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Tutti i vantaggi di mettere i figli a letto presto (intorno alle 20)

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Laura Cuppini

DATA: 13 luglio 2016

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Cena, eventualmente cartoni animati, lavaggio dei denti, un libro, nanna. Il rituale quotidiano serale di chi ha figli piccoli ha un copione (giustamente) rigido, che lascia poco spazio alla fantasia. Ma sull’orario di messa a letto dei bambini c’è grande varietà: trovi la mamma che si lamenta del fatto che il figlio/a non dorme prima di mezzanotte e quella che allo scoccare delle 20 può dedicarsi ad altro perché la prole dorme beatamente. Chi ha ragione? Premesso che ogni bambino è fatto a modo suo (e dunque anche la quantità di sonno necessaria può essere diversa), uno studio americano, del Penn State College of Medicine, pubblicato sulla rivista Jama Pediatrics, sottolinea i benefici dell’andare a letto presto fin da piccoli.

Il principale è legato alla salute futura dei bambini stessi: i bambini che hanno una buona routine sonno-veglia sono risultati più protetti dal rischio di sovrappeso a un anno di età, un aspetto fondamentale se si considera che chi accumula chili nei primi anni di vita ha molte più possibilità di essere obeso nel corso dell’esistenza e andare quindi incontro a diabete e disturbi cardiovascolari. Gli studiosi americani hanno preso in esame 250 bambini e le loro mamme, che hanno ricevuto visite periodiche da parte di un gruppo di ostetriche. Alcune mamme hanno ricevuto consigli sul sonno dei piccoli e sull’alimentazione, compreso l’invito a metterli a nanna presto e a non intervenire subito se piangevano nel corso della notte correndo ad allattarli. Ed ecco i risultati dello studio: i bambini di 9 mesi che andavano a letto intorno alle 20 dormivano un’ora e mezza più dei coetanei. E a un anno di vita le loro probabilità di essere sovrappeso risultavano dimezzate rispetto al resto del campione. «È importante stabilire buone abitudini di sonno sin dai primi anni di vita per motivi di salute, compresa la prevenzione dell’obesità, ma anche per il benessere emotivo della famiglia – spiega Ian Paul, primo autore della ricerca -. I neo genitori non pensano all’obesità: il nostro obiettivo è prevenirla senza dover parlare esplicitamente del peso del loro bambino». Senza contare il fatto che se i bambini vanno a letto presto, i genitori hanno qualche ora da dedicare a se stessi, e questo va senza dubbio a vantaggio di tutta la famiglia.

E pensare che, secondo una ricerca presentata da Assirem (Associazione scientifica italiana per la ricerca e l’educazione nella medicina del sonno), il 50% dei bambini dorme meno di quanto dovrebbe. Lo studio «Come dormono i bambini in Italia» ha preso in esame 365 bambine e altrettanti bambini di 8 anni, scoprendo appunto che la metà non riposa abbastanza (nella fascia 6/11 anni servono tra le 9 e le 12 ore di sonno). Se un bambino su tre (31,7%) non vorrebbe andare a dormire, il 9,6% ha difficoltà nell’addormentamento e di questi il 7,3% per la presenza di ansia, agitazione o per paura. Il 7,2% si sveglia durante la notte più di due volte, con difficoltà a riaddormentarsi nel 5,4% dei casi. Il sonno agitato risulta presente nel 26,7% dei casi. Nell’insieme, il sonno insufficiente o la scarsa qualità del riposo portano il 26,1% dei bambini a svegliarsi con difficoltà e il 15,2% a svegliarsi stanchi. Un altro rilevante fattore negativo è rappresentato dai disturbi respiratori: il 17% russa, il 9,7% non respira bene, il 4,6% ha apnee notturne.

«Le conseguenze si vedono a livello sia fisico che mentale – spiega il presidente di Assirem, Pierluigi Innocenti -, perché durante il sonno vengono prodotti degli ormoni, in particolare quello della crescita. Quindi se un bambino dorme meno, lo sviluppo ne risente. Il sonno ridotto può determinare conseguenze anche nella quotidianità, soprattutto nel rendimento scolastico, nella capacità di concentrazione, così come dal punto di vista comportamentale: i ragazzini che non dormono vanno incontro a uno stato di ipereccitabilità e spesso sono considerati “ragazzi difficili”, mentre semplicemente non riposano abbastanza. La deprivazione di sonno incide anche sull’alimentazione: i lavori degli ultimi anni ci dimostrano come, durante il sonno, viene prodotto un ormone che si chiama leptina, che regola il nostro senso di sazietà. Se dormiamo meno ne produciamo meno e siamo più predisposti ad avere una maggiore fame. La deprivazione di sonno comporta un maggior uso del cosiddetto ‘cibo spazzatura’, che tende a farci ingrassare. Oggi sta esplodendo il problema dell’obesità e le due cose sembrano molto correlate».

«Prima di tutto bisognerebbe cercare di anticipare l’orario di addormentamento non oltre le 22, poi parlare con il pediatra della possibilità che dietro i disturbi accusati dal bambino possa esserci un problema di sonno – conclude il professor Oliviero Bruni del Centro del Sonno, Dipartimento Psicologia Processi Sviluppo e Socializzazione dell’Università La Sapienza di Roma, nonché curatore dello studio -. È necessario avviare una campagna di informazione che sensibilizzi l’opinione pubblica, fermo restando che i bambini che presentano uno specifico disturbo del sonno dovrebbero essere visti da uno specialista».

