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Eccessivo fervore per la tecnologia

FONTE: Il Sole 24 Ore

AUTORE: Pietro Bordo

DATA: 19 maggio 2017

Da molti anni i test d’ingresso delle superiori dimostrano che il 70% dei ragazzi ha competenze linguistiche scarse.

Qualche anno fa il MIUR ha condotto uno studio scientifico sugli elaborati di lingua italiana degli studenti della maturità ed ha rilevato che il 75% di loro non sa scrivere bene; anzi, scrive male.

In un paese normale la logica conseguenza di quanto appena detto sarebbe stata un’indagine sull’insegnamento della lingua italiana dai sei ai quattordici anni, con qualche conseguenza significativa per cambiare qualcosa che evidentemente non va.

Invece nella scuola italiana c’è soprattutto un gran fervore sull’argomento tecnologia, sempre più presente nei collegi docenti e nei pensieri del Miur. Sembra che grazie ad essa il futuro sarà radioso per tutti.

Ma è proprio così?

L’ultimo rapporto OCSE, settembre 2015,  Students, Computer and Learning, dice, in pratica, che i paesi che hanno fatto grandi investimenti nelle dotazioni tecnologiche delle loro scuole non hanno risultati apprezzabili nelle performance in lettura, matematica o scienze. E la tecnologia non ha avuto neanche effetti rilevanti per quanto riguarda l’inclusione e nel recupero degli studenti più poveri e disagiati.  

“Technology can amplify great teaching but great technology cannot replace poor teaching”.

Paesi che hanno un uso più capillare del digitale a scuola hanno visto addirittura un peggioramento nelle capacità di lettura.

La scuola digitale quindi non mantiene fede alle promesse della tecnologia.

Anche se, sempre l’Ocse, non c'è dubbio che le competenze digitali rappresentino un elemento fondamentale per l'inclusione in una società in cui la tecnologia è sempre più pervasiva.

Quindi – è il consiglio dell'Ocse – bisogna investire ancora di più nell'istruzione e nella didattica: la tecnologia non è efficace se utilizzata in maniera sostitutiva rispetto alla didattica. Riempire le aule di computer, insomma, risulta alla fine di scarsa utilità.

Ricordiamo la recente lettera aperta di 600 docenti universitari al Presidente del Consiglio, alla Ministra dell'Istruzione e al Parlamento italiano, promossa dal Gruppo di Firenze per la scuola del merito e della responsabilità. «È chiaro ormai da molti anni che alla fine del percorso scolastico troppi ragazzi scrivono male in italiano, leggono poco e faticano a esprimersi oralmente. Da tempo i docenti universitari denunciano le carenze linguistiche dei loro studenti (grammatica, sintassi, lessico), con errori appena tollerabili in terza elementare. Nel tentativo di porvi rimedio, alcuni atenei hanno persino attivato corsi di recupero di lingua italiana».

E non dimentichiamoci una frase di Socrate, che diceva più o meno così: “Se soffre la grammatica soffre l’anima”.

Infine, un barlume di speranza: l’iniziativa della ministra dell’Istruzione Valeria Fedeli, febbraio 2017, di “promuovere nelle scuole una riflessione su come migliorare la conoscenza della lingua italiana, che è alla base del nostro sentirci una comunità”. Anche poiché la conoscenza della lingua italiana è propedeutica a tutti gli altri apprendimenti.

Certo, al fine di migliorare tale conoscenza non aiuta il fatto che in tante scuole primarie italiane è previsto che allo studio della lingua italiana siano dedicate sole sei delle quaranta ore che i bambini settimanalmente passano a scuola.

Incredibile, ma vero.

Mio figlio ha disturbi specifici dell’apprendimento (DSA)?

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Silvia Turin

DATA: 12 aprile 2017

I DSA coinvolgono dal 3 al 5% della popolazione italiana e sono disturbi del neuro-sviluppo che riguardano le capacità di leggere, scrivere o calcolare. Fondamentale la diagnosi precoce perché i bambini che fanno il loro ingresso nella scuola non si sentano inadeguati. Con l’aiuto dell’Istituto Serafico di Assisi e la collaborazione di Giacomo Guaraldi, Elisabetta Genovese ed Enrico Ghidoni del Servizio Accoglienza Studenti con DSA dell’Università di Modena e Reggio Emilia, abbiamo stilato l’elenco dei segnali cui fare attenzione e dei singoli disturbi, con un focus su cosa fare e cosa prevede la legge italiana

I numeri

I “Disturbi Specifici dell’Apprendimento” (DSA) sono disturbi del neuro-sviluppo che riguardano le capacità di leggere, scrivere o calcolare. A livello internazionale l’incidenza di tutti i DSA varia dal 5 al 10% in relazione alle diverse lingue. In Italia sono meno frequenti (tra il 3 ed il 5% della popolazione) grazie alle caratteristiche dell’italiano in cui a ogni suono corrisponde sempre e solo una lettera e che rende ai dislessici la vita meno difficile. Più che di «sovradiagnosi» quindi, nel nostro Paese si dovrebbe parlare di «sottodiagnosi». 

I DSA non hanno le caratteristiche tipiche di una malattia: dipendono dalle peculiari modalità di funzionamento delle reti neuronali coinvolte nei processi delle abilità. Possono essere considerati caratteristiche specifiche dell’individuo, così come altri aspetti del comportamento (quali l’orecchio musicale o il senso dell’orientamento). Non è tanto il tipo di errore a caratterizzare il disturbo, ma la frequenza e costanza degli errori.

