La noia delle cavallette («Metti via quel telefono!»)

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Alessandro D'Avenia

DATA: 29 ottobre 2018

«Metti via quel telefono!». È ormai la stanca litania che ripetiamo ogni giorno ai nostri figli per tentare di recuperarne la presenza: a casa, a tavola, in mezzo agli altri.

La risposta, come a giustificare i loro occhi ipnotizzati dallo schermo, è quasi sempre la stessa: «Mi annoio».

E hanno ragione, oggi più che mai. La costante stimolazione di cui sono capaci telefoni e tablet, infatti, attiva continuamente i meccanismi di ricompensa del cervello. Spento lo schermo il bambino o l’adolescente precipita in un mondo le cui sollecitazioni appaiono pallide rispetto agli «effetti speciali» digitali, motivo per cui la soglia di percezione della noia è molto più bassa rispetto a chi è cresciuto senza dispositivi elettronici. È un tipo di noia nuovo, con cui chi educa deve fare i conti. Una noia «artificiale», molto diversa da quella «naturale» che da sempre conduce i bambini a trasformare le cose che cadono sotto i cinque sensi in un viaggio di esplorazione e scoperta del nuovo: scoprire significa letteralmente togliere il coperchio alle cose ed è spesso la noia la molla per farlo. Ricordo ancora i pomeriggi in cui, per combatterla, mescolavo pericolosi intrugli improvvisandomi piccolo chimico o sfogliavo le pagine di Conoscere a caccia di storie e invenzioni altrui. La ricerca di senso riusciva così a «illuminare» le cose, permettendo loro di uscire dal buio e dalla piattezza. Faceva saltare i coperchi.

Oggi però il nuovo non è più sotto il coperchio, ma in superficie: le superfici luminose che ci abbagliano con le loro immagini sfavillanti, rendendoci passivamente soddisfatti. I dispositivi digitali creano dipendenza perché ci gratificano subito e sempre, diversamente dalla gioia duratura di un’attività impegnativa, che si confronta «fisicamente» con la resistenza di quella che infatti chiamiamo «la dura realtà». La gratificazione profonda si imprime nella memoria e la possiamo rievocare in ogni momento, perché è diventata esperienza: parola che, non a caso, viene da una radice che indica l’attraversare, la stessa di «pericolo» e «porta». Per fare esperienza della realtà bisogna infatti mettersi in pericolo, aprire porte, attraversare soglie. Lo schermo non apre porte ma, appunto, ci scherma dal mondo, imita le porte ma come metafore («cliccare», «home», «portale»...). Lo schermo non è una soglia ma un corridoio con infinite porte che restano chiuse, come mostra il senso di vuoto che proviamo dopo ore a navigare senza meta tra video e notizie, molto diverso dall’appagante stanchezza di chi ha scoperto o vissuto qualcosa. La gratificazione superficiale è sì immediata ma volatile, viene cancellata da un’ulteriore sollecitazione, che però deve essere più forte, potremmo chiamarla «escalation di click»: si tratta, di fatto, del meccanismo delle dipendenze. Steve Jobs e Bill Gates hanno impedito l’uso degli oggetti che hanno prodotto ai propri figli piccoli o adolescenti. Sapevano bene su cosa erano basati per poter essere venduti. Perché non dovremmo provarci anche noi? Questi oggetti creano dipendenza, soprattutto a chi non ha ancora sviluppato la padronanza di sé. Non si tratta di triti moralismi, ma della difesa dell’intelligenza dei bambini: alle superiori noto una crescente difficoltà nell’attenzione, nella tenuta, nella perspicacia, nella comprensione. E questo, purtroppo, è l’effetto dell’eccessiva esposizione agli schermi sin da piccoli, cioè quando si è più soggetti a ciò che cattura il piacere immediato. Ho deciso di scrivere queste righe perché martedì scorso, nella mensa scolastica, ho osservato questa scena: molti ragazzini delle medie mangiavano da soli fissando il cellulare o, se erano in coppie e gruppetti, commentavano il contenuto di qualcosa su uno dei loro telefoni. Come ormai troppo spesso siamo abituati a vedere, anche fra adulti, lo schermo sostituisce il volto, la conversazione, il corpo. L’accurata ricerca americana «Monitoring the Future» del National Institute on Drug Abuse, che da 40 anni verifica la salute psico-fisica degli adolescenti, ne ha segnalato un netto peggioramento a partire dal 2007 (uscita del primo smartphone): alla forte diminuzione delle interazioni sociali reali e delle ore di sonno (meno di sette) corrisponde l’aumento del senso di solitudine, la tendenza all’ansia e alla depressione, in particolare nelle ragazze. Più i ragazzi «frequentano» gli schermi più sono infelici: il medium, se diviene fine, blocca la vita invece di liberarne e allenarne le potenzialità.