 

 

 

 

TECNOLOGIE A SCUOLA

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Antonella De Gregorio

DATA: 12 ottobre 2016

Se voti, note e assenze arrivano sul telefonino. L’effetto sms in famiglia

Registro elettronico in classe per 7 scuole su 10, ma solo l’8% usa gli sms per comunicare i voti. Il pedagogista Mantegazza: «La relazione genitori-figli deve essere costante e diretta. Con la mediazione delle tecnologie si rischia di snaturarla»

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«Quando la scuola di mio figlio ha adottato il registro elettronico e ho ricevuto la password per entrare – racconta Daniela Vetrino, mamma di un 16enne, liceo scientifico a Como - mi è sembrato di avere la chiave del suo diario segreto. Finalmente potrò sapere se lo interrogano, se segue le lezioni, se dietro a certi malumori si nascondono problemi a scuola, ho pensato. Poi, però, una sera, quando mi sono trovata a snocciolargli quello che aveva fatto, materia per materia, i compiti che gli erano stati assegnati, il voto dell’interrogazione di Matematica… mi sono sentita improvvisamente a disagio. Ho capito che la confidenza con il suo mondo che pretendevo di esibire, in realtà lo faceva sentire messo a nudo, la viveva come un’intromissione». 
Irene, sul blog «mammeacrobate» benedice invece la tecnologia: «Io che ho sempre fatto fatica a farmi dire i voti da mia figlia, ora l’ho messa in competizione con il registro elettronico: “Fanno a gara” a chi mi informa prima…».
Poi c’è il papà che ha accettato di ricevere via sms avvisi su voti e presenze. Ma quando lo smartphone ha vibrato durante una riunione e aprendo il messaggio ha letto «4 in Latino», avrebbe scaraventato il telefono fuori dalla finestra.

Comunicazioni elettroniche

Compiti su Whatsapp, giustificazioni a computer, voti via sms: per molti genitori, soprattutto quelli che lavorano, è una manna dal cielo. Ma ci sono mamme e papà cresciuti in scuole analogiche che faticano ad adattarsi alle novità. Che son diffuse, ma non ancora universali. Nonostante una legge del 2012 (voluta dai ministri Brunetta e Gelmini) che prevede, oltre all’obbligo di introduzione del registro elettronico, anche l’invio di informazioni agli alunni e alle famiglie in formato elettronico, la comunicazione digitale interessa infatti solo sei/sette scuole su dieci. Secondo le ultime rilevazioni del Miur, il 73,6% degli insegnanti utilizza il registro elettronico, mentre il registro (elettronico) di classe è usato nel 69,2% degli istituti. Presenze, assenze, compiti da svolgere e note vengono registrati sei volte su dieci solo su fogli elettronici e, nel 14% dei casi, scritti con carta e penna. Il Paese, al solito, è spaccato a metà, dice Skuola.net: al Nord le comunicazioni scuola-famiglia sono per il 70% “elettroniche”, al Sud si precipita al 38%. Con più di un ragazzo del Meridione su cinque che ammette di non aver mai visto nella propria classe il registro digitale. Mentre sia a nord che a sud il 10% degli studenti ammette che i prof meno tecnologici lasciano a loro il compito di compilare il registro. Con buona pace della privacy e della sicurezza.

Sms per pochi

Per tutti, poi, l’invio di sms è un’eccezione: pratica adottata dall’8% delle scuole. «Non possiamo essere troppo “accudenti”», commenta Monica Galloni, preside del liceo scientifico Righi di Roma, dove per via elettronica viaggiano però anche le giustificazioni e ai ragazzi non viene più consegnato il libretto su cui segnare assenze e ritardi.

I costi

Ci sono scuole che faticano ad adeguarsi per mancanza di fondi. Come il Majorana di Avola (Sr), che ha pubblicato un avviso sul sito dell’istituto chiedendo un contributo a tutti i genitori che desiderino vedere i voti del proprio figlio online: solo esibendo la ricevuta di pagamento si ricevono le credenziali d’accesso. «Pago il registro elettronico seimila euro l’anno, per dare un servizio extra ai genitori», ha dichiarato il dirigente, Fabio Navanteri. «Conti in rosso, zero aiuti economici: è un costo che non riesco a sostenere». 
Ma è anche un’opportunità che divide le famiglie: c’è chi sottolinea i vantaggi delle pagelle via sms (risparmio di tempo e tempestività delle comunicazioni), e chi teme che l’uso di Internet e del cellulare elimini del tutto il già difficile rapporto faccia a faccia con i propri figli.

La relazione

«Una relazione che deve essere costante e diretta, per quanto faticosa», sostiene Raffaele Mantegazza, docente di Pedagogia alla Bicocca di Milano. Che vede il rischio che il registro elettronico «fornisca la scusa a chi non vuole avere rapporti con la scuola: già gli insegnanti si lamentano della scarsa comunicazione con le famiglie: non partecipano alle riunioni, non si presentano se convocati». Automatizzare tutto, dice, «rischia di offrire la sponda alle famiglie che vogliono isolarsi dalla scuola, e viceversa». Meglio un dialogo franco, sincero e interessato, piuttosto che informazioni asettiche, in tempo reale, su pc o telefonino. E il brutto voto, la trasgressione «va bene anche che li si tenga nascosti», dice. Può trattarsi di uno scivolone: solo all’interno della relazione lo si può contestualizzare. Il rischio, dice il pedagogista, è che la mediazione umana, che è fondamentale, esca relativizzata, svalutata.

Il cervello dei bambini è più sensibile alle radiazioni del Wi-Fi

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Redazione Salute Online

DATA: 14 gennaio 2015

Uno studio lancia l’allarme sull’uso dei tablet da parte dei più piccoli. In realtà l’argomento è controverso: le onde Wi-Fi hanno una potenza molto bassa

 

Il cervello dei bambini è più sensibile al Wi-Fi perché i loro tessuti assorbono più radiazioni di quelli degli adulti. Lo sostiene un rapporto, pubblicato sul Journal of Microscopy e Ultrastructure, che sta facendo il giro del mondo e suggerisce a mamme e papà di limitare l’esposizione della prole al Wi-Fi.