 Dislessia

Si manifesta con una difficoltà nell’automatizzare la lettura, cioè ad attivare in maniera fluente e senza affaticamento tutte quelle operazioni mentali necessarie per leggere. 

- Errori tipici sono dovuti alla difficoltà nel riconoscere grafemi che differiscono visivamente per piccoli particolari: “m” con “n”, “c” con “e”, “f” con “t”. 
- In altri casi la difficoltà riguarda suoni simili: “F/V”, “T/D”, “P/B”, “C/G”, “L/R”, “M/N”, “S/Z”. 
- Un altro aspetto riguarda la capacità di procedere metodicamente da sinistra a destra e dall’alto in basso con lo sguardo: nella persona dislessica rimane un ostacolo che si protrae nel tempo. 
- Altri errori tipici sono le omissioni di parti di parole: “pato” invece che “prato”, “futo” invece che “fiuto”. Possono verificarsi salti di intere parole o addirittura di righe intere. 
- Altre volte la sequenza dei grafemi viene invertita: “la” al posto di “al”, “cimena” al posto di “cinema”. 
- A volte ci può essere un’aggiunta di un grafema o di una sillaba: “tavovolo” al posto di “tavolo”. 
- Un altro segnale è dato dalla tendenza a completare la parola in modo intuitivo e a procedere con parole di fatto inventate.

Esistono dei segnali precoci anche negli anni che precedono la scolarizzazione e che possono essere considerati degli indicatori di rischio: ritardi e incertezze nello sviluppo del linguaggio (per esempio, alcuni tra i bambini che a 24 mesi producono meno di 50 parole svilupperanno difficoltà ad apprendere la lettura con l’inizio della scuola) o del metalinguaggio, cioè la capacità di giocare con i suoni che compongono le parole, di individuarli e manipolarli intenzionalmente. Altri fattori di rischio riguardano l’attenzione visiva e la capacità di denominare rapidamente i nomi delle cose.

 

Discalculia

La Discalculia, o Disturbo dell’Apprendimento del Calcolo, può essere considerata l’equivalente matematico della Dislessia. È una condizione che può riguardare fino al 3% della popolazione scolastica. Come si manifesta? I bambini con Disturbo dell’Apprendimento del Calcolo non riescono a fare calcoli in modo automatico, non riescono a fare numerazioni progressive e/o regressive, a imparare le procedure delle principali operazioni aritmetiche e a memorizzare quelli che vengono definiti “fatti matematici”, come per esempio le tabelline o altre combinazioni come le somme nell’ambito delle prime due decine (7+5, 9+8, etc.).

Per questi bambini non c’è differenza tra 25 e 52, oppure tra 427 e 40027 (quattrocento ventisette) o 724 in quanto, pur conoscendo i singoli numeri, non riescono a cogliere il significato dato dalla posizione di ognuno di loro all’interno della cifra totale. Alla base della Discalculia, oltre alle specifiche difficoltà in ordine alla compromissione della cognizione numerica, possiamo ritrovare anche carenze relative alle abilità visuo-spaziali, percettivo-motorie o alla memoria di lavoro. Spesso sono presenti anche lentezza nel processo di simbolizzazione, difficoltà prassiche e di organizzazione spazio-temporale.

 

Aiutare un discalculico

Per il raggiungimento degli obiettivi e l’avvio del percorso verso l’autonomia nello studio, sono disponibili diversi strumenti informatici (software e nuove tecnologie) e metodologie educativo-riabilitative. Due in particolare le strategie di intervento: 

1. la mediazione educativa, per guidare lo studente verso l’acquisizione di un metodo di studio basato su strategie in grado di promuovere l’autonomia nel calcolo, nella comprensione della quantità, nella comprensione dell’aspetto semantico, sintattico e lessicale del numero.

  1. l’approccio di tipo meta-cognitivo, per permettere ad ogni studente di riflettere sui propri processi cognitivi, accrescendo la propria consapevolezza in merito alle difficoltà e soprattutto, alle proprie potenzialità. Tale approccio prevede anche la proposta di specifiche modalità di organizzazione dello studio per ottimizzare l’uso delle risorse attenitive e migliorare la gestione del tempo. Per favorire l’apprendimento dello studente discalculico è possibile, dopo averlo fatto esercitare, permettergli di utilizzare la calcolatrice di base e concedergli un tempo maggiorato in sede di verifica.

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Tecnologie digitali e bambini, 10 consigli (più uno) per usarle bene

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Elena Meli

DATA: 5 aprile 2017

Inutile pensare di impedire ai bambini l’uso di tablet, smartphone o televisione: meglio conoscere i rischi possibili e soprattutto sapere come ridurli attraverso un utilizzo appropriato. Il Centro per la Salute del Bambino Onlus di Trieste ha stilato utili linee guida per i genitori di bimbi e ragazzi da zero a 14 anni. «È importante suscitare l’interesse dei bambini per altre attività e dimensioni della vita e delle relazioni: se fin da piccolo diamo al bimbo l’opportunità di conoscere e apprezzare altro, saprà usare le nuove tecnologie senza esserne sopraffatto», è il primo consiglio di Giorgio Tamburlini, pediatra e presidente del Centro.