Inoltre gli studi evidenziano che il cervello abituato agli schermi è intossicato dal «multitasking». Spesso presentata come qualità dei nostri tempi, se «abusata» si traduce nella difficoltà a concentrarsi e ad aver presa (com-prensione) e tenuta (con-tenuti) su qualcosa: oltre il livello normale di gestione di più problemi contemporaneamente, il multitasking diventa infatti mera dispersione. Si perde profondità e quindi comprensione del mondo, e per i contenuti ci si affida a chi sminuzza la realtà in atomi di informazione allettante e indifferenziata. Alcuni dicono che i miei articoli sono «troppo lunghi». Per leggerne uno ci vogliono al massimo 10 minuti ed escono una volta a settimana. Quindi sono troppo lunghi rispetto a cosa? Alla presa della nostra attenzione, la cui tenuta (circa cinque minuti) si è dimezzata non a caso nell’ultimo decennio. Come mai? È la conseguenza della lettura da schermo, definita «a F» o «a zigzag»: leggiamo la prima riga per intero, le prime parole delle righe successive, poi di nuovo una intera, e poi corriamo dritti alla fine. Se qualcosa ci ha colpito torniamo indietro a consolidare ciò che abbiamo intuito aggiungendo qualche altra parola. Questo modo di leggere soddisfa il bisogno di consumare novità, a scapito di profondità e comprensione. Che cosa vogliamo per i nostri figli? Intelligenza (intesa come intus-legere: leggere dentro e quindi l’attraversare tipico dell’esperienza) o una mente «da cavalletta» come è stata definita quella di chi, navigando, dimentica il compito di partenza? La mente-cavalletta non trattiene perché non fa esperienza, ma ne riceve solo l’apparenza emotiva: rimane nell’interminabile corridoio digitale, osservando tutte le porte senza aprirne realmente nessuna. I dispositivi spesso ci rendono «in-disponibili» all’esperienza: la mano piena non può ricevere né afferrare altro.

Da dove cominciare per restituire ai ragazzi la gioia dell’esperienza? Non basta aprire a forza la loro mano e limitare l’uso degli schermi, bisogna integrarli. Partiamo dalle parole, da sempre fonte di luce per riattivare i sensi e illuminare le cose. Mi soffermo oggi solo sul tema della lettura, seguendo i suggerimenti di «Lettore, vieni a casa», il recente bellissimo libro di Maryanne Wolf, tra le più importanti studiose degli effetti del cervello che legge. Il 90% di chi legge su schermo fa contemporaneamente anche altro, di chi legge su carta ci riesce solo l’1%. La lettura del libro fisico resta quindi una risorsa insostituibile per educare all’intelligenza profonda e all’attenzione. Da zero a due anni è fondamentale la lettura «in braccio» di libri di carta o simili (mia nipote, 11 mesi, ne ha uno con pagine di gomma), perché il bambino ha bisogno di: fisicità e ripetizione. Deve poter toccare, stropicciare, odorare e persino assaggiare le pagine. Le parole «incarnate», ripetute e associate al timbro di voce della madre o del padre, amplificate dal grembo o dal petto, aprono i sensi e preparano alla lettura. Tra i due e i cinque anni occorre immergere i bambini in uno spazio da esplorare liberamente, e riempirlo di libri, oggetti musicali, colori, e tutto ciò che serve al linguaggio creativo, evitando, se possibile, i baby-sitter analogici o digitali. I racconti possono diventare il rito per addormentarsi, la ripetizione delle fiabe allena i bambini sia alla logica sia al caos del mondo. Se volete prepararli alla vita leggete o ascoltate insieme (oggi su youtube trovate di tutto, anche le «fiabe sonore» di un tempo) racconti, tutte le sere, perché - diceva Chesterton - le fiabe non insegnano che esistono i draghi ma come sconfiggerli. Da cinque a dieci anni i bambini devono imparare a leggere bene e mi stupisce trovare alle superiori ragazzi ancora incerti proprio nel leggere un testo ad alta voce, il che significa che non lo capiscono e quindi non ne fanno esperienza, finendo per odiare la lettura e abbandonarsi al potere dell’immagine. Sarebbe opportuno avere tante ore curricolari dedicate alla sola lettura per il percorso della primaria e della secondaria di primo grado. Sogno scuole di lettura, prima che di scrittura, creativa: gli insegnanti dovrebbero fare pratica drammaturgica per leggere con la giusta intonazione e intensità un testo. Con gli alunni di prima superiore leggiamo insieme ad alta voce tutta l’Odissea. Ci vogliono 12 ore: ne basta una per 12 settimane. Ci lamenteremmo meno del fatto che in Italia non si legge: non legge chi legge male e non ha sperimentato la gioia delle parole-porta. Oggi occorre educare quello che la Wolf chiama il cervello «bi-alfabetizzato», che sappia muoversi sui due supporti, schermo e carta, perché richiedono attenzione e abilità diverse. Così avremo ragazzi capaci di intus-legere, di fare esperienza profonda del mondo. Il letto da rifare oggi è quello di proteggere i bambini dalla dipendenza da schermo e provare, almeno una sera a settimana, ad «accendere» le pagine leggendo ad alta voce in famiglia. Noi vogliamo figli liberi e intelligenti, non cavallette.

Tecnologia e bambini: 10 consigli (più uno) per usarla bene

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Elena Meli

DATA: 11 marzo 2018

Tecnologia e bambini: 10 consigli (più uno) per usarla bene

Inutile pensare di impedire ai bambini l’uso di tablet, smartphone o televisione: meglio conoscere i rischi possibili e soprattutto sapere come ridurli attraverso un utilizzo appropriato. Il Centro per la Salute del Bambino Onlus di Trieste ha stilato utili linee guida per i genitori di bimbi e ragazzi da zero a 14 anni. «È importante suscitare l’interesse dei bambini per altre attività e dimensioni della vita e delle relazioni: se fin da piccolo diamo al bimbo l’opportunità di conoscere e apprezzare altro, saprà usare le nuove tecnologie senza esserne sopraffatto», è il primo consiglio di Giorgio Tamburlini, pediatra e presidente del Centro.

1 di 12 I rischi che si corrono: il corpo

Uno dei principali pericoli per la salute dei bambini che usano troppo (e male) i dispositivi digitali è passare troppo tempo quasi completamente immobili e in posizioni scorrette. Questo riduce l’attività fisica, favorendo la comparsa di sovrappeso, obesità e delle malattie che a queste si associano (dalle patologie cardiovascolari al diabete), oltre a comportare problemi di postura.