Lo studio

Lo studio sostiene che, siccome i crani dei bambini sono più sottili e la loro dimensione relativa è più piccola, sono più a rischio rispetto agli adulti quando esposti alle radiazioni come a qualsiasi altro agente cancerogeno. E le onde emesse dal Wi-Fi potrebbero provocare la degenerazione della guaina mielinica protettiva che circonda i neuroni cerebrali. Infine ricorda che le stesse case produttrici di computer portatili e tablet suggeriscono di non superare la distanza minima dal corpo di 20 cm e raccomanda alle donne incinte di non portare addosso, nei vestiti o in tasca, i telefoni cellulari.

Wi-Fi ha una potenza radio molto bassa

Il rapporto in realtà è controverso come lo è l’argomento dei danni causati dalle radiazioni emesse dal Wi-Fi, che sono quelle trasmesse da televisori, forni a microonde e telefoni cellulari. Per fare un paragone: l’intensità della radiazione Wi-Fi però è 100 mila volte inferiore a quella di un forno a microonde domestico. Queste radiazioni quindi aumentano sì la temperatura dei tessuti esposti, ma a livelli molto elevati di esposizione: la cosiddetta “interazione termica”. 
La britannica Health Protection Agency in particolare sta monitorando da tempo la sicurezza del Wi-Fi. Secondo gli ultimi dati i segnali radio emessi dai dispositivi hanno una potenza molto bassa: per esempio sedere vicino a un dispositivo Wi-Fi per un anno intero equivale a ricevere la stessa dose di onde radio di una chiamata di 20 minuti al telefonino.

I bambini a scuola? Ferrari guidate come Cinquecento

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Pietro Bordo

DATA: 8 aprile 2015

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Pubblichiamo la lettera che l’insegnante Pietro Bordo ha inviato al presidente del Consiglio, Matteo Renzi e che propone una riflessione sui mali della scuola primaria pubblica. Tra questi, il cosiddetto “sei politico” per i ragazzi – ovvero la “tradizione  culturale di matrice socialista e comunista che tende a ritenere i processi di selezione come meccanismi di esclusione sociale” – e l’assenza del criterio meritocratico tra gli insegnanti che “li spinge ad appiattirsi su ciò che fanno gli altri”.

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Egregio presidente Renzi,
ho insegnato per trentacinque anni nella scuola parificata e nella paritaria d’elite; quello in corso è il mio settimo anno nella scuola primaria pubblica.

Ho letto la sintesi dei suoi propositi di riforma della scuola primaria. Ho notato con vivo piacere che lei vuole dare importanza al merito.

Relativamente a questo argomento, mi sono accorto però che nessuno, neanche lei, mai parla esplicitamente e con riferimenti precisi di un macigno che zavorra la nostra scuola primaria ed impedisce i cambiamenti: la tradizione, la consuetudine, ormai diventata legge intoccabile.

Per quanto riguarda il merito degli alunni, la tradizione culturale di matrice socialista e comunista, fortemente egualitarista, che permea da sempre la nostra scuola, tende a ritenere i processi di selezione come meccanismi di esclusione sociale, sottolineando come chi gode di una situazione economica di privilegio sia fatalmente favorito a scuola rispetto a chi proviene da situazioni di svantaggio.

Come conseguenza di questo assunto gli insegnanti perseguono obiettivi minimi, facilmente raggiungibili da tutti. E pure a chi non vi arriva il “sei politico” è garantito, anche se la carenza dipende solo da scarso impegno. Così i bambini imparano con i fatti, nella loro prima importante esperienza in società, che anche se non si impegnano i risultati arrivano lo stesso, con le devastanti conseguenze facilmente immaginabili sulla loro mentalità, e quindi sul loro futuro di uomini e di cittadini.

Per quanto riguarda il merito degli insegnanti, chiunque entri nel gruppo docente di una scuola, sempre per la consuetudine, e poiché “tutti gli altri fanno così e non puoi farteli nemici”, si adegua ad avere una “programmazione di istituto”, con gli obiettivi minimi di cui sopra. Questo fatto non stimola gli insegnanti a dare il meglio di sé, ma li spinge ad appiattirsi su ciò che fanno gli altri.

Cinque anni fa una collega della scuola pubblica verso la fine dell’anno scolastico mi disse che in classe prima non potevo spiegare le moltiplicazioni, anche se avevo già svolto bene tutto il programma della scuola. Così quando uscivo dalla classe cancellavo con cura dalla lavagna ogni traccia della mia colpa!

Tenga inoltre presente che l’obiettivo principale di tanti dirigenti scolastici (lo so da tante colleghe precarie che hanno insegnato in tante scuole) è di non aver problemi con le famiglie e pertanto non vogliono differenze di preparazione fra le classi parallele della scuola (ad esempio fra tutte le prime), per non avere lamentele di genitori che vedessero che il figlio dei loro amici è molto più preparato del loro.

Ecco perché, a mio avviso, il merito vero degli alunni e dei docenti non emerge.

Molti bambini sono delle Ferrari, e vengono “guidate” come delle Cinquecento! Ed è un miracolo che alla fine del ciclo scolastico qualche Ferrari sia rimasta tale.

Basterebbe lasciar libero ogni gruppo docente di preparare una sua programmazione per ogni singola classe, in funzione delle capacità di quel gruppo, e di quelle dei docenti. Magari attingendo da indicazioni nazionali, proposte per vari livelli di approfondimento.

Poi ovviamente servirebbe una verifica nazionale per tutte le classi, o magari solo per le seconde e le quinte, per verificare il livello di preparazione raggiunto mediamente dagli alunni di ogni singola classe e quindi il merito degli insegnanti.

Sogno inoltre una scuola nella quale gli alunni possano spostarsi con continuità da una classe parallela all’altra, a metà o alla fine dell’anno scolastico, in funzione dei risultati conseguiti, al fine di stimolare sempre al massimo i migliori e di aiutare al massimo quelli più deboli, o non ancora abbastanza bravi.

