stata liquidata come genitore infelice e depresso e il metodo della professoressa di legge a Yale Amy Chua è stato bocciato da esperti e ricercatori: sono infelici le mamme tigri e anche i loro tigrotti.

 

Mamme chioccia

Parenti strette dei genitori elicottero le mamme chioccia, con la loro iper-presenza sia fisica che psicologica e con le migliori intenzioni, tendono a rovinare la vita dei figli, perdendo di vista ciò che è veramente importante per l’educazione e lo sviluppo della personalità. Oltreoceano è un atteggiamento attribuito principalmente alla famosa generazione dei baby-boomers, quelli nati nel dopoguerra (tra il 1946 e il 1964), che, una volta diventati genitori, svegliano tutte le mattine i loro «bambini» perché non arrivino in ritardo a lezione, magari al college, probabilmente via telefonino (che il professore americano Richard Mullendore ha definito «il cordone ombelicale più lungo del mondo»). Ecco alcuni consigli per evitare un eccesso di «chioccismo»

 

Mamma coccodrillo

Secondo la teoria di Lacan sono le madri che si sacrificano per la vita del figlio e così, insoddisfatte di sé, tendono poi anche a inglobarne l’esistenza, come in una eterna gravidanza. Si tratta di una figura tipica delle società patriarcali, in cui i padri incarnano la Legge e le mamme la cura. Oggi è un tipo di psicopatologia meno diffuso che ha lasciato il posto al suo contrario: alla mamma narciso che non vuole occuparsi dei figli per occuparsi di sé.

 

Genitori pavone

Oltre agli elicotteri, agli spazzaneve e ai coccodrilli ci sono i genitori «Pavone». Sono coloro che si compiacciono specchiandosi nei propri figli. Genitori prestazionali sognano di avere dei piccoli campioni invece che dei figli da educare e da mostrare.

 

Papà peluche

Secondo la definizione di Daniele Novara si tratta di «una figura di genitore morbida, compiacente, gratificante. Che non ama stare nel suo ruolo, si trova a disagio». Paralizzati dalla paura di opporsi ai figli con dei no, di contenerli e guidarli con decisione, producono creando disordine dei ruoli dentro la famiglia dei figli tirannici. Ma anche dei figli soli ai quali sono inconsapevolmente demandate le scelte anche da piccoli come se fossero adulti.

 

 

Le scuole Faes (famiglia e scuola)

AUTORE: Pietro Bordo

DATA: 2 gennaio 2017

 

 

Le scuole Faes

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Esistono in Italia delle scuole che hanno un progetto di educazione globale: formazione più istruzione.

Questo progetto è teorizzato concretamente nel "metodo Faes".

Le scuole Faes hanno una caratteristica che le differenzia da tutte le altre scuole, anche cattoliche, e che le rende uniche.

In esse non si vede il bambino esclusivamente come alunno, ma principalmente come una persona, nella sua completezza, con tutti i suoi problemi, soprattutto quelli extrascolastici. Quelli che generalmente altrove non vengono tenuti in considerazione non solo per disinteresse per la crescita dello scolaro-persona, ma nemmeno per comprendere i risultati nello studio; che invece sono fortemente determinati da quei fattori.

Per risolvere questi ed altri problemi scuola e famiglia si scambiano informazioni, formulano diagnosi, progettano interventi mirati per ogni singola necessità del bambino.

E questi interventi vengono poi effettuati in parallelo, sia a casa che a scuola, con evidente effetto sinergico.

Il momento fondamentale per realizzare quanto sopra detto è quello del colloquio tutoriale fra l'insegnante incaricato ed entrambi i genitori. Entrambi, poiché entrambi educano.

Altri momenti ordinari molto importanti sono gli incontri collettivi periodici fra docenti e genitori e quelli fra i genitori, senza la presenza dei docenti, per parlare delle mete educative.

Vorrei ribadire che i colloqui tutoriali fra genitori ed insegnante incaricato e quelli fra insegnante incaricato ed alunno sono veramente degli strumenti preziosi per il bene del bambino.

Personalmente ne ho sperimentato gli influssi positivi sulla crescita della persona e conseguentemente sui risultati scolastici.

La collaborazione scuola-famiglia produce effetti sinergici incredibili sulla crescita del bambino.

Lo scopo fondamentale delle lezioni è quello di favorire lo sviluppo armonico di tutte le potenzialità del bambino, fisiche, psichiche e spirituali, e la gioia di imparare

Ciò è realizzato offrendo all'alunno stimoli che risveglino e indirizzino le sue energie vitali verso la formazione della "persona" che è chiamato a diventare. Quindi non coercizione o imposizione: stimoli, sin dal primo giorno.

Aiutando il bambino a conoscersi, accettarsi, a diventare una persona integrale in grado di operare moralmente, razionalmente, criticamente e responsabilmente nella società si realizza l'obiettivo di una vera educazione.

In questo contesto, nelle scuole Faes si evita di dare più importanza alle discipline che allo scolaro e di privilegiare in lui la sfera cognitiva a discapito di quella spirituale, affettiva e del corporeo.

Ciò poiché per essere efficace l'intervento educativo presuppone fra maestro ed alunno una relazione significativa, fatta non solo di insegnamenti ed informazioni, ma di comprensione ed accoglienza.

