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Cosa fare se sospettate che vostro figlio è un bullo

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: decalogo pubblicato sul profilo Facebook della Polizia di Stato

DATA: 27 gennaio 2017

Ecco dieci consigli utili

Il decalogo pubblicato sulla pagina Facebook «Una vita da social» della Polizia di Stato

Cosa deve fare un genitore quando scopre, o ha solo il dubbio, che il figlio possa essere un bullo o un cyberbullo? La psicoterapeuta Maura Manca, presidente dell’Osservatorio nazionale adolescenza, ha messo a punto un decalogo pubblicato sul profilo Facebook della Polizia di Stato Una vita da social.

PER LEGGERE I 10 CONSIGLI UTILI BASTA USARE IL LINK

Già a 6 anni le bambine pensano di avere meno talento dei maschi

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Antonella De Gregorio

DATA: 28 gennaio 2017

Lo studio: gli stereotipi che associano un più alto livello di prestazioni intellettive agli uomini emergono in tenera età e influenzano interessi e carriera delle ragazze. Come uscirne? Comportarsi in modo univoco da subito e puntare sul valore dell’impegno

Se il soffitto di cristallo è duro da rompere, è perché poggia su basi solidissime a pianoterra. Potrebbe essere l’abstract della ricerca di un team di studiosi delle università di Princeton, New York e Illinois, pubblicata su Science che individua il punto esatto in cui si produce quella crepa nell’autostima di una persona, che la porta a sentirsi «meno». Meno brillante e dotata di talento naturale, per esempio. Nello specifico, le femmine «meno» dei maschi.

I protagonisti

Lo studio, condotto su 400 bambini, colloca quel momento a cavallo tra i cinque e i sei anni. Prima, maschietti e femminucce chiamati a dare valutazioni sul proprio genere, danno risposte identiche; dopo - intorno ai sei anni (e ancor più dai sette) - le risposte cambiano traiettoria. Gli esperimenti fatti dai ricercatori consistevano nel raccontare una serie di storie su qualcuno che era davvero brillante, furbo, geniale, senza svelare chi fosse il protagonista. Chiesto poi ai piccoli di cinque anni di indicare, tra due figure maschili e due femminili, quale fosse, secondo loro, i bambini sceglievano quasi sempre un maschio e le bambine una femmina. Solo un anno più tardi, i maschi davano la stessa risposta e le femmine la modificavano: per lo più indicavano anche loro il maschio.

Il gioco per bambini «intelligenti»

In un altro esperimento ai bambini venivano proposti giochi da tavolo di due categorie: per bambini «molto intelligenti» e per bambini «che si impegnano al massimo». Le femmine di sei, sette anni, dimostravano di apprezzare quanto i maschi il secondo gioco; meno dei maschi il primo. Insomma, secondo uno dei ricercatori, Andrei Cimpian, docente della Nyu, con l’inizio della scuola, l’esposizione ai media, il giudizio dei pari, ai bambini viene somministrata la prima massiccia dose di stereotipi sul «genere» dell'intelligenza, e si dà loro in pasto il messaggio che il genio è una qualità più consona ai maschi. Per i piccoli (anzi, le piccole) che si vedono con gli occhi degli adulti, uno schiaffo all'autostima che si sta formando e si nutre della concezione di sé che credono di suscitare negli altri.

Strada in salita

«Sconforta vedere quanto precocemente emergono questi condizionamenti. Da lì in poi la strada è tutta in salita», ha dichiarato alla Bbc lo studioso. Che in precedenza aveva già analizzato le possibilità di carriera correlate con la percezione di doti innate predittive di successo. Risultato? Più le persone ritenevano che l’ingrediente chiave della riuscita fosse un sovrappiù di ingegno, più quella carriera diventava appannaggio maschile.

Valanga

«A cinque anni non si ragiona certo in termini di carriera, ma è come una valanga che parte da un grumo di neve grande quanto un pugno», hanno detto ancora i ricercatori. Perché l’autostima può influenzare l’apprendimento, condizionando il bambino a credere di non riuscire bene in una determinata attività, ad esempio di studio, proprio perché ha una bassa considerazione di se stesso e delle sue capacità. Ecco risolto, insomma, il peccato originale che vede ancora troppe poche donne portare avanti carriere in ambito scientifico o matematico. O studi di filosofia, fisica, ingegneria. Un problema circolare, che può condizionare tutta la vita.