LEGGI LE ALTRE SCHEDE SUL CORRIERE

https://www.corriere.it/salute/pediatria/cards/tecnologie-digitali-bambini-10-consigli-piu-uno-usarle-bene/i-rischi-che-si-corrono-corpo_principale.shtml

2 I pericoli per la mente

3 La «iGobba»

4 Gli occhiali da cellulare

5 Attenti ai videogiochi

6 Tablet e cellulari, mai di notte

7 No alla babysitter digitale!

8 Persi fra le app

9 Internet, istruzioni per l'uso

10 I pericoli del web

11 E infine... non dimentichiamo la tv

 

Preadolescenza, che disastro! Come si manifesta e cosa possono fare i genitori

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Anna Rezzara

DATA:  23 agosto 2018

Preadolescenza, che disastro! Come si manifesta e cosa possono fare i genitori

I cambiamenti lasciano senza risposte non solo i genitori ma anche i ragazzini che oscillano tra l’infanzia e la rassicurazione e il desiderio di emanciparsi. Ecco come reagire e stare vicini, senza giudicare nè esagerare nel controllo

Sono madre di due figlie una di 22 e l’altra di 12 anni. Il mio problema è la minore: da qualche tempo ha un atteggiamento scontroso nei confronti di tutti i componenti della famiglia, si relaziona poco e niente e fa di tutto per chiudersi in camera con il suo telefono e la sua musica. Curiosando qualche giorno fa tra le sue cose, mi sono accorta che con il telefono fa ben altro che parlare: riceve messaggi dai suoi compagni con i compiti già svolti e soprattutto ho scoperto che ha un fidanzatino con il quale si è già baciata e si giurano eterno amore. Con una scusa le ho tolto il telefono, sperando che non si distraesse più tra compiti copiati e il fidanzato ma è riuscita ugualmente a trovare un vecchio ipod per recuperare tutti i suoi giri. Come devo fare? È piccola fisicamente (non ha avuto il primo ciclo, non si trucca, non è né carne né pesce insomma) ma le sue esperienze sia in ambito scolastico (con il passaggio nascosto di compiti) e sia in ambito affettivo (con questo ragazzo che sembra già più avanti di lei anche se l’età è la stessa e la classe pure) mi preoccupano perché le reputo troppo in anticipo rispetto all’età che ha.

Risponde la dottoressa Anna Rezzara, professore ordinario di Pedagogia alla Facoltà di Scienze della Formazione all’Università Bicocca di Milano.

I comportamenti che osserva in sua figlia (scontrosità in famiglia, cercare l’isolamento nella sua stanza, immergersi nella musica, mutato atteggiamento verso la scuola, prime esperienze amorose) sono segnali chiari di preadolescenza.

Un periodo difficile per loro

È un periodo di transizione in cui avvengono graduali mutamenti fisici, mentali e psicologici con ritmi personali e differenziati, in cui si risvegliano emozioni e pulsioni nuove, in cui cambia progressivamente il significato dei rapporti con famiglia, scuola e amici, in cui si è come sospesi, incerti, tra l’identità infantile, ormai da lasciarsi alle spalle, e un’identità futura, attraente e temibile allo stesso tempo, ma comunque ancora indefinita e difficile non solo da realizzare ma anche solo da immaginare. Vuol dire essere, come lei dice “né carne né pesce” e questa è una condizione impegnativa proprio per le incertezze, le insicurezze, le ansie che produce. I preadolescenti si interrogano ogni giorno su chi sono, chi diventeranno, sulla propria immagine, sui cambiamenti fisici e psicologici che avvertono in sé senza riuscire ad avere, per lungo tempo, un’immagine chiara e stabile di se stessi e della propria identità nuova.

Non trattenere, non anticipare

Hanno nostalgia dell’infanzia e ancora bisogno di sicurezza e protezione ma provano forte un desiderio nuovo di emancipazione, libertà, ridefinizione dei rapporti familiari e non, esplorazione di nuovi modi di essere. Possiamo osservare in loro atteggiamenti regressivi, di illusorio rifugio in un’infanzia da cui stanno uscendo, alternati con comportamenti che invece esplorano e sperimentano nuove e più evolute modalità di essere e di relazionarsi, alla ricerca di una nuova identità che per lungo tempo resterà incerta e confusa prima di stabilizzarsi. Inizia per sua figlia un periodo impegnativo e fragile, che richiede tutta l’attenzione e soprattutto tutto il rispetto della sua particolarità. Voglio dire che sono da evitare sia il rifiuto di queste sue nuove spinte evolutive, il trattenerla cioè nell’infanzia, sia all’opposto ogni anticipazione e accelerazione di quello che maturerà progressivamente, la sua nuova identità di adolescente.

Domande ai figli: ma loro non sanno rispondere

Non è difficile e laborioso solo per i ragazzi questo passaggio, ma anche per i genitori: i ragazzi faticano a comprendere chi sono tanto quanto i genitori faticano a comprenderli; i genitori si pongono domande sui loro comportamenti a cui neppure i figli saprebbero rispondere; i genitori non li riconoscono più proprio come per loro è un lavoro quotidiano riconoscersi nei cambiamenti continui, fisici, psicologici, mentali, di gusti e di umori; si è disorientati, incerti, ansiosi entrambi, genitori e figli; come i figli faticano ad uscire dall’infanzia, così non è semplice per i genitori sostituire l’immagine del loro bambino con quella di una persona nuova, in evoluzione continua. E spesso non aiuta i genitori neppure il ricordare la propria adolescenza e preadolescenza, perché quella dei figli è diversa, perché i tempi sono diversi è mutano quindi le espressioni dei ragazzi, il modo di attraversare l’adolescenza, la sua stessa collocazione nel tempo che è tendenzialmente anticipata rispetto all’adolescenza dei genitori.