Una relazione nella quale l'adulto propone i valori come obiettivi da conoscere, da far poi propri in piena libertà e verso i quali tendere insieme.

La disciplina è tenuta in grande considerazione; ma non come valore in assoluto, ma come mezzo per poter lavorare al meglio. E non la si ottiene con comportamenti autoritari, ma responsabilizzando gli alunni (non punizioni, ma aiuti: tutti ne abbiamo bisogno, ripetono spesso i docenti)

E non si dimentica mai che "il primo e più importante lavoro si compie nel "cuore dell'uomo", e il modo con cui questi si impegna a costruire il proprio futuro dipende dalla concezione che ha di se stesso e del suo destino "(Centesimus annus).

Con particolare impegno si cerca di sviluppare nel bambino la consapevolezza della responsabilità verso la propria salute: un patrimonio ricevuto in dono da conoscere, da amministrare, da difendere, da accrescere non solo per sé, ma per il bene di tutti (lo stato di benessere è un diritto di ogni essere umano, ma si afferma nella misura in cui ognuno è fedele ai "doveri" verso la salute).

Ogni volta che è possibile, sicuramente quando, ad esempio, si parla di persone ed avvenimenti che hanno cambiato il corso dell’umanità, si cerca di stimolare i bambini a “pensare in grande”, a “volare alto”. Sono cioè aiutati a far nascere ed a sviluppare in loro la volontà di dare un contributo significativo al cammino dell’uomo.

Si cerca di raggiungere questo obiettivo non prospettando loro la possibilità del successo economico e sociale, ma la certezza della gioia di far del bene ai propri fratelli, anche quando fossero soltanto quelli più vicini.

Particolare cura si pone nel cammino del bambino verso l'autonomia; su questa strada è particolarmente favorito e attentamente accompagnato.

Poiché la famiglia è la sede primaria dell'educazione del bambino, attraverso continui colloqui con entrambi i genitori, come già detto, si favorisce l'interazione formativa con la medesima, e con la più vasta comunità sociale.

Tutto ciò, naturalmente, nell'esercizio della responsabilità del singolo insegnante.

Le attività si svolgono nell'ambito della giornata scolastica tenendo conto dei modi e dei tempi di apprendimento degli alunni e delle loro esigenze di igiene fisica e mentale.

Le varie attività si svolgono individualmente e in gruppi, a seconda delle necessità del singolo bambino o del tipo di capacità che si vuol raggiungere.

Il lavoro personale costituisce il momento di partenza e di arrivo in funzione del quale il gruppo esisterà ed otterrà dei risultati che saranno di buon livello scolastico se sarà rispettata l'individualità di ognuno.

Così facendo, se la riflessione, l'approfondimento e la conquista del singolo stimolano il gruppo ad un lavoro in continua evoluzione e miglioramento, il lavoro di gruppo a sua volta risponderà ai bisogni del singolo, ne svilupperà il senso di responsabilità e la solidarietà verso il prossimo, lo porterà a comunicare con gli altri e gli permetterà attraverso scambi, aiuti, confronti e rinunzie, ad accettare le proprie e le altrui limitazioni.

Si cerca di far nascere fra tutte le persone della classe la gioia di stare insieme in amicizia, in ogni tipo di relazione, pur con differenti ruoli, in un clima di rispetto reciproco, e l'interesse per le varie attività.

Quest’ultimo obiettivo è raggiunto anche attraverso molti giochi didattici.

Ogni tanto i bambini avranno momenti del tutto individuali, non programmati, durante i quali potranno sfogliare un libro, disegnare, raccontarsi a voce alta qualche bella barzelletta. Sì, barzellette, perché l'allegria, oltre alla disciplina, non mancheranno mai.

Si cerca sempre di sviluppare negli alunni il piacere della lettura.

A tal fine si evita l'imposizione della lettura di libri, che darebbe forse risultati ottimi a breve, ma potrebbe nel medio e nel lungo termine portare i ragazzi a nutrire avversione verso questa attività, che invece prima o poi scopriranno essere molto piacevole.

In classe ogni alunno ha degli incarichi, che ruotano mensilmente e saranno visibili su un'apposita tabella esposta in bacheca. L'obiettivo è quello di stimolarli ad una partecipazione attiva e responsabile alla vita scolastica e, di riflesso, a quella famigliare; e poi a quella nella società.

Se possibile, si terranno lezioni fuori dell'ambiente scolastico.

I compiti per casa serviranno a consolidare quanto appreso in aula. Essi saranno facili, poiché saranno stati spiegati in aula. Aumenteranno gradualmente e non saranno mai tanti.

Se necessario, per gli alunni in condizioni di svantaggio si realizzano realizzati percorsi individuali di apprendimento scolastico che, considerando con particolare accuratezza i livelli di partenza, pongono una progressione di traguardi orientati, da verificare in itinere. Così poi si potrà fornire ai bambini una base comune su cui poggiare la costruzione disciplinare successiva.

Tutti i compiti eseguiti in classe degli alunni sono corretti dall'insegnante, poi spiegati individualmente, punto per punto. Per quanto riguarda i testi di lingua italiana, gli alunni avranno per iscritto, oltre alla correzione degli errori, anche molti consigli per migliorare la capacità espositiva.

Durante gli ultimi mesi dell'anno scolastico si effettua un ripasso del programma svolto e un approfondimento dei punti più significativi dello stesso.