L’impegno

Come uscirne? I ricercatori suggeriscono di iniziare fin da subito a comportarsi in modo univoco con i bambini, trattandoli come esseri completi. E di enfatizzare a beneficio di tutti, maschi e femmine, l’importanza dell’impegno: «Si rende di più quando è questo l’elemento cui imputare la riuscita». Una strategia che preserverebbe le ragazze e consentirebbe loro di non partire schiacciate fin dalla prima casella della vita.

La vitamina D aggiunta ai cibi protegge da raffreddore e influenza

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Silvia Turin

DATA: 16 febbraio 2017 

Maxi ricerca evidenzia i benefici di un’integrazione soprattutto per persone carenti. Riaperto il dibattito. Il ministero della Salute UK: «Non ci sono ancora prove sufficienti»

Integrare l’alimentazione con l’aggiunta di vitamina D potrebbe ridurrebbe le morti e i costi del servizio sanitario. Lo sostiene un maxi studio globale che mostra come questo composto riesca a ridurre il rischio di raffreddori, influenza e altre infezioni pericolose, come la polmonite.

Lo studio e i numeri

La ricerca, diretta da scienziati della Queen Mary University di Londra (QMUL) e pubblicata sul British Medical Journal, è stata condotta attraverso l’analisi di dati relativi a circa 11mila persone che hanno preso parte a 25 trial clinici condotti in 14 paesi (inclusa l’Italia). È emerso che l’integrazione di questa vitamina - che il corpo riesce a produrre in autonomia solo quando ci si espone al sole - protegge da infezioni delle vie respiratorie, probabilmente stimolando la produzione di antimicrobici nei polmoni. Il beneficio è stato più marcato in coloro che avevano bassi livelli di vitamina D nel corpo (persone che escono poco, che si coprono anche d’estate o che hanno pelli scure). L’assunzione regolare di un integratore ha dimezzato il tasso di infezioni respiratorie nelle persone con più bassi livelli di vitamina D, ma ha anche ridotto del 10% le infezioni tra chi aveva soglie più alte del composto.

 

Meno infezioni respiratorie

Lo studio è coerente col fatto che le infezioni respiratorie sono tipiche dei mesi freddi quando siamo meno esposti alla luce solare perché stiamo più al chiuso e le giornate sono corte, per cui il corpo riesce a produrre meno vitamina D. I ricercatori hanno calcolato che introdurre integratori ogni giorno o settimanalmente potrebbe significare 3,25 milioni di infezioni respiratorie in meno nel Regno Unito, ipotizzando una popolazione di 65 milioni di individui. «La nostra ricerca rafforza l’idea che sia opportuno prevedere un’integrazione nell’alimentazione per migliorare i livelli di vitamina D in paesi come il Regno Unito, dove la carenza è comune», hanno scritto gli autori del lavoro.

 

Annoso dibattito e voci contro

Alcune voci dal mondo scientifico, però, frenano l’entusiasmo. Mark Bolland dell’Università di Auckland e Alison Avenell dell’Università di Aberdeen in un editoriale pubblicato sempre sul British Medical Journal (riportato dal Guardian) sostengono che sono necessari altri studi: «Le ricerche finora non supportano l’evidenza che l’uso di integratori di vitamina D serva a prevenire le malattie, salvo nelle persone a rischio di rachitismo, fragilità ossea e osteoporosi», scrivono. «I dati del nuovo studio sono molto significativi, visto che provengono da 11mila pazienti analizzati in studi clinici di buona qualità in tutto il mondo - commenta invece il dottor Benjamin Jacobs, un pediatra dell’ospedale Royal National Orthopaedic -. La necessità di fornire integratori di vitamina D è ora innegabile. I governi e gli operatori sanitari devono prendere questa ricerca in seria considerazione d’ora in avanti», conclude.