Stare vicini senza invadere

Che cosa può fare allora un genitore? Innanzitutto essere convinto che i figli in questo periodo hanno molto bisogno, a dispetto delle apparenze, che i genitori continuino a fare i genitori. Poi aprirsi alla possibilità e alla capacità di essere genitori diversi, di svolgere diversamente il ruolo, perché il figlio cambia, ha caratteristiche ed esigenze educative diverse. Rispettare questo periodo particolare, comprendere che è una necessaria fase di passaggio che ha però delle sue particolari e specifiche caratteristiche, a cui bisogna rispondere nel modo giusto: non è “una malattia da aspettare che passi”, è un periodo che ci chiede nuovi modi di essere genitori. Occorre comunicare, più con gesti concreti che a parole, che ci accorgiamo dei cambiamenti, che li accogliamo, magari a fatica, ma ne comprendiamo il senso. Occorre comunicare fiducia in loro, in ciò che stanno preparandosi a essere. È importante esserci, essere sempre disponibili al colloquio, osservarli e ascoltarli; vigilare anche le loro esperienze, nel senso però di essere attenti a come vivono, a come stanno, ma senza invadere i loro spazi, senza pensare di controllare tutto ciò che fanno, senza sostituirsi a loro nelle scelte, lasciandogli insomma la possibilità di fare esperienza, di provare, di sperimentarsi, anche di sbagliare, perché i piccoli errori, le piccole trasgressioni, gli insuccessi fanno parte del crescere. Pure è necessario mostrare interesse per ciò che fanno e disponibilità a parlarne senza richieste pressanti, stimolarli all’essere attivi, a sperimentarsi in vari campi, sostenendoli, riconoscendo i loro successi, aiutandoli ad accettare anche gli insuccessi.

È un tempo lungo

I cambiamenti, e le difficoltà, del crescere dureranno un tempo lungo: è importante che i genitori si predispongano a un percorso, a una evoluzione, sappiano aspettare con fiducia, non si aspettino soluzioni rapide, cambiamenti definitivi, assetti stabili, e che trasmettano ai figli la capacità di aspettare e di avere fiducia. Esserci, dialogare quando possibile, essere pronti ad ascoltare, continuare a presidiare regole di comportamento, limiti e criteri di scelta, sostenerli nella sperimentazione di sé, riscontrare e commentare le nuove capacità e potenzialità mi sembrano le indicazioni essenziali. Nel suo specifico, non mi preoccuperei della precocità della relazione di sua figlia: sono i primi passi di un’educazione sentimentale, che lei potrà accompagnare quanto più si mostrerà interlocutrice disponibile e comprensiva, senza giudizi e censure non giustificati dai fatti. E non mi preoccuperei neppure troppo dei compiti copiati: sono piccoli espedienti che servono sia a risolvere una temporanea difficoltà di assolvere il lavoro scolastico, perché magari troppo presi da altre vicende che occupano la mente, sia anche, forse, a sentirsi parte di un gruppo che scopre la complicità e sperimenta piccole trasgressioni.

Figlio, alunno distratto? Ecco come potenziare l’attenzione in poche mosse

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Orsola Riva

DATA: febbraio 2018

I consigli del neurobiologo Alberto Oliverio: «Un bambino di 6-7 anni ha una soglia di attenzione massima di un quarto d’ora. Gli adolescenti poco più del doppio». Come aumentare la concentrazione? Provate con mezzora di corsa

Una società distratta

Perennemente distratti. A casa, a scuola, sul lavoro. Basta un messaggino, una notifica di WhatsApp, un’email e la nostra mente migra altrove. E se capita a noi grandi figuriamoci ai più piccoli. Lo sanno bene gli insegnanti dei nostri figli che, a ogni giro di boa, fanno sempre più fatica a tener desta l’attenzione in classe. Ma siamo sicuri che sia tutta colpa del bombardamento digitale? Non è che tenerli inchiodati al banco per ore sia semplicemente una pretesa sbagliata? E’ quanto sostiene il neurobiologo Alberto Oliverio, professore emerito alla Sapienza, autore di oltre 400 pubblicazione scientifiche, saggi e libri di divulgazione.

Il cronometro dell’attenzione

«Trascurare il modo in cui funziona il cervello dei bambini e degli adolescenti porta a commettere errori clamorosi sul piano pedagogico - spiega Oliverio -. L’attenzione è un processo naturale che si realizza a livello della corteccia cerebrale bloccando le attività marginali che altrimenti ci distrarrebbero». Un conto è stringere i pugni, un altro è imparare a chiudere pollice e indice, perché richiede appunto di inibire gli altri riflessi di prensione. Proprio perché è un’attività complessa, l’attenzione ha una durata limitata nel tempo. «Sa quanto regge un bambino? A 6-7 anni non più di un quarto d’ora. Poi pian piano aumenta fino a mezzora, massimo tre quarti d’ora negli adolescenti». Così poco? «Certo. Anche un adulto riesce a stare concentrato per non più di un’ora. Poi l’attenzione inizia a calare».