I compiti per le vacanze estive sono assegnati in funzione del programma svolto e al fine di consolidare la sua acquisizione.

 La valutazione degli alunni è continua ed è basata su prove oggettive. Sarà effettuata al fine di verificare il livello di preparazione degli alunni, per poter quindi elogiare chi è arrivato a buoni livelli, per poter programmare eventuali azioni di recupero e sostegno per chi ne mostrasse la necessità. Di tutto viene tempestivamente informata la famiglia.

La realizzazione di quanto detto richiede la costante e precisa verifica di tutto il lavoro svolto nella classe, unitamente ad una periodica, dettagliata programmazione.

Anche a tal fine, gli incontri fra gli insegnanti operanti sulla classe sono continui e, naturalmente, improntati all'amicizia ed alla massima collaborazione reciproca.

Nelle scuole Faes le squadre di insegnati sono molto coese.

Per aumentare l’impegno e l’interesse dei bambini durante le lezioni di lingua inglese, e quindi i risultati concreti, gli insegnanti di questa materia e quello incaricato della classe cercano di realizzare situazioni di sovrapposizione, specialmente durante le verifiche.

Una settimana prima del colloquio con i genitori l'insegnante tutor riceve dai colleghi che insegnano in quella classe, attraverso una piattaforma informatica, informazioni dettagliate su tutti gli aspetti della vita scolastica del bambino. Queste sono poi naturalmente riferite dal tutor ai genitori, insieme alle sue. In questo modo il lavoro svolto durante l'anno non è slegato, episodico, approssimativo.

Sono previste alcune uscite didattiche, per conoscere meglio la natura e il mondo che li circonda.

I bambini sono avvicinati al mondo dell’informatica in maniera intelligente e sono portati a realizzate varie ed interessanti esperienze scientifiche nel laboratorio della scuola e all’esterno.

Nelle scuole Faes il bambino è sempre rispettato, senza sopraffazioni.

Viene portato a consolidare o ad acquisire la consapevolezza che la famiglia è più importante della Scuola e di ogni altra persona.

Nelle scuole Faes ovviamente non c’è la sicurezza che i genitori riusciranno a realizzare i loro progetti sul proprio figlio, ma la certezza che molto probabilmente insieme, collaborando, si riuscirà a trovare la chiave per la soluzione degli eventuali problemi che impedissero al ragazzo di dare il meglio di sé.

Quanto sopra scritto deriva dalla mia felice attività di docente, per ventun anni, allo Iunior International Institute; ma sono sicuro che gli elementi fondamentali dell’attività del Petranova International Institute siano gli stessi.  

Attraverso i “link utili” della home page si arriva facilmente al sito delle due scuole Faes menzionate ed a quelli degli asili CEFA, che operano con modalità didattiche e pedagogiche correlate a quelle delle due scuole.

Ma i prof (e le maestre) non devono anche insegnare a vivere?

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Marisa Moles

DATA: 29 giugno 2014

Laureata in Lettere, insegnante per passione, blogger per diletto, con il  pallino della scrittura fin dalla più tenera età. Sono anche madre e moglie e il tempo libero, tra scuola e casa,  è davvero poco. Mi piace leggere ma soprattutto scrivere: gestisco due blog, uno personale e uno interamente dedicato alla scuola, laprofonline.wordpress.com

 

Gli studenti, tranne quelli che stanno affrontando l’esame di Stato, sono ormai in vacanza. L’ultima campanella per quest’anno scolastico è suonata da un bel po’ e  noi prof abbiamo da poco terminato di espletare tutte quelle formalità burocratiche di fine anno: relazioni, programmi svolti, scrutini. Qualcuno  è ancora impegnato nelle commissioni d’esame. Ancora una volta siamo i “giudici” dei nostri studenti. Ma noi un esame di coscienza ce lo facciamo mai?

Stritolati dalla burocrazia, nel compilare i programmi ben scritti e ordinati, rigorosamente salvati in un file del nostro pc, ci chiediamo cosa abbiamo fatto di buono quest’anno? E non mi riferisco agli argomenti trattati, alle poesie lette, ai capitoli spiegati, alle regole  illustrate per bene alla lavagna. Per “buono” intendo qualcosa di umano, al di là dei numeri.

Docenti e studenti sono accomunati dalla stesso destino. Per il Ministero dell’Istruzione siamo solo numeri: 18 ore per docente, tot classi per scuola, 27-30 allievi per classe, e non importa se le aule sono troppo piccole per contenerli tutti. Non importa se le ore a volte sono troppo poche per svolgere i programmi, fare le verifiche, interrogare … troppo poche per accorgerci che quelli che abbiamo di fronte non sono solo numeri, sono piccoli uomini e piccole donne che attraversano un momento delicato, quello dell’adolescenza, che ha bisogno di molta attenzione. 

Troppo spesso, presi come siamo dai mille oneri che la scuola ci impone,  non ci accorgiamo dei loro disagi, delle loro lacrime, dei loro sospiri, del loro continuo chiedere di andare ai servizi, del movimento perpetuo che compiono nei loro banchi troppo stretti, troppo scomodi, troppo scolastici. Già, che cosa ci può essere di più scolastico di un’aula? Nulla. Forse dovremmo rendere quelle aule più umane e meno scolastiche, avere il coraggio di dire al diavolo i programmi, le verifiche, le interrogazioni, occupiamoci un po’ di loro.