I rischi che si corrono: il corpo

Uno dei principali pericoli per la salute dei bambini che usano troppo (e male) i dispositivi digitali è passare troppo tempo quasi completamente immobili e in posizioni scorrette. Questo riduce l’attività fisica, favorendo la comparsa di sovrappeso, obesità e delle malattie che a queste si associano (dalle patologie cardiovascolari al diabete), oltre a comportare problemi di postura.

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Dieci consigli per coltivare l’amore per la lettura nei nostri figli

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Cristina Marrone

DATA: 26 giugno 2016

I bambini diventano lettori per tutta la vita per svariate ragioni. A volte c’è un libro fondamentale che cattura la loro immaginazione. Altre volte sono gli insegnanti a proporre libri molto amati e in alcuni casi sono gli stessi genitori a influenzare l’amore per i libri andando spesso in libreria o in biblioteca, leggendo prima di andare a letto o valutando insieme i libri da leggere per le vacanze. Ecco qualche consiglio per coltivare l’amore per la lettura nei nostri figli, un piacere che può durare un’intera vita, suggeriti per la Cnn da Regan McMahon, giornalista di Common Sense Media

Leggere ad alta voce

Leggere ad alta voce può risultare naturale per molti neo genitori, ma è importante tenere il passo e proseguire nel tempo con questa buona abitudine. I bambini potranno goderne più a lungo di quanto si pensi. È molto piacevole ed emozionante leggere a un neonato o a un bambino che ci stanno rannicchiati addosso e condividere con loro immagini e parole. Vostro figlio potrebbe chiedervi di leggere lo stesso libro anche un centinaio di volte, ci vuole pazienza! Da grande si ricorderà sia la vicinanza fisica , sia la storia. È ideale cercare di assecondare le preferenze, quindi scegliere libri su pirati, vichinghi, animali, spazio, qualunque cosa interessi il bambino.

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I bambini imparano a leggere più in fretta se dormono con l’orsetto

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Emanuela Di Pasqua

DATA: 4 aprile 2017

Uno studio giapponese enfatizza l’importanza sociale e psicologica del peluche:
stimola la lettura nel bimbo piccolo che lo considera un interlocutore

La curiosità di imparare a leggere per raccontare storie e confondere immaginazione e realtà, come in un sogno e come solo i bambini sanno fare. Inizia così la lettura e il racconto, attraverso i quali i più piccini imparano, riflettono, crescono, fantasticano. E a questo proposito un team giapponese proveniente da vari atenei dimostra scientificamente l’importanza dell’animaletto di peluche che, nel sonno, esercita un effetto benefico profondo e a lungo termine e può essere utilizzato (con un po’ di fantasia) come stimolo all’apprendimento. Grazie a una sorta di messinscena onirica, gli studiosi hanno infatti convinto alcuni piccoli volontari a sperimentare la lettura e la motivazione non faceva una piega: raccontare le favole ai peluche dopo che essi stessi le avevano scelte. 

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Protagonisti e spettatori

Orsetti, cagnolini, scimmiette: i peluche vanno tutti bene, sia per confortare il sonno dei piccolini che per stimolare l’apprendimento. Lo sostiene la ricerca promossa da Okayama University, Kanazawa University, Osaka Institute of Technology e Kyushu University, in cui si afferma che la presenza di animaletti di peluche incentivi la lettura e i comportamenti sociali. Questi compagni di gioco, in un’età in cui la fantasia non ha ancora confini, diventano di volta in volta protagonisti dei racconti, proprio come alcuni personaggi delle favole, e interlocutori con i quali dialogare e ai quali raccontare le fiabe. I ricercatori giapponesi lo hanno dimostrato osservando un piccolo campione di 42 bambini di età prescolare, coinvolti in una sorta di pigiama party in biblioteca . Dal monitoraggio è risultato infatti che i piccoli mostravano maggior curiosità nella lettura se motivati proprio dal fatto di poter raccontare ai loro giocattoli le storie ritratte nei libri. 

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Leggere ad alta voce

Le favole preferite

Non a caso esistono in tutto il mondo i cosiddetti stuffed animal sleepover programs, che dimostrano da sempre l’efficacia di questo concetto, allestendo dei riposini in biblioteca in compagnia di peluche. L’equipe giapponese è andata oltre e ha promosso una sorta di festicciola, durante la quale a un certo punto i bimbi sono stati addormentati mentre i giocattoli sono rimasti tra i libri. I ricercatori hanno poi fotografato i peluche intenti a leggere alcuni racconti “scelti da loro personalmente”. Mai escamotage fu più efficace e utile: i bimbi, vedendo le istantanee dei loro amichetti di peluche, hanno mostrato subito interesse verso le letture scelte dai loro giochi, rivelando un desiderio immediato di imparare a leggere per raccontare agli amici di peluche le favole preferite. L’esperimento è stato ripetuto e il comportamento dei bimbi è stato osservato dopo vari intervalli temporali, sottolineando che più era recente la scena della lettura dei peluche, più il bambino si dimostrava desideroso di libri. Ma al tempo stesso è stato rilevato che è sufficiente mostrare un’immagine del peluche-lettore per risvegliare il desiderio di lettura. L’importanza del peluche non si limita ai libri però: in un’età ancora tanto portata all’immaginazione l’orsacchiotto diventa un amico a tutti gli effetti che, soprattutto in assenza di fratelli, stimola la socializzazione e la creatività. Il peluche può diventare insomma amico, alleato, babysitter e persino bibliotecario. Basta saper cavalcare l’immaginazione infantile e, con un semplice orsacchiotto, si possono raggiungere molti obiettivi.