 

Cautela dal Ministero della Salute

Cautela anche dal Ministero per la Salute inglese: il professor Louis Levy, a capo del dipartimento di Nutrizione dichiara: «Il Ministero già raccomanda alla popolazione di prendere vitamina D durante i mesi invernali. Coloro che non si espongono al sole a causa delle caratteristiche della loro pelle o perché stanno sempre coperti per motivi religiosi o stanno in casa dovrebbero integrarla tutto l’anno». Tuttavia Levy non è convinto che la vitamina D possa proteggere contro raffreddori e influenza: «Questo studio non fornisce prove sufficienti a sostegno della tesi», ha concluso. Diverse ricerche scientifiche nel corso degli anni hanno consegnato evidenze contraddittorie sul tema. Alcune hanno dimostrato che bassi livelli di vitamina D aumenterebbero il rischio di fratture ossee, malattie cardiache, cancro del colon-retto, diabete, depressione, morbo di Alzheimer. Altre hanno asserito l’assenza di prove conclusive di un collegamento tra la presenza (o meno) di questo composto e il rischio di malattie.

Suonare uno strumento da piccoli rende il cervello più reattivo

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Redazione Scuola

DATA: 11 gennaio 2017

Ricerca canadese: imparare la musica può avere effetti benefici sulle attività cerebrali, anche sul lungo periodo, e aiuta a reagire più in fretta ed essere più vigili

strumento aiuta cervello

Studiare la musica da bambini aiuta il cervello da anziani. Lo afferma uno studio dell’università di Montreal, pubblicato sulla rivista «Brain and Cognition». Le conclusioni di Simon Landry, coordinatore dello studio, e dei ricercatori che hanno lavorato con lui sono due: imparare a suonare uno strumento rende il cervello più reattivo e sensibile agli stimoli sensoriali; e può prevenire alcuni effetti dell’invecchiamento negli anziani, aiutandoli a reagire più in fretta ed essere più vigili.

 

I musicisti

I ricercatori hanno infatti dimostrato che i musicisti hanno tempi di reazione agli stimoli sensoriali più rapidi dei non musicisti. «Quando si invecchia, i tempi di reazione diventano più lenti. Sapere quindi che suonare uno strumento musicale li migliora può essere utile per gli anziani», commenta Landry.

 

La ricerca

Nella ricerca sono stati messi a confronto i tempi di reazione di 16 musicisti (che avevano iniziato a suonare uno strumento tra i 3 e 10 anni e avevano studiato musica almeno per 7 anni) e 19 non musicisti. Tutti erano seduti in una stanza silenziosa e ben illuminata, con una mano sul mouse di un computer e il dito indice dell’altra mano su una piccola scatola che vibrava a intermittenza. Il loro compito era cliccare sul mouse quando sentivano un suono da chi parlava di fronte a loro, se la scatola vibrava o se accadevano entrambe le cose. Ognuna di queste tre stimolazioni (audio, tattile e audio-tattile) è stata eseguita per 180 volte. «Abbiamo riscontrato tempi di reazione decisamente più veloci nei musicisti per tutti e tre i tipi di stimolazione - continua Landry - L’allenamento musicale a lungo termine riduce i tempi di reazione non musicali, tattili e multisensoriali». L’obiettivo dei ricercatori è capire come suonare uno strumento musicale influisca sui sensi in un modo non collegato alla musica.

Allarme bimbi in età prescolare: 4 ore al giorno davanti a uno schermo

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Emanuela Di Pasqua

DATA: 18 novembre 2016

L’addiction comincia presto e più è precoce più è difficile da gestire in futuro. Dati Ofcom: britannici sotto i 5 anni stanno una media di 71 minuti al giorno anche online

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L’ultimo censimento britannico targato Ofcom sul rapporto tra giovanissimi e strumenti digitali è un vero e proprio segnale d’allarme. Emerge infatti una generazione di bimbi under 5 che già così giovani trascorrono quattro ore giornaliere incollati davanti a uno schermo (sia esso della tv, del pc, del tablet o dell’iPad) e più di un’ora online. Che diventeranno poi 5 e 33 minuti nel segmento anagrafico dai 5 ai 15 anni, con conseguenti difficoltà crescenti da parte dei genitori ad arginare e limitare il fenomeno.  