Sogno una scuola dove gli alunni “con problemi” abbiano vere pari opportunità, non uguali, in funzione del loro livello di partenza.

Questo consentirebbe il miglioramento dei livelli di competenza di tutti gli alunni e realizzerebbe una reale integrazione di tutti i soggetti della comunità scolastica, non il livellamento verso il basso.

Ed i benefici per il nostro Paese sarebbero enormi.

Avendo già avuto modo di apprezzare la mia nuova dirigente, sono sicuro che questo mio piccolo contributo per migliorare la scuola non mi creerà dei problemi personali. La ringrazio per l’attenzione e le auguro un buon, proficuo lavoro.

Pietro Bordo

Dislessia, meno diagnosi e più bravi maestri

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Pietro Bordo

DATA: 3 novembre 2016


Pubblichiamo l’intervento dell’insegnante Pietro Bordo
che ripropone l’allarmesull’eccesso di diagnosi di dislessia e di terapia verso i bambini che hanno problemi di apprendimento a scuola.

Siamo all’interno di un dibattito che prosegue da tempo e che contrappone due schieramenti: chi solleva dubbi sulle troppe diagnosi (arrivate a sfiorare il 5% della popolazione scolastica) e chi ribadisce, invece, l’indiscutibile conquista della legge 170 del 2010 che, avendo dato un nome a questi disturbi, ha finalmente aiutato bambini e insegnanti.

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Questo in corso è il mio 44esimo anno di insegnamento nella scuola primaria (la scuola elementare; quattordici anni nella parificata, ventuno nella paritaria “d’elite” e otto nella pubblica), tutti a Roma. Con la mia esperienza vorrei evidenziare quello che è l’errore che, secondo me, oggi rischia di danneggiare tanti bambini.

Il mondo scolastico è ormai caratterizzato da un tecnicismo esasperato (DSA, BES,…), per il quale a volta invece che di bambini mi sembra di parlare di robotini, con i relativi software disciplinari e comportamentali.

Una ricerca nelle scuole romane pubblicata cinque anni fa mostrava, ad esempio, che il numero di bambini dislessici è sovrastimato. Ne consegue un spreco di risorse ma soprattutto, per il bambino. un’inutile medicalizzazione; anzi, a volte mi sono accorto che è un danno.

“È grave il problema dell’eccesso di diagnosi spesso errate”. Lo ha dichiarato il direttore dell’Istituto di Ortofonologia (IdO) di Roma, Federico Bianchi di Castelbianco, dopo un’indagine condotta qualche anno fa in numerose scuole materne ed elementari per individuare i bambini a rischio di Dsa. Dalla ricerca è emerso che nelle scuole materne ed elementari di Roma circa il 23% dei bambini viene erroneamente indicato a rischio di tali disturbi, ovvero con significative difficoltà nella lettura, scrittura e nel ragionamento matematico.In realtà secondo gli esperti in questa percentuale vi sono anche bambini con difficoltà di tipo minore, definibili come secondarie, o a basso rendimento scolastico, e non come Dsa. Una precisazione che abbassa la percentuale dei bambini a rischio al 4%.
«Segnalare come dislessici bambini che in realtà non lo sono comporta due gravi rischi», ha spiegato Federico Bianchi di Castelbianco. «Innanzitutto i bambini vengono dirottati su percorsi alternativi come portatori di una disabilità che non hanno, con oneri economici non sostenibili e totalmente inutili. Inoltre il loro problema non solo non verrà affrontato ma lascerà un vuoto di conoscenze che si ripercuoterà pesantemente sul loro curriculum scolastico».

La scuola, spiega Bianchi di Castelbianco, «può avere un ruolo fondamentale nell’evitare di inviare dagli specialisti bambini che non hanno davvero problemi di apprendimento. Per questo serve la formazione degli insegnanti. Anche per evitare che loro stessi vedano come soggetti a rischio bimbi che non lo sono».

Anche Daniela Lucangeli, presidente del Cnis, professore ordinario di psicologia dello sviluppo e dell’educazione dell’università di Padova, in un articolo pubblicato qualche anno fa su ‘Il Giornale di Vicenza’, non ha esitato a definire allarmante il notevole numero di diagnosi di disgrafia, dislessia e discalculia.  Parla di troppe diagnosi affrettate, troppe certificazioni Dsa (disturbi specifici dell’apprendimento). Dice che molto più spesso invece si tratta di bambini con difficoltà di apprendimento che possono migliorare, e di molto, semplicemente cambiando metodo di insegnamento.

E quante volte ho dovuto variare metodologia nei miei anni in cattedra: lo stesso modo di insegnare non può andare bene per tutti gli allievi. Purtroppo, generalmente, non si va ad indagare sui metodi didattici utilizzati dall’insegnante. Una delle cause di così tanti errori e difficoltà degli alunni è stata individuata da molti specialisti, ad esempio, nel Metodo Globale, ora utilizzato da molti maestri nella scuola elementare. E pochi parlano delle classi pollaio, che quindi vanno bene: è l’alunno che è affetto da “disturbi”.

Ricordiamoci che nel Manuale Statistico e Diagnostico, il testo utilizzato per le diagnosi delle malattie mentali, dove tra l’altro sono riportati anche i DSA, tutte le malattie mentali sono indicate come disturbi.

A mio avviso, bisognerenne  fare un passo indietro sulla legge 170/2010 sui Disturbi Specifici dell’Apprendimento se non si vuole creare un generazione di incapaci, insicuri, ignoranti e facilmente manovrabili, come ha scritto Frank Furedi, Professore di Sociologia: «Se l’attuale tendenza continua, presto ci sarà poca differenza tra una scuola e una clinica per malattie mentali… se consideriamo le sfide della vita come un’esperienza cui i bambini non possono far fronte, i ragazzi raccoglieranno il messaggio e le considereranno con terrore. Tuttavia, se la finiamo di giocare a fare il dottore ed il paziente e aiutiamo invece i bambini a sviluppare la loro forza attraverso l’insegnamento creativo, allora i piccoli inizieranno a tener testa alle situazioni… proteggere i bambini dalla pressione e dalle nuove esperienze rappresenta una mancanza di fiducia nel loro potenziale di sviluppo attraverso nuove sfide». (F. Furedi, The Express, 20 maggio 2004).