 

 

 

 

 

In centomila chiusi nelle loro stanze. Neet, ragazzi che si ritirano dalla società

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Dario Di Vico

DATA: 6 novembre 2016

Sono i più fragili tra chi non studia né lavora: più esposti i maschi, educati alla regola del successo. Li chiamano Neet, si barricano nella loro cameretta, il computer sempre acceso, musica e libri, i pasti consumati lì.

neet

Ritiro sociale è un’espressione ancora poco nota. La utilizzano psicologi e operatori delle Onlus per definire i comportamenti del segmento più fragile dei Neet, i giovani che non studiano e non lavorano. Per avere un’immagine immediata di cosa significhi il ritiro sociale si può pensare a un ragazzo barricato nella sua cameretta con le tapparelle abbassate, il computer sempre acceso, musica e libri, il cibo consumato lì in una segregazione auto-imposta. Il fenomeno è molto conosciuto in Giappone — li chiamano hikikomori — ed è iniziato negli anni 80. Riguarda per lo più maschi primogeniti e il primo sintomo è la rinuncia a frequentare la scuola. Motivo: la pressione della società che chiede una competizione alla quale il giovane risponde negandosi. Le stime nipponiche variano da 400 mila a 2 milioni di coinvolti, il trend però è in crescita. Anche da noi la prima manifestazione del ritiro sociale è l’auto-esclusione dalla scuola, annunciata ai genitori una mattina a sorpresa senza segnali premonitori. Le stime italiane sono di 100 mila ragazzi — un altro primato europeo di cui non essere fieri — ma ovviamente non è facile elaborare dati così delicati. A monitorare il fenomeno sono realtà come la cooperativa Minotauro, che ha pubblicato di recente un testo dedicato ai ritirati e dal titolo eloquente: «Il corpo in una stanza». Anche in Italia a essere colpiti sono molto più i maschi perché a loro è stata trasmessa un’identità fortemente condizionata dal ruolo sociale e dal successo lavorativo.

L’annuncio a sorpresa

I corpi in una stanza non hanno «voce» e l’unica strada per capirne di più è riannodare il filo partendo dai racconti dei genitori. Così abbiamo fatto, organizzando un focus group nella sede del Corriere a Milano. Rompe il ghiaccio Carmen: «Una sera che non dimenticherò mai, Sandro si è seduto sul mobile della cucina e mi ha detto: da domani a scuola non ci vado più, e così è stato. Era in quarta liceo. Per tre anni è vissuto nella sua camera, ha piantato il calcio, è diventato vegano e ha smesso anche di mangiare a tavola con la famiglia». Racconta Giulia, un’altra mamma: «Marco ha finito il liceo regolarmente, i guai sono arrivati dopo. Ha lavorato come venditore per un’azienda, ma dopo diversi mesi non gli hanno voluto riconoscere un contratto e non l’hanno pagato. E da lì ha spento la luce, si è rifiutato di continuare gli studi e ha introiettato un senso di vergogna e inadeguatezza. Voleva fare il deejay e adesso l’unica compagnia che ha scelto è la musica». Si inserisce Nicoletta: «Francesco un giorno mi ha confessato che andare a scuola era diventato un incubo quotidiano. Si è ritirato in camera e si è costruito una rete di amici virtuali in diverse città, ha perfezionato l’inglese ubriacandosi di serie tv e non ne ha voluto più sapere dell’istituto turistico. L’ultima delusione è stata l’impossibilità di essere assunto in un hotel, che pure lo avrebbe preso, perché ancora minorenne». Le storie raccolte si assomigliano molto e evidenziano il fallimento del rapporto con la scuola, l’assenza dei padri, la vergogna nei confronti dei compagni di classe, la creazione di circuiti di socializzazione a distanza.

Genitori e insegnanti

«La scuola non raccoglie il dolore» sostiene Carmen. I giovani che per qualche motivo incontrano la sofferenza negli anni della crescita — un incidente, una malattia, la separazione conflittuale dei genitori — rimangono segnati e il sistema scuola non riesce a reincluderli, aumentando le loro probabilità di diventare Neet. Nel focus group il giudizio sulla scuola è stato materia incandescente: i genitori raccontano episodi di insensibilità degli insegnanti, di demotivazione professionale, di trasmissione di un senso di inadeguatezza e la conseguenza è l’aumento del tasso di dispersione. L’abbandono scolastico è la prima fabbrica di Neet e infatti cresce (è al 15%) in corrispondenza con l’aumento del tasso di disoccupazione. Secondo la ricerca della onlus WeWorld denominata «Ghost», proprio perché dedicata ai ragazzi-fantasma, un quarto di loro ha alle spalle iter scolastici accidentati. Se i conflitti con la scuola potevamo prevederli il focus group ha evidenziato un’altra costante: la totale assenza dei padri. Il genitore maschio di fronte al ritiro sociale del figlio si scopre impotente e cede spesso alla tentazione di squalificarlo. Lo considera un fannullone, un incapace, un «disfunzionale». In uno dei casi il padre ha addirittura diseredato il figlio e persino sul sostegno economico i papà si eclissano. La gestione del ritiro pesa tutta sulle madri, che delle volte trovano maggiore aiuto nei nuovi compagni di vita, più disponibili dei veri padri. Ci sono anche casi in cui le donne maturano un senso di auto-colpevolizzazione, come Nicoletta che si chiede «se non ho sbagliato, è come se l’avessi tenuto nella pancia anche dopo la nascita impedendogli così di crescere». «Economicamente è stato un disastro — riepiloga Giulia — ho dovuto vendere una casa che avevamo ereditato e tentare di costruire un percorso formativo. Un curriculum di speranza che lo aiutasse un giorno a reinserirsi». Se è vero che i padri latitano, una funzione di supplenza la ricoprono le Onlus del terzo settore, che partono dal sostegno psicologico e poi si incaricano di stimolare il ragazzo per fargli recuperare interesse per il mondo reale fuori dalle quattro mura. In questo modo sperano di farlo transitare negli altri segmenti di Neet, i ragazzi che fanno volontariato oppure che si aggrappano alla pratica sportiva per socializzare . «Attacchiamoli alla vita» è il leitmotiv degli operatori.