Come educare i bambini ad adottare uno stile di vita sano

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Non dite loro di «pulire» il piatto

Dipendenza e tempo rubato ad altro

Gli esperti li chiamano già “addicted” poiché questi strumenti, benché spesso introdotti nelle loro vite a scopi educativi e ludici, creano dipendenza. Senza contare che questo eccesso di tempo impiegato online o con il device del cuore toglie tempo prezioso al gioco, all’aria aperta, ai rapporti sociali. Tutti discorsi già sentiti, ma sorretti da dati sempre più allarmanti. Solo in un anno infatti i minuti trascorsi in rete sono aumentati di 13 unità ed è sempre più numerosa la percentuale di bimbi in età pre-scolare che possiede già uno strumento tecnologico. A 3/4 anni più della metà dei piccoli censiti usa un tablet ed entro i 6 più della metà ne possiede uno. A 10 anni mediamente possiedono un cellulare e le conseguenze di questa precocità si fanno sentire su tutti i piani. L’obesità è una di queste, essendo direttamente collegata alla vita sedentaria e tecnologica. Ma c’è anche l’isolamento sociale, risultato di una tendenza crescente a sostituire i rapporti sociali con i contatti in rete, e la perdita graduale di empatia con le persone. E poi ci sono tutti i sintomi di una dipendenza, quali la passività, l’alienazione, l’incapacità di concentrarsi su un obiettivo.

Non solo in Cina

Gli internet assuefatti insomma non sono solo in Cina, dove quei 24 milioni di ragazzi dipendenti da Internet fanno discutere da tempo. Per disintossicarli il governo di Pechino, pioniere nel gestire questo tipo di problematiche, li spedisce in basi a struttura militare dove sperimentano la disciplina e imparano a gestire e controllare una droga che scolla dalla realtà, chiamata anche eroina digitale o, in mandarino, wangyin (dipendenza dalla Rete). Ma le notizie che arrivano da lontano sembrano sempre, appunto, lontane. Questi dati ci dimostrano invece che la direzione delle società occidentali è la stessa e che il problema sociale sta emergendo anche qui da noi in modo crescente. In nome dell’alfabetizzazione informatica i bambini vengono avvicinati alla tecnologia troppo presto e in modo poco curato, e soprattutto i device vanno a sostituire esperienze fondamentali e imprescindibili per la crescita. Bisogna sempre ricordare l’importanza dell’imprinting: il meccanismo diventa nel tempo quasi impossibile da riconvertire, tanto che 41 genitori su 100 non sanno come controllare il tempo dei figli davanti allo schermo quando si ritrovano con degli adolescenti. Il segreto è pensarci prima, perché dopo è veramente troppo tardi.

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I segreti del successo a scuola

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Redazione scuola

DATA: 25 ottobre 2016

Che cosa fanno i ragazzi che vanno bene a scuola: 8 regole per diventare bravi.Studiare, dormire, annoiarsi e fuggire dalle mamme tigre. Ecco i risultati degli ultimi studi sul successo scolastico degli adolescenti nel mondo.

I segreti del successo a scuola

Come usano il loro tempo gli studenti che vanno bene a scuola? E come dovrebbero usarlo? A queste due domande che preoccupano spesso i genitori degli adolescenti hanno provato a rispondere alcuni studi pubblicati negli ultimi mesi nelle riviste che si occupano di educazione e anche testate autorevoli come il Time.

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10.000 ore di studio

Secondo il sociologo canadese Malcolm Gladwell per imparare bene una qualsiasi disciplina è necessario un decennio di studio e pratica: in totale 10.000 ore.

Dormire

Secondo lo studio americano pubblicato sul giornale americano «Gifted Child Quarterly», gli studenti che hanno migliori risultati dichiarano di dormire più di otto ore per notte.

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Stare da soli

Secondo il Time, coloro che diventeranno dei leader durante l’adolescenza passano molto tempo da soli. Questo permetterebbe loro di esplorare, imparare, immaginare e anche di sognare.

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Leggere, leggere e ancora leggere

Che cosa può rendere «elastica» la vostra immaginazione? Nient’altro che la lettura, e più varia è la scelta di libri che leggete, maggiori sono le possibilità che diventiate un adulto di successo. Sempre secondo il Time, si può leggere dalla Bibbia, ai fumetti, dalla mitologia classica ai saggi di politica cercando autori anche fuori da quelli «istituzionali» suggeriti di solito dalle scuole. Anche l’enciclopedia può essere un utile esercizio, forse un po’ datato.

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Annoiarsi

Stare da soli, non fare nulla. Uscire dalla pressione della scuola e della competizione sociale che spesso durante gli anni delle superiori diventa più forte. Non usare tutto il tempo libero per fare sposrt o attività organizzate insieme agli altri. Recuperare «l’ozio» di tradizione latina, insomma annoiarsi per trovare la forza interiore per essere creativi.