Viva l’apprendimento spezzettato

«Il modo migliore per stimolare l’attenzione - dice Oliverio - è spezzettare l’apprendimento», dice Oliverio. L’alfabeto si impara prima se lo si studia una lettera alla volta. Vale per i bimbi delle elementari ma anche alle medie dove sarebbe buona norma usare l’ultimo quarto d’ora della lezione per ricapitolare quanto fatto per punti.

Il cervello? Cammina

«Il cervello di un bambino è fatto per agire, per muoversi», dice Oliverio. Lo aveva capito benissimo già Maria Montessori cent’anni prima che le sue intuizioni trovassero conferma nelle neuroscienze. La grande pedagogista italiana aveva elaborato un sistema basato su una serie di azioni, i cosiddetti comandi («vai», «fai», «prendi»), che servivano letteralmente a mettere in moto le conoscenze. Perciò se vostro figlio vi preoccupa perché, mentre ripete i sette re di Roma, va su e giù dal divano come se fossero i sette colli, tranquilli: ha ragione lui.

La ginnastica dei neuroni

Niente aiuta la concentrazione quanto il movimento. «Molti studi dimostrano che basta mezzora di attività fisica aerobica per ossigenare il cervello e stimolare i cosiddetti fattori trofici o NGF, quelli scoperti negli anni 50 da Rita Levi Montalcini», spiega Oliverio. Per questo - dice - l’ora di ginnastica andrebbe messa all’inizio e non alla fine della giornata scolastica. E’ incredibile quanto ancora oggi nelle scuole italiane l’attività fisica sia negletta. Mancano strutture adeguate (le palestre, quando ci sono, spesso non sono nemmeno a norma) ma prima ancora manca una cultura condivisa che riconosca il giusto peso all’attività motoria: quante volte i nostri figli sono costretti a fare la ricreazione ingolfando i corridoi invece che andare a sfogarsi in cortile?

Suoni e luci

Più in generale, un modo per sollecitare l’attenzione è associare alle parole anche immagini, suoni, movimenti. Usare un approccio multimediale. Oliverio fa l’esempio dei libri illustrati per ragazzi: «Guardare le figure, passarci sopra il dito, è un’esperienza motoria che facilita la lettura». Vale anche per gli adulti: uno dei segreti del cosiddetto «speed reading», la lettura veloce, sta proprio nel percorrere il testo con un dito.

L’apprendimento recitato

Anche la recitazione può essere di grande aiuto. «Nelle scuole francesi - dice Oliverio - è molto in voga il cosiddetto apprendimento recitato delle lingue». Si mette in scena una situazione pratica, per esempio l’organizzazione di un viaggio in treno: i ragazzi recitano la parte del passeggero che va allo sportello per comprare il biglietto e così via. «In questo modo - spiega ancora Oliverio - si associano memorie procedurali a memorie semantiche».

Tempesta ormonale

E il cervello degli adolescenti? «Quello - dice Oliverio - è dominato dagli ormoni, da pensieri e fantasie erotiche». In questa fase di sviluppo le emozioni tendono a prendere il sopravvento. Anziché negarle si può cercare di farle entrare, garbatamente, in gioco. Durante la lezione di storia dell’arte per esempio può essere utile chiedere ai ragazzi e alle ragazze quali emozioni un quadro o una scultura suscitino in loro. E’ un modo per agganciare apprendimenti freddi e caldi, spiega Oliverio.

Una stanza tutta per sé

A casa poi andrebbero eliminate le distrazioni. Bambini e ragazzi dovrebbero avere una stanza tutta loro, possibilmente senza televisione ma anche senza musica perché sono tutte cose che li distraggono, spiega Oliverio. E il telefonino? Idem con patate. Magari si può fare un patto, negoziare con i ragazzi che prima studiano e poi riprendono in mano il telefono per chattare con gli amici. Sempre però con la consapevolezza che non si può pretendere di tenerli per ore chini sui libri.

L’abuso di iPhone fa male ai bambini, Apple deve aiutare i genitori

FONTE: Il Sole 24 Ore

AUTORE: Enrico Marro

DATA:  8 gennaio 2018

Nonostante controllino due miliardi di dollari in azioni Apple, il gestore Jana Partners (nel cui advisory board compaiono Sting e la moglie) e il fondo pensione Calstr (quello degli insegnanti californiani) hanno attaccato a testa bassa il Melafonino. E lo hanno fatto con una lettera, spedita sabato scorso e prontamente intercettata dal Wall Street Journal, in cui sollecitano Cupertino a prendere contromisure per evitare che bambini e adolescenti diventino “drogati” di smartphone.

Apple, insomma, dovrebbe cercare di limitare l’uso dell’iPhone fornendo precise linee guida ai genitori e sviluppando software che aiutino il “parental control”. Il pericolo, lasciano intendere Jana Partners e Calstr, è che un domani Cupertino rischi di pagare - anche in termini di andamento azionario - una ritrovata sensibilità dell’opinione pubblica sulla “smartphone addiction”.

I cinque sintomi di «dipendenza» da social media

L’ondata del “socialmente responsabile”, insomma, sta arrivando a lambire anche la più grande azienda del mondo, e uno dei brand più alla moda. E' curioso notare come in passato i colossi di Wall Street, come le grandi major petrolifere, si trovassero regolarmente nel mirino dell’opinione pubblica mentre i nuovi colossi del digitale godano sempre e comunque di enorme popolarità, nonostante siano per esempio campioni mondiali indiscussi di elusione fiscale (per quanto assolutamente legale).