L’aiuto della Rete

È poi singolare come di fronte alle sconfitte dei soggetti «caldi» — la famiglia e la scuola — il «freddo» Internet, l’elettronica impersonale e mangia-privacy, diventi una ciambella di salvataggio, un assistente sociale h24. La virtualità attenua la vergogna sociale, ne riduce l’impatto fisico, il filtro del computer rassicura e lascia sempre aperta la via di fuga. Smaterializza le amicizie e riduce il rischio delle delusioni. Sono nate così pagine Facebook e chat di Skype per gli hikikomori italiani con più di mille iscritti. «Francesco ha sempre subito le dinamiche di gruppo perché maturo di testa e piccolo nel fisico, sulla Rete invece ha trovato amici a Firenze, Bari e Roma. Più grandi di lui con i quali gestisce ore e ore di chiacchiere al computer» racconta Nicoletta. La spiegazione degli psicologi è che nella dimensione virtuale i giovani ottengono le gratificazioni che la vita reale ha negato loro. Come l’offesa di non ricevere nemmeno una risposta formale agli Sos che inviano a pioggia sotto forma di curriculum e lettere di presentazione ad aziende, centri per l’impiego e possibili datori di lavoro. Gli stessi studiosi motivano il carattere prevalentemente maschile del ritiro sociale — le ragazze in Giappone sono solo il 10% — con la trasmissione al femminile di un’idea di realizzazione del sé più larga e sfaccettata e non riconducibile agli stereotipi del successo/identità lavorativa. È un lascito di genere — e non un’esperienza maturata sul campo — che però funziona da anticorpo, evita di aggiungere esclusione a esclusione.

Ragazze e maternità

Non vuol dire che l’intero universo Neet — oltre i ritirati — non sia colorato di rosa, ma le traiettorie sono differenti: incide molto la maternità attorno ai 20 anni, la scelta di restare a casa con i figli e non presentarsi sul mercato del lavoro. Se i genitori dei ritirati sociali di fronte al compito che si para loro davanti lottano per non disperarsi, anche gli altri padri e madri dell’universo Neet finiscono per essere spaesati. Come sintetizza Lucia Tagliabue di Jointly, una rete di orientamento professionale: «Non sanno che consigli dare ai loro ragazzi perché il mondo del lavoro viaggia a una velocità diversa e temono di risultare iperprotettivi o eccessivamente rigidi nelle imposizioni ai ragazzi».

P.S. Dal ritiro sociale fortunatamente si può uscire. Oggi Sandro ha 29 anni e fa l’insegnante di Tai chi.

Cosa deve mangiare un calciatore e quanto prima della partita

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Riccardo Renzi

DATA: 23 marzo 2017

I medici della Serie B hanno pubblicato una Guida Nutrizionale per i giocatori che li aiuti quando i match sono in orario pasti: tutti i consigli sui cibi e le tempistiche giuste

Lo «spezzatino»

Tecnici e allenatori si lamentano da tempo peraltro del cosiddetto “spezzatino” delle partite di campionato, giocate anche a quattro orari diversi, che costringono a riprogrammare continuamenti i tempi di allenamenti e pasti. Non ci preoccupa troppo la salute dei calciatori professionisti, seguiti da staff di medici e nutrizionisti che sanno il fatto loro. Più delicato è il discorso dei milioni di calciatori dilettanti, dai ragazzi dei centri sportivi e delle scuole calcio agli appassionati dei tornei amatoriali, abituati da sempre allo “spezzatino” degli orari: i ragazzi che giocano o si allenano nel primo pomeriggio dopo la scuola o più tardi, prima di cena, o gli adulti che indossano le scarpette alle ore più astruse, compatibili con la loro attività.