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Creatività versus consumismo

Leggere, guardare un film, studiare, ascoltare musica. Sono tutte attività per divertirsi e passare il tempo, ma sono tutte «passive». Sempre secondo l’indagine del Time, gli «adulti di successo» quando erano ragazzini hanno passato una gran parte del loro tempo a costruire, creare, fare. E disfare.

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Compiti

Studiare a casa fa bene al proprio curriculum scolastico, anche se è faticoso. Lo conferma l’ultimo studio pubblicato sul blog del World Economic Forum. Avendo paragonato i migliori studenti di seconda media americani e indiani, i ricercatori hanno trovato che i ragazzini americani passano in media sette ore in più a settimana dei loro coetanei indiani giocando con videogiochi o facendo altre attività ludiche. Al contrario in India studiano un’ora in più al giorno.

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Fuggire dalle mamme tigre

Per essere degli studenti di successo però bisogna fuggire dalle mamme tigre. E’ uno degli elementi su cui concordano gli studi sui comportamenti degli adolescenti. Sia il confronto tra ragazzi americani e indiani dimostra che questi ultimi godono nei momenti di liberà di molta maggiore autonomia dei loro «colleghi» americani. Gli studenti americani che hanno voti alti di solito sono molto seguiti dai genitori (le mamme soprattutto) ma questo non rende le loro performance migliori di quelle dei ragazzi del Paese asiatico.

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I bambini non hanno (quasi) mai sete: ecco perché e come correre ai ripari

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Laura Cuppini

DATA: 22 novembre 2016

Secondo un’indagine di Gfk, solo un genitore su due si informa se il figlio ha bevuto nel corso della giornata e uno su tre non conosce il fabbisogno idrico nelle diverse età. Una guida della Società Italiana di Pediatria Preventiva e Sociale aiuta ad affrontare la questione nel modo migliore.

 

Ma quanto devono bere i bambini?

«Quanto hai bevuto oggi?»: la domanda è sulla bocca di molti genitori a fine giornata. Molti, ma non tutti: secondo un’indagine Gfk solo un papà/mamma su due (54%) si informa se il proprio bambino si è idratato a sufficienza. L’analisi è stata presentata a Roma in occasione del convegno «Bere bene per crescere bene» promosso da Federazione Mondiale Termalismo e Climatoterapia (Femtec) e Società Italiana di Pediatria Preventiva e Sociale (Sipps). «Una corretta idratazione può contribuire a prevenire molteplici patologie e a garantire il giusto sviluppo» sottolinea Umberto Solimene dell’Università di Milano, presidente Femtec. Ma solo il 37% dei genitori pensa che lo stimolo della sete sia un segnale di disidratazione che va prevenuto, visto che può portare a una riduzione delle prestazioni fisiche e mentali. Inoltre molti genitori non sanno che l’insufficiente assunzione di acqua da bambini è associata a un rischio maggiore di sviluppare obesità. «L’idratazione è fondamentale per una sana crescita e per lo sviluppo dei più piccoli; al contrario, un’idratazione inadeguata è associata al peggioramento dello stato di salute mentale, fisico ed emotivo» spiega Giuseppe Di Mauro, pediatra di famiglia e presidente Sipps.

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Antibiotici, se per fare un dosaggio serve la laurea in matematica

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Cristina Marrone

DATA: 23 ottobre 2016

Questo genere di farmaci li prescrive il pediatra, ma in caso di emergenza o dubbi il foglietto illustrativo può essere un vero rompicapo. La mancanza di tabelle con gli ml per chilo rende tutto più complicato.