Dovremmo chiedere ai nostri ragazzi  quali siano gli interessi, le passioni, gli amori e le amicizie, quale sia il loro mondo al di fuori delle aule scolastiche. Perché sono innanzitutto persone e poi allievi da interrogare, valutare, sgridare e colpevolizzare. Incapaci di andare oltre a quei voti scritti ordinatamente sul registro, a quelle note affibbiate quando si presentano senza compiti svolti, a quei “meno” che segnalano la distrazione o l’impreparazione, non ci fermiamo a riflettere, chiedendoci quale sia il vero motivo di un curricolo scolastico deludente, fatto di bocciature ripetute, di fallimenti sommati ad altri fallimenti.

Se ogni tanto, non dico sempre, fossimo capaci di trascurare i dettagli di quelle indicazioni nazionali propinate dal ministero, per essere uomini e donne alle prese con l’età difficile dei nostri allievi, forse ne risentirebbe lo svolgimento dei programmi ma ne guadagnerebbe il benessere dei nostri studenti. E forse eviteremmo di leggere sulle cronache dei giornali le tragedie che hanno come protagonisti degli adolescenti. Gesti estremi, a volte.

Quando ci troviamo di fronte ai suicidi di giovanissimi, cerchiamo di non mettere sotto accusa solo la famiglia. Quel male di vivere che spezza la giovinezza spesso noi lo ignoriamo. Noi insegnanti, intendo. Quante volte ci accorgiamo del loro disagio? Ci fermiamo a coglierne i segnali? Talvolta basta poco, è sufficiente saper leggere e interpretare, mandando al diavolo, per qualche ora, l’analisi testuale e i problemi di geometria.

Ci sono giovani che odiano la scuola. Io odio me, per tutte le volte in cui non ho chiesto ai miei ragazzi “oggi come state?”, per non aver fatto una lezione sulla bellezza della vita, sulla felicità che si può cogliere nelle piccole cose, fosse solo un filo d’erba in mezzo a una montagna di paglia.

Siamo in una gabbia, quella dei doveri, e non ci accorgiamo che stiamo trascinando anche loro dentro quella gabbia che non è dorata, è simile ad una prigione da cui escono, a volte, grida di dolore che non siamo in grado di cogliere perché preferiamo essere sordi.

Non dobbiamo forse anche insegnare a vivere? Ciascuno secondo la propria esperienza , senza farci violenza e senza pensare che quello che potremmo dire non servirebbe a nulla. A volte sarebbe il caso di fermarsi e pensare che le lezioni più belle forse non le abbiamo ancora impartite.

Si è ristretto l’italiano. Torna il riassunto? Ben venga

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Giuseppe Tesorio

 

DATA: 11 ottobre 2017

Il riassunto e il dettato: esercizi importanti, per nulla banali, per imparare a comunicare in buon italiano, o almeno senza litigare con sintassi e logica.

La locandina del film tv 'Aiuto mi si è ristretta la prof' Sta per tornare di moda. Relegato a qualche sporadica apparizione, il riassunto sta per rientrare alla grande nella scuola. Non è certo, ma almeno ci stanno provando. Linguisti, giornalisti, specialisti, pedagogisti, si sono mossi all’unisono, in questo albeggiare di anno scolastico, tutti a lanciare il grido d’allarme: i nostri ragazzi parlano male, l’italiano si è ristretto, come pure il pensiero (che ci sta dietro), si abusa dell’inglese, si deraglia sui congiuntivi, la punteggiatura è serva del potere (le virgole soprattutto).

Meglio tardi che mai. Gli insegnanti si stanno sgolando su questo tema, in perfetta solitudine, nella terra di mezzo della classe. Twitterati (volendoli nobilitare) e wathsappati (un poco digito–invasati lo sono) vanno avanti con l’altro italiano, più povero.

Adesso, il ministro dell’istruzione chiama a raccolta gli specialisti del settore (e di questi, Oscar Wilde non aveva grande fiducia: “Lo specialista è colui che sa sempre di più su sempre di meno, fino a sapere tutto di niente”). L’obiettivo del gruppo di lavoro? Migliorare l’apprendimento e il corretto uso della lingua italiana. Sul come si è già aperto il dibattito. Il linguista Luca Serianni, assai attento al mondo della scuola, spezza due lance per il riassunto, come “esercizio importante, per nulla banale, per strutturare un discorso, interpretare ciò che li circonda, comprendere un testo, sviluppare la capacità di argomentazione”. Insomma, per imparare a comunicare in buon italiano, o almeno senza litigare con sintassi e logica.

Già, il vecchio caro riassunto. Prematuramente scomparso, come il dettato. Anche la lettera è scomparsa. Eppure il nuovo esame conclusivo di Stato, quello nato con la legge n.425, del 12 dicembre 1997, firmata dall’allora ministro Luigi Berlinguer, prevedeva lettera e riassunto tra le modalità di scrittura della prova di tutte le prove ovvero il tema d’italiano. Secondo la legge, con l’esame a regime (nel 2001-2002, un secolo fa quasi), lo studente avrebbe potuto scegliere tra il tema classico, l’«analisi e il commento di un testo letterario», l’articolo di giornale, il «saggio breve», ma anche il riassunto, la lettera e la relazione.