Ma la mossa dei due gestori forse è il segnale che il vento inizia a cambiare: negli Stati Uniti stanno montando le polemiche sulla dipendenza da smartphone e social di bambini e teenager, spesso messa in relazione con l’aumento di depressione e suicidi tra i giovani. E' d’altro canto altrettanto vero che la Apple guidata da Tim Cook sta facendo qualche significativo passo nella direzione della “responsabilità sociale”, in particolare sul doppio fronte ambiente e immigrati, oltre che naturalmente sulla non discriminazione dell’omosessualità. Ma probabilmente sul fronte della dipendenza “digital" di bambini e adolescenti resta ancora molto da fare. Sempre che si voglia fare davvero qualcosa.

Per comprendere il bullismo bisogna saper guardare alle radici

FONTE: Il Sole 24 Ore

AUTORE: Pietro Bordo

DATA: 7 giugno 2018

I recenti fatti di cronaca, docenti oltraggiati da ragazzi, ripropongono con forza il tema del bullismo, che si manifesta ormai verso ogni persona ritenuta debole, adulto o minore.
La maggioranza assoluta di commenti sono di persone che dell'albero del bullismo vedono solo le foglie, e propongono soluzioni ad esse rivolte. Ignorano completamente le radici, mentre è proprio lì che bisogna agire, prima che la pianticella diventi un albero.

Queste persone non godono dell'osservatorio privilegiato che ho io: da quarantaquattro anni trascorro ventidue ore settimanali insegnando nella scuola primaria, dove nascono e crescono le radici della pianta del bullismo. E quante volte vedo atteggiamenti e comportamenti di bambini della fascia sei-dieci anni che, se non corretti, non è difficile prevedere che sfoceranno in atti di bullismo.

“Fai proprio schifo, sei ‘na pippa; nun te volemo più in squadra!”
Queste parole, dette con veemenza verbale, mimica e gestuale, non sono pronunciate da un ragazzo terribile di una borgata romana, ma da un bel bambino di una cosìddetta buona famiglia, generalmente educato e gentile, che sta giocando a pallone con i compagni di scuola. La sua classe è la prima primaria, quindi ha appena sei anni.
Tante volte ho sentito pronunciare queste frasi, o simili, durante i miei quarantaquattro anni d'insegnamento.
E non è l'estrazione sociale la causa di certi comportamenti che, se non osservati, o se trascurati e non curati, degenereranno successivamente nel bullismo.

Cerchiamo di capire perché accadono certi episodi e le conseguenze che ne possono derivare in funzione delle varie risposte degli adulti.
Prendendo in esame un gruppo di venti bambini che si affacciano al primo anno di scuola primaria, dal punto di vista caratteriale statisticamente possiamo notare che generalmente ve n'è un terzo eccessivamente timido e tranquillo, un terzo disinibito ed esuberante, un terzo “normale”.
Gli appartenenti al secondo gruppo sono quelli che vogliono dominare i compagni, che vogliono sempre imporre i loro giochi preferiti, che voglio sempre aver ragione durante il gioco. Se non litigano fra di loro per il predominio individuale, si coalizzano contro tutti gli altri per imporre la loro volontà.
Quelli del gruppo dei timidi e tranquilli soccombono subito tutti, senza praticamente reagire. Quindi non “divertono” i dominanti, che raramente infieriscono su di loro.
Gli altri, quelli del gruppo dei “normali”, reagiscono secondo la loro caratteristica individuale, qualcuno con forza. Sono quelli che danno maggiore soddisfazione ai dominanti, che si esaltano nel branco.

Perché un bambino esuberante si comporta così?
Innanzi tutto per una sua componente caratteriale genetica. Ma soprattutto perché non è stato aiutato negli anni precedenti.
Il primo aiuto è la presenza nei primi anni di vita di persone competenti che gli vogliano veramente bene, che lui senta vicine, e che non lo seguano solo per una remunerazione o perché non possono rifiutarsi di farlo. Persone quindi desiderose di educarlo, che siano preparate allo scopo, che quindi non lo assecondino in comportamenti capricciosi o prepotenti.
Quanti bambini passano con le tate, spesso del tutto inadeguate ad educarli, molto più tempo di quello che passano con i genitori! Oppure quanti passano tanto tempo con altre persone, ad esempio i nonni, che non hanno alcuna consapevolezza educativa e prendono decisioni senza valutarne le conseguenze. Quelle che poi si notano subito i primi giorni di scuola. O quanti bambini, ancora peggio, passano interi pomeriggi ad alimentarsi di violenza giocando con videogame che istigano ai peggiori comportamenti; oppure giocando, incontrollati, per strada ad imitare i comportamenti peggiori dei ragazzi più grandi e degli adulti, quei comportamenti dei quali la televisione riferisce con ricchezza di casi e dovizia di particolari.

Ma anche se il bambino passa tanto tempo con i genitori ma essi non educano, se trascorre i primi anni di vita prevalente con la mamma, ma essa non è preparata ad educare e segue solo il suo istinto, le conseguenze negative per la crescita sociale del bambino sono quasi sempre deleterie.
La saggezza popolare dice infatti che fare i genitori è sì il più bel lavoro del mondo, ma anche il più difficile, poiché nessuno ti insegna sul serio a farlo.

Il secondo aiuto è la presenza, sin dai primi anni di vita sociale (asilo, scuola primaria), di insegnanti motivati, preparati sul serio, non sulla carta, autorevoli e consapevoli dell'importanza della loro azione sul futuro dei bambini loro affidati.

Limitandoci al problema del bullismo, è fondamentale che l'insegnante i primi giorni di scuola spieghi serenamente, col sorriso, ma chiaramente ai bambini che a scuola ci sono delle regole; che chi non le rispetta avrà delle conseguenze negative; che la regola principale è il rispetto delle persone.