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Ci risiamo. Marco ha mal di denti. Da pochi giorni è stato dal dentista ma eccolo dolorante che si contorce sul divano. Possibile? La mamma osserva il molare incriminato e con orrore scopre che il piccolo ascesso destinato a guarire da solo si è in realtà trasformato in un bubbone tutto bianco. Che fare? Parte la prima telefonata, alla dentista, che per l’aggravamento dell’infiammazione suggerisce di somministrare un antibiotico a base di amoxicillina per sei giorni. Che fortuna, il farmaco è in casa ancora intonso, residuo della farmacia da viaggio di una vacanza all’estero. È uno degli antibiotici più utilizzati in Italia e contiene amoxicillina e acido clavulanico. La dose? «Legga pure il foglietto illustrativo» rassicura la dottoressa. Così, poco prima di cena, la madre dà un occhio veloce al «bugiardino». Poi sgrana gli occhi, si siede e si concentra. Ma non capisce. Sulla confezione del farmaco c’è scritto 400mg/57mg/5ml: per i profani piuttosto sibillina. Ma il foglietto illustrativo non aiuta a chiarire. Ecco che cosa riporta: «Dose usuale: da 25mg/3,6 mg fino a 45 mg/6,4 mg per Kg di peso corporeo al giorno, somministrata in due dosi successive». Di seguito ci sono i consigli per la dose più alta: «Fino a 70mg/10/mg per chilo di peso corporeo al giorno, somministrata in due dosi successive». Perché quella doppia dicitura? Qui per fare i conti serve una laurea in matematica!

I calcoli

L’unica cosa chiara scritta lì sopra è che l’antibiotico va somministrato prima del pasto o appena si comincia, e Marco da un po’ ripete in modo ossessivo: «Ho fame». Bisogna fare in fretta. La mamma chiama al volo un suo amico medico per chiedere lumi. E lui esordisce: «Ahia, i dosaggi degli antibiotici per i bambini non sono semplici». Dopo qualche minuto di ragionamento e qualche conto in base al peso di Marco, 18 chili, ecco la formula magica: 4 ml a dose, ogni 12 ore. Però questa mamma non è del tutto convinta perché ha intuito che il conteggio non è stato poi così banale. Serve una controprova. Chi meglio di un farmacista può essere d’aiuto per trovare una conferma? Ecco la seconda telefonata, alla farmacia di turno. Dall’altra parte del capo il farmacista risponde piuttosto scocciato: «Perché il pediatra non ha dato il dosaggio?». La mamma spiega come sono andate le cose, lui fa un conto approssimativo tenendo come esempio la figlia, che pesa 13 chili e alla fine anche lui sciorina la formuletta: «8ml a dose per due volte al giorno». La mamma è disorientata e c’è da crederle: il dosaggio suggerito dal farmacista è esattamente il doppio di quello proposto dal dottore. Quindi azzarda la domanda: «Ma è sicuro? Forse intende al giorno, quindi due dosi da 4 ml?». Il farmacista è categorico. La mamma preferisce non rischiare un sovradosaggio. Così si arma di una siringa-dosatore (nella confezione c’è solo un cucchiaio dosatore che segna 2,5ml e 5 ml) e opta per un 4,5 ml in attesa di chiarire il tutto con la pediatra la mattina dopo. Alle 7,30, prima che Marco si svegli, la terza telefonata. La pediatra con tono rassicurante spiega prima di tutto che 400mg/57mg/5ml significa che in 5 ml ci stanno 400 mg di un principio attivo e 57 del secondo. Poi chiede il peso del bambino, fa un rapido conto e conclude: «La dose giusta per il mal di denti sarebbe 5,8 ml per due volte al giorno, ma per comodità va bene anche 5,5». Ecco un terzo dosaggio. La mamma si fida naturalmente della pediatra e va avanti con quanto le è stato suggerito.

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L'EQUAZIONE PER DOSARE GLI ANTIBIOTICI

Triplo problema

Ma come è possibile che una madre di media cultura non sia stata in grado di interpretare un foglietto illustrativo che in teoria dovrebbe essere alla portata di tutti? E perché tre diversi professionisti hanno dato tre dosaggi diversi? Va sottolineato che gli antibiotici vanno assunti solo se prescritti e le dosi sono decise del medico che li prescrive, però può sempre sorgere un dubbio o ci si può trovare di fronte a un’emergenza, come è successo in questo caso. «Questa storia rispecchia un problema reale perché con i bambini non ci si può comportare come con gli adulti, dal momento che sono in crescita e il loro peso è variabile — spiega Antonio Clavenna, farmacologo dell’Istituto Mario Negri di Milano — e in questo specifico farmaco il problema è triplo: i dosaggi possono cambiare in base alla gravità e al tipo d’infezione, ad esempio per l’otite in genere viene somministrata la dose massima. Anche la frequenza può cambiare: nei casi più complessi il farmaco viene assunto tre volte al giorno e non due. Infine, a confondere ulteriormente le idee è la presenza di due principi attivi: l’amoxicillina e l’acido clavulanico. Per tutti questi motivi è bene rivolgersi sempre al pediatra».