 

Il manuale del pasto per il calciatore

Come si preparano a giocare dal punto di vista dell’alimentazione? Ad aiutarli ci ha pensato la serie B, o meglio la Commissione medico-scientifica (unica fra tutte le leghe) della Lega Nazionale Professionisti B, pubblicando una “Guida nutrizionale” che si rivolge a tutti i praticanti del calcio, non solo ai professionisti. È una dieta del calciatore, un manualetto chiaro e divulgativo che non può trasformare nessuno in un Ronaldo, ma certamente aiuta a evitare che lo stomaco diventi protagonista in campo, che i muscoli si blocchino per i crampi e che l’allenatore vi cacci per la lentezza di riflessi e la pesantezza della corsa, causate da un pasto non idoneo. E permette soprattutto di godere appieno dei benefici di una sana attività sportiva. «Abbiamo ritenuto utile riempire un vuoto, quello dell’informazione scientifica sulla nutrizione connessa all’attività sportiva in generale e al calcio in particolare – dice Francesco Braconaro, che è presidente della commissione e responsabile sanitario della serie B- . A scuola, anche quando si fa educazione alimentare, mancano informazioni relative alle diete dello sportivo. Tutti poi lanciano allarmi sull’aumento dell’obesità infantile in Italia, problema che si può affrontare soltanto combinando un’alimentazione equilibrata con l’attività sportiva. Ed è quindi importante affrontare insieme i due temi».

 

Non solo cosa, anche quando mangiare

«Nel calcio in generale non si sta molto attenti all’alimentazione, è vissuto come un gioco, almeno fino a quando non si entra in una struttura professionistica – dice Loredana Torrisi, dietista del dipartimento di Medicina del C.O.N.I, e principale compilatrice delle guida - . I ragazzi non sanno che cosa è meglio mangiare e soprattutto quando. Molto spesso si inseguono leggende metropolitane più che vere norme dietetiche: un tempo per esempio c’era il mito della carne come “benzina” del calciatore, poi si è passati ai carboidrati (soprattutto la pasta) come vero toccasana, abolendo del tutto carne e proteine. Poi sono arrivate le energy e le sport drink, che possono essere utili ma vanno usate nel modo giusto. Insomma, abbiamo cercato di fare ordine in tutto questo».

 

Nutrirsi 2-3 ore prima di giocare

La nuova “Guida nutrizionale” si basa su alcune indicazioni molto semplici, le regole del pallone d’oro: i cinque pasti giornalieri (compreso lo spuntino di metà mattina), con particolare attenzione alla prima colazione, che può essere ricca di zuccheri o anche di proteine (uova, formaggi freschi) e in generale un equilibrio nutrizionale basato sull’ormai classica piramide alimentare mediterranea (50-55% di carboidrati semplici o complessi, 20% di proteine, 25-30% di grassi). Acqua sempre, poca per volta, alcol neanche parlarne, bevande non troppo zuccherate. Regole che devono poi essere declinate a seconda del sesso (ci sono anche le calciatrici), dell’età e naturalmente dell’intensità dell’attività sportiva. E soprattutto, ed è questa la parte più originale e pratica della guida, a seconda dei tempi, come cioè distribuire il giusto apporto energetico in relazione all’orario della partita, che comporta inevitabilmente uno spostamento dei diversi componenti nutrizionali e obbliga in molti casi a saltare uno dei pasti prescritti. Caposaldo dell’orologio biologico del calciatore è la regola che impone che l’ultimo pasto importante prima della partita debba avvenire 2-3 ore prima di scendere in campo. Nel tempo di attesa bere acqua e bevande a bassa concentrazione di zuccheri, al massimo qualche cracker o biscotto secco se si avverte sensazione di fame.

 

Come reintegrare dopo lo sforzo

Dopo la partita entro mezz’ora frutta fresca e secca, succhi di frutta, bevande sportive, cracker, anche latte o gelati. Ma nel pasto precedente e , attenzione, anche in quello seguente, niente cibi troppo grassi, fritti, sughi elaborati. L’altro punto fermo è naturalmente la pasta, che il calcio italiano ha vittoriosamente esportato in tutto il mondo e che costituisce il piatto forte prima (sempre due-tre ore) della partita, anche quando l’incontro è a mezzogiorno, se vi sentite di farvi un piatto di spaghetti alle 10 del mattino. Si parla ovviamente di una pasta leggera, al pomodoro e basilico, niente amatriciane o carbonare, accompagnata da dolci da forno (niente tiramisù). E la carne, quando introdurla? E i formaggi? Dipende appunto dagli orari. La guida propone, a seconda dell’ora del fischio d’inizio, veri e propri menu per tutta la giornata, partendo anzi dalla sera prima. Così come analizza analiticamente l’uso delle bevande “sportive”, che sono di diversi tipi, e la questione cruciale dei tempi di digestione dei vari cibi. Molta informazione insomma, pratica e scientifica nello stesso tempo. «Abbiamo cercato di traferire – spiega Braconaro – dall’esperienza del mondo professionista un modello che possa essere utile alla complessa realtà del mondo giovanile e del mondo sportivo amatoriale». Non solo per gli emuli di Messi e Icardi, quindi. E chissà che anche Sarri non ne possa trarre qualche spunto.

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Calciatori e alimentazione: schemi dietetici in relazione all’orario di inizio della partita

 PER SCARICARE LA GUIDA NUTRIZIONALE DEI MEDICI DELLA SERIE B

http://www.legab.it/fileadmin/user_upload/pdf/guida_nutrizionale_ok.pdf

 

 

Macché matematica e scienze, a scuola si insegna la felicità

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Caterina Belloni

DATA: 15 marzo 2017

Il benessere dei bambini diventa fondamentale, tanto che conta per valutare presidi e istituti: E arrivano i corsi di meditazione per gli adolescenti

La matematica serve, come la grammatica inglese, ma quello che conta è il benessere degli studenti. Tanto che nei prossimi anni le scuole britanniche verranno classificate sulla base anche di questo parametro, considerato così fondamentale da stare al pari di quelli accademici, se non addirittura più in alto. La svolta del sistema scolastico inizierà con un progetto pilota per insegnare agli allievi la felicità, che non dipende da qualche sussulto hippy degli eletti in Parlamento, ma dalla constatazione che le nuove generazioni anglosassoni hanno problemi con la serenità. Secondo dati recenti, infatti, il dieci per cento dei minorenni soffre di disagio psicologico o di malattie mentali, mentre un’indagine della Varkey Foundation ha rivelato che i giovani britannici sono tra i più insoddisfatti al mondo. Quasi uno su due si dichiara infelice e solo il Giappone li precede in una classifica realizzata a livello internazionale per fotografare aspettative, paure e stati d’animo dei millennials.  