Qualche anno fa operavo in modalità di prevalenza oraria su una singola classe (avevo tutte le materie, escluse motoria, musica ed inglese). Durante un incontro di formazione di insegnanti della scuola primaria, ad un insigne neuropsichiatra, direttore di un istituto di Firenze, che aveva detto che in ogni classe c’è generalmente almeno un alunno affetto da dislessia, rivolsi questa domanda: “Perché  io non ho mai avuto alunni dislessici?”. La risposta, intellettualmente onesta, fu che in modalità di prevalenza un forte motivatore, professionalmente preparato, in grado di stabilire una relazione significativa con l’alunno, poteva portarlo, in sintonia e quindi in sinergia con i genitori, a superare le sue difficoltà non gravi senza altri interventi esterni.

So che se questo testo sarà pubblicato mi farò molti nemici. Ma non nella mia scuola dove per me e per tante bravissime colleghe, come per la mia Preside, che lo ripete ad ogni inizio di anno scolastico, al primo posto ci sono i bambini.

Pietro Bordo

Contro il registro elettronico e i gruppi Whatsapp dei genitori

FONTE: Il Sole 24 Ore

AUTORE: Monica D'Ascenzo

DATA: 6 gennaio 2016

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Ma l’esercizio di matematica era a pagina 33 o 35?”. “Mi mandate per favore la foto della pagina da studiare di storia che non abbiamo il libro a casa”. “I soldi per la gita vanno portati entro domani?”. Purtroppo non è il gruppo whatsapp fra compagni di classe, ma quello fra genitori. Una moda che sta diventando contagiosa, dal nido al liceo. Per carità, per i genitori che lavorano è una manna dal cielo: sai in tempo reale tutto quello che sapresti andando a prendere tuo figlio all’uscita da scuola. E riesci anche a parare qualche colpo: almeno la maestra non ti scriverà sul diario che ha dovuto anticipare i soldi del pullman o che al bambino manca il materiale didattico. Eppure c’è qualcosa che non mi convince.

Io non ho ricordo dei miei che chiamassero i genitori dei compagni per avere conferma della pagina da studiare o per chiedere se il giorno dopo ci sarebbe stato un compito. Se avevo scritto sul diario i compiti esatti allora andavo a scuola preparata, altrimenti rischiavo la figuraccia, il brutto voto o la nota sul diario. Certo la sensazione non era piacevole, ma di sicuro serviva a farmi stare più attenta la volta successiva. Oggi mandiamo i bambini a scuola con la rete di protezione. Se cadono, rimbalzano e non si fanno male. A volte anche più della rete: li bardiamo con salvagente, giubbotto gonfiabile, scarpe antiscivolo, parastinchi e casco. Ci assicuriamo che non si facciano male, ma non rischiamo che poi se ne facciano di più crescendo, quando non potremo fare più il gruppo whatsapp con i genitori dei compagni di università o poi con quelli dei colleghi d’ufficio?

E l’aberrazione non finisce qui. Da quest’anno anche la scuola elementare di mio figlio ha adottato il registro elettronico. Alla comunicazione di nome utente e password ho sentito un leggero fastidio, poi dopo qualche settimana, al primo ingresso nel sistema, il fastidio si è trasformato velocemente in disagio. Nel registro scolastico oltre alle assenze, i genitori possono consultare quanto fatto in classe in ogni singola materia, i compiti assegnati e (orrore!) i voti del proprio figlio. Ho chiuso in fretta il tutto come se mi fosse capitato in mano il suo diario dei pensieri.
Ma che roba è? Posso in qualunque momento sapere cosa fa mio figlio prima ancora che lui pensi anche solo se raccontarmelo o meno. Che fine fanno le chiacchiere da cena: cosa avete fatto oggi? Com’è andata la giornata? Ti ha interrogato?

Dove è finita la possibilità di scelta del bambino di raccontare o meno se è stato interrogato o se la maestra ha fatto una verifica a sorpresa? Dove è finita la libertà di confessare a un genitore un’insufficienza o invece decidere di gestirla da solo magari studiando, recuperando la volta successiva e spuntando una sufficienza in pagella?

Li abbiamo deresponsabilizzati con i gruppi di whatsapp e ora togliamo loro anche la scuola della scuola dove si impara a gestire il fallimento, il successo, la comunicazione con i genitori e i rapporti con gli insegnanti. Poi però pretendiamo che siano responsabili, consapevoli, autonomi e pienamente indipendenti quando vanno alle superiori o quando si iscrivono all’università e si devono autogestire.

A scuola in prima elementare si studia l’alfabeto e in quinta si fa l’analisi logica. Allo stesso modo esiste una crescita progressiva delle capacità personali non didattiche. Perché stiamo facendo questo ai nostri figli? Perché stiamo togliendo loro la possibilità di gestire le informazioni che riguardano la loro vita?

La soluzione? Non ne ho. Nel mio piccolo cerco di non chiedere mai conferma dei compiti o di quanto fatto a scuola agli altri genitori e ho spiegato a mio figlio che guarderemo il registro elettronico sempre e solo insieme e quando me lo chiederà lui. Correremo il rischio di non avere una media scolastica da lode, di beccare qualche nota e qualche rimprovero dalle maestre (uso il noi, perché le maestre oggi se la prendono anche con i genitori) e di non essere impeccabili. Ma accidenti se sarà meno noioso. E magari ci guadagnerà anche il nostro rapporto in termini di fiducia reciproca.