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GLI ERRORI PIÙ COMUNI NELLA SOMMINISTRAZIONE DEGLI ANTIBIOTICI

Semplificare

«Questo “bugiardino” può confondere — aggiunge Nicola Principi, professore di pediatria all’Università di Milano —. Il farmaco è un preparato che contiene due molecole diverse, amoxicillina e acido clavulanico. La prima è il vero antibiotico, la seconda è la sostanza che ha la capacità di bloccare alcuni enzimi elaborati dai batteri che distruggono l’amoxicillina: così l’amoxicillina amplia il proprio raggio di azione. Se nel bugiardino ci fosse scritto quanti ml di liquido per chilo sono necessari per la dose tutto sarebbe molto più semplice». E sulla necessità di semplificare è d’accordo anche Clavenna: «Bisognerebbe tentare di creare tabelle comprensibili a tutti che indichino la quantità di farmaco proporzionato al peso. Inoltre un altro problema che ci viene segnalato dai pediatri è che i dosatori degli antibiotici sono spesso diversi: alcuni calcolano il volume, altri il peso del farmaco creando confusione, soprattutto se si passa dal farmaco commerciale al generico. Certamente bisognerebbe trovare il modo di uniformarli e renderne l’utilizzo più semplice».

Antibiotici e «fai da te» spesso all’origine di resistenze e allergie

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Elena Meli

DATA: 23 ottobre 2016

Il problema è l'appropriatezza prescrittiva: nell'80% delle infezioni nei bambini l'origine è virale e l'antibiotico non serve, ma nell'80% dei casi viene prescritto

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Se con tutti i farmaci pediatrici il fai da te non è raccomandabile,con gli antibiotici è proprio un azzardo. Lo ha sottolineato un documento di consenso della Federazione Italiana Medici Pediatri per ribadire i casi in cui servono e quelli (tanti) in cui se ne può fare a meno. «L’eccesso di antibiotici nei bimbi non è un problema di costi per i Servizio sanitario–— dice Mattia Doria, coordinatore scientifico del documento FIMP –— Il guaio è la mancanza di appropriatezza prescrittiva. L’80% delle infezioni nei piccoli è virale e non risente dell’uso dell’antibiotico, che però viene prescritto nell’80 per cento dei casi». Stando all’Agenzia Italiana del Farmaco, il 53% dei bambini riceve almeno un ciclo di antibiotico l’anno. I rischi? «Favorire la comparsa di germi resistenti e non salvaguardare la flora batterica intestinale», spiega Doria. Due problemi forieri di eventi avversi: è stato dimostrato di recente, per esempio, che dare gli antibiotici a bimbi molto piccoli si associa a un maggior rischio di allergie proprio perché si provocano squilibri nelle popolazioni di batteri intestinali. Ma la conseguenza peggiore è che a furia di essere bombardati con i medicinali, i germi selezionano ceppi che, grazie a mutazioni casuali, sono resistenti alle cure, sopravvivono e si moltiplicano. Se a ciò si aggiunge la carenza di nuovi antibiotici si comprende perché nel mondo si stimino dieci milioni di morti da batteri super-resistenti entro il 2050. Come sottolinea il documento Fimp: il sistema immunitario può gestire molte infezioni e gli antibiotici non dovrebbero essere prescritti, o si dovrebbe aspettare a farlo, per vedere l’evoluzione dei sintomi, nei casi acuti di raffreddore, otite media, mal di gola, tosse, sinusite, bronchite, faringite e tonsillite.

Disabili in classe? Sì, ma con docenti preparati

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Federica Mormando

DATA: 24 marzo 2014

 

 Nel 1977 si comincia a parlare dei diritti dei disabili e si decreta che siano tutti inseriti nelle classi comuni. Quindi si pensa che l’ambiente sintono con la maggioranza dei bambini sia il migliore per tutti. Non ci si è accorti che per un bambino autistico i rumori e la molteplicità di stimoli di una classe «normale» sono terrorizzanti. Che un piccolo con ritardo cognitivo è umiliato dal non poter seguire il percorso degli altri. Che gli stili relazionali sono relativi alla struttura psichica e che quelli «normali» possono sconvolgere bambini con disturbi della personalità.