A dire il vero, nel successivo Decreto Ministeriale del 18 settembre 1998, n. 356, l’art.1 indicava per la tipologia B della prova scritta: “L’argomento può essere svolto in una forma scelta dal candidato tra modelli di scrittura diversi: saggio breve, relazione, articolo di giornale, intervista, lettera. Per l’anno scolastico 1998/99 le forme di scrittura da utilizzarsi da parte del candidato sono quelle del saggio breve o dell’articolo di giornale”. Dunque, non contemplava più il previsto riassunto. Ma intervista, lettera e relazione non sono mai state provate.

Adesso, forse, si torna indietro: riportiamo anche queste forme, e non solo il pur importante riassunto, agli esami finali delle medie e delle superiori. Solo così, vedendole tra gli obiettivi finali, la scuola può far esplorare nuove forme di scrittura. E più la scrittura si fa salda, più il pensiero (dello studente) si rafforza. Con il pensiero rinvigorito sarà tutta un’altra lingua.

Quattro zampe terapeutiche

FONTE: Almanacco CNR

AUTORE: Antonio Cerasa

DATA: ottobre 2017

I gattini hanno invaso internet da decenni e assicurano visibilità e viralità al proprio profilo. Perché abbiamo così bisogno di vivere insieme agli animali, trasformandoli in compagni di vita, al punto che i soggetti più fotografati, condivisi, taggati, twittati del web sono proprio loro? Prima di tutto l'animale domestico è veramente un compagno di vita, al punto che come ha dimostrato uno studio pubblicato qualche mese fa su 'Plos One' i cani possono arrivare a condividere lo stesso profilo di personalità dei loro padroni. Misurando i livelli di cortisolo, l'ormone dello stress, in 132 coppie di proprietari e cani in situazioni difficili i ricercatori dell'Università di Vienna hanno scoperto che gli animali con padroni agitati, lo sono altrettanto, mentre quelli con umani che gestiscono bene lo stress rispondono meglio agli imprevisti.

Ma il ruolo degli animali domestici può addirittura essere quello di ripristinare l'equilibrio emotivo della famiglia. Cani e gatti percepiscono le conflittualità famigliari e intervengono assorbendo la rabbia e aggressività dei padroni amplificando la gioia e felicità con comportamenti che favoriscono il gioco, stimolando il contatto quando avvertono tristezza. Un recente lavoro scientifico ha confermato che soprattutto i cani sono in grado di riconoscere i nostri stati emotivi. In uno studio pubblicato su Biol Letters, alcuni ricercatori hanno sottoposto un gruppo di amici a quattro zampe a un semplice test in cui venivano proiettate fotografie di umani che esprimevano gioia o rabbia, abbinando loro il suono di parole concordanti o discordanti. È emerso che gli animali passavano più tempo a osservare i visi la cui emotività era congruente con l'espressione verbale.

Il supporto psicologico che gli animali possono dare all'essere umano non si evince solo dalla vita in famiglia, ma anche in settori come la riabilitazione motoria o psichiatrica. Chi non si è sentito bene accarezzando un gatto peloso, dando da mangiare a un coniglio o cavalcando un puledro? Esistono numerose prove scientifiche degli effetti positivi della pet therapy. Una recente revisione apparsa sulla rivista Frontiers in Psychology ha concluso che l'intervento assistito da animali può rivelarsi una buona opzione complementare per una serie di traumi psicologici come fobie o disturbo post-traumatico, così come per alcuni disturbi neurologici.

Smartphone vietato dopo cena, l’esperimento inglese che funziona

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Caterina Belloni

DATA: 12 ottobre 2017

Troppa dipendenza da Whatsapp e messaggini: gli adolescenti che si portano il telefonino a letto, o anche solo in camera da letto, perdono il sonno e la sicurezza di sé. A rischio soprattutto le ragazze

I ragazzi in gamba non si portano il telefono in camera da letto. E’ questo il messaggio lanciato nei giorni scorsi agli adolescenti inglesi dalla presidente del Royal College di Psichiatria di Londra. Wendy Burn ha lanciato il suo appello, in pubblico e sui giornali, perché secondo lei i problemi di insicurezza e depressione che caratterizzano gli adolescenti e i giovani britannici hanno origine anche da un rapporto deviato con smartphone e social media. Secondo una recente ricerca condotta, dall’associazione Children’s Sleep, infatti, i ragazzini inglesi vanno a letto mettendo il telefonino sotto il cuscino, perché hanno paura di perdere qualcosa durante la notte. Ma se lo smartphone è a pochi centimetri dal loro orecchio, anche se stanno dormendo il suono di un messaggio o di un aggiornamento sui social può raggiungerli e svegliarli. Solo che svegliarsi nel cuore della notte per leggere e commentare post e foto significa dormire male o comunque in modo superficiale.