Ma tutto ciò non serve a niente se l'insegnante non sa che egli deve presenziare attivamente ad ogni attività che svolgono i bambini, soprattutto durante i momenti di gioco.
Specialmente durante la ricreazione, quanti insegnanti si riposano conversando amabilmente con i colleghi e lasciando i bambini praticamente liberi di fare e dire ciò che vogliono. Se un bambino tende ad assumere atteggiamenti negativi, l'insegnante, che vigila stando in mezzo a loro, deve subito intervenire, prima che la situazione degeneri in liti o si sviluppino situazioni di bullismo, spiegando al gruppo cosa non va, perché ed eventuali conseguenze future in caso di ripetizione dell'azione negativa. E se il fatto si ripete, deve sanzionarlo; serenamente, senza esagerare, con gradualità e progressività, ma inflessibilmente. Il bambino così acquisisce l'abitudine a controllarsi ed a rispettare i compagni.

Ovviamente per far ciò il docente deve contare sull'accordo con i genitori, sulla loro fiducia, elementi non sempre presenti.

Immaginiamo un bambino che nei primi anni di vita fa il prepotente in famiglia ed all'asilo. Arriva alla primaria dove tutti i giorni, per anni, impone ai compagni in ogni maniera la sua volontà, incrementando di anno in anno la sua forza, imparando che gode dell'impunità. Passando alle medie e poi alle superiori questo ragazzo penserà di non avere più limiti, di poter fare impunemente ciò che vuole.
Accadranno allora tutti i fenomeni di cui si occupa la cronaca; ed anche quelli meno eclatanti, ma più diffusi e dannosi come gli altri.
Non dimentichiamoci che gli interventi sui bambini più tardi si fanno e maggiore forza richiedono (ed hanno minor probabilità di successo).
In sintesi: i bambini diventano bulli se adulti impreparati ad educarli non li aiutano preventivamente.

Che cosa deve mangiare chi pratica sport?

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Antonella Sparvoli

DATA: 11 maggio 2018

Tra i fattori che influenzano la prestazione, oltre alla genetica e all’allenamento, c’è la nutrizione, il cui scopo è di fornire all’organismo energia chimica e materiale plastico per ottimizzare il rendimento dei vari organi e apparati. Una corretta alimentazione per uno sportivo non si discosta, nelle sue linee essenziali, dalla dieta ottimale per ogni persona. L’importante è rapportarla sempre agli sforzi fisici da sostenere.

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Gli obiettivi principali

Nella persona che fa sport l’alimentazione serve a:
1) mantenere una corretta composizione corporea;
2) massimizzare e mantenere le scorte di glicogeno, che funge da riserva energetica di zuccheri (carboidrati);
3) mantenere e ottimizzare l’idratazione e il bilancio elettrolitico (sali minerali);
4) favorire la sintesi delle proteine;
5) garantire un efficiente e puntuale recupero.

PUOI LEGGERE LE ALTRE SCHEDE SUL CORRIERE

2

Carboidrati: 55-65% del totale delle calorie

3

Proteine: 15-25% delle calorie

4

Grassi: 15-20% delle calorie

5

Vitamine e sali minerali

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Come mangiare durante l’allenamento

7

Come mangiare prima e dopo una gara

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Idratazione

L’America fa dietrofront: più conoscenze, meno competenze

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Orsola Riva

DATA: 17 aprile 2018

Le conclusioni di un panel di esperti consultati dall’Ente nazionale di valutazione americano: gli studenti non imparano più a leggere perché a scuola si fanno solo test e si trascurano storia e letteratura, arte e scienze

Perché gli studenti americani non riescono a migliorare le loro capacità di lettura nonostante tutti gli investimenti fatti negli ultimi due decenni proprio per rafforzare questa competenza strategica? Per tentare di rispondere a questa domanda il Naep, l’Invalsi americano, la settimana scorsa ha convocato un gruppo di esperti a Washington. E la risposta finale è stata: perché leggere non è come andare in bicicletta. Non basta saper pedalare: per capire un testo bisogna poter contare su un solido bagaglio di conoscenze, mentre il sistema scolastico americano da vent’anni a questa parte ha puntato tutto e solo sulle competenze, a scapito della ricchezza del curriculum. Era il 2001 - presidente George W. Bush - quando il Congresso americano approvò con un voto bipartisan la legge chiamata No child left behind che, almeno nelle intenzioni, doveva servire a dare a tutti i ragazzi - ricchi o poveri - delle solide competenze in lettura e matematica grazie a un sistema di test diventato negli anni sempre più pervasivo. Dai risultati di queste prove standardizzate, infatti, dipendeva una buona parte dei fondi federali, cosicché le scuole pian piano finirono per appiattire i programmi sui test (il cosiddetto «teaching to the test») impoverendo la qualità della didattica. Risultato: i livelli dei ragazzi sono rimasti gli stessi mentre la forbice fra ricchi e poveri si è ulteriormente allargata tanto che nel 2015 - presidente Barack Obama - la vecchia legge è stata sostituita dal nuovo Every Student Succeeds Act, che ha modificato (delegandoli ai singoli Stati) ma non eliminato il sistema di test standardizzati obbligatori in tutte le scuole dal terzo all’ottavo grado (cioè dalla quarta elementare alla terza media).