A lezione di meditazione

Insomma, la ricerca della felicità sta diventando un’emergenza Oltremanica e il governo, che se ne dispiace e soprattutto paga i conti della spesa sanitaria per i giovani in difficoltà, ha deciso di intervenire. La prima mossa del Ministero dell’istruzione è stata quella di lanciare un programma pilota di benessere, che partirà a maggio e coinvolgerà duecento scuole in tutto il paese, per un periodo di almeno due anni. Ai bambini dagli otto anni in su verranno impartite in classe lezioni di felicità, attraverso diverse tecniche. Anzitutto verranno istruiti sulle varie forme di respirazione, che aiutano a contenere l’ansia e a gestirla; poi riceveranno istruzioni su come perseguire il proprio benessere con attività da svolgere a casa o a scuola; ancora saranno invitati a esercitare l'empatia, condividendo sensazioni e problemi dei loro simili; infine verranno formati a praticare la «mindfulness», metodica di liberazione della mente dalle preoccupazioni, che è molto in voga nel Regno Unito. Tutte strade da percorrere, per cercare di raggiungere la serenità perduta. 

Lezioni per prevenire depressione e suicidi

Quanto agli adolescenti, seguiranno oltre a queste lezioni, anche dei seminari mirati a proposito del bullismo, dell’ansia e della depressione e saranno invitati a ragionare sui rischi che corrono nell’ambiente in cui vivono e a capire che il suicidio non è mai un’alternativa praticabile. Secondo gli educatori e i presidi, infatti, negli ultimi anni la scuola si è concentrata molto sui risultati accademici e la valutazione dell’apprendimento, lasciando in secondo piano lo sviluppo psicologico e comportamentale degli allievi. Che invece deve diventare un punto di riferimento e, alla fine della sperimentazione, sarà anche uno dei parametri fondamentali considerati dall’Ofsted, l’organismo regolatore del sistema scolastico britannico, che classifica gli istituti e in base alla cui valutazione vengono erogati fondi oppure chiusi corsi. Alcuni ispettori, in realtà, già oggi tengono conto nelle loro valutazioni sul campo del benessere e della serenità dei bambini, che talvolta appare così rilevante da controbilanciare un ritardo nella competenza in matematica o scienze. Ma forse ancora non basta. La scuola deve formare l’individuo e non solo l’allievo, assicurando benessere e serenità. Anche se per riuscirci bisogna stare seduti in cerchio, ad occhi chiusi, pensando ai problemi e ai pensieri negativi e immaginandoli come degli autobus, che arrivano ma poi ripartono. Lasciando la mente libera dalle preoccupazioni e aperta a un futuro pieno di possibilità. 

 

MI PARE CHE IL MINISTERO DELL’ISTRUZIONE BRITANNICO, DA LODARE PER L’INIZIATIVA, DIMENTICHI IL FATTORE FONDAMENTALE PER AVERE SERENITà, FELICITà A SCUOLA: LA CAPACITà DEL DOCENTE DI SAPER CREARE, INSIEME AI BAMBINI, UN CLIMA DI AMICIZIA, PUR NELLA DIVERSITà DEI RUOLI, FRA TUTTI COLORO CHE VIVONO INSIEME TANTE ORE.

600 professori universitari: «I giovani non sanno più scrivere»

FONTE: Il Messaggero

AUTORE: 600 professori universitari

DATA: 4 febbraio 2017

«È chiaro ormai da molti anni che alla fine del percorso scolastico troppi ragazzi scrivono male in italiano, leggono poco e faticano a esprimersi oralmente. Da tempo i docenti universitari denunciano le carenze linguistiche dei loro studenti (grammatica, sintassi, lessico), con errori appena tollerabili in terza elementare. Nel tentativo di porvi rimedio, alcuni atenei hanno persino attivato corsi di recupero di lingua italiana». È l'incipit della lettera aperta di 600 docenti universitari al presidente del Consiglio, alla ministra dell'Istruzione e al Parlamento italiano, promossa dal Gruppo di Firenze per la scuola del merito e della responsabilità.

«A fronte di una situazione così preoccupante il governo del sistema scolastico non reagisce in modo appropriato, anche perché il tema della correttezza ortografica e grammaticale è stato a lungo svalutato sul piano didattico più o meno da tutti i governi. Ci sono alcune importanti iniziative rivolte all'aggiornamento degli insegnanti, ma non si vede una volontà politica adeguata alla gravità del problema». «Abbiamo invece bisogno -viene rilevato- di una scuola davvero esigente nel controllo degli apprendimenti oltre che più efficace nella didattica, altrimenti né il generoso impegno di tanti validissimi insegnanti né l'acquisizione di nuove metodologie saranno sufficienti. Dobbiamo dunque porci come obiettivo urgente il raggiungimento, al termine del primo ciclo, di un sufficiente possesso degli strumenti linguistici di base da parte della grande maggioranza degli studenti».