AVVERTENZE: causa numerosi commenti, scrivo qui un’aggiunta al post in modo da fugare ogni dubbio: NON E’ UN POST CONTRO LA TECNOLOGIA E L’INNOVAZIONE, CHE SONO ASSOLUTAMENTE DA ASSECONDARE E INCENTIVARE. E’ UN POST SULL’EDUCAZIONE DEI FIGLI E SU COME LI PREPARIAMO ALLA VITA FUTURA, CHE NON AVRA’ LE RETI DI SALVATAGGIO che ci sono oggi a scuola. Se un’astronauta (donna!) deve andare nello spazio fa un percorso fisico e psicologico per affrontare la missione. Se un calciatore deve affrontare la finale di Champions, si sottopone a una preparazione fisica e psicologica per la partita. La domanda che MI faccio e che VI faccio è: stiamo preparando i nostri figli alla partita che dovranno giocare o alla missione che dovranno affrontare?

Il dilemma dei compiti a casa

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Gianna Fregonara e Orsola Riva

DATA: 15 ottobre 2016

Gli Italiani studiano il triplo dei finlandesi ma vanno molto peggio nei
test Pisa.

I compiti servono ma nella giusta quantità e non ai bambini delle elementari

che fanno il tempo pieno. Ma soprattutto accentuano le differenze fra ricchi e poveri

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Le mamme di Varese che hanno mandato una petizione al sindaco per chiedere una scuola senza compiti sono solo l’ultimo caso. Impossibile star dietro al diluvio di appelli in rete di genitori affranti per il dopo lavoro pomeridiano dei propri figli. Sì, perché i compiti sono diventati un affare di famiglia: con i piccoli che, già stremati dal tempo pieno, implorano l’aiuto di mamma e papà, e loro, i grandi, che rientrando a casa alle sette di sera si ritrovano ostaggio delle divisioni a due cifre o delle invasioni doriche in Grecia nel XII secolo avanti Cristo. Una materia incandescente dove l’emotività rischia di prendere il sopravvento sulla ragione. Mentre di compiti bisognerebbe parlarne non per chiedere unilateralmente degli sconti, come quel babbo che non ha fatto fare quelli delle vacanze al figlio tredicenne perché «quest’estate gli ho insegnato a vivere» ma per cercare di valutarne i pro e i contro da un punto di vista pedagogico.

Prof e studenti: «I compiti in fondo fanno bene». Ma i genitori protestano: «Troppi»

Gli italiani, che sgobboni

L’obiezione più comune è che un problema ci dev’essere se i quindicenni italiani fanno il triplo – nove ore alla settimana - dei compiti dei ragazzi finlandesi dai quali vengono surclassati nei test Pisa: in Finlandia si studia a casa per una mezzoretta al giorno salvo negli ultimi due anni di superiori quando i compiti fanno parte del programma. Ma è pure vero che gli studenti più bravi al mondo, cioè i cinesi di Shanghai, sono anche i più sgobboni (17 ore alla settimana). E quindi? Quindi studiare serve ma in generale i risultati dei ragazzi dipendono molto più dalla qualità dell’offerta formativa e dalla preparazione dei docenti che della mole dei compiti. Un’ora in più chini sui libri vale in media 5 punti in più nei test di matematica, in Italia addirittura il triplo: 15 punti, il che vuol dire che con due ore di studio in più alla settimana si assiste a un miglioramento del rendimento scolastico equivalente a 9 mesi di lezione in classe. Tuttavia il beneficio dello studio a casa tende a diminuire – lo sostengono gli analisti dell’Ocse - se l’impegno giornaliero supera i 60 minuti: il massimo rendimento si ottiene con quattro ore alla settimana, poi comincia a calare. Oltre un certo limite di ore il miglioramento dovuto al lavoro pomeridiano diventa impercettibile.

L’Ocse: i compiti servono ma aumentano la forbice fra ricchi e poveri

Non va dimenticato infine che i compiti hanno una grande controindicazione nei sistemi scolastici: accentuano la diseguaglianza fra ricchi e poveri e dunque diventano discriminatori. Un argomento cavalcato con forza dal presidente francese François Hollande nei primi mesi all’Eliseo quando, richiamandosi a una vecchia normativa repubblicana, aveva proposto di vietare i compiti almeno alle elementari in nome dell’égalité. Fu anche uno dei suoi primi passi falsi visto che i francesi si ribellarono a quest’eventualità: giù le mani dai dévoirs à la maison – gli mandarono a dire soprattutto i giovani e laureati -: i compiti s’hanno da fare, ora e sempre. Soprattutto alle superiori : «Continuiamo ad alleggerire la scuola da ogni fatica – dice la scrittrice Paola Mastrocola, professoressa di liceo –. Ma la scuola esige studio e concentrazione, vorrei sapere che cosa diremmo di un atleta che si presenta ad una gara senza allenamento. La scuola è lo stesso, pretende allenamento quotidiano della mente».

La giusta distanza dei genitori

D’altra parte, mentre l’Ocse benedice i compiti nella misura in cui dovrebbero servire a promuovere l’autonomia dei ragazzi, la loro capacità di organizzare il tempo e mettere a punto un metodo di studio individuale, oggi purtroppo i genitori tendono a sostituirsi ai figli. Non solo in Italia. Qualche mese fa ha suscitato scalpore una ricerca inglese da cui risultava che due genitori su tre aiutano i figli nei compiti mentre in un caso su sei addirittura li fanno al posto loro. Niente di più sbagliato. Come ha dimostrato una volta per tutte lo studio americano The broken compass (La bussola rotta: coinvolgimento parentale nell’educazione dei figli), i genitori che assillano i propri figli non li aiutano a migliorare le proprie performance, al contrario li danneggiano rendendoli più insicuri. Non che si debbano fare da parte, tutt’altro: ma quello che conta semmai è comunicare ai propri figli l’importanza dello studio e della scuola.