E’ possibile capire gli adolescenti. Dieci cose da sapere sui nostri figli

Quindi il primo rischio è legato a una interferenza con il riposo, che invece per gli adolescenti è fondamentale quanto per i neonati e secondo gli esperti dovrebbe essere pari ad almeno nove ore continuate per notte. L’altra conseguenza pericolosa di questa abitudine consiste nel fatto che il circolo vizioso del gossip virtuale, con il suo corredo di commenti negativi e aggressivi, non lascia tregua e tiene avvinto il ragazzino 24 ore al giorno, causando insicurezza, preoccupazione, scarsa autostima. Secondo gli esperti, oltre alla perdita di sonno che rende poi meno percettivi e reattivi, ci sono numerose altre conseguenze pratiche legate all’uso eccessivo dei telefonini. Anzitutto l’ansia che deriva dal vivere in attesa di una risposta e di un messaggio. Poi la mancanza di autostima che si genera nel momento in cui la sicurezza di un ragazzo non dipende dai suoi risultati o dall’opinione che ha di sé, ma dal modo in cui gli altri lo vedono attraverso i social, mezzi a volte decisamente crudeli. Ancora vanno addebitate all’abuso dei social la perdita della propria privacy ma anche la scarsa capacità di conversare e interagire, che pure è fondamentale per avere successo nella vita e credito nella professione.

Come crescere dei ragazzi competenti e responsabili

Secondo la psichiatra sono soprattutto le femmine a restare vittime di questa dipendenza da connessione, ma anche a soffrirne in modo profondo. Eppure una via di uscita esisterebbe. Alcune famiglie inglesi hanno fatto un esperimento, istituendo il blocco del dopo cena. Dal momento della cena in poi, cioè, non si usa più il telefono, che viene messo in carica in salotto o in cucina, ma non in camera da letto. Il risultato della sperimentazione è stato più che positivo, con la famiglia che ha riconquistato un tempo di dialogo e condivisione e le ragazzine che si sono svegliate più riposate e decisamente meno tese. La necessità di creare pause nell’uso del cellulare, è stata ribadita dalla dottoressa Burn, ma non solo. Anche in istituti come Eton e Winchester, alcune tra le scuole superiori più quotate del paese, si comincia a parlare della necessità di formule di «digital detox» per gli allievi. Disintossicazione da telefonini, web e social media, dunque, per riscoprire la vita reale. Che può generare tensioni, ma, stando alle ultime statistiche, talvolta è meno ansiogena della vita in Rete.

 

Il padre-peluche: genitore morbido, compiacente. Non sa stare nel suo ruolo, si trova a disagio e concede tutto

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Antonella De Gregorio

DATA: 6 ottobre 2012

«Un incontro per genitori: un papà mi chiede se può usare la paghetta come punizione: toglierne un po’ alla figlia (5 anni) disubbidiente… Per me, due orrori in uno», commenta l’educatore Daniele Novara. «Una mamma mi racconta del figlio, 4 anni, che fa sempre quel che gli pare. Poi, per dimostrarmi quanto sia “avanti”, mi dice: pensi che quest’estate ha scelto lui dove andare in vacanza, voleva vedere la Cina», racconta Anna Oliviero Ferraris, docente e psicoterapeuta dell’età evolutiva.

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Esempi, tra i tanti che gli esperti di famiglia e infanzia collezionano quotidianamente. Che dicono quanto la situazione ci stia sfuggendo di mano. Quanto nella nostra generazione i bambini siano sempre più chiamati a decidere al posto dei grandi, costretti a prendere posizione.

Bambini «adultizzati», che scelgono i corsi da frequentare, la scuola, cosa si fa nel weekend. In quale casa restare quando mamma e papà non vanno più d’accordo…

Quelli che Irene Bernardini psicoterapeuta con grande esperienza di conflitti, genitori e figli descrive nel suo libro «Bambini e basta» (Mondadori). Bambini che avete presente di sicuro, che non andrebbero a letto mai, interpellati su tutto («che cosa vuoi mangiare amore?»), super protetti dalla fatica di imparare a vivere, ma costretti a dare corpo a un’immagine da vincenti.

E che, loro malgrado, si trovano anche a farci un po’ da mamme e da papà. Bambini, in fondo, soli. Perché lasciati soli a decidere, quando siamo noi a dover decidere per loro. Mentre noi, gli adulti, dice la psicologa, siamo, all’opposto, «infantilizzati»: sempre più insicuri e fragili. Incapaci di governare le nostre vicende personali, scarichiamo responsabilità e compiti sui figli.

Quanti ne vediamo di bambini così? «Tanti — assicura Daniele Novara, arrabbiato con un Paese orfano di pedagogia —. Sono più di vent’anni che assistiamo a questo ribaltamento dei ruoli. Siamo passati dal padre-padrone al padre-peluche, una figura di genitore morbida, compiacente, gratificante. Che non ama stare nel suo ruolo, si trova a disagio. Dal disordine esce un “figlio tirannico”». Oppure quello che Susanna Mantovani (docente di Pedagogia, prorettore all’Università Bicocca di Milano) chiama: «figlio disorientato». È l’altra faccia del rispetto, dice. Dal «decido tutto io» si è passati al «non decido niente».

L’eccesso di scelta manda i piccoli in confusione. Invitare il bambino a dire «voglio» crea uno squilibrio, mentre l’educazione è questione di equilibrio. Un equilibrio che cambia a seconda dei tempi e delle circostanze.

 La tendenza a non scegliere ciò che è giusto per il figlio, la pigrizia emotiva, caratterizzano questo tempo. «Io preferisco un genitore che si impone un po’, magari anche sbagliando, a un educatore fragile, che rende i bambini insopportabili e confusi». Rinunciando al compito di far loro conoscere il mondo, aspettando che si comportino da adulti, certi genitori si sfiniscono, si arrabbiano, sprofondano nell’impotenza e cedono sempre di più.