Infatti sono molte le classi con bambini che saltano sui banchi, urlano, picchiano, pur non essendo bulli.
Non si è dato peso all’evidenza che, rallentando il ritmo dell’insegnamento, si negano possibilità di apprendimento ai normali e a quelli ad alto potenziale intellettivo.

E neppure agli insegnanti, per cui può essere impossibile insegnare bene in una classe in cui i disabili sono del tipo sopra citato.

Per risolvere tutto spunta l’insegnante di sostegno. Definito per la classe, non per il singolo caso.

Senza entrare nel merito della loro preparazione, i «sostegni» lavorano in un ambiente generalmente non sintono con i ragazzi di cui dovrebbero occuparsi, e per sostenere loro, la classe e anche se stessi spesso se li portano fuori. In aule apposite? Più spesso nei corridoi, non per colpa loro.

La confusione di pari opportunità con identiche opportunità ha come punto di partenza e conseguenza la negazione dell’individualità. I bisogni di un bambino «normale» sono profondamente diversi da quelli di un bambino con grave ritardo cognitivo, o asperger, o iperattivo. E diversi da quelli di un bambino ad alto o altissimo potenziale intellettivo.

In conclusione, questa scuola non dà a nessuno quanto promette e deve. Il disagio è evidente a chiunque frequenti in modo consapevole molti bambini. I disabili sono a disagio, non imparano quanto potrebbero, né in cultura né in abilità relazionali, e la loro autostima ne è ferita.

Il disagio si fa più evidente nei casi di disabilità specifica, per i quali erano stati messi a punto metodi  atti a permettere loro di comunicare  nel modo più adeguato possibile. Parlo dei sordi, oggi detti non udenti – e dei ciechi – oggi detti non vedenti. I primi isolati in classi di udenti, visto che è mancata loro la possibilità di rapporto e comunicazione con gli altri bambini sordi, e relativo scambio di esperienze ed emozioni, essenziali per lo sviluppo cognitivo e psicologico, linguistico e sociale.

Ricordo di essermi accorta, molti anni fa, che un architetto era sordo soltanto quando gli ho parlato dietro le spalle, tanto era perfetta la sua lettura labiale. Oggi si va diffondendo la «lingua dei segni», che permette ai sordi di comunicare solo con chi la conosce, oltre che di capire i TG. Stesso problema per i non vedenti, una volta perfetti conoscitori del braille, forse qualcuno ricorda i centralinisti perfetti nel loro lavoro.

Quanto ai bambini ad altissimo potenziale intellettivo, sono frustrati e depressi perché per loro, non esiste ancora nulla nelle scuole. Così, camuffata da uguaglianza, la negazione del diverso persiste.

Eppure sarebbe possibile una scuola in cui gruppi di allievi possano riunirsi per competenza e livello, in spazi differenziati sia per aree del sapere sia per tipologia dei bambini. I momenti di apprendimento devono rispettare le possibilità, i tempi e i modi di ognuno.

In questa scuola che non c’è, esistono momenti comuni, cui non devono essere obbligati quelli che non o mal li sopportano, dedicati non all’apprendimento, ma alle relazioni e al riconoscimento, lì sì, delle diverse abilità.

 

La Dott.ssa Federica Normando è una psichiatra e psicoterapeuta che offre consulenze a bambini, adolescenti e adulti per disturbi psichici di diversa origine e tipologia, dai problemi di coppia, alla prevenzione dell'Alzheimer, fino ai disturbi di natura alimentare.

 

In particolare la Dott.ssa Mormando è specializzata nell'individuazione e nella gestione della superdotazione e della precocità intellettiva infantile e si occupa di problemi scolastici e di orientamento professionale.

Giornalista pubblicista, la Dott.ssa organizza seminari e corsi per genitori e insegnanti e si occupa di didattica personalizzata.

 

MORMANDO DR.SSA FEDERICA - EUROTALENT - PSICHIATRA PSICOANALISTA - VIA CAVALIERI BONAVENTURA 8 - 20121 - MILANO (MI) 
Tel: 02 29061564 | E-mail: fmormando@fastwebnet.it  f.mormando@gmail.com