«A questo scopo, noi sottoscritti docenti universitari - si legge ancora - ci permettiamo di proporre le seguenti linee di intervento: una revisione delle indicazioni nazionali che dia grande rilievo all'acquisizione delle competenze di base, fondamentali per tutti gli ambiti disciplinari. Tali indicazioni dovrebbero contenere i traguardi intermedi imprescindibili da raggiungere e le più importanti tipologie di esercitazioni; l'introduzione di verifiche nazionali periodiche durante gli otto anni del primo ciclo: dettato ortografico, riassunto, comprensione del testo, conoscenza del lessico, analisi grammaticale e scrittura corsiva a mano. Sarebbe utile la partecipazione di docenti delle medie e delle superiori rispettivamente alla verifica in uscita dalla primaria e all'esame di terza media, anche per stimolare su questi temi il confronto professionale tra insegnanti dei vari ordini di scuola». «Siamo convinti che l'introduzione di momenti di seria verifica durante l'iter scolastico -concludono - sia una condizione indispensabile per l'acquisizione e il consolidamento delle competenze di base. Questi momenti costituirebbero per gli allievi un incentivo a fare del proprio meglio e un'occasione per abituarsi ad affrontare delle prove, pur senza drammatizzarle, mentre gli insegnanti avrebbero finalmente dei chiari obiettivi comuni a tutte le scuole a cui finalizzare una parte significativa del loro lavoro».

Tra i nomi che hanno firmato la lettera numerosi Accademici della Crusca (Rita Librandi, Ugo Vignuzzi, Rosario Coluccia, Annalisa Nesi, Francesco Bruni, Maurizio Dardano, Piero Beltrami, Massimo Fanfani); i linguisti Edoardo Lombardi Vallauri, Gabriella Alfieri e Stefania Stefanelli; i rettori di quattro Università; i docenti di letteratura italiana Giuseppe Nicoletti e Biancamaria Frabotta; il pedagogista Benedetto Vertecchi e lo storico della pedagogia Alfonso Scotto di Luzio; gli storici Ernesto Galli Della Loggia, Luciano Canfora, Chiara Frugoni, Mario Isnenghi, Fulvio Cammarano, Francesco Barbagallo, Francesco Perfetti, Maurizio Sangalli; i filosofi Massimo Cacciari, Roberto Esposito, Angelo Campodonico, i sociologi Sergio Belardinelli e Ilvo Diamanti; la scrittrice e insegnante Paola Mastrocola; il matematico Lucio Russo; i costituzionalisti Carlo Fusaro, Paolo Caretti e Fulco Lanchester; gli storici dell'arte Alessandro Zuccari, Barbara Agosti e Donata Levi; i docenti di diritto amministrativo Carlo Marzuoli, di diritto pubblico comparato Ginevra Cerrina Feroni e di diritto romano Giuseppe Valditara; il neuropsichiatra infantile Michele Zappella; l'economista Marcello Messori.

 

 

Come far mangiare le verdure ai bambini

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Laura Cuppini

DATA: 1 febbraio 2017

Strategie (più o meno assurde)
per far mangiare le verdure ai bambini

Molti genitori devono affrontare il rifiuto dei figli di fronte ai vegetali: c’è chi li nasconde dentro alimenti più graditi e chi minaccia terribili punizioni. Ma sono tutte strade destinate a fallire. Le uniche “armi” davvero efficaci sono in realtà le più semplici: coinvolgere i bambini nella preparazione del pasto, dare il buon esempio mangiando verdure in prima persona, ricordarsi che ognuno ha i suoi gusti ma anche che le abitudini alimentari si formano nei primi mesi di vita e dunque le scelte di mamma e papà sono decisive.

Bambini «corrotti» col denaro

C’è chi nasconde le verdure dentro bocconi di altro cibo, chi costringe i figli a restare seduti finché il piatto non è perfettamente pulito, chi minaccia punizioni o promette regali. Probabilmente ognuno di noi conosce genitori “disperati” per il rifiuto del pargolo a mangiare qualunque alimento di colore verde (o comunque di origine vegetale). Una teoria recente ha lanciato l’idea di aprire un conto corrente bancario in cui vengono versati dei soldi ogni volta che il piccolo mangia un piatto di spinaci o il minestrone. I benefici di questa “corruzione” si vedrebbero, secondo uno studio americano, per alcuni mesi anche dopo il termine dei versamenti sul conto. E l’obiettivo finale sarebbe quello di accompagnare il figlio, a suon di omaggi monetari, fino all’età in cui può rendersi conto da solo che mangiare sano è importante per stare bene (e dunque, in teoria, a quel punto lo farebbe anche senza incentivi). Un articolo sulla Cnn fa notare che qualunque corrispettivo, in denaro e non, è assolutamente lontano dal raggiungere lo scopo finale, che è - o dovrebbe essere - far sì che i bambini abbiano un buon rapporto con il cibo, soprattutto quello salutare. Con frasi come «se non mangi la verdura non avrai il dolce», si sottintende che mangiare i vegetali è una specie di “tortura” per arrivare al cibo davvero desiderabile, ovvero il dessert. E allora, che fare?

 

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