«Credono di farlo per amore, invece lo fanno per sé, perché non sanno che un bambino è soprattutto piccolo. Che ci vuole un gran lavoro dei grandi per aiutare un bambino ad affrancarsi, poco alla volta, dai suoi desideri assoluti», sostiene Bernardini.

Se i nostri bambini crescono troppo in fretta, è anche colpa della società del consumo, dice Anna Oliverio Ferraris, che qualche anno fa ha dedicato un libro — «La sindrome Lolita», Rizzoli — a questi adulti in miniatura:

«Siccome devono diventare anche loro degli acquirenti, si spingono il più presto possibile verso l’adolescenza convincendoli che sono molto più maturi di quanto non siano e che possono scegliere autonomamente».

Gli studi degli psicologi ci dicono che i bambini oggi sono più svegli, più intelligenti. «Ma si fa confusione tra intelligenza e maturità, che è fatta di anche di crescita emotiva, di esperienza — avverte la psicoterapeuta —.I nostri bambini possono capire più di quello che emotivamente sono in grado di reggere».
Invertire la rotta è possibile? Sì, secondo Novara. Cominciando a dire qualche no, senza sprofondare nei sensi di colpa. Poi? «Sospendere le discussioni. Si chiede ai genitori di parlare tanto con i figli, ma l’educazione viene prima. Il discussionismo provoca nei figli un senso di solitudine». Infine, dice — e lo spiega anche in un manualetto appena uscito, «L’essenziale per crescere» (Mimesis) — bisogna evitare ogni forma di «servizievolezza»: e cioè fare «le cose che san fare i bambini, solo perché i bambini non le vogliono fare». Esempio? Ti taglio la pizza a sei anni o ti raccolgo la forchetta perché tu non hai voglia di farlo. Novara è speranzoso: «Questa è una generazione di genitori molto ingaggiati, che vogliono fare il meglio possibile». Mantovani vede la strada in salita: «A volte bisogna avere il coraggio di farsi aiutare da un esperto».

E Bernardini: i bambini non sono più «i bastoni della nostra vecchiaia», come li chiamavano i nonni. E non possono essere le nostre bussole.

Hanno bisogno che noi siamo grandi. Che assecondiamo non i loro desideri ma i loro bisogni. E noi abbiamo bisogno che loro siano piccoli. Bambini. E basta.

Prof. Francesco Sabatini: «La scuola ha smesso di insegnare l’italiano»

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Francesco Sabatini

DATA: 23 settembre 2017

Il presidente onorario dell’Accademia della Crusca sottolinea i mali del sistema dell’istruzione che ignora il ruolo della nostra lingua nello sviluppo cognitivo

Stiamo assistendo a un fenomeno: i mali del nostro sistema di istruzione vengono spesso denunciati pubblicamente non dalla scuola, ma dall’Università e, a livelli più avanzati, dagli ordini professionali. Non si contano le lamentele dei professori di Giurisprudenza sull’incapacità degli studenti di quella Facoltà (la chiamo ancora così, anche se questa struttura è stata cancellata) di redigere la tesi o anche solo una tesina in un italiano accettabile. Alcuni docenti hanno deciso di eliminarle, perché sarebbero tutte da riscrivere. Fanno seguito le lamentele dei presidenti degli ordini forensi, nazionali e regionali, che denunciano l’impreparazione linguistica di molti giovani avvocati. Sui concorsi che riguardano questa categoria e anche quella degli aspiranti magistrati cali un velo pietoso (basta leggere le cronache dei giornali a ogni tornata di tali concorsi). Non si contano neppure le lagnanze per l’oscurità delle circolari ministeriali, dei testi normativi (perfino lo schema preliminare del decreto per l’esame di italiano nella maturità!), degli avvisi pubblici, criptici (che cos’è il «luogo dinamico di sicurezza» negli aeroporti, se non un «percorso di fuga» in caso di pericolo?) o pletorici (le Ferrovie dello Stato stanno consultando l’Accademia della Crusca per migliorarli).

A questo punto s’innesta la polemica sul numero chiuso per l’iscrizione alle Facoltà umanistiche deliberato dalla Statale di Milano. Motivazione: l’insufficienza numerica dei docenti e l’inadeguatezza delle strutture didattiche e di ricerca. Tutto vero, per il blocco dei «ricambi» nelle assunzioni e per i tagli profondi ai finanziamenti. Ma anche perché, è sottinteso, troppi giovani, scoraggiati dalle prove di accesso alle altre Facoltà, vedono nelle «dolci» discipline umanistiche (dolci purché non si tratti delle lingue classiche, della filosofia e delle discipline linguistiche più scientifiche) come anche nella Facoltà di Giurisprudenza i porti più aperti. Porti non difesi da precise corporazioni professionali gelose del proprio prestigio e/o dei possibili alti redditi. Altri Atenei si difendono di fatto dal forte afflusso con un altro deterrente: molti corsi sono in inglese e quindi bisogna superare anche il requisito di una forte anglofonia all’entrata e per tutto il percorso. Lasciamo la casistica e puntiamo al denominatore comune. L’Università da una parte, gli ordini professionali dall’altra giudicano, apertamente o indirettamente, un’ampia parte dei diplomati dalla nostra Scuola Secondaria impreparati per gli studi superiori, che richiedono una buona capacità di comprensione del linguaggio complesso. In altri termini: della lingua italiana nella sua forma più strutturata, prima che nelle sue specificità settoriali (alla cui base, non dimentichiamolo, c’è lo strato delle lingue classiche!).