«Don’t know much about history»

La storia di questo fallimento educativo è stata ricostruita da The Atlantic in un lungo e documentato articolo in cui si rimarca come il meccanismo perverso dei test abbia agito negativamente soprattutto sulle scuole dei distretti più poveri, quelle che avevano più difficoltà a raggiungere i traguardi prefissati dal governo e che dunque erano più facilmente esposte al rischio di tagliare materie come la storia e la letteratura, l’arte o la scienza che, non essendo misurate dai test governativi, venivano considerate dei rami secchi, per concentrarsi solo sui test. Col risultato paradossale che così finivano per moltiplicare lo svantaggio di chi non aveva alle spalle una famiglia con un patrimonio culturale da trasmettergli. Perché la lettura è un’abilità complessa che richiede non solo la capacità di decodificare un testo ma quella assai più articolata di comprenderlo. E nella comprensione di un brano scritto conta più il nostro bagaglio di conoscenze che le cosiddette abilità di lettura - le reading skills misurate dalle prove standardizzate. Come ha spiegato uno degli esperti che hanno partecipato alla riunione di martedì scorso, lo psicologo cognitivo Daniel Willingham, il fatto che i lettori capiscano o meno un testo dipende molto di più dalle loro conoscenze e dalla ricchezza del loro vocabolario che da quanto si sono esercitati con domande del tipo «Qual è l’argomento principale del testo?» o «Che conclusioni trai dalla lettura di questo brano?». Se un ragazzo arriva alle superiori senza sapere nulla della Guerra civile americana perché non l’ha mai studiata a scuola, non importa quanti test abbia fatto: farà molta più fatica a rispondere a qualsiasi domanda relativa a quell’argomento di un suo collega più colto anche se magari meno allenato di lui nei quiz.

Ma non basta. Come osservato da Timothy Shanahan, professore emerito all’Università dell’Illinois e autore di oltre 200 pubblicazioni sulla «reading education», il sistema dei test commette un altro errore gravissimo: quello di misurare le capacità dei ragazzi usando dei brani considerati alla loro altezza. Mentre al contrario diverse ricerche dimostrano che gli studenti imparano molto di più quando leggono testi che sono al di sopra del loro livello di competenze e che proprio per questa ragione li portano a sforzarsi arricchendo il loro vocabolario e le loro capacità di comprensione. Perciò se vogliamo davvero migliorare le capacità di lettura degli alunni piantiamola di farli esercitare con i bugiardini dei farmaci o le istruzioni degli elettrodomestici. E semmai puntiamo su un curriculum ricco in storia scienze letteratura e arte che fornisca ai ragazzi una cassetta degli attrezzi - intesa come un sistema di conoscenze e un vocabolario articolato - servibile per ogni occasione.

Perché i genitori non vogliono più leggere ad alta voce con i loro figli

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Caterina Belloni

DATA: 27 febbraio 2018 

Si sta perdendo un’abitudine utilissima per lo sviluppo cognitivo dei più piccoli. La colpa? In parte del digitale, che fagocita l’attenzione dei bambini, in parte del disagio crescente degli stessi genitori nel maneggiare i libri.

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Il numero dei genitori che leggono storie ai loro bambini è in continua diminuzione. A lanciare l’allarme è un sondaggio intitolato promosso in Gran Bretagna dalla Nielsen. Secondo questa indagine, dal 2013 ad oggi si è registrata una diminuzione del venti per cento nel numero di mamme e papà che si siedono con i pargoli a leggere. Eppure l’abitudine di sfogliare insieme un libro aiuta a sviluppare legami forti tra genitore e figlio e favorisce lo sviluppo cognitivo del piccolo. I pedagogisti lo ripetono, gli educatori lo sostengono, nelle biblioteche dei ragazzi si sono creati programmi e spazi speciali per invogliare a questa pratica. In Gran Bretagna, ad esempio, ai bambini delle elementari viene assegnato come compito di leggere insieme a un genitore per un quarto d’ora al giorno fino alla terza elementare e per mezz’ora dal quarto anno in poi. Linee guida ed indicazioni che mirano a far crescere bambini sani e felici, ma che sembrano disattese nella realtà.

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Colpa dei figli...

La conclusione del sondaggio lo dimostra, puntando il dito soprattutto sulla mancanza di momenti di lettura per i più piccoli. Durante lo scorso anno sono stati intervistati 1596 genitori di bambini da zero a tredici anni a proposito delle loro abitudini di lettura e anche 417 teenager tra i 14 e i 17 anni. E’ emerso che il 69 per cento dei bimbi in età prescolare nel 2013 aveva momenti di lettura quotidiani con un genitore, mentre adesso la percentuale è scesa al 51 per cento. Il 19 per cento dei genitori ha anche dato una spiegazione per questa riduzione: i bambini appaiono troppo stanchi e fissare la loro attenzione sul libro risulta impossibile, ma forse quelli esausti e poco motivati sono soprattutto gli adulti. Anche perché nel questionario un genitore su cinque ha confessato di provare disagio quando entra in una libreria, mentre ancora di più sostengono di sentirsi sopraffatti dall’ampia offerta di libri per bambini, con la conseguenza che non riescono a sceglierne uno e finiscono poi per non leggere ai figli (46 per cento).

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... o dei genitori?

La ricerca, poi, fa emergere un’altra causa di disinteresse per la parola scritta. Qualcuno sostiene che i piccoli non vogliano leggere i libri perché preferiscono fare altre cose, come ad esempio guardare cartoni animati alla tv o video sul computer (16 per cento). I genitori cedono alle loro richieste, «archiviano» i libri stampati e illustrati, ma poi confessano di essere spaventati dall’attenzione che i bambini dimostrano nei confronti dei nuovi strumenti tecnologici. Il 61 per cento degli intervistati ha segnalato questa preoccupazione, ma forse per evitarla bisognerebbe affidarsi di più alla vecchia abitudine della lettura sul divano. Mano nella mano.