Elementari, medie e scuole superiori

Nella classifica stilata da John Hattie in “Visible Learning” (monumentale raccolta di oltre 50 mila ricerche che hanno coinvolto 80 milioni di studenti) su quali fattori hanno un maggior impatto nell’apprendimento dei ragazzi, gli “homeworks” stanno all’88esimo posto su 138 voci: ciò che più conta invece è quello che succede a scuola, la dinamica dei rapporti fra docente e studenti e degli studenti fra loro. E comunque ci sono compiti e compiti. “Lo studio – spiega Raffaele Mantegazza – docente di Pedagogia generale alla Bicocca di Milano – non può sostituire il lavoro in classe. Ha senso che un bambino delle elementari faccia le divisioni a casa? No, la didattica si fa a scuola. Se dopo 8 ore in classe, devi ancora studiare, vuol dire che il tempo pieno ha fallito il suo obiettivo”. Alle medie si può incominciare a dare pochi compiti mirati, ma per non più di un’ora al giorno. E anche alle superiori è assurdo caricarli come dei muli costringendoli magari ad abbandonare gli sport o lo studio di uno strumento musicale che fino a quel momento li aveva appassionati.

Ci sono compiti e compiti

“Ma soprattutto i compiti devono rappresentare un momento di riflessione, non di ripetizione meccanica. Ma lo sanno o no i professori che quando danno una versione di latino a casa, i ragazzi ci mettono meno di dieci minuti a procurarsi la traduzione in quella fogna che è Internet? Molto meglio allora proporre una riflessione sull’attualità di Tacito. Quando lui dice “Dove hanno fatto il deserto, ora lo chiamano pace” sta parlando anche della tragedia di Aleppo di questi ultimi mesi”. Esistono anche soluzioni più radicali, come per esempio il modello della “scuola capovolta” – flipped classroom – che, nato negli Stati Uniti, si è diffuso velocemente in Francia, soprattutto alle medie, e che anche da noi in Italia viene sperimentato ormai in poco meno di mille istituti. Le lezioni si seguono da casa, via pc o tablet, mentre i compiti si fanno in classe lavorando insieme, divisi per gruppi, con la supervisione del docente.

Giù le mani dall’autonomia didattica

Ma un conto sono le avanguardie didattiche che i professori decidono di sposare per libera scelta e con profonda convinzione, tutt’altro è appellarsi ai sindaci o al governo per vietare i compiti. Come ha ricordato anche il ministro Stefania Giannini: «Non si possono cancellare i compiti per legge. La libertà di insegnare è sacra». E comunque il conflitto permanente fra genitori e docenti non solo è un segno di debolezza da entrambe le parti ma alla fine non può che danneggiare i ragazzi. Il vero segreto della ricetta finlandese – se ce n’è uno – non sta nell’abolizione dei compiti – come banalizzando ha raccontato nel suo ultimo film Michael Moore – ma nel la centralità della figura docente, nel rispetto di cui maestri e professori godono in quella società. Come ha ricordato anche Papa Francesco, di fronte all’emergenza educativa di questi giorni, non è immaginabile altra via d’uscita che un nuovo patto scuola-famiglia. Con o senza i compiti.

Il computer in classe «da solo» non migliora il rendimento degli studenti. Ma per l’Ocse è questione di tempo

FONTE: Il Sole 24 Ore

DATA: 15 settembre 2015

Link: http://www.infodata.ilsole24ore.com/2015/09/15/internet-e-computer-non-aiutano-a-migliorare-le-performance-degli-studenti-ma-e-questione-di-tempo/

 

La scuola digitale non mantiene fede alle promesse della tecnologia. Almeno per ora. Perché finora non ci sono evidenze che dimostrino che l'introduzione del digitale nelle aule scolastiche porti automaticamente a un miglioramento del rendimento scolastico degli studenti.

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I Paesi che hanno fatto grandi investimenti nelle dotazioni tecnologiche delle loro scuole non hanno risultati apprezzabili nelle performance in lettura, matematica o scienze. E la tecnologia non ha avuto neanche effetti rilevanti per quanto riguarda l'inclusione e nel recupero degli studenti più poveri e disagiati. È una fotografia deludente per i fautori della tecnologia quella che esce dal primo rapporto compilato dall'Ocse sulle Digital skills e pubblicato oggi. Anche se la stessa organizzazione consigliano prudenza e auspicano una maggior attenzione nell'utilizzo del digitale in chiave di didattica innovativa. Invece finora le tecnologie sono state interpretate prevalentemente come strumenti da affiancare (o sovrapporre) a una didattica tradizionale

Le competenze digitali 
Non c'è dubbio che le competenze digitali rappresentino un elemento fondamentale per l'inclusione in una società in cui la tecnologia è sempre più pervasiva: chi non ha le conoscenze di base per navigare e orientarsi nel mondo del web non sarà in grado di partecipare in maniera attiva alla vita economica, sociale e culturale del mondo del futuro prossimo. Questa è una certezza da cui parte l'Ocse. 

Il dato di fatto è però che queste competenze vengono acquisite sempre più spesso in maniera informale al di fuori della scuola. Nel 2012, anno a cui si riferiscono i dati Ocse, il 96% dei quindicenni nei Paesi più ricchi del mondo dichiaravano di avere un computer a casa, ma solo il 72% ne aveva a disposizione in aula.

Una competenza fondamentale è, per esempio, il digital reading, la capacità cioè di saper non solo leggere testi su internet, che non ha differenze rispetto alla carta, ma sapersi orientare tra le fonti e filtrare le notizie rilevanti e autorevoli dall'oceano del web. Due Paesi come Corea del Sud e Singapore, che hanno buone performance nel “digital reading” dei ragazzi, hanno senz'altro buone infrastrutture digitali, ma non sono certo in testa per l'uso di internet nelle scuole. 