L’italiano. Ogni tanto lo si proclama, nella nostra scuola, come la disciplina centrale e trasversale per tutti gli studi, ma di fatto non viene coltivato come tale, anche qui per molti motivi, ma tutti riconducibili a una causa profonda: manca ampiamente nel nostro mondo scolastico una cognizione scientifica del ruolo che ha la lingua prima nello sviluppo cognitivo generale dell’individuo. Tutto il curricolo di questo insegnamento (per l’uso parlato e ancor più per l’uso scritto) è inficiato da errori di impostazione che le scienze del linguaggio hanno messo da tempo in evidenza, ma che non vengono conosciuti e riconosciuti nelle sedi responsabili: la formazione universitaria dei futuri docenti; la tradizione dei nostri curricoli scolastici ispirati alle «Indicazioni» ministeriali, ogni tanto ritoccate, ma mai veramente ripensate; di conseguenza anche l’impostazione di molti dei libri di testo, che non osano scalfire l’esistente.

Molto dipende, se vogliamo andare più a fondo, dall’antica concezione retorico-letteraria dei fatti linguistici. L’esistenza del nostro Paese nella carta geopolitica d’Europa si deve ampiamente alla forza edificatrice delle nostre tradizioni letterarie e artistiche (queste ultime molto meno considerate nella scuola). Io stesso ho scritto, venti anni fa, un ampio saggio dal titolo L’italiano: dalla letteratura alla Nazione. Ma far dipendere da questo dato storico l’impostazione generale dell’insegnamento, che ha ragioni e radici antropologiche molto più profonde, conduce a una serie di distorsioni dell’attività didattica. Insomma, la nostra scuola deve ancora scoprire che l’italiano in Italia è la lingua prima, della quale il nostro cervello, se non vive in ambiente paritariamente bilingue, deve servirsi per «conoscere» nella maniera più ravvicinata e stabile il mondo: le cose e i fenomeni, e sviluppare su di essi i ragionamenti, da quelli elementari a quelli più complessi, che si sono formati in tutti i campi del sapere, specialmente attraverso la scrittura.

La scrittura. Nella scuola Primaria «modernizzata» viene insegnata in maniera sempre più approssimativa, per la mancata considerazione del complicato processo cerebrale che consente il suo apprendimento, attraverso l’attivazione, a fini linguistici, di un nuovo canale sensoriale, la vista, in aggiunta all’udito, con l’apporto fondamentale delle operazioni della mano. Una sottovalutazione che si accompagna da un lato alla convinzione che ormai serve solo la scrittura elettronica (si dimostra di ignorare che lo scrivere a mano coinvolge tutto il nostro corpo), dall’altro a un incontrollato desiderio di molti insegnanti di «andare avanti», per insegnare quanto prima la «grammatica», che ritengono necessaria fin dall’inizio (ma così non è) o per elevare il proprio ruolo e far bella figura con i docenti della Media e con i genitori. Intanto il bambinetto e la bambinetta leggono male e scrivono peggio, beccandosi a volte, a torto, le qualifiche di dislessici e disgrafici, che distorcono tutto il loro percorso scolastico successivo.

Qui mi fermo e non procedo nel segnalare le lacune di scientificità e le deviazioni che penalizzano l’insegnamento dell’italiano nella Scuola Secondaria, di primo e di secondo grado. Accenno soltanto all’incapacità di lettura autonoma in cui si trovano i quindicenni, che a quel punto dovrebbero immergersi da soli nel mare di testi che li attendono, letterari, ma non solo; smarriti davanti alla effervescente letteratura contemporanea, ma anche incapaci di leggere testi scientifici e refrattari al linguaggio (più codificato) della matematica! Non ha senso parlarne in poche righe, di fronte all’insensibilità di tutti i nostri ministri «riformatori» della scuola, che non sono intervenuti in nessun modo in due direzioni: ottenere dall’Università (con il meccanismo «retroattivo» del controllo in sede di esame di concorso) una più appropriata formazione dei docenti di italiano in campo linguistico (proprio nei concorsi per l’ingresso in ruolo dei docenti la parte linguistica è quasi mancante!); rivedere con criteri più scientifici le «Indicazioni» d’indirizzo (verbose e perfino contraddittorie). Mentre l’attenzione dei riformatori va in altre direzioni: massimo potenziamento dello studio dell’inglese (necessario, per carità, ma non a scapito dell’italiano) e ogni altro possibile «allargamento», spesso sperimentale, delle discipline (ma una brutta fine ha fatto la geografia).

Il clima generale è in fondo creato dalle attese frettolose delle famiglie: soprattutto di quelle che chiedono di far studiare quello che, secondo loro, serve direttamente a trovar lavoro, meglio se all’estero; tanto, si sente dire da non pochi, «l’italiano prima o poi diventerà un dialetto europeo che non servirà a nessuno». E in questo modo si toglie al cervello dei nostri studenti, dai 6 ai 19 anni, in un contesto già pieno di altre suggestioni, la possibilità di sviluppare al meglio in sé la facoltà linguistico-cognitiva di base, propria ed esclusiva della nostra specie, facoltà ulteriormente evoluta con l’invenzione, estremamente significativa e impegnativa, della scrittura.