Il rendimento scolastico 
Gli stessi studenti coreani hanno buone performance per quanto riguarda la matematica sulla base della classifica Pisa dell'Ocse, oltre al digital reading, anche se solo il 42% di loro utilizza computer a scuola. Mentre, al contrario, Paesi che hanno un uso più capillare del digitale a scuola hanno visto addirittura un peggioramento nelle capacità di lettura. Insomma, sostiene l'Ocse, l'impatto dell'introduzione delle tecnologie sulla performance scolastica non è chiara e non ci sono evidenze di una correlazione positiva. I paesi che hanno fatto ingenti investimenti in tecnologia a fini didattici sono rimasti ampiamente delusi. Un uso moderato può anche portare a risultati migliori, ma al contrario un uso troppo frequente porta a un deterioramento dei risultati: le curve delineate dall'Ocse sulle performance dimostrano che oltre un certo limite l'uso del digitale diventa addirittura controproducente. Così i ragazzi che stanno online per più di sei ore al giorno, prevalentemente al di fuori della scuola, non solo sono più a rischio di disturbi derivanti dalla solitudine, ma accusano anche ritardi a livello scolastico.

Le differenze economico-sociali 
Una volta superato il digital divide legato all'accesso alla rete, la capacità di utilizzare in maniera efficace gli strumenti digitali per l'apprendimento personale dipende ancora in maniera significativa dalle differenti condizioni socio-economiche e, quindi, dalle diverse competenze di alfabetizzazione di base. Quindi – è il consiglio dell'Ocse – per ridurre le capacità digitali bisogna investire ancora di più nell'istruzione e nella didattica. Perché appare sempre più chiaro dalla statistiche che la tecnologia non è efficace se utilizzata in maniera sostitutiva rispetto alla didattica: riempire le aule di computer, insomma, risulta alla fine di scarsa utilità.

Ma se gli insegnanti sono formati da parte loro all'utilizzo delle risorse digitali, i ragazzi percepiscono un approccio più mirato a un apprendimento personalizzato e al lavoro collaborativo e imparano a lavorare in una logica di problem solving: quando la rete viene utilizzata per migliorare l'approfondimento e le capacità di studio, anche la performance degli studenti migliora.

 

Internet e computer non aiutano a migliorare le performance degli studenti. Ma è questione di tempo

FONTE: Il Sole 24 Ore

AUTORE: Luca Tremolada

DATA: 15 settembre 2015

Le scuole devono ancora sfruttare il potenziale della tecnologia in aula per affrontare il divario digitale e dare ad ogni studente le competenze necessarie nel mondo connesso di oggi. E’ questa la prima conclusione a cui si arriva dopo aver letto il rapporto Students, Computer and Learning dell’Ocse. In pratica, i Paesi che hanno fatto grandi investimenti nelle dotazioni tecnologiche delle loro scuole non hanno risultati apprezzabili nelle performance in lettura, matematica o scienze. E la tecnologia non ha avuto neanche effetti rilevanti per quanto riguarda l’inclusione e nel recupero degli studenti più poveri e disagiati.  Più nello specifico i quindicenni che usano moderatamente i computer a scuola tendono ad avere un miglior apprendimento dei coetanei che lo usano poco o nulla, ma quelli che lo utilizzano in modo massiccio tendenzialmente peggiorano nella lettura, in matematica e nelle scienze. Si legga l’articolo su Nova24tech.   È quello sotto, intitolato   Il computer in classe «da solo» non migliora il rendimento degli studenti. Ma per l'Ocse è questione di tempo

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L’interpretazione dei dati. Secondo l’Ocse una interpretazione di questi risultati è legata a un deficit nell’interazione tra studenti e insegnanti. La tecnologia, scrivono nel report,  “sometimes distracts from this valuable (prezioso) human engagement (“fidanzamento”). Another interpretation is that we have not yet become good enough at the kind of pedagogies that make the most of technology; that adding 21st-century technologies to 20th-century teaching practices will just dilute the effectiveness of teaching. If students use smartphones to copy and paste prefabricated answers to questions, it is unlikely to help them to become smarter. If we want students to become smarter than a smartphone, we need to think harder about the pedagogies we are using to teach them. Technology can amplify great teaching but great technology cannot replace poor teaching”.

Dipendenza da schermo per i bambini: cosa fare

FONTE: Corriere della Sera

AUTORE: Eva Perasso

DATA: 12 luglio 2015 

Fino a 8 ore al giorno su diversi schermi e poco controllo dei genitori. I tempi davanti a smartphone e tablet si sono allungati. Lasciando molti dubbi sulle conseguenze sulla loro salute

 Bambini sovraesposti

Esposizione agli schermi: quanto è salutare per i piccoli e quanto impatta sul loro quotidiano? Molti studi medici hanno indagato sul rapporto tra personal computer, tablet, smartphone, televisore e console per videogame e la salute dei bambini e ragazzi, tracciando un quadro spesso preoccupante.

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Le ore al giorno passate talvolta in solitudine davanti a uno di questi apparecchi tecnologici sono sempre più alte, con scarso controllo genitoriale, sia dal punto di vista dei contenuti che delle modalità di fruizione, mentre anche i piccolissimi - sotto i due anni di età - iniziano a fare esperienze tecnologiche molto presto. Non sempre comunque si tratta di esperienze da condannare: anzi le tecnologie digitali possono trasformarsi in opportunità di apprendimento, se ben dosate e controllate, ma soprattutto alternate alla vita fuori dallo schermo. 

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Due ore al giorno (e poi all'aperto)

Per i bambini dai tre anni in su, fino all'adolescenza, il consiglio è di concedere non più di due ore totali di esposizione agli schermi per motivi di intrattenimento (dai programmi televisivi ai videogame ai social network dunque) cercando comunque di lavorare sui contenuti stessi: che siano sempre controllati, di alta qualità, non violenti.